Front matter (continued 2)
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—Certamente, il popolo è sempre popolo.
—Non è egli vero, messere? I' ho fatto il debito mio: sono accorso con questo partigianone che vedete qui: e se fossi meglio in arnese, e quale siete voi, farei forse maggiori cose. Ma io sono un povero scardassiere: cinque figliuoli, e moglie gravida: morto me, chi ci pensa? Eccoli, vengono da questa banda.»
E perchè Taddeo Peruzzi si teneva stretto al braccio dello scardassiere: «Oh lasciatemi, messere; i' son più lesto di voi.
—No no, i' vo' difenderti.
—Non vedete voi che i cavalli ci vengono addosso? Se io in dì di pace m'avviticchiassi al braccio vostro, che fareste voi? Mi dareste d'uno spunzone ne' fianchi, e vi sferrereste da me.»
E datogli d'uno spintone, lo cacciò a terra, quasi fantoccio di cenci, vestito d'armi. Che se un beccaio non era che lo rilevasse, i cavalli di Francia, non meno sconoscenti del duca, facevano di Taddeo Peruzzi assai tristo governo.
La piena cresceva: e il pericolo batteva le larghe ali su queste schiere e su quelle, serrate in ordine, sicchè poco terreno era in mezzo. Il sole che dava su le belle armi, già mostrava il rosso del sangue; e già dal palazzo cadeva una pioggia ferrea di saette. Allora ai devoti del duca la paura mise nell'animo il senno e il rimorso: e pensando non essere onesta cosa servire a signore abietto e perdente o presso a perdere, si ritiravano animosamente. Uguccione Buondelmonti picchiò, ed entrò piccino nel palagio, come lumaca nel guscio: il Buonaccorsi svignò da Mercato nuovo: de' Peruzzi e degli Antellesi, alcuni rimasero rinvolti nella calca, come anatrini in un ghiomo di lana, e volgevano un sorriso stupido ad uno artefice, o una parola senza senso a colui che or ora li aveva visti ducali. Qualche scardassiere, inteso che le grida «viva Fiorenza» rinforzavano, gridò più forte di tutti: viva Fiorenza! Qualche beccaio si mise tra' Borgognoni: e (perchè non sempre in opera vile è viltà) combattè fino a morte.
In altra maniera esercitava il coraggio messere Giannozzo Cavalcanti, parlatore valido, e simile a cicala che, su una ghiova polverosa, striscia dal ventre la lunga querela. Il quale nelle molte parole compiaceva mirabilmente a sè stesso, e tra non pochi dei grandi aveva assai benevoli ascoltatori. E ora in Mercato nuovo dinanzi alle sue case, montato su un desco di beccaio, gridava: «Popolo che m'ascoltate, vo' siete ingannati, e in molto misero modo ingannati. A' benefizii del magnifico principe che, da lontane terre venendo, e abbandonando gli splendori della corte francese, e gl'amplissimi suoi dominii di Grecia e di Puglia, scende fino a voi, e degna tenere il freno di questa imbizzarrita repubblica, deh con qual nera sconoscenza, o cittadini improvidi, rispondete? E non considerate voi che l'egregio duca d'Atene e conte di Brenna, è, per altissimo giudizio di Dio, nato di reale prosapia, e al governo della bellissima ed ingratissima città di Fiorenza predestinato? Non rammentate come noi spesse volte abbiamo desiderata la mano d'un principe che reggesse il vacillante stato nostro, e non sempre l'abbiamo (colpa de' nostri peccati orribili) ritrovata? E non pensate che se un principe del Francese lignaggio noi serbiamo col debito onore nel seno del Comune nostro, i soccorsi della real casa di Francia saranno sempre alle necessità nostre pronti e preparati, e il giglio dell'Arno coi gigli della Senna in bellissimi modi s'innesterà, e la nostra grandezza immobilmente starà?»
(Qui messere Giannozzo, tesa la mano di forza per dipingere l'immobilità, poco mancò non sdrucciolasse dal desco.)
«Or alla novella di tanto indegnissima ribellione, che dirà la real casa di Francia della infelice e matta repubblica Fiorentina? Quest'è un volere, o cittadini, diffamare in perpetuo il reggimento a comune, e il nome fiorentino di macchia turpissima contaminare.»
E perchè non gli davano mente, e messere Giannozzo, ansimando più e più: «Popolo che passate, attendete e vedete se è maraviglia e rammarico simile alla maraviglia e al rammarico miei. Tante grazie dalla larghezza del duca in voi versate, tante inimicizie conciliate, tante turbolenze che, senza il suo forte e fortemente soave reggimento, sarebbero pullulate, voi tenete adunque, o Fiorentini improvvidi, per niente? Che se gravezze sono, e quando non furono? Ma poichè a pagarle siete bastati finora, di che vi dolete? Perchè guaite? E se alcune rigide giustizie d'ora in ora son fatte, or come senza il terror della pena contenere popolo di sì dura cervice e di sì mobile ingegno come il popolo fiorentino è? E se giustizie son fatte, non son esse forse consigliate e operate da degne menti e da degne mani di uomini italiani fratelli vostri, e per virtù provata ben cogniti al mondo? E tutto quanto dal magnifico duca è deliberato, non ricev'egli il suggello della sapienza e santità di cinque vescovi di Chiesa Santa? Nè voglio mi rechiate in contrario l'esempio del non meno santo e sapiente vescovo nostro: perchè la ragione e l'esperienza c'insegnano che cinque è più d'uno. O se dubbio vi nasce intorno a questo argomento, perchè non ricorriamo all'oracolo della sede apostolica, e, intanto che la risposta viene, non lasciam libera al duca l'autorità che gli abbiamo, per vallate carte e di mano di molti notai, confidata? Egli, il romano pontefice vi dirà che la ribellione è cosa in istrano modo spiacente al Re mansueto: egli dirà che alle moltitudini non ispetta giudicare la bontà degli uomini che governano, siccome quelle che a ciò non sono nè da Dio chiamate, nè da natura fatte, nè dall'arte degli uomini periti educate: egli dirà che a mal signore (se malo è) succede sovente signore pessimo, e ad uno cento, in pena della colpevole impazienza de' popoli tracotanti. Deh non crediate alle parole che i messi di Satana vengono tra voi, nelle loro tenebrose conventicole, seminando. Considerate il pericolo che per la presente perturbazione sovrasta ai dugento, nel palagio adunati: considerate il pericolo che a tutti voi, matti Fiorentini, sovrasta; e prima che l'ira di Dio e del magnifico duca ci colga, sonate le campane, umiliatevi a' piedi d'entrambi, e da questo e da quello misericordia implorate. Già sento il tuono muggire; già veggo la folgore con ispaventevole suono scendere. Ma voi, popolo perverso e dannato, non mi ascoltate: oh vergogna, oh sventura, oh peccato! E il sole v'illumina, e la terra tuttavia vi sostenta?»
In questo dire, messere Giannozzo Cavalcanti gentiluomo, fallitogli un piede, dal desco del beccaio, bisunto di tutta sorta lotume, sdrucciolò per le terre. E nessuno ne rise, perchè 'l popolo fiorentino badavano ad altra cosa.
Allo strepito delle turbe incalzanti, e al suono delle cennamelle e delle trombe e delle campane incitanti i cittadini a combattere, sentì Rinaldo d'Altavilla serrarsi il pericolo addosso a' suoi. E sebbene egli tenesse in palagio un suo valletto da averne ogni novità, massime se ad Antonio Adimari si preparava sinistro; credette pure dover salire quelle scale, da molto tempo a lui disusate, per giovar di consiglio e d'intercessione gli uomini del suo paese, tutto che indegni. E' s'armava. Matilde, che fra lo scompiglio comune stavasi nelle case incustodita, dalle finestre rimpetto lo vide allacciarsi l'usbergo: e, portata da un impeto prepotente, scese le scale, traversò la via, fu a lui. Con le braccia distese, e, quasi vinta, gettandosi sopra una sedia: «Oh rimanete, esclamò, rimanete, signore!»
Qual fosse più attonito, ella del trovarsi là prima con la persona che col volere, o egli del vedervela, non so dire. Ma la fanciulla, alla quale il silenzio accresceva la confusione: «Non combattete i miei; non affrontate, o signore, il pericolo. Nella vita loro e nella vostra, è la mia. Abbiate misericordia della mia giovane vita.
—Matilde, e voi mi credete così cattivo? In tale stima avete voi il conte d'Altavilla, che v'ama?
—E perchè dunque quest'armi?
—Per difendere Antonio degli Adimari, per reggere i vinti di qual parte siano.
—Le mie preghiere e di mia madre, e l'angelo suo lo guarderanno mio padre: ma perchè volontario darvi, voi, nel pericolo, e raddoppiare senza pro i miei terrori? Che potreste voi fare per esso, che Dio non possa? Non vedete il popolo accorrere da tutti i lati? S'egli nol libera; pensa, voi.»
Fra queste parole Rinaldo guardava confuso alla fanciulla, in cui l'amore d'elezione velava per poco l'amor di natura: e non sapendo nè che si dire nè dove posare le mani, le metteva nelle piume dell'elmo, e librava in aria il suo peso, poi lo lasciava cader grave e sonante.
Ed essa: «Ecco il vostro linguaggio, il trastullo vostro e la gloria: le armi, sempre le armi.
—Oh Matilde, io conosco ben altro linguaggio, ben altra gloria; e mercè vostra. Vostro dono è se l'anima mia s'è levata sopra le anime gravi di ferro e brutte di sangue, degli uomini che mi stanno d'intorno. Chi se non voi mi fece in prima accorto della viltà di servire a signore indegno; chi mi staccò da Gualtieri, come le labbra del bambino si divezzano dal latte di madre non sana? Voi, buona, spiraste uno spirito nuovo in me.
—Io non so che rispondere a queste parole; ma di sola una cosa vi prego: restiate. Slacciate cotesto usbergo; e se qualcuno vi piace difendere, difendete me che son sola.
—Il popolo di Fiorenza, e l'arme de' miei famigliari, fanciulla, difenderanno voi; ma la mia presenza è debita ad Antonio Adimari. Il cuore, o Matilde, non vi dic'egli che quando un padre sta sotto l'ira irritata dei tristi, ogn'altro timore è peccato?
—Voi dite vero, signore, e m'insegnate a arrossire di me. Che sono diventata io mai? Non più cittadina nè figlia. Dunque mio padre è in pericolo? Dite per pietà: la certezza mi darà coraggio e rimorso.
—Infelice, tu non potresti intendere quel ch'io direi: e buon per te.
—Una promessa almeno, o Rinaldo: che non combatterete contro il popolo mio.
—Giuro.
—Che, salvo il padre mio, tornerete a noi.
—Prometto.
—Or accorrete. Io vi allaccierò di mia mano quest'elmo. Ma gli è troppo peso: e non lo posso.»
Rinaldo l'adattò da sè, ed ella glielo allacciò, lagrimando tacite lagrime, che le velavano la vista di lui: e Rinaldo la mirava con un certo come spavento di gioja e di pietà. Poichè la fanciulla ebbe guardato bene se l'elmo commettesse colla corazza, da non lasciare via al ferro, spiccò dal chiodo la spada, e disse: «Spada del mio nemico, io ti bacio.»
A cui Rinaldo: «Del vostro nemico?» E, com'uomo che torni stanco dalla battaglia, sedette abbandonatamente, lasciando cadere sullo scanno le mani sonanti de' guanti ferrei: e la guardava sbigottito.
Ella, come ferita da subita punta, gridò: «E il padre mio?» Balzò in piedi Rinaldo, afferrò la lancia accosta alla parete, e senza volgerle un guardo, uscì correndo. La fanciulla, fatti barcollone pochi passi per la stanza, si buttò bocconi a piedi del letto; quivi stette lungamente sopita in letargo pieno d'imagini strane e fuggevoli: poi, di subito, quasi desta, si diede alla fuga; e come chi scampi alle fiamme ondeggianti dietrogli, risalì le sue scale.
La zuffa, dispersa già, s'accoglieva, come torrente alla china, verso la piazza del palagio de' priori. Son già sbarrate e afforzate le bocche delle dodici vie che menano a quella. Ferivano i Francesi, ma non insultavano ai cittadini feriti, chè la stretta del pericolo non dava spazio ai tristi tripudii della vittoria.
Visto che il confuso azzuffarsi noceva ai men pratichi, gli esperti impediva; gli Adimari ordinarono la battaglia così: i cavalieri da Calimala, i saettieri da San Piero Scheraggio, dal Gardingo i fanti, là dove il circuito del palagio mal difendevano nuove torri non finite e nuovi barbacani. Ne' luoghi detti si ritiravano a riposarsi: ma rinfrescati, s'avanzavano con alterna vicenda nel mezzo della piazza, ora i saettieri difesi dagli scudi de' fanti, ora i fanti addopati ai cavalieri, or soli questi. Fra' cavalieri Francesco Brunelleschi combatteva de' primi: e senza parola (chè ogni parola alla condizion sua stimava interdetta), ma con l'esempio incorava i cittadini; e a qual vedesse pericolante in disuguale conflitto, soccorreva; e i feriti traeva di sue mani di sotto ai pie' de' cavalli e de' fanti: feroce come leone, tenero come madre. Tanto può, a rinnovellare un'anima, il ben sentito rimorso! Bindo de' Pazzi con impeto di Francese si slanciava tra i Borgognoni: e se la lunga lancia del Brunelleschi non era, due volte e' sarebbe rimaso nella rete della morte. Ma quando un acuto quadrello dalla torre gli diede tra la visiera e l'elmetto, e s'infisse sopra la tempia, allora il giovane, nuovo del dolore, portato fuor della mischia, urlava miseramente, dimentico d'ogni baldanza. Ma il Brunelleschi alzò gli occhi al cielo, e disse in suo cuore: «Se tanto è del dolore, or che dovrebb'essere del rimorso?»
Più e più s'empiva di combattenti la piazza, come di gente convitata a banchetto. Quando la porta del palagio s'apre; e un contestabile francese viene facendo cenno di parlamento: ma le saette e le grida lo investirono da ogni parte; onde a lui parve lunga corsa que' due passi da fare per ritrarsi tanto che la porta fosse richiusa, e posto in sicuro il suo nobile corpo.
Già parecchi i morti, e molti i feriti: e la strage veniva densa dal palagio fornito di molto saettamento. Quando il palagio era per vomitare le quadrella, a un segno non veduto dai nostri, i Borgognoni si ritiravano da' due lati; e vie prima che si sentisse lo stridore, veniva la morte. Allorchè, sgomento dal grandinare, il popolo indietreggiava, i Borgognoni facevan impeto in lui con grand'urla, difesi da larghi scudi, o da rotelle lucenti; armati, altri di mazza con punta, altri di tonda; e chi di spada veloce a due tagli, chi di ferro scanalato, chi di lama che più s'allarga quanto più si parte dall'elsa. Ma come serpente che minacciato s'aggroviglia in sè stesso, poi tutto si snoda, e ritto riassale; tale era il popolo, cui l'anima volonterosa insegnava come si possa contra gente agguerrita reggere validamente la guerra. E sottentravano a ribattere gl'incorrenti, a raccorre i feriti e i morti; i quali su un carro, confusi in mucchio, erano portati, questi a Santa Reparata all'onore dell'ultime preci, quelli allo spedale vicin della chiesa. Nobiltà e plebe, ricchezza e povertà agonizzavano ammonticchiati sulla medesima carretta; e spesso i piedi d'un carbonajo battevano, convulsi, nel viso ad un cavaliere. Nel sottrarre i morti loro, tiravano e talun de' Francesi o per le gambe, o per le creste dell'elmo (e talvolta il vuoto elmo seguiva solo le mani de' combattenti che lo lanciavano oltre le sbarre sdegnosi): ma tirato dietro i serragli il cadavere, gli spogliavano gli schinieri giunti con fibbia d'argento, e le spade d'argento ornate, e i gangheri d'oro del fermaglio, trapunto con vario lavoro, e a san Giovanni li votavano o a Nostra Donna.
Primi al pericolo (di che veniva al popolo e concordia e ardimento) erano i più grandi e i più ricchi, fregiati dell'arme privilegiate, già tolte loro dal duca. Ferocissimo, e simile a belva cercante la preda, uno degli Altoviti; chè un'ira selvaggia lo portava via, ed era tutto in vendicare la morte di Guglielmo consorte suo, giustiziato per baratterie da Gualtieri. Cosimo de' Medici, non animoso, ma dotto di tutte frodi, o moveva alla battaglia, come bove grasso tra tori, o si stava il più che potesse in sicuro; poi faceva capolino, gridando: «Fratelli e compagni, combattiamo per lo nostro Comune, per la diletta repubblica.» Il popolo, più generoso e sbadato che credulo e stolto, intendeva al vero quelle parole: e ne' brevi istanti che si riposavano dal combattere, stretti dietro ai serragli, dicevano tra sè:
«Compagnoni e' ci chiamano: a vittoria compiuta, saremo il minuto popolo di Fiorenza.»
Rispondeva un altro: «Cotesta ch'hai detta, è parola vera; ma ora pensiamo a fare. Intanto armeggino anch'essi in più affannosa giostra di quella che corsero all'avvenimento del duca.»
E un terzo: «Segua che può: lasciam costoro fabbricare tra sè odii ed inganni: noi combattiamo per le case nostre e per noi, non per loro. Il domani è sul libro di Dio.»
Così dicendo, tergevano il sudore sudato col sangue, e trincavan di fretta: nè li avresti detti venire dalla battaglia, ma o presti ad entrar nella danza, o, testè della danza usciti, riposando sedere.
Quando li confortava con amiche parole Cosimo Oricellai, uomo incolpabile e forte, ascoltavano tutti con fiducia fraterna: perchè tutti gli uomini sentono la bontà vera; e il popolo, come i bambini piccoli, sa chi l'ama. Era quivi un nipote dell'Oricellai, giovanetto, voluto a forza venire nella mischia, che rispinto dallo zio, senza saputa di lui, s'intruppò, non per vaghezza di lode o di rumore, ma chiamato da un'invincibile voce che acuta e allegra come squillo di tromba, gli diceva dentro: «Combatti contro la schiavitù ch'è odiosa più della morte.» E Cosimo se lo vide improvviso dinanzi, supplicante con dolce sorriso, librando una lancia grave, e pure adatta al suo pugno, e stretto dalla dura coreggia dell'elmo il mento e il tenero collo. Nè allo zio diede il cuore d'ingiungergli se n'andasse; chè se fosse stato suo figliuol proprio, gli avrebbe imposto, non che conceduto, consacrare le mani nella difesa della sacra repubblica. Ma per tempo Iddio ti chiamava, o fanciullo, alla sua pace; e dopo che, in premio del buon volere, egli ebbe infiorata la tua verde età d'una schietta ed alta speranza, e' ti tolse agl'inganni del mondo crudele, ai tedii che alle speranze, sebbene adempiute, conseguono, ai cocenti odii, ai tepidi amori. Una nube di frecce scagliata a un tratto, rasentò la terra quasi tromba d'estate; delle quali una venne apportatrice acerba dell'estremo dolore; e fittasi nel torace, domò, giovanetto, la tua vergine vita. Egli cadde supino sul lastrico: e un tremore di pietà prese tutti i riguardanti, e Fiorentini animosi e Borgognoni gagliardi. Allorchè sua madre lo seppe, disse: «Sia benedetto Iddio che, innanzi di togliermelo, gli permise fare alcuna cosa per la nostra repubblica. Egli è in luogo di salvazione, spero; perchè il giorno della battaglia aveva ricevuto il corpo del Signore.»
I dardi uncinati, che volando parevano desiderosi di bere sangue, si conficcavano dolorosi nelle carni. Poi le pietre gravi grandinavano ruinose dall'alto: e il popolo spaventava a sì male morti, perchè contro quella furia non poteva nè singolar valore nè ordine fitto di schiere. Un di loro, ritraendosi ferito dietro a un serraglio, e lasciando cadere a terra una coltella sanguinante e spuntata dal molto trafiggere, diceva: «Se non l'avessimo fatto noi quel palagio, di nostro! E vederci ora di lì tempestare l'ira di Dio!
—Dio, rispose un frate (che accavalciava le sbarre senz'aspettare l'aprissero), Dio è con noi.» E giunto all'ultima sbarra, sotto la tonaca apparve vestito di tutte arme, e destro come antico guerriero. E guardando all'ampia luce del cielo sereno, esclamò: «Dio, dispensator della guerra, dateci che respingiamo chi mal fece alla nostra città; acciocchè gli uomini delle generazioni più tarde tremino a far male all'ospite suo che gli offerse amistà e signoria.» Votata ch'egli ebbe la messa di domani alla Vergine e ai Santi, immortali patroni di Fiorenza, si confuse alla mischia. E sull'alba, riprese la cocolla, entrò per la chiesa, e celebrò molto devotamente la messa. Di che fatto consapevole il vescovo, lo benedisse; e, non in sua presenza, ma a' frati che ne mormoravano, seppe dire: «Egli ha fatto bene.»
Sapeva il vescovo, che se nella antica legge ai Leviti, era non pur conceduto, ma ingiunto eccitare alla battaglia suonando le trombe, se ai sacerdoti di Cristo predicare guerra per causa santa; nel pericolo della patria non era interdetto tingere di sangue nemico le mani consacrate, e respingere col ferro, senz'ira nel cuore, le ire peccaminose di chi contamina la città di peccato: sapeva che dove tanto solo combattasi quanto bisogna a difendersi, le armi feritrici non sono che scudo; come argine che non infrange le onde torrenti se non quant'esse incorrano infuriando per allagar la campagna, e trarre le fatiche e le vite umane nella vorticosa rapina. Sapeva che può fralle armi il sacerdote, non pur ravvivare il coraggio, ma temperare i furori, consolare le agonie miste e de' suoi e de' nemici l'un sull'altro cadenti, sottrarre questi a inutile morte, e con la spada, quasi come con la croce, nel nome di Dio benedire.
Il saio del frate apparve tra le armi, non come tra il verde della foresta luccicare minaccioso di lancie, ma come agli assetati spumeggiare lontano di fresca acqua corrente, come luce fralle tenebre al pellegrino. Alla vista di lui combattettero i Fiorentini più animosi e più miti, i nemici più arrabbiati e più trepidi. Ed egli, fra il fischiare delle saette e il rintronare de' ferri sulle armature, come se fosse il sibilo del vento tra i rami, si chinava sicuro a raccogliere la parola dei moribondi, e di lì si rizzava a sviare, or con un'arme raccattata da terra, or con la mano ignuda, la spada imminente sì al cittadino, sì al nemico implorante la vita. Pareva come tra il nero di nubi ammontate punta di metallo lucente rizzata ad attrarre quasi a stilla a stilla la corrente fulminea. Ed era refrigerio all'anima sua piagata insinuare nell'anima di qualche straniero parole di pentimento efficaci, nell'anima di taluno de' suoi parole di misericordia, che facessero doppiamente accetto il sacrifizio della morte. E allora il padre infelice sentì consumato in sè il sacrifizio degli antichi suoi sdegni, allora perdonò agli uccisori del figliuolo proprio, e in un amplesso con la patria sua libera li abbracciò. Non i rivi correnti di sangue sbramassero la sua vendetta, ma sì quant'esso per mitigare le vendette altrui fece e disse, e quanto di dire e patire desiderò. Così quella fiamma che da molte acque versate traeva alimento e in più ampi vortici fumosa saliva, al gettarvi panni bagnati, si spegne. E perchè fin ne' suoi ardimenti l'anima umana è debole, pareva al vecchio che se il sacrifizio di un altro figliuolo dovesse offrire per la patria e per Dio, l'offrirebbe. E Dio quella fiducia tra altera e sommessa, ma schietta, come grata offerta accoglieva.
Era ancora il sole alto; e, visto avviarsi vigoroso in piazza l'assalto, Corso d'Amerigo Donati e i fratelli, i quali avevano amici e parenti in prigione, sì per impazienza d'affezione e di vendetta, sì per avere più libero spazio al valore; e Corso per imitare l'esempio famoso dell'avolo suo (ma, diceva egli, per provare la virtù della bandiera del popolo), andarono verso le Stinche di costa a Santo Simone. Era l'edifizio di pietre grandi e bene commesse, ma lo sportello di legname, e di legname la bertesca; non molte le guardie, sciolti i prigioni. Tentarono sfondare co' ferri, ma e' si spuntavano; quando Rosso di Ricciardo de' Ricci, ivi entro condannato in perpetuo, gridò a que' di fuori: «Fuoco.» E misero fuoco allo sportello; e que' d'entro ajutandoli, chi con le accette e chi con le mani, fu sgangherato lo sportello; e tutti liberi in poco d'ora. E armatisi, crescendo ad ogni passo la moltitudine seguitante lungo le vie della bene edificata città, Tile de' Benzi de' Cavicciuli, e parecchi de' Pazzi, e altri che avevano loro amici in bando o presi col duca, s'avviarono a palagio dov'era il podestà, Baglione di Perugia; uomo cupido di danaro, al quale di podestà non era che il salario di quindicimila dugenquaranta fiorini d'oro, e il titolo, e tanto di ribalderia quanto bastasse a servire alla ribalderia onnifaccente del duca. Al Baglione il rumore annunziò di lontano per chi si preparasse la festa; e, radunati i famigli, romagnuoli i più, con affezione insolita, e con mostra d'ardire diverso dalla vecchia audacia sua, gridò:
«Figliuoli, questa è l'ora di valentemente difendere la signoria del duca nostro e le nostre proprie vite dagl'iniqui ladroni; quest'è l'ora di dimostrare al mondo chi voi siate, e chi sieno queste volpicciattole fiorentine dal ricco pelo e dall'ossa mal commesse, timidamente rapaci. La pace della città e la gloria d'Iddio nelle vostre mani è affidata, di Dio che detesta le sedizioni come scellerata invenzione di Lucifero, padre di tutti i ribelli.»
Ma i famigli risposero con tranquilla sfacciataggine, essere mestier loro offendere, non difendere; unico scampo la fuga.—Allora il podestà, deponendo la larva del coraggio, fatto viso di tutt'altro uomo, e tremando: «Fuggire! ma come?»
E i famigli: «Ciascuno pensi a sè: che se a signoria vostra abbisognasse de' nostri consigli, li avrebbe chiesti assai prima.»
Così dicendo, scappavano. Ond'egli, vestiti gli abiti del più guitto tra' famigli, che per carità glie li cesse, adattatasi una panziera a difesa del corpo, mancandogli tempo da soprappor la corazza, intanto che gl'infuriati venivano da una via, uscì dalla porta che dà nell'opposta: e nascondendo il viso, e non osando torcere il collo, e pur voglioso di guardarsi dietro (che già si sentiva le grida alle spalle, come il viandante colto dal mal tempo, si sente gocciolare pel dorso l'acqua temuta), alla fine mise il piede nelle case degli Albizzi. Nè mai le sue scelleratezze gli avevano data la millesima parte dell'angoscia che gli diede quel breve tragitto. Ma Dio serba i terrori, o i dolori, o (pena più crudele) i sospetti, a chi e' risparmia i rimorsi.
I famigliari dell'Albizzi, riconosciuta sotto a que' cenci la podestà, lo afferrarono, e volevano farne strazio; quando si rammentarono che il signore era in casa, ferito nel primo scontro da un quadrello di balestra grossa; e corsero a lui domandando, che fare della podestà. L'Albizzi, stizzito, non già dal dolore che provava acutissimo, ma dal non potere, sebbene maturo d'anni, combattere, rispose con ira: «Che fa a me quel carcame vivente?»
E perchè i famigliari, genìa interpretatrice, torcevano al peggior senso le sue parole, e se n'andavano allegri del potere tormentare una potestà, messere Antonio ravvedutosi, aggiunse: «Chi leva un capello da quella testa scellerata, pagherà 'l debito con la sua testa. Io non degno che pure i miei famigliari s'imbrattino in sì vil sangue.
—E che farne?
—Che chied'egli sia fatto di lui?
—Vuol vedervi, messere.
—Via da me quel basilisco di baratteria, che con gli occhi mi farebbe tutto una piaga.
—Dunque?
—Lasciatel ire.
—S'è' viene a voi per rifugio?
—Rimpiattatelo; vestitelo da famigliare, da donna: ma astenete le mani da lui, siccome fareste dall'amico del signore vostro.»
I famigliari non intendevano quel misto di sdegno, di spregio, di pietà; e stimavano messere Antonio degli Albizzi matto.
De' famigli della podestà taluni scapparono nel convento di Santa Croce: e quale de' frati non voleva aprire; altri pensava si dovessero accogliere per prudenza, acciocchè, se il duca o gli amici del duca vincessero, l'ordine di san Francesco n'avesse merito; altri, per debito d'ospizio e per carità.
La turba salì schiamazzando le scale del palagio, e mille villanie diceva al Baglione lontano. E correvano per le stanze spalancate con gli archi tesi e con in mano le spade. Ma, non trovando persona, la rabbia si volse contro gli arnesi, le finestre, le panche. Rompevano, infrangevano spezzavano, fracassavano, sminuzzolavano, pestavan co' piedi. Pochi gittavano all'impazzata giù nella via: ma i più si tenevano il frammento quale d'uno qual d'altro arnese, a memoria del giorno quando i cittadini di Fiorenza, non potendo più sopportare la servitù degli uomini stranieri, insorsero a libertà.
Spersi gli arnesi, e arso il resto, vanno alla camera del Comune, la forzano, ardono i libri ove i nomi degli sbanditi erano scritti: i debitori (ogni tempesta ha la sua schiuma) rubano gli atti della mercatanzia, per ispegnere la memoria de' debiti. Altra ruberia non fu fatta in tanto scioglimento di città, se non contro alla gente del duca. E tutto avvenne per l'unità in che si trovarono i cittadini a ricuperare la propria libertà e quella della repubblica.
Que' del sesto d'Oltrarno, che per sè era di grandezza e potenza un'altra buona città, sentendo lo sforzo della battaglia essere tutto intorno al palagio, prima che l'aria fosse bruna, apersero l'entrate de' ponti, e passarono a cavallo e a pie' in arme. I Bardi venivano scorrendo le file, e contenendo i cavalieri più veloci o più ardenti, non rompessero gli ordini. E perchè si sapeva che i radunati in sulla piazza potevano per molt'ora resistere, e per rassicurare in ogni parte la commossa città, mostrandole le forze sue, fecero levare le sbarre delle rughe maestre che non mettevano diritto alla piazza, e con le insegne del Comune e del popolo cavalcavano gridando: «viva il popolo e Comune in sua libertà!» e: «muoia il duca!» I vecchi e le donne rispondevano viva, e levavano gli occhi al cielo ringraziando; salutavano i noti, agl'ignoti arridevano come ad amici; i più appariscenti additavano; all'armatura o alla divisa o al portamento riconoscevano i volti celati dalla visiera; ai bambini indicavano con infantili parole il perchè della splendida mostra; e quelle bocche, aperte appena alla vita, gridavano anch'esse: muoja. Gli erano più di mille a cavallo, montati su destrieri tutti a briglie con freni dorati e purpurei, fra dei loro e di quelli tolti alle genti del duca; con archi soriani all'arcione, con al braccio scudi lisci ed uguali, o rilevati a vario lavoro, con tremolanti sugli elmi piume d'estrani uccelli. Poi dietro venivano diecimila armati a corazza e barbuta come cavalieri; senza l'altro minuto popolo in arme: chè la bene abitata città forniva venticinquemila combattenti; senz'alcuni forestieri, usi ai modi del guerreggiare italiano, e alcuni cavalieri lombardi, e senza que' del contado. A ciascun sesto precedevano l'insegne sue. Oltrarno, scala bianca in campo vermiglio, dragone verde in campo rosso: San Piero Scheraggio, carroccio d'oro in azzurro, toro nero in giallo, leone nero rampante in bianco: Borgo, vipera sul giallo, aquila nera sul bianco, cavallo sfrenato, covertato a bianco e a vermiglio, sul verde: San Brancazio, leone azzurro rampante coronato, nel bianco; Porta San Piero, due chiavi rosse in fondo giallo: Porta del Duomo, con in fondo il colore medesimo, drago verde. Queste ed altre le insegne de' sesti: alle quali venivano miste le militari; de' cavalieri: d'Oltrarno e del Duomo, bianca; di San Piero Scheraggio, nera e gialla; di Borgo Santo Apostolo, bianca e azzurra, addogata per lo lungo; di San Piero, gialla, di San Brancazio, bianca e verde. Verde l'insegna de' mercatini; de' balestrieri, campo bianco e balestro vermiglio, o quello vermiglio e questo bianco; degli arcadori, un arco in bianco e in vermiglio; de' pavesai, un giglio in vermiglio ed in bianco; de' cambiatori, montone bianco in vermiglio; de' medici e speziali, campo vermiglio con Nostra Donna e Gesù; de' giudici e notai, stella grande d'oro in azzurro; de' setaiuoli e merciai, porta rossa e piano bianco; de' maestri di pietra e legname, sega, scure, mannaia, piccone, e rosso il di sotto; dei fabbri, bianca la sommessa e sopra tanaglie nere grandi. Ma il bue nero de' beccai pascente in prato giallo, mancava.
Venivano a torme, a schiere, a drappelli, a larghe file, a due a due, in vago disordine: e tra quella selva di lance e di spade si smarriva lo sguardo con lieto errore: quale in ricca foresta le piante qui rade, là fitte, che all'alte cime s'alternano i giovani ramuscelli e le folte macchie; e ogni cosa, l'erbetta minuta, i fiori appiè delle negre elci, l'ellere, i rovi, la borraccina, significano la possente ubertà della terra; gli uccelli volano dall'abeto al cespuglio; e le acque correnti nutricano con amore e le mature e le giovanette, e le altere e le umili vite. Il quale popolo fu molto mirabile a vedere, e possente e unito.
Ma sotto il caldo della giornata, e sotto quel tedio che occupa, per la non vinta resistenza, gli animi instabili, la stanchezza aveva prese le membra robuste de' Borgognoni; che senza pane e senza vino, eglino, avvezzi a bene morfire così come a battagliar bene, e vedendo a ogni capo di via i cittadini ristorarsi e cioncare, quasi per far loro dispetto, già maledicevano, non il duca ma la repubblica di Fiorenza che a' loro ventri dava noia sì lunga. I più impazienti (ed erano i più corpulenti) smontando bel bello da' cavalli, picchiavano alle porticciuole; e, vietante il duca, ma volenti di forza i loro compagni, entravano. Al veder questo, l'avaro signore ricorse a tarde promesse di ricchi doni: ma tra un fiume d'oro lontano e un centellino d'acqua presente, l'assetato ha pronta la scelta. Poi sapevano le larghe promesse dell'uomo e lo stretto attenere.
I rimasi sul campo, per questo spicciolarsi, vie più si scoravano; e più rimessamente incalzavano que' della terra, più alacremente assalenti. Il numero de' Francesi feriti o prigioni cresceva. Altri presi in tanto che appoggiando il lento passo alle lunghe lance, ritenendo il respiro per non guair di dolore, rammentando i dolci campi paterni, e raccomandando l'anima fuggente a Dio (l'anima che in tristo uffizio compiva le sorti della vita), si strascinavano fuor della mischia. Altri presi in tanto che si spogliano dell'arme francesi, e raccolgono sotto l'elmo la bionda capigliera ondeggiante sul collo, e s'ingegnano di strisciare non visti tra nostri. Chi s'arrendesse spontaneo, risparmiato: ma de' resistenti, altri malmenati duramente, altri, per ludibrio, gettato nella carretta, sotto a' cadaveri, ignudo. E que' capi vivi si dibattevano sotto ai morti, come naufrago sotto le tavole del fracassato legno galleggianti. Di che fremevano i più animosi tra' Borgognoni combattenti tuttavia, e pungevano sè stessi a combattere sino all'ultimo disperatamente. Ma la notte scese a rinvolgere nel suo velo le ferite e i terrori; e, se non che qualche grido levavasi ad ora ad ora a tener desti gli animi e le ire pronte, le balestre e le lance posarono. Per cenno del duca i Francesi si raccolsero nel palagio; di che i Fiorentini lieti, come di ritirata nemica, deliberarono, se novità non sopravvenisse, cambiare in assedio l'assalto.
Sull'alba del dì di domenica il vescovo ordinò preghiere in tutte le chiese da Sant'Ambrogio a Ognissanti, per ringraziare Dio della prima vittoria, supplicarlo donasse a Fiorenza intero il benefizio della cara libertà, contenesse gli animi esultanti da ogn'impeto di crudele vendetta. Le chiese erano gremite di gente; e le madri vi portavano i bambini piccoli, che più diritta salisse a Dio la preghiera per la voce degl'innocenti. Quelli che assediavano il palagio, sull'alba, ogni saettare restato, si diedero la muta, e ascoltarono tutti con allegro fervore la messa. Tanto più fervore, che un po' di tema vi si mesceva, non per sè, ma per le persone care, e per il Comune; e che in quella concordia degli animi fiorentini si sentiva lo spirito di Dio. Ringraziavano umilmente: al perdono non pensavano molti, chè difficile è accoppiare insieme queste due cose: punizione e perdono. E da sola la virtù pregata e provata viene a noi miseri tanto amoroso senno.
Nel palazzo pregavano alla loro maniera i soldati; quella preghiera disgraziosa e diffidente che l'uomo peccatore volge nella necessità estrema al Signore, così come il vile prega all'amico tradito. Facevano voto alla Vergine o a' Santi del loro paese; ma del promettere ammenda de' mali fatti, era nulla. Poi dalla preghiera prevalicavano alla bestemmia, o a cosa simile alla bestemmia, all'impazienza superba e disperante. Fatti accorti della profondità del pericolo, e stremi fino di vettovaglia, uomini a' quali nessuna nobile ragione reggeva in quel frangente la coscienza, parevano com'onde che fremendo s'infrangono negli scogli, e l'ira loro si risolve in ischiuma. Gli erano quattrocento; e brontolavano, sè non essere venuti di Francia per basire di fame e di sete nelle terre fiorenti d'Italia; se dal fare quello che tutti non fanno (così chiamavano costoro, con francese eleganza, le ribalderie) non veniva miglior guiderdone, tant'era rendersi frati.
Il duca, stretto dal pericolo, mandò per Rinaldo conte d'Altavilla, il quale e' sapeva essere nel palagio, che ora stava nella camera dov'erano i dugento rinchiusi, ora sedando le bestemmie de' soldati insofferenti. Questo stesso intercedere che Rinaldo faceva per lui, glielo rendeva odioso; chè agli offensori increduli della virtù, ogni generosità pare oltraggio. Pure lo chiamò a sè, pregando n'andasse ad Antonio degli Adimari, e gli profferisse il grado di cavaliere: egli, il duca, quel giorno stesso lo fregerebbe del titolo. Il conte d'Altavilla rispose:
«Vorrei, sire, far cosa grata ed utile a voi; ma di questa l'esito io stimo e ingrato e dannoso. Nè messere Antonio degli Adimari» (il duca a quel titolo riverentemente dato a un suo prigione, e da uomo francese, s'accipigliò; e il conte, avvistosene, ripeteva) «Nè messere Antonio degli Adimari accetterà cotesto titolo in tale condizione in quale ora è; nè per tali mostre il popolo porrà giù l'ira sua. Cosa cui fare non è, sire, della dignità vostra, io non credo della mia rapportare: però vi piaccia scegliere altro messaggio.
—Conte d'Altavilla, voi oltraggiate il duca Gualtieri.
—Io rispetto il duca, sire; e nel Francese difendo, quant'è in me, il nome Francese: e a Dio fosse piaciuto ch'io avessi ragioni e modi da più degnamente difenderlo. Di questo io reputo del debito mio farvi avvertito, sire; che non per titoli si piegherà l'alterezza di questi uomini fiorentini. Le cose sono a tale oramai, che i dugento presi, torna più a voi siano lasciati, che a loro: e più tranquillo sarebbe l'animo loro in morire che il vostro in ucciderli.
—Voi consigliate, o conte, a me cosa vile.
—Sire, io non vi consiglio ucciderli, ma lasciarli.
—E se a me piacesse altrimenti?
—A voi piacerebbe la morte vostra.
—Signore d'Altavilla, a me non è bisogno de' vostri consigli.
—Se mai v'occorra bisogno dell'opera mia, rammentatevi ch'io sono Francese.»
Uscito il conte, Gualtieri chiamò a sè il Visdomini, gli comandò l'imbasciata allo Adimari; e messer Cerrettieri, che sperava con tal mediazione fare sè meno odioso, e alleviarsi il pericolo, andò. Come Antonio l'ebbe veduto arridente l'incerto sorriso de' tristi che temono:
«Chi siete voi? domandò.
—Uomo disposto a' comodi vostri: e il duca nostro signore mi manda.
—Vo' avete un duca a signore, e alla favella mi sembrate fiorentino. Uomo fiorentino della lingua, e francese dell'anima, è animale che non appartiene alla specie ond'io son nato. Dite al signor vostro, s'e' vuole o farmi sapere cosa o saperla da me, mandi uno de' suoi. Fiorentini, creature del duca d'Atene, un Adimari non degnerà di risposta.»
Il Visdomini, in cui, non la vergogna ma la paura spegneva la rabbia, uscì senza dir motto: e sì gli seppe d'amaro rapportare le parole d'Antonio, che quel momento d'umiliazione fu a quanti avevano patito da lui onta o supplizio, sufficiente vendetta. Il duca, rattenendo, non lo sdegno che già gli veniva meno, ma la disperazione che incominciava, mandò per il barone di Ciavignì, gioviale uomo, e, per servo di tale duca, non tristo, ora dal pericolo fatto migliore; non aborrito da' Fiorentini, perchè col sorriso perpetuo allentava gli odii, come colpi che caschino in materia cedevole. Costui, pregato dell'ambasciata, accettò. E la fece, scansando le parole acerbe e le vili, con destrezza velata di molta semplicità.
«Messere Antonio, il duca signor mio, conoscendo le cose essere, per non so qual caso, trascorse di là dal suo intendimento, stima opportuno manifestare al Comune di Fiorenza il vero animo suo, riconoscendo voi esente da ogni sospetto addossatovi dalla calunnia d'alcuni de' vostri, e il valor vostro onorando col titolo di suo cavaliere.
—Barone di Ciavignì (rispose l'Adimari, con piglio quasi amorevole all'ambasciadore, e con severità quasi regia verso chi l'inviava): piacciavi dire al signor vostro, ch'io da lui m'aspetto, non già le insegne di cavaliere, ma le catene e i ceppi; che quelle insegne e' non può profferirmi se non tinte del sangue de' miei; che, con qualunque intenzione egli me l'offra, io le rigetto da me con terrore, come proffertemi dal più brutto e villan cavaliere di tutta cristianità.»
A cosiffatte parole il barone avrebbe altrove data altra risposta: ma pensando ai pericoli del signor suo: «Rammentate, messere Antonio, che qui si tratta non dell'utile vostro, sì del Comune di Fiorenza, che amate tanto.
—E dell'onore si tratta, gridò corrucciato l'Adimari»: onde il Ciavignì, per non esporre a nuovi oltraggi il nome del duca, e sè al pericolo di rinnegare la pazienza:
«Or basti. Dagli onorevoli cittadini che sono con voi, prendete, messere, consiglio: e se tutti convengono nella vostra volontà, questa in breve sarà nota al duca. Io qui presso attenderò la risposta.»
I Fiorentini di là entro lodarono le misurate parole del barone, e dicevano: «Cotesti Francesi sanno pure, quando vogliono, e quel che si convenga dire e quel che tacere.» E messisi intorno ad Antonio, i più s'ingegnavano dimostrargli, come di prigione e condannato nel capo era bello uscir cavaliere; non altra più splendida prova potersi desiderare del terrore del duca, cioè della potenza del popolo fiorentino; quelle insegne esser buone da appendere a santa Maria del Fiore, come trofeo; se un ladro ti rende l'oro rubato, nessuna viltà ripigliarlo; e se cotesto parevagli disonore, il popolo fiorentino ne lo laverebbe, ribattezzandolo cavaliere nel nome suo.
Questo i più temperati: ma i più caldi incalzavano per il no; e la disputa tiravano in lungo. Il barone di fuora aspettava, punzecchiato dalla furia francese, e sbuffando, come cavallo che sente lo sprone e la briglia a un tempo. Quando l'Adimari, visto che questo pure diventava seme di rissa tra' cittadini, troncò la lite assentendo.
Ebbe gli onori di cavaliere sull'atto: e chi più ne arrossisse o fremesse, se egli o il duca, non so. Inginocchiarsi dinanzi al nemico non volle, e la cerimonia compiè ritto. Quegli di sua mano gli affibbiò con fibbiaglio d'oro lo sprone; e quasi tremando consumò gli altri riti, e biascicò le parole: «Questo cingolo ti dono in significanza di castità, di giustizia, di carità.» Strane parole in bocca a tale uomo, come sarebbe il sermone della povertà in bocca a un papa. Quando si venne al bacio, non è cosa da dir con parole che occhi facessero il Fiorentino e il Francese; quali fossero i moti, i cenni, i pensieri de' baroni, de' soldati, de' prigioni, de' consiglieri del duca iv'intorno raccolti. E' pareva in quel punto che la tirannide, conoscendosi vinta, cedesse gli onori suoi nelle mani della repubblica, e a quella con paura e con fremito si rinchinasse.
A una finestra del palagio si affacciò messer Cerrettieri con la bandiera non più del duca ma del Comune per annunziare al popolo la novella, e ingrazionirselo; ma, al pur vederlo, più urla l'accolsero che il palagio che aveva saettato quadrella. S'affacciò in vece sua, destinato quel dì a dure prove, il barone di Ciavignì, e pronto sempre ad uscirne con non paurosa e non ignobile leggiadria. Ammezzò con l'accento francese le parole soffiategli dietro da Ippolito figliuolo del bargello, e accomodandole col garbo suo proprio, e buttandovi per entro qualche sfarfallone barbarico, annunziò messere Antonio degli Adimari essere cavaliere. Dalla quale vittoria fatti più superbi e avidi, il popolo diede in urla più fiere, chiedendo, i presi fossero lasciati sull'atto.
Il duca, al qual pareva viltà concedere molto, anche spontaneo, ora si vedeva forzato; e toltogli ogni merito delle sue, com'e' fingeva crederle, grazie: e, pur dal sospetto della viltà rifuggendo (Francese pretto in ciò), repugnava. Nuova di fuori nessuna, nè de' soccorsi aspettati: al buio d'ogni verità, altro che terribile; simile ad uomo posto in tanto di luce quanta basti ad illuminare un precipizio, fitto di tenebre il resto. Gli venne in pensiero di salire in cima alla torre del palagio, e fare gli occhi propri messaggi del vero: che rado i principi fanno. Saliva solo, a passo lento, e accostandosi alle feritoie, sentiva giù la tempesta popolare mugghiare profonda; e il grido «muoja» fischiare acuto, come tra '1 rompere de' marosi, il cigolio delle antenne. Oh quanto lunga gli parve quella salita; e come l'aria schietta e vibrante dell'alto era grave alla sua anima ansante! Quando fu in cima, guardò nella piazza formicolare le turbe inimiche; e quegli animali, quasi striscianti per terra, ch'e' non poteva schiacciare, gli mettevano stizza; come la stizza del fanciullo inviziato che vuole una vendetta insensata e sopra le forze sue. Guardò sulla vetta di Trespiano, se mai vedesse un amico lampeggiare di lancie; ma sola qualche falce di mietitore gli faceva corto ed amaro inganno. Poi guardò alla città: vide per le vie prossime e per le lontane caracollare drappelli d'armati; e sventolar sulle torri e sui campanili le bandiere del Comune e del popolo; e il popolo uscire ed entrare ne' tempii a grandi onde. Quella devozione a lui avversa, e lieta dell'onta sua, gli commoveva dentro una rabbia non dissimile dalla bestemmia. E' sentiva ondeggiare nell'aperto e mescersi sotto sè, quasi cantico di vittoria, il suono delle campane; e rammentava il dì, quando le campane sonarono festive il suo avvenimento. Volò intorno con gli occhi per tutta Fiorenza, per quella selva, con bel disordine folta di monumenti di forza e di dovizia e di bellezza. Innalzò gli occhi al cielo, da sì gran tempo confitti o nelle travi d'un chiuso palagio, o nel tetro luccicare dell'armi, o nel dubbio volto d'uomini non amati, o nel freddo viso di femmine non amanti: poi li chinò sulla valle beata, sui giri scherzosi del fiume, sui colli ingiardinati e incastellati, sotto i quali la terra, fiorente dell'opera umana, si distendeva, come palpita il cuore di giovane donna sotto le caste mammelle: e dalla gioja de' campi rinnalzò gli occhi alla gioja de' cieli, a quel dolce sereno, a quel sole forte e puro, come il calore d'anima generosa. E sentì prepotente nel chiuso spirito penetrare, come fuoco in metallo, la forza della natura; e nella bellezza della natura intravvide la giustizia di Dio, come chi sente per cielo azzurro il lontano muggire di tuono estivo. Nè mai Fiorenza gli era veduta sì bella. E comprendendo in uno sguardo l'Uccellatoio, e le vicine terre e le lontane, pensò quante erano in balìa sua, quante sarebbero potute venire; pensò, ch'e' non voleva in sul primo quell'assoluta signoria alla qual poi l'anima sua s'abbarbicò con radici così sitibonde; pensò, perduto forse ogni cosa. A questa imagine non resse: e scese quasi di corsa. Più scendeva, e più l'anima, aderente alla terra, pareva s'alleviasse, come al respiro dell'etico l'aria grossa è medicina, la schietta è stimolo di morte. Adunati i suoi, ascoltato il consiglio franco ed accetto del barone di Ciavignì, deliberò lasciare i dugento.
Cigolarono sui cardini restii le porte della camera ch'era carcere ai presi: e il barone di Ciavignì, lieto del messaggio, annunziò la data libertà. Nell'uscire, i più sdegnosi volgevano gli occhi da lui, come avrebbero fatto da Giulio d'Assisi, il bargello; altri lo salutarono dello sguardo, altri della mano: Antonio degli Adimari gli porse la sua. Qual fosse il senso del barone nel tocco di quella mano, parola nol dice: perchè l'affetto rispettoso d'una nobile anima eccita in anima non avvilita tale una voluttà, ch'è negata fors'anco all'amore. E quando temi il duro o calunnioso sospetto de' buoni, vedere da uomo buono indovinata, come per rivelazione, l'anima tua, è compenso di molti dolori. Oh barone di Ciavignì, quando lasciavi per il soldo di duca Gualtieri la terra di Francia, non pensavi al certo che il più caro premio, la più memorabile gioja che tu dovevi riportare d'Italia, sarebbe la stretta di mano d'un cittadino fiorentino, prigione.
Uscivano a due a due nella piazza i liberati; ultimo l'Adimari, quasi vergognoso delle sofferte insegne: e sull'uscire incontrò gli occhi di Rinaldo conte d'Altavilla che lo guardava con riverenza di figliuolo; e si commosse nel cuore profondo.
Uscivano a due a due. I parenti, gli amici, gl'ignoti, s'affollavano loro intorno, come ad uomini usciti di sepoltura, come ad antichi cittadini di repubblica morta che in un subito risuscitasse con loro. In quella dolce confusione d'amplessi, e di parole tronche, e di voci a cui mancavano le parole, molte faville d'odio, rimase nel fondo de' cuori, si spensero, perchè la gioja spegne gli odii meglio che non fa la paura.
Dispersisi quelli, per andare a vedere le mogli e i figliuoli (che li aspettavano chi alle finestre, chi sulle scale, chi ne' cortili, e chi nella via, secondochè la dignità permetteva all'affetto, o l'affetto vinceva la dignità), la moltitudine sulla piazza, calmata l'ansia dell'aspettazione, rassicurati, incominciarono a ragionare. I più confidenti, o forse alcuni tra' ligi allo straniero, facevano ogni cosa finito: potersi la città rimettere in pace; il duca cederebbe di buona voglia e anderebbe via. Per tali discorsi infuriavano i più; e: che cacciare la tigre nella tana, non era già averla spenta; e che smacchierebbe feroce, e farebbe impeto nella campagna; e bisognare la morte della fiera, e de' tigri, creature sue. Gridava uno: «S'i' lo vedessi abbracciato a un Santo del paradiso, e non ne lo potessi spiccicare, passerei da banda a banda il Francese col Santo.» E un altro: «Stritolargli le ossa bisogna, in minuzzoli più piccini della sua coscienza, di quel piccinaccio, di quel reciticcio. I tristi che non hann'anima nel petto, l'hanno in ogni membro del corpo: e, a mazzerarli come canapa, si rihanno.» E qui urlare con voci roche: muojano! muojano! E di que' che gridavan più alto, i più non avevano jernotte combattuto altro che in sogno. Ma quando la paura ne' vili finisce, il timore negli animosi comincia: e là dove allo stolto le difficoltà si dileguano, appariscono al saggio.
Fin da domenica notte erano venuti di Siena, capitanati da Francesco Montone, trecento cavalieri e quattrocento balestrieri, molto bella gente; ed entrati nella città, fra le grida del popolo, a lume di fiaccole e a suon di campane. Riposati che si furono, e sentita la messa in Santa Reparata, i sei ambasciadori, tre grandi e tre popolani, si presentarono al vescovo e a' più onorevoli cittadini raccolti intorno di lui; e Francesco de' Salimbeni cavaliere disse queste parole:
«È intendimento del Comune e del popolo di Siena, con questo leggier soccorso mandare al popolo di Fiorenza una significazione della benevolenza sua: e questo stima debito di repubblica a repubblica, e di gente toscana a gente toscana: e vive sicuro che in ogni occorrenza il Comune e il popolo di Fiorenza farebbe il simile verso il popolo e il Comune di Siena.»
Queste semplici parole furono più soavi a dire e a udire che in altri tempi non fosse ogni civile vittoria delle più gloriose: nè tanto Farinata godè a Montaperti della debellata, quanto il Salimbeni ora della soccorsa Fiorenza. Il vescovo a lui rispose:
«Non vi desideriamo, onorevoli cittadini, tali occasioni quale questa è, da provare la fede nostra; ma questo vi promettiamo, che ogni pericolo della vostra repubblica sarà da Fiorenza tenuto siccome suo. Io intanto e questi cittadini presenti a voi, nel nome del Comune, con leal cuore vi ringraziamo del buono animo vostro: e al popolo e al Comune di Siena ogni bene e grandezza dal misericordioso Iddio, e dalla Vergine, vostra signora e nostra, imploriamo.»
Vennero i Samminiatesi, vennero i Pratesi domenica mattina, co' loro soccorsi: venne il conte Simone da Battifolle, venerabile vecchio, e Guido nepote suo. E con forte voce ma tremante per la lieta turbazione dell'animo, il conte disse così:
«Ringrazio Dio che ha serbata la mia canizie a questo giorno tanto fortunato alla vostra città, degna figliuola ed erede della libertà e gentilezza di Roma. E mi sarebbe doluto morire, e la vostra diletta repubblica, sì lungo tempo durata in grande libertà, lasciar tuttavia sotto la mannaia di straniero carnefice. Ormai, magnifici cittadini del Comune di Fiorenza, i' non morrò a tale ora ch'io consolato non muoja, perchè gli occhi miei hanno vedute le bandiere del vostro popolo spiegate di nuovo in sulle torri dell'antica città. E m'è grato che questi pochi guerrieri, da me condotti come soccorritori alla battaglia, giungano testimoni della vittoria.»
A lui il vescovo: «Iddio benedica, o signore, la vostra vecchiezza, e la bontà dell'animo vostro.»—E voleva seguitare; ma non trovava parole che dicessero più nè meglio di queste poche: quando l'affollarsi intorno al nobile vecchio de' cittadini affettuosi, tolse l'Acciaiuoli d'impaccio.
E la domenica al tardi e il lunedì concorrevano da tutte le porte i contadini armati, chi per cenno de' loro signori, i più per devozione al Comune; vogliosi di sentire l'odore della battaglia, ora (nella gioja) dolenti quasi della non da sè cooperata vittoria. Mezzo ignudi taluni: ma sotto a que' cenci batteva un cuore d'uomo franco e di cristiano, credente nelle forze del Comune e nel nome della libertà. I sacerdoti, sopra tutti, accoglievano con amore que' poveretti; e al vederne le torme, non fiacche ma ubbidienti con altera docilità al ben compreso comando, e che movevansi da spontaneo impeto concitate, godevano in cuore. Chi dell'armatura guerriera non aveva che l'elmo, chi soli i cosciali, chi un pavese arrugginito: ma le falci erano lucenti, e taglienti le accette, e gli archi fecondi di certa saetta. E dicevano in loro schietto e potente linguaggio, dello sbarbare la mala erba francese, e del potare i rami fradici dalla buona pianta. Ad un setaiuolo brillo, il qual si faceva beffe della veneranda e terribile semplicità di costoro, e si lasciava fuggire parole pericolose in dì di vittoria popolare, sicure il dì poi; un contadino cencioso ma pulito de' suoi cenci, guatando bieco ma freddo, rispose: «Se vo' sapeste vivere come noi viviamo, non fradici di vino, e rimpinzati d'untuosi banchetti, e invidiosi, e peccatori; vo' non correreste rischio di perdere ad ogn'istante la vostra libertà e de' figliuoli vostri. Perchè la maledizione di Dio v'entra in città, come la pestilenza, cucita in quegli abiti foderati di vaio e d'ermellini. O anime di volpi, gente vestita d'orgoglio, e addobbata di male frodi!»—E' voleva seguitare, quando il briaco gli si avventò per zombarlo: ma il contadino non degnava adoprare l'accetta. Ed ecco gente venne che, gridando, fece fuggire lo sbeffeggiatore briaco, il quale, inciampato in un sasso, cascò come morto.
L'Acciaiuoli, con altri buoni cittadini, grandi e popolani, fecero richiedere quanta sapevano buona gente, e bandire parlamento per riformare lo stato della città. Il lunedì, furono congregati nella chiesa di Santa Reparata, tutti in arme; e chi non poteva le armi per ferita toccata in battaglia, avevano ripresi gli abiti all'antica foggia fiorentina. Grandi e popolani senza distinzione si sedevano là dove trovassero il luogo libero; e i più potenti parevano ambire il men alto. Sedie onorevoli erano serbate agli ambasciadori di Siena, e a' condottieri degli altri soccorsi; ma parve loro più bello confondersi ai cittadini. Il vescovo parlò, e disse:
«Oramai la signoria del Comune, o Fiorentini, è vacante; chè nessuno è che non vegga il duca d'Atene già fuori delle nostre porte, e non voglia, prima che il suo imperio, la morte. Onde bisogna provvedere alle necessità del Comune, e scegliere uomini a' quali sia data balìa di riformare la terra infinattanto che il popolo radunato manifesti in solenne modo la sua volontà. Io, cittadini, salva l'approvazione vostra, proporrei che a quattordici di numero fosse data essa balìa, tolti da tutti i sesti, e più dai più popolosi: e direi che, siccome fecero i nostri maggiori, i quali in altra simile riformagione nominarono dodici cittadini, due per sesto, un de' grandi, uno de' popolani; e noi similmente eleggessimo de' popolani sette, e sette de' grandi.»
Tutti dissero ch'era bene. Allora il vescovo propose a uno a uno i nomi che seguono, e ad ogni nome tutti di grande accordo rispondevano: sì; perchè già il vescovo non proponeva persona, che non fosse sicuro del consentimento comune. Nominò d'Oltrarno Rodolfo de' Bardi, Sandro di Cenni de' Biliotti, Pino de' Rossi; di San Piero Scheraggio, Filippo Magalotti, Giannozzo Cavalcanti, Simone Peruzzi; di Borgo Santo Apostolo, Giovanni Gianfigliazzi e Bindo Altoviti; di San Brancazio, Testa Tornaquinci e Marco degli Strozzi; di Porta del Duomo, Bindo della Tosa e Francesco de' Medici; di Porta San Piero, Bartolo de' Ricci, Talano degli Adimari. Nessuno quasi tra gli eletti era stato de' capi delle congiure, e poco avevano operato i più per la sconfitta del duca; anzi taluni o nel forte della congiurazione nascostisi, o dato segno d'animo titubante o d'avverso. Ma i buoni cittadini di Fiorenza pensarono, gli uomini accomodati al congiurare rado essere idonei al governare; pensarono, la balìa data ai men caldi essere indizio di confidenza che il Comune poneva in essi, e pegno di concordia, e spezzare ogni vincolo tra loro e 'l tiranno; pensarono che nel frammischiare alcuno uomo incerto, ma non tristo, a molti sicuri, era pericolo minore che nello escludere in tutto quella gente dalla somma delle cose: e pensarono che la fortuna mutata a favore della repubblica inspirerebbe nei più tiepidi nuovo ardore d'affetto. Assentiti per tanto i quattordici, il vescovo disse:
«Resta ora che si deliberi a chi affidare la podestà.» Alla quale proposta tutti quasi a una voce nominarono il conte Simone da Battifolle: ma il buon vecchio levandosi prese a dire:
«Io vi ringrazio, o cittadini di Fiorenza, di questa fiducia che in me ponete: e se la intenzione buona valesse, parrebbemi non n'essere in tutto immeritevole: ma vi dico che senza estrema necessità non saprei risolvermi a fare uffizio di giustiziere in questa terra dove non altra memoria vorrei rimanesse che della riverenza e dell'amor mio verso tutti e ciascuno de' suoi cittadini. Perchè, laddove tu debba condannare od assolvere, rado è che tu possa fuggire l'odio o 'l sospetto; e quando pure l'animo intero non fallisse mai, può fallire la scienza e la pratica delle cose. Nè questa mia canizie, ch'io ho fino ai tardi anni serbata pura d'odio e di sospetto, vorrei, Fiorentini, pur con un fallo d'ignoranza macchiare. Poi, dell'ancor muggente tempesta non può che non rimanga una lunga e faticosa marea, durante la quale non sarebbe delle mie forze sedere dì e notte al governo. E quanto maggiori cose voi v'aspettate, o buoni cittadini, dall'opera mia, tanto il vedervene, senza mia colpa, ingannati, mi vi farebbe odioso o sospetto. Però vi prego vogliate lasciarmi sicura fino alla morte la ricchezza della mia pace e dell'amore vostro.»
Così parlava il buon vecchio: e i cittadini, dolenti del niego, pure assentivano. Proposesi di chiamare a podestà Giovanni marchese di Valiano; creare intanto sei luogotenenti, tre grandi, tre popolani, un per sesto: Napo degli Spini, Berto de' Frescobaldi, Paolo Bordoni, Taddeo dell'Antella, Antonio di Lando degli Albizzi e il cavaliere Francesco Brunelleschi: al quale il Comune per tal modo significava aver preso in grado il suo pentimento. E sei n'elessero, acciocchè di più fosse insieme adunato il senno, tra più divise le cure e le odiosità in quel difficile tempo. Eglino stettero nel palagio del podestà con dugento fanti pratesi per guardia: onore che Fiorenza intendeva rendere al buon zelo della terra di Prato. E tennero ragione sommaria di ruberie e violenze; e s'ingegnavano di medicare le piaghe della straniera insolenza.
Ma prima che l'adunanza si sciogliesse, il vescovo disse ancora: «A tutti voi, cittadini, è noto come parecchie e terre e città, già soggette al nostro Comune, ribellandosi alla signoria del duca, se stesse rivendicarono in piena libertà: del qual danno non è questo il tempo di prendere o rammarico o ira, noi, occupati da gaudio sì grande e da più prossima cura. Ma questo io vorrei fermato sin d'ora: che non per via di vendette violente a noi convenga ripetere i contesi diritti, e questa nostra libertà, per divino benefizio rinata, battezzare in sangue fraterno. Le città già nostre, abbiamoci, anzichè nemiche, consorti e sorelle: e se con la potenza e col senno la repubblica fiorentina saprà salire all'altezza alla quale ell'è destinata, non dubitiamo che quelle verranno spontanee ad invocare la nostra autorità quasi bene massimo. Ma se il potere e il sapere ci manchi, quand'anco la signoria di quelle per forza ricuperassimo, sarebbe corta vittoria, e piena di sdegni e di pericoli, che l'uno dall'altro nascerebbero senza posa mai.»
Alla qual cosa assentito ch'ebbero tutti, il vescovo levandosi disse: «Da ora innanzi, a bandire il parlamento de' Signori della balìa e de' principali cittadini sonerà la campana della podestà; a congregare il popolo sonerà la campana a martello, com'era usanza. E così riprendendo le buone consuetudini della repubblica nostra, riprendiamo, o cittadini, (fuor gli odii e le gelosie) il vecchio animo fiorentino.»
Ben fecero i buoni cittadini a provvedere alle cose del Comune: che il popolo a questo non dava mente, pieno dei dolori passati e della presente gioja; il popolo che, siccome animale faticante, rumina a bell'agio le cose; ond'è che i tristi sovente lo colgono sprovveduto. E questa del vivere più nel passato che nell'avvenire, è così potenza e grandezza come sventura della misera plebe.
I più corrotti, come briachi a' quali il dì festivo non è d'altro occasione che d'intemperanze, badavano pure a vendetta. Intanto l'assedio seguitava notte e dì senz'assalto: chè già la fame, quieta e invincibile, come la morte, stringeva i rinchiusi a uno a uno, e sotto a' ferrei usberghi ficcava il suo dente. Di che facevano gran fiottare i soldati; ma i baroni, più delicati, tacevano per orgoglio; il quale nell'apparenza tien vece di molte virtù.
Dico che i più cattivi tra i cittadini correvano braccheggiando la vendetta; e non tanto cercavano, o mandavano pe' masnadieri cercando i paggi o i valletti o i damigelli del fiero duca, quanto i ministri delle sue crudeltà. Non rammentando (tanto li acciecava la fiera voglia) che il bargello d'Assisi stava rinchiuso col figliuolo Ippolito nel castello, l'andarono taluni a cercare nelle case de' Cerchi Bianchi nel Garbo, dov'era l'abitazione di lui. In lui sopra tutti, ed in Cerrettieri Visdomini tendeva la rabbia popolare. La quale dispersasi per la città, fatto de' viuzzoli, delle vie mozze, delle cantonate quasi tante maglie di rete fitta da incalappiar i nemici, se n'andava annusando per addentarli a morte. Bindo Altoviti sorprese un notaio, crudele uomo, vestito da donna, il quale attraversata la via come gatto che fugge, scendeva a acquattarsi giù a' lavatoi tra' giunchi del fiume. L'Altoviti, al passo virile e al guardar sospettoso, s'accorse del vero, e, smascheratolo, l'additò alla marmaglia seguitante. Voleva egli fare scherno di costui, non istrazio: ma coloro, alzate le gonnelle al notaio, e stracciategli le brache, si misero a flagellarlo. E perchè il cattivello gridava il nome di Maria, ed eglino: «Madonna vuol partorire: oh che nuovo peccato vuo' tu mettere al mondo? Forse un nuovo patto tra 'l duca e 'l Comune, con cautele e sacramenti a modo del primo? Ah cane di notaio; ah servitor del bargello! Di' quanti n'hai fatt'ire al patibolo, e quanti a' tormenti!» E le busse sonavano a tutto andare. Quando un vagliatore, afferratolo per il petto: «Tanti bocconi ci convien far di costui quanti e' tradì cittadini.» E strapparlo, squartarlo vivo, sbocconcellargli ogni membro (che guizzando pareva cercasse il tuttor vivo compagno), fu un punto.
Alla crudele opera davano mano parecchi tra' figliuoli di quegli scardassieri ch'jeri facevano per lo straniero; e taluno di que' beccai stessi ch'aizzava jeri i suoi cani contro i cittadini combattenti per la libertà, li cacciava oggi addosso ai servi del duca vinti. A raffittire questa turba aggiungevansi molti artigiani delle arti più sozze, o delle più molli (e questi erano i guidatori); e qualche legista armato di bacinetto che riluceva al sole, maravigliato di tanto. La turba cresceva continuo. E perchè 'l vinaio era ben conosciuto razza ducale, contro a' vinai si scagliavano costoro, o piuttosto contro alle canove loro. I quali vinai, come pecore nella stalla quando si mungono, stavano cheti, e belavano pietosamente. E per deliberarsi da tante spugne assetate di giustizia, ciascuno denunziava la canova del vicino, come rea di vino più fine: nè si salvavan però; che, per dare giudizio retto, i severi uomini assaggiavano d'ogni botticina; e con molta equità sentenziavano. Se non che il vino così tracannato scemò grandemente il numero de' giustizieri, molti de' quali, come sanguisughe sature, cadevano in lungo letargo. E così non poche crudeltà furono risparmiate da questa prima rapina: perchè siccome il bene è grande ajuto al bene, e così 'l male è limite potente a sè stesso.
Ma il vino de' vinai ducali, o Simone da Norcia, non campò te da amara agonia. Costui, uffiziale alle ragioni del Comune, barattierissimo punitore di baratterie, che molti aveva tormentati a torto, a diritto taluni; da quelli che a torto, fu lasciato stare, da quelli che a diritto, era adesso inseguito. E fuggiva, com'uomo che sente la piena del torrente rotto romoreggiare alle spalle; preso ch'e' l'ebbero, si levò una voce: «Buttiamolo giù dal ponte.
—No, ch'egli avvelenerebbe Arno,» gridò un'altra voce. «Facciamogli un bagno di piombo strutto, da tuffarvi entro quella boccaccia che tanta sete ebbe d'altro metallo.»
E un altro: «O sepolcro della giustizia, i' ti voglio aprire, e vedere che ti resta costà entro del tanto ch'hai divorato del nostro.»
Ma un barbiere ch'era dietro, presa l'ascia di mano a un contadino che guardava stupido e commosso, tagliò a Simone da Norcia la testa di netto, come buon cerusico che il barbiere era. Gli altri lo tagliarono a minuzzoli, e lo sparpagliarono per la via, come si fa la fiorita. Ed era fradicia di cervella schizzate, e di frattaglie sierose, e di sangue nero la terra.
Un altro uccellaccio stava per essere aggraffato, un altro notaio, Matteo napoletano, capitano de' sergenti a piedi, all'osceno duca. E' correva correva, su per le borgora di Pinti; e quelli dietro, e urlavano: «Il diavolo ha date l'ale a costui.» E i più indietro: «Chi primo l'acchiappa, non lo finisca.» I cittadini quieti, il popolo vero, potevano fermare il perseguito, e darlo in mano alla morte; ma non degnavano: e se non era paura della furia degl'inseguenti, l'avrebbero volentieri campato. I più faceti, godendo del vederlo sottrarsi a quelle fiere, dicevano: «Per un sergente a piè, e' corre bene.» Matteo svoltò da una viuzza, e poi da un'altra, e poi da un'altra, tanto che riuscì, sfinito, allo stradino dov'erano le femmine mondane, e diede del capo in Jache della Malora, un Francese ribaldo del duca corrottamente dai Fiorentini chiamato così; il quale, non trovando luogo più sicuro, andava per chiedere rifugio a quelle sciupate. Ma di tal foga correva Matteo, e con tant'empito pinse Jache, che tutti e due stramazzarono a terra con riso e tripudio di que' dietro. Il primo de' quali (ed era un macellaro) acchiappatolo, gridò: «Ti fossi gittato in Arno, i' sarei affogato per correrti appresso, tristo Matteo.» Jache rilevatosi, vide sè in mezzo a una calca nemica, e raccomandò al beato messer san Dionigi l'anima sua. Le peccatrici al rumore s'affacciavano, scapigliate, trista cosa a vedere; altre attillate già, ma con le occhiaie della affralita giovinezza, e lo squallido pallore de' patiti piaceri. Le più attempate ridacchiavano; le giovanette guardavano attente senza parola; le già su' vensei parevano mosse a pietà. Allora disse uno di que' della via: «Diamo a queste pinzochere un santo diletto: facciam correre Jache e Matteo il palio ignudi: il palio sarà la cuffia della più vecchia tra voi, femmine.» Una cuffia fu buttata dalla man d'una giovane; e Jache e Matteo, ignudi nati, a forza di scudisciate, corsero e ricorsero il viuzzolo come due bovi che movono saltelloni al macello, stimolati dalla mazza del beccaio che li comperò. A mala pena e' potevano andare di pari: onde l'urtarsi a ogni tratto, e il cadere, tra l'angustia, e il dolore delle percosse, e la rabbia. Le donne lasciavano stare Matteo, che nol conoscevano; ma Jache il qual bazzicava laggiù, era segno agli scherni delle men buone. «Oh Jache! Oh Giacotto! Oh Lapo! Oh Jacopone!»—E una, giovanettissima ma svergognata: «Bella persona di francesaccio sudicio! Oh non mi died'egli, un mese fa, un fiorin d'oro perch'io stessi a vederlo cavalcare la costa, e al suo cadere gridassi, quasi vaga di lui, per farsi bello co' suoi compagnoni dell'amore di giovane donna.» Stanchi dello sbertarli a quel modo, li fecero montare uno a cavalluccio dell'altro e correre lo stradino così. Ora Matteo era il ronzino, ora Jache; ora fatti andare di galoppo, or di passo: e gridavano, contraffacendo alla peggio la favella di Napoli: «Matteo, se tu stavi nello castiello a parlimiento, tu non staresti ora rutto d'onne membro come tu se'. Non chiangere, meschino del duca, non chiangere: per poco tiempo tu stara' qui presune. Vuo' tu essere impiso o abbocconato?
—Abbocconato,» gridarono con cupe urla molti: e così lo strapparono dalle spalle di Jache, e s'apparecchiavano a fargli la festa. Jache se ne stava come brennaccia che scuota una dura soma, e aspetti nuove picchiate; quando aocchiò un uscio socchiuso, e una delle femmine, di quelle sui vensei, che pietosa gli ammiccava, entrasse: e sgusciò come coniglio sotto la macchia.
Intanto verso la cerchia delle mura nuove di sotto a san Gallo fuggiva dal convento de' Servi un frate, pieno il cappuccio di maledizioni sue e d'altrui; e non osava nè correre nè andare piano, chè sentiva la morte battergli con le nere ali la fronte, e strisciargli fredda sotto all'abito sacro. Certi fanciulli che venivano da Cafaggio, lo colsero vicino al merlo abbattuto dal fulmine, e ravvisarono la faccia gattesca d'Arrigo Fei, quel delle gabelle del duca. E perch'erano gente di fuor di Porta, e dalle querele quotidiane de' padri avevano concepito contro il gabelliere sovrano odio degno di gente che vive di frodo, gli saltarono addosso come avoltoi piccoli a uomo semivivo giacente in via deserta; e gridando: «Oh fra Dolcino!» si misero a strappar gli abiti, e le difese di ferro ch'aveva sotto, e i capelli e la barba. Indi a forza di sassi e di coltellacci male arrotati lo finirono con lungo martoro. E, morto, lo strascinarono ignudo per lo lastrico della città; ringrossata la turba de' fanciulli da uomini fatti. Gli occhi e il naso e le guance dell'ignudo percosse a' sassi e agli scaglioni, lasciavano per ogni via traccia di sè; e dalle braccia protese nel tramenìo, quasi in atto di pregare misericordia, e dal petto straziato gocciava sangue, e si spiccavano brandelli di carne. Così da san Gallo fece il cadavere la via per infino alla piazza de' Priori; e quivi i sopravvegnenti, in cui l'odio era fresco, nuove atrocità ritrovarono. Di faccia al palazzo impiccarono, così lacerato, Arrigo Fei per li piedi; lo spararono, e lo sbarrarono come porco. Il duca e Cerrettieri, abbassati gli occhi su quell'infelice, ne li ritrassero, non pietosi di lui, ma spauriti per sè. Il bargello d'Assisi non guatò; che ben sapeva, fino alla menoma fibra, quanto tempo dopo la morte palpitassero, e come nel lividore annerassero i cadaveri de' martoriati. Il popolazzo, intorno al gabelliere saltando, gridava: «E così vada ogni tiranno, e ogni servitor di tiranni.» E allora più alte le voci: «Muoja il duca e' suoi!» Come quando nella selva fremente per vento, un nuovo buffo che s'oda venir di lontano scuote più forte i sommi rami, e ne trae (misto al mormorìo continuo della fiumana che scende) un rumore più cupo, e più lungo che mai.
Ma poichè assai lo videro così sparato, o schifati di quell'aspetto, o per certo furore di novità che possede gli animi commossi, lo spiccarono: e allora i fanciulli ripresolo, così sbarrato com'era (che pareva una carogna di principe da dover essere imbalsamata) lo ristrascinarono urlando. Trassero infino al ponte vecchio; e, palleggiatolo lungamente, alla fine lo buttarono giù.
Degli orrori che racontiamo è tua in buona parte, o duca Gualtieri, l'infamia.
Nè tutti i cittadini partecipavano all'inumano convito: molti raccolti nella gioja della pura vittoria, molti intesi alle utilità del Comune, molti ai loro negozii; altri guardavano come trasognati, o come fa giovane donna il reo condotto al ceppo, che nel tendere gli occhi avidi a quella atrocità, rimbrividisce e compiange. Di là dal ponte Rubaconte (il quale ora chiamano con più dolce nome il ponte alle Grazie, perchè la Madonna delle Grazie ivi ha una chiesetta, lieta del monte in prospetto, e del fiume) veniva di Borgo San Niccolò un beccaio non ricco, devoto al duca, non come uomo tristo, ma per quasi stupida devozione, quale negli animi semplici alligna. Nè dissimulava egli ora, com'altri, l'animo suo; ma n'andava la sua via stupefatto delle nuove cose e sdegnoso. I battilani del vicinato, e qualch'altro beccaio, gli diedero addosso; e già imaginavano vederlo con gli occhi intenebrati, cadavere, e strascinarlo: ma egli tratta fuori una coltella lucente che aveva, e guatandosi tutt'intorno, e andando loro incontro li teneva addietro, come fa toro di cani abbaianti. Altri si ritraevano a passo lento; altri con quanta fretta incorrevano, con tanta fuggirono. Un frate, passando (il frate che aveva la notte del sabato combattuto là sulla piazza), sdegnato in cuor suo del codardo assalimento, prese il beccaio per mano sgridando la turba, e mostrò sotto al cappuccio l'armatura forbita, e sopra l'armatura la croce. Lo accompagnò fino al ponte: poi, ritornato a coloro: «Razza di vipere, incominciò, voi volete rivolgere in maledizione la misericordia di Dio. Or sappiate che se all'uomo forte nella coscienza del debito suo nessuna potestà può resistere, l'uomo crudele che nella violenza trasmoda, va via com'acqua per suolo di rena, che non ne rimane gocciola. Temete, cittadini, non i tiranni o i nemici di fuora: temete voi stessi.»
La moltitudine, a quella voce potente, concorreva vogliosa d'udire; e il frate, picchiando ad ora ad ora sul petto, e dal crocefisso che batteva sulla ferrea corazza traendo un suono nuovo, badava a dire. «Mala signoria è uccellaccio spiumato, che tu puoi con un bacchio levare di nido, e sbatacchiare per terra: ma chi gli fa mettere i bordoni e le piume e le penne maestre, se non la nostra superbia e invidia e cupidità? Vo' vedete come Dio ha miracolosamente percossa questa sconciatura di re, sotto a' cui piedi noi ci eravam dati perchè ci pestasse. Che veramente miracolo è a dire il grande accordo col quale voi, gente lacerata, vi uniste a gridargli: La tua giornata è finita. Ma se la concordia potè, Fiorentini, tanto; io vi dico che la discordia e la crudeltà faranno di voi un miracolo nuovo di servitù e di vergogna. Popolo diviso e immoderato è buon concio da ingrassare tiranni. E di là dove il fumo dell'odio si leva, tra non molto la fiamma divoratrice divamperà.»
La parola del frate era come l'aura che passa sul fiore e sul cardo, ma non ne liba uguale profumo. La moltitudine tuttavia stava attenta; quando un rumore di grida si fece sentire nella prossima via. E quasi tutti traggono a vedere che è. Così le foglie secche, ammontate appiè dell'albero, quando il vento si leva, se ne vanno leggére, e abbandonano la mesta pianta ond'ebbero vita.
A reprimere le poche stragi, ma malaugurose alla città, il suo vescovo che faceva? Mandava per grandi e per popolani, che spargessero tralla folla parole di pace. Ma i grandi nella burrasca delle concitate moltitudini perdono il fiato; i popolani non sentono la loro potenza novella, o troppo la sentono, e ne fanno mostra nelle ire importune. E il vescovo, e i frati da lui mandati a messaggi di perdono, e i cittadini più pii non si affannavano con la debita fretta a salvare quelle teste esecrate, sperando che l'ostinatezza coraggiosa e superba del duca non le lascierebbe al furore della plebe; sperando che, tra umanità e stanchezza, la plebe si ritrarebbe a mezzo del suo corso omicida; sperando ne' casi, ne' prodigi del cielo, non osando intanto invocare ferventemente nè la plebe nè Dio. Avesse osato il vescovo stesso entrare in mezzo al tumulto, l'aspetto di lui lo calmava forse meglio che ogni parola; ma diffidenza degli altri e di sè, più che non curanza, più che paura, falso rispetto della propria dignità lo ritenne. Temette che le sue preghiere cadessero inesaudite, non curato il suo cenno; stette a sentire, lasciò correre le ore, che, non portand'anco la morte, prolungavano ai miseri l'agonia più fiera che morte, e ai cittadini un'ebbrezza sitibonda di sangue. E coloro che egli inviava, e altri che intendevan di suo parlavano languido, come chi dispera della propria parola; e la moltitudine, che vuol cenni imperiosi e sicuri, prendeva di lì incitamento alle sanguinose richieste; e, disobbedendo, le pareva obbedire. Altri, e non della plebe, non ancora certi della vittoria, e temendo che quelli scellerati consiglieri e ministri di maledizione, scampati, diventassero più accaniti a tirannide, volevano tra questa e se un fosso pieno di sangue: nella loro audacia era paura. E ai più buoni, quasi spossati dalla lunga battaglia di tanti affetti e passioni, mancava vigore a questa nuova e più difficile battaglia seco stessi, e con la parte loro, e con la vittoria; e cedendo, tra rassegnati e trasognati, alle grida imperversanti, sentivano in esse la voce d'una giustizia sovrumana, che giunge a suoi fini con impeto non dissimile da vendetta. Quanto d'errore si nascondesse in quei tortuosi pensieri, quanto di colpa in quei sensi rapidamente mutantisi l'uno nell'altro, quegli solo n'è giudice che ne fu testimone.
Ma i quattordici della balìa col vescovo, anco perchè occupati a spacciarsi del duca, non attendevano a raffrenare la popolare vendetta. Dico, a spacciarsi di lui, e salvarlo da fine crudele: chè all'ira ne' migliori già sottentrava disdegnosa pietà. Perchè le anime forti e severe sono com'acqua tra rive difese da folte ombre, che par bruna e torba; ma se un raggio vi penetri, ella lo riflette puro, e lo accarezza in sè con amore. E oramai che la paura del duca dava ai cittadini potenti l'adito nel palagio, mossi a pietà della fame di quegli sciagurati, e' vi mettevano dentro tanto pane (non più) quanto bastasse di giorno in giorno alla vita.
Or i quattordici, il vescovo, gli ambasciatori di Siena, il vecchio conte da Battifolle, entrarono al duca, a renderlo certo del voler loro e del popolo. Egli, facendo mostra d'intrepida dignità, ringraziò della intenzione benevola; e stava aspettando le loro proposte, siccome l'astuto suole, quando si sente impacciato. Filippo Magalotti gli fece manifesto senza circuizioni il pericolo. Raumiliato, ma tranquillo, e' domandò al conte Simone: «Or che credete voi, messere, convenga alla pace di Fiorenza e alla mia dignità?
—Ve ne andiate, signore.»
Il duca, con ira che voleva parere alterigia, chiesto tempo al pensare, pregò 'l conte volesse tra poco tornare a lui.
Ritornò. Fosse nuova speranza scesa in cuore a Gualtieri, fosse consiglio de' suoi, fosse astuzia per ottenere patti men duri, fosse superbia dell'animo inalberato dalla sventura, e' disse al conte ch'entrava: «Non posso. Invocato, esaltato sopra la condizione di re, io entrai nella città di Fiorenza: uscirne a guisa di fellone non è dell'onore del mio sangue regio.»
Il conte, parco di rimproveri importuni e crudeli, non rispose a questo; ma disse: «Pensate, messere, che quest'unica porta vi rimane all'uscita.
—Condizioni io voglio, degne della stima in cui m'ebbero insino a questo dì i Fiorentini.
—Condizioni potete, o duca, proporre, e io rapportare: con quale speranza, non so. Meglio sarà ne abbiate parola con alcuno della balìa, che potranno più speditamente o accettarle o farne altro. Perchè già il pericolo stringe: e di qui sentite le grida. Or con quale della balìa piace a voi, signore, tenere discorso?
—Con messere Simone Peruzzi.»
Il Peruzzi, già de' fautori del duca, assumeva di mal cuore in sè quest'uffizio: ma gli altri ve l'incuorarono; perchè que' savi cittadini stimavano essere buona cosa mostrare fede in uomo non sicuro, ma per altro non tristo; segnatamente laddove il sospetto accenda gli odii, e la fede non porti pericolo. Visto entrare il Peruzzi, Gualtieri l'accolse con più dimostrazioni d'affetto che non avesse il tetro uomo usate mai a donna bramata; e rammentò gli obblighi che lui duca stringevano alla casa Peruzzi. Il cittadino taceva. Ma quando il Francese si buttò alle promesse (che nulla costano ai tristi, ma a lui costavano molto, perch'erano confessione di paura); il Peruzzi rispose:
«Sire, molte cose voi prometteste a Fiorenza, molte a' suoi cittadini; molte e grandi, e contrarie fra sè.
—La novità del governare e l'impeto francese, confesso, mi trasviò: ma rinnoviamo la prova.
—Non si rinnovano, sire, prove di sangue. I Fiorentini hanno nome di ciechi, ma non di stupidi.»
Allora il duca quasi supplichevole: «Messere Simone Peruzzi, voi siete cittadino di repubblica: ma cittadino fiorentino ha spiriti regii, e sente quello ch'è debito e innato ad ogni umana maestà. Vo' vedete che cedere a questo modo io non posso. Proponete quali vi piacciano patti, purchè patti siano, purchè un trattato si faccia tra il duca d'Atene e il Comune della città di Fiorenza.
—Patti? Il Comune della città di Fiorenza ha in mano la vita del duca d'Atene, suo tiranno: il popolo di Fiorenza, conte di Brenna, è re vostro.»
Il miserabile uomo, quasi piangendo lagrime di rabbia (espressegli dal cuore, come il vento che tira ineguale fa le gocciole di pioggia dalla nube restia), mormorava in parole tronche: «Or che dirà il mondo di me?
Che dirà il mondo di voi? Quel che già dice. Duca d'Atene, il vostro destino è segnato, destino di tiranno: un titolo solo vi resta; l'infamia. All'opinione del mondo e all'onore più non pensate: pensate a scampare la vita.»
Allora il vescovo, mosso a compassione, andò a lui. Lo trovò sbigottito; sbigottito non di paura, ma di vergogna; rientrato in sè, e più pochino della persona che natura nol fece. Lo guardò con quegli occhi ch'e' soleva guardare un peccatore indurato vicino a morire, con pietà, con ribrezzo, con sacra speranza nella bontà e nella forza dell'umana natura, ajutata da Dio. Gualtieri, riscosso, e levatosi da sedere, gli prende le mani, le bacia, e:
«Venerabile uomo, vi rammentate vo' il dì quando in pubblico sermone mi commendaste all'amore del popolo fiorentino? In memoria di quel giorno i' vi prego, diciate per me una parola di pace a cotesta plebe disumanata.
—Duca d'Atene, io parlai altra volta a pro vostro, e m'ingannai: pagai caro l'inganno. Nè questo era tempo da rammentarlo: ma sia. I' confesso meritato il raffaccio; chè qui non del mio orgoglio si tratta, ma della salute vostra. Parlerò sì per voi: e vi raccomanderò, non all'amore, ma alla misericordia del popolo fiorentino, purchè voi stringa, Gualtieri, misericordia di voi stesso. Umiliatevi.
—Ecco io m'umilio. Prometto al popolo ordinamenti nuovi: purchè non mi scacci. Purchè non mi scacci (gridò commovendo con mano gl'irti capelli della torbida fronte). Ai grandi prometto franchigie, franchigie ai popolani, franchigie ai cherici: prometto onori, salarii, esenzioni agli uomini, padre, della casa Acciaiuoli.»
A queste parole il vescovo, levato il capo e colorato di sdegno, esclamò: «Sire Gualtieri, la mia famiglia è Fiorenza. Se altra volta, preso da umani affetti, feci o parlai cosa men che degna di vescovo, e di fiorentino, il giorno della battaglia e del pericolo comune m'insegnò la mia dignità. Sire Gualtieri, la mia famiglia è Fiorenza: a me vescovo, grandi, popolani, operai son figliuoli; a me cristiano, grandi, popolani, operai son fratelli. Voi altri siete usi costaggiù a afferrare il pastorale con la mano regia, e a farne mazza percotitrice sui popoli: ma qui non è Francia.»
Gualtieri, ferito, dimenticando il presente suo stato, rispose con amaro sorriso: «Rammenti la mansuetudine vostra, che il duca d'Atene ebbe a consiglieri cinque vescovi, e non francesi.
—Sian dieci, siano venti; tutti non sono. E fossero, basta uno solo a dare esempio al mondo che non è necessaria cosa essere vile nel nome di Cristo; che disubbidire ai grandi della terra laddove e' comandan peccato, è cosa santa; che i tabernacoli del Signore sono assai grandi da poter ricettare quest'orfana divina, insidiata dalle frodi de' principi, perseguita dai peccati degli uomini, la libertà.»
Il vescovo signoreggiava dell'alta persona e del forte accento toscano e della cristiana autorità il laido duca, il qual pareva come rimpiccinito a' suoi piedi, men che fante, e men ch'uomo. E mentre che frate Agnolo parlava, la povera croce appesa al suo petto pareva dicesse anatema alle insegne di cavaliere appese al petto del tristo; e lì poste a fronte si combattevano e si giudicavano le due potestà. Gualtieri sentì sè minore: e non tanto paura quanto riverenza lo vinse:
«Padre, se io v'offesi, non era mio intendimento. Fate di me quel che l'animo vi consiglia.»
Lo sdegno del vescovo cadde a quelle parole; com'acqua pura che, sbattuta, in breve si ricompone, e rifà trasparente. E uscì ad impetrare grazia per la vita del tristo.
Ma il popolo nella piazza, al vedere or l'uno or l'altro de' cittadini entrare ed uscir di palagio, come fanno gli amici e i parenti nella stanza d'uomo ammalato in pericolo, ne sdegnavano; e parecchi andavan dicendo:
«Guarda carità che li prende! E' sperano condurlo a patti quel cane.
—Volesse tenerli, e' non può.
—Un modo io so di fermarlo: con funi d'oro. Promettigli fiorini, e l'avrai. Per ritrovare un bargellino, e' svierebb'Arno.
—Che di' tu, Pietro Paolo, d'averlo e di patti? Non l'abbiam noi? Chè non lo scendiamo sull'atto? Se parlamentare intendono, salgan essi que' della balìa su in palagio, e lascino lui ignudo qui a questo sole: vi dico, ch'e' tremerebbe a foglia a foglia.
—Oh pauroso non è. Non ti rammenti, Bucciolo, quando lo vidimo passare il Serchio con soli cento de' suoi, e affrontar la battaglia?
—Allora, fratello, e' non era duca. I codardi hanno in vita loro un dì di coraggio, che sia velo e titolo a perpetua codardia. Poi a costoro il coraggio è come una malattia che li piglia. E tu sai che i polsi battono più forte così di timore come d'ira.
—Codardo, o no, purchè se ne vada.»
In altro capannello dicevano: «E' volle essere signore a vita della città e del contado; ed ecco quanto gli resta; un palagio per carcere, forse per gibetto.
—E quei che volevano un signore di sangue reale, perchè nel sangue reale è più flemma di giustizia e di carità, l'han sentita ora.
—La gente ricca (vedi, il mio Stricca) desidera mutar cibo.
—E noi, non usi a palpare nè grandi nè re, noi lingue di forbice note al mondo, leccare costoro! e un sergente del pugliese parerci dappiù d'un priore!
—Noi? di' piuttosto i ricchi nostri ch'han sempre avuta la maledizione di scavare sotto il lastrico di Fiorenza un viperaio di re. In quarant'anni dacch'io mangio e beo, ecco: prima Carlo di Valois; poi re Roberto, che morì, e fece bene; poi un Filippo di Valois che non volle, e fece bene; poi un figliuolo di re Roberto, che se n'andò, e fece bene. E' non ci degnano, o la misericordia di Dio ce li leva di collo; e noi sempre all'accatto d'un cencio di re. Nasce al duca di Calabria un figliuolo: pensa sapienza che verrà al mondo da una nuova testa di duca! E Fiorenza in gloria. Troppo!
—E questa pestilenza di cavalieri ch'e' ci portarono, che crescono per le prata, come la malva. Noi li avevamo un po' diradati, e di dugencinquanta di corredo recati a sessantacinque: e costoro ce ne rimettono Dio sa di che sorta polloni. Sai tu, Lapo, quanti n'albergava Fiorenza all'entrata del duca di Calabria? Duemila. Pensa! Giotto da San Gimignano, cavaliere; cavaliere Ippolito, il figliuol del bargello. Ma i' credo ch'egli abbiano per dama la morte.»
Altrove brontolavano più sdegnati: «Oh chi li muta? I grandi per tutte le parti di cristianità sono a un modo. E' son come i bachi nel corpo umano; tira tira, ne schianti un gomitolo; il resto rimane dentro. Vedi, patteggiano.
—E che patteggiano?
—Oh chi lo sa? Più facile contare i passi della lepre che seguire le vie torte d'un grande. Il diavolo, amico, è di sangue nobile; e perchè parve a lui le sue corna non fossero alte assai, le levò contra Dio.
—Credimi, Cecco, a costoro noi siamo bestie comestibili; e s'e' ci lasciano mangiare, fanno per ingrassar sè di noi.
—Ben fecero que' di Bruggia a incarcerare i nobili caparbii; a ingabbiare gli astori. Ma noi abbiamo telai migliori, non migliore anima di que' tesserandoli.»
Vedendo Rodolfo de' Bardi entrare al palagio, certi seduti sulla ringhiera mormoravano: «Ve', ve', uno de' nostri Uberti. In grazia loro il grecaccio fece la vituperata pace con Pisa.
—Tu di' de' Bardi: e i Donati? E l'orgoglio di quel Manno, degno figliuol d'Amerigo, che vent'anni or sono (me ne rammento io: gli era d'agosto) fece congiura per rubare, ardere, uccidere; per abbattere l'uffizio de' priori, e disfare il popolo.
—E i Cavicciuli, con le loro torri, e i palagi, e i masnadieri stranieri!
—Oh ecco il vescovo entrare anche lui.
—Mal augurio quando i preti c'intingono.
—Non dire, Ansaldo, non dire cotesto. E fu pure un vescovo di Fiorenza, che (quando Arrigo imperatore ci assalse, e n'andò via scornato), s'armò co' suoi cherici a cavallo, a difesa di porta Sant'Ambrogio, e de' fossi. I' v'ero io.
—Sì: ma cotesti cherici danno sempre dell'incensiere nel naso a chi vince: hanno sempre il dito sopra un'autorità de' libri santi per provare che ogni vittoria è da Dio.
—Non dire, ti prego, del vescovo nostro. Per lui, e per messere Antonio Adimari i' mi metterei al martoro.
—Sì, messere Antonio ha viscere di Fiorentino: ma a questi popolani falliti che, dopo aver tirato coll'oro di fuori nella nostra città i peccati di tutta Europa, ora ci tirano la ruina, e fanno le viste di stare col popolo, a costoro non credere. Razza di mercatanti: ch'hanno la patria a Lione, in Analdo, in Inghilterra, nel cofano dei re, in ogni tasca piena. E che fu che fece falliti in più d'un millione di fiorin d'oro i Bardi e i Peruzzi? Fidare ne' re. Non posson eglino vivere questi venditori e venduti, senza fregare col naso la mota che il re d'Inghilterra pesta co' piedi?
—Di' pure, Brandino, quel che tu vuoi, ma grande onore è alla repubblica e alla città di Fiorenza farsi sostenitrice di regni, bàlia di re.
—Sostenitrice sciancata, che prende per suo bordone una canna infranta; bàlia diburrata. Men oro, Gianni, e più ferro; men fumo e più calore; meno astuzie più senno.»
I ragionari de' meno ardenti erano interrotti da grida di morte: i più infuriati volevano il duca, volevano i suoi. Allora Antonio degli Adimari, mosso dalle parole del vescovo e dalla propria generosità, raccolse quanta gente capiva nel palagetto de' Priori dietro a san Pietro Scheraggio, e parlò:
«Cittadini, io vengo a proporre cosa contraria al volere d'alcuno di voi, ma non vile: perchè, se vile fosse, Antonio degli Adimari non la proporrebbe ad un suo nemico, non che ad uomini battezzati al medesimo fonte con lui. È alcuno di voi che l'oppressore nostro desidera morto; e forse stassera costui si pentirebbe del desiderio, o, se adempiuto non fosse, certamente del non l'avere adempiuto non avrebbe rimorso. Or a voi dico, che volere la morte dell'uomo il qual ci nocque, è un confessarsi paurosi di lui. La tirannide è insetto che basta cacciar della mano; raro è forza schiacciarlo: e chi lo schiaccia, n'ha sulle dita la sozzura ed il puzzo. Credete: nè il duca ned altri, dopo tale prova, oseranno entrare in Fiorenza tiranni. E i tiranni, sappiate, nocciono talvolta più morti che vivi. E ferirli con ira è onorarli troppo; è un chiamare sulle ossa loro la pietà de' lontani. Perchè la morte è santificatrice, e frange gli affetti duri, e i più miti rinforza. Lasciatelo strascinare di terra in terra la sua vergogna, e portare a' lontani popoli le novelle del valore e della generosità fiorentina. Che fareste voi d'un cadavere? Io non vi dico, poniate mente alle sue parentele di Francia: chè non timore di vendetta dee stogliere uomini liberi da vendetta. Dico, gli perdoniate e col fatto e con l'animo. In ogni modo l'avete fiaccato, e vinto: vincetelo col perdono. Io, da lui messo sotto alla mannaia, che per lunghe ore mi stette pendente sul collo; io che per la sua nequizia soffersi la fame, e le angoscie della patria pericolante, e le angoscie della mia figliuola abbandonata; io, nel nome di Dio, gli perdono. Perdoniamogli, cittadini d'una forte repubblica, la quale meglio che dalla scure e dal ceppo, sarà salvata dal nome di Cristo liberatore nostro.»
Queste parole ammollirono le ire degli ascoltanti. Ma «dateci almeno l'iniquo conservadore, e il suo bordelliere Cerrettieri,» gridavano. A que' di fuora che non avevano ricevuta l'impressione delle parole d'Antonio, il sangue di tre uomini, senza il duca, pareva poco. Alla fine, patteggiando ira con ira, come i re patteggiano viltà con viltà (se non che quivi trattavano di poche anime, e i re di migliaia e di millioni in un tratto), s'accordarono tutti nel contentarsi allo strazio di que' tre.
Fra questi dibattiti passò 'l martedì, ventinovesimo di luglio; nè l'ira allentava; ed era più tesa in quelli che più gridano, e meno fanno. Ma poichè i re concuociono la vendetta in cuore per anni, non è maraviglia se un popolo (e non era l'intero popolo) per due dì. Tra' gridanti erano alcuni che, amici in secreto al duca, speravano sul sangue dei tre fare scivolare lui salvo fuor di città; i più torbidi speravano da quella strage venire a tumulti più gravi. Anco de' buoni taluni facevano schiamazzìo, perchè dalla culla avvezzi a nutrirsi d'ire cittadine, ora che meno incivilmente potevano disfogarle contro malvagi stranieri, godevano lasciar loro il freno. Ed erano tenuti più stranieri degli stranieri stessi gl'Italiani che servivano al duca: sì perchè, tranne il Visdomini, tutti d'altre contrade d'Italia; sì perchè i servi iniqui sono più svergognatamente iniqui del signore, e più aizzan gli odii mostrandosi a ogni ora, mentre colui che comanda li move non visto. Il giovanetto figliuolo del conservadore era non meno abbominato, perchè in tanta tenerezza d'età pareva mostruosa tanto ferrea durezza di sensi; e perchè lui trasportava di là da ogni modo la novità del comandare, e la giovanile baldanza. Queste cose pensando, e rimestandole ne' colloquii, facevano ribollire i furori. Le parole de' pii erano prese a sospetto, e parevano come raggio di luna che spunti un tratto sul mare in tempesta, che fa più visibile la furia dell'onde, e più tetro il biancheggiar della schiuma.
Fu mercordì, Sandro di Cenni de' Biliotti a Gualtieri; e disse i feroci imperii del popolo. Ma Gualtieri (come canna che, piegata dal vento, ad ora ad ora si rileva) negò.
«Cedere della dignità propria, disse, è cosa dura, ma non codarda sempre; gettare ai cani della via la carne de' miei servitori, è viltà che non cape in anima d'uomo francese. Usciranno con me i tre richiesti, o con me periranno. E se io li abbandono alla tempesta che rugge, chi m'assicura che i Borgognoni miei non mi sbalzino dalla medesima prua per alleggerire il pericolo?»
Gualtieri pensando all'onor suo, e al debito dell'umanità, riguardava insieme alla salute propria. E in quel coraggio era mescolato il timore. Ma il Biliotti, al quale la generosità, pure in nemico, piaceva, e al qual pareva trista cosa premere troppo per aver tre uomini da farne cadaveri, si tacque e uscì.
Cerrettieri, il conservadore e il figliuolo stavano in una stanza tendendo gli orecchi a ogni grido di fuori, a ogni rumore d'entro; e non parlavano, se non per rinfacciare quel d'Assisi al Fiorentino, e questi a vicenda le non prese cautele, i non dati consigli, le non commesse crudeltà, nelle quali credevan ora avrebbero potuto trovare salvezza. E visto uscire messer Sandro, chiesero poter parlare a Gualtieri: ma questi che, di viltà stomacato, com'uomo pieno di cibi non digesti, ne abborriva la vista in altrui; e non voleva o sentire lamenti, o dare promesse, o pensar lungamente ad altro pericolo che al proprio; e gran parte di quel pericolo imputava non alla reità, ma all'imperizia di que' tre, non li volle. Poi, ripensando, chiamò 'l giovanetto. Sperava, da quel viso e da quegli occhi recenti di vita, bevere, come soleva, ilarità, divertire la paura, attingere forza. Ippolito venne, ma sparuto, gli occhi languidi dal vegliare lungo, le braccia cascanti; sì che il feroce uomo n'ebbe pietà.
«Coraggio, disse, posandogli la mano sul capo.»
Il giovane si mise a piangere, e diceva ne' singhiozzi: «Non ci abbandonate, per Dio!
—No, finch'io vivo (poi ravvedendosi); finch'io posso, tu sarai meco.»
Ippolito lo rimirava, come chi tenta indovinare parole di lingua non nota: e Gualtieri, guardatolo lungamente: «O giovanetto, trista cosa è la vita; e già tu ne fai dura prova. Non è gran danno finirla, credi.»
Quegli che lo intese: «Oh non dite.» Poi: «Ma che deliberate di noi?»