CRONACA DEL 1796 (continued 3)
Reading edition
Le teste sul muro a secco s'agitarono.
— In quanto a voi, camerati, rimettete le vostre ricche assise per presentarvi convenientemente dinanzi alla dama.
Le teste scomparvero.
— E tu, cittadino, — chiese Tibullo volto all'Embriaco, per il quale provava un'istintiva simpatia per gratitudine dello sprezzo verso le cannoniere inglesi — non dici nulla, cittadino? Hai esaurito il tuo repertorio?
— Ti ascolto, cittadino, e imparo!
La celata ironia non isfuggì al soldato che aggrottò le sopraciglia.
— Oh! Oh! Cittadino, la tua risposta puzza d'aristo una lega lontano. Non c'è più Massimiliano, è vero, ma il piccolo ama i çi-devants come il fumo negli occhi, te ne avverto.
— Chi è il piccolo, cittadino?
Apparvero di dietro al muraglione abbigliati, chi più chi meno come Tibullo, cinque o sei soldati ridendo a gola spiegata.
— Il piccolo? Domanda chi è il piccolo?
— È il piccino! Il tira l'anima coi denti!
— Il nostro generale che ci ha promesso grasse città e belle donne.
— Ed ha ragione!
Una mano si levò per carezzare il viso di Fiorina ma si ritrasse immediatamente sotto una scudisciata.
— Morde la donnetta — urlò il colpito.
— E morderà ancora! — aggiunse Fiorina lasciando ricadere lo scudiscio sopra un viso che s'avvicinava troppo al suo.
Qualche picca e qualche sciabola fu brandita e non mancò un fucile maneggiato — per qualche evidente ragione d'utilità immediata — come un bastone. Ma Ibleto e l'Embriaco fecero scudo alla dama e Tibullo s'interpose.
— Giù le zampe, camerati!
Con un po' di buona volontà s'ottenne un relativo silenzio, quale almeno occorreva per farsi intendere. E ne profittò immediatamente Ibleto rivolgendosi al soldato:
— Non siamo qui nè per errore e nemmeno naufraghi, come i tuoi camerati vogliono credere, cittadino: siamo qui venuti volontariamente e portiamo con noi un salvacondotto che speriamo ci procurerà un po' di rispetto.
Tibullo non battè ciglio: attendeva. Lo Spigno continuò:
— Una lettera del generale Laharpe.....
Il soldato salutò.
— .... al generale Nissard....
Nuovo saluto.
— ... che comanda, crediamo, la tua divisione.
Tibullo crollò il capo.
— Niente Nissard, cittadino.
— Comanda forse Massena?
— Niente Massena, cittadino.
— È tornato per caso Serrurier? Fa lo stesso.
— Niente Serrurier!
— Augereau allora?
— Niente Augereau!
I due Spigno e l'Embriaco si guardarono.
— Chi comanda allora? — chiese Ibleto.
Un urlo s'elevò dai soldati rimasti qualche passo discosti.
— Il piccino!
— Il piccino!
— Il piccino, il piccino, il piccino!
Tibullo impose il silenzio. Poi:
— Hai inteso, cittadino? Qui comanda il piccino o se meglio ti piace il generale Bonaparte.
Fiorina spalancò i begli occhi sbalordita e Ibleto si tirò la barbetta caprina. Ma l'Embriaco risoluto prese la parola.
— E sta bene, cittadino! Andiamo dal generale Bonaparte!
XXIV.
Al di là del muro a secco un sentiero s'inerpicava sulla riva sinistra, ma un sentiero da capre, disegnato appena fra i sassi calcarei e i magri ontani bistorti. La stretta valle però si presentava ridente a malgrado il giorno coperto. Un'occhiata ed una smorfia di Fiorina destarono la galanteria di Tibullo.
— Sono dolente, cittadina, di non poterti offrire un cavallo almeno. Sono forse quindici giorni che abbiamo mangiato l'ultimo e sarebbe stato assai meglio che l'avessimo mangiato quindici anni prima. Con un sorriso la marchesa ringraziò il soldato ed aggiunse:
— Grazie, cittadino, ma non temere: so camminare anch'io.
— Sui tappeti, a giudicarne dai tuoi piccoli piedi. Ma non importa: quando sarai stanca ti porteremo.
Il sentiero si allargava sulla ripa e, nell'addentrarsi che fecero entro la valle, i viaggiatori, dopo la temperatura quasi rigida provata nel tragitto marino, ecco una quasi tepida ne trovarono come se entrassero in una serra.
— Qui fa quasi caldo — fece osservare Tibullo che s'accorse del refrigerio provato dai suoi ospiti: — il piccino ci si crogiola a suo bell'agio. E ne aveva bisogno. Tiene l'anima coi denti e per di più, dicono, ha sposato l'amante di Barras, una creola bella e sana da far impazzire, una donna da mettere a terra più uomini che Kleber non isfianchi cavalcature.
— Già, l'ho sentito dire — osservò Ibleto mellifluamente — ed ho sentito dire che il comando dell'armata del Varo fu il cestello di nozze di Barras.... per gratitudine.
Tibullo aggrottò le sopraciglie.
— Spero che non ci sia niente di losco nelle tue parole, cittadino.....
— Lungi da me tal pensiero! — s'affrettò a replicare lo Spigno.
— .... perchè t'avverto, senza complimenti, che per istare in concordia con noi non bisogna dir male del piccino, neanche per ombra! Di' quello che vuoi di Massena e degli altri, e di tutti i politicanti di Parigi, ai quali farei portare per qualche settimana i cannoni, invece dei muli che non abbiamo: parla male anche di Hoche, se vuoi, ma lascia stare il piccino: il piccino non si tocca!
— Vuoi molto bene al tuo generale a quel che vedo, amico? — susurrò Fiorina per aiutare il marito — Lo conoscevi forse prima che giungesse a Nizza?
— No, cittadina, mai visto prima. E che bisogno ce ne sarebbe stato? Gli uomini si conoscono a colpo d'occhio, come io ho conosciuto il tuo vecchietto....
Ibleto si raddrizzò offeso.
— .... e quell'altro là dietro che non parla, ma che sarebbe un magnifico capo di battaglione. Gli uomini si conoscono all'occhio...
— E le donne, Tibullo? — domandò un soldato ridendo.
— Al tatto.
Le risa raddoppiarono svegliando gli echi della vallata.
— Cosicchè, cittadino — chiese Fiorina divertendosi, — tu hai conosciuto all'occhio il tuo generale?
— E all'orecchio. Sfido io! Come si fa a non seguire un piccino che invece di parlarti di Repubblica una e indivisibile, di onore (quello del Direttorio) e di patria (la pancia di quei signori) e di tante altre cose da farti crescere la barba tanto da camminarvi sopra, arriva senza complimenti, non degna di uno sguardo i colonnelli e i generali, ma si mette in mezzo a noi e ci dice senza tanti preamboli: «Ragazzi miei, vedo che avete fame e freddo: dividiamo quello che c'è e visto che quei signori di Parigi non sono buoni che a chiacchierare e a mantener sgualdrine, venite con me che vi porto in un posto dove troverete da mangiare come papi, da bere come frati e da.... carezzar donne come cardinali». Ti pare, cittadina, che un piccino simile non meriti simpatia?
— Evviva il piccino! — urlarono i soldati entusiasti.
E colui che possedeva un simulacro di fucile fece partire un colpo in aria!
— Che succede, olà, camerati? — urlò una voce stentorea dall'alto d'un ciglione: accompagnate forse il carro del bue grasso?
La comitiva sostò, gli occhi di tutti s'orientarono donde veniva la voce: ne furono abbagliati e bisogna dire che ce n'era ad usura la ragione. Figuratevi un giovane di forse venticinque anni ed in tutto lo sfarzo della giovinezza che sboccia senza freni. Snello ed aitante, una copiosa capellatura — a testa nuda come usavano in allora i giovani ufficiali della giovane Repubblica — la faccia colorita, stretto nella uniforme d'aiutante di campo, prestigiosa ed aiutata ancora da una fascia fantasia intorno alle reni e da una sciabola turca munita d'un'elsa solare: stivaloni alla scudiera su calzoni attillati grigio perla: sopra un enorme cavallo velloso nelle gambe e sul muso come una cavalcatura cosacca, arricchito da una gualdrappa di velluto rosso acceso, di provenienza ignota benchè il bordo tutto d'oro la facesse sospettare appannaggio di chiesa: ecco l'apparizione che stupì, anzi che sbalordì i nostri viaggiatori. Byron deve aver tratto od essersi ispirato da un ritratto di Murat giovane per il suo Mazzeppa, senza dubbio. La comitiva sostò per un momento, poi Tibullo con la confidenza che in allora esisteva tra soldati e ufficiali, rispose a voce spiegata, facendosi schermo della mano ad imbuto:
— Cittadino aiutante Murat, ti conduciamo degli aristo che vantano una lettera per il cittadino generale in capo.
— Avanti gli aristo, cittadino!
Fece d'un salto varcare al cavallo il ciglione e compì l'ardua impresa con una tal grazia che tradiva il suo recente passato di guardia costituzionale del Re Luigi e di cacciatore a cavallo, abituato a caracollare dinanzi alle belle ragazze ed a sfidare il pericolo nelle cariche sfrenate. Quando si trovò davanti ai tre viaggiatori e vide per il primo Emanuele Embriaco che celava in certo qual modo Fiorina, mentre Ibleto di Spigno s'era tanto profondamente chinato da celare il viso, non potè trattenere un gesto di sorpresa e di diffidenza.
— Corpo d'una pipa! — esclamò — dei vandeani anche qui!
E certo l'abbigliamento dell'avventuriero potea giustificare ed avvalorare l'esclamazione. Se non che l'Embriaco, il quale mentalmente con sintesi degna di Tacito, avea pensato che le parole — qualunque fossero — sarebbero state oggetto d'una interpretazione sommaria da soldataccio incolto, e che quindi era meglio stare zitti fino a tempo opportuno, fece la mossa più abile che cortigiano consumato potesse immaginare: si tirò da un lato e scoprì Fiorina.
Murat ne restò abbagliato. Mormorò:
— Corpo di.....
Ma non andò oltre. Discese però da cavallo. E s'accorse d'Ibleto piegato in due, tutto intento a lisciarsi la barbetta. Assunse allora un'aria burbera per darsi del contegno:
— Che vuoi tu, cittadino?
— Cittadino aiutante — rispose Ibleto cercando le parole — ho qui una lettera del generale Laharpe per il tuo generale, il cittadino Bonaparte.
— Qua la lettera!
Il marchese di Spigno esitò:
— Ma....
Intervenne allora Fiorina col più seducente dei sorrisi:
— Porgete dunque la lettera al cittadino aiutante, amico mio!
L'altro obbedì. Porse un plico ben suggellato a Murat, il quale imbarazzato più che mai lo voltò e rivoltò fra le dita incerto.
— Come vedi, cittadino aiutante, — continuò sorridendo la marchesa — è indirizzato al generale in capo, ma poichè tu ne sei l'aiutante, credo che potresti aprirlo.
Il credo fu pronunciato con una tal quale inflessione ironica che sfuggì completamente al burbero Murat.
E colui, che doveva coprirsi di tanta gloria personale, era fin d'allora quell'essere debole che si dimostrò di poi, quando entrò nella storia, offerto cioè all'influenza del primo o della prima che lo sapesse dominare adulandolo o gettandolo nei bivii più crudeli.
— Naturalmente che lo potrei — rispose gonfiandosi come un tacchino — ma non ne vedo la necessità. Il generale è qui a due passi, in un luogo detto San Bartolomeo, e può ben leggere da sè.
All'udir Murat esprimersi in tal guisa si sarebbe supposto che avesse col Bonaparte un'intimità da camerata.
— E possiamo noi, cittadino aiutante, accompagnar la lettera?
— Naturalmente che lo puoi, cittadina... anzi lo potete.....
Fissò la donna, che gli sorrideva, ma non ne sostenne lo sguardo.
— E — continuò Fiorina — poichè sono stanca, non puoi tu, cittadino aiutante, prestarmi il tuo cavallo?
Per tutta risposta, davanti a Tibullo ed ai soldati stupefatti, Murat si chinò, raccolse, come se fosse un bimbo, la marchesa nelle mani e la depose sulla gualdrappa fantastica.
XXV.
L'altra comitiva non aveva passato le avventurose peripezie della prima. Discesa dalla strada romana in poco tempo aveva raggiunto San Bartolomeo ove l'attendeva un aiutante di campo del generale Bonaparte, il quale era partito di buon mattino per riconoscere strade e valichi, personalmente, accompagnato da Berthier suo capo di Stato Maggiore, e da un altro aiutante di campo che non si discostava un passo dalla persona del generale in capo. L'aiutante che ricevette il Governatore di Ventimiglia e il seguito, era un giovane ufficiale segaligno, dallo sguardo freddo e tagliente, asciutto di viso, di poche parole: non aveva che ventidue anni e ne dimostrava almeno trenta: labbra sottili, fronte rannuvolata, parca sempre sopra pensieri, preoccupato dell'avvenire e celava sotto l'apparenza impassibile quell'inquietudine che è oggi chiamata, con una barbara parola, arrivismo.
— Buon giorno, aiutante Marmont — disse Filippo Balbi, smontando — spero di non essere in ritardo.
— Anche se tu lo fossi, capitano Balbi, poco male!
— Ho capito: il generale Bonaparte è partito per qualche ricognizione. C'è almeno Berthier?
— Accompagna il generale con Junot.
— Ah! il fido Acate!
Udendo nominare un personaggio virgiliano il capitano Cavalli s'avvicinò.
— Chi parla di fido Acate, capitano Balbi?
— È il nomignolo dell'aiutante di campo Junot, che non si distacca mai d'una linea dal generale Bonaparte. Ma non si tratta di questo, ora: permettimi, Marmont, di fare le presentazioni.
Condusse l'aiutante dal Grimaldi che lo ricevette con sussiego e che fu trattato da quantità trascurabile. Probabilmente il chiuso aiutante di campo non lo giudicò persona adatta per servire in qualche modo da gradino. Consentì purtuttavia a sgelarsi davanti a madamigella Chiarina: apparteneva a discreta famiglia Marmont, ed era figlio d'un capitano del reggimento d'Hainaut. Davanti ad una dama (come del resto accadeva a quasi tutti gli ufficiali di cui Napoleone Bonaparte si circondava) assumeva un atteggiamento Reggenza. Fece un inchino passabile ed aiutò la damigella ad uscir dalla lettiga.
— Non abbiamo salotti per le dame, — disse mostrando la casa rustica, la quale serviva d'alloggio per lo Stato Maggiore — nemmeno la stanza del generale s'adatterebbe: c'è però quella di Murat.
E ripetendo l'inchino precedette la comitiva nella stanza di Murat, che merita l'onore d'una breve sosta.
L'uomo pomposo, che doveva diventare Re di Napoli, rivelava fin d'allora le sue attitudini al fasto, e le rivelava naturalmente come poteva. La stamberga al piano terreno ove abitava era uno strano amalgama delle cose più disparate. Due tamburi coperti da vecchie gualdrappe dai colori vivaci, l'una gialla, e verde l'altra, servivano da sedie. L'una delle pareti spariva sotto una bandiera nazionale spiegata e nuova di zecca: Murat se l'era fatta prestare probabilmente dal commissario. Sulla parete di fondo un labaro, chi sa a qual chiesa di Provenza rubato, mostrava le Tre Marie che scendono dal mare sulla Crau; nel fondo un mostro tutto cresta sul dorso raffigurava la famosa Tarasque. Sulla terza parete un piviale con un sole fiammante nel centro, affetto da calvizie, ed accanto al piviale, conficcata con chiodi celati da coccarde nazionali una carta.... della Turchia, sormontata da un pezzo di carta pecora dipinto rozzamente e raffigurante un'orgia di fucili e cannoni con una divisa in fondo che portava la leggenda: Souvien-toi d'Alexandre. Probabilmente alludeva al Macedone. Una sciabola, nell'angolo a destra, dal fodero infiocchettato come una mula spagnola e il cappello d'ordinanza appeso in alto sopra Alessandro il Macedone e riccamente guarnito d'una penna color canarino piantata là dove i tirolesi portano la propria. L'impiantito di mattoni spariva sotto una tovaglia riccamente macchiata di vino a guisa di tappeto.
Nell'entrare, madamigella Chiarina trattenne appena un grido di sorpresa, ma Gilda battè le mani.
— Madonnina! — esclamò — par d'essere dall'indovina coi tarocchi!
Non presero purtuttavia meno possesso della stanza così stranamente apparata e madamigella Chiarina sedette sopra un tamburo, Betto Grimaldi sull'altro e la Gilda restò in piedi accanto alla padrona. Il capitano Cavalli rimase appoggiato allo stipite della porta e cavò di tasca il vecchio Virgilio immergendosi nella lettura.
— È un prete o un ufficiale il vostro compagno? — domandò l'aiutante Marmont a Filippo Balbi, additandogli il capitano che parea leggesse il breviario.
— È un dotto come il fu signor di Voltaire — gli rispose l'interrogato.
E trasse in disparte il francese.
— Questo giovane alfiere — gli disse a bassa voce, si chiama Giano Lercari ed è di illustre famiglia genovese.....
Marmont alzò gli occhi sul bastardo e salutò.
— .... e chiede per sè quello che Berthier ha ottenuto per me.
L'aiutante fe' cenno d'aver compreso.
— Credete voi la cosa possibile?
Strano: fra due ufficiali a tu per tu correva il voi dell'ancien régime, che in pubblico il tu era regolamentare: gli era perchè Marmont ci teneva, come del resto una gran parte degli ufficiali di Bonaparte e di Massena e di Moreau (meno quelli di Hoche) a disinteressarsi della rivoluzione, della Repubblica e del Governo e del popolaccio di Parigi: facevano anzi a gara nel disprezzarlo.
— Credo possibilissima la cosa, mio caro, purchè il vostro amico non domandi di appartenere allo Stato Maggiore.....
Fin d'allora esisteva quella sorda ostilità dei preferiti del giovane generale contro i possibili competitori e la tendenza ad isolare il Bonaparte, tendenza di cui Napoleone si lamentò spesso e che lo spingeva qualche volta, più per malinconia da vincere che per popolarità da coltivare, a mischiarsi con i soldati, famigliarmente.
— Ma — continuò Marmont — se chiederà di prestar servizio ad esempio col generale Serrurier o col generale Laharpe ci avrà tutto da guadagnare. Che grado ha il vostro amico?
— Alfiere.
— Chiedete dunque per lui a Berthier il grado di capitano presso Serrurier che è a Garessio. Capitano d'una Compagnia di ricognizione. È un bel posto e può rendere utili servizi.
— Seguirò il vostro consiglio — annuì Filippo.
— Volete che parli io stesso a Berthier?
— Grazie, non vi scomodate: parlerò io.
Giano Lercari credette suo dovere cercar qualche parola di ringraziamento, ma l'aiutante non gliene diede il tempo, chè gli porse la mano, diventato affabile.
— Eccoci camerati! Buona fortuna!
E poichè s'udì un rullo di tamburo si lanciò donde il suono veniva. Sul sentiero che conduceva al mare un'altra comitiva s'inoltrava. L'imponente cavallo di Murat parea superbo di portare una perfetta figurina di dama. Due gentiluomini seguivano e lo stesso aiutante di campo Murat precedeva tenendo al guinzaglio il cavallone. Un nugolo di scarmigliati sanculotti avvolgeva il gruppo. Il quale appena era apparso allo svolto del sentiero che metteva nel sagrato di San Bartolomeo quando il capitano Cavalli (leggeva sì, Virgilio, ma probabilmente leggeva con un solo occhio come la gatta di Masino dormiva) saltò su urlando e sguainando la spada:
— Ah! L'impudente traditore!
D'un balzo fu davanti alla comitiva che giungeva e portandosi di rimpetto a l'Embriaco lo percosse col piatto sulla spalla gridando:
— Tu sei bandito dalla Serenissima e sei mio prigioniero!
Il colpito non mosse ciglio, ma l'aiutante Murat, con gli occhi fiammeggianti di collera subitanea, frammettendosi, urlò a sua volta stentoreamente:
— Chi è che parla di far dei prigionieri nel campo francese?
— Questo è territorio della Serenissima — ribattè il Cavalli — ed ho diritto d'arrestare i banditi.
— Arrestatemi intanto quest'insolente!
E prima che il buon Capitano avesse potuto nemmeno mettersi sulla difensiva fu disarmato e ridotto alla impotenza da un nugolo di soldati sanculotti.
— Protesto! — urlava il Cavalli.
Ma ebbe uno sforzo disperato quando s'accorse che un soldato s'era impadronito del suo caro Virgilio. Si liberò con una forza erculea, rincorse il rapitore, gli tolse il suo tesoro e si fermò ansante e bollente davanti a Murat.
XXVI.
L'affare non ebbe seguito. S'intromise Betto Grimaldi, il quale riuscì a calmare l'esasperato capitano: fu restituita la spada confiscata e l'aiutante Murat si degnò d'offrire con le sue stesse mani una coppa di vino a colui che aveva fatto arrestare.
Il subbuglio aveva richiamato sulla porta Gilda prima di tutti e poi anche la damigella Chiarina un po' spaventata. Ma lo spavento si mutò in lieta sorpresa quando la fanciulla si vide innanzi a pochi passi una figura di donna che le sorrideva come se l'invitasse.
— Fiorina!
— Chiarina!
I due fiori si piegarono l'un verso l'altro, avrebbe detto l'abate Bernardino Viale, in Arcadia Amarillo Glucosio, nel casto amplesso delle corolle fresche. E senza occuparsi degli inchini di Ibleto e di Betto, i quali non trovarono di meglio che offrirsi a vicenda la tabacchiera, scrutandosi nel bianco dell'occhio, le due amiche ripresero possesso della stanza eteroclita dell'aiutante Murat, stanza che risvegliò alte meraviglie e adorabili smorfiette nella marchesa.
— Chiara, mia dolce Chiara, da quanto tempo non ti vedo?
— Tre anni almeno, mia Fiorina!
Tre anni! Un secolo nella vita d'una giovane donna e d'una fanciulla! Amiche di collegio, il nobile collegio di Santa Brigida, inseparabili Chiara Grimaldi e Fiorina Adorno! Caratteri opposti: l'una dolce come l'evangelico agnello, tutta fuoco l'altra, indomita, come uno scoiattolo.
— Rammenti?
Fiorina arrossì ma rispose:
— Rammento.
Candidamente Chiarina ricordava la grande novella che Fiorina le avea dato ad un ritorno d'autunno. Grande novella davvero per la buona fanciulla onesta e contegnosa che non avrebbe ardito levare gli occhi in volto ad un uomo, fosse quest'uomo suo padre o l'archivista Orengo, Dio! la grande novella! Fiorina aveva permesso ad un giovane — oh! di gran casa naturalmente — di dirle che la trovava bella, che l'aveva colpito, che l'amava! Dio! Buon Gesù, che immediata confessione aveva suggerito Chiara all'audacissima Fiorina!
— Rammenti?
— Rammento.
Il consiglio di Chiarina fu seguito e che scandalo ne seguì! La reproba Fiorina fu tenuta un mese almeno senza assoluzione, e senza poter quindi la domenica appressarsi alla mensa del Signore. Pianti, disperazioni, digiuni che sortirono strano effetto. Interrogata da Chiara, Fiorina ebbe a confessarle che, a malgrado la sospesa assoluzione e lo scandalo, provava uno struggente piacere ogni qual volta rammentava la dichiarazione d'amore del giovane di gran casa.
Fiorina Adorno era uscita per la prima dal convento, per andare a nozze. E quando l'amica le aveva chiesto se il promesso sposo fosse colui della dichiarazione, era scoppiata in un pianto disperato. Non era, no, lo sconosciuto giovane di gran casa — sconosciuto da tutti anche da Chiara, chè l'amica s'era cucita la bocca — ma il marchese di Spigno già vecchio e mai veduto. La povera Fiorina veniva sacrificata alle convenienze della famiglia che si dibatteva nelle ristrettezze, come gran parte dei nobili Genovesi i quali avevano abbandonato le mercature e quindi speso senza incassar più. Le nozze con Ibleto erano una fortuna per la famiglia e la povera Fiorina aveva dovuto curvare il capo. Ma l'amore non era cessato.
— Rammenti?
— Rammento, cara. Ma, o tu, Chiarina? Parliamo di te.
Chiarina arrossendo narrò il fidanzamento con Filippo Balbi.
— L'ami?
— È il mio fidanzato!
Candore delle nostre nonne! Come non amare il fidanzato scelto dal padre! dal signor padre, anzi!
Fiorina crollò il capo sogguardando attraverso l'uscio aperto Filippo Balbi in istretto colloquio con l'aiutante Marmont.
— Com'è bello, non è vero, Fiorina?
— Hum! — fece la marchesa di Spigno.
Certo Filippo Balbi non poteva che esser dichiarato bello, ma pure quella fronte buia e quelle labbra sottili non convincevano Fiorina. La quale a suo malgrado lo comparava con Luca Lascaris.
Il maschio volto, l'altero portamento, l'occhio sicuro e pieno di disinteresse non erano tali da subire un confronto, con le fattezze forse più regolari, ma chiuse del Balbi: l'uno era tutto vigoria, l'altro invece si facea notare per una certa aria di sufficenza, quale in allora si mostrava comunissima nella classe dirigente, sia delle corti che dei reggimenti così detti a volontà libera di popolo. Ma Luca Lascaris, aveva a suo vantaggio il lato romanzesco. Fiorina e Luca s'erano incontrati in un settembre ormai quasi lontano, un settembre di cinque anni prima, quando la Serenissima inquieta per la prima volta della grande Rivoluzione aveva chiamato ad audiendum verbum i nobili delle provincie.
Luca Lascaris, ospite in casa Adorno, s'era invaghito della fanciulla in tutto e per tutto differente dalle dame che avea conosciuto e che conducevano una vita da Reggenza.
Casa Adorno, austera, imponeva ai figlioli un rispetto esagerato e se il fratello di Fiorina, Giacomo Adorno si permetteva di giocare al pallone e quindi anche di cospirar contro il Governo (pare che in allora l'una cosa non si separasse mai dall'altra), Fiorina mutava l'educandato con un'altra prigione, la casa paterna, ove si trovava sola in un giardino chiuso ed entro un'alta biblioteca.
Non che il Senatore Tomaso Adorno, l'imponente padre, fosse un dotto, no, e nemmeno un lettore, ma la biblioteca esisteva in casa Adorno e quindi la si doveva accrescere con le opere nuove, in abbonamento o in sottoscrizione.
Se ne occupava l'abate Borlasca, il vecchio precettore di casa, asino candido, che acquistava i libri ad offerta e non leggeva che quel tanto di breviario per cui aveva l'obbligo canonico. Nessuno quindi aveva impedito a Fiorina di leggere un'opera strana intitolata: La nuova Eloisa o Lettere di due amanti, e di divorarla. In quel tempo era capitato Luca Lascaris, immagine vivente secondo la fanciulla, di Saint-Preux, donde l'idillio presto, ahimè, troncato dalla volontà ferrea della contessa Isabella, madre di Luca, la quale aveva preparato per il figliolo un matrimonio ricco e di gran parentado. Ma il caso volle che Ibleto di Spigno, fratello di Isabella e zio di Luca, si portasse all'altare con Fiorina: il caso ha spesso di simili circoli brevi, ciò che spesso ha fatto osservare come sia piccino il mondo. Ecco di nuovo adunque Luca e Fiorina di fronte. Una breve sosta del Lascaris al castello di Spigno per interessi di famiglia, li aveva riavvicinati, nè il marchese, diplomatico sottile s'era minimamente insospettito. Anzi, pretestando un viaggetto qualunque, li aveva lasciati soli. Soli nell'ampio castello complice, nel complice amplissimo parco tutto seduzioni primaverili, in una solitudine, in quella solitudine ch'è già mezzo peccato, poichè poche tempre vi potrebbero resistere: e l'Aretino avrebbe ragione di chiamarle inumane in quei suoi Ragionamenti d'Amore che sono oggi l'esempio del primo determinismo di cuore!
Quel giorno più non vi leggemmo avante!
E naturalmente! avrebbe esclamato il sincero Gian Giacomo.
Tornato in cattivo punto lo Spigno, gli amanti incominciarono le loro imprudenze come tutti gli amanti che si rispettano. Ma il vecchio marchese divenne cieco, moralmente s'intende. Cieco fino al giorno in cui Luca alzò risolutamente la bandiera del Re di Piemonte col Nervia e l'Altariva. Soltanto allora parve che il marchese cominciasse a vederci chiaro, a fare il terzo incomodo, a trovarsi dove discretamente non avrebbe dovuto, ad abbandonare la biblioteca per il salotto della moglie, a seguirla nel parco e a segregarla di notte. La posizione diventò insostenibile, tanto che Luca cedendo ad un richiamo della madre tornò a Ventimiglia e Fiorina rimase libera, libera anche di Ibleto che lasciò parco e salotto per la biblioteca, e i conversari alla moda per ricevere ceffi di dubbia pulizia e per leggere lettere di ancor più dubbia letteratura. Una soltanto la ragione: Ibleto non sapeva come orientarsi fra quei quattro punti cardinali che si chiamavano Piemonte, Austria, Francia e Genova, donde la partenza per la frontiera per rendersi conto de visu della situazione, e risolversi, dato che ne fosse il caso.
Le cose erano a questo punto quando la fortuna, o sfortuna che fosse, volle riuniti in pochi metri quadrati quasi tutti i personaggi di questa istoria, nelle strettoie dell'improvvisato campo francese e nella attesa di quel famoso generale ballerino, salito per voler di Barras e per intrighi di donne ad una responsabilità che probabilmente — così almeno doveva essere nel disegno di chi l'aveva spinto — l'avrebbe schiacciato. La disposizione dei personaggi è adunque, per l'intelligibilità del lettore, così riassunta in quattro gruppi; Chiara e Fiorina quasi sull'uscio della stanza di Murat: Marmont, Filippo Balbi ed il bastardo Lercari dall'un lato: Betto Grimaldi e Ibleto di Spigno dall'altro. Come sfondo il gruppo dei soldati sanculotti, il giovane Tibullo, Murat ed il capitano Cavalli, col prezioso Virgilio sotto braccio e il fraterno bicchiere in mano.
E qui è necessario che i lettori ascoltino contemporaneamente il dialogare utile od inutile dei quattro gruppi.
XXVII.
Soglia della stanza di Murat:
Fiorina. — È quello dunque il tuo fidanzato?
Chiara. — Com'è bello! Non è vero, Fiorina?
Fiorina. — Non potrei dire il contrario. E tu l'ami?
Chiara. — Oh! Ne dubiti forse? Come lo puoi?
Fiorina. — Ma non ne dubito, carissima: ti domando se l'ami?
Chiara. — Perchè me lo domandi allora?
Fiorina. — Perchè mi sembra una cosa tanto rara di poter amare il proprio fidanzato, e poi di potersi unire per sempre all'uomo che si ama! Sei felice, tu, dunque, Chiarina?
Chiara. — Tanto! E tu non lo sei felice, Fiorina, col tuo sposo?
— Fiorina. — L'hai ben guardato?
L'umile dolce sguardo della damigella Chiarina si posò sul gruppo formato da Ibleto e da Betto.
***
Leggero declivio verso il torrente: Betto Grimaldi e Ibleto di Spigno.
Betto. — Non avrei pensato di trovarvi qui, marchese.
Ibleto. — Il che prova la potenza della vostra polizia, Grimaldi.
Betto. — Forse, ma prova che ci possiamo incontrare nelle idee investigatrici, Spigno.
Ibleto. — Avreste forse l'orgoglio di equipararci agli auguri di Catone, Grimaldi?
Betto. — Me ne guardi il cielo, Spigno! Vorrei soltanto conoscere le ragioni che vi trassero qui.
Ibleto. — Le vostre probabilmente.
Betto. — Non ho ragioni, Ibleto: non ho che dei doveri.
Ibleto. — Ve ne lodo, tanto più che io stesso obbedisco a delle ragioni che possono dirsi doveri.
Betto. — Ve ne do lode a mia volta....
Uno scroscio di risa li fece volgere al lato opposto ove il gruppo dei soldati e del Cavalli s'intratteneva giocondamente per un'interruzione di Tibullo, e per la seguente ragione:
Il capitano Cavalli. — È certo, aiutante Murat, che la vostra vita è più lieta della mia.
Aiutante Murat. — Non potrei, mio caro capitano, adattarmi alla vita di guarnigione.
Il capitano Cavalli. — La sorte del soldato è tutta nell'obbedienza passiva, aiutante Murat.
Aiutante Murat. — Nell'obbedienza passiva, come ben dite, mio capitano, quando ci sia un generale.
Il capitano Cavalli. — (a mezza voce) Imperator.
Aiutante Murat — (sobbalzando). Mi permetto di farvi osservare, mio capitano, che, dopo la rivoluzione sono cessati fra noi i Re e gli Imperatori.
Il capitano Cavalli. — Vi prego di scusarmi, aiutante Murat. Ho chiamato Imperator il vostro generale alla maniera dei romani: duce supremo, palladio, insegna della Patria.
Aiutante Murat — (sfolgorando). Ci sto, mio capitano. Voi non potevate definir meglio il pic... il generale Bonaparte. Imperator! È lui, sputato. E con lui che bella vita piena d'avventure! Altro che la vostra di guarnigione!
Il capitano Cavalli. — (soprapensieri pronuncia come se succhiasse e centellinasse qualche cosa di sciropposo); Deus nobis...
Tibullo. — (interrompendo e continuando)...... haec otia fecit.
Stupore del capitano Cavalli che ha trovato un collega là dove non credeva esistesse che crassa ignoranza e risata di Murat per lo stupore del capitano ed eco dei soldati. Ma un solo gruppo non se ne accorse, quello formato da Marmont, da Filippo Balbi e dal bastardo Lercari.
Marmont. — Credo che la vostra decisione, signor Lercari, sia quella che vi convenga di più, ed io dunque l'approvo. E dò lode al capitano Balbi che vi ha suggerito la buona via da seguire. Credo che il generale vi chiederà al vostro comandante ma non credo sia opportuno che il capitano Balbi ed io stesso ci facciamo vostri presentatori.
Giano. — E chi allora?
Marmont. — Voi stesso, mio caro. Che ne dite, capitano Balbi?
Balbi. — Credo che abbiate ragione.
Marmont. — Il nostro generale è sopratutto un soldato. Intende che non esista barriera fra il suo grado e l'ultimo dei fantaccini. Quando passa tra le file prende per il mento e per l'orecchio il soldato che lo fissa più risoluto. Non c'è generale della Repubblica, meno forse Hoche, che unisca tanto bene la disciplina con la cordialità, anzi con la famigliarità. Ognuno, anche il più umile, ha il diritto di fermarlo, di interrogarlo e di chiedergli a tu a tu quello che desidera. Accorda o nega: e allora guai a insistere. Ma teme le vie tortuose, odia gl'intrighi e la diplomazia. Dicono che fosse amico di Robespierre il giovane, ma io credo che ammirasse il dispotismo di Massimiliano perchè ama le posizioni nette: comandare o obbedire. Ed anche perchè crede che ogni Stato si debba reggere come ogni esercito, sotto il dispotismo di uno solo. Dice sempre che è più utile un mediocre, ma unico, al Governo, che dieci saggi, con dieci pareri diversi, quindi. Crede alla forza ed alla velocità, anche se la forza possa degenerare in prepotenza e la velocità in turbine. Ha in sè l'anima di un Brenno con in più tutta l'esperienza dei secoli sopraggiunti. Travolge: da Parigi a Nizza ci ha stupìti e ci ha spaventati. A Nizza attendevano un bellimbusto, come spesso Barras ama distribuire — per disprezzo scettico di ciò che non sia se stesso — nelle ambascierie, nei comandi e in tutte le rischiose avventure che tenta da quel rotto giocatore che è; attendevano un blanc-bec da mangiarsi in un boccone e si sono trovati dinanzi un giovane, sì, anzi un ragazzo, che se regge l'anima coi denti e tosse e sputa sangue forse, ha tanto fuoco negli occhi e tanta febbre nei polsi da domare ben altro che un esercito di scavezzacolli, ma facili all'entusiasmo, come i nostri soldati.
Balbi. — Parlate bene, aiutante Marmont.
Marmont. — Vi prego, anzi, di scusarmi, se ho fuorviato, ma col capo di Stato Maggiore Berthier, con Murat e Junot, io posso intuire del nostro generale quello che più si avvicina alla verità. E per questo vi ripeto, signor de' Lercari: se volete che il generale Bonaparte vi noti e vi esaudisca, domandategli voi stesso quello che desiderate.
Lercari. — Seguirò il vostro consiglio, aiutante Marmont.
***
Chiara. — Mi sembri poco propensa al mio fidanzato, Fiorina. Perchè?
Fiorina. — Non vorrei darti un dispiacere od anche un dolore confessandoti che non mi piace, Chiara.
Chiara. — (con i dolci occhi pieni all'improvviso di lagrime). Perchè?
Fiorina. — Ho paura che non ami persona più di se stesso, mia adorata. Mala raccomandazione per un futuro compagno della vita, di tutta quanta la vita, Chiarina. Più di te, più del tuo pensiero e dell'amor tuo, nell'occhio suo freddo e fra le sue labbra sottili dubito che predomini la sfrenata ambizione.
Chiara. — Tutti gli uomini — ce l'hanno insegnato nella storia — vivono per qualche cosa d'altro che non sia l'amore!
Fiorina. — È naturale: per qualche cosa di nobile..... (e stava per aggiungere: non per qualche cosa di basso come è l'ambizione, ma si frenò e disse invece)..... ma che importa se tu lo ami! L'importante è amare: l'essere amati è secondario! E tu l'ami, non è vero, Chiarina?
Chiarina. — Se l'amo? L'amo per tutti e due! (e si fece di scarlatto).
***
Betto. — Credete voi a questo generale di Barras, marchese?
Ibleto. — Credo a quello che vedo, anzi a quello che vedrò, Grimaldi.
***
Il capitano Cavalli. — Voi dunque conoscete Virgilio, amico?
Tibullo. — Ci posso marciar sopra, cittadino capitano: sono baccelliere. E tu?
L'aiutante Murat (pensando, una delle poche volte in cui ha pensato). Che cosa si sarebbe detto qualche anno fa nelle Guardie Francesi udendo un capitano interpellar col voi un caporale, e il caporale rispondere col tu al capitano?
***
Un rullare scrosciante di tamburi. Ed una voce stentorea.
— Il Generale!
XXVIII.
Lo spiazzo, a monte, nel viluppo degli alberi selvaggi, si coronava d'un ciglione a picco, scenario invidiabile per l'apparizione di Colui che tutta quella gente, con desideri e sentimenti diversi, confessabili o no, attendeva. E l'Atteso apparve, lassù, dominando la scena sottostante. Apparve un omino che neppure l'uniforme prestante da generale della repubblica riusciva ad aiutare, un omino che parea fasciato nella sciarpa tricolore, sproporzionata, come il nano della favola dal collare del mastino. Tre cose in quell'omino colpivano a prima vista: gli stivaloni alti, la sciarpa altissima e la selva scarmigliata dei capegli incolti, spioventi sulle spalle a zazzera e lungo le guancie, ineguali, sottili e pur ruvidi, stiliformi come capegli di zingari, lisciati dal sudore più che dall'unguento, ignari di barbitonsore come il vello d'un capro del Tibet o d'un muflone sardo.
Poi si scorgeva un naso affilato, grifagno, pesantemente accentuato, dominatore di tutto il viso scarno, emaciato, dalle guancie affossate d'un color livido, rossi gli zigomi sporgenti, esangui le labbra sempre chiuse, come in uno sforzo a nascondere i denti. Splendevano gli occhi però, incavati sotto la fronte invasa dai capegli incolti, occhi di fascino brucianti, isolatori, imperiosi, pregni d'una volontà feroce, implacabile, sovrumana.
Il generale Bonaparte si fermò un attimo sul ciglione. Senza muovere il capo avvolse d'uno sguardo circolare li astanti uniti e rispettosamente inchinati, ad eccezione degli ufficiali e dei soldati rigidi e impettiti: poi discese rapido, quasi di corsa, ed entrò in una casetta dietro a quella di Murat, scandendo poche parole che oscillarono dietro di lui come se fossero trapunte sur un gonfalone.
— Berthier e l'aiutante di servizio!
Marmont, lasciando il Balbi ed il Lercari si precipitò dietro il generale, mentre Murat accorreva ad avvertire Berthier che lavorava insensibile e invisibile al piano superiore della casetta, il cui terreno era stato trasformato in tenda addobbata in quella eteroclita maniera che sappiamo.
Soltanto allora gli ufficiali ed i soldati, discesi dal ciglione col Bonaparte, si mischiarono con coloro che già riempivano lo spiazzo, e un giovanotto robusto e paffuto, nell'assisa di aiutante, venne curiosamente ad esaminare le due dame che si mostravano sulla porta della stanza di Murat. Passò una prima volta dignitosamente, con l'aria un po' spavalda che assumono spesso i timidi davanti alle donne, e si dimenticò di salutare: allora, pentito e confuso ripassò di nuovo e fece un saluto in piena regola, ciò che provocò le risa di Fiorina, e quindi raddoppiò l'imbarazzo del giovanotto.
Capitò in buon punto Filippo Balbi, rimasto vedovo di Marmont, e prendendo il giovane ufficiale per un braccio lo portò davanti alla fidanzata.
— Chiarina, permettetemi di presentarvi l'aiutante Junot.
Saluto di grande parata ed inchino profondo da parte della damigella.
— Ed ora, Chiarina, vi prego, presentateci entrambi alla signora marchesa di Spigno.
In quel punto l'aiutante Marmont uscì sulla porta della casetta ov'era sparito il generale Bonaparte e chiamò ad alta voce:
— Signor conte Emanuele Embriaco?
— To', a proposito, dove s'era nascosto l'Embriaco? — pensò ad alta voce Fiorina.
Un'eguale domanda si dovevano aver fatta così Betto Grimaldi che Ibleto di Spigno, poichè si avvicinarono alle dame e così pure il capitano Cavalli che a sua volta ad alta voce pensò:
— Già: dove s'è rintanato il....
— .... bandito. Completate pure il vostro pensiero, capitano: sono bandito, fuggiasco, fuoruscito come lo fu il vostro Enea. Ma forse non lo sapete: le pagine del secondo canto mancano probabilmente al vostro Virgilio.
E l'Embriaco, apparendo all'improvviso, passò davanti al gruppo, salutò da provetto cortigiano le dame, fe' un cenno d'intesa allo Spigno, sorrise beffardamente al Grimaldi, e, seguendo Marmont, entrò nella casetta del Comando Generale.
— Bestemmiatore! — gli mormorò dietro il Cavalli indignato.
— Consolatevi, capitano, — gli disse Fiorina la quale da gran dama poteva permettersi di rivolgere la parola a persona che ancora non le fosse presentata, consolatevi: se il conte Embriaco vi ha toccato sul vivo, che dovremmo dir noi, signore e padrone di vassalli, di quel generale sanculotto, che ci è passato davanti senza nemmeno degnarsi di farci un breve cenno di saluto?
Junot e Murat fecero un salto di traverso all'udir così maltrattare il generale in capo, ma Fiorina allegramente non se ne diede per intesa e proseguì:
— Dicono che ce lo mandi Barras, il quale secondo le buone lingue ha installata una nuova era di reggenza. Ma il suo generale non gli fa onore: è spettinato come uno spazzacamino, e magro come uno studente di Salamanca. È inutile che mi facciate gli occhiacci, aiutante Junot: dite come me e vi permetto di baciarmi la mano.
Gliela tese e poichè il giovine ufficiale la baciò si sarebbe potuto affermare che dividesse le teorie della marchesa. Ma il giovane aiutante, prima d'arruolarsi, era stato studente: non era dunque il volgaretto sanculotto salito dalla giberna come uno spauracchio per fanciulli, buono soltanto a menar le mani e non la lingua.
— Bacio volentieri la mano alla marchesa — disse — ma darei la vita per il mio generale....
— E per me, aiutante, non la dareste? — l'interpellò Fiorina col più civettuolo de' suoi sorrisi.
— Per voi, marchesa, la conserverei per servirvi come ad un uomo si conviene e s'addice.
— Ben risposto, sangue di Giove! — esclamò Murat.
Gli astanti sorrisero, Ibleto un po' a denti stretti, il Balbi con deferenza: Fiorina ricevette la botta da leale giostratrice, sorrise a piene labbra e seguì il filo del discorso.
— Lo amate dunque tanto il vostro generale?
— Sì, marchesa, lo amiamo e, quel che più importa, gli crediamo, ciecamente. Prima di muoverci da Nizza ci ha promesso la vittoria e la conquista dell'Italia....
— .... le belle donne e le buone bottiglie — mormorò Murat leccandosi le labbra.
— .... e la gloria — completò Junot — ed è come, scusate la popolaresca espressione, se l'avessimo in tasca.
Intervenne Betto Grimaldi.
— Ci sono settantamila Austro-Piemontesi a difendere la strada di Genova, signor aiutante, e dei generali provati e provetti come il vecchio Beaulieu, per non parlare del generale Colli che anche lui ha il suo merito. Credo che troverete del filo da torcere.
— E lo torceremo, cittadino! — proruppe Murat.
— Le sorti delle battaglie non dipendono dal numero degli uomini che le combattono, — sentenziò Ibleto di Spigno. — Si legge in Plutarco che un milione di Persi furono vinti dai pochi. Ma del resto voi tutti sapete di Serse e sapete di Salamina....
— Mio Dio, ecco Ibleto che ha inforcato il cavallo con le ali — esclamò Fiorina — parliamo d'altro, signori! Vi pare un argomento degno di intavolar con le dame la guerra?
— La guerra è bella — sussurrò il capitano Cavalli — e rende nobili gli uomini.....
— .... se non li rende feroci!
— Piuttosto — intervenne furtivamente Giano Lercari — che cosa è l'amore se non una guerra?
— Oh! — esclamò Chiara battendo le palme per protesta.
— Il cittadino ha ragione — approvò Murat — ci sto per l'eguaglianza della guerra e dell'amore. Quando amo credo sempre di entrare in un quadrato a cavallo con la spada in mano!
— Esagerate, aiutante, esagerate — ribattè Fiorina, che si divertiva a tener testa a tutti quegli uomini. — Spada in mano, quadrato, cavallo! Esagerate, aiutante.
— Murat usa il linguaggio figurato — disse Junot.
— E non ha torto — aggiunse Ibleto — potrei citarvi dei testi delle scritture che lo suffragano.
Il capitano Cavalli si fece nuovamente in mezzo.
— La guerra e l'amore! Ecco l'argomento di tutti i poemi, da quelli d'Omero e di Virgilio, a quelli...
— Del signor di Voltaire — completò Ibleto.
La valletta dal dolce clima cominciava ad oscurarsi: i soldati all'intorno accendevano i fuochi: qualche rullo di tamburo vicino e lontano accennava il mutar della guardia. Sul puro cielo colline e profili di monti parevano appena posati delicatamente da mani femminili che ricamassero.
Una campana rintoccò ed ogni altro rumore, anche quelli del servizio, parvero per un istante assopirsi, finchè il rintocco risuonò grave e melanconico nell'aria immota.
— Quali intenzioni ha il mio signore e padrone, — chiese Fiorina — come e dove si pernotterà?
Betto Grimaldi s'inchinò:
— La città è vicina e la mia casa s'onorerà d'ospitarvi.
— È più vicino il castello dei Lascaris.
— Non credo che il conte vi si trovi.
— Vi sarà certamente Isabella — osservò Ibleto.
Murat e Junot si guardavano stupiti come se davanti a loro si parlasse una lingua sconosciuta. Il secondo finalmente si decise ad aprir bocca.
— Scusate, signora marchesa, ma voi parlate di tornare in città od al castello del conte Lascaris. La camera del mio collega Murat e la mia non bastano a madamigella Grimaldi ed a voi?
— E se vi rispondessi che non bastano?
— Proverei l'immenso dolore di dichiararvi che nessuno può uscire dall'accampamento senza l'ordine del generale.
— Cioè: siamo prigionieri.
— Siamo noi vostri prigionieri, marchesa!
Un silenzio imbarazzante interrotto dall'aiutante Marmont.
— Il generale aspetta il signor marchese Ibleto di Spigno.
L'interpellato si mosse, ma l'aiutante con un cenno lo pregò di attendere.
— Ordine del generale: Junot e Murat cedete le vostre stanze alla marchesa e alla damigella Grimaldi. Le signore sono pregate di ritirarsi. Il Capo di Stato Maggiore Berthier attende il signor comandante Grimaldi, il signor Capitano Cavalli ed il signor Alfiere Lercari.
— Ma questi sono ordini, mi pare? — esclamò Fiorina impennandosi.
Freddamente rispose Marmont, inchinandosi appena:
— Ordini, signora marchesa, del generale in capo.
XXIX.
La prima cosa che colpì Ibleto di Spigno nell'entrare entro la stanza in cui Marmont lo aveva preceduto, fu la nudità delle pareti e la crudezza del battuto. Non vide che un basso letticciuolo, d'un dubbio candore, ed una rozza, ampia tavola, formata d'assi posate su cavalletti. Sopra la tavola una carta geografica ed un pezzetto di carbone: la carta qua e là conservava traccie evidenti di nero fumo, a tal punto che un osservatore anche non superficiale ben poco ci si sarebbe potuto raccapezzare.
Nell'alzare gli occhi dalle suppellettili alle persone vide Ibleto il generale Bonaparte, il cui viso nella semi oscurità rotta appena da una lucernetta appesa al soffitto parea più infossato e gli occhi più vivi e brucianti: vide poi anche, ma soltanto perchè il Bonaparte gli si rivolse, l'Embriaco.
— Andate, dunque, conte: siamo intesi.
— Perfettamente: ai vostri ordini, generale.
Anche l'aria spavalda e ambigua dell'avventuriero aveva ceduto: appariva quasi umile, strisciante, desideroso d'eclissarsi, come se la presenza del giovine condottiero gli pesasse o lo incomodasse o lo intimidisse.
Rimasto solo con lo Spigno — chè anche Marmont ad un cenno era uscito — il Bonaparte senz'altri preamboli domandò:
— Quanti sono?
Il marchese s'irrigidì quasi avesse provato l'effetto d'una guanciata.
— Quanti sono? Che intendete dire, generale?
Gli occhi brucianti fissarono il visetto vizzo del vecchietto.
— Intendo dire: quanti sono gli Austro-Piemontesi?
— Mi prendete per una spia, generale? Sono il marchese Ibleto di Spigno.
— Lo so.
— E allora?
— E allora vi chiedo: quanti sono? Mi pare che soltanto per questo vi siate mosso, dietro ordine di Barras.....
— Dietro invito, vi prego.
— Non mi piace d'essere interrotto: ricordatelo una volta per sempre. Barras mi ha fissato qui il convegno con voi: qui devo sapere a che cosa vado incontro.
— Non lo sapete?
— Nè m'importa saperlo. La mia missione è d'andare, ma la mia volontà è anche d'infrangere ogni ostacolo. Ricordatelo.
Un istante di silenzio. Poi:
— Sono circa settantamila.
— Molti.
— Forse anche di più.
— Troppi. Ma non importa. Dove sono?
— Sbarrano tutti i valichi dalle langhe al mare.
— Muniti?
— Eccellentemente.
— La via è libera fino....?
— Quasi al Finale.
Il giovane generale si piegò sulla carta e rimase immobile. Il silenzio gravò a lungo. Senza alzare il capo, ad un dato momento chiese:
— Qui c'è uno sbarramento? Un forte?
— Dove?
— Qui, sopra Savona. A sinistra del colle d'Altare.
Ibleto di Spigno si curvò sulla carta.
— Forse: è da codeste parti il castello di Cosseria.
— Ben munito?
— Lo credo anzi sguernito.
— Può sostenere un assedio di due giorni?
— Può. Domina le langhe da ogni parte.
— Penseranno ad occuparlo?
— Beaulieu è volpe vecchia. Colli....
— .... è un asino. Ha l'esperienza d'Arena e di Saorgio e mi lascia via libera.
Ibleto parve riflettere.
— Via libera? Chissà. Forse qui c'è chi vi può trattenere.
— So. I tre nobili, guerriglia da chouans. Infatti mi possono far perdere un giorno: ma non di più.
— Chissà!
— Io lo so: e mi basta. D'altra parte Colli non lo sa e mi basta anche questo. Guerriglie da chouans, dilettantismo guerresco! La guerra non è un ideale, è una necessità. Offendere o difendere degli interessi, non delle idee. Neanche le crociate lo hanno fatto.
Ibleto di Spigno alzò il volto su cui errava un leggiero sogghigno e si lisciò la barbetta caprigna.
— Credevo che gli eserciti della Repubblica avessero la missione di svelare ai popoli la libertà, la eguaglianza e la fraternità.
Il viso del Bonaparte si rischiarò.
— Precisamente: come Roma largiva ovunque la propria cittadinanza.
— Roma.....
— Roma fu la forza ed ogni forza è Roma.
Troncò d'un gesto rapido la discussione. Rispose.
— I vostri tre nobili mi ostacoleranno?
— Forse. Ove il conte Embriaco non li dissuada.
Il generale Bonaparte si tirò il lobo inferiore dell'orecchio sinistro.
— Vedete molte cose, voi!
— Sono vecchio, ho molto osservato, ho riflettuto molto, ed ho cercato non di indovinare gli effetti, ma di cercare le cause. L'avvenire è tutto qui.
Un silenzio.
— Continuate.
— Voi, generale, siete un forte. I pochi che vi conoscono lo sanno e chi vi ha dato in mano i mezzi di rivelarvi non vi conosce. Non vi avrebbe favorito. È così che spesso il destino procede: chi crede di far precipitare offre invece il declivio per la salita rapida.
— Continuate.
— Continuerei volentieri se vi vedessi una qualche utilità.....
— Per voi...?
— Per me? No. Che posso temere? Io non ho da conquistare: non ho che da conservare e per conservare debbo orientarmi verso il più forte. Ora intuisco chi è il più forte e del resto l'avevo già prima sospettato. Purtuttavia posso anche ammettere di vedere una qualche utilità per me: sì, posso essere utile e quindi chiedere che utili mi si sia: posso essere utile perchè ho l'esperienza, perchè conosco gli uomini per quel tanto che è dato conoscerli e perchè li guardo con serenità sopra le passioni umane, sopra gli odii e gli amori, al di là della fortuna, lontano dagl'immediati interessi: posso essere utile e aver dell'utilità, cioè soddisfare il mio spirito osservatore e giocare con le anime come voi, generale, giocate coi corpi.
Il Bonaparte stava curvo sulla tavola, come se studiasse i segni del carboncino senza preoccuparsi di quanto diceva l'uomo vizzo e magro che parlava lisciandosi la barbetta caprina. Pure quando l'ometto si tacque alzò il viso e domandò:
— E verreste voi con me?
— Sì, verrei con voi. Vi credo: credo in voi. E debbo essere il primo a dirvelo.
— Il primo?
— Credo di sì. Non conto coloro che vi amano, chè, non hanno merito a credervi. Conto solamente coloro che con lucido spirito vi hanno osservato. Non credo che siano molti, e voi non sareste al posto che occupate.
— Può darsi che abbiate ragione.
— L'ho. Non ne dubitate nemmeno voi.
Il generale repubblicano piegò di nuovo il capo sulla carta mormorando:
— Riparleremo di tutto questo.
— A piacer vostro.
Un cenno che poteva passare per un commiato. Ibleto di Spigno salutò e si diresse alla porta. Fu richiamato.
— Marchese!
— Generale!
— Vi prego di avvertire la marchesa che le presenterò fra poco i miei omaggi.
— La marchesa ne sarà onorata e ve ne ringrazia a mezzo mio. Dubito però che possa ricevervi come desidererebbe e come meritate.
— Ho disposto perchè Junot le cedesse la propria stanza.
— Ve ne ringrazio.
Un nuovo cenno del capo, breve, come un comando. Ibleto uscì ed il Bonaparte ripiegò il viso sulla carta.
Passò forse un'ora: il giovane dai capegli incolti, fasciato nella sciarpa tricolore e insaccato negli alti stivali rimase immobile. Pareva addormentato.
La lucernetta appesa al soffitto spandeva un lume fioco: il silenzio era profondo. Attraverso le imposte sconnesse lo sguardo avrebbe potuto affondarsi nel cielo buio, così buio che puranco le stelle vi scomparivano. A tratti un passo cadenzato di sentinella frangeva il silenzio: con probabilità camminava sull'erba, rotta per un breve spazio da un po' di lastricato, forse la pietra d'un pozzo.
Tutto dormiva, forse, all'intorno, meno il giovane febbricitante che inseguiva il destino! Parea d'un pezzo solo con la tavola e la carta.
Quando anche la lucernetta diede gli ultimi guizzi, e si spense, il giovane condottiero non si mosse, quasi che le linee tracciate sulla carta gli permanessero nella retina e le vedesse anche al buio. Restò così a lungo a lungo, poi con un gesto secco e risoluto s'alzò e si avvicinò alla finestra. Tuffò la testa bruciante nel fresco della notte, ne provò un refrigerio, macchinalmente s'aggiustò la sciarpa e si ravviò con la destra i capegli. Poi si avviò verso la porta, l'aprì, se la richiuse dietro.
XXX.
La marchesa Fiorina di Spigno stava acconciandosi per la toilette notturna aiutata da Gilda, la quale dopo aver messo a letto — se si poteva chiamare letto l'esiguo numero di tappeti e di coperte possedute da Murat — la padrona come aveva potuto meglio, era passata dalla marchesa a ripetere le sue funzioni.
Chiarina dormiva di già sotto la protezione delle Tre Marie, ciò che l'aveva più consolata del letto reso abbastanza soffice dai cuscini della lettiga. La Spigno invece aveva penato alquanto per ridurre la cuccia di Junot all'alta carica di letto marchionale, ed ora dimessi gli abiti maschili s'era avvolta in un accappatoio formato alla bell'e meglio dal damasco che copriva la lettiga dei Grimaldi, e seduta sur un cassone abbandonava la bella chioma fluente, così lunga che l'avrebbe potuta ricoprir come una santa Agnese, nelle mani di Gilda, la quale felice di maneggiarla non si sbrigava davvero, protestando che prima di ravvolgerla entro un fazzoletto di seta adattato a cuffia, le era necessario districarla pazientemente. Ed intanto chiacchierava, da stordita qual'era.
— Sono tutti allegri questi soldati! Sembra che vadano a festa più che alla guerra. E il signor Tibullo è il più allegro di tutti, ma si prende troppe libertà con le ragazze onorate....
— L'avrai però messo a posto, imagino, Gilda!
— Ho tentato, signora marchesa: ma non è facile, chè questi soldati forse abituati con le vivandiere sono latini di mano più che di lingua....
— Ha voluto abbracciarti eh! Tibullo?
— Il signor Tibullo s'è preso un bello e buono rovescio di mano sul viso.....
— Gli avrai fatto poco male: hai le mani soffici.
— Non tanto, chè ci ho le nocche anch'io, e lo sa oltre il signor Tibullo anche il signor aiutante Murat....
— Come? Anche l'aiutante? Ma tu fai strage più del cannone, Gilda!
La vispa cameriera un po' confusa apriva tuttavia la bocca per replicare, quando la porta si spalancò e Marmont annunciò vibrato e imperioso:
— Il Generale!
Entrò il Bonaparte a passi brevi e rapidi e licenziò d'un cenno Gilda, la quale spaventata s'ecclissò davanti a Marmont che richiuse la porta uscendo.
— Signore — esclamò la marchesa alzandosi e raccogliendosi intorno alla persona la coperta di damasco — in quale società di villani avete imparato a trattar con le donne? Vi prevengo che nelle mie stanze non entra che chi piace a me, dopo che me ne ha chiesto permesso!
La coperta di damasco era più lunga che larga, di modo che una spalla e le gambe dal ginocchio in giù ne sfuggivano: una spalla non piena ma dal puro contorno, e due gambe affusolate, che la calza carnicina svelava scrupolosamente. I capegli fluenti, lunghi, serici e gli occhi sfolgoranti di dispetto davano alla piccola marchesa, che nel parlare s'era alzata sulla punta dei piedini, l'apparenza dell'angelo armato di fuoco posto a guardia del Paradiso Terrestre. Ma il giovane generale non ebbe un solo sguardo nè per la spalla nuda, nè per le gambe perfette, nè per la vibrante capigliatura: sedette sopra un alto cassone e come se domandasse la cosa più semplice di questo mondo, le chiese:
— Dov'è il vostro amante?
Accade spesso che gettando fuoco su fuoco, invece di ravvivarsi maggiormente, sembri spegnersi lì per lì: così la marchesa rimase interdetta sotto il nuovo insulto.
Mormorò:
— Il mio amante?
— Sì, il conte Lascaris.
Tutto poteva aspettarsi la marchesa dal nuovo ignoto che le stava dinanzi come un giudice ed un padrone, tutto, meno che le svelasse i suoi stessi segreti, quelli che credeva difesi da tutti, lontani da ogni sospetto. Mormorò ancora fissando il giovane generale quasi spaurita:
— Il mio amante?
— Il vostro amante. So che insieme al duca di Nervia ed al signor d'Altariva sta facendo una guerriglia da chouans e che s'illude d'opporsi al mio passaggio. È per questo che vi chiedo se sapete dov'è in questo momento e se vi incarichereste di dirgli da parte mia che è pazzo.
Fiorina a poco a poco riprendeva l'imperio di se stessa. Quel vedersi trattata come un oggetto qualunque, senza l'etichetta alla quale era abituata e la distanza che scavava un abisso fra la gente di corte e la borghesia, alla quale il giovane generale doveva appartenere, borghesia da codino stremenzito e senza parrucca, quel discorso a tu per tu da padrone ad inferiore la fece impennare.
— In quale fattoria di villani avete imparato a star seduto dinanzi ad una dama in piedi?
— Preferite che vi tratti da dama, anzi da donna, poichè la rivoluzione ha abolito gli aristo?
S'alzò, le si avvicinò, le posò una mano sulla spalla nuda brancicandola.
— Villano!
E la marchesa torcendosi tentò di sottrarsi alla mano adunca e imperiosa: ma il cassone che aveva dietro glielo impedì.
— Villano! Lasciatemi o grido.
— Gridate a piacere vostro, piccina! Potete star certa che nessuno aprirà quella porta.
Fiorina sentì gli occhi pieni di lagrime, forse lagrime di rabbia, ma lagrime. Ed implorò quasi:
— Lasciatemi.... mi fate male!
Forse ogni altra parola, anche violenta, anzi meglio violenta, avrebbe allontanato dalla donna il giovane generale, che non s'era mosso che per ragioni d'interesse bellico. Ma l'animo tenebroso del Bonaparte chiudeva istinti quasi sadici e subiva eccitamenti improvvisi che dovevano essere sodisfatti subito per non farlo dolorare come per insostenibile tortura.
L'implorazione femminile lo richiamò all'idea della donna e la donna gli mise nel sangue altri pensieri che non erano i politici. E quindi invece di lasciarla, più fortemente la brancicò: sopra la spalla nuda, la mano adunca si chiuse come un artiglio: con l'altra mano la cinse alla cintura e s'inchinò sopra il volto spaventato avvicinando la bocca alla piccola e fresca bocca che pareva socchiusa dal singhiozzo.
In quel pericoloso momento l'altro spirito indomito che si dibatteva in contrasto al maschile, ridiventò padrone di se stesso: il corpo della donna s'irrigidì, si torse, le mani libere sfiorarono il muro che avevano d'accanto: l'una trovò i fiocchi della sciabola di Junot che era appesa alla parete, per istinto salì all'elsa. Ed era sciabola di buon soldato facile ad uscir dal fodero e ne uscì.
Fu librata nell'aria e ricadde sul capo del Bonaparte.
Fortunatamente per i destini del futuro imperatore la mano era debole e per calare un fendente occorre un braccio nervoso e cinque dita sicure nell'elsa. La sciabola cadde a piattonata ma il colpo bastò a stordire l'uomo che ricadde all'indietro sui tappeti del lettuccio e vi restò senza fiato, immobile.
Un gorgoglio rauco saliva dalla bocca dell'abbattuto fino alla marchesa spaventata e senza fiato, gli occhi sbarrati e nell'anima il vago timore di una catastrofe.
Il quadro avrebbe sedotto più d'un famoso pennello: il giovane generale a metà sdraiato sul lettuccio, i capegli all'indietro e le mani contratte, fasciato della sciarpa tricolore, in iscorcio, duro il mento volontario, divaricate le gambe sottili: dall'altro lato la donna un po' curva, sciolta dalla coperta di damasco e difesa quindi dalla sola camicia corta e sottile, la sciabola pesante con la punta a terra, il volto contratto, la capigliatura intorno al corpo, nel biblico e leggendario costume d'Eva pittoresca, ma anelante, la bocca aperta, gli occhi gonfi di paura: il quadro avrebbe certo meritato, almeno quale documento storico, una matita fedele e geniale.
Rimasero lunghi istanti così, nell'immobilità della stanchezza e dello stordimento, finchè il Bonaparte non si rialzò con uno sforzo, puntando le mani sotto le reni. E la donna pure si raddrizzò, rialzando la coperta damascata e fasciandovisi. Poi coraggiosamente impugnò la sciabola a due mani e gridò:
— Se vi avvicinate vi ferisco!
Ma l'altro, subito, non la guardò nemmeno. Si ravviò i capegli, si riaggiustò gli alti stivali e la sciarpa e lo sparato. Poi s'avviò alla porta, di là si volse. Aveva una faccia grifagna e macchiata di tracce sanguigne, la bocca torcentesi in un rictus sinistro. L'immagine d'un uccello di rapina frustato nella furibonda calata sulla preda. Con uno strappo aprì la porta e se la richiuse dietro con violenza.
XXXI.
L'aria fredda notturna gli fece bene. Avidamente la bevve.
Poi mosse il primo passo.
E allora Marmont si fece innanzi impassibile e mormorò:
— L'altra dama è nella stanza di Murat.
Ed ebbe un cenno di risposta e restò irrigidito finchè l'ombra sottile non si perdette nella notte.
Nei pressi della stanza di Murat due altre ombre s'aggiravano guardinghe, furtive, celandosi all'angolo della casetta ove una specie di tettoia rozza, evidentemente adibita a ricovero di carri offriva un complice rifugio.
— Credete, amico Filippo, che il generale accoglierà la mia domanda?
— Giano mio, lo credo. Aspettate purtuttavia che l'aiutante Junot vi rassicuri sull'umore del generale. Bisogna andare a colpo sicuro: un no sarebbe sgradevole e per sempre. Aspettate il parere di Junot.
— Anche l'aiutante Marmont...
— Non vi fidate dell'aiutante Marmont: è geloso di chiunque e credo che mi ostacoli la promozione a comandante. Ah! Se potessi fra un anno ottenere la brigata che mi era stata promessa!
— Io mi accontenterei del grado di capitano.
— Naturalmente, ma io debbo scontar delle promesse: fino ad oggi le cose sono andate come le avevo presagite e il generale è sempre grato a chi non lo induce in errore.
— Che cosa avevate presagito, Filippo?
Un silenzio. Poi:
— Giano mio, non bisogna essere curiosi!
E quindi, quasi a correttivo della lezione:
— Sono affari di servizio! Scusate se non credo lecito di ripeterveli.
— Avete ragione — rispose il Lercari confuso — scusatemi voi.
E tacquero.
In quella un'altra ombra, sottile, irrequieta ma non guardinga apparve dal lato opposto dirigendosi verso la porta della stanza di Murat.
— Per Iddio — sclamò soffocatamente il Balbi.
— Chi si fa lecito d'avvicinarsi alla stanza della mia fidanzata?
D'un balzo fu quasi a tu per tu con la nuova ombra apparsa.
— Olà! Chi siete e che volete?
Giano che l'aveva seguito alzò d'improvviso la lanterna sul viso dello sconosciuto. Filippo Balbi fece un balzo all'indietro.
— Il generale!
— Il generale! — ripetè Giano.
— All'ordine, signori ufficiali! — Il Bonaparte seccamente replicò. — Che fate voi stessi qui?
Filippo Balbi interdetto rispose:
— Generale, in questa stanza riposa la mia fidanzata.
— La vostra fidanzata!
— La damigella Grimaldi, generale!
— E voi? Chi siete voi?
— Il capitano Filippo Balbi, generale.
— Ed io sono il cugino, l'alfiere Giano Lercari....
Il Bonaparte frenò un gesto d'impazienza.
— Dov'è Murat allora? Dov'è Murat?
Al Balbi non era ignoto che l'ordine d'alloggio per le due dame era stato dato dallo stesso Bonaparte: vide la scusa, s'insospettì, frenò un guizzo torbido e rispose:
— Vuole il generale che m'informi?
— Sì, andate.... ambedue.....
Un rigido saluto e l'ombra li riavvolse. Ma dopo alcuni passi, nell'angolo che possedeva la tettoia, il Balbi spinse lungi da sè Giano.
— Va, va, lasciami!
L'altro esitava.
— Va.... presto.... va! Rispondo io del tuo grado!
Ed il Lercari s'allontanò velocemente.
Rimasto solo Filippo Balbi tese l'orecchio sporgendosi dal ricovero. Udì il rumore secco e distinto del rozzo chiavistello che cedeva e il cigolare gemente della porta che s'apriva. Entro la stanza c'era una lucerna accesa: ne apparve uno sbiadito rettangolo sul terreno e quella fioca luce fu subito invasa da un corpo che però non l'occupava tutta.
— Dio! — mormorò Filippo fra sè.
La porta fu richiusa. L'ombra era entrata o no?
Il Balbi non istette in forse, ma si lanciò fuori dalla tettoia e in due passi fu all'uscio. Era chiuso. Allora accostò l'orecchio alla toppa.
Il cuore gli batteva così che subito non concepì alcun rumore anche leggiero: ma poi gli parve d'udire uno strisciar felpato di passi. E quindi il silenzio. Ed il silenzio durò a lungo. Che faceva colui nell'interno dinanzi alla fanciulla che giaceva nel sonno casto e verginale? Esitava? Si pentiva? Sarebbe tornato? Od era in preda al torbido fuoco del desiderio impuro e pur tuttavia si tratteneva come dinanzi a cosa sacra?
Il silenzio durò a lungo. E il cuore batteva al giovane ufficiale fino a spezzarglisi in petto, gli batteva sordamente e dolorosamente sì, ma più d'attesa che d'orrore. Con l'orecchia incollata alla toppa, le mani aggrinzate sul petto a comprimersi il sobbalzar doloroso, attendeva.
Attese a lungo. Finalmente un grido sùbito soffocato echeggiò nella stanza terrena, poi giunse l'eco d'una breve lotta, poi delle implorazioni femminili;
— Pietà.... padre.... Filip.....
L'udire il proprio nome sussurrato in aiuto fece sul giovane ufficiale l'effetto d'una guanciata. Ma non si mosse. Di dentro la sorda lotta continuò, poi un grido lacerante, poi un lamento gorgogliato come di bimbo che piangesse in silenzio, poi nulla più.
Ma nel momento istesso in cui, stanco, si rialzava, sull'omero di Filippo una mano tremante si posò:
— Balbi.... avete udito?
Riconobbe la voce di Betto Grimaldi, tremula e si drizzò di scatto.
— Ho udito — rispose con la voce malferma, — ho udito..... ed ho creduto che fosse.... vostra figlia.
La voce tremula domandò:
— E.... non era?
— Mi.... sembra.... che no.
Tacquero. Non si potevano vedere chiaramente in viso, ma s'indovinavano.
L'uno respirò:
— Mi sento più tranquillo!
L'altro gli fece eco nel respirare.
— Anch'io!
L'una voce non era già più tremula, nè più mal ferma l'altra.
E stettero in forse.
— Andate a riposare, Filippo?
— Stavo per farlo, Grimaldi!
In quella, ecco, l'uscio della stanza, dinanzi a cui si trattenevano, s'aprì. Una voce imperiosa chiamò:
— Marmont!
— Generale! — Rispose il chiamato.
E l'aiutante alzando una lanterna uscì dall'ombra. Stettero a guardarsi, immobili. Poi sotto gli occhi di fuoco del giovane condottiero pallidissimo, scarmigliato, sudante, gli altri occhi si abbassarono. E ruppe il silenzio brutalmente chi più degli altri avrebbe dovuto tacere.
— Conte — parlò secco e deciso — mi meraviglio di trovarvi qui....
L'altro barcollò. Il Bonaparte riprese:
— .... Credevo, speravo, che aveste già assunto, il comando della vostra mezza brigata.
Filippo Balbi sentì un'onda vorticosa di sangue salire dal cuore al cervello. Mormorò:
— Generale!....
— Non mi ringraziate — fu la breve risposta, che s'addolcì, per quanto lo poteva la voce nata per il comando.
Parlava a Betto.
— Signor Grimaldi, non ho alcuna intenzione di prendere la vostra città. Conservatevela.
— Generale!.....
— Non mi ringraziate!
E poi:
— Buona notte, signori!
Solo con l'aiutante Marmont, senza guardarlo, anzi volgendogli quasi le spalle, ordinò:
— Fra un'ora firmerò brevetto e salvacondotto.
Mosse un passo: ristè ancora.
— Marmont, cerca la cameriera di madamigella Grimaldi! Credo che ce ne sia bisogno!
XXXII.
Nell'ampia sala del Castello dei Lascaris la marchesa Isabella seduta rigidamente presso la tavola pareva immobile, mentre dall'altro lato l'abate Bernardino Viale, in Arcadia Amarillo Glucosio, curvo sotto un'alta lampada a quattro becchi — un alone d'oro morbido nel buio fondo — leggeva monotono e grave e cadenzato dei versi:
L'azzurro mar preclude il varco al mondo novo, che divinò ligure mente: i colli e i monti in diadema tondo serran da tergo il pian qui e là spiovente: in alto s'inabissa il ciel profondo: è breve terra ma superba gente v'opra ed è figlia prediletta al sole: ma chi v'impera è bizantina prole.
— Spero — sussurrò l'abate dopo aver atteso invano una parola d'approvazione — spero, confido d'essermi chiaramente espresso nella sommaria esposizione di quello che sarà il soggetto del primo canto del mio poema. L'argomento del detto canto è la descrizione della terra di Liguria, fra il mare, i monti e il cielo, sotto il dominio della possente famiglia dei Lascaris. Nutro la speranza che la signora marchesa approvi l'epiteto bizantina in omaggio a Teodossia, principessa di Bisanzio, capostipite.....
— Ho gustato l'epiteto, abate, e l'approvo. Quello che mi lascia dubbioso è l'affermazione che sulla terra di Liguria imperi la mia famiglia. Mi sembra alquanto esagerato.
— Mi permetto di contraddire calorosamente la signora marchesa, e di dimostrarle in pari tempo la verità del mio asserto. Nei poemi, che precedono il mio, c'è ovunque, per indicare un popolo, indicata invece una prosapia. Così nella enumerazione delle forze greche nell'Iliade, che mi dicono il signor cavalier Vincenzo Monti stia traducendo in versi liberi con l'aiuto del dotto grecista padre Biamonti: così Virgilio enuncia i popoli dell'Italia che Enea sconfigge, così Stazio e così Lucano, e per venire ai moderni il Tasso, che, ad esempio, sottomette le Puglie a Tancredi. Ecco perchè ho chiamato poeticamente ad imperare sulla Liguria i conti Lascaris, pensando che ne hanno i titoli. Quale famiglia infatti risale a così antichissima origine che si perde nella notte dei tempi? Nessuna invero, neppur quella dei Re di Sardegna.
— In questo sono con voi, abate!
— Godo d'aver con le deboli forze della mia circoscritta mente saputo convincere l'illustre e dotta marchesa Isabella di Spigno, contessa Lascaris di Tenda. E chiedo quindi licenza di proseguire.
— Proseguite pure, abate.
Amarillo Glucosio — scusino i lettori — l'abate Bernardino Viale tossicchiò, si dimenò sulla sedia e, quasi gli spiovesse dalle labbra il miele ibleo, accarezzò così le parole:
— Canto primo: invocazione. Non ho invocato la vergine musa, no: temo d'aver tanto osato. Chiamo a me la musa madre, Mnemosine.....
Madre, che sulle mitiche pendici, donde Pegaso a vol l'aere fendea, tra le figlie traevi i dì felici sul mondo, che dal tuo labro pendea, tu stessa il plettro mio guida, tu dici che madre e prole è qui maggior d'Enea: Madre che bina una corona preme, Prole che è Marte e che è Minerva insieme.
L'abate si tacque modestamente e curvò il capo gravato dal peso dell'alloro e la marchesa lusingata stava per aprir bocca ad assentire per largirgli il premio dovuto quando si aprì invece la porta ed il Moncherino annunciò:
— Il signor conte Emanuele Embriaco!
Prima ancora che la marchesa concedesse l'assenso, ecco l'avventuriero sulla soglia, sprofondarsi in un inchino e spazzare delle piume del feltro l'impiantito.
— Conte, benvenuto! Quali novelle portate di mio figlio?
— Liete novelle, spero, illustre signora marchesa, e più liete e sicure saranno se avrò l'ausiglio vostro.
— Parlate sibillino, conte!
Da qualche istante l'abate ritto sotto l'alta lucerna faceva profondi saluti all'Embriaco, il quale finalmente se ne accorse e li restituì affabilmente, pur rispondendo in pari tempo alla dama:
— Quali parole possono sembrar sibilline all'acuto discernimento della illustre signora marchesa?
— Le vostre, conte mio, le vostre che vi prego di spiegarmi.
— Agli ordini della illustre signora marchesa se vorrà darmi benigno ascolto. M'accorgo però — e me ne dolgo — d'aver interrotto l'eminente signor abate. La illustre signora marchesa perderà di leggieri nel confronto!
L'abate si profuse in inchini e in sorrisi mentre la dama rispondeva:
— Tregua ai motti ricercati, conte, e parlatemi di mio figlio.
— La signora marchesa non ne ha avute più notizie da quando partì meco?
— Nessuna, conte. Voi lo lasciaste da poco, vero? Ed è lui che vi manda?
— Due giorni or sono mi distaccai da lui. Ma non vengo a suo nome. Vengo bensì per lui.
— Parlate! Parlate!
L'Embriaco parve raccogliersi un istante: poi dichiarò:
— Un grave pericolo sovrasta sul capo del conte Lascaris.....
— Di mio figlio?!
— Del conte Lascaris, del signor d'Altariva e del signor duca di Nervia e sul vostro, signora marchesa, e sulla città.....
— Un grave pericolo?
— Gravissimo. Le orde repubblicane si rovesciano di nuovo sugli Stati d'Italia!
— Ripasseranno l'Alpi come due anni or sono.
— Temo che no. Le guida oggi, non una vecchia giberna come Arena, ma un giovane generale che vede lunge e che sprona sete di gloria e ambizione di potere. Le comanda un intelletto degno di comandare.
— E questo genio è a Parigi fra gli eleganti e le creole?
— È qui fra i soldati e i cannoni.
— Qui?
— A pochi passi, a San Bartolomeo. I villani di Sant'Antonio non furono cacciati da bande sperse che sconfinarono, ma da esercito ingordo di bottino ed anelante di saziarsi sulle belle contrade e le bellissime donne.
— Orrore! — sclamò l'abate facendosi il segno della croce.
Anche la marchesa Isabella rabbrividì, ma nascose il turbamento ed eluse il discorso.
— Mio figlio? dov'è mio figlio?
— Il conte Lascaris, col signor d'Altariva e il duca di Nervia, bivaccano a oriente della città, ripromettendosi probabilmente d'opporsi all'invasione. Folle pensiero. Poche centinaia di partigiani male equipaggiati come potranno resistere ad un esercito regolare trecento volte più numeroso, dotato d'artiglierie e fornito di munizioni ad esuberanza?
Tacque. Concluse:
— Saranno travolti, annientati, e inutilmente.
Un istante di silenzio. Poi la voce della marchesa sibilò:
— Venite a nome delle orde repubblicane, conte Embriaco?
Rimase interdetto, subito, preso così a bruciapelo, l'interpellato. Ma si rinfrancò e fu calma la risposta.
— Vengo come amico, vengo come colui che per vostra bontà, illustre signora marchesa, non si logora le mascelle in un qualche sotterraneo della Serenissima; infine vengo come colui che sedette a questa tavola, mangiò il vostro pane e bevette nel vostro bicchiere. E vi prego di credermi e d'aiutarmi.
— Credere che cosa? Aiutarvi in che?
— Credere in me, nella mia sincerità, nelle mie buone intenzioni. Aiutarmi a persuader vostro figlio.
— Persuaderlo a far che?
— A non resistere.
— A tradire?
— A non resistere, vi ripeto, dato che la resistenza è inutile e che sacrificherebbe delle vite umane senza costrutto.
La marchesa sogghignò:
— Non vi avrei mai creduto accessibile alla pietà, conte Embriaco. Affè mia che vi consiglierei quasi di cambiare la casacca che indossate con l'abito del signor abate.
— Voi scherzate sopra un vulcano, marchesa!
— Prova che non mi avete convinto.
— Volete permettermelo?
— Fate.
— Badate che il tempo stringe e che forse a quest'ora....
— V'avverto che impiegate argomenti poco atti a convincermi. Qui l'abate non vi troverà certo somiglianza alcuna con i grandi oratori del passato.
L'Embriaco si raccolse — o parve — poi risolutamente:
— Vi prego di ascoltarmi seriamente, marchesa.
— Vi ascolto.
La porta si spalancò all'improvviso.
— Vi prego di dire: v'ascoltiamo, madre mia!
Ed il conte Luca Lascaris penetrò nella stanza con Camillo Altariva e col duca Almerico di Nervia.
XXXIII.
Dal distacco nella notte infernale a quest'altra notte che poteva ben diventare infernale peggio della prima, i quattro patrizi non si erano trovati più di fronte. I sospetti iniziali de l'Altariva, quegli altri sospetti del Nervia, non erano pure tuttavia suffragati da prove evidenti nè da ragioni essenziali. E per di più Luca Lascaris non poteva dimenticare che portator d'una cara lettera gli era giunto colui che in quel momento, stando alle apparenze, avevano quasi forzato nel covo. Emanuele Embriaco per troppe emozioni della vita avventurosa ben si era fatto un uso del pericolo continuo: se l'esistenza gli premeva, pur tuttavia la rischiava come il giuocatore la borsa colma d'oro, che gli è tutto e solo patrimoniale.
Alla voce del Lascaris non diede subito a veder di commuoversi, ma pensando poi che un apparenza di insensibilità avrebbe potuto essere interpretata a suo favore e accrescere i sospetti, se ve n'erano, si voltò sorridente in viso di lieta sorpresa e salutò con effusione mal trattenuta, quasi che il rispetto dovuto alla dama gl'impedisse di mostrarsi quale avrebbe voluto e l'amicizia richiesto.
— Mi chiamo pupillo della fortuna! E godo che qui a saggiare gli argomenti, semplici del resto, ch'esporrò, siano tre miei pari, provati dalla guerra, maestra sempre di pratiche soluzioni, anche se guidi o sproni un ideale.
La marchesa Isabella si trovava separata dal figlio appunto da l'Embriaco: s'accontentò quindi d'uno sguardo, intuendo che qualche cosa di ben più importante d'un'effusione materna stava per accadere. Ci fu quindi un attimo d'immobilità nella sala. Poi Luca, restituendo il saluto, ripetè:
— Vi ascoltiamo dunque, conte Embriaco: parlate liberamente.
— Liberamente parlerò, certo, Lascaris! Quello ch'io debbo dire è troppo importante e voi troppo sottili, perchè non abbia il suo effetto: debbo dir questo. Abbiamo alle spalle un esercito agguerrito e possente; e lo guida un giovane generale spregiudicato che fra noi piomba come falco sulla preda.
Non rotea già più, ma piomba. L'esercito è composto d'orde scamiciate e indemoniate che scatena per l'anima un canto patriottico, bollente come acquavite in fiamma, e per il corpo uno sfrenato desiderio di bottino nelle nostre ubertose campagne e nelle pingui e grasse città. Nulla e nessuno varrà a frenare l'impeto irruente dell'orda: non l'esercito d'apparato del Beaulieu, nè quello mal condotto dal Colli. Sfortuna vuole che scaglioni repubblicani si trovino già sulle terre nostre: al rovesciarsi del fiume, tutti i torrenti vi sboccheranno, v'affluiranno i rivi, e se ne avvantaggierà per non indietreggiare. Ha un vantaggio sulla coalizione austro-piemontese: ma che dico un vantaggio: ne ha mille. Questi: È formato di volontarï e voi sapete, perchè capitanate volontarï, quanto siano preferibili, per la guerra che facciamo, ai regolari, alle truppe di lunga ferma, che assomiglierei volentieri alle ciurme delle galere, ai condannati al remo, posti in comparazione coi forsennati buonavoglie. Di più non hanno da difendere che se stessi, non terre, non famiglie, non averi. Ma che dico difendere! Essi giocano la pelle nella posta con la fortuna. Ed escono da città in preda al disordine ove han sofferto la fame e si son visti pendere sul capo la mannaia. Dicono di portar la libertà ma invece vengono a conquistarla. Faranno la guerra di Alessandro e di Cesare: avanzeranno cioè senza curarsi delle spalle, finchè non possederanno qualche cosa da mettere in salvo. Il che non avverrà certo fino a che non irromperanno nelle pianure di Lombardia. Eccovi in breve dunque che cos'è l'esercito che non isconfina per bande in cerca di che sfamarsi, ma deliberatamente per una conquista organizzata. Migliaia migliaia e migliaia d'uomini ben decisi e ben guidati. Ho detto. Adesso chiedetemi.
Un penoso silenzio gravò nella sala: immobili tutti, meno l'abate che si fece il segno della croce. Infine Luca Lascaris mostrò di voler parlare, ma fu fermato da Camillo Altariva.
— Vi prego, Lascaris, lasciate ch'io solo interroghi il conte Embriaco sulla situazione.
— Fate, Camillo.
L'avventuriero con un cenno mostrò d'attendere. L'altro fu breve e fu reciso.
— Vi manda il generale Bonaparte?
L'interpellato ebbe un moto, subito represso. Volle chiedere:
— Subisco forse un interrogatorio?
Ma si morse la lingua. E rispose tranquillamente:
— Sì, oggi, il generale Bonaparte manda me.
— Perchè, oggi? — non potè trattenersi dal domandare l'irruente Luca Lascaris.
L'Altariva represse un atto di stizza. Ma il male era fatto ed Emanuele Embriaco ne approfittò subito.
— Perchè domani, se per qualunque ragione il mio passo d'oggi fallisse mi seguirebbe un oratore ben più convincente.
Non aspettò questa volta d'essere interrogato. Compì:
— Il marchese Ibleto di Spigno.
— Voi mentite! — urlò il conte Lascaris mettendo per istinto mano alla spada.
Anche questa volta l'avventuriero seppe afferrar l'occasione che gli si presentava. Con accento doloroso esclamò:
— Sono ospite vostro e sono disarmato. Datemi campo e modo, quello che vi converrà, di rispondervi.
Camillo Altariva intervenne:
— Luca, ve ne prego, frenatevi. Il signor conte Embriaco vi ha mal compreso e vi comprenderà meglio se porrà mente a un fatto importante: la parentela che vi congiunge agli Spigno.
Un sorriso ambiguo dell'Embriaco diede luogo a varie interpretazioni. E per non lasciare che il Lascaris, a pena calmato, ancora si desse in braccio alla imperizia, l'Altariva domandò senz'altro:
— Il marchese di Spigno è dunque al campo francese?
— Vi apponete.
— E voi l'accompagnaste colà?
— L'incontrai nella mattina di ieri, dopo una notte d'incerto cammino, poichè avevo nelle strade buie e malagevoli smarrita la scorta: fui dal marchese condotto al campo francese. E se domani Ibleto di Spigno verrà ufficialmente a convincervi, oggi io mi sono allontanato per poche ore, senza alcun incarico, spontaneamente.
— Per noi?
— Non per voi: non credevo di trovarvi, non lo speravo. Ma bene speravo di veder qui la illustre marchesa.
— E qual'era il vostro pensiero?
— Questo: non v'opponete: è inutile. Ritarderete d'un giorno il passaggio del generale Bonaparte, forse. Dico forse perchè può qui lasciare un migliaio d'uomini a combattervi se guerriglierete e correre innanzi come vuol correre. Non ne guadagnerete dunque nulla e perderete i vostri uomini e perderete voi stessi: le vostre campagne saranno devastate, o, quel che è peggio, date in balìa al popolo di Ventimiglia che non vi seguirà, poichè Betto Grimaldi è al campo e tratta, e peggio, spera in un salvacondotto che gli permetta di conservare la città. Saranno spianati i vostri castelli e condotta in prigionia la nobile marchesa qui presente, e voi, se resterete in vita. Sacrificio inutile, credete a me.
Stava per protestare Luca Lascaris, e la stessa marchesa per intervenire, quando l'Altariva rispose:
— Vi credo!
Qui lo stesso Embriaco fu sorpreso.
— Vi credo — replicò l'Altariva — ma pongo due condizioni.
— Ditele.
— Veder domattina Ibleto di Spigno ed avere un colloquio col generale Bonaparte.
— Le credo accettabili.
Gravò il silenzio per qualche istante.
— Siamo dunque d'accordo, Emanuele Embriaco?
— D'accordo. E vado a comunicar quanto chiedete.
Un inchino, e l'Altariva si scostò scoprendo Almerico di Nervia, il quale era stato fino allora silenzioso e che si fece avanti, cupo in volto, lentamente.
— Vi chiedo scusa, signori. Desidererei domandare qualche breve schiarimento al signor conte Embriaco.
L'avventuriero provò un senso di gelo. Ma cortesemente rispose inchinandosi:
— Dite pure, duca. Sono ai vostri ordini.
— Vi ringrazio e sarò breve.
Parve riflettere, parve riordinare memorie e frasi. Poi con uno sforzo evidente, che si appalesava quasi commosso, incominciò:
— Diceste, se non erro, poco fa che incontraste nella mattina di ieri il marchese di Spigno, quando smarrito e abbandonato dalla scorta erravate lungi dalla buona strada.
— Credo infatti d'essermi espresso così.
— Vi ringrazio. Ma poichè v'avevo accolto nel mio accampamento ed io stesso v'avevo data la scorta vedo in quello che avvenne un po' di colpa mia.....
— Duca! Che dite!
— Lasciatemi dire. Ho mancato, spero crederete inavvertitamente, ai doveri elementari dell'ospitalità: ho mancato e tengo davanti a questi nobili uomini a chiedervene perdono.
— Duca! Ve ne prego!
— Lasciatemi dire....
— Non una parola di più, duca! Me ne offenderei.
— Perdonate! Ma non ho finito. Errai, mi perdonaste e ve ne son grato. Ben altri però hanno errato più di me, e tengo a che vi chiedano scusa.
Nella sala regnava profondo stupore. Nessuno comprendeva: anzi il Lascaris pensò che il duca vaneggiasse. Ma il rude gentiluomo non si distrasse. Dichiarò:
— Permettete che vi chiami il colpevole maggiore. E grazie se lo perdonerete, conte Embriaco.
Si voltò verso la porta, la spalancò di colpo e con voce stentorea gridò:
— Olà, vecchio Seborga, vieni avanti!
XXXIV.
Per quanto si possa per infinite ragioni di vita avventurosa, e per non contar nulla, o meno di nulla, da anni giorno per giorno la vita, rotti ad ogni improvvisa emozione, ed abituati a dominarsi corpo e spirito, nervi ed atti, pur tuttavia dinanzi al soprannaturale sempre l'uomo esita e barcolla e sente smarrirsi, anche per un attimo che può bastare alla sua perdita senza speranza alcuna.
Fu all'appello stentoreo del Nervia, a quella voce potente, a quel gesto teatrale di spalancar la porta, a quel nome che più non credeva d'udir sulla terra, a tutto quell'improvviso apparato per una resurrezione di Lazzaro, che Emanuele Embriaco perdette la partita; e si scavò la fossa ai piedi. Aprì gli occhi smisuratamente, con le braccia annaspò nell'aria, indietreggiò fino al muro e stette immobile sperduto intento al miracolo della risurrezione che doveva avvenire, o che in quell'istante aveva creduto e credeva che dovesse avvenire. Ma nessuno apparve sulla soglia: restò la porta spalancata, niun passo marcò la scalea, nel quadro non s'incorniciò alcuna figura spettrale. Ed il silenzio fu così profondo come in nessun deserto mai d'Arabia o dei ghiacci.
Allora Almerico di Nervia mosse un passo, richiuse la porta e con la voce sorda pronunciò:
— La prova è palese: vi siete accusato d'assassinio. Ed io, duca Almerico di Nervia, vi getto sul viso, conte Emanuele Embriaco, l'onta di fellonia!
— Ben giocato — rispose l'avventuriero tornato in un attimo padrone di sè, ben giocato!
Ansava ancora, leggermente, poichè si dominava, ma sorrise e continuò:
— Potrei dirvi che non sono forte negli enigmi, e che non capisco la vostra accusa. Ma ben invece comprendo che l'accusa di fellonia m'avete gettata per mettervi al mio paro, giacchè suppongo che mi vogliate assassinare.
— V'ingannate, signor conte! Il duca Almerico di Nervia non assassina. Ha diritto d'alta e bassa giustizia e potrebbe condannarvi per volere di Nostro Signore Iddio. Ma ben sa che il vostro nome, quantunque indegnamente portato, è titolo nobiliare pari al suo. Fra eguali di casta non c'è che una soluzione quando si getta come ho gettato in viso ad un nobile di schiatta l'onta di fellonia. Non c'è che il Giudizio di Dio e che una giustiziera: questa! —
E sguainò la spada.
— Alla buon'ora! Ecco una proposta piacevole! Avevo appunto bisogno di sgranchirmi le braccia!
Si volse con un inchino alla marchesa impietrita:
— Non sarà spettacolo il più acconcio, per una dama, quello delle smorfie e degli sgambetti d'un moribondo, poichè non vedo altro esito a quello che il signor duca appella Giudizio di Dio pomposamente, mentre io più semplicemente lo chiamerei un preziosissimo piccolo sgozzamento o sdrucio al corpo. E quindi mi permetto d'offrirvi il braccio, marchesa e contessa, per condurvi alla soglia.
— Vi ringrazio, signor conte, — rispose Isabella — una marchesa di Spigno, contessa Lascaris di Tenda non è una borghesuccia per ispaventarsi di qualche goccia di sangue azzurro! Se questi nobili signori mi permettono, una nobile dama farà da testimone al nuovo Giudizio di Dio!
— Madre!.... — esitò il conte Lascaris.
— Ho detto, Luca!
Tre inchini rispettosi furono la risposta. La marchesa Isabella sedette nel vano della finestra in fondo alla sala, e pallido e tremante le si rannicchiò vicino l'abate, il quale non isperò più di potersi allontanare. S'inginocchiò, il viso al muro, la faccia nelle mani, mormorando con la voce rotta:
— Mio Dio! Mio Dio! Buon signor Gesù!
Dinanzi ai due fu dal Lascaris e dall'Altariva trascinata la grande tavola del centro e disposta in modo da far barriera: poi la sala fu sgombrata dagli scranni e i due nobili signori assumendo senza invito, con necessaria semplicità, l'incarico di testimoni, misurarono l'impiantito e si degnarono d'accendere i doppieri che guarnivano le mura all'intorno.
L'ampio vano apparve così sfavillante di luce e soltanto avvolto in semioscurità restò il fondo ove i due spettatori, l'una rigida e imponente, l'altro umile e raggomitolato, assunsero l'apparenza di figure immobili ed indecise di cera.
— Le vostre spade, signori! — chiese Luca Lascaris.
Ciascuno degli avversari tese l'arme propria. La precauzione era di prammatica, ma inutile, chè tutte le spade in uso fra la gente di corte e di guerra erano della stessa misura. Differenziavano però nella larghezza della lama: più sottile quella di Emanuele Embriaco, più piatta quella del Nervia. Camillo Altariva fece l'osservazione e il conte Luca, sguainata la propria la confrontò con quella dell'avventuriero. Parevano gemelle. Mentre però si voltava per porgerla al Nervia, l'Embriaco intervenne:
— L'insulto maggiore che un gentiluomo possa subire, dopo quello all'onore, è di vedersi privato dalla propria spada in leale combattimento. Ve ne prego, adunque, conte Lascaris: lasciate al signor duca la spada. Troppo mi dorrebbe d'un vantaggio anche leggero....
Finì sorridendo.
— .... e troppo mi dorrebbe se dovessi cadere per l'arme vostra, conte, nel vostro castello.
— Vi ringrazio — fu la risposta del Nervia.
Gli avversari furono posti con le spalle al muro al lato opposto a quello ove la marchesa e l'abate si trovavano: ebbero quindi alla sinistra il muro sul quale potevano appoggiarsi con la mano libera invece di brandire il pugnale, che non usava più, è vero, nei duelli, ma che sarebbe stato di regola nei Giudizi di Dio! L'Altariva e il Lascaris, nude le spalle contro il corpo, con l'elsa sul petto e le braccia incrociate si disposero. Secondo l'uso d'allora, non si diede segnale d'attacco: non si poteva nemmeno intervenire che nel caso di palese slealtà d'uno dei due: i padrini erano puri testimoni e, sull'onore, non dovevano trar parola. Non dovevano che intervenire dietro appello d'un avversario nei duelli semplici: in niun caso in quelli che non sarebbero terminati che lealmente.
Il silenzio e l'immobilità regnarono dunque nella sala. Prima il Nervia accusatore, poi l'Embriaco accusato, salutarono, rigidamente: alzarono quindi le armi, per invito ad attacco: subito il duca abbassò la propria ed attaccò.
Stavano di fronte due maestri della nobile arte, due maestri che troppi anni e troppe occasioni avevano consumati nel fedele maneggiar dell'arme: si riconobbero a vicenda la maestria, si saggiarono, e si attaccarono, l'uno impassibile, sorridente l'altro. Si riattaccarono, alte le spade, le coccie al petto, d'impeto, a corpo a corpo: di comune pensiero si ristaccarono con un salto. E la schermaglia continuò. Le botte personali, messe in uso, fallirono: erano botte segrete, ma ognuno dei due sapeva che l'altro avrebbe messo in uso una botta segreta e dalla guardia stretta quando uno si toglieva, contemporaneamente si chiudeva in una più stretta difesa. Giunse un momento in cui, anelanti, i due si guardarono, le punte a terra, lontani, addossati alle due pareti opposte.
Nemmeno allora i due padrini si mossero: pareva che la gran sala non ospitasse che figure di pietra.
Finalmente a un gesto del Nervia anche l'Embriaco si mosse e le spade s'incrociarono di nuovo. Questa volta però nessuno dei due si gettò a capofitto nell'assalto furioso, ma bensì a vicenda attaccarono e si difesero pacatamente, come se si trovassero in una palestra con le lame mozze della punta. Si svolse allora un'accademia alla quale, pur immobili restando, s'appassionarono i due padrini e la stessa marchesa, tutti capaci d'apprezzar le maestrie.
Ad un momento l'Embriaco fece un passo falso e barcollò: l'avversario lo sostenne. Ad un altro momento un abile girata di mano dell'Embriaco fece saltar la spada al Nervia. Avrebbe avuto il diritto l'avventuriero di ferire e d'uccidere l'inerme avversario: il Nervia allargò anche le braccia sussurrando una preghiera. Ma l'arme dell'Embriaco si abbassò:
— Riprendete la spada, duca: cortesia per cortesia.
Il disarmato obbedì con un inchino.
Si fece allora innanzi Camillo Altariva.
— Assai vi lodo, nobili cavalieri! E poichè m'avvedo che nessuno di voi due intende approfittare d'una possibile inferiorità dell'avversario vi chiedo se non sarebbe opportuno che v'assicuraste l'elsa alla mano.
Due sguardi d'interrogazione e due assensi.
L'Altariva ringuainò la propria spada e s'accinse a servir da scudiere al Nervia legandogli l'elsa alla mano, ed altrettanto fece il Lascaris per l'Embriaco.
In quel momento di sosta dall'altro lato della sala un breve dialogo s'intrecciò:
— Ve ne prego, signor abate, allontanatevi, che ve ne dò licenza. Vedo che le forze non vi sostengono più.
— Le forze, è vero, mi mancano, illustre signora, ma la vostra presenza e l'abito che porto mi sosterranno, spero, chè non mi è permesso.....
— Ve ne dò licenza, allontanatevi.
— Sono cristiano e vi sono servo.....
— E allora ve lo impongo!
Non potè l'altro replicare che già i due padrini avevano ripreso la posizione di prima ed il duello era ricominciato. E continuava pacato. E poichè i due non si sarebbero scostati più dalla condotta che tenevano, più di difesa che di offesa, troppo maestri dell'arte loro per non contar che sulla stanchezza fisica, il Giudizio di Dio sarebbe durato a lungo, e probabilmente anche sospeso.
Ma il caso — come sempre accade — se ne immischiò.
Un grido soffocato della marchesa che vide cadere come un sacco il povero abate svenuto, risuonò smorzato nella sala. Almerico di Nervia non badò: più curioso l'Embriaco stornò per un attimo lo sguardo e nello stesso istante cadde di colpo trapassato il petto dalla lama avversaria.
E si torse appena sull'impiantito: e s'immobilizzò. Subito l'Altariva ed il Lascaris si curvarono sul caduto: poi si rialzò il primo e crollò il capo. Ma compiè il suo dovere come l'uso imponeva e lo chiamò tre volte a nome:
— Conte Emanuele Embriaco!
La marchesa cadde a ginocchio alzando le mani giunte.
— Conte Emanuele Embriaco!
Anche Luca piegò il ginocchio.
— Conte Emanuele Embriaco!
Ed allora ad alta voce:
— Monsignore Iddio si è pronunciato! Giustizia è fatta!
Almerico di Nervia si diresse verso la grande tavola, vi prese un foglio sul quale delle lineette eguali erano tracciate. Vi gettò lo sguardo senza forse vedere e, senza accorgersene forse, lesse:
L'azzurro mar preclude il varco....
Alzò la spada insozzata di sangue e la ripulì ben tranquillamente sul foglio segnato dai versi dell'abate.
XXXV.
Qualche istante meditabondo si librò increscioso per la vasta sala silenziosa. Il Nervia ringuainò dopo aver salutato il morto, poi si volse interrogativo al Lascaris, il quale comprese ed agitò il cordone del campanello che si profilava sull'arazzo.
Al tenue strepito del passo la Marchesa s'alzò.
— Vi chiedo licenza di ritirarmi, nobili signori.
Tre inchini, poi:
— Il signor abate non può offrirvi la mano, signora madre — rispose Luca Lascaris — Mi permetterete d'accompagnarvi.
Ma l'abate, pur tremando e battendo i denti, s'alzò e pose ogni studio nel volger le terga al cadavere e, pur essendone attirato ad ogni passo dalla mala curiosità, pervenne a raddrizzarsi, a irrigidirsi, ad assumere un contegno decente e, quantunque barcollando, ad alzare la destra e ad offrirla quasi galantemente alla dama.
— Signor abate, voi siete un eroe — gli sogghignò dietro il Nervia.
Un servo accorso alla scampanellata alzò la portiera e la coppia scomparve. Il servo ad un cenno di Luca ne chiamò altri e tutti insieme s'accinsero a sollevare il cadavere dopo averlo avvolto nel mantello.
Mentre il funebre gruppo s'avviava lentamente passando innanzi ai tre signori, due dei quali in omaggio pio si fecero il segno della croce curvando il ginocchio, un gentiluomo s'affacciò alla porta e poi si fece da parte perchè il gruppo avesse agio ad uscire.
— Il conte Embriaco è caduto sopra la punta fatale — disse il nuovo venuto — Qui gladio ferit, gladio perit. Buona pace!
Espresso così leggermente l'epitaffio al morto avventuriero entrò nella sala e salutò:
— Godo assai, Luca, nel vedervi in buona salute.
— Il marchese Ibleto di Spigno!
— In persona, in ossa e cartilàgini e pelo annesso. La vostra nobile signora Madre è vegeta e sana? E quel famoso colpo di spada, il cui effetto ho appunto osservato, è dunque opera vostra?
— Opera mia, signor marchese!
— Almerico di Nervia! Signor duca, vi sono schiavo, e mi dichiaro lieto di trovarmi in paese di conoscenze. Cioè, domando perdono.... presentatemi al signore, vi prego. Luca!
— Il nobile Camillo Altariva — mormorò invece il Lascaris additando nello scostarsi il terzo presente.
L'occhio vivo dello Spigno ebbe un guizzo. Il vecchietto si sprofondò subito, per celare la propria sorpresa, in un vasto inchino e s'accarezzò la barbetta concitato.
— Godo assai nel conoscervi, nobile Altariva!
— Conosco per fama la vostra saggezza, marchese!
— La mia saggezza è frutto di alcuni libri letti e di molto genere umano osservato. È dunque dovuta più all'età che al merito, dato che vi piaccia chiamarla saggezza. E godo nel poter constatare che la saggezza non esiste, dato che esistono soltanto le cose o le astrazioni compiute e non quelle in via di formazione. La mia saggezza oggi con voi tre potrebbe completarsi.
— Parlate sempre a indovinelli, Ibleto? Non ne avete perduta ancora l'abitudine? — esclamò Almerico di Nervia rozzamente. — Le vostre cartaccie polverose vi divertono dunque ancora?
— Sempre, Almerico, nella guisa istessa che a voi piace di schidionar la gente.
— Alludete al mio colpo di spada? Fu dato in disfida leale, vi prego di crederlo, e non senza la testimonianza di questi due signori.
— Vi credo, poffarbacco, vi credo! Emanuele Embriaco non era uomo da lasciarsi cavare una libbra di sangue senza pretendere di vederci chiaro e disputarla coi denti e con le unghie. Ve lo credo, Almerico! E mi dispiace di non aver assistito al certame singolare, appetto al quale le battaglie scozzesi che l'abate Cesarotti sta mettendo in versi volgari furono passatempi di bimbi, certamente! E se il conte Embriaco, non avesse voluto, da ingordo, qual'era, lasciarmi indietro, non ne sarei stato dal cattivo destino privato!