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Il duca d'Atene

I. DA G. VILLANI.

Reading edition

Grandi mutamenti e diverse rivoluzioni avvennero in questi tempi alla nostra città di Firenze, per le nostre discordie tra' cittadini, e per lo male reggimento de' Venti della balìa, come addietro avemo fatta menzione. E fieno sì diverse, che io autore, che fui presente, mi fa dubitare che per gli nostri successori fieno appena credute di vero: e furono pure così come diremo appresso.

Tornando la detta nobile e grande oste e malavventurata da Lucca, e rendutasi Lucca a' Pisani; i Fiorentini, parendo loro male stare, e veggendo che messer Malatesta nostro capitano non s'era ben portato nella detta guerra, e per tema del trattato tenuto col Bavaro; come addietro toccammo, e per stare più sicuri, elessono per capitano e per conservadore del popolo messer Gualtieri duca d'Atene e conte di Brenna, di Francia, all'entrante di giugno 1342, con salaro e cavalieri e pedoni ch'avea messer Malatesta, per termine d'uno anno. E volle il detto duca, o per suo agiamento, o per sua sagacità, o per quello che ne seguì appresso, tornare a santa Croce al luogo de' frati minori: e la gente sua alloggiò d'intorno. E poi in calen d'agosto appresso, finito il tempo di messer Malatesta, gli fu aggiunta la capitaneria generale della guerra, e che potesse fare giustizia personale in città e di fuori della città. Il gentiluomo veggendo la città in divisione, ed essendo cupido di moneta, che n'avea bisogno come viandante e pellegrino (e bench'egli avesse il titolo del ducato d'Atene, non lo possedeva); avvenne che per sodduzione di certi grandi di Firenze, che al continuo vi cercavano di rompere gli ordini del popolo, con certi grandi popolani per essere signori, e per non rendere il debito loro a cui doveano dare, e sentendo le loro compagnie essere in male stato; al continovo a santa Croce l'andavano a consigliare, e di dì e di notte il confortavano che si recasse al tutto la signoria libera della città in mano. Il quale duca per le cagioni dette, e vago di signoria, cominciò a seguire il malvagio consiglio, e a diventare crudele e tiranno, sotto titolo di fare giustizia, e per essere temuto, e al tutto farsi signore di Firenze.

Avvenne che il dì di san Jacopo, di luglio, negli anni 1342, essendo molti Pratesi iti alla festa a Pistoia, Ridolfo di messer Tegghiaio de' Pugliesi venne per entrare in Prato, che n'era ribello, con forza degli Ubaldini e del conte Niccolò da Cerbaia, e con certi suoi fedeli, nimici de' Guazzalotri, e con certi nostri contadini sbanditi, in quantità di quaranta a cavallo e da trecento fanti a piedi; perocchè gli doveva essere data l'entrata della terra. E per sua disavventura non gli venne fatto; ma fu preso con venti nostri sbanditi andandosene per Mugello agli Ubaldini, e menatone in Firenze preso con gli altri insieme. Il duca lasciò i nostri sbanditi sopra i quali avea la giuridizione: e al detto Ridolfo, che non gli era suddito nè sbandito del comune di Firenze, a torto fece tagliare la testa. E questa fu la prima giustizia ch'egli fece in Firenze; onde molto ne fu biasimato da' savi uomini di Firenze, di crudeltà. E dissesi che n'ebbe moneta da' Guazzalotri di Prato, ch'erano suoi nimici: ovvero il fece come dice il proverbio de' tiranni, che dice: chi uno offende, molti minaccia.

Appresso all'entrare d'agosto il duca fece pigliare messer Giovanni di Bernardino de' Medici, stato, per lo nostro Comune, capitano di Lucca, e fecegli tagliare la testa, apponendogli (e fecegli confessare) che per danari avea lasciato fuggire di Lucca e ire nel campo de' Pisani messer Tarlato d'Arezzo, il quale aveva in sua guardia. E i più dissono ch'egli non ne avea colpa, se non di mala guardia. Appresso, del detto mese d'agosto fece pigliare Guiglielmo degli Altoviti, stato, per lo nostro Comune, capitano d'Arezzo, e fecegli tagliare la testa, trovando, per sua confessione, per lui fatte molte baratterie. E alcuno disse che fu procaccio e spendio de' Tarlati d'Arezzo, i quali egli avea mandati presi a Firenze: e a ciò diamo in parte fede. E condannò uno nipote di questo Guiglielmo e Matteo di Borgo Rinaldi, stati uficiali in Arezzo e in Castiglione Aretino, ciascuno in cinquecento fiorini d'oro, per avere commesse baratterie. Ancora fece pigliare Naddo di Cenni degli Oricellai grande popolano, il quale era stato in Lucca uficiale sopra le masnade de' soldati, e fecegli rimettere nella camera del Comune quattromila fiorini d'oro, i quali si disse ch'egli avea avuti da' Pisani sotto falso trattato tenuto con loro, e giurato sopra Corpus Domini di fare loro compiere l'accordo di Lucca, quando Cenni di Naddo suo padre era de' priori di Firenze. E oltre, a ciò gli fece rimettere fiorini duemilacinquecento d'oro, i quali confessò avere guadagnati in Lucca nelle paghe de' soldati e della vittuaglia; e per grazia e per prieghi di molti popolani gli perdonò la vita, e prese da lui mallevadoria di fiorini diecimila d'oro, e diegli i confini a Perugia. E per simile modo fece rimettere a Rosso di Ricciardo de' Ricci, compagno del detto Naddo e camarlingo in Lucca, fiorini tremilaottocento d'oro, confessati che avea avuti in sua parte, e guadagnati in Lucca sopra i soldati e sopra la vittuaglia: e per simile modo a grandi prieghi gli perdonò la vita, e miselo in pregione per l'avere e per la persona.

Per le dette giustizie fatte in avere e in persona di quattro popolani i maggiori di Firenze, e delle maggiori case, Medici, Altoviti, Ricci e Oricellai, il duca fu molto temuto e ridottato da tutti i cittadini: e i grandi ne presono grande baldanza: e il popolo minuto ne fece grande allegrezza, perchè avea messo mano nel reggimento. E quando il duca cavalcava per la città, andavano gridando viva il signore: e quasi in ogni canto e palagio di Firenze era dipinta l'arme sua per gli cittadini, per avere la sua benivolenza; e chi per paura. In questo tempo spirò l'uficio de' venti della balìa, stati rettori ovvero guastatori della repubblica di Firenze; e lasciando il Comune in debito di più di quarantamila fiorini d'oro co' cittadini, senza il debito promesso a messer Mastino. Per le dette cagioni il duca ne montò in grande pompa, e crebbegli la speranza del suo proponimento d'essere al tutto signore di Firenze col favore de' grandi e del popolo minuto. E così gli venne fatto. E per consiglio di certi grandi ne richiese i priori, ch'allora erano nell'ufficio. I detti priori con gli altri ordini, cioè i dodici buoni uomini e i gonfalonieri delle compagnie, e con altri consiglieri, in nulla guisa vollono acconsentire di sottomettere la libertà della repubblica di Firenze sotto giogo di signoria a vita di neuno; il quale non fu mai acconsentito nè sofferto per gli nostri padri antichi, nè all'imperadore, nè al re Carlo, nè a neuno suo discendente, che tanto fossero amici o confidenti in parte guelfa o parte ghibellina, nè per isconfitte o male stato ch'avesse mai il nostro Comune. Il detto duca per sodducimento e conforto quasi di tutti i grandi di Firenze, spezialmente di quegli della possente casa de' Bardi, e Rossi e' Frescobaldi e Cavalcanti, Buondelmonti, Adimari, Cavicciuli, Donati, Gianfigliazzi, Tornaquinci e Pazzi, per rompere gli ordini della giustizia ch'erano sopra i grandi: e così promise il duca di fare. De' popolani furono questi: Peruzzi, Acciaiuoli, Bonaccorsi, Antellesi e loro seguaci, per cagione e male stato delle loro compagnie, perchè il duca gli sostenesse in istato, non lasciandogli rompere, nè strignere a pagare i loro creditori. E gli artefici minuti, a cui era spiaciuto il reggimento de' venti popolani grassi della balìa, tutti se gli proffersono in ajuto e in arme.

Il duca, il qual era sagace, e nutrito in Grecia e in Puglia più che in Francia, veggendosi tanto favore e seguito, la vigilia di nostra Donna di settembre fece ire uno bando per la città, che volea fare parlamento la mattina vegnente in sulla piazza di santa Croce per bene del Comune. I priori e gli altri reggenti sentendo la trama del duca e del suo mal consiglio, non sentendosi forti nè provveduti, e temendo che, facendosi il detto parlamento, non fosse discordia o romore, o commutazione di città, sì v'andarono parte de' priori e de' loro colleghi la sera a santa Croce, a trattare accordo col duca: e dopo molto tirata e dibattuta la querela, essendo molto di notte, rimasono in questa concordia col duca, cioè: che il Comune di Firenze gli darebbe la signoria della città e del contado per uno anno, oltre al tempo ch'egli l'aveva, con quella giuridizione e patti e gaggi ch'ebbe messer Carlo duca di Calavra e figliuolo del re Ruberto gli anni di Cristo 1326. E questo accordo si fermò per vallati e pubblici istrumenti e carte per più notai dall'una parte e dall'altra: e saramentò in sul messale che conserverebbe in sua libertà il popolo e l'uficio de' priori e gli ordini della giustizia; riducendosi il detto ordinato parlamento la mattina in sulla piazza de' Priori per osservare i patti sopraddetti. La mattina di nostra Donna, a dì 8 di settembre 1342, il duca fece armare la sua gente intorno di centoventi uomini a cavallo: e avea in Firenze da trecento de' suoi fanti; e quasi tutti i grandi di Firenze erano dal suo lato. Messer Giovanni della Tosa e i suoi consorti furono con lui a cavallo insieme con gli altri grandi e popolani suoi amici con l'armi coperte: e accompagnaronlo da santa Croce alla piazza de' Priori presso all'ora di terza. I priori insieme con gli altri ordini del Comune scesono del palagio: e assettati a sedere col duca in su la ringhiera, fatta la proposta, messer Francesco Rustichelli giudice, ch'era allora priore, si levò suso ad aringare sopra ciò: ma, com'era ordinato, non fu lasciato troppo dire, ma a grida di popolo per certi scardassieri e popolazzo minuto, e certi masnadieri di certi grandi uomini, cominciarono a gridare dicendo: Sia la signoria del duca a vita; sia il duca nostro signore. E preso per gli grandi, il portarono in sul palagio; e perchè il palagio era serrato, gridarono alle scure: sicchè convenne che s'aprisse, tra per forza e per inganno, il palagio; e misonlo in palagio e in signoria. E i priori furono messi nella camera dell'arme del detto palagio, vilmente. E fu tolto per certi grandi il gonfalone e il libro degli ordini della giustizia sopra i grandi, e poste le bandiere del duca in su la torre, e sonate le campane a Dio laudamo. E fece la mattina all'entrare del palagio in su la porta due cavalieri, messer Cerrettieri de' Visdomini ch'era suo scudiere e famigliare, e Rinieri di Giotto da san Gimignano, stato capitano dei fanti de' priori, il quale acconsentì al tradimento d'aprire e di dargli il palagio del popolo, che agevole gli era a difenderlo, com'egli era tenuto e dovea fare per suo onore. Assentì al detto tradimento messer Guiglielmo d'Asciesi allora capitano del popolo, il quale rimase poi con lui per suo bargello e carnefice, dilettandosi di fare crude giustizie d'uomini. Messer Meliaduso d'Ascoli, allora podestà di Firenze, non volle assentire al detto tradimento, anzi volle rinunziare l'uficio della podesteria: benchè si disse per alcuno che tutto fece a frode e inganno, perocchè poi rimase pure suo uficiale. Il duca e i grandi feciono grande festa d'armeggiare, e la sera grandi luminarie e falò. E ivi a due dì appresso si fece il duca confermare signore a vita per gli opportuni consigli. E mise i priori nel palagio de' Figliuoli Petri dietro a san Piero Scheraggio con venti fanti solamente, che ne solevano prima avere cento, levando loro ogni uficio e signoria. E levò l'arme a tutti i cittadini privilegiati, e di che stato si fossono. E poi all'ottava di nostra Donna fece il duca grande festa e solennità a santa Croce per la sua signoria, e fece offerire più di centocinquanta prigioni. E il nostro vescovo sermonando, molto il lodò di magnificenza al popolo. In questo modo con tradimento il duca d'Atene usurpò la libertà della città di Firenze ch'era durata cinquant'anni, in grande libertà, stato e signoria. E noti chi questo leggerà, come Iddio per gli nostri peccati in poco tempo diede e permise alla nostra città tanti flagelli, come fu diluvio, carestia, fame, mortalità, sconfitte, vergogne d'imprese, perdimento di sustanze e di moneta, fallimenti di mercatanti, e danni di credenza, e ultimamente di libertà, recati a tirannesca signoria e servaggio. E però, per Dio, carissimi cittadini presenti e futuri, correggiamo i nostri difetti, e abbiamo tra noi amore e carità, acciocchè noi piacciamo all'altissimo Iddio, e non ci rechiamo all'ultimo giudicio della sua ira, come assai ci mostra chiaro per le sue visibili minacce. E questo basti a' buoni intenditori; tornando a nostra materia de' processi del duca.

Poi appresso ch'egli ebbe la signoria di Firenze, a' dì 24 di settembre ebbe la signoria d'Arezzo; e quella di Pistoia, dove avea già suoi vicari il duca per lo Comune di Firenze, gli si dierono a vita; e poco appresso per simile modo si dierono Colle di Valdelsa e san Gimignano, e poi la città di Volterra: onde molto si crebbe lo stato suo e signoria. E ricolse a se tutti i Franceschi e Borgognoni ch'erano al soldo in Italia; di che tosto ne ebbe più di ottocento, sanza gl'Italiani: e molti suoi parenti vennero a lui infino di Francia, per le novelle ite di là, di lui, e della sua signoria e gloria. E quando ciò fu rapportato al re Filippo di Francia suo sovrano, subitamente disse a' suoi baroni che gli erano d'intorno, in sua lingua: Albergé il est le pélerin, mais il y a mauvais ostel: il quale fu uno proverbio molto di vera sentenzia, e profezia, come poco tempo appresso gli avvenne. Ancora non è da dimenticare di mettere in nota una breve lettera d'ammonizione e di grande sentenza, che si trovò in uno suo forziere quando e' fu cacciato di Firenze, la quale gli avea mandata il re Ruberto quando seppe ch'egli avea presa la signoria di Firenze sanza sua saputa o consiglio, la quale di latino facemmo recare in volgare per seguire il nostro stile, la quale dicea così:

«Non senno, non virtù, non lunga amistà, non servigi a meritare, non vendicatogli delle loro onte, t'ha fatto signore de' Fiorentini, ma la loro grande discordia e il loro grave stato; di che se' loro più tenuto, considerando l'amore ch'eglino t'hanno mostrato, credendosi riposare nelle tue braccia. Il modo c'hai a tenere volendoli bene governare, si è questo. Che tu ti ritenga col popolo che prima reggeva: e reggiti per lo loro consiglio e non loro per lo tuo. Fortifica giustizia e osserva i loro ordini; e com'eglino si governavano per sette, fa' che per te si governino per dieci, ch'è numero comune, che lega in se tutti i singulari numeri (ciò vuol dire, non gli reggere per sette nè divisi, ma a Comune). Abbiamo inteso che traesti quelli rettori della casa della loro abitazione (ciò vuol dire de' priori) del palagio del popolo fatto per loro. Rimettivegli a contentamento del popolo; e tu abita nel palagio ove stava nostro figliuolo (cioè nel palagio ove stava il loro podestà, ove abitava il duca di Calavra, quando fu signore di Firenze). E se questo non fai, non ci pare che tuo stato si possa stendere innanzi per ispazio di molto tempo. Robertus rex Jerusalem et Siciliae. Dat. Neapoli die xix. septembris mcccxlii. octava inditione.»

E non è da lasciare di fare memoria della sformata mutazione d'abito, che ci recarono di nuovo i Franceschi, quando venne il duca in Firenze. Che anticamente il loro vestire e abito era il più bello e nobile e onesto che di niuna altra nazione, a modo di togati Romani. Sì si vestivano i giovani una cotta ovvero gonella corta e stretta, che non si poteano vestire sanza l'ajuto altrui, e una correggia come cigna di cavallo, con isfoggiata fibbia e puntale, con isfoggiata scarsella alla tedesca sopra il pettignone, e il cappuccio vestito a modo di scoccobrino col batolo infino alla cintola e più, ch'era cappuccio e mantello, con molti fregi e intagli; e il becchetto del cappuccio lungo infino in terra per avvolgerlo al capo per lo freddo; e colle barbe lunghe per mostrarsi più fieri in arme. E i cavalieri vestiti d'uno sorcotto ovvero guarnacca stretta cintavi suso, e le punte de' manicottoli lunghe infino a terra foderati di vaio e ermellini. Questa stranianza d'abito, non bello nè onesto, fu di presente preso per gli giovani di Firenze, e per le donne giovani con disordinati manicottoli; come per natura siamo disposti noi vani cittadini alle mutazioni de' nuovi abiti e istrani contraffare oltre al modo d'ogni altra nazione, sempre traendo al disonesto e a vanitade. Ciò fu segno di futura mutazione di stato.

Come il duca d'Atene fu fatto signore, e avuto la signoria di Firenze per lo modo detto, per avere meno a contendere di fuori, credendosi fortificare dentro il suo stato e signoria, fece di presente pace e accordo co' Pisani e con tutti i loro seguaci, non guardando a onte o vergogne del Comune di Firenze: ove i Fiorentini speravano ch'egli facesse ogni loro vendetta. E a' dì 14 d'ottobre si pubblicò e bandì in questo modo, cioè: che la città di Lucca rimanesse a' Pisani per quindici anni, e poi rimanesse in istato Comune, rimettendovi al presente gli usciti guelfi di Lucca che tornare vi volessono, rendendo loro i loro beni; e mettendo i Lucchesi in Lucca per podestà cui eglino volessono: il detto tempo rimanendo a' Pisani la guardia del castello dell'Agosta ch'è in Lucca, e tutta la guardia e dominazione della terra. Il podestà di Lucca non aveva altro che il salario e 'l nome, che altra signoria poco potea fare più, che piacesse a' Pisani; ma pure era una possessione per lo nostro Comune, e freno a' Pisani mentre che il duca dominava Firenze, dando i Pisani al duca ogni anno ottomila fiorini d'oro; e i detti danari davan per censo il dì di san Giovanni in una coppa d'argento dorata. Facendo franchi i Fiorentini in Pisa per cinque anni, dove prima erano franchi per sempre, per gli patti antichi, rimanendo d'accordo a' Fiorentini tutte le castella di Valdarno e di Valdinievole, che eglino si tenevano, e Barga e Pietrasanta. E che i Fiorentini dovessono rimettere in Firenze e trarre di bando tutti i loro rubelli nuovi e vecchi, stati al servigio e lega co' Pisani; e perdonare agli Ubaldini e a' Pazzi di Valdarno e agli Ubertini, e trarre di pregione i Tarlati d'Arezzo rendendo loro pace, e trarre di prigione messer Giovanni Visconti di Milano. E così fu fatto di presente. Il quale messer Giovanni Visconti il duca vestì nobilmente, e fornì di cavalli e di danari, e fecelo accompagnare infino a Pisa. Il detto messer Giovanni domandò a' Pisani l'ammenda de' suoi danni e interessi avuti per loro: gl'ingrati Pisani nol vollono udire, ma appuosongli che egli era venuto in Pisa per trattare cospirazione per lo duca e Comune di Firenze nella terra: e così si partì villanamente. Della quale cosa messer Luchino signore di Milano prese molto sdegno contra' Pisani. Per lo detto accordo dal duca a' Pisani, tornaro i Bardi e i Frescobaldi e i loro seguaci in Firenze, com'era di patto; e i Pisani lasciarono ogni prigione fiorentino, e i loro collegati ch'erano presi in Pisa e in Lucca.

A dì 15 d'ottobre il duca fece in Firenze nuovi priori, i più, artefici minuti, e mischiati di quegli che i loro antichi erano stati ghibellini; e diede loro uno gonfalone di giustizia così fatto di tre insegne: ciò fu, di costa all'asta l'arme del Comune, il campo bianco e il giglio vermiglio; e appresso in mezzo, la sua, il campo azzurro e biliottato col leone ad oro, e al collo del leone uno scudo coll'arme del popolo; appresso l'arme del popolo, il campo bianco e la croce vermiglia, e di sopra, il rastrello dell'arme del re. E mise i priori dove prima stava l'esecutore, in sulla piazza, con poco uficio, e minore balìa, con poco onore, sanza sonare campana o congregare il popolo, com'era usanza. Del detto nuovo e dissimulato gonfalone, i grandi che aveano fatto signore il duca, credendosi che al tutto egli annullasse il popolo in detto e in fatto, come avea promesso loro, sì si turbarono forte: e massimamente perchè in que' dì fece condannare uno della casa de' Bardi in cinquecento fiorini d'oro, o nella mano, perchè avea stretta la gola a uno suo vicino popolano perchè gli diceva villania. E così puttaneggiando dissimulava il duca co' cittadini, togliendo ogni baldanza a' grandi che l'aveano fatto signore, togliendo la libertà e ogni balìa e uficio: e altro che il nome de' priori e popolo non rimase loro. E cassò l'uficio de' gonfalonieri delle compagnie del popolo, e tolse loro i gonfaloni; e ogni altro uficio e ordine del popolo che fosse, levò via, se non a suo beneplacito, ritenendosi co' beccai, vinattieri, e scardassieri, e artefici minuti, dando loro consoli e rettori al loro volere, dimembrando gli ordini dell'arti a chi erano sottoposti, per volere maggiore salario di loro lavorii. Per le sopradette cagioni, e altre fatte per lui, si formò cospirazione contro il duca per i grandi e popolani medesimi che l'aveano fatto signore.

E fece torre tutte le balestre grosse a' cittadini, e fece fare l'antiporto dinanzi al palagio del popolo, e ferrare le finestre della sala di sotto, ove si facea il consiglio, per gelosia e sospetto de' cittadini; e fece comprendere tutto il circuito dal detto palagio a quegli che furono de' Figliuoli Petri, e le torri e case de' Manieri, e de' Mancini, e del Bello Alberti, comprendendo tutto l'antico Gardingo e entrando in sulla piazza. Il detto compreso fece cominciare e fondare di grosse mura e torri e barbacani per fare col palagio insieme uno grande e forte castello, lasciando il lavorio d'edificare il Ponte vecchio, ch'era di tanta necessità al Comune di Firenze, togliendo di quello pietre conce e legname. Fece disfare le case di santo Romolo per fare piazza fino alle case del Garbo. E mandò a corte al papa per licenza di potere disfare san Piero Scheraggio, santa Cicilia, e santo Romolo; ma non gli fu assentito per la Chiesa di Roma. Fece torre a' cittadini certi palagi e fortezze e belle case ch'erano nella circumstanza del palagio, e misevi dentro suoi baroni e sua gente sanza pagare alcuna pigione. Fece fare alle porte nuovi antiporti di costa a' vecchi per più fortezza, e rimurare le porte.

Di donne e di donzelle de' cittadini per sè e per sue genti si cominciarono a fare di forze e di violenze, e di laide cose. E infra l'altre, per cagione di donne tolse san Sebbio a' poveri di Cristo, ch'era alla guardia dell'arte di Calimala, e diello altrui illicitamente. E per amore di donna rendè gli ornamenti alle donne di Firenze. E fece fare il loco comune delle femmine mondane, onde il suo maliscalco traeva molti danari.

Fece fare le paci tra' cittadini e' contadini; e questo fu il meglio che facesse: ma bene ne guadagnò egli e' suoi uficiali grossamente da coloro che le chiedevano. Levò gli assegnamenti a' cittadini sopra le gabelle, de' danari convenuti prestare loro per forza al Comune di Firenze per la guerra di Lombardia e quella di Lucca, ch'erano più di trecentocinquanta migliaia di fiorini d'oro, assegnati in più anni con alcuno guiderdone. E questo fu grande male, onde i cittadini più si gravarono; e fu rompimento di fede al Comune: e molti cittadini che doveano avere grossamente dal Comune, ne furono diserti. E recò a se tutte le gabelle, che montavano più di dugentomila fiorini d'oro l'anno, sanza l'altre entrate e gravezze. Fece fare l'estimo in città e in contado, e fecelo pagare: che montò più di ottantamila fiorini d'oro. Onde i grandi e' popolani e' contadini che viveano di loro rendite, se ne teneano forte gravati. E quando fece fare l'estimo, promise e giurò di non fare di nuovo altre gravezze o imposte o prestanze: ma non l'osservò; ma al continuo gravò i cittadini di prestanze. E fece criare e crescere nuove e isformate gabelle per uno ser Arrigo Fei, a cui egli era amico, che sapeva trovare modo d'avere danari, onde che si venissero. Sicchè in dieci mesi e diciotto dì ch'egli regnò signore, gli vennono alle mani, di gabelle, e d'estimo, e di prestanze, e di condannagioni, e d'altre entrate, presso che quattrocentomila fiorini d'oro, solo di Firenze; sanza quelli che traeva dell'altre terre vicine ch'egli signoreggiava, de' quali rimandò tra in Francia e in Puglia più di fiorini dugentomila d'oro. Perocchè non teneva, fra tutte le terre ch'egli signoreggiava, ottocento cavalieri, e quegli pagava male: e al bisogno della sua ruina se n'avvide con suo danno e vergogna.

Gli ordini de' suoi uficiali e consiglieri erano in questo modo. I priori, come noi avemo detto, erano in nome, ma non in fatto, ch'erano sanza alcuna balìa. Era il podestà messer Baglione de' Baglioni da Perugia, che guadagnava volentieri; e messer Guiglielmo d'Asciesi chiamato conservadore, ovvero assassino di lui, e bargello: e stava ne' palagi de' Cerchi Bianchi nel Garbo. Aveva il duca tre giudici ordinari, che si chiamavano della sommaria, che teneano corte nelle nostre case e cortili e logge de' figliuoli Villani da san Brocolo: e questi giudici rendeano ragione di fatto con molte barattiere. Eravi uno messer Simone da Norcia giudice sopra rivedere le ragioni del Comune, ed era più barattiere di coloro che condannava per baratteria: e abitava ne' palagi che furon de' Cerchi da san Brocolo. Di suo consiglio era il vescovo di Lecce sua terra di Puglia: e suo cancelliere era Francesco il vescovo d'Asciesi fratello del conservadore: il vescovo d'Arezzo degli Ubertini, e messer Tarlato da Pietramala, e il vescovo di Pistoia e quello di Volterra, e messer Ottaviano de' Belforti di Volterra. Questi tenea per sicurtà di loro terre, e i vescovi per una coperta ipocrisia. Co' cittadini aveva di rado consiglio, e poco gli prezzava, e meno gli serviva, ristrignendosi solo al consiglio di messer Baglione, e del conservadore, e di messer Cerrettieri de' Visdomini, uomini corrotti in ogni vizio, a sua maniera. Faceva i suoi decreti di fatto e sotto suo suggello, il quale il suo cancelliere si faceva bene valere.

Signore era di piccola fermezza e di meno fede di cose che promettesse; cupido e avaro, e male grazioso: piccoletto di persona, e brutto e barbucino, e parea meglio Greco che Francesco, sagace e malizioso molto.

Il suo conservadore fece impiccare messer Piero da Piacenza uficiale della mercatanzia, opponendogli baratteria, e che mandava lettere a messer Luchino da Milano. Fece costringere i mallevadori di Naddo di Cenni degli Oricellai, ch'era a' confini a Perugia, e fecelo tornare, con sua sicurtà; ed egli tornò a dì 11 di gennaio: e non osservandogli fede, il fece impiccare con una catena in collo, acciocchè non potesse essere ispiccato; e tolse a' suoi mallevadori cinquemilacinquecentoquindici fiorini d'oro, opponendo ch'egli gli avea frodati al Comune in Lucca, oltre agli altri che gli avea tolti prima. E tutti i suoi beni, confiscò a se, opponendogli ch'egli avea trattato col Comune di Siena e di Perugia contra lui, i quali non amavano la vicinanza e signoria del duca: e forse in parte fu vero. Questo Naddo fu sagace e sottile uomo, e molto grande e presuntuoso uomo in Comune, e bene guadagnava volentieri. Il padre, Cenni di Naddo, stato molto grande in Comune; per dolore del figliuolo e per temenza del duca si fece frate di santa Maria Novella: e fece bene dell'anima sua, se 'l fece con buona intenzione, per fare penitenzia delle colpe commesse in Comune, spezialmente in sturbare l'accordo co' Pisani, il quale si potea avere assai onorevolemente per lo nostro Comune, come toccammo addietro.

In questi tempi, del mese di marzo, fece il duca lega e compagnia co' Pisani, e taglia di duemila cavalieri contra ogni loro avversario. I Pisani teneano ottocento cavalieri, e il duca milledugento cavalieri; la quale compagnia molto dispiacque a' Fiorentini e a tutti i Toscani guelfi; e poco s'osservò, perchè non era piacevole mischiato, nè buona compagnia. Del mese di marzo detto il duca fece nel contado di Firenze sei podestà, uno per sesto, con grande balìa di potere fare giustizia reale e personale, e con grandi salarii: e i più furono delle case de' grandi, e di quelli che di nuovo erano stati rubelli, e rimessi in Firenze di poco. La qual nuova signoria molto dispiacque a' cittadini, e più a' contadini, che portavano la spesa e la gravezza.

Fece pigliare uno Matteo di Morozzo, e in su un carro il fece attanagliare, e levargli le carni co' rasoi d'addosso, e poi dalla piazza alle forche istrascinare sanza asse, e poi il fece impiccare, perch'aveva rivelato uno trattato de' Medici e d'altri che doveano offendere il duca. Egli non volle credere, che venia a suo pericolo e danno, di quello che gli avvenne. L'ultimo dì di marzo fece impiccare in su 'l monte Rinaldo Lamberto degli Abati, il quale era suto valente uomo nell'oste nostra a Lucca, ch'era colle masnade di messer Mastino, perchè gli avea rivelato uno trattato che certi grandi di Firenze teneano contro il duca con messer Guido Ricci da Fogliano capitano della gente di messer Mastino, opponendogli il contrario, ch'egli tenea trattato con messer Mastino di torgli la signoria. La qual cosa non fu vero, ma fu vero quello che il detto Lamberto gli avea rivelato: ma per le sue opere viveva in grande sospetto e gelosia. E chiunque gli rivelava trattato o da beffe o da dovero, o parlava contra lui, il faceva morire di crudeli tormenti per mano del suo conservadore.

Per la Pasqua della Resurrezione, l'anno 1343, il duca tenne grande festa a' cittadini e a' suoi baroni e conestabili e soldati, con grandi corredi; ma con mala volontà de' cittadini. E fece tenere giostra nella piazza di santa Croce per più giorni; ma pochi cittadini vi giostrarono, che già a' grandi e a' popolani cominciavano a dispiacere i suoi processi. All'uscita d'aprile del detto anno ordinò e cominciò ad afforzare e chiudere san Casciano per riducervi dentro le villate d'intorno, e che si chiamasse Castelducale, ma poco andò innanzi. Fecesi in Firenze sei brigate per fare festa, di gente di popolo minuto, vestiti insieme ciascuna brigata per se, e danzando per la terra. La maggiore fu nella Città Rossa, e il loro signore fu chiamato lo Imperadore: l'altra a san Giorgio, e chiamavasi quella del Paglialoco: e ebbono zuffa queste due brigate insieme. L'altra fu a san Friano, e una nel borgo d'Ognissanti: l'altra da san Paolo: l'altra nella via Larga degli spadai. E fu motiva e consentimento del duca per recarsi l'amore del popolo minuto, per quella isforzata vanità: ma poco gli valse al bisogno. Per la festa di san Giovanni, fece fare l'offerta all'arti al modo antico, sanza i gonfaloni: e la mattina della festa oltre a' ceri usati delle castella del Comune, ch'erano da venti, ebbe da venticinque drappi ovvero palii ad oro, e bracchetti e sparvieri e astori per omaggio d'Arezzo, Pistoia, Volterra; e da san Gimignano, e da Colle, e da tutti i conti Guidi e da Mangona e da Corbaia, e da monte Carelli, e da Pontormo, e dagli Ubertini e da' Pazzi di Valdarno, e da ogni baroncello e conticello d'attorno, e dagli Ubaldini; che, coll'offerta de' ceri, fu una nobile cosa e festa. E raunaronsi tutti i ceri, palii, e gli altri tributi tutti alla piazza di santa Croce; e poi l'uno appresso l'altro andaro al palagio dov'era il duca, e poi gli offersono a san Giovanni. Fece aggiugnere al palio dello sciamito da rovescio una fodera di vaio isgrigiato quant'era lunga l'asta, ch'era molto ricco a vedere. E fece molto ricca festa e nobile, e fu la prima e la sezzaia ch'egli dovea fare in Firenze per le sue ree operazioni.

All'uscita di giugno fece fare una sconcia giustizia; che uno Bettone Cigni da Campi, de' menatori de' buoi dell'antico carroccio, il quale di poco il duca l'avea fatto de' priori per la dignità del carroccio, e vestitolo di scarlatto, poich'egli uscì dell'uficio, si dolse, e disse alcuna parola oziosa per una imposta che gli era stata fatta, il duca gli fece cavare la lingua infino alla strozza, e con quella innanzi in su una lancia per dilegione il mandò per tutta la terra, e poi il mandò a' confini a Pesaro: e per quella tagliatura della lingua morì. Di questa giustizia si turbarono molto i cittadini; e ciascuno la riputava in sè di non potere parlare o dolersi de' torti e oltraggi che gli fossero fatti. Ma la persona di Bettone era degna di quello, e di peggio; ch'egli era pubblicano e villano gabelliere, e colla peggiore lingua che uomo di Firenze: sicchè morì nel peccato suo.

A dì 2 di luglio il duca fermò lega e taglia con messer Mastino della Scala, e co' marchesi da Esti, e col signore di Bologna, e con lui contrasse parentado: ma più gli era utile la compagnia e benivolenza de' cittadini di Firenze, la quale al tutto s'aveva levata e tolta; e quella che fece con quelli signori, poco o niente gli valse al suo bisogno, e poco durò. Assai avemo detto sopra i processi e opere del duca d'Atene fatte in Firenze mentre ne fu signore: e non si potea fare di meno, acciocchè sieno manifeste le cagioni perchè i Fiorentini si rubellarono della sua signoria, e perchè prendano esempio per lo innanzi quelli che sono a venire di non volere signore perpetuo nè a vita. Il dì e l'ora che prese la signoria, per gli savi astrolaghi fu preso l'ascendente, che fu gradi ventidue del segno della Libra, segno mobile, e opposito del segno d'Ariete significatore di Firenze, e in termine di Marte; e Marte, nostro significatore, era nel detto segno della Libra contrario alla sua casa, e il suo signore Venus nel Leone gradi otto, faccia di Saturno, e contrario alla sua triplicità. Per la quale costellazione dissono d'accordo i detti astrolaghi, che la sua signoria non dovea compire l'anno; e come l'uscita sua doveva essere vituperevole e con molti tradimenti e romore, ma con pochi omicidii. Ma più credo che fosse la cagione il suo male reggimento e le sue ree opere per lo suo pravo e libero arbitrio, usandolo male.

E' si dice tra noi Fiorentini uno antico proverbio e materiale cioè: Firenze non si muove, se tutta non si dole: e benchè il proverbio sia di grosse parole e rima, per isperienza si trova di vera sentenzia, e viene a caso della nostra presente materia; che al certo il duca non ebbe regnati sei mesi, che quasi a' più de' cittadini non dispiacesse la sua signoria per i suoi iniqui e malvagi processi, come detto avemo addietro, e più ancora che scritto non s'è per noi; perocchè ogni singolare cosa e sue operazioni non ho potuto sapere nè ricogliere, ma le generali e aperte assai si può comprendere. Prima per i grandi che l'avevan fatto signore, e aspettavano da lui avere stato e grandezza, come aveva loro promesso: sì si trovarono ingannati e traditi: e eziandio quegli grandi ch'egli avea rimessi in Firenze, non parea loro essere bene trattati; e i grandi e' possenti popolani che prima aveano retta la terra, ch'al tutto gli avea annullati e tolto loro ogni stato, onde il nimicavano a morte. E a' mediani e artefici spiacea la sua signoria, per non guadagnare, e per lo male stato della città, e per le 'ncomportabili gravezze sì d'estimi, sì di prestanze, e d'intollerabili gabelle, e per levare a' cittadini gli assegnamenti sopra le gabelle de' danari prestati al Comune. E dove i cittadini aveano speranza che per lo suo reggimento si scemasse le spese, e desse loro buono stato, egli fece il contrario. E per male ricolte, valse lo staio del grano più di soldi venti: onde il popolo minuto male se ne contentava. E per gli oltraggi fatti per lui e le sue genti alle donne, e per altre forze e rigidezze e crude giustizie, per le quali cagioni quasi tutti i cittadini erano commossi a mala volontà contro a lui: onde più congiurazioni s'ordinarono per toglierli la signoria e la vita; e chi per una forma, e chi per un'altra trattavano, non sappiendo al cominciamento l'una setta dell'altra, che non s'ardivano a scoprire per le sue crudeli giustizie; che eziandio chi gli rivelava il trattato, il facea morire, com'è detto addietro. I principali furono tre sette e congiurazioni; della prima fu capo il nostro vescovo degli Acciaiuoli, frate predicatore, che al cominciamento delle sue prediche tanto il magnificava e gloriava; e con lui teneano i Bardi; ciò furono i principali: messer Piero e messer Gierozzo e messer Jacopo di messer Guido, e Andrea di Filippozzo e Simone di Geri, tutti della casa de' Bardi, e rimessi in Firenze per lo duca. E de' Rossi, Salvestrino e messer Pino, e più loro consorti. E de' Frescobaldi il priore di san Jacopo, messer Agnolo, e Giramonte, anche rimessi in Firenze per lo duca; e Ugo di Vieri degli Scali, e più altri grandi e popolani. Altoviti, Magalotti, Strozzi e Mancini. Della seconda congiura era capo messer Manno Donati, e Corso di messer Amerigo Donati, e Bindo e Beltramo e Mari de' Pazzi, e Niccolò di messere Alamanno, e Tile di Guido Benzi degli Adimari, e certi degli Albizi. Della terza setta e congiura era capo Antonio di Baldinaccio degli Adimari, e' Medici, e Bordoni, e Oricellai, e Luigi di Lippo Aldobrandini e più altri popolani e mediani. E troviamo che in più modi cercavano di toglierli la signoria, e chi la vita: chi trattava co' Pisani, e chi co' Sanesi, e Perugini, e co' conti Guidi: e alcuno d'assalirlo in palagio, andando al consiglio; ma per sua gelosia, di ciò si provvide, che due volte mutò i sergenti e famigliari che guardavano il palagio; e per sospetto fece ferrare le finestre del palagio. E alcuno disse di saettarlo quando andava per la terra. L'altra setta ordinò d'assalirlo in casa gli Albizi il dì di san Giovanni, che vi dovea andare a vedere correre il palio: e anche per sospetto non v'andò. La terza setta avea ordinato, imperocch'egli cavalcava sovente per amore di donna, da casa i Bordoni alla Croce al Trebbio: questi v'allogarono due case, una da ciascuno capo della via, e quelle guernirono d'arme e di balestra e di sbarre per asserragliare la via dell'uno capo e dell'altro per rinchiuderlo in mezzo. E ordinato aveno da cinquanta masnadieri arditi e franchi, che 'l doveano assalire, con certi caporali giovani e grandi e popolani a cui ne caleva, e aveanne voglia di farlo; e assalito il duca, levare la terra a romore. I caporali di fuori doveano essere in arme a cavallo e a piè al soccorso per atterrare lui e la sua compagnia, perocchè al principio egli cavalcava con venticinque in trenta compagni di sua gente disarmati, con alquanti cittadini grandi e popolani, di coloro medesimi ch'erano congiurati contro a lui. Ma tanto gli fu messo sospetto, che poi menava a sua guardia due masnade di cinquanta suoi cavalieri, e da cento fanti armati: e ismontato da cavallo, restavano armati in sulla piazza del palagio a sua guardia. Ma poco gli valevano al suo riparo, per l'ordine preso per le dette congiure alla sua ruina; perocchè quasi tutti i cittadini erano commossi contra lui per le sue ree opere.

Ma, come piacque a Dio, per lo meno male, la terza setta e congiura, la qual era più pronta a ciò fare, fu iscoperta per uno masnadiere sanese, che dovea essere a ciò fare; e rivelolla a messer Francesco Brunelleschi, non per tradimento, ma per consiglio come a suo signore, credendo ch'egli il sapesse e tenesse mano alla congiura. Il quale cavaliere per paura di non n'essere incolpato, ovvero per male de' suoi nimici, che di tali erano caporali alla detta congiura; il manifestò al duca, e menògli il detto fante sotto fidanza, il quale ritenne segreto e disaminollo, e seppe d'alcuno ch'era de' detti congiurati e caporali de' masnadieri. Di presente fece pigliare Pagolo di Francesco del Manzeca, orrevole popolano di porta san Piero, tutto che fosse brigante, e uno Simone da Monterappoli a dì 18 di luglio: e questi confessarono e manifestarono, come Antonio di Baldinaccio degli Adimari era loro capo con più altri; il quale Antonio richiesto, per sicurtà di sua grandezza comparì. Il duca il fece ritener nel palagio; e lui preso, tutti gli altri principali d'ogni setta chi si partì dalla città, e chi si nascose per tema di loro; onde tutta la città fu in gelosia e in grande sospetto e in timore. Il duca trovando la congiura contro a lui sì grande, e che tanti grandi e popolani cittadini vi teneano mano, non ardì di fare giustizia dei detti presi, che se subito l'avesse fatta, e corsa la terra colla sua gente e col popolazzo minuto che 'l seguivano, rimaneva signore: ma il suo peccato l'acciecò, e gli mise tanta viltà e paura nell'animo, che non sapea che si fare. E mandò d'intorno alle terre e castella per la sua gente, e al signore di Bologna per ajuto: il quale gli mandò trecento cavalieri. E si pensò di fare una grande vendetta e crudele di molti cittadini, con grande tradimento: che perchè sabato mattina, a dì 26 di luglio, era il dì di sant'Anna, il dì dinanzi fece richiedere molti cittadini che furono più di trecento de' maggiori di Firenze, grandi e popolani d'ogni famiglia e casato, ch'eglino venissono dinanzi a lui in palagio per consigliare quello ch'avesse a fare de' presi; con intenzione che come fossono raunati nella sala del palagio, che aveva le finestre ferrate, come detto avemo, di fare serrare la sala, e quanti dentro ve n'avesse, di fargli uccidere e tagliare, e correre la terra a modo che fece l'empissimo Totila flagellum Dei quando distrusse Firenze. Ma Iddio, che sempre ha guarentita al bisogno la nostra città, per le lemosine e per gli meriti delle sante persone, religiosi e laici, che vi sono, innocenti, la guardò di tanto male e pericolo. Che prima messe sospetto in cuore a tutti i richiesti di non andare in palagio al detto consiglio, intra' quali ve n'aveano molti de' congiurati; e poi il dì medesimo quasi tutt'i cittadini di grande accordo insieme, diponendo tra loro ogni ingiuria e malavoglianza, scoprendosi l'una setta all'altra, di loro ordini e trattati, tutti s'armarono per rubellarsi da lui. Di questo macello che il duca dovea fare fu manifestato a noi, poichè il duca fu uscito fuori della città.

Essendo la città di Firenze in tanto bollore e sospetto e gelosia, sì per lo duca avendo scoperte le congiurazioni fatte per tanti cittadini contra lui, e fallitogli il suo proponimento di non potere raccogliere i nobili e possenti cittadini al falso e disleale consiglio, e da altra parte i cittadini e i più possenti sentendosi in colpa delle congiure fatte contra lui, e sentendo il mal volere del duca, e che già nella terra avea più di seicento cavalieri di sue masnade, e ogni dì ne giungevano; e la gente del signore di Bologna e certi altri Romagnuoli che veniano in suo ajuto, e aveano già valicate l'Alpi, dubitarono che lo indugio non fosse a loro pericolo, ricordandosi del verso di Lucano che dice:

Tolle moras; nocuit semper differre paratis;

gli Adimari, Medici, e Donati, principali, sabato, sonata nona, usciti i lavoranti delle botteghe a' dì 26 di luglio, il dì di madonna sant'Anna, 1343, ordinarono che in Mercato vecchio e in porta san Piero, certi ribaldi e fanti fittiziamente si azzuffassono insieme, e gridassono all'arme, all'arme; e così feciono. La terra era insollita e in paura. Incontanente tutt'i cittadini corsono a sgombrare i cari luoghi; e di presente, com'era ordinato, tutti i cittadini furono armati ciascuno a cavallo e a piedi, e ciascuno alla sua contrada e vicinanza traeva, traendo fuori bandiere dell'armi del popolo e del Comune, com'era ordinato gridando: Muoja il duca e i suoi seguaci, e viva il popolo e 'l Comune, e libertà! E di presente fu sbarrata la città a ogni capo di via e di contrade. Quegli del sesto d'Oltrarno, grandi e popolani, si giurarono insieme e si baciarono in bocca, e sbarrarono i capi de' ponti, con intenzione che se tutta l'altra terra di qua dall'acqua si perdesse, di tenersi francamente di là. E mandarono il dì dinanzi da parte del Comune segretamente per soccorso e ajuto a' Sanesi; e certi de' Bardi e de' Frescobaldi stati in Pisa e tornati di nuovo in Firenze mandarono per loro ispezialità per ajuto ai Pisani. La qual cosa quando si seppe per lo Comune e per gli altri cittadini, forte se ne turbarono. La gente del duca, sentendo il romore, sì s'armò e montò a cavallo; e chi potè di loro al cominciamento, corsono alla piazza del popolo in quantità di trecento a cavallo; gli altri, chi fu preso, e chi rubato per gli alberghi, e per le vie fediti, morti e scavallati; e per gli serragli erano impacciati, e rubati i cavalli e l'arme. E al cominciamento del rumore trassono al soccorso del duca in sulla piazza de' Priori certi cittadini amici del duca, cui egli avea serviti, che non sapevano il segreto delle congiure; ciò furono, dei principali, messer Uguccione Bondelmonti con alquanti suoi consorti, e con gli Acciaiuoli, e messer Gianozzo Cavalcanti e de' suoi consorti, Peruzzi, Antellesi, e certi scardassieri e alcuno beccaio, gridando: viva il signore lo duca! come eglino s'avvidono che quasi tutti i cittadini erano sommossi a furore contra lui, si tornarono a casa, e seguirono il popolo, salvo messer Uguccione, cui il duca ritenne seco in palagio, e i priori dell'arti, i quali erano rifuggiti in palagio. Ed essendo levato il romore, e tutta gente ad arme, e quelli dei cinque sesti, ond'erano capo gli Adimari, per iscampare Antonio di Baldinaccio loro consorto e gli altri presi per lo duca, i Medici, Altoviti, Ricci, Oricellai, e gli offesi da lui, come è detto addietro, presono le bocche dalle vie che vanno in sulla piazza dei Priori, ch'erano più di dodici vie, e quelle sbarrarono e afforzarono sì che nullo vi potea venire nè entrare nè uscire dal palagio alla piazza. E di dì e di notte si combatterono colla gente del duca, ch'erano in palagio e 'n su la piazza, ov'ebbe alquanti morti, ma molti fediti de' cittadini per lo molto saettamento e pietre che venivano dal palagio. Ma alla fine la gente del duca ch'era in su la piazza, la sera medesima, non possendo durare, lasciarono i loro cavalli, e i più di loro si fuggirono nel compreso del palagio dov'era il duca e' suoi baroni; e alquanto si guarentirono tra' nostri, lasciando l'armi e' cavalli: e chi preso, e chi fedito. Come si cominciò il detto romore, Corso di messere Amerigo Donati co' suoi fratelli e consorti e altri seguaci ch'aveano loro amici e parenti in pregione, assalirono e combatterono le carceri delle Stinche, mettendo fuoco nello sportello e bertesche ch'erano di legname; e coll'ajuto de' pregioni dentro ruppono le dette carceri, e uscirono tutti i detti pregioni. E con quello impeto, crescendo loro seguito di messer Manno Donati, e di Niccolò di messer Alamanno, e di Tile di Guido Benzi de' Cavicciuli, e degli altri consorti e fratelli d'Antonio di Baldinaccio degli Adimari, e di Beltramo de' Pazzi e di più altri, ch'avevano loro amici in bando e presi in palazzo, assalirono e combatterono il palagio del podestà, ov'era messer Baglione da Perugia podestà per lo duca. Il quale nè egli nè sua famiglia si misono a resistenza, ma con grande paura e pericolo si fuggì a santa Croce. E rubato il palagio d'ogni loro arnese in fino alle finestre e panche del Comune; e ogni atto e scritture vi furono prese e arse, e rotta la carcere della Volognana, e scapolati i pregioni. E poi ruppero la camera del Comune, e di quella tratti tutti i libri ov'erano scritti gli sbanditi e rubelli del Comune, e arsi tutti; e simile rubati tutti gli atti dell'uficiale della mercatanzia sanza contasto niuno. Altra ruberia ed offensione corporale non fu fatta in tanto scioglimento di città, se non contro alla gente del duca; che fu grande cosa: e tutto avvenne per l'unità in che si trovarono i cittadini a ricoverare la loro libertà e quella della repubblica. E ciò fatto, il detto sabato quelli d'Oltrarno apersono l'entrata dei ponti, e valicarono di qua a cavallo e a piè in arme, e con gli altri cittadini de' cinque sesti feciono levare le sbarre e serragli delle rughe maestre, e colle insegne del Comune e del popolo cavalcarono per la città, gridando: Viva il popolo e Comune e sua libertà, e muoja il duca e' suoi! E trovarsi i cittadini più di mille a cavallo benmontati e in arme, tra di loro cavalli e di quelli tolti alla gente del duca; e più di diecimila cittadini armati a corazze e a barbute come cavalieri, sanza l'altro popolo minuto tutto in arme, sanza alcuno forestiere o contadino. Il quale popolo fu molto nobile a vedere, e possente e unito.

Il duca e sua gente veggendosi così fieramente assaliti dal popolo nel palagio (ed era con più di quattrocento uomini, e non v'era quasi altro che biscotto e aceto e acqua), ma credendosi guarentire dal furioso popolo, la domenica mattina fece cavaliere Antonio di Baldinaccio degli Adimari, il quale non si volea fare di sua mano; ma i priori, ch'erano rinchiusi in palagio, vollono ch'egli si facesse a onore del popolo di Firenze: e così fece. E poi lasciò lui e gli altri ch'egli avea presi in palagio, e puose in sul palagio bandiere del popolo: ma però non cessò l'assedio e furia del popolo. La domenica di notte giunse il soccorso de' Sanesi, trecento cavalieri e quattromila balestrieri, molto bella gente; e con loro, sei grandi e popolani cittadini di Siena, ambasciadori. E i Samminiatesi mandarono al servigio del nostro Comune dugento pedoni bene armati, e' Pratesi cinquecento fanti. E vennevi di presente il conte Simone da Battifolle, e Guido suo nipote, con quattrocento fanti. E di nostri contadini armati il seguente dì vennono in grandissima quantità al Comune e a' singulari cittadini, onde la città fu piena d'innumerabili cittadini e contadini in arme. I Pisani mandarono alla richiesta di loro amici, come toccammo addietro, sanza assento del Comune, cinquecento cavalieri, i quali vennono infino al borgo della Lastra di là da Settimo. Sentendosi in Firenze, se n'ebbe grande gelosia, e mormorio contro a que' grandi a cui richiesta venivano: e per lo Comune a loro fu mandato che non venissono; e così feciono. Ma tornandosi addietro, da quegli di Montelupo e di Capraia e d'Empoli e di Pontormo furono assaliti, e morti e presi più di cento pure de' migliori; e perderono più di cento cavalli, tra morti e presi.

Arezzo, sentendo come il duca era al di sotto, assediato da' cittadini di Firenze nel palagio, incontanente si rubellarono alla gente e uficiali del duca per gli guelfi. E il castello d'entro fatto per gli Fiorentini, fu assediato, che v'era Guelfo di messer Bindo Bondelmonti per castellano, il quale di subito rendè agli Aretini, sanza alcuna difensione. E in Castiglionaretino era Andrea di Tingo de' Bardi, e Jacopo di Laino de' Pulci per castellani, e sanza alcuno contasto renderono a' Tarlati d'Arezzo. E ciò veduto, i Pistolesi, si rubellarono, e ridussonsi a loro libertà e popolo guelfo, e disfeciono il castello fatto per gli Fiorentini, e ripresono Serravalle. E rubelossi santa Maria a Monte, e Montepoli, tenendosi per loro; rubellossi Volterra, e tornossi alla signoria di messer Ottaviano de' Belforti, che prima la signoreggiava; e Colle e san Gimignano si rubellarono dalla signoria del duca, e disfeciono le castella, e rimasono in loro libertà. E tale fu la ruina della signoria del duca in Firenze e intorno, in pochi giorni.

Venuti in Firenze i Sanesi e l'altra amistà, il vescovo con certi altri buoni cittadini e popolani feciono richiedere a bocca tutta buona gente, e sonare la campana del palagio del podestà, e bandire parlamento per riformare lo stato e signoria di Firenze. E congregati tutti in santa Reparata in arme il lunedì appresso, di grande accordo elessono gl'infrascritti cittadini, ciò furono quattordici, sette grandi e sette popolani, con grande balìa di riformare la città e fare uficiali e leggi e statuti, per tempo e termine insino a calen d'ottobre vegnente ciò furono del sesto d'Oltrarno messer Ridolfo de' Bardi, messer Pino de' Rossi, e Sandro di Cenni de' Biliotti; e di san Piero Scheraggio messer Giannozzo Cavalcanti, messer Simone Peruzzi, e Filippo Magalotti; e per lo sesto di Borgo messer Giovanni Gianfigliazzi, e Bindo Altoviti; per lo sesto di san Brancazio messer Testa Tornaquinci, e Marco degli Strozzi; per lo sesto di porta del Duomo messer Bindo della Tosa, e messer Francesco de' Medici; per lo sesto di porta san Piero messer Talano degli Adimari, e messer Bartolo de' Ricci. I detti quattordici elessono per podestà il conte Simone, e raunaronsi nel vescovado. Ma il detto conte, come savio, rinunziò, e non volle essere giustiziere de' Fiorentini; e però chiamarono messer Giovanni marchese da Valiano: e infino che penasse a venire elessono luogotenente del podestà gl'infrascritti sei cittadini, uno per sesto, tre grandi e tre popolani; Oltrarno, messer Berto di messere Stoldo Frescobaldi; san Piero Scheraggio, Taddeo di Donato dell'Antella; in Borgo, Nepo degli Spini; san Brancazio, Pagolo Bordoni; porta del Duomo, messer Francesco Brunelleschi; porta san Piero, Antonio degli Albizzi. E stettono in palagio del podestà con dugento fanti pratesi, e teneano ragione sommaria di ruberie e forze e simili, sanza altro uficio.

In questa stanza non cessava l'assedio del duca, e di dì e di notte combattendo il palagio, e di cercare di suoi uficiali. Fu preso uno notaio del conservadore per gli Altoviti, stato micidiale e reo, e fu tutto tagliato a bocconi. E appresso fu trovato messer Simone da Norcia stato uficiale sopra le ragioni del Comune, il quale molti cittadini, cui a diritto e cui a torto, avea tormentati crudelmente e condannati: per simile modo a pezzi fu tutto tagliato. In porta santa Maria in su la fogna uno notaio napoletano, ch'era stato capitano de' sergenti a piedi del duca, reo e fellone, chiamato Filippo Terzuoli, tutto fu abbocconato dal popolo. E uno ser Arrigo Fei, ch'era sopra le gabelle, fuggendosi da' Servi vestito come frate, fu conosciuto da san Gallo, e fu morto, e poi da' fanciulli trainato ignudo per tutta la città, e poi in sulla piazza de' Priori impeso per li piedi, e sparato come porco, e sbarrato. Tale fine ebbe della sua sforzata industria di trovare nuove gabelle, e gli altri suddetti, della loro crudeltà. I signori quattordici col vescovo, e col conte Simone e con gli ambasciadori di Siena al continuo erano in trattato col duca per trarlo di palagio; e sovente a vicenda, a parte a parte, di loro entravano in palagio e uscivano, benchè poco piacesse al popolo. Alla fine nulla concordia assentìo il popolo, se non avessono dal duca il conservadore, e il figliuolo, e messer Cerrettieri Visdomini per farne giustizia. Il duca in nulla guisa l'assentiva, ma i Borgognoni ch'erano assediati in palagio s'allegarono insieme, e dissero al duca, che innanzi che volessono morire di fame e a tormento, darebbono preso lui al popolo, non che i detti tre: e ordinato l'aveano, e aveanne il podere di farlo; tanti ve n'erano, e sì v'erano forti. Il duca veggendosi a tale partito, acconsentì; e il venerdì, il primo dì d'agosto, in su l'ora della cena, i Borgognoni presono messer Guiglielmo d'Asciesi, detto conservadore della tirannia del duca d'Atene, e un suo figliuolo detto messer Gabriello d'età di diciotto anni, e di poco fatto cavaliere per lo duca, ma bene era reo e fellone a tormentare i cittadini: e pinsolo fuori dell'antiporto del palagio in mano dell'arrabbiato popolo, e de' parenti e amici cui il padre avea giustiziati, Altoviti, Medici, Oricellai, e quegli di Bettone Cini, principali, e più altri. I quali in presenza del padre per più suo dolore, il suo figliuolo, pinto fuori, innanzi il tagliarono e smembrarono a minuti pezzi; e ciò fatto, pinsero fuori il conservadore, e feciono il simigliante. E chi ne portava un pezzo in su la lancia e chi in su la spada per tutta la città; ed ebbonvi de' sì crudeli, e con furia sì bestiale e tanto animosa, che mangiarono delle loro carni crude. E cotale fu la fine del traditore e perseguitatore del popolo di Firenze. E nota, che chi è crudele, crudelmente more, dixit Dominus. E fatta la detta furiosa vendetta, molto s'acquetò e contentò la rabbia del popolo: e fu però scampo di messer Cerrettieri, che dovea essere il terzo, e bene lo meritava: ma saziati i loro avversari, non lo addomandarono; e fuggendosi poi la sera fu nascosto e portato da certi di casa de' Bardi, e altri suoi amici e parenti il trassono di palagio e menaronlo via. E per la detta furiosa vendetta fatta sopra il conservadore e il suo figliuolo, che avea giudicato a morte Naddo di Cenni e Guiglielmo Altoviti e gli altri, poco appresso si feciono cavalieri due degli Oricellai, e poi due degli Altoviti; la qual cosa fu poco lodata da' cittadini.

Ma torniamo a nostra materia de' fatti del duca, che la domenica appresso, dì 3 d'agosto, il duca s'arrendè e diede il palagio al vescovo e a' quattordici, e a' Sanesi e al conte Simone, salve le persone di lui e di sua gente. La qual sua gente uscirono con grande paura accompagnati da' Sanesi e da più altri buoni cittadini. Il duca rinunziò con saramento ogni signoria e ogni giuridizione e ragione ch'avesse acquistata sopra la città e contado e distretto di Firenze, dimettendo e perdonando ogni ingiuria, e a cautela promettendo di ratificare ciò, quando fosse fuori del contado e distretto di Firenze. E per paura della furia del popolo, con sua privata famiglia rimase in palagio alla guardia de' detti signori infino al mercoledì notte dì 6 d'agosto. E racquetato il popolo, in su 'l mattutino uscì fuori del palagio, accompagnato dalla gente de' Sanesi e del conte Simone, e da più nobili e popolani e possenti cittadini, ordinati per lo Comune. E uscì per la porta a san Nicolò, e passò l'Arno al ponte a Rignano salendo a Vallombrosa e a Poppi; e là fatta la ratificazione promessa, passò per Romagna e a Bologna, e dal signore di Bologna fu bene veduto e ricevuto, e donò gli danari e cavalli; e poi se n'andò a Ferrara e a Vinegia. E là fatte armare due galee, sanza prendere congìo di più di sua gente che gli erano iti dietro, lasciandogli malcontenti di loro gaggi, privatamente di notte si partì di Vinegia, e andonne in Puglia.

E cotale fu la fine della signoria del duca d'Atene, che avea con inganno e tradimento usurpata la libertà sopra il Comune e popolo di Firenze, per lo suo tirannesco reggimento mentre che la signoreggiò. E come egli tradì il Comune, così da' cittadini fu tradito. Il quale n'andò con molta sua onta e vergogna, ma con molti danari tratti da noi Fiorentini, detti orbi in antico volgare proverbio, per gli nostri difetti e discordie, lasciandoci di male sequele. E partito il duca di Firenze, la città s'acquetò, e disarmaronsi i cittadini, e disfecersi i serragli, e partironsi i forestieri e contadini, e apersonsi le botteghe, e ciascuno attese a suo mestiere e arte. E i detti quattordici cassarono ogni ordine e decreto che 'l duca avea fatto, salvo che confermarono le paci tra' cittadini fatte per lui. E nota, che come il detto duca occupò con frode e tradimento la libertà della repubblica di Firenze il dì di nostra Donna di settembre, non guardando sua reverenza; quasi per vendetta divina, così permise Iddio, che i franchi cittadini con armata mano la racquistassono il dì della sua madre madonna santa Anna, a dì 26 di luglio 1343: per la qual grazia s'ordinò per lo Comune, che la festa di santa Anna si guardasse come Pasqua sempre in Firenze, e si celebrasse solenne uficio e grande offerta per lo Comune e per tutte l'arti di Firenze.

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