Front matter (continued 3)
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Egli, umiliato e cruccioso: «Spetta egli a me deliberare?
—Che sperate almeno? che temete? Accertateci dell'animo vostro.
—Fanciullo, io non ho più nè speranze, nè timori, nè desiderii per me nè per altri. Il caso, il caso è oramai signor nostro.
Qui tacque un poco; poi posando la destra sul ginocchio di lui, con accento di compassione, qual forse non aveva mai provata sinora: «Infelice, tu ti se' abbattuto sulla mia via, e la traccia de' miei passi ti parve buona a seguire. I' non ti forzai: lo volesti. Ora noi siamo nella medesima fossa, circondata da lupi voraci. Se mai tu n'esci, rammentati, o giovanetto....»
Qui gli veniva sulla lingua un consiglio di virtù; ma e' s'accorse che nè quello era tempo di consigli, nè egli di consigliare era degno. E tacque, accennandogli uscisse. Il giovanetto lo guardò con occhi di preghiera; e letta negli occhi del duca una risposta amica, si partì racquetato.
A Gualtieri ogni momento sembrava un'ora (tant'era l'angoscia); e ogni ora un istante. Nè i Fiorentini, volendo, avrebbero potuto imaginare tormento maggiore di quest'agonia di dubbi, e d'indugi, e di nuovi colloquii che riuscivano in nuovi oltraggi, in nuove battaglie di terrori. E' chiamava a sè or l'uno or l'altro de' Borgognoni, e li tentava, incredulo della lealtà loro, e maravigliato del resistere ch'e' facevano all'aspra prova. Perocchè il grande ora pretende dal piccolo ogni generosità come debito, ora a mala pena la crede cosa possibile.
Nuovi messi incalzavano chiedenti le tre teste esecrate: e Gualtieri per ritrovare forza contro alla tentazione, chiamò a sè Rinaldo conte d'Altavilla, e lo mandò intercessore. Il conte, fatto venire messere Pino de' Rossi, uno della balìa, propose, quali altre condizioni il popolo di Fiorenza volesse, avrebbe, fuori che sangue.
Pino de' Rossi vergognando e abbassando la voce: «Il popolo chiede sangue.
—Ma che giovano tre ree teste alla sua pace?
—Giovano a salvare una quarta, più rea. Lasciate (dura cosa a dire!), lasciate che il destino de' tristi si compia. In bene ordinata città, già di que' tre avrebbe i capi il patibolo. Ben so che giustizia fatta a furore contrista le anime amiche di rettitudine; e par meno atroce una carnificina sigillata con autentico sigillo di giudice iniquo in nome d'iniquo re, che una testa che balzi per giustizia sommaria di plebe. Ma Dio forse pesa con altra bilancia gli atti umani. Inchiniamoci alla ferrea necessità; e ringraziamo che in tanta dissoluzione di cose peggio non segua. Voi forse, forse io patiremo un giorno gli effetti di questa rabbia popolare, alla quale ora ci è forza ubbidire. Iddio, nobile conte, abbia misericordia di noi; e se non da sventura, ci liberi da viltà.»
Tali parole proferite con rassegnata fermezza, siccome da uomo che senta profondo la difformità del male, e vegga lontano un'imagine di bene disperato bellissima, commossero il conte. E in questo ondeggiare procelloso passò la giornata di mercordì con la notte.
La nuov'alba levandosi, come suole, lieta sulla città cara alla luce, vide la calca tuttavia circondante il palazzo, e un aprir di bocche anelanti sangue. Al qual nuovo tumulto, il duca si sentì vacillante; e la paura picchiava alle porte dell'anima sua dicendo: «Se a me non apri, aprirai alla morte.» Ma donde mai il misero uomo poteva trarre ragioni valide di non essere vile? Solo un fermo proposito d'innovare sè stesso, congiunto con una preghiera potente, era da tanto. Lo sciagurato pareva simile a femmina lasciva ed innamorata, che stretta da instanti preghiere, cede col pensiero prima che in atto; e se resiste alcun tempo, gli è men pudore che orgoglio. Non diceva egli già: «Che sarò io quand'avrò consumata l'ultima infamia? Che mi dirà, brutta di quel sangue, l'anima mia?» Questo non pensav'egli, ma: «Di me che diranno in corte di Francia? Ch'io, ho macchiato lo splendore della francese cavalleria; che i miei servi e cavalieri ho abbandonati sulla via, preda ai ladri, come guerriero che non sa difendere la sua donna. Ch'io sono codardo, diranno.»—E cercava non più le ragioni del non fare, ma le scuse del fare; cercava, non gli argomenti, ma le parole appropriate a adonestar l'ignominia; perchè dove più gli argomenti mancano, ivi le parole si offrono più moltiplicate, quasi ancelle di tristo signore. E già cominciava a trovarle siffatte parole: e il buon volere e il mestiere di principe lo ajutavano in ciò.
Tuttavia la battaglia interna continuava: della quale stanco, e' non poteva più sostenere colloquio alcuno, nè più vedere chi potesse incuorarlo a fortezza. Già, tranne il vescovo (il qual non degnava farsi messaggero di morte, e invano tentava sedar quel furore di piazza; chè il suo grido era come il gemito d'un ferito fra le urla de' combattenti), tutti i quattordici della balìa, e gli ambasciatori senesi erano, ad uno ad uno, o insieme, venuti di tempo in tempo a dimostrargli sempre più stringente il pericolo, a raccomandarsi non li forzasse più oltre a così triste imbasciate. Sconfitto di dentro, e' ripugnava di fuori; si corrucciava talvolta, come se il vincitore foss'egli, e più: e quelli soffrivano, come si soffre l'imprecare d'un pazzo.
La notte venne: e da otto dì quasi, Gualtieri non aveva chius'occhio se non a breve sopore e affannoso; nè mai il vigilare del campo e la stanchezza del battagliare l'avevano tanto rotto. Quella sera, già quasi certo del come uscire d'impaccio, si sentì più tranquillo, tranquillo della quiete che segue alla febbre cassale: si sdraiò vestito e armato sul letto, con la lancia a lato, la spada sull'origliere, e dormì. Breve sonno, nel quale le imagini si confondevano, come le onde e i sassi e le piante divelte e le sozzure profonde del mare si levano in una tromba. Sognava le grida vere che sentiva scoppiar dalla piazza, e grida di naufraghi nella tempesta; sognava i suoi misfatti, misti alle memorie dell'innocente gioventù; sognava la Bice Bordoni accanto a sua madre; un campo di battaglia seminato di patiboli; uomini che feriscono torneamenti, e carnefici che straziano; sognava il mare di Grecia flagellare con le grandi onde il palagio de' Priori, barcollante come saettìa; sognava le ruine d'Atene in un misero paesello di Francia; e santa Maria del Fiore in rovine; e valle d'Arno irrigata di sangue; e donne venire baciando scheletri. Poi vedeva Arrigo Fei sparato, e gli sentiva dal ventre gorgogliar parole francesi maledicenti; e un'aquila del monte Olimpo volare tra le selve di Puglia, e di lì sull'Uccellatoio di Fiorenza, e rimpennarsi di nuovo mantello, e di nuovo spennacchiata acquattarsi; e poi sempre il mare che fluttuando gli sconturbava le viscere; e poi cadaveri sopra cadaveri, ed egli saliva su per quelli, e si aggrappava ansimante, e giunto in cima, sentiva mancarsi il piè. E ruzzolava balzelloni di scoglio in scoglio, taglienti come rasoi; e lasciava a ciascuno un brano di sè, e sospirava un fondo di acque o di fiamme ove posarsi, e non lo trovava mai. Negli spasimi di quel capitombolare interminabile si destò: tastò il letto, la spada, la lancia, e balzò in piedi gridando. L'arme ond'egli era coperto, in quella scossa gli rintronarono intorno, e gli fecero paura: ma al grido di lui nessuno rispose, sì perchè già usi a udirlo urlare ne' sogni; e sì perchè i servi, fatti indocili dalla sventura, a mala pena ubbidivano. In quel momento egli ebbe spavento di sè: non più cavalcatore dell'altrui volontà, come d'animale domo; ma debole, senz'amici, senza fama, senza virtù. Languente dall'afa, dal sudore, e più prostrato di prima, aprì la finestra, ma non s'affacciò, per paura non l'aocchiassero dalle case d'intorno. Invocava l'aura della notte, gli rinfrescasse la coscienza; e domandava, come i peccatori sogliono, al corpo la medicina dell'anima. Poi passeggiava a passi lenti e uguali la stanza, e non fermava in alcuna cosa il pensiero: e la mente di lui pareva vota, come di pargolo o d'imbecille. In quel letargo dell'intelletto la coscienza si scosse: e vergogna lo comprese, mista a profonda e non disperata pietà di sè stesso. Allora i pensieri vennero, altri pensieri; e montavano nell'anima sua, come il mare all'ora del flusso notturno, quando abbraccia la navicella che stava in secco, e a poco a poco smovendola con picciole onde, la trae con dolce forza a venire con sè. Pensò la vita passata: sentì che l'anima umana ha virtù di rifare sè stessa: questa cosa sentì come in sogno. Ma l'alba veniva: i Borgognoni, desti, scotevano le lancie, e mormoravano per il castello; e la folla ringrossava di giù. La presenza del pericolo rioccupò l'animo suo tutto quanto; come infermo che, riavutosi per brev'ora, si sente venir meno, e ricade sul letto.
Francesco de' Medici, uno della balìa, nojato del più chiedere l'elemosina di tre teste, trovò, siccome destro uomo, il modo di piegare Gualtieri. Andò ai Borgognoni, disse: unico indugio alla salute loro la resistenza del duca; diano i tre, saran fuori. I soldati mandarono uno de' lor caporali pregando il signore; ma prego espresso con parola d'impero. Quegli, o punto più che mai nell'orgoglio, o fresco dei buoni pensieri parlatigli dal suo angelo, disse che no. Sola una via non infame restava all'uomo: uscire dell'antiporto, darsi all'ira del popolo (dopo aver patteggiata per prezzo della propria la vita de' servi suoi), e morire con coraggio di Francese. Questa via non gli venne pensata. Ma guai se i cattivi potessero d'una fine bella rinvolgere una brutta vita! Al buono stesso non è cosa facile ben morire.
I soldati fremevano. I più codardi minacciavano gettar lui dalle finestre ai latranti di sotto; i migliori volevano s'indugiasse; gli animosi mettevano innanzi l'onore dell'arme francesi: i prudenti rispondevano, qui cedersi al numero, non al valore; altrove espierebbero questa e altre macchie in Fiorenza contratte; la vita esser lunga, e un dì di battaglia ad anima di soldato essere buono lavacro. Vinse il partito de' prudenti: tornarono al duca dodici de' principali, e spronavano. Egli, sempre meno restìo, ricalcitrava tuttavia. Or uno di quelli, rompendo ogni ritegno, posta la mano sul pomo della spada, e porgendo l'altra fin sotto il viso di Gualtieri:
«È oramai tempo di scegliere: o la testa dei tre, sire duca, o la vostra.
—Che di' tu?» esclamò egli, ritraendosi inorridito, quasi dal tocco d'una serpe.
«Io dico il volere mio, e il volere de' trecento raccolti qui fuori.»
E i trecento a una voce: «Vogliamo.» E picchiavano con le lance chi 'l suolo, e chi l'armi.
«Io sono il signore vostro: a me spetta volere.
—Noi siamo quest'oggi, sire, più duchi di voi, perchè siamo trecento; e vogliamo unanimi cosa contraria al volere vostro; e voi non avete, da contenerci, nè pena nè premii. Le nostre trecento teste voi non potrete far volare da coteste finestre: noi potremmo, sire, la vostra.»
Gualtieri tacque. Al Borgognone parve aver detto troppo, e della forza fatta a sè stesso fu così maravigliato e vinto, che uscì. Gli altri lo seguirono, rimaso un solo. E a costui disse il duca:
«Fra due ore, entrate: se io non fo motto o cenno, sian dati: se dico no, abbiate rispetto per poco al volere e alla coscienza mia.» Poi con frettolosa trepidazione e quasi supplichevole: «sarà per poco.»
Il soldato ripetè ai Borgognoni la preghiera, che ne furono mossi a riverenza, sì per l'abito dell'antica soggezione, sì perchè ad anime francesi piaceva la generosità di tanto resistere in tal frangente.
E due ore passarono: ed ecco sul mezzodì un Borgognone s'affaccia, senza dir motto.—«No.»—Passano ancora due ore.—«No.»—Due ancora.—«No.»—Ma la furia dentro e fuori stringeva, come laccio avvolto: le grida ricrescevano paurose, intollerabili: ma i silenzi che le interrompevano a quando a quando, come voragini buie per cammino buio, gli venivano più tremendi, perchè dalle cose di fuori lo ritraevano in sè; e egli da' pensieri suoi proprii rifuggiva, come dal mettere il piede sopra serpenti aggrovigliati. Pietà sincera non era la sua verso i tre che strappavanglisi per forza, come arma impugnata a difesa e a offesa: ma ai moti della passione sua torbidi e vorticosi s'infondeva anco un senso di nuova compassione sopra costoro, ch'egli avea amati, al suo tristo modo, ma pure amati; che si erano con la loro coscienza conglutinati alla iniqua sua vita, che morivano perseguitati dal nome suo, quasi da demone vendicatore. Ma in questo affetto era rabbia del non li poter campare, più che desiderio magnanimo di camparli; era orgogliosa vergogna dell'esser debole, del dimostrarsi debole, del pentirsi, e del parere vile; del lasciarsi sopraffare dalla popolare tempesta, le cui onde obbedienti il suo legno fendeva già imperioso. Gli omicidii e le carneficine che ei commise spontaneo, che congegnò quasi allegro, che con piglio e con voce di capitano vincitore ordinò, non gli rimordono l'anima; ma il peso di queste tre teste si aggravava insopportabile sulla sua bilancia, perchè con esso insieme Iddio vi getta tutte quante le vite che egli ha distrutte empiamente, e tutti i rimorsi contro cui con isforzo di disumanata ragione ricalcitrò. Gli duole non poterli salvare, perchè salvarli sarebbe testimonio di potenza, lo farebbe vivo, e signore agli occhi suoi proprii, e, che gl'importa ancora più, agli occhi di questo popolo già vilipeso. Vorrebbe potersi dimostrare libero e al bene e al male, egli, tiranno e delle altrui e della propria libertà; perchè questa mostra di libertà sarebbe atto di rinviperita tirannide. E pure in cotesta smania di ostile jattanza era un onore reso alla umana libertà, alla bellezza del beneficare; era un confuso e quasi futuro desiderio d'ammenda. E in tutta la incessante e sempre più rinfierita battaglia non fu paura; per la vita sua propria non ebbe paura. Ma, aborrendo dalla minore viltà e' si gettava abbandonatamente a viltà più ignominiosa, facendo fin delle buone ispirazioni fomite al principesco orgoglio. Il quale gli vietava, come vieta signore duro a servo tremante, invocare gli altrui consigli. Per montare a quella maledetta alterezza di potestà con ansia repressa dalla stessa superbia egli si era affannato tanto: e adesso in quella vertiginosa altezza, secondo le brame sue, si trovava essere solo. Guai al solo!
Dal no al sì, la sua anima non patì, o non sentì, gradi. Come il mare, che, combattuto da' venti, getta alfine la barca, disarmata di vela e di remi, incontro agli scogli; duca Gualtieri fu, mal suo grado, ancora omicida. Trista condizione de' tristi! a grado a grado condotti a tale che il male diventi nell'opinione loro necessità aborrita, e quel che già fu cagion del pericolo, paia unica via di salute. Entrarono. Il duca non mosse nè lingua nè fibra: e più tormento gli fu quel tacere che quanti dolori o misfatti e' commise o patì. Usciti quelli, voleva gridare, ma gli parve non fosse più tempo. E di questo inganno ch'e' faceva a sè stesso, sentì rimorso: e Dio, nella sua misericordia veggente, gli avrà forse riputati a merito molti istanti di quella lunga battaglia.
Il conte d'Altavilla e il barone di Ciavignì stavano attenti all'orribile momento (da loro già antiveduto), per temperare a quegli sciagurati, almeno con una parola, gli spasimi della pienamente sentita e compresa morte. Quando intesero che Gualtieri concedeva: «Ma di chi?» domandarono. E i soldati, a' quali l'interrogazione pareva sciocca: «Dei tre.» L'Altavilla e il barone, guardatisi, indovinarono il mutuo pensiero, corsero al duca, e: «Quale dei tre per primo?» Egli che non aveva pur pensato potersi, offerendo a una a una le prede, saziare forse con sola una la rabbia di laggiù (che non hanno così fine il sentire i tiranni), disse, come ravveduto:
«Gli è vero. Un solo per ora: ma non sia Cerrettieri.
—E chi de' due?
—Qual volete.
—Sire (rispose irritato il barone), quello che noi vorremmo e faremmo, sappiamo. Tocca a voi condannare.»
E il duca, più irritato ancora: «Qual primo vuole, o qual prescelgono i soldati: o traggano a sorte; purchè non sia Cerrettieri.»
I due gentiluomini, vergognando che tale beccaio fosse francese, ai Borgognoni recarono la risposta; ma mettere il piede nella stanza, per vedere una gara vile o pietosa, e un atroce spettacolo, non osarono.
Entrò un soldato, e li trovò pieni della morte presente. Il Visdomini stava volto alla parete, col capo nelle palme, chino, e quasi pendente tra le ginocchia, le quali tremavano, come per febbre. Il padre rimpetto al figliuolo: quegli, le braccia intrecciate sul petto; questi, spenzolate lungo la persona e la scranna: sì che le mani parevano toccare terra. E' non si guardavano. Il soldato disse:
«Il signor nostro, stretto dalla prepotenza della plebe, non può cosa per voi.»
A quell'annunzio, aspettato da loro, nessuno si mosse; ma le tre faccie diventarono, nel loro pallore di cencio, più livide, e pezzate di giallo. Il soldato continuò: «Uscirete a uno a uno; ultimo messer Cerrettieri.»
Alla qual parola tutti e tre si scossero, come se in un punto sentissero e rinascer la vita e cominciare la morte. Il Visdomini guardò al soldato con occhi attoniti e invetriati, come il moribondo che vuol far segno di riconoscere alcuno e vederlo volentieri, e non può.
I due perduti avevano, in sul primo, inteso assai quell'annunzio, e sentitone il freddo: poi, nel vagellar del terrore, parvero dimenticarlo: e stavano immoti. Il soldato, a cui ciascuna parola ch'e' doveva dire pareva traesse l'anima dal corpo, soggiunse: «Io dico che un di voi due è destinato a uscire per primo. Chi viene? Chi resta?» I due si guatarono, come gente sconosciuta: e tacevano. L'anima razionale pareva morta in essi, e rimasavi solo la vita del bruto. Il peccato aveva a mano a mano conglutinato il loro spirito all'oro, al sangue, alle più vili cose della terra; e ora la morte lo rinvolgeva nell'amara sua nebbia. Si guatavano. Il Borgognone chiamò parecchi de' suoi a consiglio. Bisbigliarono a bassa voce; ma non sì che i due non sentissero: «Il più vecchio.» E un altro aggiunse: «E il più reo.»
Così sentenziato, due de' soldati s'accostano al padre, tremanti quasi al par di lui; e lo prendono per le mani, facendo l'atto di sollevarlo: il quale, allorchè sentì il guanto di ferro aggiungere un nuovo freddo al freddo della sua paura, disse con voce esile e profonda d'uomo che muore: «Ippolito mio!» A questa voce la natura (sempre, nelle profondità sue intime, buona), si ridestò la natura del giovanetto: e sciogliendo dal guanto de' Francesi le mani del padre, e porgendo le sue, disse: «A me.» Il vecchio ricadde sulla scranna, come corpo stanco, e trasse un lungo sospiro. Ippolito uscì a corsa: e non s'abbracciarono.
E' camminava ratto: e le mani tenutegli da' soldati, ritirò con ribrezzo. Sulla scala era il conte che l'aspettava, pallido, e umile, e pieno gli occhi di non so che divino. Il giovanetto, al vederlo, si fermò, e: «Nessuna speranza?»
Il conte, prendendogli le mani con affetto di fratello, con tenerezza di padre, con carità di sacerdote: «Ippolito, pensate a Dio. Un solo affetto che venga dal cuore, ed egli vi ha perdonato. Una parola che dica: mal feci.
—Oh mal feci!» soggiunse il giovane con umiltà di fanciullo, con dolore abbattuto, e quasi senile; e si picchiò con una mano il petto, coll'altra la fronte «Mal feci! Io sono stato un malvagio. Dio mio, mi perdonerete voi?
—Dio vi perdonerà, Ippolito: Dio vi perdona. Sperate.
—Sì, spero.»
E lo abbracciò strettamente, come quando il malfattore pentito abbraccia il buon prete appiè del patibolo. Stette un poco sopra sè: poi, com'uomo che, vinto l'orror della morte, si butta di lancio nell'acque per salvare un fratello, scese con agile e fermo passo le scale. Rinaldo d'Altavilla, rimaso in cima, lo guardava, consolato nella pietà e nello spavento, contava i suoi passi, pregava per lui. Ma per i suoi uccisori, per la sciagurata città, pe' futuri destini di lei, chi pregava? Chi intravvedeva la lunga sua servitù, e gli ignominiosi e licenziosi e abusati dolori?
Giunsero all'antiporto, e l'apersero. Il giovanetto, levati gli occhi al cielo, per essere più tosto ad espiare nel mondo sicuro i suoi falli, prese una rincorsa, come chi sotto la pioggia che scroscia fa d'attraversare la via; e si trovò, scesa già la ringhiera, in mezzo alla moltitudine armata. I neri capelli ondeggiavano al corrente sugli omeri; e di nuovo fuoco di vita, sopravvenuto al pallore, ardeva il viso. E forse quella delicata giovanezza avrebbe vinta la ferocia de' più, se quel correre non dava sembianza di fuga. Inveleniti ch'e' sperasse sottrarsi a tanta aspettazione, e deluderli con nuovo inganno, gli furono sopra cento in un attimo.—Povero giovanetto, se t'avesse veduto allora Lucia Buondelmonti!
Gli furono sopra: e con tale impeto premettero a lui, l'atterrarono e gli cascarono addosso, un sull'altro ammontati, che, soffocandolo prima di ferirlo, gli risparmiarono l'atroce agonia. Nè soli gli uomini del minuto popolo, ma (come a più delicato convito) ebbero parte a quella carneficina taluni degli Altoviti, de' Medici, degli Oricellai (repugnanti i loro consorti.) E i nobili più si ruppero a quella vendetta. Cacciarono nelle floride membra i coltelli, le coltelle, le spade, le mani; e togliendosi l'uno all'altro di sotto quel tesoro di maledizione, tagliarono in prima, poi squarciarono, poi sbranarono. Il bianco viso, tinto del sangue dell'altre membra lacerate; la bocca mezzo aperta, come per ricercare il forte alito, sì presto fuggito; la testa ch'or sull'uno or sull'altr'omero spenzolava, ultimi rimanevano al fiero strazio. Gli strapparono i be' capelli dal capo, come il villano strappa dal suolo diletto le male erbe aborrite: e la lingua tagliata recarono in cima a una lancia. Avevano già prima rotto, siccome tronco di giovane e pur robusto arbuscello, l'osso sacro; e fra costola e costola ficcati i ferri, come per cercarvi un vestigio di vita, o la voluttà della vendetta che pur non trovavano. I consorti del Cini, nobili terrazzani, schernivano dicendo: «Ve' il bello cavaliere! ve' com'e' tende le mani supino; come ubbidisce ad ogni urto che lo spinga, a ogni ferro che lo divida!»
E ad ogni colpo posavano, e riguardavano come per vederne l'effetto: al modo che fa il buono scultore che, digrossando la mole del marmo, a ogni tratto ferma la mano, e riguarda se l'opera risponda all'idea. Parecchi col giovane sangue andavano disegnando per terra il giglio rosso, o scrivevano sulle muraglie libertà. E d'orme di vendetta rosseggiava la piazza, rosseggiavano le prossime vie.
Ma il fumo di servitù che manda al cielo quel sangue, non involge intera Fiorenza. Molti per alterezza d'animo schivo, molti per senso di pietà umana, molti più per carità di cristiani, aborrivano da que' furori. E intanto che alla piazza colavano, come a cloaca, gli odii dell'ampia città, nelle case, ne' chiostri, ne' templi, molte anime buone entro al chiuso petto sacrificavano un sacrifizio di pace. Pochi, è vero, o nessuno sentiva assai profondamente (Dio solo misura tutt'intero l'abisso del male, e l'altezza del bene) quanto rea cosa fosse la vendetta consumata in nome della libertà: pochi vedevano, o nessuno, di quanta messe di spade tiranne dovesse fecondare la terra quel sangue che, versato, macchiava tante mani, tant'anime, tante idee. Pochi, o nessuno; perchè tutti, anco i buoni, vivono la vita dell'età loro, e (comechè possano rinchiudersi in monda cella, o spaziare con l'occhio da un'ardua e salubre cima) un orizzonte medesimo, una medesim'aria li circonda e li copre. Pochi, o nessuno: ma un sentimento ineffabile di paura e di sciagura, quasi alito ch'esca di cadavere non visto e non sospettato, affannava le anime buone a que' truci spettacoli; e faceva la preghiera loro più mesta, più sollecita, più amorosa, più umile, più gentile. Così dal male stesso, quasi rosa dal concio, fiorisce il bene; e il dissolversi degli spiriti rei rinvigorisce i buoni; e il merito, raccolto in pochi, com'oro purgato da fiamma, in loro si condensa più schietto.
Un grido si leva, e mille lo seguono: «Il padre!» Onde i Borgognoni, temendo le scuri non si volgessero contro le porte, corsero alla stanza ov'era il bargello, e lui, cascato per terra, con la schiuma alla bocca, presero a furia, e scesero come corpo morto. Le braccia e le gambe spenzoloni radevano gli scalini, e percotevano in quelli. Alla qual vista Rinaldo d'Altavilla e il Ciavignì inorridirono. Quando l'antiporto s'aperse, la plebe, avventandosi a rincontro dell'uomo odiato, quasi si cacciava in palazzo: ma i Borgognoni per istornarnela, palleggiato il corpo del conservadore, lo lanciarono di botto giù per la ringhiera, come a cane si scaglia un sasso lontano perchè lo morda. Nel ruzzolare ch'e' fece per gli scaglioni, tinti del sangue del figliuolo, il vecchio rinvenne in sè, e aperse gli occhi gravi, appunto quando cento braccia e cento ferri a lui sovrastavano, minacciando ciascuno un proprio tormento. Ferirono molti a un tratto: poi diedero luogo agl'incalzanti, che rallargarono le ferite, ma senza farle mortali, perchè pareva avessero patteggiato di bere questo secondo calice a sorsi. Odio nel figliuolo, nel padre sentivano odio e disprezzo: però con le ferite venivan gli sputi e i vituperii, e il rammemorargli le sue crudeltà. Egli (riscossigli dal rimorso gli spiriti) intendeva ogni parola, sentiva ogni spasimo: chè già i veri spasimi gl'incominciano. Ferito da un'affilata forca guerriera in un nervo delle tempie, e da una lunga partigiana da caccia nella nuca, incominciò a tremar tutto, e la vita a risolversi, e rattrarsi le mani, e il corpo rattrappirsi, e i denti serrati dirugginarsi. Ma mentre infierivano, s'avvidero a un tratto che in lui ogni alito di vita era spento. Allora tagliatagli la testa, e presala pe' radi capelli, la mostravano in alto, come i fanciulli fanno di presente ottenuto; e cacciavano strilli senza umana parola. Fu chi le crude carni addentò, e nel gialliccio fegato del bargello mettendo il morso, ne sentì con gioja l'amaro. In cima agli spuntoni, alle picche, alle lancie, alle labarde mostravano chi l'uno e chi l'altro brano del padre e del figliuolo per le vie di qua e di là d'Arno. Le genti a vedere; e le donne a compiangere il giovanetto. Nè mancò chi portasse a casa, quasi lacchezzo squisito, alcuna parte della preda sanguinosa; e, dopo avere con mani sozze di strage abbracciati i figliuoli e la moglie, le carni ancora palpitanti arrostisse.
La trista processione menata per la città, la stanchezza dell'odio, e il sopravvenir della notte, fecero uscir di mente ai furibondi il terzo trastullo, la testa di Cerrettieri Visdomini: come fanciulli, che nel piagnucolare per cosa desiderata s'addormentano; o come briachi che facile si sviano dal pensiero, nel quale infuriavano or ora. Cerrettieri aveva tanto ruminata la morte, che quasi l'aveva digesta. E pentitosi come meglio sapeva, e raccomandatosi ai Santi, con paurosa ma viva fiducia, se ne stava nulla sperando, pensando nulla, già più non sentendo sè stesso, quasi come è da credere che il feto stia nel ventre materno. Quando messer Piero de' Bardi e il barone di Ciavignì vennero frettolosi, e lo imbacuccarono in un abito di masnadiere; e per il buio della mezzanotte il Bardi, presolo a braccio, lo strascinò alle sue case. A lui pareva sempre scendere le mortali scale del palazzo, e cascar sotto a' ferri famelici; e quella scesa gli sembrava lunghissima, insopportabile quell'aspettazione affannosa. Andava, con gli occhi velati e con le gambe come impastoiate, tentennando, e taceva trasognato. Gli altri de' Bardi nol vollero vedere: sole le donne (fosse voglia di vista strana, o pietà) s'affacciarono mute a mirare quel viso trasfigurito già dal peccato, ora dalla pena del peccato; pallido, ma nel lividoso pallore chiazzato di rossaccio; quelle labbra pendenti, quel cadavere che si moveva. Egli le guardava, com'uomo che più non ha conoscenza; ma ad ora ad ora chinava gli occhi, quasi si vergognasse. Il priore di sa' Jacopo, il Frescobaldi, spontaneo venne; e parlandogli di Dio, sollevò un poco quell'anima sprofondata in sè stessa. Ma perchè le case de' Bardi non parevano sicuro rifugio, i parenti di lui, vestitolo da contadino, lo menarono la seguente notte in una prossima villa. Quali pensieri agitasse, avvolto in que' cenci, il gentiluomo superbo, il turpe consigliere dello straniero tiranno, chi sa?
La mattina del sabato fu quiete nella città: come quando, smaltito il vino, l'uomo si desta, e le cose nell'ebrietà fatte non raccapezza o non crede. Molti delle passate furie vergognavano; taluni, rimasticando la vendetta, la sentivano saporosa, come ghiotti che, pieni di cibo, pensano con tripudio al leccume. E non sarebbero forse tornati per la medesima via, ma dell'averla battuta provavano più mala contentezza che pena. Erano pure sazi: nè i più feroci avrebbero osato richiedere nuovi presenti di sangue. I buoni colsero il tempo per ispacciarsi del fiero ospite, il qual corrompeva vincitore, e più, vinto. Trovatolo già disposto a ogni cosa (quasi frutto mezzo dalla pioggia, ma non maturo), proposero per primo la solenne rinunzia del dominio. A patto d'uscire salvo egli e i suoi, accettò. Ma poichè l'istrumento della rinunzia giovava fosse sigillato col sigillo di Giovanni vescovo di Lecce, cancelliere del duca, fu cercato del vescovo. Egli, che già della sua devozione empiva tutti i sensi di Gualtieri, e d'impronti consigli e loquacissimi lo tribolava, s'era nell'ora della battaglia dileguato, con gli altri quattro vescovi, timidi uccelli dall'ale più forti del becco. Alla fine, frugando, cercando di quanti egli aveva benevoli o conoscenti, trovarono il covo del cancelliere in una casupola del corso de' Tintori: e il vescovo Acciaiuoli prese la cura d'andarnelo soavemente a snidare.
Sentito ch'ebbe quel di Lecce picchiare alla porta, si raggomitolò in sè stesso, e accoccolato sulle ginocchia, si mise a pregare in latino. L'appiattarono, chiedente pietà, in una stanzuccia a tetto, e lo coprirono di paglia e di letame, sgridando, tacesse; perchè la paura lo faceva come grugnire. Egli si acchiocciolò in quel letame, al modo che il febbricitante s'acquatta sotto al coltrone, battendo i denti dal freddo; intanto che il vescovo assicurava que' di casa, sè venire apportatore di novella non trista. Credettero la buona gente al viso e all'accento dell'Acciaiuoli; e dissero al cancelliere la cosa: ma egli negava fede, e come ragazzo stizzito, dando delle calcagna in aria, sparpagliava il letame che gli teneva luogo d'abito sacerdotale. Stufi alla lunga gli ospiti suoi di quel gioco, lo afferrano, e lo mettono in piedi, come si fa delle sacca mal piene di cenci: quando appunto il vescovo, per rassicurarlo di persona, saliva la scaletta a piuoli, e trovavasi di fronte a lui. Il sacro cortigiano, così inzavardato di concio la faccia e le vesti suntuose, sorretto dai due che mal tenevano le risa, somigliava a un bove, che, levandosi dalla lettiera, non sappia scuotere da sè le sozzure del suo giaciglio. Arruffati i capelli, e sulla barba e sui capelli o pagliuche o immondizie, simili ai geloni pendenti dalle grondaie; o stille di fetido umore che tremolavano, come rugiada sul cardo. La faccia teneva dimessa, e le mani in mano, come quando, chericuccio monello, e' riceveva dal suo vescovo un buon rabuffo. Ma l'Acciaiuoli, non che godere (come tra vescovi sogliono, gelosi e piccosi quasi vecchie gentildonne), mosso a pietà di tanto avvilimento, s'affrettò a raccertarlo del vero, e con parole brevi e pronte disse a che ci veniva.
Allora quel di Lecce: «Non sarà mai ch'io vada al cospetto d'un perduto, il quale tanta turbazione destò nella buona repubblica di Fiorenza, e mi fece soffrire tanto. Gli uomini sventurati a me sono più specialmente diletti, e per debito di ministero e per tenerezza della natura mia: ma la sventura colpevole!
—È doppia sventura, l'Acciaiuoli interruppe. E a voi, messere, è dato modo d'espiarla e d'alleggerirla: v'è dato insieme di provvedere ai comodi vostri. Perchè, ratificato che venga l'atto della rinunzia, voi potete seguire il signor vostro in Puglia, o dove che sia, e di migliori consigli giovarlo.
—Ma lo scandalo, Dio mio, del seguire principe spodestato!
— Veggo che voi la vergogna giudicate dalla fortuna: ma nè questo è 'l tempo, nè a voi è bisogno ch'io insegni il Vangelo.
—E l'uomo che ha tanto bruttamente tradito il popolo fiorentino, atterrà egli a me le promesse? Poss'io fidarmi alla sua compagnia?
—Non so. Questo so, che migliore compagnia non vi resta. Ben prometto che alla persona vostra non sarà fatto oltraggio; e ve ne do sicurtà la mia fede, la mia autorità, e Dio testimone. Aggiungo, che ratificando un atto gradito al Comune di Fiorenza, voi venite, come meglio è possibile, ad ammendare i tanti che già ratificaste dispiacevoli ad esso.
—Poichè questo è, disse il cancelliere, si vada: s'incontri animosamente il pericolo all'onore di Dio, e del nostro santo e difficile ministero.»
Così dicendo, scote dalla persona il letame e lo strame.
Aspettarono la notte del sabato per entrare di soppiatto in palagio. Quivi il cancelliere annunziò la sua venuta a Gualtieri, ma non chiese vederlo, nè questi lui; chè l'uno all'altro erano vergogna e rimprovero; nè lisciarsi potevano oramai, nè straziarsi, senza dolore mutuo. Domenica mattina, convennero il vescovo, i quattordici della balìa, gli ambasciadori e il capitano di Siena, il conte Simone da Battifolle: nella presenza de' quali duca Gualtieri diede ai quattordici e al vescovo autorità di operare tutto quanto stimassero conducevole al buono stato della città; rimise imperio e giurisdizione che aveva sopra quella, la prosciolse da ogni giuramento ed obbligo, restituendola nella medesima forma di quando si dette a lui: liberò dalla sua signoria le città di Pistoia, d'Arezzo, di Volterra, e' loro contadi, e tutte le altre terre, castella, fortezze e luoghi, lasciandoli soggetti al Comune di Fiorenza così com'erano innanzi: e il simile de' cherici, de' marchesi, de' conti, e altri nobili, con le loro signorie e' poderi, dando autorità al capitano e agli ambasciatori di Siena ed al conte di rimettere i Fiorentini nella possessione d'ogni cosa. Imperocchè il più de' principi non cedono se non quel ch'hanno perduto; non isciolgono i popoli se non da que' vincoli che sono già rotti; e creano rappresentanti della propria autorità allora quando l'autorità loro è finita.
Le dette rinunziazioni scrisse il cancelliere; e stava per concludere con le formole consuete, quando messere Giannozzo Cavalcanti, levato dritto in piedi, parlò. Questi è quel messere Giannozzo ch'abbiam già sentito predicare dal desco d'un beccaio sommessione: ora il Comune l'aveva creato un de' quattordici, e per non avere inimica la sua spaventosa loquacità, e per tirare a sè molti nobili, che da quella loquacità pendevano ubbidienti. Ma egli, e per rendere al Comune buona mercè dell'onore, e per far mostra di facondia, e per bene assicurarsi che l'incomodo duca non tornerebbe mai più a mettere in impaccio la sua carità patria, ebbe a dire così:
«Messere lo cancelliere, quello che avete elegantemente scritto fin qui, bene sta: ma una cosa io prego la sapienza vostra d'aggiungere, e, sottosopra, in questo tenore: «E afferma il detto duca, nella sincerità della coscienza sua, di ciò fare spontaneamente, liberamente; e impone a sè pena di cinquantamila marchi d'argento per ciascun de' capitoli ch'egli infrangesse o tentasse d'infrangere.»
Il vescovo di Lecce interrogò il duca degli occhi: ma questi tacque e abbassò lo sguardo, dopo gettatolo sopra Giannozzo con quel torvo dispregio onde i tristi puniscono i vili. E 'l cancelliere più lentamente di prima scrisse, e lesse; e fu notato che non cinquantamila marchi diceva, ma pur cinquanta: onde tutti gridarono: «Cinquantamila.» Ed egli, con mano restia, scrisse.
Ora messere Talano degli Adimari propose una particola che diceva così: «Ed obbliga la fede propria, non solamente per sè, ma e per gli uffiziali suoi, quanti sono.»
Qui sorse dubbio. Il cancelliere, per farsi grazioso al duca (dal quale solo omai poteva sperare o temere), notò, non dovere uomo promettere cosa che non dipenda dalla sua propria volontà, nè la potenza de' principi essere tanto grande da stendersi sugli animi umani.
«Questo, rispose Filippo Magalotti, doveva messere lo duca rammentare prima d'ora a sè stesso: ma poich'egli mostrò non lo credere vero, e volle accollare a sè tutte le soperchierie de' suoi fidi; e noi concorriamo nella opinione sua. Che se a lui venisse voglia, per man di taluno de' suoi uffiziali, rompere i giuramenti, e, perch'egli da sè nol fa, credersi esente da pena e da vergogna, chi non vede tornare a vuoto e quest'atto e ogni cosa finora operata da noi?»
Il cancelliere voleva rispondere: ma Francesco de' Medici, allungato il dito, raggrinzando la fronte, e allargando le narici, com'uomo irritato, esclamò: «Scrivete, messere.» E il vescovo, con più lesta mano di prima, e più tremante, scrisse.
Qui sorse a dire Sandro di Cenni de' Biliotti. «Una cosa ancora io tengo si debba da messere lo duca promettere: «ch'e' non si vorrà mai dolere per cosa fatta a lui od a' suoi.»
Qui Gualtieri diede in un moto di rabbia male represso: messer Sandro lo guardò fiso e severo, come fa maestro a fanciullo insolente, e vedutolo rabbonirsi, seguitò: «Nè di chiedere a principe o a città rappresaglia mai contro al Comune o al popolo di Fiorenza, a pena di diecimila marchi d'argento.»
Se la prima parte dell'obbligazione a tutti parve esorbitante, parve d'importanza grande la seconda: e perchè 'l duca taceva, e il cancelliere scriveva a furia il dettato di messere Sandro, come scolare scrive il dettato del maestro, nessuno osava parere meno severo al nemico suo di quel ch'egli fosse a sè stesso.
Giannozzo Cavalcanti, sentito il vento soffiare buono, incominciò con molta gravità: «Anche una cosa.» Ma ser Marco degli Strozzi, pietoso della condizione del duca, e stizzito della impronta vigliaccheria di Giannozzo, si levò dicendo:
«Basti. Non rinnovelliamo lo strazio d'altr'jer sera; non affettiamo e non rosoliamo i cadaveri.»
La quale maniera di difesa punse il duca più d'ogni offesa; ma oramai era sua legge tacere, e ricevere le parole dure, come giumenta legata all'aperto riceve la pioggia.
Queste condizioni scritte e riscritte in pergamena, e sigillate col suggello ducale, furono dal vescovo di Lecce rilette ad alta voce e sonora (per abito di cancelliere, non per oltraggio), fremente il duca. Al quale il vescovo dettò il giuramento.
«Giuro al nome di Dio, giusto vendicatore, e a tutte le potenze celesti che invisibili ed infallibili veggono l'animo mio, d'attenere le qui scritte promesse, a ogni costo: e se ora o mai mentissi agli uomini e a Dio, invoco sopra il mio capo e de' miei la maledizione eterna. Giuro di nuovo per l'onore della casa di Francia, per le ossa di mia madre, e per il sangue di Cristo che mi sia in giudizio e condanna.»
Gualtieri ripeteva con gli occhi fitti alla terra, non altro movendo del corpo suo che le labbra, e con sì leggier moto che le parole appena s'intendevano: e quando fu alle ossa di sua madre, parvegli vederla viva, e con dolore severo di donna amorosa ingiustamente afflitta, rimproverargli nelle mute lagrime gli affanni ch'e' le aveva portati, e pregarlo minacciando, non turbasse con lo spergiuro la terribile pace delle sue ossa. Ond'egli quelle parole non profferì: ma il vescovo ripigliò con voce più chiara «per le ossa di mia madre;» e allora il suono uscì come confessione di vergognoso peccato.
Fatto il sacramento, in segno del deposto dominio, e' depose il bastone ch'aveva in mano: e Bindo della Tosa, presolo, lo buttò con dispetto per terra. Ma Bartolo de' Ricci, cavaliere e legista, raccolse quel segno d'autorità, e lo appese alla parete tra un brocchiere e uno stocco. Il cancelliere posò anch'egli la penna, sbuffando, com'uomo stanco: e visto che ormai Francesco de' Medici e Talano degli Adimari e il vescovo si volgevano al duca a parlargli umanamente (sì come il giudice usa qualche parola pia al reo condannato nel capo); anch'egli, quel di Lecce, s'accostò piamente; e di sdegnoso che pareva or ora, ridivenne a un tratto l'antico uomo, famigliarmente supplichevole, timidamente audace; occhio di gatto, petto di serpe, coda di cane. Gualtieri gli volse le spalle.
Il dì seguente uscirono, patteggiati, di palagio i soldati del duca, con grande paura, sebbene e gli ambasciatori senesi e molti buoni cittadini li accompagnassero a sicurtà. Ma non n'era di bisogno, perchè tutto il popolo aveva promesso lasciarli quietamente passare così come se già passati fossero. Tra gli accompagnanti erano taluni de' già favoreggiatori del duca, il Peruzzi, il Medici, Giannozzo Cavalcanti, superbo dell'uffizio quasi militare: poi alcuni de' Bardi, e il vecchio priore di sa' Jacopo, la cui canizie proteggitrice pareva accanto a quegli armati così veneranda, come miserabile pare la canizie sacerdotale da armi ingiuste protetta.
Andavano a capo chino, dolenti per le ferite, gravati dalla vergogna. I meno odiati, che volevano pur con gli occhi e col cenno significare a' cittadini, in partendosi, alcuno non ignobile affetto, portavano la visiera levata: altri, nella celata tutta chiusa (sporgente o in becco d'uccello o in muso di bestia, o scanalata e a onde), sembravano non uomini, ma moli informi di ferro. Ad altri, l'elmo che finiva in ghirlanda, pareva ridesse in capo della presente ignominia; ad altri, le lunghe piume scendevano, miste ai rossi capelli, intrise di sangue. Chi sguarnito la testa e le spalle, chi senza bracciali; a chi il largo pettorale del cavallo qua e là squarciato. I più modesti e i più timidi coprivano con velo nero il sangue rosseggiante sull'armi: ma in altri erano tante le macchie, che forza era lasciarle palesi alla vista di coloro, dalle cui membra forse era spicciato quel sangue. Un caporale de' Borgognoni, fra tutti cospicuo e forte e grande, sull'armatura di rame dorato, rubata forse a un margravio d'Alemagna, portava spesse chiazze di sangue: e quel giallo e quel rosso insieme, parevano la comune divisa de' pari suoi. Le mazze irte di punte omicide, le ascie lunate, i martelli ricurvi, pendevano dagli arcioni; e le lunghe balestre ornate d'avorio, e le lunghe spade, si strascinavano per terra sonanti. Le divise, superbe o gaie o amorose, degli scudi, erano adesso vista dolorosa. E tra quegli scudi ve n'era lavoro d'artefici fiorentini, dono da fiorentini uomini, già sommessi, fatto a' Borgognoni, già cari: uno fra tutti bellissimo, con in mezzo, a rilievo, un arcangelo armato. Andavano a passo lento, quasi a pompa funerale, che la fretta non paresse o paura o vergogna: tutti muti; e solo si sentiva il tintinnire dell'armi e lo scalpitar de' cavalli, mesti anch'essi. Pensavano i compagni morti; altri le donne o indarno desiderate, o oltraggiate, od amanti. Il popolo fermo e tacito, senz'armi, senz'ira, guardava, come se coloro fossero vincitori, egli vinto. Molti de' cavalieri venivano a piede, o mortogli il cavallo o rubato, ma i più stati resi.
E mentre passavano, ecco un contadino, tenendo pel morso un cavallo destriero riccamente bardato ed armato; e gridava: «Messeri, chi l'ha perduto di voi?» Il cavaliere era morto: ma quel buono uomo non volle appropriarsi preda, sebbene di guerra giusta; e visto un soldato, in età, che si strascinava ferito: «A te, compagnone; chè tu te ne vada più presto lontano da noi.» E senza guardare il tristo drappello, com'uomo ch'ha maggiori cose a pensare, svoltò da altra via.
Ma il popolo, visti che gli ebbe uscire di porta, si sentì contento dell'averli risparmiati, ben più che i carnefici de' due d'Assisi non si sentissero della strage. E di quei Francesi, parecchi, appena fuori, dimenticato il pericolo e la vergogna, guardavano per l'ultima volta ammirando, com'uomini intendenti di guerra, le nuove mura e le torri e i barbacani; e ragionavano di cose guerresche, come se uscissero a breve correria. Doleva a pochi dell'oro perduto, dell'incerto avvenire: molti la novità vagheggiavano, come ventura lieta. E coloro che nel passare per la città furono più paurosi, erano adesso più gai.
Andate, sciagurati, piaga d'Italia, piaga voluta e compera: andate a cercare signore ignoto, a cui vendere il nerbo e l'audacia, anime rotte a ogni sorta e d'impetuosa battaglia e di ruberia frodolenta; sommessi e feroci, come il mastino che s'ammansa al padrone, e a chi gli è ammiccato, s'avventa. Andate, sciagurati! Nel nome di qual principe guadagnerete voi oro e rimorso, e lode più rea dell'infamia? Farete atti magnanimi e vili, patirete la fame e l'ubriachezza, ucciderete e morrete? In nome di quale repubblica? Chi sa in quanti luoghi soneranno le vostre bestemmie? Quanti idiomi udrete parlare e cinguetterete? Qual terra riceverà le sbattute vostre ossa? Andate, infelici! Così non lasciaste nella gloriosa città vestigio di voi; così non venissero altri par vostri, e più tristi, a ribadire le anella della spezzata catena!
Il popolo, nelle case, sulle piazze, teneva ragionamento di quanto fecero e dissero in que' dì i più notabili cittadini; e ridiceva i motti, e contava le ferite, e raccendeva in parole la spenta battaglia. Poi gli atti dei Borgognoni uscenti, poi le novelle che venivano del loro passar nel contado, e quelle che delle città ribellate; poi le congratulazioni de' Comuni, e degli amici concorrenti in città. E qui menarli a vedere, e rifarsi a raccontare ogni cosa; e nella vista dell'appena passato pericolo, celiare. Alcuni pochi si lagnavano che, avendoli in gabbia quegli astoracci de' Borgognoni, non si fosse provato a schiacciar loro il capo a uno a uno: ma altri rispondeva: «Non vedi tu che assai ci fu pur di due? Di que' due non dico: ma freddarli bastava. Farne lo strazio che s'è fatto, gli è un rubare il mestiere a' demonii.
Ma tra la gioja, e le doglianze della non piena vendetta, altre lamentanze gravi facevansi sentire; il minuto popolo diffidava dei grandi e de' popolani ricchi, e questi dei grandi e del minuto popolo, e i grandi d'ogni razza di popolo, cencioso o no. Chi voleva i diciannove gonfalonieri delle compagnie, a modo del popolo vecchio; chi, otto priori popolani, due per quartiere, col gonfaloniere, com'era prima; altri, non escludeva dal governo i grandi, ma chiedeva che alcuni buoni popolani fossero aggiunti, i quali consigliassero i priori, nè senza loro consentimento potessero questi fare deliberazione grave: chi voleva l'intricata riformagione del MCCCXXVIII co' suoi tanti squittinii: altri, che i priori nuovi eleggessero i successori per lo avvenire; e i nuovi scelti fossero tratti a sorte di tempo in tempo, siccome era stato altra volta tentato con mala fine: chi ritornare cencinquant'anni addietro, ed eleggere consoli, con senato di cento buoni uomini; e l'uffizio de' consoli durasse un anno o più, e rendessero giustizia, senza podestà forestiero. E di tali differenze le diffidenze si alimentavano; e non erano ancora discordie, ma le discordie si venivano preparando; come quando arde il sole sereno, e trae in alto i vapori, materia di subitane tempeste. Le gelosie e le ignoranze del popolo, le gelosie e l'imperizie de' popolani ricchi, le gelosie e gli orgogli de' grandi, fomentava la inquieta blaterazione de' giuristi e de' saputi d'ogni maniera, i quali ne' reggimenti degli stati sono come cani che si cacciano tra le gambe a chi va, e ritardando l'irritano.
Due giorni ancora stette Gualtieri con la sua privata famiglia in palagio, sbalordito di sbigottimento, inchiodato dalla paura, forse invescato da una cieca, e a sè stesso ignota speranza, che, nell'orgoglio così come nell'amore delusi, è più credula quanto più vana. Sperava, non tanto nei soccorsi di fuori, non tanto nei vecchi partigiani suoi dentro, quanto nelle discordie fiorentine, radice vera alla sua potestà e de' suoi pari. Al presente, così diverso da tutto il passato, non dava fede, nell'atto di toccarlo con mano; non dava fede, a sè stesso: e credeva intanto fortune incredibili nella rovina estrema; dacchè colpa e pena dei tristi è pretendere dagli uomini e dal cielo miracoli, che i buoni appena ne sarebbero meritevoli, e pur non li sognano. D'ora in ora strascinava, quasi serpe fiaccata, le sue speranze; e il protrarre a qualunque costo le vituperose dimore nella città, gli pareva ingegnoso e bello; come il reo condannato a morte, il quale s'ingegna d'allungare la via che è fra le tenebre della carcere e le tenebre del sepolcro.
Chiamava a sè or l'uno or l'altro de' cittadini, quando dei già più devoti, e quando dei più avversi; e quelli rifuggivano dal vederlo, per vergogna del popolo e di sè, questi per compassione più che per ribrezzo; quelli più superbi di questi: ed egli, nelle parole avido, altero nell'aspetto, pareva sentirsi signore tuttavia, come francese di spiriti e uso al comando, e che de' cenni a sommo studio imperiosi, e impetuosi a freddo, faceva già arte di regno. E così in quel brigare seco stesso, distraeva l'anima dal senso dell'onta propria, e dei rimorsi; e nel parer meno abietto, era più. Così il naufrago, pieno ancora di vita i polsi e il petto, combatte con l'onde, che gli soffogano, prima che la speranza, la vita.
Alla fine, il dì sesto d'agosto, uscì co' Sanesi, col conte Simone, con molti nobili e popolani, deputati a ciò dal Comune. Era seco il barone di Ciavignì, fattogli dalla sventura, non amico, ma pio. E Rinaldo d'Altavilla che, uscito già di palagio, si disponeva a rimanere in Fiorenza a' preghi de' buoni cittadini, volle tenergli compagnia, e consolarlo di compassione, non loquace e non oltraggiosa. L'ora del dì, e il disprezzo ormai pieno, sottentrato all'odio, fecero a Gualtieri l'uscita tranquilla. Degli uomini, i più lo guardavano un tratto, per figgersi bene in mente l'imagine dell'animale mal grazioso e maligno, e dipingerla ai figliuoli e ai nepoti; altri al vederlo si voltavano in là: le femmine, andando al mercato s'affisavano in lui, come si fa in bruttezza spiacente, ma che pure incanta a riguardare, e dicevano: «Fosse stata almen bella la fiera ch'avevam tolto a pascere! Quando prendi un signore a vita, prendilo almeno che non paia la morte. I' credo che Fiorenza abbia avuto un anno a rettore il più brutto cristiano del mondo.»
Partito ch'e' fu, i cittadini si disarmarono, disfecersi i serragli, i contadini si partirono e i forestieri con molti abbracciamenti: apersersi le botteghe; e ciascuno attese a suo mestiere e arte. Il Comune ordinò che la festa di sant'Anna, in memoria della liberata città, si osservasse come pasqua sempre, e celebrassesi grande uffizio, e solenne offerta dal Comune e da tutte le arti. E per rimeritare il buono amore del conte da Battifolle, fu deliberato, gli si rendessero le molte terre prese, e non mai stategli pagate dalla città di Fiorenza. Poi commisero a messer Pino degli Alberti e a messer Niccolò Guicciardini, inviati presso il pontefice, dessero notizia della cacciata del duca, e delle ragioni che a ciò fare condussero la città. Nè sappiamo che il pontefice scomunicasse o la città o gl'inviati. Messere Giannozzo Cavalcanti promise scrivere della cosa a Francesco Petrarca; e sperava da lui o una canzone, o, meglio, una lettera latina, in quel pulito stile (diceva egli) e alto dettato ch'è proprio a messer Francesco, e con eccellenti sentenze e autorità.
Quel dì stesso il vescovo, celebrato uffizio solenne, parlò al popolo congregato: e come uomo savio, poco disse della consumata vittoria, molto degl'incomincianti pericoli; dimostrò, come sempre, dov'è discordia, ivi è debolezza; confortò a dibarbare dall'animo le minute radici della diffidenza, che poi vengono pullulando in piante uggiose e mortifere; non tenessero dentro il mal pensiero, ma con parole misurate ed aperte lo esprimessero; se dell'esprimerlo vergognavano, segno che il pensiero era vile: non con insidie nè con minaccie nè con armi, ma con la persuasione inducessero altrui nella opinione propria; eleggessero, in caso di differenza, arbitri da ambe le parti avuti in onore; dalle vecchie memorie cogliessero le nobili ed amorose, le altre in oblivione lasciassero; in ogni cosa osservassero carità; fossero franchi e interi, e di buono consiglio. Soggiunse:
«Le cose passate ci siano ammaestramento, come Dio non lascia male alcuno impunito, benchè non sempre la pena sia al tempo e a piacere de' desideranti. E sia questo esempio a noi e a' cittadini che saranno, acciocchè, per bene della loro città, non siano mai vaghi di fare uffizii ad arbitrio; che sebbene si creano sotto titolo di utilità del Comune, sempre fanno dolorosa riuscita, e ne nasce tirannica signoria.»
Poi, concludendo, pregò: «Padre sovrano, amico onnipotente degli amici e de' nemici nostri, noi vi preghiamo e per essi e per noi; vi preghiamo per le anime de' cittadini nostri morti in battaglia, e per le anime de' nostri oppressori. A quelli e a questi risplenda l'eterna luce; e tutti possiamo vederli un giorno nella gioja del vostro immortale trionfo. Delle inutili o ree ferità contra loro commesse noi vi chieggiamo perdono: non li vendicate, o Signore, della nostra vendetta; ma l'odio che ci sospinse oltre alla necessaria difesa, spegnete in noi. E io primo, indegnissimo della letizia e della gloria di questo dì, confesso a voi nel cospetto del popolo vostro, che in vedere la ingiustizia dominante, troppo più acre zelo che quel della legge vostra mi divorò, che i privati odii mescolai negli uffizii del mio ministero; e non con affetto, così come dovevo, accorato, ma con ansia d'allegro desiderio, benedissi alla guerra. Perdono, Signore. Fate in noi l'amore della cara libertà, non feroce, non superbo, non interrotto da ree negligenze, non frodolento, non cupo; ma lieto, modesto, pieno di fede operosa e di fiducia prudente, vigilante nella pace, infaticato nell'armi, con magnanimità coraggioso.
Fuori di porta a San Niccolò cavalcava Gualtieri co' suoi; e le scorte lo precedevano e seguivano; tutti in silenzio. Il conte d'Altavilla, e il barone di Ciavignì, rimasi un po' addietro, venivano intertenendosi in caro colloquio, il qual presentivano essere l'ultimo. E guardando alla lietezza delle circostanti campagne, il barone diceva:
«Terra prediletta da Dio, e dalla matta discordia. E' non godono di questa tanta bellezza, sì perchè in essa nacquero, e minor bellezza non sanno; sì perchè l'odio fa velo all'anima loro, come all'infermo ogni cibo soave sa d'amaro o di nulla.
—Credete, rispose il conte, ch'io ad ora ad ora m'inchinerei a baciare questa terra e adorarla, siccome degno altare di Dio.
—A voi, conte, è più forte ragione d'amarla: chè avete qui radice oramai. E v'invidio. Ma io!
—Che sarà, buono amico, di voi?
—Non so. Mi sento svogliato e d'ogni negozio umano, e d'ogni speranza. A Gualtieri chi può pensare? Pietà mi stringe ad accompagnarlo per poco; infino a Venezia forse: ma poi, i' me ne torno alla mia Francia, dolcissima tuttavia delle contrade: e là, nelle mie terre, m'ingegnerò di vivere tranquillo, infinattanto che il segno della guerra non suoni. Guerra qualsiasi, non monta. L'ubbidienza debita al re signore nostro, la smania che mi prende allo squillar d'una tromba, e, non foss'altro, necessità di fuggire nota di codardo, mi risospingerebbero all'armi. Ma sott'altro signore che sotto il naturale mio, non impugnerò lancia mai.»
In questo dire, videro uscire d'un sentieruolo sulla strada maestra un povero contadino co' suoi arnesi in ispalla, che teneva la sua vecchia moglie per mano, col suo fardello anch'essa, e andavano insieme in quell'atto infantile, alleviando la fatica della via; e un piccolo cane li seguiva con brevi passi, non mai dipartendosi dalle amate orme loro. A quella vista il barone (che in altro tempo ci avrebbe posto mente, come a una fronda d'albero che tremi nascosta fra mille), commosso esclamò: «Queglino l'avvenir loro sanno (beati!) e se ne appagano. La chiesetta che li benedisse infanti, li benedirà trapassati. Poche hanno memorie, ma pure. Pochi piaceri: ma il piacere sentono più forte del dolore; sentono la riconoscenza e il rispetto. Poco odiano, o almeno odiano senza disprezzo, ch'è il veleno dell'anima.»
E il conte: «Ben dite: amara cosa il disprezzo.
—Ma di voi, riprese il barone, ditemi, conte, di voi. Sarete voi dunque ormai negato alla terra di Francia?
E Rinaldo: «Non so. Qui mi confortano a rimanere i consorti e gli amici degli Adimari, e sono di molti; poi tutti, che sanno com'io in momenti difficili, francese di patria, sono stato d'anima fiorentino. Ella, dopo il pericolo corso, s'è fatta più affettuosa e più intendente che mai. Abbandonare questo amore che venne spontaneo a raccogliermi quasi da terra, e a levare in alto lo spirito mio, non potrei. Ma rimanere in Fiorenza parmi grave cimento. Repubblica è cosa mobile per natura: stassera esaltato, sei calpesto domani. Il sospetto s'insinua, com'ellera, in tali edifizii, e li dissolve. Se in me solo cadesse il pericolo, sosterrei: ma se nel suocero mio, se in Matilde? E per mia cagione fare la casa d'Antonio Adimari, d'accetta ch'ell'è alla città, o aborrita o sospetta, l'avrei per misfatto. Poi nell'ebrezza della vittoria, e nell'odio del nome francese, i più vani tra cotesti Fiorentini (e son vani anch'essi), assalirebbero con parole pungenti, non me, ma, ch'è peggio, la patria mia. Or nè l'amore, nè vincolo alcuno farà sì ch'io dimentichi d'essere nato di padre e madre francesi. Possente il duca, soffersi, perchè meritati: solo, e in mezzo a' vincitori, meritati o no, non soffrirei tali oltraggi. E' misurano Francia tutta dai tristi che qui corseggiarono: ma non conoscono il puro antico sangue di Francia, le virtù nostre, non sempre forse perseveranti nè modeste, ma splendide e generose. Or io questo risico di contese continuo debbo cansare. Mi ritrarrò forse in qualche vicina città, forse in Francia stesso, se Matilde consente, e i suoi. Non so.»
Il barone gli stese da cavallo la mano nuda del guanto, e gli disse: «Vivete felice, degno uomo, onore nostro; e, rivediate o no Francia, rammentatevi alcuna volta, che lì vive un vostro leale amico.»
Così fece il conte come pensava. Unitosi a Matilde, scelsero Siena a dimora. Ma Matilde s'accorse che quel soggiorno non piaceva a lui se non quanto ella c'era, e propose spontanea il viaggio di Francia: e il padre assentì, sperando si rivedrebbero sovente, or egli in Tolosa, or ella in Fiorenza. Se non che Dio aveva ordinato altrimenti: e la tenera donna sopra parto morì. Fortunata, che sentì della vita tanto dolore quanto giova a innalzare l'anima, e ad avvivare i diletti, non più: fortunata, che non ebbe anni assai da languire nel tedio, nelle lagrime, nel rimorso; ch'altri amplessi non conobbe che i primi e puri d'un probo uomo, e svogliato del piacere, non della virtù: fortunata, che della terra straniera godette le novità, abbellite dalla gioventù e dall'amore, ma non ebbe tempo di provare quanto amaro sia vivere tra gente ignota; esprimere gli affetti e le imagini dell'infanzia in un nuovo idioma; ricominciare le prove, le consuetudini; rifare la vita. T'addormentasti serena, o Matilde, in quella terra dov'altri Italiani dovevano poi vegliare dura vigilia, e scendere illacrimati in compera sepoltura.
Cavalcava Gualtieri in silenzio, ravvolgendo nell'animo mille pensieri di matto, o d'infermo, che s'impedivano tra sè, e s'aggrovigliavano come serpi: poi, strisciando via tutti, lo lasciavano vuoto, in quel letargo dell'intelletto che i rei hanno comune co' mentecatti. Della varia verdura, dell'ondeggiare dell'ultima messe delle vigne pregnanti di sudata speranza, delle selve, de' colli, de' pianori, de' piani, delle quiete e liete solitudini di Vallombrosa, de' freschi ruscelli dalle vette del Casentino scendenti giù in Arno, niente vedeva: ma il sole, dolcissimo padre di tanta bellezza, gli dava noja sotto al peso dell'armi, e stizza. Il conte Simone gli volgeva di quando in quando parole cortesi, come si fa a pellegrino mal gradito, verso il quale è debito esercitare gli ultimi uffizii della sacra ospitalità: ma egli rispondeva o brevi parole e aride, o nulla. Quelli de' Fiorentini che gli erano più a' fianchi un giorno, ora si stavano più discosti; e già, piaggianti, e' gli avrebbe aborriti vie più. Parevagli essere menato per la pubblica via come a mostra e in trionfo; e si pentiva di non avere scelta la notte al cammino. Perchè da' campi e da' paeselli i villani accorrevano, chi con in mano il coreggiato e chi la falce: ed egli di quelle armi tremava. L'additavano con maraviglia che a lui pareva scherno: e altri aggiungeva parole dure; ma erano pochi. Taluni, ignari ancora del fatto, interrogavano, e il vicino rinarrava la cosa, udente Gualtieri, che era un rinnovare a ogni passo lo spettacolo della gogna. Avrebbe tolto piuttosto soffrire più ore di que' tormenti ch'egli aveva già dati ai rivelatori delle congiure vere. E così, tra la febbre della rabbia impotente, e la smania del chiedere alla mente sfruttata un accorgimento da ingannare la giustizia degli uomini e di Dio, giunse a Poppi. Quivi doveva egli ratificare la giurata rinunziazione, ed erano preparate le scritte, e presti i notai; perchè i Fiorentini bramavano scuotersi di dosso quel sozzo peso, come chi porta abito inzuppato in melma di gora fetida.
Il conte Simone (il quale Gualtieri pareva guardare con occhio men fosco, così come i furiosi hann'uno a cui meno ostinatamente resistono), disse: «Le carte son pronte: il nome vostro, o signore, solo manca.»
Gualtieri taceva; e il conte, dopo breve aspettare: «Dico che manca il nome vostro, o signore.»
Il duca levandosi e misurando con rapidi passi la stanza: «E manchi. La violenza fattami io non posso nè debbo ricevere per buona legge. Ciò non consente la coscienza mia, nè, conte, la vostra.»
Allora il buon vecchio prendendo i fogli, e ripiegandoli, se li mise in seno, e disse con pace: «Quello che a voi piace, sia. Nè io 'ntendo già farvi forza. Ma la città di Fiorenza non è lontana; e così come fino a qui vi condussi, laggiù di nuovo, se tanto v'aggrada, vi menerò; e vostra cura sarà rassettare bellamente le cose, di concordia col popolo fiorentino.»
Gualtieri, che fino a mezzo il discorso l'aveva guardato fiso, rimase come fanciullo gabbato; e finito appena che l'altro ebbe: «Le scritte,» gridò con voce soffocata dall'ira. Il buon vecchio si trasse con pace di seno le scritte, le rispiegò con pace; e Gualtieri v'appose il nome. E preso l'elmo da terra, s'alzò, scese, chiese il cavallo. De' Fiorentini e de' Senesi chi gli volse alcuna parola pietosa, chi dura, chi nulla: egli tacque. Del conte Simone fuggì le dipartenze; dimenticò di stringere la mano a Rinaldo d'Altavilla; e galoppò di gran corsa co' suoi, per iscuotere la stizza, che a lui pesava più dell'infamia.
Il barone di Ciavignì rimase, per abbracciare il conte d'Altavilla: e salutati amorosamente i Fiorentini, e avute da loro sincere significazioni d'affetto, venuto a Rinaldo, strinse l'armato petto di lui al suo petto armato, con lacrime molte, sì che non poteva profferire parola. Rinaldo anch'egli pianse. Così quand'Orfa moabitide ritornava alla sua terra, nel dipartirsi da Rut, fece un gran pianto: ma Rut piangendo la lasciava, e diceva a Noemi: «Il tuo popolo sarà 'l mio popolo, e il tuo Dio, madre, il mio Dio.»
Tale fu la signoria che il duca d'Atene aveva con tradimento usurpata sopra il Comune e popolo di Fiorenza. E' n'andò con molta sua onta, ma con molti danari tratti da' Fiorentini, per li loro difetti e discordie; e lasciandovi di male sequele. E di qui prendano esempio i popoli, di non volere mai signoria perpetua, nè a vita.
QUI FINISCE LA STORIA DELLA CACCIATA
DEL DUCA D'ATENE
DALLA CITTÀ DI FIORENZA.
Poche congiure, fra le tante tentate, riescono a qualche prossimo effetto: e dico, prossimo, perchè del remoto, quando pure conseguasi e sentasi di conseguirlo, non è mai la congiura la principale, e molto men l'unica, causa. Ma delle poche le quali ottengono un intento, le più sono ordite da pochi, e in servigio non tanto delle moltitudini quanto o d'una o di non molte famiglie. E anche perciò non si sventano, che il segreto non divulgato tra molti corre meno pericoli, e i molti senza saperselo sono o strumento o zimbello. Zimbello è ora il nome del popolo, ora il nome della nazione, ora un principio e ora un vessillo, ora una speranza e ora una memoria che vestesi da speranza. Ma perchè il fine è più noto e determinato, e i principii stessi s'incarnano in una o in poche persone, congiure tali sortiscono un qualche effetto; giacchè gli uomini, per commoversi risolutamente, richieggono oggetti determinati. E allora la smania dell'uscire d'una condizione noiosa forse più che penosa, umiliante forse più che infelice, la smania pur del mutare li fa muovere incontro anco al peggio, e trapassare allegri e superbi da libertà mal portata e piena di sospetti e di cure a quieta e agiata servitù. Le congiure che mettono a servitù, non sono nè le più vane, nè le meno frequenti.
Quelle che sinceramente nell'intenzione di molti mirerebbero al ben comune e al decoro, finiscono spesso male, perchè son di molti; e impossibile sceglierli tutti buoni, e ardimentosi del pari, del pari prudenti, unanimi tutti. Basta che in pochi, basta che in uno, covino germi d'ambizione o d'odio o di cupidigia, acciocchè l'ambizione o si rannicchi in sè o turbi invadendo l'opera altrui o speri soddisfacimento per via contraria: acciocchè l'odio si volga contro i compagni, o per sospetto si divida da essi e trovi sfogo da sè, o sia sopraffatto da odio maggiore; acciocchè la cupidigia si satolli o di prezzo o della speranza del prezzo, o pure paventi di perdere quello che ha già. E le passioni diverse di diversi non può che non si ritorcano l'una contro l'altra; nè certo saprebbero procedere di conserva come gli affetti virtuosi. Ma nell'affrontare il pericolo per fin di bene vuolsi quasi più ordine che impeto, perchè l'ordine è forza che fa d'una schiera un sol muro, e di tante braccia un braccio, e le muove in cadenza come esercito a squillo di sola una tromba. Aggiungi il rimorso o la vergogna che può cogliere talun di coloro il cui fine non era retto; aggiungi la paura che può serpeggiare tra i vili; aggiungi la diffidenza che striscia e agghiaccia del suo veleno anco il cuore de' buoni; aggiungi la baldanzosa jattanza o la cautela insolita che tradiscono, la vanità e la sincerità che si fanno senza saperlo delatrici; aggiungi la dissuetudine dell'operare anche soli, del consentire nelle opinioni anco astratte dai fatti; aggiungi l'abito del sospettare e del discredere, effetto e causa di servitù, fomentato dai tristi signori, accarezzato dagli schiavi come difesa alla loro debolezza: e intenderai perchè quante più son le forze raccolte al cimento, tanto più i risichi della disfatta moltiplichino. Così fra gente molto inesperta delle armi e appiattata in agguato basta che un fucile, mal maneggiato, nel silenzio notturno scatti perchè l'aguato si scopra, e gli insidianti stessi n'abbiano sgomento, e forse dalle proprie loro armi ferita e morte.
Ma quando è detto che un moto abbia a sortire effetto; quando cioè l'ingiustizia predominante pesa tanto nella bilancia non degli uomini ma di Dio, che debba di punitrice diventare punita; allora quelli che per anni e per secoli furono intoppi, che erano intoppi un istante prima, diventano agevolezze; il muro opposto si fa scala, l'erta pendio; la rivoluzione è fatta, prima che per la mano degli uomini, negli animi e nelle cose. Gli assonnati si destano, e col pur balzare in piedi inaspettatamente, sgomentano, come a vedere la risurrezione d'un morto: coloro che parevano stupidamente ignari e usciti dalla memoria di sè, conoscono, ravvisano, si ricordano nomi obbliati da generazioni e generazioni, intendono, indovinano il segreto del proprio e degli altrui cuori, e col fatto rispondono al silenzio altrui, con potenza fatidica interpretato. Gli odii si quetano, come la tempesta al cenno del Dio; i sospetti (che è più mirabile creazione) s'annientano come le tenebre al vincere di subita luce. Le passioni, convertite in affetti, servono anche esse all'amore ed al giusto; la paura figlia e punitrice del peccato trasmuta gl'impeti della fuga negl'impeti dell'assalto; il grido dello spavento diventa spaventosa minaccia; e lo stesso ignorare, lo stesso dubitare di quanti e quali siano consorti al cimento, si fa sicurezza, accresce baldanza. Tutti si credono unanimi, e credendo si fanno; si sentono forti, e questo sentimento novello esprimendo in ogni suono e in ogni atto, atterriscono l'attonito nemico. Le forze soprabondanti, l'una sull'altra si accumulano, e pur non fanno confusione; un disordine provvido, inconscie di sè stesse, le spinge, quasi anima di vento o vicenda di riflusso, che tutte moveva dianzi in un verso le onde, e tutte in un altro con fiotto invincibile le moverà. Lo stesso temersi scoperti dà l'ultima spinta alle audacie; la disperazione stessa è fomite di speranze animose. Così nelle immense officine della natura la dissoluzione è infaticabile ricreatrice di vita.
Queste cose succedono acciocchè nè l'uomo singolo per autorevole che paia, nè i popoli per quanto si tengano grandi arroghino a sè il vanto della rovesciata ingiustizia e delle franchigie istaurate. E acciocchè meglio si umiliino, segue che le trame loro stesse in uno o in più punti si vengano l'una con l'altra intralciando, e che da quello che umanamente è nodo, si svolga inopinato il divino scioglimento. Coteste trame, intrecciate tra loro, invece di farsi rete ai deboli serrano tutt'intorno il potente violento, e lo fanno rimanere immoto come in un lago di ghiaccio. Egli sente mutato ogni cosa intorno a sè, e non sa che cosa, appunto perchè il mutamento è nel tutto; come il nostro e gli altri globi movendosi intorno al sole e a sè stessi, veggono sopraggiungere inevitabile il verno e la notte. Se non che al violento la mutazione sopravviene insolita, inesplicabile; e non gli par vero che uomini, dianzi prostrati e mutoli, abbiano virtù di levare la voce e la fronte. Ai sospetti antichi, ingiusti e incauti, succede una ancor più incauta fidanza. Temendo dei proprii terrori, come di confessione di debolezza e di reità, costui respinge da sè non pure i consigli del bene, ma gli avvisi del pericolo, quegli avvisi che dianzi e' comprava a caro prezzo da' suoi delatori; e con la propria malignità li aggravava, quasi moneta coniata della sua impronta, per falsificarla con più vile metallo. Adesso e del vero e del falso egli ha paura, e meno che mai sa discernere nemici da amici; e coloro stessi che prima gli servivano o fedeli o complici o compri, lo ingannano, o dal proprio terrore ingannati, o stanchi, o pentiti, o preparandosi con perfidi consigli un merito presso il vincitore e una via segreta di scampo. Se uno dei tanti sospetti suoi cade in falso, il disingannarsi di quello lo fa noncurante dei pericoli veri, sordo ai rumori crescenti; e non sa dove cogliere, dove percuotere; paventa di troppo vedere, e troppo scoprire ad altrui; irresoluto, come chi fra le tenebre ha innanzi e dietro e da' lati un precipizio, e dopo lungo esitare e quasi vaneggiare nel pensiero della elezione, si getta disperato nel più rovinoso e più fondo.
Queste cose, nel ristampare il mio lavoruccio corretto, intendevo dapprima innestare nella narrazione stessa, non in bocca di tale o tale persona storica, bensì come considerazioni mie proprie; ma più opportuno mi parve poi separarle, anzi serbarle alla fine, acciocchè nel proemio non turbassero il giudizio che deve dai fatti medesimi risultare. Le prefazioni vengono sovente importune anco in trattati di scienza; e più vogliono essere scuse, più appaiono confessioni: ma pochi le sanno leggere per il loro verso, que' pochi appunto ai quali ogni prefazione è superflua. Nè sola la moralità ch'io ho notata riesce dal mio racconto, o per dir meglio dalla storia che gli porge argomento: e per questo la mi è parsa notabile, che offre quasi un esempio ideale di quella concordia meritamente fortunata la quale raccoglie le forze dissipate d'un popolo a fine giusto, concordia rara quanto l'innocente esecuzione d'imprese per sè legittime, e quanto il loro felice riuscimento. Il convenire dei diversi e divisi ordini della città, e delle divise città di Toscana; l'accordarsi del sentimento religioso col patrio, e la parte principale che prende un vescovo alla cacciata del duca, erano cose tanto più degne di commemorazione che, descrivendo cadeva di dover nettamente distinguere l'affetto cittadino dall'odio, l'abominazione della prepotenza d'un uomo dall'avversione contro la nazione di Francia. Più per istinto e per consiglio venutomi dall'indole stessa de' fatti, che per meditazione o per arte, in questo scritto, steso in quindici giorni ma poi quant'era da me accuratamente corretto, mi son fermato assai più nell'uso e nell'abuso che i cittadini fecero della vittoria, che non negli apparecchi della resistenza e della battaglia; giacchè quella sentii essere la parte maggiormente esemplare. Dico esemplare e nel bene e nel male: se non che la troppo minuta enumerazione di certe atrocità vidi poi essere inutile all'intento, e ne stralciai molte cose. Alcuni germi storici ho svolti; non però quanti potevo; chè il tutto non si può svolgere nè si deve dall'arte; e forse nella rapidità è verità più piena talvolta che nella esattezza penosamente affettata. Ma questo, come tutti gli altri argomenti, può essere ritrattato in nuove forme, secondo il variare de' prospetti che si viene facendo nella varietà degli ingegni e de' tempi. Nel sentenziare non poetico questo o quel tema, o non maneggiabile se non in sola una forma d'arte, conviene andare a rilento: perchè l'esperienza nuova che facciasi o da un uomo o da un popolo o da un'età può a un tratto diffondere luce novella su fatti antichi notissimi, e rischiararli di nuova moralità. Senza la quale da ultimo non c'è poesia, ancorchè la moralità astratta non faccia poesia.
Soggiungo le narrazioni storiche del Villani e del Machiavelli, acciocchè ognuno che vuole, giudichi quanto siasi serbato il colore de' tempi, e rifaccia la storia da sè con la meditazione della fantasia e dell'affetto. Non bado a comprovare nè con comenti nel testo nè con note e citazioni la verità storica di certi accenni, alla quale mi sono attenuto eziandio nel linguaggio, richiamando alcuni vocaboli spenti nell'uso moderno ma che meglio ci trasportano al secolo e al luogo, non però sì che il colorito dello stile non rimanga di lingua vivente. E questo mi venne fatto sovente non per isforzo o per merito mio ma dello stesso idioma toscano, che serba tuttavia vive e ne' monti e nel bel mezzo delle città le antiche e in apparenza più riposte e artifiziate eleganze.
Cadrebbe qui della grave questione proposta dalla coscienza e dal sapere e dal senno del più grande tra i viventi poeti d'Italia e d'Europa; se il romanzo storico sia opera conforme agli alti fini dell'arte, conciliabile alla religione del vero. Potrebbesi dall'un lato rispondere che il romanzo e il poema e il dramma, quali furono trattati finora, non segnano gli estremi limiti nè dell'arte nè dell'ingegno umano; ch'anzi l'essersi fatto in un certo modo è indizio e prova del doversi fare altrimenti; e che gli stessi argomenti recati dall'illustre uomo possono, anzichè sconsigliare novelle prove, ispirarle. Dall'altro lato cadrebbe di rispondere che le obbiezioni mosse alla mistione dell'imaginario col vero nell'opere d'arte possonsi torcere non solamente contr'ogni rappresentazione de' fatti antichi in parole, ma in qualunque sia segno visibile, contro la narrazione storica stessa, contro l'esposizione dei fatti presenti, e fin contro l'uso dell'umana favella. Nelle storie di Tacito e in tutte le storie umane, nelle relazioni degli uomini di Stato e de' privati cittadini, de' magistrati e de' testimoni intorno a cose vedute e provate ed esaminate diligentemente, nella esposizione d'intimi affetti sentiti da noi medesimi; chi può farsi mallevadore ad altri e a sè stesso che ciascuna parola corrisponda così fedelmente alla proprietà delle cose da non lasciar sospettare gli inconvenienti del romanzo storico nella cronaca, nel giornale, nella lettera famigliare, in quei giudizi ove dalla intelligenza d'una voce dipende tante volte l'onore e la vita? Potrebbesi nelle cose d'arte e in tutte distinguere il falso, l'imaginario, ed il finto; notare che il falso è sempre illecito, e mai bello per sè; il finto che alcune cose suppone per farne grado a altre, lo ammette la matematica nei postulati, le scienze corporee nelle ipotesi, la logica nelle concessioni, nelle supposizioni la vita quotidiana; che l'imaginato non solo è concesso alla mente ma necessario, così come la facoltà da cui nasce, la quale è vita della memoria e strumento alla stessa ragione; e che se può di lei farsi abuso, anco della ragione si abusa. Se non che questi nuovi scrupoli intorno alle difficoltà e ai pericoli e ai doveri dell'arte, onorano non pure l'anima che li ha sentiti ma la nazione e il secolo in cui tale anima nacque; e c'insegnano a usare e nel consorzio degli scritti e in quel della vita il prezioso talento della parola con sempre più attenta ponderazione, con sempre più severo amore, e con quel misto di trepida sollecitudine e di schietta fiducia che appunto dall'amore è ispirato e che sempre meglio lo ispira.
APPENDICE.