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Il Falco (Cronaca del 1796)

CRONACA DEL 1796 (continued 2)

Reading edition

In quella sera della fine di marzo mentre le nubi gonfie di pioggia turbinavano risalendo giganti verso le gole montane, aveva fissato il proprio accampamento sopra il paese d'Isolabona al confluente d'un minaccioso torrentaccio, gonfio per lo scioglier delle nevi, che scendeva al Nervia dalle alture di Perinaldo, raccolti gli innumerevoli rivi e rigagnoli e fossi di quella marca vulcanica ove s'aderge il paese di Baiardo e per cui si discende poi nell'opposta parte a San Romolo e quindi a San Remo. Per quella strada lunga e disagevole aspettava Almerico di Nervia una visita inusitata. Nientemeno aspettava la marchesa Fiorina di Spigno, emissaria del generale Colli, il comandante delle Armate di Piemonte e d'Austria. Il litorale non era sicuro: il generale francese Serrurier da Garessio a Savona — si credeva — Cervoni a Voltri: le valli fino al Finale risuonavano della Carmagnola e della Marsigliese. Per questo la bella marchesa di Spigno, con una mano d'uomini, cavalcando un muletto alpino s'era lanciata all'arembaggio di tutti i valichi anche i più tortuosi e per le valli del Cento e dell'Impero e poi per l'Argentina aveva intrapreso la strada poco sicura che per San Romolo, Perinaldo e Apricale discendeva a Isolabona. Una staffetta l'avea preceduta di poche ore e Almerico di Nervia, fatta continuare la staffetta al Lascaris, impiantato il bivacco a cavaliere delle due valli, attendeva impaziente.

Dovevano essere importanti le notizie perchè la bella marchesa si sobbarcasse a un tanto disagioso cammino! Il Nervia, uomo di mezza età, la barba piena e rotonda, gli occhi vivaci, possente di corporatura, vestito di cuoio alla cacciatora senza sproni agli alti stivali, seduto sopra un albero dimezzato dal fulmine, tentava di spingere lo sguardo fin dove la gola già quasi buia e le nubi che parevano basse e gettate a ferirsi in fra gli alberi spettrali, lo permettevano. Non portava altra arme che un coltello da caccia alla cintura e la mano impaziente agitava lo scudiscio e le labbra irrequiete lasciavano sfuggire un fischiettar sordo e frammentario.

Una calma enorme teneva le vallate, chè il vento era troppo in alto e, se accavallava le nubi, non giungeva ad urlar fra le gole: soltanto lo scrosciar dell'acqua precipitosa del torrentaccio scandiva la pace solenne. E a volta a volta lo stridulo grido delle scolte, un misto di civetta e di cucùlo, chè ovunque si avversava la rivoluzione l'allarme e l'avvertimento degli chouans vandeani s'era imposto. Soltanto, a un dato momento furono due i richiami che giunsero da un punto imprecisato, due che si seguirono a breve distanza, isocroni. Il duca lasciò di flagellarsi lo stivalone con lo scudiscio, s'alzò e tese l'orecchio. Il richiamo doppio si ripetè.

Nello stesso tempo, quasi rispondesse telepaticamente a un muto appello, dalla tenda più vicina che era appunto quella del comandante, benchè non differenziasse dalle altre che per le dimensioni e per essere più esposta ad ogni pericolo del cielo e degli uomini, un vecchio sbucò all'improvviso.

— Hai udito anche tu, Seborga?

— Sì, monsignore, e se non erro è stato il Monferrino.

— Il Monferrino? Ma non è di guardia verso Isolabona.

— Sì, Monsignore!

— Non è dunque ancora avvistata questa benedetta Marchesa?

— No, monsignore: credo che sia invece il conte Lascaris.

A malgrado l'impazienza che l'aduggiava, il duca Almerico non potè trattenere un sorriso.

— Benedetti gli innamorati!

— Dice un proverbio, monsignore — confidenzialmente aggiunse il Seborga — che il cuore marcia con gli stivali delle sette leghe.

— Avrei preferito parlare senza testimoni con Fiorina!

— Ma il conte Lascaris se ne sarebbe offeso.

— Hai ragione, vecchio Seborga. Nella tua bocca si forma il buon senso. Va' all'incontro degli ospiti, amico mio.

Il vecchio obbedì, come un fedele scudiero doveva ubbidire. Fido servo del Nervia, nato sulle terre feudali vent'anni prima del suo padrone, il Seborga non se n'era staccato un solo giorno da quando lo conduceva a tuffarsi nel mare, e gli insegnava a cavalcare a dorso nudo. Non viveva che di lui e per lui, e ne conosceva i più reconditi pensieri, quelli anche, forse, che Almerico non confessava neppure a se stesso. Muto, impassibile, non apriva bocca e non diceva la propria opinione che in presenza del suo solo padrone, a tu per tu, senza ambagi e senza falsi rispetti. Almerico di Nervia conservava una superstiziosa fiducia nei giudizi sommarï del vecchio Seborga: anche in quella sera quando lo vide tornare precedendo gli ospiti, l'interrogò con lo sguardo fisso. Il vecchio crollò il capo, segno che qualche cosa non gli garbava. Ma non potè saperne il pensiero completo: dietro di lui, concitato apparve il Lascaris seguito da un gruppo di uomini ignoti al Nervia.

— Ebbene, Almerico?

— Nulla ancora, Luca: sii calmo, te ne prego.

Con un cenno interrogativo mostrò le persone sconosciute che seguivano l'ospite e che s'erano fermate a qualche passo di distanza. Il Lascaris si ricompose.

— Hai ragione, duca, hai ragione.

D'un gesto staccò una persona dal gruppo:

— Il conte Emanuele Embriaco.

Mentre alzava lo sguardo al sopraggiunto, Almerico di Nervia incontrò l'occhio assonnato per abitudine ed ora sfavillante del Seborga. Per il che osservò attentamente, quanto almeno la cortesia gli permetteva, il gentiluomo presentato e che si inchinava amabilmente.

— Benvenuto, signor conte, — disse poi. — Sapevo che da qualche giorno eravate ospite dei nostri in oggi poco ospitali paraggi. E ringrazio il conte Lascaris di avervi qui condotto....

Luca l'interruppe.

— Almerico, permetti! Il conte Embriaco non sa ancora la ragione della mia venuta. Abbiamo fatto diverse strade: io pel litorale, egli per la Rocchetta e non ci siamo congiunti che al confluente giù, ove credevo di trovar Camillo Altariva disceso per le Maure, e che invece è ancora in ritardo. Appena raggiunto, mi premeva correr qui da te....

— Comprendo, comprendo. Tanto più ti comprendo.....

Strana cosa! Il muto Seborga, vassallo dalla nascita e come tale quindi beneducato a rimanere al suo posto davanti a personaggi pari al padrone, intervenne con una famigliarità che soltanto un ecclesiastico potea permettersi pur essendo di rango inferiore.

— .... in quanto la signora marchesa di Spigno non giungerà, questa sera almeno.

Padrone di se stesso Emanuele Embriaco lo era e lo dimostrò nel non lasciar muovere un sol muscolo del viso: ma non così il Ricciuto che gli stava a qualche passo dietro e che trasalì di colpo. Almerico di Nervia osservò l'ombra che s'era spostata violentemente al solo pronunciar di un nome e sporse il capo come se interrogasse il Lascaris sulla scorta.

— Gente fida, Almerico: gente mia e del conte Embriaco.

Troppo uso l'avventuriero agli agguati ed alle sorprese d'ogni genere per lasciarsi placar da un cenno di capo rassicurante: aveva seguito lo sguardo parlante del Seborga, drizzate le orecchie all'infrazione d'etichetta che nemmeno il trovarsi in campagna autorizzava, e per di più lo scatto del Ricciuto e la curiosità istintiva del Nervia erano sopravvenuti per non lasciarlo troppo tranquillo. Per la qual cosa credette opportuno di correre al riparo e lo fece con scioltezza elegante.

— Gente fida, sì, duca, ma non mia. Il conte Lascaris non ricorda esattamente. Ricciuto, Bracciodiferro, avanzatevi.

I nominati obbedirono.

— Permettetemi signor duca: il Ricciuto, maresciallo d'alloggio del Re di Piemonte, Nostra Sacra Real Maestà....

Si scoprì e tutti l'imitarono. Poi continuò:

— .... appartenente al Presidio della Ferania. E Bracciodiferro vassallo del signor marchese di Spigno.

Un istante di silenzio. Rumoreggiò il tuono al nord verso il monte Altomoro. Qualche rada goccia di pioggia crepitò sulle foglie novelle. Nel silenzio il torrente raddoppiò lo scrosciare.

A ricomporre animi e visi, ecco il Seborga impassibile, nella sua compostezza servile di vassallo di gran casa:

— Il signor duca e gli ospiti del signor duca sono serviti di rinfreschi nella tenda del signor duca!

XIII.

Primo a rompere il silenzio fu Luca Lascaris. Il pensiero che l'assillava mal gli faceva sopportar l'inazione. Avrebbe voluto muoversi, avrebbe voluto risalir verso Perinaldo incontro alla donna tanto più amata quanto più da mesi e mesi ne ignorava la esistenza sentimentale.

— Mi stupisco di una cosa, di una soltanto, duca, e cioè di vederti qui inattivo e neghittoso mentre una dama corre chi sa quali pericoli, alle prese con le spie francesi e con i banditi della vallata. Muoviamoci, per Nostra Signora di Lampedusa, andiamo tutti incontro alla dama che viene verso di noi: le abbrevieremo almeno le fatiche del cammino.

— Perfettamente ragionato, Luca, — rispose il Nervia pacatamente — Non sono io l'uomo al quale tu puoi rimproverare di mancar di riguardo non solo verso una dama del nostro mondo, ma neppure verso una donna. Ti prego soltanto di prestarmi attenzione e di arrischiare uno sguardo fuori di questa tenda: è posta sull'innesto di due sentieri, l'uno che sale a Perinaldo, l'altro che s'inerpica verso il nord, e precisamente verso il valico del Cravana. Da qual parte discenderà la marchesa? Non potevo arrischiare di mandarle incontro il mio vecchio Seborga, quantunque conosca le parole di benarrivo, degne di una tal dama....

Il Seborga afferrò immediatamente l'occasione che gli porgeva il suo signore. Disse, umile, con voce dimessa:

— E d'altra parte il signor duca bramava attendere gli eccellentissimi signori conte Lascaris e Camillo d'Altariva....

Anche il Seborga si rifiutava di pronunciare il nome Altariva privo dell'attestazione di nobiltà.

— Eccomi, — interruppe Luca — dividiamoci ed avviamoci!

Almerico di Nervia consultò con lo sguardo il fido scudiero e replicò:

— Che ne consigli, Seborga?

Il vecchio servo rispose:

— Ho l'onore di approvare il progetto dell'eccellentissimo signor conte Lascaris.

— Ben parlato, per Nostra Signora di Lampedusa. Questo è per te, vecchio Seborga: tienlo per mio ricordo!

Staccò dalla cintola il pugnale dall'impugnatura aspra di borchie preziose e lo porse allo scudiero.

— Umilmente ringrazio Vostra Eccellenza, e mi auguro di sguainarlo presto in vostro servizio....

— E della marchesa Fiorina!

— E della eccellentissima e graziosa signora marchesa di Spigno.

— Sia pure — concluse il Nervia — dividiamoci. Ma chi attenderà Camillo Altariva?

Incoraggiato dal buon successo, il vecchio Seborga si permise ancora di interloquire.

— Se le Vostre Eccellenze permettono.....

— Ascoltiamo il parere del mio buon Seborga, — annuì Almerico di Nervia — Se avesse presto il braccio come ha pronto il senno, ci porterebbe certo a guidare contro le masnade avide e brute di Barras e di Arena.

— Se pure è sempre Arena che ci viene incontro dal Varo — mormorò Luca Lascaris — Mi parlò il Grimaldi d'un generale ballerino mantenuto di donne.....

— O Arena o chi sia lo sapremo sempre a tempo, Luca: ma ascoltiamo il piano del Seborga!

Anche l'Embriaco ne parve desideroso.

— Ecco, eccellentissimo: sarei dell'umile parere che il mio eccelso signore qui rimanesse ad attendere il signor d'Altariva, o la illustre dama di Spigno, la quale potrebbe — e non ne stupirei — ben anco evitare i sentieri e scendere direttamente dai monti. Il signor Conte Lascaris ed il signor Conte Embriaco potrebbero affrontare i due sentieri.

— E come divideresti la scolta, Seborga?

Il vecchio scudiero non rispose: parve attendere che altri lo facesse in vece sua: ma nessuno fiatò.

Un'occhiata dell'Embriaco era bastata per fermare un'imprudente offerta del Ricciuto che aveva seguiti i nobili signori nella tenda per invito del Seborga.

Il quale allora terminò:

— Bracciodiferro, vassallo del Marchesato, potrebbe seguire il signor conte Embriaco ed andare così incontro alla sua nobile signora, ed il Ricciuto — lo salutò graziosamente — far la scorta al signor conte Lascaris.

— Accetto — rispose l'Embriaco.

E parve felice.

— Accetto — ripetè il Lascaris.

E poi:

— Affrontiamo la via prima che faccia notte.

— Non senza il bicchier della staffa, eccellentissimi ospiti ed amici — propose il duca.

Il vino rosso di Dolceacqua fu mesciuto nelle ciotole di legno che il Nervia usava portar seco nella sua vita errabonda: tanto l'Embriaco che il Lascaris vi appressarono appena le labbra, e così pure il Ricciuto. Ma Bracciodiferro che fumava la pipa seduto sul tronco d'albero su cui ci è apparso il Nervia, non si fece pregare: ne bevve anzi più del necessario. Ora, il vino rosso di Dolceacqua è traditore, dà alle gambe: sicchè quando le due piccole truppe vollero incamminarsi, il vassallo del signor marchese di Spigno tentò inutilmente d'alzarsi.

— Per tutti i diavoli di Satanasso — masticò la lingua grossa e la bocca pastosa — per tutti i diavoli di Satanasso, giuro che non mi è mai capitata una cosa simile!

— Ciò significa, signor mio, che non avete mai trincato del vino di Dolceacqua, — gli osservò mellifluamente il Seborga.

— Vino di Dolceacqua? Che canchero mi va dicendo il vecchio Gelindo! Vino di Dolceacqua? Ma ho tracannato botticini di vini delle Langhe e del Monferrato, del Polcevera e delle Cinque Terre, senza che le gambe mi facessero mai un simile scherzo. Per tutti i diavoli di Satanasso e per le sue cinquecentomila spose! non avrei mai creduto che un bicchierotto di legno col fondo alto un dito mi conciasse in questo modo! Alle gambe il vino! Ho sempre creduto che salisse al cervello!

— Al cervello di chi ne possiede, balordo — gli rispose ben secco l'Embriaco, apparso per l'appunto sul passo della tenda — al cervello di chi lo ha! Per intanto eccomi qui ridotto senza scudiero!

— Non sia mai detto che la Eccellenza vostra non venga servita come merita! E che debba privarsi di chi le regga la staffa, — replicò il Seborga. — In mancanza di questo balordo, che davvero, m'accorgo, non può muoversi, ascriverò a somma ventura di offrire i miei umili e modesti ma zelanti servigi al signor conte!

Solo allora l'avventuriero comprese che il tiro non era accidentale, ma servito con tutte le regole, e che il Seborga nascondeva un pericoloso disegno a suo svantaggio. Già ne aveva avuto il primo sospetto nell'udirgli svelare il probabile arrivo della marchesa di Spigno, che il Lascaris gli aveva taciuto, morso da un po' di gelosia, di cui non sapeva padroneggiarsi dopo la famosa lettera. Ma quello che era stato quasi fanciullesco pudore e innata ritrosia qualificò per disegno a suo danno ed unì Luca e Seborga in una sola intesa.

— Attento Emanuele — mormorò internamente a se stesso — qui si congiura contro di te. Attento, mio caro!

Ma padrone de' propri nervi mostrò un viso ilare alla cattiva fortuna e cennò amicalmente al vecchio scudiero del duca di Nervia.

— Ci guadagno una guida senza pari, — dichiarò. — Per il che, tutto sommato, posso anche perdonarti l'infrazione alla disciplina, Bracciodiferro. Ma ne riparleremo al mio ritorno, se tutto sarà andato a dovere.

Bracciodiferro apparve così sbalordito che trangugiò senza far motto il balordo regalatogli prodigalmente dal Seborga, mentre in tempi normali avrebbe per lo meno denudato, senza pudore alcuno lo schidione che teneva fra le mani.

Il Lascaris già in sella, impaziente, frenetico quasi, troncò la possibile querimonia.

— Andiamo! Andiamo dunque!

— Sii prudente, Luca — ammonì il Nervia.

Per tutta risposta l'altro spronò il cavallo.

Il Seborga resse la staffa all'Embriaco, il quale salutò l'ospite con tutta cortesia. Poi lo seguì. Le due piccole truppe s'avviarono per qualche diecina di minuti entro lo stesso malagevole sentiero, poi, giunte ad un bivio, senza parola si separarono, dirigendosi l'una verso levante e l'altra, quella dell'avventuriero, verso il nord, fosco e chiuso.

XIV.

Per un po' di tempo cavaliere e scudiero — quest'ultimo a piedi presso la staffa a sinistra — tennero la testa del manipolo composto di sei valligiani. E stettero silenziosi.

La strada era d'altronde malagevole, un sentiero da capre, che soltanto il cavallo montato dall'Embriaco, un cavallino tozzo delle scuderie del Nervia, poteva arbitrarsi a tenere. S'inerpicava il sentiero nel buio fondo incassato entro una specie di depressione del terreno, spoglia d'alberi e d'erbe, e rocciosa a giudicarne dal battere isocrono della zampa equina, che tentava ogni volta, prima di posarsi.

— Da che parte mi conduci, amico? — domandò l'Embriaco al Seborga chinandosi nel buio, ove possibilmente potea trovarsi il compagno.

— Che la Eccellenza vostra si lasci guidare, mio grazioso signore: potrò forse errare, chè tutti noi, miseri mortali, siamo soggetti all'errore, ma ho nel pensiero che la nobilissima signora marchesa per più sicurezza abbia preferito scendere dal Monte Acuto, e, fra il Bucarin e il Cravana, girando quest'ultimo, riprendere per Apricale. In questo caso è proprio verso di noi, fortunati, che apparirà d'improvviso.

— Me ne dispiace per il conte Lascaris, — osservò ridendo l'avventuriero. — Ma perchè hai scelto questa strada per me, amico?

— Non ho scelto, mio nobile signore. Il conte Lascaris si è avventato sulla via di Perinaldo, su quella cioè che gli è parsa la più probabile. Ma ho in animo che abbia errato, se posso così esprimermi per un tanto illustre signore.

— Andiamo dunque incontro alla bella Fiorina! E chi sa che non l'accompagni il buon Ibleto pel quale certo l'amico arcade Amarillo Glucosio troverebbe la rima in faceto.

— Il signor marchese di Spigno! Voi credete che il signor marchese di Spigno possa viaggiare in compagnia della illustre signora marchesa?

Tutto quanto era di pertinenza del marito, aggettivi e titoli il Seborga pronunciava con un'apparente colore di sprezzo, mentre riserbava la tinta, dell'entusiasmo per la bella Fiorina.

— E perchè no? Forse che non sono marito e moglie? O monsignore il Papa ha scoperto per dividerli qualche impedimento?

— Sono, è vero, marito e moglie, — replicò il Seborga con tanta serietà nella voce che l'altro ne fu colpito — ma sono pur anche, e più profondamente del burrone che fra poco fiancheggeremo, divisi dalla politica. La marchesa è per il Re. Il marito è un giacobino e un volterriano. Credevo che la Eccellenza vostra, che ha dimestichezza con le corte di Spigno, non l'ignorasse.

L'Embriaco drizzò le orecchie. La parola dimestichezza era stata pronunciata con una tal qual tinta d'ironia che mal gli suonò: l'altra parte ogni motto del vecchio scudiero gli giungeva fasciato d'intenzioni oscure e gli facea bollire in petto impeti d'ira trattenuta.

Le relazioni fra l'Embriaco e i marchesi di Spigno erano state cordiali sì, ma solamente col marito: per la sua avversione alla Repubblica di Genova, dominazione oligarchica senza alcun effetto di governo reale, fastosa, vuota, solenne e nulla, s'era trovato l'avventuriero immediatamente d'accordo con Ibleto di Spigno: con Fiorina invece poca dimestichezza: il Ricciuto con i suoi uomini s'erano accompagnati per un tratto breve di strada, quello che dalla Ferania va a Savona, poi tanto l'Embriaco che il Ricciuto conosciutisi ed apprezzatisi a vicenda avevano allungato insieme il cammino, semplicemente.

I soldati in quel tempo camminavano come tante pecore dietro il campanello del capo mandra, nè si sarebbero stupiti se il Ricciuto li avesse condotti in Bretagna o in Iscozia, come avvenne per l'invasione francese dell'Irlanda. D'altra parte Bracciodiferro e i suoi scherani seguivano l'Embriaco: o perchè non avrebbero dovuto seguirlo i soldati regolari del Ricciuto?

Tutto questo però non aveva aumentati i rapporti dell'avventuriero con la marchesa Fiorina, che conosceva appena.

Ora per l'appunto, dati simili precedenti, ecco la ragione dell'inquieto animo di Emanuele Embriaco! Infine, che cosa sapeva quel dannato vecchio scudiero? Era forse a cognizione della falsa lettera di Fiorina a Luca Lascaris? Sospettava o non sospettava nell'avventuriero quello che era veramente? O che era poi veramente Emanuele Embriaco? Fino a quel punto uno spettatore, e disinteressato, che avrebbe potuto decidersi o per il Piemonte o per la Francia, a seconda, od anche per la Serenissima ove i Serra, i Brignole ed i Cattaneo fossero mandati a piantar cavoli nei propri orti feudali: non aveva preferenze Emanuele Embriaco, e soddisfatto qualche odio personale non avrebbe chiesto che una buona paga e le terre e i palazzi confiscati. Tale era la sua posizione dopo tutto: ma chi può ben giudicare delle persone e chi è giusto? Non il Seborga certo.

Il quale Seborga, sospettoso, come tutti coloro che tengono ambe le chiavi del cuore del proprio signore, ma pur furbo, lavorava, secondo il pensier suo, diplomaticamente.

— Non è forse la Eccellenza Vostra addentro alle cose della corte di Spigno, come il signor conte Lascaris ha assicurato al mio padrone?

— Ah! cani, — mormorò fra sè l'Embriaco — te la darei io la corte di Spigno, a te e a quel zotico del tuo padrone!

Zotico no, ma vestito fuori di moda sì: in certo qual modo il damerino Embriaco s'apponeva.

E ad alta voce:

— Sono, è vero, intimo di quella che tu chiami la corte di Spigno, ma se ho parlato di politica, qualche volta col marchese Ibleto, mi sono ben guardato dall'importunare la graziosa marchesa.

— Si tratta di princìpi, non di politica, illustre signor conte!

A questo punto, miglior guida del Seborga, il cavallo dello Embriaco si fermò duro sopra un ciglione rifiutandosi d'avanzare e scuotendo la testa e tentando impennarsi.

— Manda a vedere che accade, scudiero!

Il Seborga obbedì: mandò due degli uomini di scorta, i quali tornarono subito con la lieta notizia che si trattava di un impiccato.

— Che ne avete fatto?

— Lo abbiamo gettato nel precipizio.

L'Embriaco si curvò nel buio e chiese con la sua voce più tranquilla e più melliflua:

— C'è un precipizio, vicino?

— Sì, mio illustre signore, un burrone a dirupo: lo costeggeremo fra poco. Ma non temete: conosco la via.

— Sono perfettamente tranquillo con te, amico. Se non che un passo falso è presto fatto ed un altro qualunque impiccato può farmi impennare il cavallo. È dunque meglio che i tuoi uomini ci precedano, come del resto mi par prudente: daranno meno o meglio l'avviso.

Il Seborga approvò.

— L'illustre signor conte Embriaco ha ragione!

I sei uomini che rimanevano al seguito raggiunsero i due che si trovavano all'avanguardia. Ed il drappello riprese il suo cammino: soltanto il Seborga rimase alla retroguardia, qualche passo dopo la staffa destra dell'Embriaco, avvicinandosi e mettendosi quindi alla pari quando intendeva parlare.

Il tempo carico e buio s'era mantenuto calmo come se aspettasse lo scoppiare della tempesta. A volte nello addentrarsi della comitiva in qualche gola si sentiva il vento fischiare e gli alberi svettare, a volte invece la calma era di tomba. Quando però il drappello riprese il cammino nell'ordine sopra descritto cominciarono a cadere grosse goccie di pioggia. Poi rumoreggiò il tuono, lontano.

— Fra poco avremo un regalo — susurrò nel buio la voce del Seborga.

L'Embriaco istintivamente si tastò alla cintura, sentì il largo e acuminato coltellaccio da cinghiale e pensò che meglio sarebbe stato entro le carni del vecchio scudiero che non nello sdruscito fodero di grosso cuoio. Ma riflettè che un grido solo, un solo grido l'avrebbe dato nelle mani della scorta a lottare contro gli otto contadini.

— Eppure — pensava — quest'uomo m'incomoda. Che cos'abbia con me non so, che sospetti non so nemmeno. Sento che mi prepara qualche brutto scherzo. Ad ogni modo sarebbe prudente che scomparisse prima d'un probabile incontro con la Spigno, poichè sento che proprio noi, a maggior dispetto di Luca Lascaris, incontreremo la bella Fiorina. Scomparire è presto detto: ma come?

Quasi in risposta guizzò in capo alla gola un lampo violento, mostrando nel serpeggiar che fece scoscese pareti di monti irti di alberi spettrali e profondo incavo di valle.

— Tenetevi a sinistra, signor mio colendissimo, — avvertì il Seborga alle spalle del cavaliere — chè siamo in prossimità del burrone.

Per tutta risposta l'Embriaco liberò dalla staffa il piede destro. Un altro lampo guizzò, il tuono rombò a breve distanza. Le rade goccie s'erano mutate in pioggia dirotta, che ad uno svolto improvviso lanciata dal vento venne a flagellar la comitiva. Poi uno scrosciar d'acqua quasi sotterraneo risuonò nell'abisso.

— Dove siamo, Seborga? Sul burrone?

— Sì, monsignore! Tenetevi a sinistra!

Un altro lampo: e al breve lume l'avventuriero scorse alla sua destra un precipizio scosceso e roccioso come fauci spalancate ad inghiottire. Allora frenò impercettibilmente il cavallo, così da permettere allo scudiero che lo seguiva di mettersi al suo passo. Come lo avvertì aderente alla gamba destra libera dalla staffa, l'inarcò, la sferrò, e d'un calcio possente lanciò il vecchio che non stava sulle sue e che non ebbe il tempo d'un urlo, nell'abisso.

XV.

La notte nera e tempestosa a poco a poco nello schiarir dell'alba s'acquetava quando un primo strappo nella cortina plumbea s'appalesò verso l'alta valle del Nervia. Un cane lupo tutto nero, dagli occhi di brage abbaiò furiosamente da un greppo spianato su cui sorgeva una capanna da pecoraio in maggese, muro a secco e tetto di paglia. In quel primo livido incerto apparir del giorno, quel cane avventato sul ciglio del greppo, le orecchie e la coda inarcate, il pelo arruffato, aperte le fauci e le pupille sinistre, parea l'unica viva cosa del creato, l'unico ribelle.

— Nerone! Che c'è, Nerone?

Il cane scuotendo la coda raddoppiò il furore.

— Nerone!

La voce che chiamava il cane era evidentemente una voce di donna: veniva dalla capanna nuda al cui stipite dell'imposta era addossata la sentinella, un soldato regolare piemontese, la doppia tracolla allentata, il fucile fra le gambe, il capo coperto dal berretto a punte e le ghette color cioccolata. Probabilmente la guardia s'era addormentata, nè l'abbaiar del cane nè la voce femminile erano abbastanza forti per destarlo.

— Nerone!

Il cane si voltò scodinzolando come se presentisse l'apparire di qualcuno, e infatti, scostando appena l'imposta pesante ed informe, apparve sulla soglia un'amazzone. Probabilmente non la si sarebbe creduta pericolosa se chi la doveva giudicare si fosse fermato all'apparenza: una statuetta di Sassonia bionda, esile, guance color di rosa e nasino impertinente a dividere due occhi azzurri insondabili.

Il cane lupo, che rispondeva al nome di Nerone, venne a prostrarsi dinanzi a due piedini minuscoli calzati d'alti stivaloni rossi e poi s'alzò a lambire due manine di fata, nude però, dalle unghie rosse, così, che parea si fossero intonate alle guance. Tanto i piedini come le piccole mani — a quanto parve — non bastarono a Nerone perchè d'un balzo tentò una più ardita carezza, nientemeno che di lambire una guancia.

Ma una frustata della fragile mano che si mostrò invece di ferro, lo fece ricadere a terra mortificato, e Nerone per darsi un contegno o per rimediare con un servigio l'ardimento, si rilanciò ad abbaiare furiosamente sull'orlo del ciglione.

— È certo che Nerone sente qualcuno! — mormorò la dama aguzzando la vista per quanto la foschia mattutina glielo permetteva.

In quella che si chinava come se volesse lanciar lo sguardo nel vuoto, inarcando la bella gamba che lo stivalone rosso calzava come un guanto, dalla capanna rimasta semiaperta uscì un nuovo personaggio. Era un vecchio segaligno dal viso arrugato e non raso da qualche giorno, chiuso in un pastrano color nocciola a doppia fila di mantellina che non passava il gomito: non ne usciva da una parte che la testa e dall'altra i piedi chiusi in stivaloni gialli sormontati da una fibbia di ferro greggio. Camminò verso la dama a piccoli passi da salotto, soffiandosi accuratamente sulle dita. Poi disse:

— Fiorina, amica mia, vi pare il modo forse di lasciar socchiusa la porta di quella stamberga? Una stamberga che neanche Gian Giacomo avrebbe accettato per mèta delle Passeggiate d'un solitario? E solitario mi avete lasciato, mia bella amica? E di amici si ha bisogno!.....

Senza ascoltarlo, intenta verso il vuoto velato dalla nebbia, la dama gli chiese, noncurandosi nemmeno di voltarsi:

— Ma davvero, Ibleto, non sentite nulla?

Il cane raddoppiò i latrati furiosi, irto il pelo, quasi inferocito contro l'invisibile.

— Sentire? Sentite qualche cosa? E che cosa?

— Ascoltate, ascoltate! Ma silenzio!

— Silenzio? Silenzio, se volete. Volete che la mia voce possa far concorrenza a quella di una donna?

— Ascoltate, ascoltate!

L'altro tese l'orecchio, docilmente.

— Ascolto. Ascoltiamo.

L'occhio gli brillò: tutto un impeto di sarcasmo che non gli colorì il viso nè glielo illuminò, visse nella pupilla.

Ma la piccola dama non gli badò; per qualche momento se ne stette nella posizione d'attenta aspettativa, sporta sul ciglione, poi ad un tratto esclamò:

— Ecco, guardate, non m'ingannavo!

Dalla bruma sottostante uscirono prima il rumore di sassi scostati ed urtati, poi delle voci, infine delle vaghe siloette umane. A capo delle quali un cavallo col relativo cavaliere, seguito da una scorta di otto soldati regolari.

— Guarda! Guarda! Guardiamo! Per il primo neo vezzoso che hai portato, Fiorina, giurerei di conoscere quell'uomo! Quell'uomo ha già fatto breccia nella mia memoria di prim'ordine dopo quella del signor di Fontenelle.

— Non posso dire altrettanto, Ibleto. Quell'uomo mi è perfettamente sconosciuto.

In quella ecco la cavalcata salir l'erta del ciglione e presentarsi dinanzi all'accampamento. Il cavaliere che la precedeva, senza attendere che qualcuno gli reggesse la staffa, balzò di sella e venne precipitosamente a piegare il ginocchio davanti alla marchesa, radendo il suolo col feltro.

— Ecco, a malgrado le brume, il sole è già sorto per me, chè i miei occhi vedono la bellissima signora Marchesa Fiorina di Spigno e si rasserenano poi nel contemplar la saggezza fatta persona, l'eccellentissimo e nobilissimo signor marchese Ibleto di Spigno!

— Per la natura maestra di tutti noi! Ma è l'Embriaco, quella buona lana di Emanuele Embriaco! In fede mia, Embriaco, mi par di leggere un capitolo del Gran Ciro o dell'Astrea o un romanzo del signor De Foe, tanto mi stupisco!

La marchesa di Spigno aggrottava le sopracciglia in segno di contenuto dispetto: aveva sperato fino a quel punto, complice la semi-oscurità della mattina, che fosse un altro il cavalier dell'incontro. E lo sapeva quest'altro che Fiorina si trovava per istrada collo specioso pretesto della politica, ma in verità per arrendersi all'ardore di certe lettere insensate e pazze.

«Fiorina, anima mia, — diceva qualcuna di quelle lettere, — pietà di me che non vivo più, che ti sogno anche ad occhi aperti, che ti desidero come un assetato, non vivendo che per te, macerandomi nell'impossibilità di correre a te come tutto il mio essere pretende. Fiorina, anima mia, come non senti la mia passione e poichè l'amor mio qui m'incatena, perchè non ti muovi alla mia volta, crudelissima cara, tiranna dolce di colui che una volta si chiamava....»

E qualcun'altra:

«Il mio dovere lo so è oggi più forte dell'amor mio. Ma domani, ma domani, Fiorina? Per carità, vieni! Tu che mi fosti accesa amante, siimi da lontano amica, per tramutarti poi quando le mie braccia ti stringeranno al mio seno, come si tramutavano le Dee quando accorrevano ai mortali che le adoravano in sogno».

E un'altra ancora:

«Questa notte mi sono apparsi gli avi miei, dal prode che si oppose a Magone Cartaginese a quello che vinse il Cesare romano, dall'imperatore di Bisanzio al Trovatore di Provenza, dal Crociato che seguì Pietro l'Eremita al consigliere sereno del Bearnese: tutti dall'amico di Filiberto, che gli cavalcò vicino quando entrò in Pinerolo, a colui che digiunò con Vittorio Amedeo: tutti mi apparvero piangendo, Fiorina, tendendomi le braccia e scuotendo mestamente le teste pensose. — Che avete, lor chiesi, perchè piangete? — E quelli: — Perchè tu certo domani calpesterai l'onor della tua casa e abbandonando le tue terre all'invasore correrai pazzamente da una donna, che è la tua signora, e pel cui bacio daresti — che monsignor Gesù te lo perdoni — anche l'anima tua e la tua vita eterna».

Ed altre ed altre ed altre, tante da emular in numero le opere del signor Aronet di Voltaire o del grande Muratori. Tante che Fiorina aveva dovuto ordinare un cofano capace e comandarne la serratura a un fabbro fiorentino sotto un falso nome perchè un'altra simile non si trovasse nel Regno di Sardegna. Tante che le avevano fatto dimenticar senno e prudenza e spinta al viaggio penoso, poichè in quei tempi politica e guerra non servivano spesso che di pretesto all'amore.

Non aveva, pudor di dama contegnosa, osato certo di avvertir l'amante dell'arrivo prossimo, no, ma sibbene il duca di Nervia, di tutto consapevole, e che non avrebbe mancato di fare, anche indirettamente, l'ambasciata. Ciò che noi sappiamo era infatti avvenuto.

Ed ecco, invece del bel cognito viso, della persona ben cognita, un volto ed un uomo sconosciuti, il quale pur tuttavia sembrava gentiluomo a giudicarlo dal gesto corretto con cui si tolse il feltro sformato dalla pioggia e dall'inchino profondo sì, profondissimo anzi, ma di stile, che gli piegò la persona per qualche minuto e cioè fino alla prima parola che la marchesa pronunciò, e che fu:

— Buon giorno, signore!

— Fiorina, mia cara, permettete ch'io faccia le presentazioni. Vi presento il conte Emanuele Embriaco, che suppongo del partito....

— .... della bellezza.

Così l'interruppe il nuovo arrivato. E continuò:

— È impossibile che in questo fosco mattino, il quale pretende farci credere che il sole sia nascosto mentre acceca me poveretto ma prediletto dagli dei, è impossibile pensare con altro che con gli occhi se pure abbacinati. Prego la eccellentissima signora marchesa di Spigno di accogliere il mio umile fervente e devoto saluto come in Elicona le Muse accoglievano benigne anche i più umili canti dei semplici pastori.

La marchesa — le donne facilmente sono disarmate dalle parole sonore che forse non comprendono ma che sempre intendono — sorrise all'Embriaco, mentre Ibleto di Spigno, sarcastico ma fine, proruppe:

— Ben tornito, ben tornito, il madrigale! Madrigale che il cavaliere di Parny avrebbe chiuso certo nel castone di una quartina e Piron entro uno snello epigramma, li vedo, ma non vedo chi li avrebbe detti meglio in prosa, nè gli Scudery, nè l'abate Bernardino Viale, mio collega in Arcadia, e dolce più del miele attico, siccome mi dice il nome di Glucosio che porta. A proposito di porta, se rientrassimo nella capanna? Punge il mattino, Fiorina, più che le spine delle rose di Ronsard.

XVI.

La Marchesa con un cenno del capo approvò l'invito, e precedette i due nobili signori nella capanna.

Oggi, la pratica vita che viviamo fa degli accampamenti notturni improvvisati un sommario emporio delle pochissime cose indispensabili: l'individuo esce dalla cornice abituale, cornice dorata, per entrare, una notte almeno, entro una cornice grezza e si obbliga a tante piccole rinunzie che addizionate formano il disagio. Non allora. Il lettore ne avrà un esempio se mi permetterà di mostrare succintamente l'interno della capanna, il giorno prima oscuro e miserevole abitacolo di mandriani, oggi, ossia nel giorno in cui vi entriamo, non indegno ricetto della marchesa di Spigno.

Pareti e tetto occultati da pesanti cortinaggi di broccato rosso ed il terreno battuto coperto di tappeti folti: un paravento alto la tagliava a metà ed occultava il letto della signora, ma non l'inginocchiatoio: al di qua una tavola bassa, molti cuscini e persino qualche stampa di scena villereccia appuntata nella tappezzeria: sulla tavola un volume aperto ed una lucerna a molti becchi. Semplice, come il lettore vede, facilmente smontabile e facilmente ricostruibile, ma comodo e tiepido, chè non vi mancava un bracere per mitigare la temperatura notturna.

Emanuele Embriaco non era certamente abituato alle mollezze, ma le pregiava, e quando gli era possibile se ne circondava. Sedette quindi volentieri ad un cenno della marchesa in sui cuscini offerti ed accettò una tazzina di caffè dalle mani d'Ibleto. Poi cominciarono a conversare e conversarono amabilmente, anche parlando di cose quotidiane e pressanti. Diede la stura il signor di Spigno che assillava la curiosità.

— Come e perchè, se mi è permesso interrogarvi, e v'interrogo nell'interesse comune, ho la fortuna di vedervi sorgere dalla bruma in questa mattina che ha la pretesa di annunciare la primavera, o valoroso Embriaco?

Parve all'avventuriero di sentir fissi e imponenti sopra di sè due formidabili occhi femminili. Già nel vedersi dinanzi invece della sola Fiorina anche Ibleto, avea pensato che l'appuntamento col Nervia e gli amici suoi dato dalla marchesa fosse dal marito ignorato. Era doppio il gioco e lo sguardo parlante di Fiorina chiedeva all'Embriaco una tal quale complicità, se, come sospettava la dama, fosse l'avventuriero in relazione col Nervia: ed ecco perchè aveva guardato e non parlato: poteva l'Embriaco trovarsi sbandato e solo senza alcuna relazione con i cospiratori.

Ma la complicità con Fiorina serviva all'avventuriero, il quale ricambiò lo sguardo con un altro d'intesa e in cuor suo si rallegrò di non aver al seguito nè il Ricciuto nè Bracciodiferro troppo noti al marchese di Spigno. Pensò:

— Quel maligno di un Seborga — pace all'anima sua, requiem aeternam — è stato di una furberia che si è voltata a mio vantaggio: gli farò dire una messa quando ne avrò l'occasione. Per intanto liquidiamo Genova.

E rispose ad alta voce:

— Se vi è permesso interrogarmi? Ve ne prego. O sono indotto in grossolano errore o mi par che voi pure, eccellentissimo, non vediate di buon occhio, la politica della Serenissima....

E pensava:

— Genova posso buttarla a mare impunemente: nè Fiorina nè Ibleto ci tengono.

Infatti il marchese scoppiò in una stridula risata.

— La Serenissima! Darei volentieri un Manuzio petrarchesco, che amo come la pupilla degli occhi miei, per sapere che cosa macchina la repubblica di Genova. E lo darei in pura perdita, gioco, poichè la repubblica di Genova, a mio avviso, non macchina un bel niente. Poichè niente può macchinare un cervello vuoto.

— Sono del vostro avviso per il partito al potere. Ma il popolare del farmacista Morando e dell'eccellentissimo Cattaneo?

— Popolare? Che popolare mi andate cianciando? Ciance, vere ciance quelle del partito del popolo: levati di lì che mi ci metto io. Non c'è partito di popolo senza libertà, uguaglianza e fraternità.

— Lo supponevo — fra sè gioì l'Embriaco.

Ma l'occhio fisso ed insistente di Fiorina pesava sempre sull'avventuriero, il quale rispose con uno sguardo d'intesa.

Intanto Ibleto proseguiva:

— Ma per tornare a voi, signor conte, e sempre con vostra licenza, qual'è lo scopo vostro nell'errare che fate in questi luoghi a capo d'una scorta di soldati regolari?

— Come i vostri, signor marchese.

— Come i miei, ne convengo, benchè i miei siano più di scorta alla marchesa che non a me. Io non conto, e me ne trovo benissimo: conta Fiorina, ciò che le fa piacere, e contenti tutti e due. Ma voi.....

— Io, se mi è lecito il paragone, sono vostro pari nelle condizioni momentanee: non conto. Chi conta è un brav'uomo di scudiero che suppongo appartenere alla casa Nervia.....

Occhiata di Fiorina, ricambiata.

— .... e che mi ha raccolto questa notte e poi s'è allontanato, ignoro con quali intenzioni, lasciandomi in balìa di questi soldati che ne sanno, credo, meno di me. Ecco la mia storia, marchese.

— Ma Bracciodiferro, conte?

Qui l'Embriaco rimase un po' dubbioso. La domanda a bruciapelo vagamente l'intimoriva. Quali interessi coesistevano fra i due coniugi perchè le aspirazioni e le simpatie od anche il partito dell'uno o dell'altra avessero il sopravvento? Quale dei due era da temere? Quale dei due da giocare? Non s'illudeva l'avventuriero: marciava sopra il filo d'un rasoio e non un rasoio da barbiere di reggimento, no, ma sopra un taglientissimo affilatissimo rasoio. Avrebbe potuto durarla a lungo? D'altra parte il marchese di Spigno aveva con somma abilità scelto il ruolo dell'interrogante, facile anche per chi doveva rispondere, ma non a lungo. Pure che fare? Quel nome di Bracciodiferro gettato là a che scopo? Che sapeva Ibleto? Che nascondeva Fiorina? Rispose:

— Non avete dunque incontrato Bracciodiferro?

Occhiata di Fiorina ricambiata. E la dama accorse:

— Avete forse inviato Bracciodiferro al Nervia?

— Per l'appunto, nobile signora.

— Ecco, vedete, marchese, a che approda la vostra testardaggine? A non farci incontrar Bracciodiferro.

Ibleto alzò le spalle.

— Mi curo di Bracciodiferro come della mia prima parrucca, e non ne domandavo che incidentalmente. Piuttosto, conte, quali notizie dell'esercito francese?

La marchesa di Spigno raddrizzò la snella personcina ed il viso di maiolica le si colorì tanto che gli occhi vispi apparvero iniettati di sangue. Parve pendere dal labbro dell'Embriaco.

— I francesi?

— L'esercito, sì, l'esercito francese al comando del nuovo generale, il piccolo Bonaparte?

— L'esercito del Varo?

— Ma sì, l'esercito del Varo.

— Lo credo a Nizza il vostro esercito del Varo.

— A Nizza? Come? Non è ancora incominciata la formidabile avanzata?

— No, ch'io mi sappia.

Marito e moglie s'interrogarono dello sguardo. Poi:

— Le informazioni erano precise — fece lei.

— Induzioni forse, previsioni, ma non informazioni, che il malanno colga gli informatori intelligenti! — borbottò lui.

— Aspettate — replicò allora l'Embriaco — Se per esercito del Varo intendete le bande senza freno e legge che si sono adunate su Nizza aspettando munizioni e soldo, e se per avanzata alludete agli sconfinamenti abituali, anzi giornalieri delle dette bande, posso darvi forse delle notizie fresche.

Viva curiosità della illustre coppia.

— Non più tardi.... aspettate.... di due giorni or sono fui spettatore d'uno di quei sconfinamenti.

— Spettatore? E in qual modo?

— Ecco, veramente spettatore no, ma ne ho avuto notizie precise.... Si tratta del sacco d'un villaggio....

— Quale?

— Sant'Antonio, mi pare.

— Proprio alle spalle di Ventimiglia, allora?

— Precisamente. Aspettate, ora che ci penso, credo che ci sia sotto qualche cosa di più grave.

— Ah! davvero?

— Credo. Ho sentito parlare di un ufficiale francese in missione presso il comandante Grimaldi.

— Non si trattava allora d'una banda spersa o d'uno sconfinamento senza importanza?

La marchesa intervenne:

— Potrebbe darsi che le due cose fossero indipendenti l'una dall'altra.

Lo Spigno scosse il capo in aria dubbiosa.

— Mi spiace assai contraddire una dama di tanto valore, — aggiunse al dubbio di Ibleto l'Embriaco — ma ora che ci ripenso, mi sembra che si parlasse d'un messaggero, non francese, sibbene d'un ufficiale genovese addetto al comando nemico.

— Aspettate: Filippo Balbi!

— Il fidanzato di Chiarina Grimaldi! — esclamò la marchesa.

— Per l'appunto, per l'appunto: quello!

Qualche istante di silenzio gravò sotto il damasco della capanna. Chi lo ruppe fu il marchese di Spigno, lisciandosi la barbetta in aria pensierosa.

— Fiorina, mia cara amica, Embriaco amico mio, ho bisogno del vostro consenso. Sopportar forte disagio, mia dama, e voi conte, condurci al presunto attendamento francese: è cosa della massima importanza e della massima urgenza.

XVII.

La Marchesa curvò il capo. L'Embriaco si premette la destra palma sul cuore e si chinò.

— Sono ai vostri ordini Marchese!

Ibleto pensò a lungo, poi riprese:

— Che consiglio mi dareste in coscienza, conte?

— Consiglio? Su quello che avete detto?

— Grazie no: sulla via da seguire.

— Capisco: lasciatemi riflettere.

Meditò che l'Altariva ultimo atteso al convegno doveva essere a quell'ora giunto da tempo e che quindi s'offriva la strada che avea tenuto colui e cioè quella delle Maure. La quale non metteva pur tuttavia che ai piedi della città e allora o prendere il mare per isbarcare a Latte....

— Niente mare — dichiarò Fiorina.

— .... o continuare il sentiero alpestre fino a Siestro, girar la punta di Roverino ed attraversare il Roia dinanzi al confluente del Bevera.

— È lunga la strada?

— Meno assai d'una tappa fino al Roja: poi nelle mani di Dio.

— Il fiume è gonfio?

— Non più di quello che sia un fiume in istagione prossima allo scioglier delle nevi, ma ignoro il guado.

— Quindi: incognita?

— Vi ripeto: nelle mani di Dio.

— E allora consigliate la via del mare?

— Umilmente, sì. Specie scegliendo la notte per dar meno nell'occhio.

— Una barca di pescatori non potrebbe destare sospetti.

— Una barca, no davvero. Ma basterà?

— Per tre persone? certamente.

— Tre persone? E le scorte?

Ibleto di Spigno lisciandosi la barbetta rispose:

— Le scorte? A che servirebbero?

— A difenderci.

— O non piuttosto a darci un'apparenza offensiva? No, niente scorte. O si trattò di pochi sbandati ed a quest'ora fatto il bottino sono rientrati a Nizza: o si tratta d'una vera avanzata e allora a che servirebbero le scorte composte di pochi uomini, sia pure dell'esercito regolare del Piemonte!

Dopo tutto non era meglio per l'avventuriero il perdere una buona volta quei soldati non suoi e che gli potevano costituire un pericolo continuo? Il disegno di Ibleto gli quadrò.

— Avete ragione, Marchese, come un teorema, direbbe il padre Pesante mio degno ex precettore. Seguiamo dunque la vostra idea. Ma prendiamo le Maure e discendiamo a San Secondo.

Il castellano di Spigno diede un ordine e in poco meno di mezz'ora la capanna rustica fu restituita al suo primitivo squallore. La marchesa Fiorina pur tuttavia non disdegnò dal presiedere in persona al ripiegamento dei tappeti, alla smontatura del letto, dello inginocchiatoio e della tavola: il tutto fu legato con cura, le suppellettili e i cuscini in cassette e pacchi, i tappeti arrotolati e fasciati in balla: ne risultarono sei colli che furono caricati su due muli poderosi. Ad un cenno la carovana si dispose in fila indiana e preceduta dall'Embriaco discese nella valle. I soldati del Nervia passivamente seguirono i compagni.

Il mattino persisteva nuvoloso, ma verso il mare cirri enormi erano accavallati dal vento, un vento di tramontana che spianava ed increspava le acque giallastre fino quasi a un miglio da terra e fin dove si spingevano le due correnti del fiume e del torrente che convergevano, sicchè il solo delta era giallastro: il restante della marina mostrava un colore ferrugigno livido instabile come ferrugigni lividi instabili si mantenevano i monti di cirri fumosi.

Il delta formato dal triangolo addossato al bosco delle Maure e limitato nei due cateti dal fiume Roja e dal torrente Nervia fino al mare, ciò che poi fu il borgo Sant'Agostino e la spiaggia delle Asse, appariva breve e stretto in allora: dalla parte del torrente era un groviglio di strami e d'ontani sopra un fondo paludoso e vergine di sentieri o guadi, meno la breve striscia della cornice fangosa o polverosa a seconda delle stagioni: verso il fiume Roja era più triste e sinistro ancora: ospitava un cimitero là ove si stende oggi la stazione della ferrovia, poi gli speroni delle colline si confondevano entro una chioma di pini silvestri, rossa d'estate come se avesse patito un incendio, nera nelle altre stagioni e irsuta come la chioma d'un gigante da leggenda.

La strada di comunicazione della Cornice aveva qua e là il segnacolo di qualche casetta, rivendugliolo od oste, un maniscalco, ma rozzi abituri sperduti che non mettevano in quel sinistro paesaggio foscoliano nemmeno quasi la nota della vita. Sul ponticello del rio San Secondo esisteva un corpo di guardia perduto, il primo segno della città vicina. La scorta avrebbe permesso di prenderne cura e certo il graduato e i suoi uomini che l'occupavano avrebbero fatto pro forma opposizione al passaggio d'una carovana così imponente. Ma — chi sa mai — avrebbero potuto anche dare l'allarme, cosa spiacevole e di fastidiose conseguenze. Per il che l'Embriaco si permise di consigliare la fermata e l'attendamento provvisorio della scorta che sarebbe poi penetrata in città con i passaporti ad attendere gli illustri ed eccellentissimi signori. Ed intanto loro tre ed un solo bravo avrebbero potuto discendere alla spiaggia e trovare infallantemente una barca peschereccia. Così fecero e un'ora dopo si trovarono al bordo umile d'una paranzella che si mosse a vela doppiando al largo la foce del Roja con tutta l'apparenza di cercar buona pesca con la rete d'alto mare.

Da un miglio in mare, costa colli monti e città assumevano tragici aspetti. Natura selvaggia, chiomata di neri pini, folta, bizzarra, seminata di ciglioni calvi di puro macigno e di caverne dall'aspetto preistorico, feroce. Una sopra le altre, a metà delle Maure, occhio ineguale acciecato come quello del Ciclope d'Odisseo parea che fissasse immobile, senza vederlo, dal cavo profondo, il mare fangoso che attraversavano. La pianura verso Bordighera tutta marese e dune intersecate dagli speroni delle colline a segnar le vallette: la punta di Sant'Ampeglio a capo della pianura, pareva una macchia nera sul mare giallo. A sinistra facea spalliera alla città di Ventimiglia, punto avvallato di congiunzione di due infinite ali di montagne, una sequenza di montagnole più sinistre ancora delle altre e si perdeva nella valle del Roja bieca e spoglia nell'alto. Ventimiglia assumeva l'aspetto d'un immane teschio posato sul vertice d'una collina di tufo, e pronto a ruinar sempre verso il mare a dirupo verso la spalliera misteriosa d'ombre e di foreste sottomarine che ancor oggi si chiama delle Calandre e che vista dal largo ha l'apparenza precisa d'un nordico fiordo. Soltanto il campanile della cattedrale, un antico tempio romano, rompeva l'aspetto di teschio mozzo assunto dalla città, e posato in un piatto il cui orlo era formato dalla cintura delle fortificazioni. Sotto il cielo nuvoloso, chi sa per quale rifrazione, il cumulo dei tetti livellato prendeva certi toni biancastri molto simili a quelli del marmo sfaldato da tempo con venature di ruggine simili alle giunture d'un cranio disseppellito.

— No davvero ch'io non invidio Betto Grimaldi — susurrò il marchese di Spigno — la residenza in una simile città non deve avere nulla di piacevole!

— E sopra tutto la dolce Chiarina — aggiunse la marchesa — io sento in coscienza di non invidiare: preferisco il mio castello del Monferrato per noioso che sia!

— Certamente che la nobiltà vostra ornata di grazie e di doni morali, — rispose l'Embriaco — farebbe in quel costone laggiù l'effetto d'una regina rediviva entro una necropoli: ma, e ne sono sicuro, ravviverebbe la cornice malinconica e muffita come certe castellane vostre antenate avrebbero tenuto corti d'amore in bicocche nude e fredde e spoglie delle Langhe e della Val d'Aosta!

Fiorina sorrise all'elogio, e Ibleto riprese:

— Sapete voi, conte, con precisione da chi sia circondato Betto Grimaldi?

— Gente di nessun conto, se ne si eccettui il capitano Cavalli.

— Lavinio Cavalli, l'innamorato di Virgilio?

— Perfettamente: il resto non val la pena di menzione: c'è, ve lo noto di sfuggita, quel soldataccio di Nicola Borzone, detto Senza-dio....

— Un volterriano?

— Che? un analfabeta privo d'un dito.....

— Ah! ah! capisco: grazioso il bisticcio. E poi?

— E poi, che so? Ah! aspettate: un bastardo di casa Lercari, Giano, lisciato e impomatato come un'insegna di profumiere.....

Fiorina parve risovvenirsi:

— Giano Lercari? Mi pare di averne avuto notizia.

— L'avrete probabilmente incontrato l'inverno scorso nelle conversazioni di casa Brignole. Fu lasciando il vecchio Brignole che ottenne il grado d'alfiere.

— Sì, mi ricordo: aveva un certo spirito nei conversari!

— Può darsi: quel che però è sicuro è che non l'affina laggiù.

E mostrò la città che stavano doppiando.

La barca peschereccia che li portava al suo bordo aveva oltrepassato le Calandre: qualche breve punta apparve e quindi la scogliera che vietava l'accesso dal mare al castello Altariva.

— Voi conoscete Camillo? — domandò Ibleto.

L'Embriaco accennò approvando.

— Lo conosco, se per conoscere volete intendere che l'abbia avvicinato.

— Naturalmente. Che ne pensate?

L'interrogato si strinse nelle spalle.

— Penso che tenga per il Re: Credo che di questo non faccia mistero.

— D'accordo. Ma con quale scopo? Dopo i primi entusiasmi della giovinezza non si milita in un partito, o non si sposa una causa, anche nobile, senza un interesse qualsiasi, immediato o lontano. Ch'io mi sappia Camillo Altariva non fu mai alla Corte, non ebbe mai dimestichezza con Sua Maestà nè con chi l'avvicinava. Non avvicina persona, Camillo Altariva. Perchè dunque si lega ad una causa che non può credere che perduta?

La marchesa mormorò senza volerlo:

— Forse per questo.

Ibleto si fe' pensieroso.

— Potete aver ragione, mia cara amica.

L'Embriaco osservò:

— Ma ben altri l'hanno sposata senza una ragione: il Nervia, Luca Lascaris....

Lo Spigno sorrise leggermente. Poi rispose:

— È diverso il punto di vista, mio caro. È diverso per i due che avete citato. Hanno fatto ambedue la scuola dei paggi, hanno abitata la Corte, Luca vi ha trovato moglie.

Fiorina trasalì, ma Ibleto non parve accorgersene. Continuò:

— .... ed Almerico di Nervia è ambizioso e Luca Lascaris è impulsivo. Ma Camillo nulla chiede e riflette troppo. Perchè dunque? Si sposa una causa....

— .... quando non si ama nessuno — completò Fiorina.

Il marchese rise argutamente.

— Diderot non avrebbe meglio risposto, amica mia.

Anche il castello Altariva restò a poppa.

Si profilava come centro d'un piccolo seno la spiaggia che forma un ruscello chiuso nella foce dall'alzarsi delle dune: quella spiaggia però vantava una caratteristica afferrabile a prima vista: aveva le arene candide.

Il pescatore, che teneva la scotta della vela latina, sputò silenziosamente nel mare come se compisse un rito, poi sempre muto alzò gli occhi a fissare i passeggeri.

— Che c'è, amico? — gli domandò Ibleto.

Per tutta risposta il marinaio puntò l'indice verso le arene candide, poi con isforzo pronunciò:

— Latte.

— Ah! siamo dunque giunti?

Per tutta risposta un cenno del capo.

I tre si guardarono incerti. Parve che in ognuno dominasse un pensiero diverso che convergeva però in un unico pensiero, e finalmente il marchese domandò:

— Da Latte si va a Sant'Antonio?

Un cenno affermativo.

— La strada è lunga?

Un cenno negativo.

— E allora, Fiorina, amica mia, e voi, conte, consigliatemi.

— Approdiamo — fu la risposta dell'Embriaco.

La Marchesa parve indifferente, per il che Ibleto rivolto al pescatore impassibile, ordinò:

— Approda!

XVIII.

Dopo un'infruttuosa nottata di ricerche febbrili, tornava Luca Lascaris furioso all'accampamento del Nervia, con la speranza ardente di trovarvi chi aveva inutilmente cercato, quando all'incrocio di due sentieri vide nel basso inerpicarsi un gruppetto di contadini che parevano sorreggere un pacco voluminoso e portarlo con molto rispetto. A malgrado l'impazienza che lo dominava, per la volontà, superiore ad ogni passione, di non lasciarsi dietro gente ignota, si voltò al Ricciuto che lo seguiva e gli disse:

— Guarda che succede laggiù.

— Debbo andare, Monsignore?

— Naturalmente, ma spicciati e torna subito.

Il comandato obbedì. Scese dalla cavalcatura, ne affidò le redini al soldato più vicino e s'avviò. Raggiunse la comitiva ignota un centinaio di metri più sotto. Erano sei villani e un prete che salivano salmodiando: precedeva un giovanottone dal viso ebete e dai capelli rasi che reggeva una rozza croce nera; seguivano quattro gagliardi montanari portando un'informe graticciata di pini selvatici sulla quale giaceva un corpo coperto nella parte superiore da uno straccio che avrebbe anche potuto passare per un pezzo di coperta da muli; seguiva il prete fiancheggiato da un vecchio untuoso che ripeteva le preci dei morti. Il Ricciuto giudicò inutile prender lingua dal villano che precedeva e la cui forza ebete mal gli pareva dovesse rispondere a un questionario anche succinto: si scostò addossandosi alle piante umide ancora della parte a monte per lasciar passar graticcio e portatori, e rivolgersi al prete che seguiva:

— Posso chiedervi, padre mio, chi accompagnate al cimitero di così buon mattino?

— Figlio — rispose il prete interrompendo le preci, ma non sospendendo il cammino — figlio, si tratta di un disgraziato il quale secondo ogni previsione mise un piede in fallo al passo delle Martore. Lo hanno trovato questi miei parrocchiani e lo portiamo adesso a dormire i suoi sonni eterni lassù, nel sacro recinto d'Apricale. Requiem aeternam...

— ... et lux perpetua....

Il Ricciuto si fece il segno della croce, si tolse il feltro sformato dalla pioggia e seguì mestamente il convoglio unendosi alle risposte del sagrestano. Giunta la comitiva ove il Lascaris aspettava, per rispetto si fermò, e il prete riprese le sue spiegazioni.

— Sapete chi sia, padre? — domandò il gentiluomo.

— Lo ignoro, colendissimo domine. Precipitò probabilmente assonnato, senza il tempo di riprendersi, testa all'ingiù, fracassandosela: è irriconoscibile. Tanto che credo inutile scoprirlo per non lasciare una trista memoria nei vostri occhi, Monsignore.

— Padre, non sono un damerino profumato, nè una svenevole damigella. Ne ho visto d'ogni colore. D'altra parte attendo amici che avrebbero dovuto giungere fin da ieri. Per levarmi dunque dall'ansia, vi prego di scoprire codesto morto, affinchè m'assicuri dell'esser suo.

— V'obbedisco, monsignore, quand'è così.

Uno dei portatori tolse la rozza coperta ed apparve un corpo coricato di fianco: abbigliamento dimesso, scarponi da montagna e giubbone di nessuna eleganza: il capo informe, una poltiglia di rossastro e di grigio impastata con ciocche di capegli bianchi.

— È strano — mormorò il Lascaris — come abbia potuto conciarsi così: direi quasi che dovette subìre una spinta o una violenza!

— Profondo è il passo delle Martore, monsignore, e tutto irto di rocce nude. Fu trovato proprio in fondo.

— Pace all'anima sua! Che Nostro Signore gli conceda il purgatorio, se non trapassò in peccato mortale! Ricopritelo pure, buona gente, ch'io non lo conosco..... No, no, un momento, aspettate!

Sporto dall'alto del cavallo, discopriva la parte celata del cadavere. Si accorse di un lucicchìo vivo.

— Guardate, vi prego, che arma porta alla cintura.

— Un pugnale, monsignore!

— Datemelo, vi prego.

— È peccato grave, colendissimo domine, di spogliare i morti!

— Obbedite!

Il più vicino dei portatori consultò dello sguardo il prete che annuì, poi si curvò sul morto e gli trasse dalla cintura un pugnale dall'impugnatura aspra di borchie preziose che Luca riconobbe immediatamente.

— Per nostra Signora del Miracolo! O mi prendono le traveggole o codesto è il pugnale che ieri ho donato io stesso al Seborga in premio dei suoi saggi consigli! Porgetemelo padre, ve ne prego!

Chè il villano aveva consegnata l'arme al prete. Il quale la benedisse e la porse al Lascaris.

— Non c'è alcun dubbio: è lo stesso. Costui che giace morto davanti a noi è forse dunque il buon Seborga?

Ad uno ad uno gli uomini del Lascaris vennero curiosamente ad esaminare il cadavere: ma tutti appartenevano al drappello del Ricciuto ed avevano intravveduto il Seborga a mala pena la sera prima. Nessuno dunque lo riconobbe.

— Padre — dichiarò Luca allora — io sono il conte Lascaris.....

I villici si sberrettarono e il prete s'inchinò.

— .... ed ho il sospetto che codesto povero morto sia lo scudiero del duca di Nervia.....

Nuovo sberrettamento e nuovo inchino.

— .... che accampa qui vicino. Ve ne prego, non vi spiaccia di allungare per poco la strada: il mio illustre amico ve ne sarà grato se i miei sospetti s'appongono.

— Nulla abbiamo da rifiutare all'eccellentissimo signor conte Lascaris ed al nostro signore il possente duca di Nervia: indicateci il cammino, monsignore, ed i vostri umili servi seguiranno le vostre traccie.

S'avviarono lentamente ma senza più salmodiare poichè non avevano più per mèta il cimitero.

XIX.

Nella notte in cui era avvenuta la morte violenta del Seborga, mentre Luca Lascaris da una parte e l'Embriaco dall'altra, erravano alla ricerca dei marchesi di Spigno, Camillo Altariva accompagnato da due servi giunse all'accampamento del Nervia. Edotto sommariamente di quanto era accaduto e della partenza dei due drappelli, partenza che disapprovò, si ritrasse nella tenda di Almerico e più regolarmente dei due che erano partiti lo mise a giorno degli avvenimenti. Parlò così:

— Posso errare, sebbene non lo creda, ma l'assalto di Sant'Antonio mi fa pensare che non si tratti d'una delle solite scorribande francesi, nè di semplici affamati alla ricerca di bottino. Sono accaduti tre fatti che non mi spiego. In primo luogo i banditi che hanno occupato Sant'Antonio non sono fuggiti dopo il colpo di mano, ma l'occupano ancora. Perchè? Si sentono dunque protetti alle spalle e quindi si tratterebbe d'un'avanzata vera e propria, non d'un semplice sconfinamento. È un'avanguardia, lo sento. Ma di chi? Forse dell'esercito del Varo? Ma fino a pochi giorni or sono l'esercito del Varo si componeva di pezzenti privi non solo d'armi e di munizioni, ma di vestiti e di vettovaglie. Fino a pochi giorni or sono si trattava di un'accozzaglia indisciplinata con qualche ufficiale per insegna più che per vera inquadratura d'esercito. Si è dunque compita una riforma radicale, ed una mano robusta ha preso la guida di quel gregge disperso? È un pensiero che m'assilla e mi preoccupa davvero.

— Lo comprendo, Camillo — rispose il Nervia.

— Altro fatto non meno importante. Betto Grimaldi ha ricevuto un messaggero. Si tratta, è vero, di Filippo Balbi, suo futuro genero, il quale per quanto messaggero pro forma, è sempre ufficiale della Serenissima distaccato presso il Comando Francese. Quale comando? Ecco il problema. Fino ad oggi fu a Parigi. Ma oggi? Che abbia seguito il nuovo generale in capo e che sia presso il Grimaldi per chiedere il lascia passare? Voi sapete che cosa ci sia costato l'opporci ai francesi due anni or sono.....

Almerico di Nervia aggrottò le sopracciglia: qualcuno meno temprato di lui avrebbe rabbrividito. Rispose con voce sorda:

— Lo so.

— Non risolleviamo dolorosi ricordi. Se è destino si compirà. Ma ricordate però — questo sì — che la città, ligia a Betto Grimaldi e alla Serenissima, oggi, e ieri presa dalla fremebonda pazzia parigina tanto da innalzare quello scherzo di cattivo genere, parodia d'albero di cuccagna, che chiamarono albero della libertà, ricordate che la città sola è nostra nemica e che merita un esempio. Vassalla dei Lascaris, dei Nervia e degli Altariva, si darebbe al primo venuto piuttosto che a noi ed al re. Mi comprendete? Mi approvate?

— Vi comprendo e v'approvo.

— Ordunque stringiamoci noi due, noi due, in questo patto: la città nostra!

— Per il Re!

— Sia: per il Re. Ma nostra!

— E di Luca Lascaris!

— E di Luca Lascaris. Ma poco possiamo contare sul nostro compagno valoroso e fedele di due anni or sono. È dominato da una folle passione per quella castellana di Spigno....

— Ma Fiorina è con noi, per il Re!

— La donna segue il vincitore.

S'alzò, uscì sulla soglia della tenda e rientrò.

— Che notte! Sembra fondo inverno. Che ore saranno?

— L'alba fra poco. Ma non mi avete confidato il terzo avvenimento al quale alludevate poco fa.

Camillo Altariva fece appello alla memoria.

— Avete ragione: ecco qua: è sparita la contessa Lascaris madre.

Il Nervia più che colpito guardò stupito l'interlocutore.

— Sparita! E in che modo? Spiegatevi.

— Facilmente. Ieri mattina la contessa uscì dal castello per la cavalcata abituale, seguita al solito da una scorta di quattro uomini. Non tornò, od almeno ieri poco prima del tramonto, quando io sono passato al castello per cercarvi Luca e recarmi qui con lui, seppi che non era tornata. Il fatto è senza precedenti: la contessa Isabella non ha mai prolungato oltre due ore la cavalcata mattutina. Le ultime notizie sono queste, madre e figlio uscirono insieme, girarono il forte, si separarono: Luca discese per guadare il Roia e girar Roverino per recarsi al vostro convegno, e la contessa, pare, scese verso il Bevera. Poi nulla più se ne sa.

— E in città? Che sia rimasta presso Chiarina Grimaldi?

— No: l'abate Bernardino Viale che vidi al castello, veniva appunto di città: niente contessa Isabella.

— E allora che sospettate?

Camillo Altariva si strinse nelle spalle.

— Sospettare è inutile. Credo che sia al campo francese.

— Al campo francese? Sostenete allora che esista un campo francese?

— Non lo metto più in dubbio.

Seguì un lungo silenzio. Lo ruppe il grido d'allarmi della scolta. I due gentiluomini s'alzarono e trassero verso l'uscita. Un sergente s'avvicinava. Fece il saluto e rimase in posizione immobile.

— Che c'è, sergente? — chiese il Nervia.

— È avvistata una mano d'uomini, monsignori.

— Conosciuti?

— La scorta dell'illustrissimo signor Conte Lascaris.

— Sta bene. Libero passo. Chi sa — proseguì rivolto all'Altariva — che Luca non ci accompagni i marchesi di Spigno. Avremo così qualche altra notizia importante. Ibleto è un gazzettino ambulante. Del resto, avete mai osservato, Camillo, che le notizie su ciò che ne avvicina arrivano sempre da lontano e ci sono portate dagli estranei?

— È naturale. Anime e cervelli sono presbiti, Almerico.

S'incamminarono verso il limite del breve spiazzo a dorso di collina su cui l'accampamento sorgeva. Il duca di Nervia doveva essere ben sicuro del suo servizio di scolte d'avamposti e di sentinelle perdute per accampare in luogo così facile a sorprese, sprofondato fra i picchi e le creste, avvallamento a sua volta vertice di collina ma circondato da minacciose muraglie scoscese, oltre le quali avrebbero potuto impunemente affacciarsi truppe nemiche dopo una preparazione facile d'imboscata. Vero è che vi si intrecciavano i due sentieri, ma il luogo era chiuso, era soffocato, e sotto lo spicchio di cielo nuvoloso tagliato e frastagliato bizzarramente dai picchi, avea l'apparenza d'una fossa difficilissima ad essere difesa e pronta a diventar tomba.

— M'accorgo adesso, Almerico, della strana località che avete scelto per accampamento, — disse Camillo un po' sorpreso.

— Non l'ho scelta: l'ho subìta. Ma non temete: ho disposto un vasto servizio di sorveglianza in alto e in basso.

— Oh! lo credo: vi conosco.

Proseguirono in silenzio, fino ad una gola oltre la quale si scopriva un tratto di sentiero già occupato dalla truppa che giungeva.

— È Luca Lascaris. Ma chi viene con lui? Si direbbe una portantina o una barella.

— Che abbia incontrato gli Spigno? — rispose Camillo con qualche cosa su le labbra che somigliava ad un sorriso: è proprio il caso di dire che Eros lo protegge.

— Se è portantina, è troppo rozza per esser degna della bellissima Fiorina. Ma non mi sembra, no anzi non è. Guardate: si direbbe un convoglio funebre.

— Avete ragione.

I due, preoccupati, avanzarono lentamente, non perdendo mai di vista la comitiva sopravveniente. La quale incominciava adesso la salita per cui la rozza portantina vista di scorcio, somigliava ad un informe bagaglio sopportato da due uomini di fatica.

— È una barella! — esclamò ad un tratto il Nervia.

— Lo sospettavo! — rispose l'Altariva.

La comitiva si mostrava a breve distanza: i due gentiluomini affrettarono il passo.

— Almerico — gridò la voce di Luca Lascaris, — avvicinati, amico!

Il chiamato obbedì: la truppa sostò e si divise in due ali: non rimase nel centro che la barella deposta sul terreno e il prete ritto da capo.

Luca Lascaris prese la parola, sordamente:

— Guarda tu, Almerico, se riconosci colui che giace morto colà: io gli ho tolto stamane quello che ieri gli avevo donato poichè l'anima sua più non bada ai doni terreni. Guarda, Almerico!

— Il mio vecchio Seborga!

Non una lagrima brillò sul viso bruno del Nervia: impietrò. Piegato il ginocchio vicino alla barella, tese la mano sul capo informe del cadavere.

— Che monsignore Iddio ti abbia presso di sè, mio vecchio Seborga!

— Amen — rispose il prete.

— Camillo, Luca, io desidero che il mio vecchio servo riposi vicino a coloro che ha servito ed amato durante una lunga vita che fu tutta devozione e sacrificio. Non vi dispiaccia unirvi a me nel pio tributo che intendo portare a colui che considero della mia casa.

— Noi siamo con te, Almerico — rispose Camillo Altariva.

Luca Lascaris piegò, annuendo, sulla sella.

— Al castello dei Nervia!

XX.

Il nido secolare dei Nervia di forma tozza e quadra, con la grande torre verso occidente, era posto sul declivio della collina che in allora chiudeva la valle a sinistra, separata dalla foce e dal mare da torbidi acquitrini e poi dallo accavallarsi di mobili dune. Il parco immenso lo precedeva e lo circondava ed il parco a sua volta era chiuso da una cerchia di mura in massima parte a secco, larghe e massicce che dal basso risalivano fino al vertice della collina e si riversavano sul declivio opposto. Da tre anni almeno, e cioè dalle prime minacce dell'invasione, Almerico aveva, con i servi più fedeli, inviato la duchessa e i due figli a Genova, donde, secondo l'abitudine incorsa, avevano preso imbarco per la Sardegna, l'isola essendo per la Corte di Piemonte e la nobiltà ligia un rifugio più sicuro. Da tre anni dunque parco e castello erano quasi abbandonati: pini sulla collina e platani nella pianura non più disciplinati dalle cesoie messe di moda da Le Nôtre, parevano tornati allo stato selvaggio: l'erba appariva alta sul largo viale che si mostrava dietro il cancello: giardino ed orto incolto s'erano arruffati come una capellatura non pettinata. A quei tempi, dal paese di Camporosso al mare, il torrente aveva tanto allargato il letto che occupava tutta la vasta cuna adagiata fra i due sproni di collina, quella delle Maure verso Ventimiglia e l'opposta verso Vallecrosia. Sicchè girato a monte il paesetto silenzioso, la cavalcata discese a valle quasi dinanzi al chiuso parco dei Nervia, e si accinse ad attraversare il letto del torrente, a secco in gran parte, chè non era ancor cominciato lo sciogliersi delle nevi, ma ingombro d'alti strami, d'ontani a macchie, di tutta insomma quella vegetazione posticcia che cresce a vista d'occhio là donde le acque si ritirano apparentemente.

— Possiamo attraversar con franchezza — dichiarò l'Altariva dominando con uno sguardo il paesaggio che pareva deserto e silenzioso e arcigno e quasi feroce. Nè il castello sbarrato e il parco folto l'ingentilivano poichè parevano laggiù di faccia drizzarsi a respingere chi minacciasse un'invasione.

— Sì, — annuì Luca Lascaris di malumore perchè obbligato a lasciare l'accampamento ove Fiorina poteva di momento in momento arrivare. Sì, non vedo pericolo alcuno, fuorchè nel gaogrosso.

Nel dialetto quasi provenzale dell'estrema Liguria, si dice gaogrosso al corso d'acqua maggiore che esista nel letto d'un fiume o d'un torrente, quello appunto che ne costituisce l'essenza. Per tutta risposta il Nervia alzò la mano libera dalle guide, e apparve un omuncolo sciancato, rivestito di pelli caprigne, il capo coperto da un cencio a guisa di turbante, reggendo con ambe le mani al petto un'enorme conchiglia univalva di forma allungata, simile ad una tromba rustica.

— Il Bagato va a cercare il guado — mormorò un soldato, e il mormorio si propagò e la truppa guardò curiosamente l'essere informe che saltabeccava agilmente fra gli strami e gli ontani e il cui nome evidentemente era derivato dal gioco dei tarocchi, anzi dal primo tarocco.

Le popolazioni marinare e in ispecie quelle dei pescatori, hanno in ogni tempo — l'estrema Liguria non ne mancò mai — qualche essere sgraziato e segnato dalla nascita che, un po' matto e un po' scemo, passa il suo tempo a studiare il cielo e il mare, a predire il vento e la pioggia, il fortunale e la tempesta, dando l'allarme ai dintorni, soffiando in una conchiglia univalva e traendone un suono cupo simile ad un muggito.

Il Bagato era evidentemente un rustico Nostradamus, ed i soldati che furono sempre i bimbi della feroce umanità, s'impossessarono del novello gioco offerto e attesero con giuliva curiosità il segnale che doveva avvertire della scoperta d'un guado. Nè il segnale tardò. Un muggito d'un tono solo ma lento, stanco e strascicato si levò dal centro del letto, là dove presumibilmente il gaogrosso scorreva; e la truppa seguendo Almerico di Nervia, che per il primo lanciò il cavallo nella discesa, si diresse disordinatamente serpeggiando verso il punto donde il cupo muggito giungeva a intervalli.

A poco a poco erbe e rami contorti d'ontani diradarono, qualche spiazzo di greto disseccato s'allargò, poi delle chiazze verdastre di muffa apparirono e degli acquitrini e delle pozzanghere, specchi di cielo intorbidati dalle zampe dei cavalli, poi una specie di baluardo di grosse e bianche selci calcaree e il torrente — il gao — apparve, largo venti metri almeno, nella sua parte più strozzata: nel mezzo il Bagato opponeva il corpo alle onde schiumose e scroscianti alzando la conchiglia alla bocca, statua vivente d'un piccolo fauno bacchico irsuto e giocondo.

La truppa guadò, risalì un altro baluardo di selci calcaree, poi ricominciarono i greti sgombri e gli acquitrini e finalmente per una penosa scarpata rovinante si trovò sulla strada maestra della vallata. Si fermò. Il Nervia s'occupò di piazzare personalmente le sentinelle, verso valle e verso mare, poi col restante s'avviò risoluto al cancello che s'intravvedeva fra i platani e gli ippocastani torreggianti. Invece di sciogliere l'enorme groviglio di catene arrugginite che avvinghiava le sbarre, vi postò due altre sentinelle, poi scostando i rami che piovevano in disordine dagli alberi annosi, cercò il muro di cinta. Scese allora da cavallo e fu dagli altri imitato. I due servi dell'Altariva alzarono la barella ove giaceva il corpo del Seborga appoggiandosene l'estremità sulle spalle e seguirono Almerico, poi Luca e Camillo e il Bagato chiusero la marcia. Il rimanente della truppa restò sul viale dinanzi al cancello celata fra gli alberi.

Il Nervia costeggiò a lungo penosamente il muro di cinta e il cammino era malagevole per lui più che per gli altri, anche per i due servi carichi della barella, poichè s'insinuavano nello spazio che egli faceva. Giunsero finalmente là dove il muro a secco incominciava: il fogliame v'era più folto e l'edera polverosa e pelosa vi si abbarbicava quasi con accanimento, formando una vasta placca nerastra. Senza sforzo alcuno il Duca alzò la cortina che pareva formare un corpo solo col muraglione ed apparve una breccia a fior di terra, un largo buco informe d'un metro almeno di diametro. Per il primo Almerico si chinò e passò. Poi passarono i due col funebre fardello, poi gli altri: il Bagato per ultimo lasciò cader la cortina. Al di là un altro busso vietava il passaggio: ma fu lasciato a sinistra ed apparve una radura, a capo della quale una cappella rotonda mostrava un pronao dorico e la porta aperta. Vi si diresse il duca di Nervia, ma, come fu vicino al pronao, si voltò ai due gentiluomini.

— Qui, voi lo sapete, dormono nella pace del Signore, quelli della mia casa che non lasciarono la vita in battaglia o nel mare o in prigionia presso i nemici o gli infedeli. Pochi uomini degli avi miei qui giacciono dunque e quasi tutte le donne invece. Non vi stupisca, amici, che intenda qui dar sepoltura al mio fedele Seborga: già un altro servo dei Nervia vi riposa, morto degnamente difendendo il castello da una scorreria di Dragutte il Barbarossa. Non già servo, ma amico fedele fu il Seborga per me. Mi cullò bimbo fra le sue braccia, m'insegnò i primi passi, mi pose per il primo su un cavallo, mi curò in una malattia mortale e contagiosa, fu in guerra con me, dormì nel bivacco al mio fianco, si privò della sua razione per sfamarmi, mi difese col suo corpo a scudo in battaglia, avrebbe dato per me, che Monsignor Gesù non ne veda che l'intenzione onesta, l'anima sua, la vita eterna per me!

Stese le mani sulla salma. Gli astanti si scoprirono.

— Povero amico, l'avversa fortuna ha voluto ch'io dovessi renderti il pietoso omaggio ch'io ti rendo. Ma te felice almeno che qui dormi fra coloro che hai tanto amato e tanto fedelmente servito! Chi sa, mio Seborga, ove dormirà il tuo padrone, mentre oggi profugo della sua casa non la visita che furtivamente, come un lupo inseguito, solo ormai, lontano da chi ama, ultimo fedele d'una causa perduta. Verranno i giorni migliori, forse, e i miei figli, tornando sulle nostre terre, me forse non troveranno a dormire nel sepolcro dei miei. Ma te almeno troveranno mio Seborga: ebbene, faccia il Signore Iddio che le lagrime e le preghiere che udranno queste tombe siano fra te e me divise, fedele amico, siccome abbiamo tutte le buone e le male venture nella vita. E se tu qui mi rappresenterai, ebbene, che i miei figli piangano sul tuo sepolcro come se fosse il mio!

Tacque. D'un gesto sobrio indicò il fondo ai servi dell'Altariva; i servi s'alzarono e vi si avviarono. C'era, fra due grandi urne di pietra, una rozza tomba in muratura coperta da una lastra di marmo sulla quale era impressa a punta di pugnale una croce e sotto due parole: Fido Sebastiano.

— Sollevate quel marmo — comandò il Nervia.

Il coperchio del sepolcro fu smosso: apparvero poche ossa bianche e un teschio lucente in mezzo a polvere nera impalpabile.

— Il fedel Seborga può dormire col fedel Sebastiano.

Il cadavere tolto dalla barella fu adagiato nella polvere nera e v'affondò come se le braccia del fedel Sebastiano s'aprissero per accogliere l'altro servo fedele. E il marmo tolse per sempre agli sguardi profani il corpo che l'anima certo contemplava da un mondo migliore.

XXI.

Quando si ritrovarono di nuovo sullo spiazzo dinanzi all'attico pronao, Almerico sostò e chiese:

— Che pensate, amici, della morte del Seborga?

Silenzio: i due curvarono il capo.

— Dunque: il mio sospetto.

Luca Lascaris parlò:

— Sospetto è vaga parola ed è accusa grave. Il Seborga partì con Emanuele Embriaco della cui onestà posso rispondere.....

— Sono davvero i tempi in cui si può rispondere della onestà di qualcuno! — mormorò sordamente l'Altariva.

Il Conte s'impennò:

— Camillo, vi prego di ricordarvi che l'Embriaco venne a me con una lettera della cui verità nessuno ha il diritto di dubitare me vivente e sano. Emanuele Embriaco è fuoruscito....

— Bandito.

— .... sia pure, bandito genovese: titolo di stima per noi che combattiamo per il Re. Venne con soldati regolari e con vassalli del marchese di Spigno. Si rifugiò nel mio castello.....

— Per iscampare dal Grimaldi e dal Borzone.

— .... potrei rispondervi che era munito di tal lettera che gli dava pieno diritto alla mia ospitalità. E se pur venne per iscampare dal Grimaldi e dal Borzone lo fece nella sua qualità di fuoruscito.... o bandito se meglio vi piace. Da allora però seguì la nostra fortuna fedelmente. Vi faccio anche notare che ieri a notte chi divise i drappelli fu il Seborga che mi diede lo scudiere dell'Embriaco e s'unì alla scorta del Conte....

Almerico di Nervia intervenne.

— Lascaris, non accuso dicendo che sospetto.... come del resto voi due sospettate: Camillo.....

— .... fin dal primo momento.

— .... e voi Luca nell'interno del cuore, a malgrado le ragioni che accumulate. Può darsi che nella notte buia sia sdrucciolato un piede al vecchio Seborga, benchè a giudizio di chi l'ha raccolto sia stato rinvenuto proprio nel fondo senza che l'erba e le piante del precipizio presentino traccia alcuna del passaggio. E chi pone un piede in fallo s'aggrappa, lotta, urla, chiede aiuto. Come non l'hanno udito? Pur tuttavia non accuso, no, sospetto.. Abbiamo per buona ventura di che fortificare o dissipare il nostro sospetto. Abbiamo i due scudieri di Emanuele Embriaco, l'uno rimasto con me, l'altro....

— Venuto e tornato meco.

— Precisamente. Sapremo da quei due la verità. Sono all'accampamento: mando un ordine per farli qui proseguire.

— Bada, — fece osservare l'Altariva — bada a quello che fai. Ho più d'una volta osservato i due scherani: l'uno è grossolano soldato, un reitro del buon tempo antico, e non lo credo al corrente dei fatti e pensamenti del suo padrone. L'altro, quello che vi seguì, Luca, è volpe fina, astuto come un chierico: non ne caverete nulla.

Il Nervia sorrise:

— O con l'oro o con la tortura parlerà.

— Possibile: tentar non nuoce.

In quella ululò la conchiglia. Ma contemporaneamente il verso della civetta si fece sentire tre volte a eguali intervalli: poi le frasche fuor del muro di cinta stormirono, agitate con violenza come da persona che vi si intromettesse. L'Altariva e il Lascaris avevano per istinto messo mano alle armi: il Nervia era invece rimasto tranquillo.

— Non v'esaltate: qualcuno dei miei.

L'edera della breccia venne sollevata dall'esterno e apparve un montanaro per nulla dissimile dagli altri del Nervia.

— Sei tu, Becco-in-croce? Che notizie porti?

E prima che l'altro parlasse, rivolto ai due gentiluomini, Almerico proseguì:

— Probabilmente nulla d'importante: è la sentinella che sorveglia la spiaggia. Notizie della città.

Rivolto al nuovo venuto gli diè licenza:

— Parla, Becco-in-croce!

L'uomo parlò:

— Vostra Eccellenza.... questa mattina... il gentiluomo che abita con sua Eccellenza il Conte — mostrò Luca — si è imbarcato con un altro gentiluomo e una gentildonna e un servo.

I tre si guardarono sbalorditi.

— Fiorina! — esclamò il Lascaris.

Un cenno: il Nervia interrogò:

— Non hai sbagliato, Becco-in-croce? Hai proprio riconosciuto il gentiluomo che è ospite del Conte Lascaris?

— Sì, Vostra Eccellenza.

— Com'erano i suoi compagni?

— Un gentiluomo d'età, col viso che pareva una pera martina secca, e una barbetta quasi bianca....

— Ibleto di Spigno!

— .... e una gentildonna giovane e bella, che vestita da uomo pareva un ragazzo.....

— Bionda?

Becco-in-croce pensò un poco: poi trionfalmente:

— Sì, Vostra Eccellenza!

— Fiorina! È Fiorina, non c'è più dubbio!

— Luca!

Ancora fuor di sè il Lascaris si voltò a scudisciare una pianta.

— Si sono imbarcati, Becco-in-croce?

— Sì, Vostra Eccellenza.

— Verso?

— Verso Latte, Vostra Eccellenza, ma doppiando la foce al largo d'un miglio almeno.

— A che ora presso a poco?

— Tre ore di giorno almeno, Vostra Eccellenza, ed anche quattro.

— E soltanto adesso vieni a riferirlo?

Becco-in-croce non parve intimidito.

— Vostra Eccellenza mi perdoni, ma come potevo immaginare che Vostra Eccellenza fosse al castello?

— E da chi l'hai saputo?

— L'ho saputo all'accampamento, Vostra Eccellenza!

— Vieni dunque di là?

— Sì, Vostra Eccellenza.

Il Nervia riflettè un momento, poi chiese consiglio.

— La posta al bivio di Apricale non ha più ragion d'essere da poi che gli Spigno sono passati a nostra insaputa e ne ha beneficato il conte Embriaco....

Luca flagellò con raddoppiato vigore l'albero.

— .... nulla più ci trattiene lassù: che ne direste d'uno spostamento di campo?

— Dove? — domandò l'Altariva.

Senza rispondere alla domanda il Nervia ripetè:

— Spostiamo dunque l'accampamento?

— Spostiamolo, per tutti i diavoli! — urlò Luca.

Camillo annuì.

— Becco-in-croce — comandò il Luca — ritorna al campo e dà ordine che si levino le tende e che si discenda e si passi il gao, a metà strada fra Dolceacqua e Camporosso. Noi vi saremo e la conchiglia del Bagato indicherà il punto preciso. Va Becco-in-croce e porta l'ordine mio.

Il montanaro s'inchinò e ripassò la breccia.

— Ed ora a noi. Il mio sospetto, Luca, aveva ragione d'essere secondo quanto abbiamo udito. L'Embriaco si liberò violentemente del mio povero Seborga.

— Ma gli Spigno?

— Ibleto ha sempre fornicato con i francesi: lo sappiamo tutti. Credo che a quest'ora sbarcati a Latte e in istrada per Nizza, o per mare tuttavia, si riducano al campo dei sanculotti sul Varo.

— E Fiorina?

— Di buono o di malgrado li segue.

Luca Lascaris alzò le pugna al cielo.

— Voi mi sembrate un ragazzo imbelle, Conte, un ragazzo imbelle al quale abbiano furato il giocattolo. Siate uomo, per nostra signora di Lampedusa! Verrà la nostra volta, e vinceremo la nostra posta. Per intanto vi apro intero il cor mio: sono stanco di questa vita raminga e inutile. Rivedere il mio castello dopo sì lungo tempo mi ha rimessi in cuore i germi della nostalgia. Liberiamoci, prendiamo una decisione, scegliamo un nemico. Siamo qui esitanti fra Genova e la Francia: pretendiamo tenerle in ballo tutte e due. Grave errore. Facciamo onor stragrande alla Serenissima, che fa paura o meglio vuol far paura con le mani vuote. Vi offro una via d'uscita: giriamo le Maure, usciamo dopo Roverino, per il Bevera, piombiamo sui predoni di Sant'Antonio, e appena li avremo liquidati assalteremo la città isolando il fortino del Borzone. Ventimiglia non ha che un Governatore di figura e pochi uomini di parata dei quali verremo presto a fine. Riprenderemo poi la guerriglia con una difesa come la città, il forte ed il vostro Castello, Conte Lascaris. I Francesi non passeranno o gireranno da Saorgio. Guadagneremo tempo ad ogni modo, che ve ne pare?

Camillo Altariva prese la parola.

— Il tuo piano, Almerico, è buono come linea generale: ma i particolari verranno. Per intanto l'approvo fino all'assalto dei predoni di Sant'Antonio.

— Io tutto approvo — esclamò Luca Lascaris, — purchè ci si muova e non si resti qui neghittosi. Ho bisogno di far del male a qualcuno.

— Ne avrete presto l'occasione, conte. Quando ci congiungeremo con la mia truppa troveremo i due scherani dell'ospite vostro: se mi permetterò d'interrogarli io stesso, per la memoria invendicata del mio povero Seborga, li consegnerò poi dopo alla vostra giustizia, chè vi appartengono.

— Vi ringrazio, Almerico!

Ma il progetto del Nervia non potè avere esecuzione. A metà strada fra Dolceacqua e Camporosso attendeva bensì la truppa del Nervia, ma il Ricciuto e Bracciodiferro non ne facevano parte. S'erano allontanati con gli uomini che comandavano, subito appena apparso Becco-in-croce, e conosciuto che ebbero la nuova direzione dell'Embriaco, pretendendo il Ricciuto d'aver ordini tassativi in proposito.

— Non importa — osservò il Nervia — ignorano il nostro piano e quindi non ci sarà allarme: del resto potremo raggiungerli: non perdiamo tempo!

XXII.

La nuvolosa mattina che per la campagna diffondeva pur tuttavia una luce tutta eguale, manteneva in città un buio di tomba. Le undici; i cavalli scalpitavano sul selciato di pietra attraversato nel mezzo da una guida di mattoni sanguigni: le due mule che reggevano la portantina davano appena segno di vita col dondolar la coda infiocchettata fra le stanghe a batocchio, e due soldati reggevano le torcie per illuminar la viuzza caduta nel buio, fondo per le alte case.

Nell'ufficio del governatore due lucerne spandevano queto chiaror raccolto: sotto l'una sgobbava l'archivista Orengo raschiando con la penna d'oca una carta ruvida e slabbrata sotto pretesto di vergare un'ordinanza. Sotto l'altra lucerna il capitano Cavalli attentissimo e lontano dal mondo leggeva Virgilio.

In una stanza da letto interna che avrebbe dovuto prender luce da un vicolo, il quale naturalmente non manteneva le sue promesse, Betto Grimaldi si abbigliava aiutato dal Moncherino, il quale a sua volta, e poveretto non per colpa sua, dava aiuto come il vicolo dava luce: ma il governatore non aveva fretta, parea che succhiellasse il tempo per farlo passar lentamente.

In un'altra stanza, che conosciamo appuntino, la vispa Gilda s'affaccendava intorno a Chiara e benchè un po' più di luce vi penetrasse dalla finestra verso la vallata, la bella camerista brontolava pretendendo che si fosse non quasi a mezzo il giorno, ma nel crepuscolo del mattino. Mentre questo accadeva, due altri personaggi di nostra conoscenza misuravano i cento passi dell'allea del Fontanino, fuori della porta omonima; l'uno parlava pacatamente come se ragionasse d'Euclide o di d'Alembert, l'altro ascoltava bevendo le parole e l'interesse gli traspariva dagli occhi lucidi.

— Credete a me, Giano de' Lercari, — dicea Filippo Balbi — credete a me, che vedo lungi le cose, imitatemi. Non c'è per noi che una via aperta oggi, le armi. Eppure non a me, cadetto di gran casa, ma cadetto, e non a voi di gran casa ma, non v'offendete, più cadetto di me perchè irregolare, possono offrir qualche futura fortuna le armi della Serenissima. Non ci illudiamo: stanno di fronte l'Austria e la Francia, chè non vi conto il Re di Piemonte, boccone maggiore, nè la Repubblica di Genova, boccone minore. Austria e Francia: l'una contro l'altra oggi e domani: decidersi: o la carriera delle armi in Piemonte e quindi in Austria, ma a quale scopo Lercari? Allo scopo di poltrire e ammuffire nei gradi subalterni e vedersi di punto in bianco anteposto un damerino di Corte, con un gran nome, un moccioso irresponsabile che viene a comandarvi, a farvi sgobbare e rischiar la vita per prendere il merito ove ne sia il caso senza rimetterci del suo perchè troppo con le spalle al muro, figlio di papà o di mammà, uscito dalle gonne della favorita. Giano, credetemi: sono un cadetto della casa Balbi, grande casa a Genova; ma nato capitano morrei capitano, come voi nato alfiere morreste alfiere. E a quale scopo infine? Se l'Austria schiaccerà la Francia servire l'Imperatore, se la Francia schiaccerà l'Austria venire incorporati a forza nelle masnade sanculotte. Credetemi, Giano Lercari, fate come ho fatto io: saltate il fosso. Il Piccolo Bonaparte ci lascerà probabilmente l'anima che regge coi denti, ma c'è Massena, Moreau e Hoche e tanti altri e c'è il capo di Stato Maggiore del piccolo Bonaparte, il serio greve e ponderato Berthier, il quale mi ha promesso un battaglione al primo fatto d'armi e un reggimento al secondo. C'è poi anche il caso che il piccolo Bonaparte riesca nel suo disegno, tenebroso disegno che niuno conosce, forse nemmeno Berthier, ma che può essere grande come è audace chi l'ha concepito. E il piccolo generale che ha tutta l'aria di un falchetto pronto a piombar sulla preda, a malgrado la sua amicizia con Robespierre il Giovane e le sue imprese di Vendemmaire, è un aristocratico, ama circondarsi di nomi ed aiuterebbe voi e me, piuttosto che quel garzone birraio di Murat, che ha per aiutante di campo, o che quel legulejo di Junot, altro aiutante, che non l'abbandona un momento.

Giano Lercari ascoltava come se gli si raccontasse una fiaba.

— La verità è — osservò — che agli ordini della Serenissima si muffisce in guarnigioni come questa.

— Mentre che in un esercito combattente c'è l'impreveduto che aspetta e fa la vita varia.

— E voi credete, Filippo, che fra l'Austria e la Francia si debba preferire la Francia?

— Non vi ripeto che il mio giudizio, quello che io stesso ho giudicato preferibile, ma non intendo nè darvi consigli precisi, nè invitarvi a prendere una decisione qualsiasi. Restate pure l'alfiere della Serenissima, presso questo nobile Comando. Soltanto, per semplice spirito d'amicizia, vi offro di pensare se vi convenga.

— Avete ragione Filippo. Ma pure, ammesso che mi decida....

Ne aveva tanta voglia che fra sè avea già preso la risoluzione di imitare il Balbi.

— .... in che modo debbo contenermi?

— Per far che cosa?

— Per imitarvi. Non posso già disertare.

— Chi vi parla di disertare! Fate come ho fatto io, e cioè fatevi attaccare all'esercito francese dal vostro comandante.

— Betto Grimaldi? Irresoluto com'è e con la paura del Governo di Genova, non lo farà mai.

— Chiedetelo a Genova.

— Non avrò risposta, e, se pur l'avrò, sarà qui fra un mese almeno!

— Non c'è che un mezzo, allora.

— Cioè?

— Farvi chiedere dal Generale Bonaparte, o dal Berthier, ciò che avrà anche più autorità.

— Chiedere? Al Governo della Serenissima?

— No: a Betto Grimaldi.

— E credete che accetterà? Che dirà di sì?

— E credete voi che Betto Grimaldi negherà o dirà di no a un desiderio del Generale che con lo stringere un pugno può domani stritolar lui e la città?

E poichè Giano Lercari crollava il capo continuò:

— Betto Grimaldi col suo cervello corto ma di buon senso crede sè il più debole dei due, oggi. Non già una banda sconfinante ha davanti, ma trentamila uomini inquadrati, irregolarmente ancora, ma inquadrati e condotti da un falchetto che ha voglia di preda e che l'ha promessa ai suoi sanculotti. La prova che si crede di già debole l'avete davanti agli occhi.

Indicò la porta del Fontanino da cui usciva la cavalcata ufficiale preceduta da un trombettiere e da quattro soldati: seguivano Betto Grimaldi e il capitano Cavalli e infine la lettiga portata dalle due mule: chiudevano la marcia altri due soldati.

— Se Betto Grimaldi si fosse ritenuto il più forte avrebbe invitato il Generale nemico in città e invece si scomoda per recarsi da lui e porta con sè la mia fidanzata.....

Lo aveva Filippo stesso suggerito al Governatore, ma non lo disse.

— .... per omaggio e degnazione. Credete voi, Giano mio, che se a quell'uomo con la paura dipinta in volto si chiedesse qualunque cosa, la rifiuterebbe?

No che in verità Giano Lercari non lo poteva credere.

— E allora decidetevi!

— Sia: fatemi domandare al comandante.

— Alla buon'ora. Qua la mano: correremo la stessa fortuna. Vi prometto il mio grado al primo fatto d'armi.

— Naturalmente conto su di voi, amico Filippo.

— Contateci: ma per adesso acqua in bocca.

Lasciò il compagno, inforcò il cavallo che un soldato gli teneva a poca distanza e corse di carriera verso la cavalcata che s'avvicinava lentamente.

— Il buon mattino a Vostra Eccellenza, comandante Grimaldi, e col vostro permesso, il buon mattino alla Bellezza nostra.

Chiara sporse il capo dalla lettiga, rossa in viso, ma felice porse la mano al fidanzato, che si piegò in arcioni con magnifico e difficile spostamento per baciarla.

XXIII.

Quando la barca peschereccia ebbe sbarcati i suoi passeggeri alla foce di un torrentello schiumoso, colui che la conduceva rimase ad attendere gli ordini. Ma Ibleto gli porse una moneta d'argento che l'altro ricevette con l'avidità di una scimmia alla quale si offra un frutto acerbo. E per verità il danaro in metallo era già raro: da due anni almeno correvano gli assegnati e i buoni di qualunque specie firmati da nomi e da Autorità eteroclite, dal Sergente al Generale, dal Giudice al Governatore.

— Devo aspettare, monsignore? — chiese il marinaio al quale pareva che il dono meritasse almeno un titolo.

I due Spigno ricambiarono uno sguardo.

— Non importa! — rispose Emanuele Embriaco.

Ed aggiunse, rivolto ai compagni:

— Voglio sperare, per la Dama almeno, che non si tornerà per mare.

Fiorina gli sorrise.

— Conte, avete ragione, ragione da vendere! — concluse Ibleto.

E licenziò la barca.

Mentre per un istinto comune la guardavano allontanarsi, il marchese fece schermo della mano destra agli occhi, curvandosi: quindi esclamò:

— Ecco quel che temevo!

Alla sinistra indicò, forse a due miglia al largo, verso la Madonna della Ruota od almeno all'altezza di Sant'Ampelio, la siloetta di una nave.

— L'abbiamo scampata bella!

— Che è, Ibleto? — domandò Fiorina.

— La prima delle cannoniere inglesi che sorvegliano la costa, e probabilmente mancano di notizie poichè invece d'essere laggiù sarebbero qui.

L'Embriaco alzò le spalle.

— A che servono le cannoniere inglesi?

— Ben detto, il moscardino! — esclamò una voce sonora.

Ed uno scoppio di risa coronò l'interruzione.

Dopo il breve greto della foce, una specie di muro a secco si alzava che parea sbarrasse il corso del torrentello. E proprio lassù i tre che s'erano voltati di scatto alla risata videro una strana apparizione.

Sporgevano dal muro a secco tre o quattro visi sporchi, dai capegli arruffati, ma visi ridenti, dentature meravigliose ed occhi neri o azzurri, brillanti. Sulle teste, in piedi sul vertice del muraglione, un giovane iddio pompeggiava, un Bacco giovane con qualche fattezza di pastore omerico. Vestiva una specie di divisa soldatesca a falde rialzate sopra un paio di calzoni a righe, corti e sfrangiati: null'altro: nè camicia, nè berretto, nè tracolle, nè armi, nulla fuorchè una sciabola brandita dalla destra in alto sopra la selva dei capegli biondi arruffati. Le carni bianche apparivano da innumerevoli buchi dei calzoni, legati pur tuttavia un po' sotto il ginocchio da un nastro rosa, che vantava chissà quale provenienza.

— Ben detto, il moscardino! — ripetè quel giovane iddio selvaggio — ben detto, parola di Tibullo, qui presente, soldato della Repubblica, una e indivisibile, armata del Varo!

Le teste apparenti sul muro a secco fecero un coro assordante.

— Per l'Ente Supremo e per le corna di Barras, riprese Tibullo sempre rivolto ai tre attoniti, o l'unico figlio di mia madre, la gloriosa Cornelia delle Halles, si sbaglia come un deputato, o scorgo un viso degno dell'ex Maria, sposa dell'ex Giuseppe e Madre del cittadino Gesù! Non sia mai detto che i soldati della Repubblica dimentichino gli omaggi dovuti al sesso! Io mi rammento d'essere figlio di Brin-d'amour, sergente bianco del tiranno Capeto e amico personale di Danton il quale come ognun sa, aveva un forte debole per le donne. Camerati, un evviva per la cittadina che viene dal mare come la ex-Venere!

Il coro assordante ricominciò. Poi tacque ad un tratto sotto l'ordine di Tibullo, il quale saltò dal baluardo, venne innanzi alla marchesa e fece un inchino strisciato degno d'un maestro di ballo, alzò la sciabola lucente e d'un colpo si tagliò, tenendola tesa con la sinistra una ciocca di capelli che sparse ai piedi della dama.

— Non ho berretto da levarmi e debbo scoprirmi ad ogni modo davanti al sesso. Scusa, cittadina, ma ognuno si scopre come può.

— Sei galante, cittadino Tibullo — rispose Ibleto rinvenuto per il primo dalla sorpresa — e grazie all'Ente Supremo che ti ha posto sulla nostra strada! Libertà, eguaglianza....

— .... e fraternità! — compì il soldato.

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