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Garibaldi, Vol. 1 (of 2)

Volume 1 — Capitolo Quinto. ROMA. [1849.]

Reading edition

I.

Torbidi gli avvenimenti, oscura la mèta, incerto de’ suoi passi, e quel che era più, confitto in letto dal ritorno periodico di quei febbroni onde lo vedemmo assalito la mattina di Luino, e che non l’avevano mai abbandonato durante tutta la campagna, Garibaldi fu costretto a prolungare la sua dimora in Isvizzera, più che non avrebbe voluto. Verso la metà di settembre però potè partirne, e per la via di Francia (forse il passaggio del Piemonte non gli sembrava sicuro) ricondursi a Nizza. Ivi rivede la moglie, i figli, la madre; gusta per alcuni giorni con essi le gioie della famiglia; ma poi, non liberato per anco dalla terzana, ma sensibile anche più alla febbre patriottica che gli bruciava l’anima, si strappa alla quiete del focolare domestico e corre a Genova a cercarvi il solo rimedio alle febbri del corpo e dello spirito: la lotta.

Il suo tragitto lungo il littorale fu un continuato trionfo: le popolazioni accorrevano a frotte, da punti rimoti sul di lui passaggio, e i Circoli inviavano a gara le loro deputazioni a felicitare l’eroe di Montevideo e il combattente di Luino. Non erano però viva e battimani che l’eroe cercava: di quelli ne era saturo; erano opere, erano armi ed armati per combattere; era la concordia degli animi che dà la vittoria, la costanza che la assicura ed anche dopo la sconfitta prepara la rivincita. A Genova non trovò tutto questo; l’Italia d’allora non poteva dar tanto; ma almeno nuovi volontari pronti a seguirlo e ben presto nuove occasioni e nuovi campi di prova.

Le condizioni d’Italia al finire del settembre erano quelle d’un esercito male costituito dopo una prima rotta. Il disordine era nelle file: tutti volevano comandare, pochi ubbidire. Ciascuno aveva il suo piano di campagna, il suo trovato infallibile e il suo rimedio eroico. Chi era per la rivincita immediata, chi per la lunga aspettazione, chi per la resistenza passiva e chi per la sottomissione paziente; e intanto il nemico si riordinava, si rafforzava, s’assideva. In Piemonte, il Ministero Pinelli resisteva invano al vociare della piazza, alla baruffa dei partiti, al clamore dei Circoli. In Toscana, il Montanelli imponeva a Leopoldo II, che in cuore la malediceva, la sua panacea della Costituente italiana; ma non preparava nè gli animi, nè le armi per effettuarla. A Roma, Pellegrino Rossi sprecava il suo ingegno ed il suo patriottismo a risuscitare la popolarità di Pio IX, dopo l’Enciclica del 29 aprile, morta per sempre, ed a piantare in mezzo a popoli divisi tra gli eredi dei Sanfedisti e i figli de’ Carbonari gli ordinamenti temperati d’un governo costituzionale in Napoli, Ferdinando II aveva già assassinata la promessa libertà e invasa con un nuovo esercito la Sicilia; la quale, discorde, priva essa pure d’armi, di milizie, di capitani, nonostante la gagliarda difesa di Messina, stava per soccombere; onde in mezzo a quel turbinare d’errori, a quel diluviare di sventure, a quello scrosciare di rovine, Venezia sola, decretata la difesa ad ogni costo, sormontava, arca invitta, al naufragio.

E fu appunto in quei giorni che una Deputazione di Siciliani si presentò in Genova a Garibaldi per chiedergli una spedizione di soccorso alla loro Isola pericolante. Non diversi in questo dagli altri loro fratelli italiani, essi stimavano Garibaldi un condottiero di bande e nulla più, e si sarebbero ben guardati dall’offrirgli una parte importante, molto meno il comando d’un esercito. Oltredichè correva l’andazzo dei generali polacchi, e la Sicilia metteva più volentieri il suo esercito nelle mani d’un Mierolaswsky, come il Piemonte lo metterà in quelle d’un Chzarnowsky, piuttosto che affidarlo ad un uomo che aveva fatto bensì la guerra dodici anni, ma non portava brevetti, non vestiva uniformi gallonate e decorate, ed aveva il torto di parlare italiano.

Ma sappiamo che Garibaldi non guardava a queste miserie, e, senza prendere un impegno assoluto, promise ai Siciliani che avrebbe dato, per quanto fosse in lui, l’aiuto richiesto. Infatti, già raccolti ed ordinati intorno agli avanzi della sua vecchia Legione e dei commilitoni di Lombardia circa cinquecento volontari, s’imbarca sulla fine d’ottobre col proposito, per allora, di recarsi in Sicilia; ma il 25 d’ottobre, a Livorno, i democratici di quella città gli si mettono d’attorno, lo premono perchè resti in Toscana, e riprenda il comando di quel simulacro d’esercito senza ordini e senza capo, e spalleggi il Ministero del Montanelli e del Guerrazzi, che si trovavano minacciati così dalla Reggia, come dalla piazza e ormai impotenti a governare. Garibaldi che nel 1848 a quanto pare, non aveva nell’impresa di Sicilia la fede che vi prestò nel 1860, si lasciò persuadere da quel concetto e da quelle preghiere, e consentì a sbarcare con tutti i suoi ed a recarsi a Firenze. Ivi, come di consueto, predicò unione, concordia, gagliardia; ma, sia che la prospettiva di far la guardia alla Costituente italiana de’ suoi amici Montanelli e Guerrazzi lo seducesse assai mediocremente, sia che l’immagine di Venezia combattente per mare e per terra contro lo straniero gli balenasse a un tratto, e il suo doppio genio di soldato e di marinaio lo attirasse verso quel lido fortunoso, il fatto è che, scorsi pochi giorni appena, lascia colla sua colonna Firenze e s’avvia per Bologna col disegno di scendere a Ravenna e di là passare a Venezia.

Giunto però alle Filigare, trova un inatteso intoppo. Il generale Zucchi (che cominciava allora a macchiare la sua onorata assisa di veterano napoleonico e di soldato della libertà), posto dal Rossi a Commissario straordinario in Bologna, timoroso che Garibaldi mirasse allo Stato pontificio coll’intenzione di agitarlo e sommoverlo, gli aveva inviato incontro un battaglione di Svizzeri coll’ordine preciso di sbarrargli il passo. Il nostro condottiero allora non vidde altro espediente che quello di recarsi egli stesso in persona a Bologna per spiegare allo Zucchi lo scopo del suo viaggio, e persuaderlo a lasciargli proseguire il cammino fino all’Adriatico. Lo Zucchi non volle in sulle prime ascoltar ragioni e rinnovò il divieto; ma essendosi vociferata la cosa e il popolo tumultuando minacciosamente perchè fosse lasciato libero il transito al famoso e già amato Capitano, anche il Generale pontificio stimò bene d’arrendersi, e Garibaldi potè traversare, sicuro, Bologna ed arrivare non molestato a Ravenna.

Ma era da soli pochi giorni in quella città intento a reclutare nuovi seguaci,[110] ed a spiare ogni passo ed ogni opportunità che gli schiudesse l’agognata via di Venezia, quando sonarono per tutta Italia i tragici annunzi di Roma: il 15 novembre Pellegrino Rossi assassinato; quindi il Papa assediato nel Quirinale e rassegnato a subire un Ministero Mamiani, ma risoluto a non concedere di più; infine il 21 novembre Pio IX fuggito a Gaeta, la Consulta governativa lasciata da lui rifiutata, il governo affidato alle mani d’una Giunta Suprema eletta dal Parlamento, la Costituente convocata.

Un sì inatteso e violento mutamento nella scena principale d’Italia mutò anche tutti i piani di Garibaldi. Ora che gli si apriva sì vicino il campo di Roma, non aveva più mestieri d’andarsi a cercare a Venezia, traverso una via irta d’intoppi e di pericoli, un’altra arena. Eppoi se le attrattive di Venezia erano grandi, il fáscino di Roma era irresistibile. Era essa la larva più luminosa e la rimembranza più sacra della sua giovinezza; là per la prima volta sotto la sua polvere sentì palpitare il cuore d’una grande patria; là, tra quelle rovine, aveva veduto passeggiare i fantasmi di gloria divenuti da quell’istante le guide invisibili ed i compagni inseparabili della sua fortunosa odissea; infine là, verso quelle mura eterne, quella città madre delle nazioni, quel focolare inestinguibile della civiltà del mondo, volarono sempre i sogni, i passi, le ambizioni di tutta la sua vita.

II.

Naturale pertanto che appena uditi gli avvenimenti di Roma vi corresse senza indugio, e profferisse al di lei nuovo Governo l’opera sua e de’ suoi compagni.

Ma alla spontaneità dell’offerta non fu pari la cordialità dell’accoglienza. Il soldato di Montevideo era stato preceduto negli Stati romani da una riputazione orribile. Colui che pei Piemontesi, pei Lombardi, pei Siciliani era al postutto un condottiero di partigiani, per la più parte dei popoli romani, effetto probabile di favole fratesche, era un capo di banditi addirittura; un predone feroce e sanguinario, atto soltanto a incendiare case e svaligiar persone; poco meno, o poco più, che un Gasparone politico e un Mastrilli rivoluzionario.

E quanto la rea fama mentisse, noi lo sappiamo. Molti esempi contava la vita del soldato di Montevideo di umanità e di cortesia; di ferocia e di cupidigia nessuno. Forse non si poteva dire altrettanto di tutti i suoi commilitoni, e concediamo facilmente che in un corpo ragunaticcio come il suo, razzolato marciando per la strada, sovente fatto la mattina e disfatto la sera, più d’un vagabondo e più d’un mariuolo vi sarà sgusciato dentro; ma che tutta la Legione fosse un cibreo di galeotti e scampaforche e che il loro capo li proteggesse o li tollerasse, qualche storico settario l’avrà detto, ma da nessun scrittore onesto sarà ripetuto. Qualche requisizione un po’ forzata sarà stata commessa; qualche siepe e qualche muraglia scavalcate; qualche porta di convento scassinata; ma erano fatti isolati, sconosciuti al Capitano, o appena noti tosto repressi e puniti.[111]

La guerra è la guerra, e il soldato in campagna, tanto più se lo sforzi la stanchezza o la fame, è sempre disposto a guardare un po’ come cosa sua il paese per cui o contro cui dà la vita, e se i legionari garibaldini dovessero rispondere di qualche pollaio diradato e di qualche vigneto vendemmiato, converrebbe chiamare a loro confronto tutti gli eserciti del mondo.

Con tutto ciò la fama era quella, e l’offerta di Garibaldi aveva messo la Giunta Suprema di Roma, composta d’uomini tutt’altro che temerari, in un tremendo impiccio. Dall’un canto non volevano tirarsi in Roma quel famigerato, il quale se proprio non era il masnadiero che la contrada gridava, certamente per le sue idee rivoluzionarie era uomo pericolosissimo; dall’altro temevano, respingendolo duramente, di suscitar lo scontento de’ di lui amici e protettori, principalmente dello Sterbini potente e del Ciceruacchio strapotente, e in quel frangente pensarono uscirne con un compromesso e uno spediente: favorirono al generale Garibaldi un brevetto di Tenente Colonnello, e lo mandarono a svernare a Macerata.[112]

Il brevetto era una burla, e Macerata era un confino; ma Garibaldi non vide in tutto ciò che il fatto certo d’essere ormai soldato di Roma, e presa la sua Legione, già cresciuta fino a quattrocento uomini, se n’andò quietamente anche a Macerata.

Colà invece, contro ogni aspettazione, l’accoglienza fu buona e il soggiorno migliore. Garibaldi non si occupava quasi punto di politica; badava ad ordinare, ad agguerrire e rinforzare la sua gente, soprattutto a provvederla d’armi e vestiti; e tanto entrò nella stima e nell’amicizia dei Maceratesi, che più tardi, quando furono convocati ad eleggere un deputato alla Costituente, elessero lui.

Intanto la rivoluzione di novembre aveva cominciato a produrre i suoi frutti. Da un canto la Giunta Suprema, sospinta e quasi sopraffatta dall’onda dei demagoghi, lavorava ad apparecchiare il terreno alla Costituente, dalla quale doveva uscire armata di tutto punto la Repubblica; dall’altro Costituzionali e Clericali, quelli per orrore all’assassinio, per timore dell’anarchia o per vaghezza di dottrina; questi per odio alla libertà, per cupidigia di dominio, per tradizione di sètta, si studiavano, con speranze e intenti diversi, a seminare d’inciampi il cammino di quella rivoluzione, lorda bensì nella sua culla da una macchia orrenda, ma il cui andare era necessario e fatale.

Tuttavia se i Costituzionali si limitavano a combattere colle parole e col voto per la loro ubbía impenitente d’un Papa costituzionale, alla reazione clericale ogni mezzo, giusta la vecchia teoria, era buono; e in attesa che le Potenze cattoliche muovessero all’invito di Pio IX, copriva di trame, solcava di mine tutto lo Stato romano; e in alcuni luoghi, specie nell’Appennino Ascolano e nel confinante Abruzzo, spalleggiata dal Borbone e alimentata dalla prossima fucina di Gaeta aveva coronate le creste di quei monti, antico e famoso teatro del Sanfedismo, di numerose bande brigantesche.

Importava quindi che la Giunta Suprema parasse, prima che ad ogni altro, a quel vicino e più urgente pericolo; laonde in sui primi di gennaio deliberò di mandare il colonnello Rosselli a combattere d’accordo col preside Ugo Calindri il brigantaggio dell’Ascolano, e di chiamare il colonnello Garibaldi a Rieti perchè guardasse principalmente quel confine verso Napoli, e s’accordasse col Rosselli e col Calindri per soffocare la rinascente reazione in tutto quel territorio. E Garibaldi come gli fu ordinato partì; e per Tolentino, Foligno, Spoleto arrivò in sullo scorcio di gennaio a Rieti, dove s’accinse senz’altro all’opera prescrittagli.

In sulle prime i Rietini (narrava egli stesso ridendo) pareva che avessero più paura di lui e de’ suoi compagni, che dei briganti; ma a poco a poco, conosciutili meglio, si ricredettero, e quantunque il suo mandato fosse arduo ed odioso, e richiedesse di quando in quando severe punizioni e crude rappresaglie, tuttavia il temuto condottiero non lasciò in quei luoghi alcun ricordo di ferocia, alcuna striscia di sangue innocente. Rese invece non spregevoli servigi al Governo romano, perseguendo nel più rigido inverno, con gente male in armi e peggio in arnese, un ostinato malandrinaggio, tenendovi atterrita e rimpiattata la reazione, custodendo fino all’ultimo tutto quel territorio, aperto per tante vie alle insidie nemiche.

III.

Prima però della sua partenza pel Rietino, Macerata lo elesse suo deputato alla Costituente,[113] e fu quello il primo voto che lo mandò in un’Assemblea politica. La tanto sognata, preconizzata e covata Costituente romana s’era infatti, al 12 febbraio, riunita, e Garibaldi dovette, pel mandato assunto, intervenirci. Fu però un intervento da par suo, e solo chi non l’ha conosciuto nè prima nè poi, ha diritto di meravigliarsene. Il 5 febbraio 1849 il Parlamento romano s’adunava per la prima volta, e fu quello che suol dirsi un avvenimento. Assiepati di popolo festante i dintorni del Campidoglio, riboccanti di spettatori le gallerie, pieni gli scanni di deputati, tutta la Giunta di Governo al suo posto, grande in tutti l’aspettazione, solenne il momento. Però l’Armellini, ministro dell’interno, aveva appena finita la lettura di quello che oggi direbbesi discorso inaugurale, e nel punto in cui l’Assemblea, fatta la chiama, stava per procedere alla verifica de’ suoi poteri, ecco Garibaldi alzarsi di scatto dal suo banco e chiedere: si lasciasse ogni formalità; l’Assemblea si dichiarasse in permanenza e proclamasse senz’altro la Repubblica, «solo governo degno di Roma.»

La proposta sorprese, ma non convinse nessuno; un altr’uomo eccessivo, il principe di Canino, la secondò; ma l’Assemblea la respinse, e deliberò che la discussione procedesse con tutto il rigore delle formalità prescritte. Fu quello il primo atto parlamentare di Garibaldi, e gli si può applicare il detto: Ab uno disce omnes. I Parlamenti non erano aria in cui egli potesse respirare. Quella stessa incapacità a comprendere la santità delle forme, l’utilità delle regole, la efficacia della discussione, da lui dimostrata allora nell’Assemblea romana, lo accompagnerà come un abito incurabile per tutta la vita, e lo costringerà a dibattersi nell’impotenza e nella solitudine in tutti i Parlamenti futuri. Chi però nella proposta del 5 febbraio scorgesse soltanto l’inettitudine o l’antipatia d’un soldato alle procedure parlamentari, s’ingannerebbe a partito; essa nascondeva qualcosa di più, che va notata; nascondeva la inconscia, ma perciò appunto, profonda indifferenza del patriotta ad ogni forma di governo. Di repubblica e monarchia egli intese sempre poco più che i nomi, e nella repubblica voleva l’autorità dittatoria, come nella monarchia amava la libertà sfrenata. Poichè a Roma la repubblica era su tutte le labbra e in tutti i voti, e gli eventi la rendevano fatale, ed essa sola pareva dar concordia agli spiriti e unione alle forze, egli gridava: Repubblica. Se la monarchia gli fosse apparsa altrettanto accetta, se un re popolare e guerriero si fosse presentato, pronto a montare a cavallo per la guerra santa, egli si sarebbe levato col medesimo impeto a gridare: Monarchia. La stessa fretta con cui egli chiedeva il voto, attesta la poca importanza che in cuor suo gli attribuiva; la stessa mobilità con cui, nel giro di pochi mesi, s’era chiarito pronto a passare dalle insegne d’un papa a quelle di un re, dimostra come di quelli e d’altri tali segnacoli egli faceva un mediocrissimo conto, a come la sola bandiera ch’egli vedesse e capisse era sempre quella sola: l’Italia forte, e libera dallo straniero.

L’8 febbraio, al tocco, la Repubblica romana era proclamata. Garibaldi, il quale malato per dolori reumatici e per febbre erasi fatto trasportare alla Camera per assistere all’importante tornata, rammentava al deputato Augusto Vecchi, come nell’ora istessa tre anni innanzi fosse entrato co’ suoi legionari al Salto, dopo la vittoria riportata sui campi di Sant’Antonio. E il Vecchi soggiunge che un tanto anniversario gli parve augurio lieto di altre vittorie.[114]

Pagato a Roma il suo debito politico, se ne tornò a Rieti a riprendere il suo ufficio militare: ufficio uggioso, chè se v’era uomo disadatto all’ozio torpido delle guarnigioni e a quelle cure birresche di braccar briganti e spiare preti e frati, era di certo Garibaldi. Ma la Repubblica l’aveva ordinato, e ubbidì e durò nella stanza incresciosa fin verso lo scorcio d’aprile.

Nel frattempo gli avvenimenti avevano fatto il loro corso. Il 23 marzo la catastrofe di Novara; il 27 la risposta dell’Assemblea veneta all’Haynau: Venezia resisterà ad ogni costo; il 28 l’insensata rivolta di Genova; il 30 l’ultimo giorno della decade bresciana; il 6 aprile Catania cade nelle mani sanguinarie del borbonico Filangeri; il 12 la reazione lorenese restaura in Toscana il Granduca; il 20 Filangeri è alle porte di Palermo; finalmente il 21 aprile salpa da Marsiglia la spedizione francese per Roma; date che raccolte in un quadro fastidiscono e amareggiano, ma che gl’Italiani dovrebbero portare impresse nella memoria per ammaestramento e ricordo perpetuo.

L’ultima di queste notizie sorprese Garibaldi ad Anagni, dove era arrivato fin dal giorno antecedente. Ne sia prova questa lettera inedita fin qui, e nella quale i magnanimi sdegni dell’eroe e i gelosi amori del patriotta si confondono e s’accordano ai più soavi affetti del figlio, del marito, del padre, e si senton risuonare come in una scala armonica tutte le fibre dell’uomo:

«Comando della Iª Legione italiana.

Subiaco, 19 aprile 1849.

Amatissima Consorte,

Ti scrivo per dirti che sto bene, e che sono diretto colla colonna ad Anagni, dove forse giungerò domani, ed ove non potrei determinarti la durata del mio soggiorno. In Anagni riceverò i fucili ed il resto del vestiario della gente. Io non sarò tranquillo, sino ad avere una tua lettera, che m’assicuri esser giunta tu felicemente a Nizza. Scrivimi subito: ho bisogno di sapere di te, mia carissima Anita — dimmi l’impressione sentita agli avvenimenti di Genova e di Toscana. Tu donna forte, e generosa! con che disprezzo non guarderai questa ermafrodita generazione di Italiani — questi miei paesani, ch’io ho cercato di nobilitarti tante volte, e che sì poco lo meritavano. È vero: il tradimento ha paralizzato ogni slancio coraggioso; ma comunque sia, noi siamo disonorati, il nome italiano sarà lo scherno degli stranieri d’ogni contrada. Io sono sdegnato veramente di appartenere ad una famiglia che conta tanti codardi; ma non creder perciò ch’io sia scorato! ch’io dubiti del destino del mio paese. Più speranza io nutro oggi, che mai. Impunemente si può disonorare un individuo; ma non si disonora impunemente una nazione. I traditori ormai sono conosciuti. Il cuore dell’Italia palpita ancora — e se non è sano del tutto, è capace ancora di recidere le parti infette che lo travagliano. La reazione, a forza di tradimenti e d’infamie, è pervenuta a sbigottire il popolo — ma il popolo non perdonerà le infamie ed i tradimenti alla reazione. Uscito dallo stupore, egli si rialzerà terribile, ed infrangerà, questa volta, i vili strumenti del suo disonore.

Scrivimi, ti ripeto; ho bisogno di sapere di te, di mia madre e de’ bimbi — per me non affliggerti, io sono, più che mai, robusto, e co’ miei milledugento armati mi sembra di essere invincibile. Roma prende un aspetto imponente. Attorno ad essa si rannoderanno i generosi, e Dio ci aiuterà. Presenta i miei saluti ad Augusto, alle famiglie Galli, Gustarini, Court, ed amici tutti. Io ti amo tanto, tanto! e ti supplico di non affliggerti. Un bacio per me ai ragazzi, a mia madre, che ti raccomando tanto.

Addio, tuo

G. Garibaldi.[115]»

IV.

Il 24 aprile l’avanguardia, il dì appresso tutto il Corpo di spedizione del generale Oudinot, portato da dieci navi, forte di ben diecimila soldati di ogni arma, di sedici pezzi da campagna e di sei d’assedio, gettava l’áncora nelle acque di Civitavecchia.[116]

Dei motivi, delle peripezie, del fine dell’intervento francese a Roma son piene le storie; noi stessi ne toccammo in altre pagine;[117] e non è tèma sì nuovo e sì gradito che ci invogli a riassumerlo.

Due verità però non saranno mai abbastanza ripetute: la prima, che se la spedizione di Roma fu meditata e preparata dal Governo del Cavaignac, come un mezzo per preservare il popolo romano dai pericoli dell’anarchia, e di antivenire per tutela dell’Italia intera una più pericolosa invasione straniera; essa fu poi immediatamente sviata dal suo fine da Luigi Napoleone, il quale la voltò tosto in istrumento della restaurazione del potere temporale ed in isgabello alle sue lunghe ambizioni di regno.

La seconda verità poi più trista, ma anche più utile a ricordarsi è, che se l’intervenzione della Francia nelle cose di Roma fu, comunque interpretata e attenuata, un’aperta violazione del diritto delle genti, pel modo subdolo e fraudolento con cui fu condotta ed effettuata degenerò in proditoria aggressione ed in sfrontato misfatto. Perocchè riesce sino ad un certo punto spiegabile, anco scusabile, che una nazione cattolica, presunta erede del retaggio di Carlomagno e della fede di Luigi IX, accecata dal malinteso interesse della religione e della civiltà e forviata da un bugiardo concetto dell’ordine e della libertà, mandi a restaurare colla forza un trono da lei reputato necessario alla salute della Chiesa ed alla pace del mondo; ma non si spiega nè si scusa che quella medesima nazione, sedicente grande, assuma una siffatta impresa, mascherando il suo volto e celando le sue armi come un malfattore, e strisciando tra le oblique ambagi della vecchia diplomazia, cammuffata col vieto pretesto di instaurare l’ordine nella libertà, mova a restaurare, fra un popolo confidente, il perpetuo disordine d’una teocrazia aborrita, ed a strozzare, tra le braccia d’una repubblica sorella, la nascente libertà. E fu soltanto per queste sue sembianze oneste ed amiche che l’esercito francese potè sorprendere la buona fede degli abitanti di Civitavecchia, e aiutato dalla dabbenaggine del Governatore e del presidio, mettere impunemente il piede sul suolo della Repubblica colla stolta lusinga di ricevere la medesima accoglienza dovunque.

È ben vero che il Triumvirato romano non s’era lasciato cogliere all’inganno, e fin dal primo apparire del naviglio straniero aveva spediti ordini a Civitavecchia, affinchè lo sbarco fosse impedito, e comunque l’aggressione respinta; ma sia che gli ordini arrivassero tardi e dubitosi, sia che li svigorissero e fraintendessero la dappocaggine delle Autorità e quella perplessità, non scevra di paura e di egoismo, che aveva governato fin dal primo istante la condotta dei Civitavecchiesi, la perdita della principale fortezza della Repubblica fu irreparabile.

Oltredichè l’incanto era rotto. Indarno l’Oudinot si studiava di larvare con nuove frodi e nuove frasi i suoi propositi; gli atti suoi, le parole de’ suoi stessi oratori lo tradivano. E noi Italiani dobbiamo essere grati a quel colonnello Leblanc, inviato a Roma dal Generale francese, il quale, frivolo o millantatore che fosse, ebbe il merito di parlar chiaro, apertamente confessando al Mazzini, scopo della spedizione essere la restaurazione papale. Egli rese a Roma il grande servigio di rischiararle tutta la gravità del pericolo che la minacciava, ed uscendo in quella sua buffa, ma schietta guasconata: Les Italiens ne se battent pas, fece risalire al cuore, anche de’ più timidi, quel po’ di sangue caldo che stagnava nelle loro vene, e mise gl’Italiani al cimento di provare che il Guascone aveva mentito per la gola.

V.

Caduti pertanto gli ultimi veli, ormai certa l’aggressione, inescusabile la violenza e manifesto il suo fine, alla Repubblica romana non restava più che difendere, non tanto la vita, preda designata al numero ed alla forza, quanto l’onore, che non era in balía d’alcuna fortuna, e il cui seme, se inaffiato di sangue generoso, rigenera sempre le nazioni. E la difesa di Roma fu pari al cimento e degna de’ suoi giorni più gloriosi.

L’Assemblea commette al Triumvirato: «di respingere la forza colla forza;» il popolo sancisce, correndo all’armi, il magnanimo decreto, e i Triumviri sovraneggiati e quasi assorbiti dall’ardente spirito di Giuseppe Mazzini, mirabili di concordia e di energia, e, quando mai, colpevoli soltanto di soverchia generosità per gl’invasori, assumono d’effettuarlo. Giuseppe Avezzana, forse più atto per cuore che per mente all’arduo ufficio, è investito del Ministero della guerra e del Comando supremo dell’esercito; la Guardia Civica viene armata e mobilizzata; la linea di difesa tracciata, i principali punti muniti; i Corpi stanziati di fuori richiamati, quindi da Anagni Garibaldi; tutta infine quella massa eterogenea di truppe regolari ed irregolari, di doganieri e di studenti, di emigrati e di reduci, di Romani e di Italiani d’ogni provincia e colore, accoltasi a quei giorni in Roma, ordinata in brigate attive e in corpi di riserva, così partita e comandata.

La Legione Garibaldi, il battaglione dei Reduci, i quattrocento Universitari, i trecento Finanzieri, i trecento emigrati, in totale duemilacinquecento uomini, compongono la prima brigata, e ne riceve il comando Garibaldi, giunto in Roma la sera del 28, riconosciuto finalmente Generale.

Della seconda brigata, formata di mille uomini di Guardia Civica, e del primo d’infanteria leggiero, è scelto comandante il colonnello Masi.

La Legione romana e il primo di linea, con due pezzi di campagna, fanno, agli ordini del colonnello Bartolomeo Galletti, una colonna di riserva; ottocento Carabinieri obbediscono al generale Giuseppe Galletti; cinquecento Dragoni al colonnello Savini; le artiglierie al Lopez ed ai fratelli Calandrelli; e si dovrebbero aggiungere i Bersaglieri lombardi comandati dal Manara, i quali però, avendo ottenuto dall’Oudinot di sbarcare a Porto d’Anzio, a condizione che non avrebbero partecipato fino al 4 maggio ad alcuna fazione, erano vincolati dalla promessa, data per loro dal Preside di Civitavecchia, di serbare fino a quel giorno la neutralità.

Restava a fermare il piano di guerra; ma la topografia della città, le condizioni dell’esercito difensore, le forze degli assalitori chiaramente lo suggerivano.

Scartato il concetto di una offensiva in aperta campagna, e deliberato quello d’una concentrata difensiva della Capitale, la difesa non poteva essere stabilita che sulla destra del Tevere, e precisamente lungo quell’arco esterno alle mura d’Urbano VIII, che da Porta Portese per quelle di San Pancrazio e Cavalleggieri va a Porta Angelica; e comprendente, come posizione avanzata, al centro la collina di Villa Pamfili, come baluardo a settentrione il forte Vaticano, e come seconda linea d’appoggio le alture del Gianicolo. Ciò posto, l’ordine di collocazione delle truppe si porgeva da sè logico e naturale. La prima brigata Garibaldi fu collocata tra Porta Portese e Porta San Pancrazio; la brigata Masi distribuita tra Porta Cavalleggieri e Porta Angelica; la riserva, composta della brigata Galletti, dei Dragoni Savini e dei Bersaglieri Manara, schierata tra Piazza Navona, la Lungara e Borgo; i bastioni furono coronati di nuovi pezzi, le batterie del Vaticano rinforzate; e tutto ciò ben disposto ed apparecchiato, Roma si tenne pronta a ributtare l’assalto.

VI.

La mattina del 30 aprile le vedette di San Pietro annunziavano lo spuntar d’una colonna francese sulla via di Civitavecchia. Non eran più che ottomila uomini, partiti in due brigate sotto il comando dei generali Molière e Lavaillant; traevano soltanto due batterie da campagna; erano per numero, per armi affatto disuguali all’impresa a cui s’incamminavano. Ma li guidava la nativa intrepidezza, li incoraggiva la fiducia del loro Leblanc: «Gli Italiani non si battono;» li rassicurava la pertinace lusinga che Roma li aspettasse a gloria, e poichè in quell’ora le campane di Montecitorio e del Campidoglio suonavano a furia l’allarme, se lo prendevano per un suono di festa e marciavano anche più allegri e fidenti nell’immancabile trionfo.

Però tutto quel miscuglio di pregiudizi, di illusioni e di prosunzioni che gorgogliava nelle file dell’esercito francese fin dalla sua discesa in Italia, traspariva come in un’acqua chiara, nel piano d’attacco del loro Generale. Esso non avrebbe potuto essere più semplice, più primitivo e più ingenuo: spezzare a un certo punto il Corpo in due colonne, l’una inviarla ad assalire Porta Cavalleggieri, l’altra Porta Angelica; prender di mira entrambe la Cupola di San Pietro e andarsi a dar la mano nella sua piazza. E qui in verità convien proprio dire che l’Oudinot fosse ancor più dabbene che maligno; chè a nessun Generale, per ammattito che fosse, sarebbe frullato pel capo di andare, senza parco d’assedio, senza lavori d’approccio, senza una breccia, a dar di cozzo contro le mura d’una città bastionata e quasi fortificata, protetta da numerose artiglierie e difesa da forze pari alle sue; se non avesse covato nell’animo uno di questi due profondi forse, ma punto maliziosi convincimenti: o che le mura fossero di mota fresca e i cannoni di cartone dipinto e i difensori comparse da teatro; o che la maliarda eloquenza della sua parlata avesse gettato sul Governo, sull’esercito, sul popolo romano un sortilegio sì potente da trovarseli al suo arrivo disfatti d’amore a’ suoi piedi.

Due o tre colpi egregiamente aggiustati dal Calandrelli vennero a rompergli l’alto sonno. Balenarono al saluto inaspettato le schiere assalitrici; ma poichè erano pur sempre Francesi, vantatori cioè, ma prodi, proseguirono, secondo l’ordine divisato, l’attacco. Avanzavano da ogni parte, protetti dalle case, dai vigneti, dall’arte, i nemici; non restavano dal fulminarli, colla mitraglia e coi moschetti, i nostri. Nuocevano ai Romani e più agli artiglieri le carabine dei Cacciatori di Vincennes; ma i nostri cannoni egregiamente serviti e diretti facevano nelle file avversarie vuoti sanguinosi.

Un solo vantaggio avevano ottenuto dal principio i Francesi, ma notevole; chè il generale Oudinot avendo ordinato alla brigata Molière di occupar la Villa Pamfili (ordine ben pensato come quello che gli levava dal fianco sinistro una punta minacciosa), il battaglione Universitario della brigata Garibaldi, troppo scarso a contrastar la preziosa posizione, l’aveva dovuto ben presto abbandonare, ritraendosi al riparo dietro il Casino de’ Quattro-Venti.

Ma da quella parte, calmo, impassibile, attento a tutte le peripezie della lotta stava Garibaldi, e il trionfar dei Francesi non poteva esser lungo. Infatti il nostro Generale, scorta l’urgenza del pericolo, chiama a sè la Legione italiana, e la lancia a baionetta in resta contro il nemico. Questi non teme l’affronto, e da quell’istante intorno a Villa Corsini, per le aiuole e i prati del parco Pamfili, dietro ogni muro e ogni siepe, s’impegna una lotta petto a petto, palmo a palmo, a vita ed a morte, dalla quale ogni occhio appena esperto travede che pende l’esito della giornata. In entrambi i campi il coraggio: ma nei Francesi il vantaggio delle armi, il favore della posizione, il nerbo della disciplina, l’esperienza dell’arte; tra gl’Italiani la coscienza della giusta causa, la religione della patria, la rabbia dell’iniqua aggressione, la fede nella baionetta e il comando di Garibaldi.

Oramai il terreno è già troppo a lungo contrastato, e Garibaldi sente venuta l’ora del colpo decisivo.

Chiesto pertanto l’aiuto della mezza brigata Galletti, accorsa prontamente a recarlo, fatta massa di tutte le sue forze, spuntata, quasi trascurandone gli ultimi difensori, la Villa Pamfili, si rovescia per la valle sul fianco destro francese; lo rompe, lo sfonda, lo incalza colla punta alle reni, costringe in brev’ora tutto l’esercito assalitore, già ributtato di fronte su tutta la linea e già minacciato alle spalle, a cercare in una precipitosa ritirata, molto somigliante ad una fuga, l’unico scampo.

La giornata del 30 aprile (amiamo lasciarlo dire al Sacchi,[118] comandante quel giorno una coorte della Legione italiana) farà epoca nella storia, ed è una delle più belle pagine militari della nostra indipendenza. Il Generale francese tentò, come è costume dei piccoli vinti, scusarla con sognati agguati e immaginari tradimenti; ma egli cadde nel solo agguato della sua presunzione, e non patì altro tradimento che quello della sua ignoranza.

Trecento morti, cinquecentotrenta feriti, dugentosessanta prigionieri, per l’eroismo quasi temerario di Nino Bixio,[119] nelle nostre mani e tradotti a coronar il trionfo in Roma, fecero pagar cara alla Francia l’insana aggressione, e dimostrarono al mondo se gli Italiani si battono.

Le perdite degl’Italiani furono, ragguagliate al numero, lievissime; sessantanove morti e poco più che cento feriti; un solo prigioniero, Ugo Bassi; ma le preziose vite de’ prodi rapite ai futuri cimenti della patria, sempre lacrimabili e memorande.[120]

Dopo i morti però il primo onore della gloriosa giornata va reso a Garibaldi. Fu questa la voce unanime di tutta Roma nella sera stessa della battaglia; è questo il ponderato giudizio che la storia conferma.[121]

L’eroe pugnò tutto il giorno alla testa de’ suoi; ferito, nascose la piaga e non la confessò che a sera, quasi violentato, al dottor Ripari. Capitano, mostrò, unico fra tutti, senso di militare iniziativa; affrontò il nemico in aperta campagna, ne scoperse il lato debole, lo assalì nel punto e nell’istante opportuni, decise della giornata. E avrebbe fatto anche di più, se in quel giorno avesse comandato lui solo e fosse stato ascoltato il suo consiglio di compiere con un pronto inseguimento la disfatta francese.

Ma indarno egli lo suggerì; indarno egli pregò iteratamente il Triumvirato perchè gli fosse consentito l’ardito, ma infallibile colpo; il Triumvirato, e dicasi pure il Mazzini, sia che diffidasse del successo dell’impresa, sia che temesse rendere irreconciliabile con una percossa troppo sanguinosa l’inimicizia della Francia, glielo vietò nettamente.

E fu errore notato da quanti storici leggemmo e militari e politici: la Francia era stata ormai troppo ferita, non fosse in altro, nell’amor proprio, per perdonarlo ai feritori; mentre non era abbastanza castigata per trarre dalla sconfitta un salutare avvertimento ad andare più guardinga prima d’impegnarsi in una guerra, oltrechè ingiusta nel fine e perfida nei mezzi, difficile anche e probabilmente lunga pel nemico gagliardo che s’era trovato improvvisamente di fronte.

Comunque sia, il giorno dopo il generale Garibaldi colla scusa d’una ricognizione si spinse colla sua brigata così presso agli avamposti a Castelguido, che per poco il Governo indugiasse a richiamarlo, o i Francesi s’affrettassero ad andargli incontro, la seconda battaglia che il generale Garibaldi aveva vagheggiata la sera del 30 aprile sarebbe inevitabilmente, e con qual esito Dio solo lo sa, avvenuta la mattina del 1º maggio. Ma Garibaldi fu arrestato in marcia; l’Oudinot dal canto suo pensò a levare il campo, e tutto finì da una parte e dall’altra coll’ansietà d’un combattimento che non avvenne.

Dei replicati divieti però Garibaldi serbò memoria non scevra di rancore finchè visse, e noi stessi l’udimmo più d’una volta, parlando del 30 aprile, mormorare con amarezza: «Quel Mazzini che ha sempre avuto la smania di fare il Generale, e non ne capiva.......[122]»

VII.

Intanto che l’Oudinot riparava, umiliato e febbricitante, a Civitavecchia, e spacciava di là a Parigi bugiardi messaggi, male dissimulanti la batosta del 30 aprile, e l’Assemblea romana lo ripagava di tutte le sue slealtà, rinviandogli liberi e senza riscatto i suoi prigionieri, un esercito austriaco minacciava dal Po le Legazioni; un’armata spagnuola veleggiava per la medesima crociata nel Mediterraneo; e finalmente re Ferdinando di Napoli, fatto leone dalla certezza della facile vittoria, faceva occupare da una divisione Velletri; nel mentre che due altre, l’una di regolari comandata dal generale Winspeare, l’altra di briganti e di disertori guidata dallo Zucchi, s’inoltravano per la provincia di Frosinone fino ai colli Latini.

Per quanto la spavalda scorreria fosse pel momento più molesta che pericolosa, il Governo romano non poteva lasciarla più oltre trascorrere, e commise a Garibaldi che evitando i decisivi conflitti, e cogli accorgimenti di cui era maestro, tenesse a bada e molestasse il nuovo nemico. Ora, poichè Garibaldi non era uomo da stillare a lungo i suoi piani, presa seco tutta la sua brigata, più il battaglione testè aggregatogli dei Bersaglieri Manara, la sera del 4 maggio esce tacitamente da Porta del Popolo, s’incammina per Ponte Molle, facendo le viste di marciare a Palo; poi volta a un tratto per la Prenestina, e dopo una marcia notturna faticosissima, ma silenziosa e ordinata, arriva alla mattina dell’indomani a Tivoli, dove s’accampa.

Qui è il punto, dove quasi tutti gli storici e biografi del nostro eroe si dilettano a descrivere con gran copia di particolari il campo di Garibaldi; quasi facessero un concorso di pittura sul medesimo tèma. Abbiamo quindi il quadrone a colori scarlatti, a tratti michelangioleschi, per non dir vasariani, del Guerrazzi, ma, come esige la scuola, manierato e fantastico; abbiamo il quadretto a tratti sfumati, a tinte azzurre, a tocchi fini e direi quasi aristocratici d’Emilio Dandolo, ma dominato da non so qual pessimismo partigiano che ne scema la verità; abbiamo i bozzetti veri, ma freddi ed aridi, dell’Hoffstetter; e infine, per coronar la gara, i pasticci del Dumas, il quale mescolati insieme il rosso del Guerrazzi, l’azzurro del Dandolo e il bigio dell’Hoffstetter, e impastatili con un pizzico di Memorie di Garibaldi udite o credute udire, e una buona dose delle sua invenzioni, butta giù in quattro pennellate, alla «Luca fa presto,» il più bell’affresco ad effetto che mai freschista del Seicento abbia immaginato.

Quanto a noi pensiamo che un campo garibaldino non sia più una novità per i nostri lettori, e risparmieremo l’oziosa fatica di ridipingerlo. La fantasmagoria variopinta delle uniformi, delle durlindane e dei cappelli piumati, noi l’abbiamo veduta; il parapiglia fiammingo delle figure: qua le gote imberbi d’uno studentello che fanno da chiaroscuro alla faccia barbuta d’un veterano; là un pallido viso di poeta, fors’anche di prete scappato al seminario, che s’allinea col ceffo sinistro d’un vagabondo, forse d’un galeotto scappato al bagno, lo conosciamo; i cavalli sciolti, all’arrivo, sui pascoli e riacchiappati alla partenza col lazo; i bovi o gli agnelli presi, in mancanza di proviande, alla baionetta, squartati e affettati in un baleno, infilati in grandi schidioni di legno, e appena rosolati, omericamente divorati, sono storia vecchia: in ultimo Garibaldi stesso, profilo greco, capelli prolissi, barba fulva, tunica rossa, un cappelluccio acuminato e piumato sulla testa, un mantello bianco, foderato di rosso, infilato a guisa di pianeta sulle spalle, squadrone al fianco, pistole e pugnale alla cintola, che spiegando la sua sella americana si fa da sè stesso il letto, e buttando sullo spadone e il fodero confitti in croce, il suo poncio, si rizza la sua tenda; ed ora sbuca da un campanile, ora spunta da un’altura, or visita il campo, ora precorre le avanguardie, vigile, infaticabile, ardito e maraviglioso sempre; tutte queste ed altrettali curiosità sono per noi anticaglie, la cui data risale fino all’America, ed eravamo già tutti e presaghi e persuasi che il Garibaldi di Montevideo non l’avremmo trovato diverso in Italia.

Una novità sola va aggiunta alla pittura della Legione italiana accampata a Villa Albani, una compagnia di giovanetti italiani dai dodici ai sedici anni; svelti, arditi, indiavolati, cari a Garibaldi, a cui tra poco salveranno la vita; macchiette quarantottesche, se vogliam dirle, esse pure, ma sempre preferibili, fatto il paragone, alle quarantottate oggi rinascenti, nelle quali è vero che i bimbi d’Italia non fanno più le schioppettate contro gli stranieri, ma concionano dai palcoscenici nei meetings.

La mattina del 7 Garibaldi aveva già levato il campo, e intorno alla mezzanotte del giorno stesso, sotto un acquazzone torrenziale, giungeva a Palestrina, a poche miglia dalle linee nemiche. Le avanguardie borboniche infatti, appena saputa la sortita dei Romani, s’erano concentrate fra Albano e Valmontone, e forti di seimila uomini, sotto il comando del generale Lanza, si preparavano ad affrontare Garibaldi e, come dicevano, ad annientarlo. Inutile dire che Garibaldi non se ne sgomentava; anzi fin dal giorno 8 alcune scorrerie felicemente riuscite, una delle quali capitanata dal prode Narciso Bronzetti, gli avevano riportata la speranza che il nemico non sarebbe stato così formidabile, come voleva far credere.

Prevaleva tuttavia troppo di numero per attentarsi con soli duemila uomini ad assalirlo nelle sue forti posizioni; e risolvette di starsi alla difensiva e di aspettarlo di piè fermo in Palestrina. E l’evento non tardò a dargli ragione. Verso le 2 pomeridiane del giorno 9, due reggimenti di guardie reali per le due strade che convergono a Porta Sole apparivano dinanzi a Palestrina. Garibaldi s’accontentò di stendere in cacciatori una compagnia della Legione, una di guardia mobile, e due del battaglione Bersaglieri, e affidata al Manara la cura della difesa della porta, tenne il resto delle sue genti in serbo, e stette a spiare le mosse del nemico. Il quale, poveretto, veniva innanzi lento, svogliato, trepidante, rispondendo fiaccamente al fuoco, dando le spalle al primo assalto alla baionetta, e lasciando, nella fuga, feriti e prigionieri nelle nostre mani.

Ma lo spettacolo che quei prigionieri offersero era più atto certamente ad amareggiare il cuore dell’Italiano, che a inorgoglire la mente del vincitore. In luogo di quei terribili crociati, che a detta del generale Zucchi dovevano annichilire quel Satana di Garibaldi, questi si vide trascinare innanzi un branco d’uomini inebetiti dallo spavento, coperti di reliquie e di scapolari come santoni, tremanti a verga al solo suo nome, e che al primo suo apparire si buttavano a’ suoi ginocchi gridando pietà e misericordia, maledicendo la guerra a cui erano spinti, e intercalando le loro giaculatorie di tanti «mannaggia a Pio IX,» da lasciare incerti gli astanti se ridere di quella farsa pulcinellesca, o gemere sul fondo d’abbiezione in cui tanti secoli di tirannide e di superstizione avevano precipitato uno dei popoli più generosi d’Italia.

Oramai però una più lunga stanza in Palestrina poteva divenire pericolosa; oltre a ciò in Roma vociferavasi di un imminente attacco combinato de’ Napoletani e de’ Francesi, e il Triumvirato ordinava che Garibaldi rientrasse prontamente nella Capitale. Nè egli s’attardò sotto la tenda; e la sera dell’11, per sentieri impraticabili, sfilando in perfetto ordine nelle vicinanze del campo nemico, dopo vent’otto miglia di marcia travagliosissima, ricondusse tutto il suo Corpo, non superbo d’una grande vittoria, ma lieto d’un onorato successo, in Roma.

VIII.

Nel frattempo importanti avvenimenti militari e politici eransi, in Roma e fuori, maturati. Bologna dopo quattro giorni di disperata resistenza aveva gloriosamente capitolato nelle mani del bombardatore Gorkowsky: Ancona, dove teneva il comando militare quel Livio Zambeccari che già incontrammo a Rio Grande, minacciata della medesima sorte, si preparava ad imitare il medesimo eroismo: a Fiumicino s’ancorava, Sancio Panza che annuncia Don Chisciotte, l’avanguardia della spedizione spagnuola: da Gaeta l’Antonelli s’affannava a metter d’accordo i suoi quattro alleati, senza riuscirvi; la Francia finalmente continuava la sua politica a due rovesci: quella delle parole, favorevole a Roma; quella de’ fatti, favorevole al Papa.

Diguisachè, mentre l’Assemblea Nazionale, istruita, malgrado le bugiarderíe dell’Oudinot, del vero successo del 30 aprile, decretava che la spedizione francese fosse ramenée à son premier but; Luigi Napoleone prima e l’Odillon Barrot dopo inviavano lettere e dispacci occulti all’Oudinot, lodandolo dell’operato, promettendogli rinforzi, ripetendogli l’ordine di entrare per qualunque via, fosse pur quella della forza, in Roma.

Infine, come se tanto tessuto di perfidie non bastasse, inventava quella maggiore di tutte, la missione Lesseps. Come un uomo chiaritosi e allora e dopo acuto di mente, retto d’animo ed esperto di pubblici negozi potesse accettare il mandato che il Drouyn de Lhuys gli affidava, un mandato oscuro nella forma, obliquo nel fine, ineffettuabile nella sostanza, nessuno ancora è arrivato a comprenderlo. In apparenza l’Inviato francese doveva procacciare un accomodamento e conciliare insieme la libertà del popolo romano, i diritti della sovranità pontificia, e la dignità dell’intervento francese (quadratura del circolo); in realtà doveva carpire ai Romani la promessa di aprire fraternamente ai suoi le porte di Roma, affinchè dietro ai loro passi potesse rientrar più comodamente il Papato temporale. Missione nella quale un furfante sarebbe riuscito; un galantuomo come il signor Lesseps doveva necessariamente fallire!

Ora come entrasse in Roma, con quali speranze vi fosse accolto, con quali lusinghe egli esordisse, è materia diplomatica, e non sapremmo dire quanto ci sia grato non averla a rimestare. Rammenteremo soltanto una cosa che più direttamente si connette all’opera nostra, che il primo effetto dell’arrivo del Lesseps fu una tregua di trenta giorni, tregua verbale, male promessa, male definita, e come al solito slealmente osservata dal Generale francese; ma che alla peggio porse il destro al Governo romano di levarsi dal fianco quella punta fastidiosa dell’esercito borbonico, e di finirla con uno almeno de’ tanti suoi nemici.

Nè alla non ardua impresa difettavano le forze; chè l’esercito romano tra il 1º e il 16 maggio s’era venuto via via ingrossando di tanti piccoli corpi, che tuttavia componevano nel loro insieme un non spregevole rinforzo. L’Oudinot aveva restituito, sebbene senz’armi, il battaglione Melara prepotentemente catturato a Civitavecchia; i Corpi distaccati nell’Ascolano erano rientrati; una Legione straniera, di Francesi principalmente, si veniva organizzando; la Legione trentina ed una compagnia del 22mo Reggimento, scappata dagli accantonamenti forzati della Spezia, erano riuscite a penetrare tra l’8 e il 9 in Roma, e fuse insieme andavano a formare un altro battaglione di Bersaglieri lombardi, che aggiunto al 1º, sotto il comando del Manara promosso colonnello, prendeva e corpo e nome di reggimento. Finalmente, venuta fin da Bologna, dopo quindici giorni di marce forzate entrava da Porta del Popolo la divisione Mezzacapo forte di quattromila uomini, e preceduta da quella compagnia di Studenti lombardi e toscani, che il Medici aveva reclutato a Firenze e che formerà il nerbo dei futuri difensori del Vascello.

Ora chi sommi queste nuove forze all’esercito già esistente il 30 aprile, vede che Roma poteva disporre di circa diciottomila combattenti;[123] non certo bastevoli a far la guerra alla Santa Alleanza accanitasi contro di lei e nemmeno a vincere la Francia; ma, finchè durava l’armistizio, più che sufficiente a rivedere le spalle al Re di Napoli e a proteggere Roma da qualsivoglia disordine interno o sorpresa esterna.

Restava la scelta del Generale supremo, problema perpetuamente insoluto di tutte le nostre guerre. Anche Roma contava falangi d’eroi e manipoli di ufficiali d’ogni grado valentissimi, destinati certamente come i Medici, i Bixio, i Sacchi, e se non fosser soccombuti anzi tempo, come i Manara, i Daverio, i Pisacane, i Bronzetti, i Gorini, a divenire un giorno eccellenti generali; ma un Generale in capo capace di comandare un esercito in campo e di dirigere la difesa d’una città assediata, atto a farsi amare, ma soprattutto a farsi ubbidire, pari insomma all’ufficio suo, e quel che più monta, reputato tale e di cui tutti riconoscessero senza competizione la perizia, il valore e la fortuna, un Generale simile o non esisteva o si nascondeva, o non si sapeva trovarlo. L’Avezzana s’era chiarito tanto inesperto capitano, quanto il tempo andava manifestandolo inabile ministro; il generale Galletti, bravo, ma vecchio, non era raccomandato da alcuna di quelle azioni di grido che impongono la fiducia; il Calandrelli era un ammirabile comandante d’artiglieria, ma non prometteva di più; sicchè al tirar de’ conti restava, unico e solo candidato, Giuseppe Garibaldi.

Malauguratamente su di lui pesava quella riputazione di valente condottiero e di inetto generale che gli era stata buttata addosso come una camicia di forza fin dal primo ritorno in Italia, e da cui nemmeno la gloria del 30 aprile era valso a liberarlo. Oltre di che, gli uni per apprensione della sua audacia, gli altri per invidia della sua fortuna; questi per saccenteria, quelli per grettezza; il Governo stesso per timore della sua indisciplinatezza e fors’anco per gelosia della sua popolarità; tutti, qual più qual meno, se ne eccettui qualche giovane entusiasta, qualche popolano ingenuo, e i suoi fedeli d’America, tutti, diciamo, cospiravano a negargli quel bastone del comando che evidentemente egli solo, non per eccellenza assoluta, ma per superiorità relativa era capace di reggere.

Siccome però dall’un canto questa superiorità era innegabile, e dall’altro un Generalissimo conveniva pur nominarlo, il Triumvirato fece questa pensata: promosse Garibaldi generale di divisione, componendogliela colla vecchia sua brigata, la brigata Galletti e il reggimento Bersaglieri lombardi, ed elesse Generale in capo il colonnello Pietro Rosselli; quel desso che vedemmo scaramucciare contro il brigantaggio dell’Ascolano; uomo, a dir vero, che aveva studiato la guerra più sui libri che sui campi, ma in voce di grande stratega presso i dotti dell’esercito, beneviso al Mazzini, caro ai Romani e di cui tutti pronosticavano mirabilia.

Ora se egli era il Generalissimo, a chi se non a lui commettere il comando della spedizione contro il Borbone? E quale miglior luogotenente e cooperatore gli si poteva dare che Garibaldi? Quello la mente, questi il cuore: il Rosselli, la dottrina, diriga; Garibaldi, la mano, eseguisca e la vittoria è infallibile. Trovato stupendo, a cui non mancavano che due cose semplicissime; l’accordo simpatico della mente e del cuore, e la superiorità reale della dottrina sulla mano.

IX.

Il Rosselli pertanto s’accinse immediatamente all’impresa. Pensava attaccare i Napoletani accampati da Porto d’Anzio a Valmontone sulla loro destra, spuntarli da questo lato e tagliar loro la ritirata: capitanava diecimila fanti, mille cavalli e dodici pezzi d’artiglieria, che andavano così distribuiti e ordinati:

La prima brigata, sotto gli ordini del colonnello Marocchetti e la direzione del colonnello di stato maggiore Haug, composta della Legione italiana, del terzo Reggimento di linea, del piccolo squadrone dei Lancieri Masina, d’una compagnia di Zappatori del genio e due pezzi d’artiglieria (duemilacinquecento uomini circa), dava l’avanguardia.

Il corpo di battaglia componevasi di due brigate, a cui erano addetti il reggimento de’ Bersaglieri lombardi, un battaglione del primo di fanteria, il secondo e il quinto reggimento, la Legione romana, due squadroni di Dragoni e sei pezzi di artiglieria; circa seimila uomini; e lo capitanava il generale Garibaldi in persona, assistito dal polacco colonnello Milbitz dello stato maggiore generale.

«La riserva e retroguardia era la brigata del generale Giuseppe Galletti che marciava alla testa del sesto Reggimento di fanteria, d’un battaglione di Carabinieri a piedi, del battaglione Zappatori del genio, di due squadroni di Carabinieri a cavallo, e di quattro pezzi d’artiglieria; in tutto duemila e cento uomini.

»Comandante l’artiglieria il colonnello Ludovico Calandrelli; quello della cavalleria il generale Bartolucci; capo dello Stato Maggiore generale il colonnello Pisacane, e principava da generale in capo Pietro Rosselli.[124]»

Fermato così il disegno e l’ordine di marcia, escono la sera del 16 da Porta San Giovanni; marciano tutta la notte per la via Labicana; arrivano la mattina del 17 a Zagarolo, dove soggiornano; ripartono il giorno appresso per Valmontone, dove il grosso e la riserva s’accampano, mentre l’avanguardia si spinge fino a Montefortino, forte posizione a cavaliere delle due vie che da Valmontone conducono l’una a Velletri, e l’altra a Terracina: val quanto dire sulla fronte e sul fianco dell’esercito napoletano.

Questo però non era rimasto così immobile, come forse il Rosselli aveva, nel silenzio del suo studio, escogitato; chè appena avuto vento dell’avanzarsi dei nostri, aveva frettolosamente abbandonato la linea de’ colli Latini e s’era da tutte le parti ripiegato su Velletri. Era una notizia importante: il piano di campagna del generale Rosselli poteva dirsi fallito prima che tentato; conveniva farne un altro e si poteva, ma occorreva prontezza d’occhio e celerità d’esecuzione; il Rosselli invece non affrettò d’un passo la sua marcia, non svelò ad anima viva gli arcani della sua mente; s’accontentò solo d’ordinare all’avanguardia di spingere il 19 mattina ricognizioni fin sotto le mura di Velletri; «mentre (parole stampate dal suo capo di stato maggiore Pisacane[125]) l’armata in ordine compatto, fiancheggiata da tali perlustrazioni, avrebbe secondato il movimento.»

 questo punto però il generale Rosselli scompare, per così dire, dietro la coda del suo esercito; e se noi vogliamo seguire lo sviluppo dell’azione, siamo costretti ad accompagnarci di nuovo al generale Garibaldi, il solo che in quella giornata pensasse (se bene o male lo vedremo), capisse e combattesse.

E qui, prima d’intraprendere la narrazione della giornata di Velletri, ci occorre un’avvertenza. Noi scriviamo, per dir così, sotto la dettatura del general Sacchi e del colonnello Cenni, i quali, non solo per aver partecipato come testimoni ed attori ai fatti che narrano, ma per aver seguíto e veduto davvicino durante tutto quel giorno il generale Garibaldi, il primo come comandante in secondo la Legione italiana, il secondo come aiutante di campo, ci sono parsi le più sincere e autorevoli testimonianze che in siffatto caso si potessero desiderare.

Nè ci trattiene dal chiamarli tali, la considerazione che il loro racconto discordi in alcuni particolari da quello degli storici che scrissero sul medesimo argomento; essendo per noi indubitabile che nessuno meglio di loro abbia potuto conoscere la verità e nessuno meno di loro avuto motivi per svisarla o tacerla.

Nè con ciò vogliamo scemar fede alla diligenza ed alla lealtà degli scrittori che ci hanno preceduto; soltanto vedendo nelle loro pagine regnare le più grandi contraddizioni miste talvolta alla più ligia imitazione: e il Torre, per esempio, scostarsi in molti particolari dall’Hoffstetter;[126] e il Del Vecchio rappresentar i fatti diversamente dal Farini; e il Guerrazzi, che pur ebbe in mano gli appunti del Sacchi e i Ricordi di Garibaldi, ricantare, come eco ignara, i giudizi del Mario o del Vecchi che non li ebbero, e tutti contraddirsi o copiarsi a vicenda, e nessuno presentar un documento o una prova purchessia del loro asserto; allora il sospetto che a tutti questi storici egregi sia mancato il tempo e l’opportunità per vagliare le cose narrate nasce spontaneamente, e posti da un lato tra relazioni contradittorie, incompiute, confuse, e dall’altro tra attestazioni concordi, precise, particolareggiate di due ufficiali che hanno veduto ed udito, non potevamo più dubitar nella scelta. E non abbiamo posto nel conto le Memorie del Rosselli e del Pisacane, non certo per scortese oblío de’ loro autori, meritevoli entrambi, l’uno per la vita illibata e studiosa, l’altro per la fine eroica ed infelice della gratitudine e del rispetto degl’Italiani; ma perchè essi, giudici in causa propria, non scrissero storie, ma apologie e filippiche; apologie di sè, filippiche contro Garibaldi; e non si potrebbe giurar sulla loro parola più che non si potrebbe in un processo dal piato d’una sola parte giudicar del torto o della ragione dell’altra.

E poichè dicemmo processo, lo ripetiamo. La storia della battaglia di Velletri non è più da oltre trent’anni che un processo male istruito, in cui Garibaldi ha la parte di accusato, il Rosselli ed il Pisacane quella d’accusatori, gli storici onesti, ma assai male informati, quella di giudici, e che noi, sulla fede di due nuovi testimoni, veniamo a riaprire, sperando che i posteri vorranno scrivere sulla tomba dell’accusato più giusta sentenza.

X.

Ecco pertanto i fatti. All’alba del 19 l’avanguardia si era già messa in moto; ma fatte poche centinaia di passi il Marocchetti mandava ad avvertire Garibaldi che scorgeva verso Velletri un confuso moto di truppe nemiche, onde temeva di essere da un istante all’altro assalito. A tale annunzio Garibaldi monta immediatamente a cavallo, manda avviso al Generale in capo così dell’allarme come della sua partenza, raggiunge a spron battuto l’avanguardia, e raccolti dal Marocchetti gli ultimi rapporti cavalca ancora innanzi per breve tratto, e va a cercare, come è suo costume, un posto elevato d’onde speculare le posizioni e le mosse del nemico.

«Giunto difatti (scrive il Cenni stesso che gli era compagno alle Colonnelle ed all’altezza della vigna Rinaldi) smonta da cavallo; coperto dai canneti e dalle macchie della vigna, s’inoltra fino ad un dosso d’onde l’occhio può correre fin sotto le mura di Velletri; e vede abbastanza chiaro che i Borbonici, se a difesa od attacco, è tuttavia dubbioso; ma per fermo si preparano ad azione imminente.»

Frattanto anche l’avanguardia sopraggiungeva; e Garibaldi accertatosi da un secondo e più prossimo osservatorio che il nemico manovrava veramente per l’attacco, spiega a destra e a sinistra della strada, che corre tutta incassata fra poggi e vigneti, la Legione italiana e alcune compagnie del terzo di linea; e montato sul tetto d’una casa in vigna Spalletti, si rimette a spiare gli andamenti del nemico.

I quali d’altronde più manifesti di così non potevano essere. I Borbonici avanzavano su tre colonne: il secondo battaglione de’ Cacciatori pei vigneti, a destra ed a sinistra; uno squadrone di Cacciatori appoggiato da un altro corpo di fanteria, e da artiglierie al centro sulla strada. Garibaldi non fece un passo per muover loro incontro; ma li aspettò di piè fermo. Trascorsi infatti pochi minuti, il colpeggiar delle sentinelle presso alla salita di Vallefredda avvertì che il primo scontro era avvenuto.

Potevano essere le undici del mattino. Gli avamposti s’eran già ripiegati sulle Colonnelle, dove già dicemmo appostate le fanterie romane; l’attacco era già imminente su tutta la linea; la fucilata era vivissima da entrambe le parti, quando Garibaldi, vista spuntar sulla strada la testa della cavalleria nemica, spicca il Masina, il Murat di quella guerra, coi suoi quaranta Lancieri[127] ad arrestarla. E parte il Masina; e lo seguono, incuorati dall’arguta parola e dall’esempio eroico, i suoi compagni: ma o perchè sopraffatti dal torrente sei volte più gagliardo, come dice il Sacchi; o perchè i loro cavalli fossero nuovi a quel vertiginoso giuoco delle cariche, come vuole il Cenni; il fatto è che al primo cozzo voltano briglia tutti quanti, e abbandonando il loro comandante alle prese col colonnello nemico (che ne riportò per altro la testa spaccata), vanno in fuga precipitosa.

Ma lo spettacolo accadeva troppo vicino a Garibaldi, perchè egli potesse starsene inerte spettatore. Scorto il voltafaccia de’ suoi, si butta a cavallo, scortato dal solo moro Aghiar, traverso la via, tentando, col gesto imperioso, colla voce tuonante, colla stessa persona d’arrestare la rotta sfrenata. Tutto invano; chè egli stesso sbalzato di sella, travolto dall’onda commista degli amici e de’ nemici, impigliato il corpo sotto il proprio cavallo e pesto dall’unghie di cento cavalli altrui, stava per cadere certamente morto o vivo nelle mani borboniche, se in buon punto quella compagnia di ragazzi, di cui già discorremmo, appostata lì vicino non avesse con una scarica bene aggiustata fatto un buco nella siepe di cavalieri nemici che già si serravano intorno al caduto, e investendoli poscia alla baionetta non avesse salva la vita del suo Generale. E non pareva tuttavia ch’egli fosse scampato a mortale periglio. Quantunque ferito e ammaccato in più parti del corpo, e coll’impronta d’un ferro da cavallo sulla mano destra, balza rattamente in piedi, rimonta in sella, riprende sereno e imperturbabile, come sempre, la direzione del combattimento.

Nel frattempo però gli Ussari borbonici, portati dalla foga de’ cavalli, erano andati a cascar nel fitto delle linee repubblicane e fulminati di fronte e dai fianchi da un fuoco micidiale, forzati a dar volta, lasciando sul terreno feriti e prigionieri, e trascinando nella lor fuga ruinosa la stessa fanteria che li spalleggiava. Ne approfittarono naturalmente i Garibaldini, i quali, slanciatisi tutti insieme alla carica, accompagnarono i fuggenti colle baionette alle spalle fin sotto le mura della città.

Colà però era d’uopo arrestarsi. Velletri non è munita dall’arte, ma dalla natura; poggia in alto, ha porte, bastioni, fossati, e il colle dei Cappuccini le fa da sinistra un contrafforte gagliardissimo. Oltre a ciò, era evidente che i Napoletani non avevano esposta fin allora che la minima parte delle loro forze, e poteva parer naturale, a chi ancora non sospettava la pusillanimità de’ loro capi, che essi uscissero di nuovo con milizie fresche a tentare un nuovo e più decisivo assalto. Si tennero invece sulla difesa; munirono di cannoni i Cappuccini, ne puntarono altri ad ogni porta, si stesero da diritta a manca per i vigneti intorno alle mura della città, e stettero a lor volta ad aspettare.

Garibaldi vide che il momento era critico. Un assalto a Velletri con forze sì scarse era impossibile; una ritirata, con gente già scompigliata dalla pugna e più atta a caricar con furore che a ritirarsi con ordine, sarebbe stata una follía; altro non restava dunque che sollecitare il Comandante supremo a venire subitamente in suo soccorso, e tenere frattanto in iscacco il nemico con manovre e scaramuccie. E così fece, e nel mentre che spediva a tutta carriera il Padre Ugo Bassi[128] a dar notizie al Rosselli dell’accaduto ed a pregarlo, se aveva cara, non che la vittoria, la salute de’ suoi, a correre senz’altro indugio in suo aiuto; copriva alla meglio le sue truppe dietro tutti i frastagli e gli scoscendimenti del terreno, e attendeva gli invocati rinforzi.

Il Bassi intanto riusciva a scovare il Rosselli a Valmontone, donde non s’era più mosso, e dove lo trovò affaccendato a sorvegliare la distribuzione del rancio alla prima brigata. Gli fece l’ambasciata, di cui era incaricato; usò di tutta la sua fervida eloquenza a dipingere la situazione dell’avanguardia; ma il Rosselli, severo e imbronciato, dopo una sfuriata di lagni verso Garibaldi che aveva impegnato battaglia contro i suoi ordini (e vedremo come non fosse vero), rispondeva: «Dover prima aspettare che la truppa avesse consumato il rancio, poi si sarebbe mossa.» Fortuna volle che alcuni Corpi della seconda brigata, tra cui i Bersaglieri lombardi, accorressero da sè stessi al tuonar del cannone, onde Garibaldi a mano a mano che sopravvenivano li poteva condurre a risarcire le file, sempre più stremate, dell’avanguardia. Così entrarono successivamente in linea i Bersaglieri lombardi, la Legione romana, un battaglione del secondo Reggimento, e quel che più contava, parte dell’artiglieria del Calandrelli, che controbattendo gagliardamente le numerose batterie del nemico lo contennero lungo tempo e gli levarono la tentazione, certamente infestissima ai nostri, di ripigliare l’offensiva.

Ma tutto ciò a nulla approdava: i nostri non retrocedono, ma si diradano; i Borbonici non avanzavano, ma restavano sempre forti e minacciosi, e ogni istante che fuggiva, andava a loro profitto. Solo uno sforzo concorde di tutto l’esercito poteva assicurare e compiere la vittoria; laonde Garibaldi preso il capitano David, un bergamasco animoso, così aitante di persona come caldo di parola, lo mandò a spron battuto a pregare e a scongiurare di nuovo il Rosselli, affinchè per tutti i suoi santi affrettasse il soccorso.

E il David «sferza, sprona, divora la via,» e arriva a sua volta a trovare poco lungi il Generale in capo, che seguíto da tutto il suo stato maggiore se ne viene a passi misurati in perfetta ordinanza, a capo dei quattro o cinquemila uomini che gli eran rimasti. Le precise parole che il David diresse al Generalissimo romano, i nostri cooperatori non le hanno registrate; ma dovettero essere assai energiche e vibrate, se a udirle ufficiali e soldati si scuotono, s’infiammano, rompono le file, brandiscono le armi, chiedono con alte grida di marciare avanti, partono a tutta corsa a rifascio per Velletri, lasciando solo col suo stato maggiore e con pochi seguaci il Generale romano. E noi non batteremo le mani. Un esercito che rompe i freni della disciplina e si ribella a’ capi, anche se la indisciplina sia giustificata da generoso motivo, e la ribellione finisca col fruttar la vittoria, è sempre spettacolo che attrista; ma poichè non era quella l’ora di indagare le cagioni del male o di arrestarne gli effetti, e d’altronde quei soldati comunque venissero, chiunque li inviasse, eran pur sempre amici accorrenti al rinforzo, Garibaldi li prese per quel che valevano, e a mano a mano che sopraggiungevano li avventava a rinforzar la battaglia. La loro venuta anzi gli diede opportunità di tentar qualche mossa, che dapprima la tenuità delle forze gli vietava. Veduto infatti un via vai, sulla strada di Terracina, di truppe nemiche e giustamente sospettando in quel moto un preparativo di ritirata, manda il colonnello Marchetti[129] con un centinaio di fanti e mezzo squadrone di Dragoni a imboscarsi nella selva che fiancheggia spessissima quella via, affinchè piombi di sorpresa sui fianchi e alle spalle del nemico appena gli giunga a portata; e predispone simultaneamente un ultimo e più vigoroso assalto contro il convento de’ Cappuccini, che formava, come dicemmo, la chiave delle posizioni borboniche alla loro sinistra.

Intanto però che Garibaldi intendeva a ripigliare l’offensiva, ecco a un tratto il fuoco de’ Napoletani rallentarsi, le loro linee concentrarsi, la strada di Terracina nereggiare sempre più di carri e di soldati, tutto accennare a prossima e totale ritirata.

In quel punto arrivava sul luogo dell’azione il generale Rosselli. Era già sera. Garibaldi, dopo aver ragguagliato il Comandante in capo di tutti gli eventi della giornata, lo condusse nella casa Blasi,[130] che aveva servito di specula a lui stesso durante il combattimento, e accennatogli col dito il crescente addensarsi del nemico sulla strada di Terracina gli improvvisò, come suol dirsi, sul tamburo, questo piano: «Egli, Garibaldi, si getterebbe ai fianchi del nemico fuggente; il Rosselli coll’artiglieria, la linea e i Carabinieri della riserva, resterebbe a difender la posizione espugnata e appoggerebbe l’attacco di Velletri.» Ma non era al dotto Rosselli che il manesco Garibaldi poteva darla ad intendere. Per la sua sapienza quei nemici che sfilavano in confuso sulla strada di Terracina erano reggimenti e brigate in moto a predisporre un nuovo assalto per l’indomani; per la sua metafisica militare, la ritirata dell’esercito borbonico era una manovra.

«Ma che manovra! (ribatte seccamente Garibaldi); non vedete che quello è un esercito che fugge?» — e lasciando al Generale in capo passar tranquillamente la notte nei soffici letti della casa Blasi, se n’andò a dormire digiuno sotto una siepe.

Al nuovo mattino non c’era più in Velletri un solo Borbonico.

XI.

Questa veracemente la giornata di Velletri; questo il fatto d’arme, nel quale Garibaldi fu accusato d’aver colla sua temerarietà e indisciplinatezza guastato i disegni del suo Generale e resa impossibile la totale disfatta del nemico.

Però qual conto meritino siffatte accuse, chiunque ha seguíto a passo a passo la battaglia lo può attestare. E prima di tutto si disse che Garibaldi mancò al suo dovere due volte: abbandonando arbitrariamente il grosso dell’esercito; impegnandosi nel combattimento contro gli ordini del suo Generale in capo. Certo in un esercito bene ordinato, dove tutti stanno al loro posto, sanno il loro mestiere e fanno il loro dovere, questo non sarebbe avvenuto. In quell’esercito si sarebbe bensì osservata la regola, che chi comanda un corpo in marcia ne comanda necessariamente tutte le sezioni; ma non sarebbe stata violata l’altra norma non meno importante, che il Comandante in capo marcia alla testa della colonna tra il grosso e l’avanguardia, ond’essere in caso di governarne da un punto centrale tutte le parti. Ora dov’era il Rosselli la mattina del 19? Noi lo vedemmo alla coda della riserva! In tutt’altro luogo dunque che al suo posto; in luogo tale, dove, checchè accadesse, non poteva dirigere nè il grosso nè l’avanguardia, nè vedere quel che accadeva davanti o intorno a lui, nè formarsi un concetto qualsiasi delle intenzioni del nemico e delle condizioni sue. Ciò essendo, che doveva fare Garibaldi quando sentì che l’avanguardia stava per essere attaccata, e che perciò tutto l’esercito poteva da un istante all’altro essere forzato a combattere? Quello che ogni buono e vero Generale avrebbe fatto nel caso suo: montare a cavallo, spedire un avviso del fatto al Generale in capo, e correre all’avanguardia a giudicare cogli occhi suoi dello stato delle cose.

Se non che al suo arrivare vede che il nemico è in procinto d’attacco, e giudicando pericolosa, oltrechè disonorevole, la ritirata, prende una posizione difensiva e sta ad attendere. Che vi è in tutto ciò di scorretto, d’irregolare, di contrario alle norme dell’arte e della disciplina militare? Forsechè il generale Garibaldi doveva lasciar assalire e magari massacrare l’avanguardia senza nemmeno darsene per inteso; forse che egli poteva informare il generale Rosselli di quello che accadeva avanti, se non lo vedeva e non lo giudicava da sè stesso?

Ma si replica: egli non doveva attaccare; e il generale Rosselli glielo mandò a vietare espressamente. Abbiamo tante volte ridetto che il generale Garibaldi fu attaccato, non attaccò; che il ripeterlo sarebbe sazievole. Circa però all’ordine del generale Rosselli, anzitutto il general Garibaldi affermò sull’onore di non averlo ricevuto che tardi, quando oramai la lotta era impegnata ed è probabilissimo; in secondo luogo l’ordine, per confessione esplicita dello stesso general Rosselli, non era già di evitare ad ogni costo lo scontro e quasi fuggire davanti il fuoco, ma soltanto «di andar cauti, di fermarsi a quattro o cinque miglia da Velletri,» e di non impegnarsi prima ch’egli fosse giunto in tempo da spalleggiarlo.

E capisce ognuno che le quattro o cinque miglia non erano oltrepassate; che le cautele dell’arte non erano state violate; che venne meno soltanto la condizione di non impegnarsi prima che il Generale in capo fosse giunto, per la ragione semplicissima che il Rosselli non giunse mai.

Pure non è questo il più grosso fallo di Garibaldi. Il vero peccato mortale, la imperdonabile colpa sua è d’aver sciupato, come dicono, lo stupendo piano di guerra del suo Generalissimo, e per usar l’espressione d’Alberto Mario, «perduto il Regno, rendendo impossibile il precogitato movimento di circuizione del nemico.» Davvero trasecoliamo! Il solo disegno buono, ma per nulla stupendo, che il Rosselli abbia manifestato, fu quello di assalire i Napoletani sui colli Latini, girandoli per la destra; e noi abbiamo già veduto che la sera del 17 quel disegno, per la ritirata precipitosa dei Napoletani, era già sventato. Altro disegno, nè buono nè cattivo, il Rosselli non partecipò ad alcuno; l’avrà covato, ma nol partorì. Durante tutto il giorno 19 se ne stette dove l’abbiamo veduto, e da dove certamente nessun piano di guerra, per napoleonico che fosse, nè potevasi porre in atto, nè governare. Finalmente alla sera del 19 il Rosselli viene, vede e non capisce ancora: scambia i preparativi di ritirata del nemico per manovre di assalto; risponde a Garibaldi, che gli propone di rinnovar la battaglia, piombando sulle spalle dei nemici fuggenti: a domani; e l’indomani non c’è su tutto l’orizzonte un solo Borbonico; e l’indomani, di tutti i piani rosselliani non resta più che l’eco della battaglia sotto Velletri, combattuta per sei ore dal solo Garibaldi e vinta solo da lui; eppure ci sono ancora degli amici di Garibaldi, de’ bravi soldati, delle menti elette, come il Vecchi, il Mario, il Guerrazzi, che scrivono e ripetono: la vittoria di Velletri essere stata sciupata da Garibaldi; egli aver lasciato scappar i Borbonici, che il Rosselli avrebbe presi; egli perduto il Regno, che il Rosselli col «precogitato movimento di circuizione» avrebbe conquistato!

E di più non aggiungiamo: il buon senso giudichi. Se Garibaldi sia stato o no un grande capitano, non è quesito cui vogliamo rispondere ora; la fine della sua vita e di questo libro lo chiariranno. Quello che per ora ci importa assodare è questo solo: che nessun argomento potrebbe essere meno idoneo a dimostrare la sua inettitudine alla grossa guerra, della giornata di Velletri. Che se quella giornata poteva essere una grande vittoria e restò una incompiuta fortuna, a tutti poteva esserne attribuita la colpa, fuorchè a Garibaldi. E non basta nemmeno, a parer nostro, cercarne le cagioni nell’inerzia del Rosselli che non combattè, o nella vigliacchería del Re borbonico che fuggì. Per avere in mano tutto il segreto della fallita impresa conviene risalire ancora a quella causa vera e prima, che accennammo dapprima: l’antagonismo dei due capitani che comandavano nel medesimo campo.

Non si mandano alla stessa impresa due generali pari di grado, disuguali di valore, diversi di origine, antipatici di carattere, senza che o prima o poi il disaccordo della loro eterogenea natura scoppi violentemente e danneggi l’opera stessa per cui sono associati. V’era tra il Rosselli e Garibaldi una incompatibilità irreconciliabile: l’uno pretendeva alla superiorità della scienza, l’altro alla superiorità della esperienza; l’uno ostentava i suoi studii, l’altro citava le sue campagne; l’uno parlava di guerra come un Vegezio o un Jomini; l’altro non sapeva, come i grandi pittori, dare compiuta ragione di quello che faceva, ma ogni pennellata era una vittoria. Create ora, se vi riesce, da quel disaccordo l’armonia; fate nascere, se potete, da quella antinomia l’unità, e suscitate da quella antipatia l’amore. Il Governo romano non capì prima il suo grande errore; non lo capì a Velletri, non lo volle capire dopo; Roma continuava ad avere due generali in capo, l’uno di nome e l’altro di fatto; e i Francesi, aiutati da quel dualismo, saliranno la breccia un mese prima del tempo.

XII.

La mattina del 20 il Rosselli mandò sulla strada di Terracina qualche squadra volante di fanti e di cavalli a perseguitare la coda de’ fuggenti; e il tentativo non dispiacque a Garibaldi; ma non gli bastò. L’idea sua era di buttarsi nel Regno e accendervi le faville d’una rivoluzione novella. Ne scrisse perciò il giorno stesso al Rosselli in questa lettera, la quale per quel po’ di famigliarità che abbiamo contratta coi modi e lo stile del nostro eroe, la diremmo tutta di suo pugno:

«Velletri, 20 maggio 1849.

»Generale!

»Io profitto della vostra compiacenza ad ascoltarmi e vi espongo il mio pensiero. Voi avete mandato ad inseguire l’esercito napoletano da una forza nostra; ed è molto bene. Domani mattina dobbiamo col corpo d’esercito tutto prendere la strada di Frosinone e non fermarci fino a giungere sul territorio napoletano, le popolazioni del quale bisogna insurrezionare. La divisione che seguita la strada di Frosinone deve impegnarsi con forze superiori e ripiegarsi sopra noi in caso d’urgenza; ciò che potrò farò anche traverso le montagne, non impedito dal peso dell’artiglieria.

»G. Garibaldi.»

Il Rosselli trasmise, com’era debito suo, la proposta al Ministro della guerra, contentandosi a esporre le difficoltà dell’impresa e a dichiarare che, pur ubbidendo, ne rinunziava la responsabilità. E questa volta aveva ragione lui e torto Garibaldi. E più ragione forse nel rispetto politico che nel militare. Poichè era più probabile che Garibaldi riescisse a battere l’esercito borbonico, numeroso sì, ma inabile, ed a racchiuderlo nelle sue fortezze, che a far insorgere popolazioni sbalordite ancora dai rovesci e dai disinganni dell’ultima lotta, parte atterrite dalle persecuzioni, parte infralite dalla corruzione, attorniate dallo spettacolo della reazione stravincente in tutta Europa, e prive d’ogni speranza di aiuto e d’ogni lusinga di vittoria. Oltre di che non era colle forze destinate a difender Roma che doveva tentarsi una simile impresa. Oramai le cose erano giunte a tale in Italia, che il partito più saggio era concentrar la difesa in pochi punti dov’era ancora possibile e là cadere gloriosamente. Pensare ad altra riscossa era sogno; divider le poche forze per seminarle a ravvivare la favilla d’una rivoluzione era stoltezza. Il Governo romano poteva di leggieri intender tutto ciò e dir chiaro a Garibaldi: tornate in Roma. Posto invece tra i due generali creati da lui, prese il partito solito di accontentarli entrambi: richiamò il Rosselli a Roma col grosso delle forze; lasciò a Garibaldi una brigata coll’incarico apparente di spazzar i confini dalle masnade dello Zucchi, col reale, di tentare l’impresa del Regno. E Garibaldi partì.

Il 23, sera, era coll’avanguardia a Frosinone, da dove il vecchio Zucchi era già partito; il 25 a Ripa; il 26 sconfinava a Ceprano, e saputo che Rocca D’Arce, munitissimo luogo, era occupato dai Napoletani, inviò tosto i Bersaglieri lombardi ad assalirlo. E i Bersaglieri, scambiati pochi colpi cogli avamposti, si slanciano arditi su per l’erta scoscesa, aspettandosi ad ogni passo d’essere salutati dalle mitraglie nemiche e arrivando invece, senza dare nè ricevere un colpo, fino al sommo del paese, dove con grande loro meraviglia, non trovano anima viva.

«I soldati (scrive Emilio Dandolo testimonio) erano sdegnati di questa diffidenza; ma mercè le calde ammonizioni di Garibaldi, arrivato allora colla sua Legione, e particolarmente del Padre Ugo Bassi (che conobbi allora quanto fosse fervente di carità e di patriottismo), non fu tocca una busca in quel paese deserto, non abbattuta un’imposta. Sedemmo per terra sulla piazza. Ma gli spauriti abitanti, quando dalle cime vicine videro quest’ordine ammirabile, calarono in tutta fretta, corsero ad abbracciarci, aprirono le case e le botteghe, e in pochi istanti il paese tornò alla consueta attività. Ci raccontarono allora quante superstiziose credenze avessero i soldati napoletani sparse fra loro. A sentirli, noi eravamo tanti folletti inviati dal demonio a divorare i bambini ed abbruciare le case. Il vestire bizzarro di Garibaldi e de’ suoi accresceva singolarmente la paurosa ignoranza di quei paesani.[131]»

Garibaldi frattanto aveva ordinato di riprendere la marcia per il mattino vegnente; risoluto, se la voce che un corpo di Svizzeri l’aspettasse a San Germano s’avverava, a misurarsi con loro e a farla finita al più presto. Nessuno gli aveva levato di mente che vincere una battaglia contro quell’esercito fosse facile, e che una vittoria bastasse ad aprirgli le porte del Regno: «Qui (diceva a’ suoi ufficiali raccolti sulla piazza d’Arce) qui si decidono i destini d’Italia. Una battaglia vinta sotto Capua ci dà nelle mani l’Italia.[132]»

Altri però erano in quel momento i pensieri del Governo romano. L’invasione austriaca s’innoltrava minacciosa; un esercito del Wimpfen aveva già cominciato l’investimento d’Ancona; un altro agli ordini del Lichtenstein marciava su Perugia; Roma poteva essere in pochi giorni serrata tra branche di ferro, anche più tenaci di quelle francesi: far argine a tanto pericolo era prudenza. E il Triumvirato si era lusingato per un istante di poterlo, essendogli parso che durante l’armistizio, e prossimi i negoziati Lesseps, giusta la pia sua credenza, a conchiusione felice, nessuno, nemmeno l’Oudinot, avrebbe potuto vietargli di mandare la parte disponibile dell’esercito a combattere quelli Austriaci, che ingenuamente pensava aborriti, prima che da altri, dagli stessi Francesi. Perciò, col capo dentro in questa fitta d’illusioni, ordinava che una spedizione per le Marche s’allestisse in Roma, e che frattanto Garibaldi fosse richiamato a marcia forzata dal Regno. E Garibaldi, saputo il motivo del richiamo, ubbidì, può dirsi, con gioia; e con somma diligenza ripassava il confine il 28; rientrava in Frosinone il 29; era ad Anagni il 30; il 1º giugno a Roma.

Da Frosinone peraltro aveva scritto al Masina questa singolarissima lettera, dalla quale traspaiono due cose poco sapute fino ad ora: ch’egli affidava a quell’intrepido il comando in capo della Legione italiana; e che gli rideva in cuore la speranza di poterla adoperare ben presto contro il secolare nemico, di cui tutti sanno il nome.

Ed ecco la lettera: più degna certamente d’un caicco di turbe indiane, che d’un eroe civile; ma nella sua selvaggia inspirazione, viva, pittoresca, terribile:

«Comando della 1ª Divisione.

»Repubblica Romana.

»Frosinone, 29 maggio 1849.

»Colonnello Masina,

»Io vi incarico sempre delle più ardue e disagiate imprese colla coscienza del vostro coraggio e della vostra capacità a disimpegnarle. Voi siete uno di quei compagni che la fortuna mi ha fatto felicemente incontrare per l’adempimento dei destini dello sciagurato nostro Paese, e per cui ogni impresa mi diventa facile. Io vi amo e vi stimo dunque doppiamente, come amico dell’anima, poichè lo meritate personalmente — come campione della santa nostra causa, per cui tanto avete fatto e tantissimo farete ancora. Io vi raccomando la Legione. Credetemi. Voi solo dovete comandare quei valorosi giovani, quel nucleo delle speranze della Patria. Voi non dovete limitarvi a condurla sul campo di battaglia, ma bensì, ciò che ben sapete fare, tenerla qual famiglia vostra, vegliarla, custodirla, staccarvi da quella meno che sia possibile. Voi avete sperimentato certamente come la fanteria è il vero nucleo della battaglia; e la Legione italiana, vedete, vittoriosa tre volte, sarà vittoriosa sempre.

»Voi avete bisogno pure del vostro Corpo de’ Lancieri e ne avete veduta la necessità. Essi con Voi saranno inseparabili dalla Legione e non saranno meno utili. Ma la fanteria abbisogna veramente di tutta la vostra cura. State con essa, Colonnello, io ve la raccomando intenerito. La vita della prima Legione italiana appartiene caramente e indispensabilmente all’Italia. I Legionari, noi stessi non possiamo valutarne l’importanza. L’onore italiano — e sapete se importa l’onore ad una nazione caduta — l’onore italiano per la maggior parte è stato salvo dai nostri bravi Legionari. Ed un popolo disonorato sarebbe meglio che sparisse dalla superficie della terra. Voi avete combattuto sempre alla fronte della Legione e la Legione vi conosce, vi stima. Il valore, credetemi, è la prima qualità; almeno la più fascinante; quella che serve al capo ad affezionarsi il subalterno; e Voi foste brillante di valore. Dunque Voi reggerete e guiderete bene la Legione, e bramo ve ne occupiate indefessamente. In Roma potremo supplire ai bisogni dei nostri militari e non abbiamo tempo da perdere. Il più terribile, il più abbominato de’ nostri nemici ci aspetta sulle vie delle Romagne ed io.... mi suona un grido di vittoria nell’anima. Da questo momento Voi preparerete la Legione ad uno scontro co’ Tedeschi. Dite ai Legionari che si famigliarizzino con quell’idea, che ne facciano il pensiero d’ogni minuto della giornata, il palpito d’ogni sonno della notte. Che si famigliarizzino ad una carica a ferro freddo, e conficcare una pungente baionetta (le affileremo a Roma) nel fianco di un cannibale. Carica a ferro freddo senza degnarsi di scaricare il fucile. Date un ordine del giorno alla Legione che obblighi i Legionari alla seguente preghiera: — Dio, concedetemi la grazia di poter introdurre tutto il ferro della mia baionetta nel petto di un Tedesco senza essermi degnato di scaricare il mio fucile, la cui palla serva a trucidare altro Tedesco non più lontano di dieci passi. — Dunque all’opera, mio caro Colonnello, state sulla Legione come l’avaro sul suo tesoro. Preparate i Legionari ad un giorno di trionfo. Forse dovremo combattere più compatti. Si assuefacciano dunque a miglior disciplina, a marciare uniti; a comparire il più decorosamente che sia possibile. Vinceremo allora e profitteremo della vittoria.

»Giuseppe Garibaldi.»

XIII.

Quando la colonna di Garibaldi rientrava in Roma, le trattative Lesseps erano già fallite. Nè poteva essere altrimenti. La missione di pace dell’Inviato straordinario era apparente, gli ordini di guerra del Generale in capo reali; il Governo romano agiva con lealtà più che cavalleresca, il Governo francese con doppiezza peggio che volpina; a Parigi come a Londra, a Gaeta come a Vienna, a Madrid come a Napoli, si voleva la morte della libertà romana e la risurrezione del Papato: impossibile che, esaurito l’ultimo sforzo delle armi, ciò non avvenisse. Il 1º giugno l’Oudinot alla lettera ingenua del Rosselli, il quale chiedevagli nientemeno che di prolungar l’armistizio fino a che l’esercito romano avesse, con suo comodo, battuto gli Austriaci, rispondeva: gli ordini del suo Governo prescrivergli di entrare in Roma al più presto; aver già denunziato l’armistizio alle Autorità romane; per solo riguardo ai Francesi residenti in Roma consentire a differire l’attacco fino a lunedì mattina. Ciò voleva dire in tutte le lingue del mondo fino al 4 giugno: nel calendario, non sappiamo se dire gesuitico, del Generale francese, significò sino alla mattina del 3. E di questa perfidia inaudita negli annali militari, la coscienza della storia ha già gridato vendetta; e a noi parrebbe quasi femminile piagnisteo ridirne di più. Sull’assisa dell’Oudinot, duca di Reggio, il figlio del Bajard de l’armée, è stampato un marchio che nessuna acqua lustrale di gloria potrà lavare; quanto al fosco riflesso che ne rimase sulla bandiera francese, amiamo pensare anche noi che il sangue di Magenta e di Solferino l’abbia deterso.

È noto adunque che all’alba del 3 giugno i Francesi, sorpreso quasi nel sonno il sottile battaglione Melara, occupavano con due brigate la Villa Pamfili, e ben presto, avviluppati da ogni parte i loro bravi, ma pochi difensori, anche le posizioni adiacenti del convento di San Pancrazio, e di Villa Corsini, chiamata pure Casino de’ Quattro-Venti, e formanti colla Pamfili un solo altipiano, cadevano in loro potere. Nessuno attendeva l’inopinato assalto; però il fragore della pugna scosse la città intera come colpo di fulmine. Garibaldi stesso, così vigile, dormiva nel suo modesto letto in Via delle Carrozze, e non lo svegliò che il cannone. Ma non era sveglia sgradita. In un baleno è in piedi, in pochi istanti è in sella; trae seco la coorte della Legione italiana, acquartierata poco lontano; ordina alle rimanenti di seguitarlo, parte al galoppo, arriva alla Porta San Pancrazio; misura con un’occhiata tutta l’estensione del pericolo; distribuisce le truppe man mano che gli giungono tra i bastioni, la Porta e il Vascello, e slancia primi i Legionari alla riconquista di Villa Corsini. E la Legione, comandata dal Sacchi, preceduta dal Masina, accompagnata dal Bixio, va, traversa sotto una grandine di palle lo scoperto terreno seminandolo de’ suoi migliori, e arriva sino al vestibolo della casa; ma colà, fulminati di fronte e dai lati, dalle finestre, dalle siepi, dalle muraglie, da migliaia di nemici appostati al coperto, e quasi invisibili, son costretti a voltar le spalle ed a rifugiarsi nel Vascello, che da quel momento diviene l’antemurale estremo e più tenace dei difensori di Roma.

Le veci allora sono mutate. Gli assalitori di dianzi diventano assaliti: i Francesi sboccano dai ripari, irrompono da ogni parte; ma i Legionari, protetti dal massiccio edificio convertito in fortezza, folgoravano da cento feritoie la morte: il Vascello è avvolto da una bufera di fuoco, ma resiste impavidamente.

Ed ecco in quel punto, scoccavan le otto, giocondi, entusiasti, impazienti di pugna, arrivare i Bersaglieri Manara. Era tempo: Garibaldi appena li vede apparire ne prende la prima compagnia, e la spinge ad arrestare l’avanguardia nemica. Ed anche i Bersaglieri, capitano Ferrari, luogotenente Mangiagalli, preceduti dal loro stesso Colonnello, si precipitano capofitti come i Legionari, rigano del loro sangue il cammino mortale; onde i Francesi balenano, indietreggiano, sono risospinti fino alla spianata della Villa. Ancora uno sforzo ed il contrastato baluardo è nostro. Garibaldi lo vede (fu detto non abbastanza in tempo), e manda la seconda compagnia di Enrico Dandolo a spalleggiare i vittoriosi, mentre stacca parte del secondo battaglione ad assalire, per il convento di San Pancrazio, l’estrema destra del nemico. Ma era tardi. Il Dandolo tradito dalla voce, dal gesto amichevole del capitano francese cade in un agguato, e trafitto in mezzo al petto da piombo traditore soccombe; il giovinetto Morosini lo assiste, lo difende, combatte disperato; ma sopraffatto dal numero, anche la sua compagnia dà volta, mentre ai Quattro-Venti non restano già più a fronteggiare i Francesi che il Manara, il Ferrari, il Mangiagalli, capitani senza soldati.

Il secondo assalto era fallito: ripresa lena, bisognava ritentare il terzo, il quarto, fino alla vittoria, fino alla morte. Le artiglierie del Calandrelli non avevano mai cessato di battere le posizioni nemiche, nè partiva colpo che non facesse breccia, e già San Pancrazio, Villa Corsini, Villa Valentini erano foracchiate in più parti, quando una granata cascò in mezzo alle stanze della Corsini e vi appiccò le fiamme. Era quello il momento del terzo assalto, o nessun altro, e non sfuggì a Garibaldi. Legionari, Bersaglieri, Studenti, fanti romani, quanti erano venuti raccogliendosi via via tra Porta San Pancrazio e il Vascello, fanno massa, si precipitano a rifascio, s’avventano furiosi contro la Villa infernale, da tempio di delizie mutata in fucina di morte, e ne ritentano la ripresa. E i Francesi per la terza volta l’abbandonano, e per la terza volta tornano grossi e inferociti, e per la terza volta la Villa è perduta. L’avreste detta l’ultima. Spento il fiore dei prodi, decimate le file, stremate le forze, quasi consunte le munizioni, i Francesi gagliardamente trincerati nelle riconquistate posture, la giornata poteva dirsi perduta. Garibaldi solo non lo volle credere, e verso sera fu udito ancora dire, come un sonnambulo, a Emilio Dandolo: «Andate con una ventina de’ vostri più bravi a riprendere Villa Corsini.» Il bravo ufficiale guardò trasognato l’uomo che gli dava ordine sì strano; ma Garibaldi replicò: «Pochi colpi e subito alla baionetta,» e il Dandolo prontamente: «Stia tranquillo, Generale, m’han forse ucciso il fratello e farò bene.» E come gli fu ingiunto, partì, e in men d’un ora, tornò con soli sei uomini, ferito egli e il sottotenente Sartorio, ultimi combattenti di quella giornata.

XIV.

S’era fatto notte. Il destino aveva detto per quel giorno l’ultima sua parola. Garibaldi non aveva più un uomo valido intorno a sè. I Francesi, occupato a tradimento il campo, l’avevano difeso coll’usato valore, pagando di largo sangue la non dovuta conquista; ora la ragione invincibile del numero l’assicurava a loro. Quattro furono gli assalti ordinati da Garibaldi; ma quelli tentati da manipoli isolati, ad arbitrio, a capriccio, per sfoggio di bravura, o a sfogo di rabbia, innumerati, innumerevoli. Non conosciamo, nella storia delle guerre, giornata, in cui il valore individuale abbia fatto tanta copia di sè come nel 3 giugno. Non fu una battaglia; fu un grande duello, una giostra della prodezza col numero, una sfida dei petti ignudi alle muraglie armate, un palio d’eroi alla mèta della morte; per questo sublime, pur non lodevole sempre. Taluno più che a combattente devoto alla patria s’atteggiò a gladiatore nell’arena, tal’altro parve più ambizioso della morte che della vittoria; laonde tra l’ammirazione e la pietà s’insinua, non so quale senso di amarezza, quasi rampogna a quei valorosi d’aver sfoggiato in vana mostra il non dubbio valore, e sprecato il nobile sangue sacro all’Italia.

Di quella pagina d’eroico poema, Francesco Domenico Guerrazzi tentò un abbozzo; ma nemmeno a lui, signore della prosa terribile, riuscì ritrarne la immortale bellezza. Omero solo, forse, non tremerebbe all’assunto. Noi, pedestri cronisti, possiamo per debito di reverenza e d’amore ricordare; un grande poeta soltanto potrebbe glorificare. Il Masina, ferito al primo assalto, fasciata in fretta la piaga, si lancia a cavallo su pei gradini di Villa Corsini, e avvolto di nemici, rotando il ferro terribile, squarciato il petto da una palla, procombe ruinoso, formidabile. Il Mangiagalli a Villa Valentini mena strage di Francesi; spezzata la spada, combatte col troncone e tiene la Villa con pochissimi fino a tarda sera. Lo Scarcele, gentile vicentino, lega morendo tutto il suo alla patria. Il Monfrini, sergente dei Bersaglieri, quantunque gravemente ferito, vuol riprendere il suo posto nelle file; e al Manara che gli dice: «Vattene, qui non servi a nulla;» — «Lasciatemi stare, Colonnello, almeno faccio numero,» e alla prima carica il valoroso è morto. Il Rozà, ferito due volte, torna due volte alla pugna, e alla terza soccombe. Angelo Bassini s’avventa, quasi solo, contro Villa Corsini e ne torna pesto, insanguinato, sereno. Il milanese Dalla Longa raccoglie sulle spalle il caporale Fiorani, mortogli allato, e mentre va ritraendosi lentamente col caro peso, una palla lo trapassa, e cade in un fascio col carico suo. Emilio Dandolo erra ferito per tutto il campo in cerca della spoglia del lagrimato fratello. Narciso Bronzetti va, notturno, traverso le scolte francesi per rapire ai nemici il corpo del suo servo fedele. I Legionari del Medici, avvistisi che una delle case da essi difesa tutto quel giorno è preda alle fiamme, d’onde il nome di Casa Bruciata,[133] si rammentano dei cadaveri dei compagni, e affrontano di nuovo la grandine dei Vincennes per sottrarli al rogo inglorioso e dar loro onorata sepoltura.

Memoranda e gloriosa giornata, scrisse l’Oudinot; ma poteva soggiungere: meno per sè che per noi. I Francesi, che avevano combattuto quasi sempre dai ripari, contarono dugentoquarantadue feriti e quattordici morti; noi diciannove ufficiali uccisi, trentadue feriti, e circa cinquecento soldati tra feriti e morti; e ci sdegna il pensiero che in tanta foga d’erudizione spigolistra, in tanta smania di scavar dagli archivi le più rancide e tarlate pergamene, i nomi dei caduti di Roma non sieno ancora tutti scoperti, scritti e incisi ne’ marmi.

Però, lieti di aggiungere ai nomi già noti alcuno fino ad oggi coperto dall’oblío, tutti ad uno ad uno religiosamente li raccomandiamo. Morirono, oltre i nominati: il vecchio colonnello Pollini d’Ancona, veterano di molte battaglie; l’aiutante maggiore Peralta, il capitano Ramorino, Emanuele Cavallero, Canepa, Sivori, Pedevilla, Anceo, Caroni, Minuto, Gnecco, Pegorini, Gruppi, Costa, Rodi, Coglioli, De Maestri, tutti ufficiali della Legione di Montevideo, poscia della italiana; i tenenti Cavalieri, Bonnet e Grossi; i sott’ufficiali Savoia e Bonduri, della Legione italiana; il capitano Meloni di Imola, del reggimento Unione; i tenenti conte Loreta di Ravenna e Gazzaniga di Roma, del terzo Reggimento, e i tenenti Bacci d’Ancona e Marzari di Macerata, del sesto; il tenente Covizzi, dell’artiglieria; il carabiniere Battelloni e il dragone Rambaldi di Lugo, morto d’un colpo di cannone col grido sulle labbra: «Viva la Repubblica!» Furono più o meno lacerati da ferite: Nino Bixio all’inguinaia, Goffredo Mameli al ginocchio, il capitano Strambio alla gamba, poi Alessandro Duzelisiaux francese, Binda di Cremona, Bini di Nepi, Marocchetti, Bassini, Frattini, Graffigna, Sartorio, Boldrini, Bignami, Mambrini, Zanetti, Magni, Zanucchi, Tassoni, Grioli, Zuccala, Vigoni, Sanpieri, Righi e Tressoldi, tutti della Legione italiana; Silva, Colombo, Mancini, Signoroni e Scarani, dei Bersaglieri lombardi; Marcucci, della Legione Medici; gli ufficiali d’artiglieria Pierani, Tiburzi e Viviani; Visanetti di Cesena, capitano; Luzzi, Mazza, Castaldini, tenenti dei Bersaglieri romani; il colonnello De Pasqualis e il capitano Del Pozzo, del primo Reggimento; Lucci, del sesto; il sergente Giorgieri di Massa, ch’ebbe sfracellata la mano dal moschetto d’un Francese, mentre in lotta a corpo a corpo tentava strapparglielo; e se v’ha chi possa aggiungerne ancora, venga e scriva a onore dei morti, a conforto dei viventi, ad esempio dei venturi.[134]

E nulla diciamo di Garibaldi, che già non s’immagini. In balía al pericolo, forato il poncho da cento palle, impassibile, invulnerabile in mezzo alla strage, come il Dio della Guerra, comparendo quasi onnipresente in tutti i punti del campo, ora slanciandosi egli stesso alla testa degli assalitori, ora ponendo il suo cavallo attraverso l’onda dei fuggenti e gridando loro la classica rampogna: «Voi sbagliate strada, il nemico non è qui;[135]» infiamma ed alimenta se non guida la pugna, ne è davvero l’anima, se non vuol dirsene la mente. Fu più soldato in quel giorno che capitano!; noi pure lo riconosciamo, nè sapremmo dargliene intera lode; ma il suo esempio tenne luogo d’arte, il suo bianco mantello svolazzante nel più folto della mischia, di guida e di bandiera.

XV.

E noi crederemmo averne detto abbastanza, se anche in quel giorno, il solo accusato, il solo responsabile della fallita vittoria non fosse stato ancora Garibaldi. Egli sprecò in spicciolati assalti il sangue più generoso; egli assalì di fronte posizioni trincerate con forze disuguali, anzichè batterle di fianco e circuirle; egli non seppe tentar un solo assalto con ampiezza di disegno e accordo di movimenti; egli non usò altra arte che l’impeto e l’ardire; egli «si mostrò in quel giorno tanto inetto generale di Divisione, quant’era apparso contro i Napoletani esperto guerrillero.[136]» E tutto non contestiamo. C’è in questa accusa molto di vero; e a rigor di scienza, posto il problema a tavolino e a tavolino risolto, Garibaldi generale poteva e doveva far meglio.

Ma si pongano, i ripetitori di quest’accusa, una mano sulla coscienza! non resta alcuna scusa a questi errori; non v’è nessuna circostanza attenuante per quel colpevole? E anzi tutto dov’erano quelle grandi forze, colle quali Garibaldi poteva manovrare di fronte e di fianco, assaltare i nemici, e via dicendo? Sul teatro dell’azione fino a metà della giornata non vedemmo comparire che la Legione e i Bersaglieri, e soltanto nel pomeriggio arrivano, sempre però uno dietro l’altro, spicciolati e divisi, gli altri Corpi. Ora a chi se ne debba attribuire la colpa, se a Garibaldi che non richiese in tempo debito tutti i necessari soccorsi, o ai Comandanti supremi che non seppero inviarli prontamente, nessuno l’ha finora chiarito; ma è più ragionevole supporre che Garibaldi li abbia chiesti, e che da Roma, per il timore d’altri assalti, non siano stati mandati, che sospettare il contrario. In ogni caso Garibaldi nemmeno verso sera riuscì ad avere sotto mano più di quattromila uomini; e con questi doveva guardare le porte e i bastioni, munire il Vascello e le adiacenze, custodire i propri fianchi e combattere di fronte, per lo meno due divisioni francesi, che non stavan soltanto sulla difesa, ma da ogni lato sovrastavano e irrompevano.

Ora ognuno vede che la situazione non era sì semplice, come a’ censori sembrò. Se egli impegnava tutte le sue forze, si privava di ogni riserva e si esponeva al primo rovescio ad essere aggirato a sua volta e forse disfatto; se invece pensava soltanto a guardarsi i fianchi e le spalle, non poteva spingere all’assalto che poche forze disuguali al cimento; e in ambo i casi egli si trovava serrato da un dilemma, da cui soltanto l’impetuosità dell’assalto, l’ardimento de’ colpi e l’eroismo de’ combattenti potevano scamparlo. E v’ha di più: l’altipiano Pamfili, cinto da alte muraglie, fiancheggiato da quattro massicci edificii, come da quattro maschii di fortezza, protetto da siepi, da frane, da scoscendimenti, da macchie, è una posizione, a forze uguali, quasi imprendibile. Avviluppare, girare, son belle parole; ma chi conosce quella posizione sa che senza truppe numerose, cui resti il tempo di fare un lungo giro e di manovrare caute e coperte, sa, dico, che non si gira, nè si avviluppa. Bisognava non perderla Villa Pamfili: una volta perduta, il riconquisto ne diveniva, per chicchessia, qualunque ne fosse l’arte o la forza, sanguinosissimo.

Notes in this chapter

Note 1 · Lo raggiunsero colà i resti del battaglione degli Studenti mantovani, poco più di duecento uomini.Note 2 · Valga di prova questo documento inedito ricavato dal Cartone 9, al 16 marzo 1849, degli Archivi di Stato di Roma: «In risposta ad un dispaccNote 3 · Dapprima, per verità, volevano mandarlo a Fermo; dopo mutarono in Macerata. L’ordine però gli arrivò per via, quando la Legione era già a FoNote 4 · Fu eletto il 21 gennaio 1849. A proposito di codesta elezione e del soggiorno di Garibaldi in Macerata, ecco quello che ce ne scrive un antiNote 5 · La Italia, Storia di due anni, scritta da C. A. Vecchi, vol. II, pag. 38.Note 6 · Ci fu favorita dalla cortesia squisita del nostro egregio amico ingegnere Clemente Maraini, che ne possiede l’autografo.Note 7 · L’esatta verità sulla forza dell’esercito francese spedito a Roma non fu dato nè a noi, nè ad alcuno degli storici italiani, saperla e dirlaNote 8 · Nella Vita di Nino Bixio. Firenze, G. Barbèra, edit.Note 9 · In alcuni suoi Ricordi manoscritti, di cui ci fu, come di tant’altre notizie, generoso.Note 10 · Alludiamo al fatto del maggiore Picard e del suo battaglione, che Nino Bixio prima da solo, poi coll’aiuto del maggiore Franchi di Brescia eNote 11 · Non tutti noti però. Così nelle storie pubbliche, come nei nostri documenti privati, non troviamo memoria che dei seguenti: Fra i morti, memNote 12 · Nella seduta del 1º maggio il Presidente dell’Assemblea propose che fosse dato un attestato di riconoscenza a Garibaldi per le tante prove dNote 13 · Il Vecchi dice che l’Oudinot levò il campo al solo veder Garibaldi. Non è così: Garibaldi non arrivò che in vista di Castelguido, e l’OudinoNote 14 · Al 30 aprile il Torre (op. cit.) calcolava presenti circa novemilacinquecento uomini: sommando ad essi i nuovi Corpi, si arriva intorno allaNote 15 · Queste ultime sono parole testuali di Federigo Torre, nella sua citata Storia dell’intervento francese in Roma nel 1849, vol. II, pag. 128. Note 16 · Carlo Pisacane, Guerra combattuta in Italia negli anni 1848 e 1849, pag. 269-270.Note 17 · Torre, op. cit. — Hoffstetter, Garibaldi in Rom, Tagebuch aus Italien 1849. — De Vecchi, Storia di due anni, 1848 e 1849. — Farini, Lo StatoNote 18 · E non novantasei, come scrive il Guerrazzi. I Lancieri non furono mai novantasei, e arrivarono soltanto a ottantacinque sul finire dell’asseNote 19 · Il Bassi era stato restituito nel cambio generale dei prigionieri fatto il 7 maggio. Anche in quel caso però la condotta del Generale franceNote 20 · Marchetti, dice il Torre, ed altri lo ripetono. Marocchetti, il Sacchi ed il Cenni.Note 21 · Vi fu posta una epigrafe, che rammenta la passata di Garibaldi e la battaglia.Note 22 · I Volontari e i Bersaglieri lombardi, di Emilio Dandolo.Note 23 · Dai Ricordi manoscritti del generale Sacchi.Note 24 · Era a sinistra del Casino de’ Quattro-Venti. Giovanni Cadolini, soldato allora della Legione Medici e ferito il 30 giugno, così racconta nelNote 25 · Questi nomi togliemmo parte dalle Memorie, op. cit., del Torre, parte dai Ricordi manoscritti del generale Sacchi.Note 26 · Anche l’Adelchi ai Longobardi fuggenti: Per Dio! la via che avete presa è infame; Il nemico è di là.... (Adelchi, atto III, scena 3ª.)Note 27 · Giudizio di Emilio Dandolo nei suoi Volontari e Bersaglieri lombardi.
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