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Garibaldi, Vol. 1 (of 2)

Volume 1 — Capitolo Settimo. DA VARESE ALLA CATTOLICA. [1859.]

Reading edition

I.

Il grande anno intanto era spuntato. Napoleone III aveva già apostrofato il barone Hübner colle celebri parole: «Duolmi che le nostre relazioni col vostro Governo non siano più così buone come per il passato;» Vittorio Emanuele aveva già pronunciato nel Parlamento subalpino il fatidico motto dei «gridi di dolore,» e nessuno in Europa, non che in Italia, poteva fraintendere il senso di sì eloquenti responsi. Oramai ogni dubbiezza spariva, i frutti dell’alleanza di Crimea venivano a maturanza, e il segreto delle escursioni autunnali di Plombières cominciava a trapelare. Nessun fatto l’attestava chiaramente, ma ognuno nella mente sua ne era certo: il Piemonte e la Francia, meglio dire re Vittorio e l’imperatore Napoleone, avevano patteggiato la cacciata dell’Austriaco dall’Italia; e solo restava a «percorrere quello spazio oscuro (come dice Amleto), pieno d’incertezza e d’ansietà, che corre tra la risoluzione d’un disegno e la sua esecuzione.»

Nè l’Italia chiedeva a quali patti quell’alleanza fosse conchiusa. Come nel 1848 non v’era tradimento, per quanto assurdo, a cui gli Italiani non fossero disposti a credere; così nel 1859 non v’era generosità, per quanto sovrannaturale, di cui non fossero pronti a lusingarsi. Per essi il disinteresse della Francia era un dogma, al pari della lealtà di Vittorio Emanuele. Indarno il moltiforme stuolo de’ repubblicani, de’ radicali, de’ diffidenti per indole e dei malcontenti per progetto andava susurrando: pericolosa l’alleanza forestiera, certi i compensi promessi a Napoleone, unica mèta del conte di Cavour un regno dell’Alta Italia, e l’unità rinnegata e la libertà pericolante: tutte queste voci passavano senz’eco traverso l’anima credente della nazione e non la turbavano un istante. Assennata da’ suoi errori, l’Italia del 1859 aveva finalmente compreso: suprema necessità l’acquisto dell’indipendenza; vana, accademica, insolubile ogni altra questione prima che fosse risolta quella a tutte anteriore dell’essere; ogni mezzo valere a siffatto fine; provvida perciò anche l’alleanza forestiera, se le forze nazionali non bastavano all’opera, e tanto più se di quell’alleanza stava garante quel Re galantuomo, che, oltre al non poter tradire, era interessato per il primo a non barattare il suo piccolo, ma sovrano retaggio in una più grande, ma tributaria corona di vassallo.

Però il ricordarlo potrà spiacere a taluno, ma la verità è questa sola: l’alleanza francese era nel 1859, e rimase fino alla scoperta dei capitoli di Nizza e Savoia, popolarissima in Italia; e molti tra coloro che oggi rifatti liberi mercè sua la ripudiano e la maledicono, dimenticano d’averla in quell’anno festeggiata e benedetta. Nessun ricordo del grande inganno del 1796; nessun rancore della più recente aggressione del 1849. Così il Francese conquistatore e prepotente del primo Bonaparte, come il Francese cocollato e liberticida del terzo, s’erano interamente ecclissati nella memoria popolare, per far luce al tipo, fantastico in parte esso pure, d’un terzo Francese, cavalleresco, disinteressato, paladino di un’idea, mosso unicamente dall’onesto orgoglio di dare egli il primo strappo ai trattati del 1815, e di vendicare nel nipote i torti fatti allo zio. Erano fratelli che venivano a liberare fratelli; era la nuova rivincita della stirpe latina contro il secolare nemico teutonico; e i calcoli della politica e i sillogismi della ragione non potevano scrollare la bella fede. Quindi quel giubilo, trepido tuttora e segreto, ma universale, al primo annunzio del grande avvenimento; poi quell’entusiasmo aperto, e crescente man mano che la promessa si faceva certezza; finalmente, manifestazione più significativa di tutte, quell’accorrere della più eletta gioventù italiana sotto la bandiera di quel Re, al cenno di quel Ministro, che avevano ordita quell’alleanza e preparata quella guerra, arre certissime della redenzion della patria.

II.

Fin dallo scorcio di dicembre del 1858 il conte di Cavour faceva chiamare a segreto convegno il general Garibaldi, e questi, lasciata in tutta fretta la Caprera, giungeva a insaputa di tutti a Torino, e strettosi a conferenza col Conte riceveva da lui la confidenza di questo disegno.[182] Una insurrezione era predisposta ne’ Ducati: verso il 1º d’aprile Massa e Carrara darebbero la mossa; due bande di volontari irromperebbero contemporaneamente da Lerici e da Sarzana a spalleggiare la rivolta e Garibaldi stesso le capitanerebbe. Frattanto una compagnia di Bersaglieri, composta de’ più validi e attuosi elementi della Guardia Nazionale di Genova, si doveva organizzare in quella città, e sarebbe il primo nucleo delle forze popolari destinate a fiancheggiar colla rivoluzione l’esercito regolare. Giubilò Garibaldi alla proposta e diede senza ritegno tutto sè stesso; e lieto di portar seco la certezza che ormai la guerra d’Italia fosse imminente, si ridusse di nuovo alla sua Isola, da dove non rifiniva di lodare il gran Ministro, che chiamava «suo amico,» di predicare a tutti i suoi la necessità della Dittatura regia, di patrocinare l’armamento nazionale, e soprattutto di raccomandarsi perchè al primo segnale s’affrettassero a chiamarlo, inviandogli, se occorreva, un apposito piroscafo per levarlo da Caprera.

Ma la nuova piega degli avvenimenti e l’accalcarsi crescente dei volontari in Piemonte consigliarono il conte di Cavour, se non ad abbandonare, a porre in seconda linea quel disegno, ed a pensare un mezzo, a parer suo più efficace ed espediente, per trar profitto di Garibaldi e de’ suoi seguaci. Infatti il 2 marzo 1859 (quella volta chiamato dal Re stesso) Garibaldi tornava in Torino, e il suo arrivo improvviso parve a tutti indizio di prossime novità.[185]

Di quel dialogo tra il Re Galantuomo e l’eroe popolare, le parole testuali andarono perdute; almeno a noi non fu dato scoprirle; ma il senso ne fu ben presto palese. Tornato a Genova, Garibaldi convocò i suoi più intimi, Medici, Sacchi, Bixio, e nell’usato suo stile diede loro quest’annunzio: Ho veduto Vittorio Emanuele; credo che il giorno di ripigliare le armi per l’Italia non sia lontano; state pronti; io spero di poter fare ancora qualcosa con voi!

E le parole furono decisive. Dicemmo come molti de’ più radicali si fossero rifiutati di ascriversi all’Associazione nazionale del Pallavicino, non per avversione all’idea, ma perchè preferivano tenersi sciolti da ogni impegno, pronti sempre a gettarsi nelle fila del primo partito che combattesse. Ora però la condizione da essi posta s’adempiva; e poichè non un partito, ma un governo, un popolo intero si metteva a capo di quell’impresa, per la quale essi medesimi s’eran serbati, ogni ragione di esitanza o di dubbiezza scompariva, ed essi promettevano a Garibaldi tutto il loro concorso, come Garibaldi l’aveva promesso a Vittorio Emanuele ed al Cavour.

Ed era quella, tra le molte, una delle più preziose conquiste del conte di Cavour. Che l’Italia fosse con lui, nessun dubbio; ma era mestieri che tutti lo sapessero e lo credessero del pari; che lo credesse e sapesse prima di tutti la vecchia Europa conservatrice, la quale probabilmente non avrebbe tardato a domandargli con qual diritto egli, piemontese, si arrogava di parlare in nome di tutti gli Italiani. Ora la risposta a questa domanda egli voleva averla pronta; e l’aveva già nel fatto. Tutti quei giovani d’ogni classe e condizione, che traverso a rischi e travagli infiniti convenivano da ogni regione della Penisola in Piemonte, impazienti di combattere e di morire sotto le insegne di quel che che s’era fatto campione della causa nazionale, erano l’Italia, e facevano anche agli occhi della più cieca diplomazia tale un plebiscito unitario, che nessun altro più eloquente. Tuttavia v’era un modo per rendere ancora più fruttuoso quel soccorso e più espressivo quel suffragio: ordinare quella valorosa gioventù in corpi speciali, che stessero a fianco dell’esercito come rappresentanti distinti di quell’elemento popolare e di quell’Italia rivoluzionaria, che il conte di Cavour s’era assunto di dimostrare metamorfosata, mercè la sua politica, in una pacifica e ordinata milizia, giurata alla sua impresa, obbediente al suo freno e soggetta al suo comando.

Nacquero da questo concetto i Cacciatori delle Alpi. L’idea d’un corpo ausiliario dell’esercito, che operando alla partigiana suscitasse o spalleggiasse l’insurrezione delle popolazioni, non fu indubbiamente estranea alla loro istituzione; ma importa assodare che quell’idea non ne fu nè la causa generatrice, nè il fine principale.

Certo il merito d’averli istituiti resta sempre; e foss’anche vero che il conte di Cavour se ne sia fatto uno stromento della sua politica, fu uno stromento utile e una politica patriottica, e nessuno ha diritto di biasimarlo.

Solo conviene esaminare il fatto in tutti i suoi aspetti, e, nemmeno per ammirazione dovuta ad un grand’uomo, alterarne il senso, o magnificarne la proporzione. Dei Cacciatori delle Alpi doveva essere più l’apparenza che la sostanza; più l’effetto morale che il vantaggio materiale, e più il significato politico che l’importanza militare. Simboleggiare la rivoluzione alleata alla Monarchia, offrire un pegno prudente ai radicali e un trattenimento gradito a Garibaldi, dare una mano, occorrendo, al grand’esercito italo-franco, questo l’ufficio e lo scopo dei Cacciatori delle Alpi: tutto il di più fortuito ed eventuale, come le sorti della guerra.

III.

Eravamo giunti così ai primi di marzo. Entrambi i contendenti, l’Austria e il Piemonte, reiteravano proteste di pace, ed entrambi gareggiavano in segreto a chi più s’armava e si premuniva. La gran lite era apparentemente commessa all’arbitrato della Diplomazia, in realtà stava tutta nelle mani del Cavour. Guai se in quell’armeggío di proposte oblique, di concessioni ambigue, di transazioni capziose egli avesse sbagliato una sola mossa: l’occasione d’Italia andava per quell’anno certamente perduta.

Il soccorso francese era a condizione che l’Austria non fosse assalita per la prima, onde al Cavour quest’arduo giuoco: alimentare co’ fatti lo sdegno del grande nemico, e a parole chetarlo; provocare e aver l’aria di essere provocato; accettare tutte le condizioni pacifiche che le Potenze proponevano, sottomano congiurando perchè all’avversario restasse tutto il torto di rifiutarle; far la parte della vittima rassegnata, confidando che l’Austria si stancherebbe per la prima e gli getterebbe quel guanto di sfida ch’egli era impaziente di raccogliere. E il giuoco gli riuscì; ma per un istante fu tale lo spavento di perderlo, che a guisa di tutti i giuocatori disperati pensò al suicidio.

E poichè uno dei più efficaci mezzi di provocazione, la vera banderuola rossa sugli occhi del toro infuriato, era la formazione dei Volontari italiani, essa fu irrevocabilmente decisa, e proprio nei giorni stessi in cui i Gabinetti di Torino e di Parigi accettavano la proposta del Congresso europeo, Garibaldi fu richiamato da Caprera per capitanarli.

Ed egli venne, traendosi seco i suoi più fidi commilitoni; e senza pretese, giova rammentarlo, senza riserve, senza condizioni di sorta, proprio come un vecchio ufficiale richiamato in attività di servizio si prese il posto che gli era assegnato, e si pose all’opera.

A lui tuttavia non fu lasciata nell’organizzazione grande balía; non lo si credeva molto idoneo a quell’ufficio, si voleva che il corpo ritraesse quanto più fosse possibile dell’ordinamento militare piemontese, e parve conveniente che un Generale dell’esercito sardo ne togliesse l’assunto. Però la scelta cadde su Enrico Cialdini, che appunto tra i Generali di quell’esercito aveva caldeggiata più d’ogni altro quella istituzione de’ Volontari, e per la mente larga e spregiudicata, le origini rivoluzionarie, i vincoli d’amicizia con parecchi tra i più eminenti uomini del partito d’azione, era additato a maneggiare meglio di chicchessia quell’aspra e diversa materia e darle la forma conveniente.

Nel primo pensiero i Volontari italiani dovevano chiamarsi, dal fiume che bagna Cuneo, luogo del loro primo deposito, Cacciatori della Stura; in appresso, pensando al teatro della loro probabile azione, furono battezzati col fiero nome di Cacciatori delle Alpi. Dovevano essere tre reggimenti; ma poichè non contarono mai più di due battaglioni, restarono infatti mezzi reggimenti, forti tutt’al più di mille cento uomini ciascuno. Ordinamento, disciplina, istruzione rigorosamente piemontesi, quindi buone; i quadri scelti dagli avanzi di Venezia, di Roma e del Tirolo, frammisti a pochi ufficiali licenziati dall’esercito sardo, quindi eccellenti. Nello Stato Maggiore il maggiore Carrano, dei difensori di Venezia; il capitano Corte, della Legione anglo-italiana; il capitano Cenni, dei difensori di Roma. Al comando del primo Reggimento, il tenente colonnello Enrico Cosenz, allievo della Scuola d’artiglieria di Napoli, emulo di Rossarol a Malghera; a quello del secondo, il tenente colonnello Giacomo Medici, l’eroe del Vascello; a quello del terzo, il colonnello Arduino, veterano del 21, soldato valoroso in Ispagna, comandante un reggimento della brigata Fanti nel 49. Sotto di loro poi, a capi di battaglione, Sacchi, Marocchetti, Bixio, Quintini; e ufficiali nelle compagnie, Bronzetti, De Cristoforis, Ferrari, Gorini, Alfieri, Susini Millelire, Chiassi, Cairoli, Migliavacca, Cadolini, Landi, Airoldi, Fanti, tutti nomi noti, o che lo diverranno tra poco. Finalmente, disseminato nelle file, un vivaio di studenti, di medici, di avvocati, di poeti, di patrizi, di patriotti; il fiore dell’intelligenza, del cuore, e del valore italiano.

Circa alle armi poi, mediocrissime, e circa all’assisa, sgraziatissima. Prendete un bel giovanotto dalle spalle quadre, dalle membra snelle, dal viso intelligente, insaccatelo nel cappottone turchino e nei pantaloni grigi del fantaccino regolare infilati entro le ghette di cuoio; calcategli sull’orecchio un gramo berrettuccio blù colla croce sabauda proprio di fino; cingetegli sulla schiena uno zaino a pelo, e attorno ai fianchi un cinturone nero colla sua brava giberna; girategli a tracolla il sacco a pane, la boraccia e la gamella di munizione; infine buttategli sulle spalle un vecchio fucilaccio a percussione che diverrà ben presto nelle sue mani un catenaccio irriconoscibile, e, per chiudere, se amaste i contrasti, mettetegli negli occhi l’allegria, nel cuore l’entusiasmo, nello stomaco l’appetito, e sulle labbra la perpetua canzone: Addio, mia bella, addio; e avrete il Cacciatore delle Alpi.

Nel rimanente, punto Artiglieria, punto Genio, punto, fino a campagna inoltrata, Intendenza. S’aggiunga un’ambulanza sceltissima, guidata dal dottor Bertani; una squadra di cinquanta cavalieri decorati del nome di Guide, capitanati da Francesco Simonetti, montati la più parte su cavalli propri; un manipolo di quaranta Carabinieri genovesi, tanto pochi quanto valenti, armati delle loro carabine svizzere, ed ecco rassegnata tutta quanta la così detta brigata dei Cacciatori delle Alpi: una brigata di tremila cinquecento uomini, quando fu completissima, e che, senza cannoni, senza materiali, senza cavalleria, male armata, male equipaggiata, doveva rappresentare la rivoluzione italiana e precedere i grandi eserciti alleati sui fianchi del nemico; o per usar l’espressione del conte di Cavour, «non ostante i difetti di istruzione e di coesione, mercè l’esperienza e l’abilità del suo capo, rendere utili servigi all’esercito, di cui sarà un aggregato.»

IV.

La fase diplomatica era esaurita; tutte le proposte di mediazione, di congresso, e di disarmo generale, quali frustrate dall’abilità del conte di Cavour, quali rigettate dal superbo disdegno della Corte di Vienna, erano fallite, e l’Austria ormai allo stremo della pazienza, consigliata, per fortuna nostra, più dalla collera che dalla saggezza, decise di rompere colla spada quella maglia insidiosa di trafitture e di ingiurie che il conte di Cavour gli aveva ordito d’intorno, e di appellarsi un’altra volta all’ultima ragione del suo vecchio e certo formidabile esercito.

La sera del 23 aprile due Inviati austriaci presentavano al conte di Cavour l’Ultimatum del loro Governo: o disarmo immediato, o guerra inevitabile; e la risposta non poteva essere dubbia. Annunzio di nozze non giunge più gradito a fanciulla innamorata di quello che al Ministro sardo quell’intimazione di guerra. Finalmente quel cartello di sfida tanto provocato, tanto desiderato, egli lo teneva nelle mani; finalmente la guerra era certa, la Francia vi era impegnata, l’Austria l’intimava essa stessa e non poteva sfuggirla. Infatti, prima ancora che il conte di Cavour consegnasse ai messaggeri austriaci la sua risposta, Garibaldi, risposta ancora più espressiva, riceveva l’ordine di portar la sua brigata a Brusasco sulla destra del Po; e val quanto dire in prima linea.

E, poichè chi doveva ubbidire era anche più impaziente di chi comandava, i due primi reggimenti de’ Cacciatori (il terzo non era ancora giunto) presa a Savigliano la ferrovia, arrivavano la mattina del 26 a Chivasso e nella giornata stessa a Cavagnola e Brusasco, dove s’accantonavano.

V.

Fino a quel giorno naturalmente era dubbio quale sarebbe stato il teatro della guerra. Il nemico concentrato sul medio e basso Ticino, da Abbiategrasso a Pavia poteva tanto operare al mezzogiorno, quanto al settentrione della linea del Po; tanto mirare a Torino per le valli della Dora Baltea e della Stura, quanto mirare a Genova per la valle della Scrivia; ed all’esercito piemontese abbandonato ne’ primi giorni a sè stesso e costretto con cinquantamila uomini a fronteggiarne centocinquantamila, non restava miglior partito che tenersi in osservazione lungo tutta quella linea, guardando i passi principali e proteggendo da un colpo di mano la Capitale. E così fece; e fu conseguenza di questo primo appostamento de’ due eserciti avversari che la brigata dei Cacciatori delle Alpi fosse chiamata a Brusasco. Suo mandato era guardare il Po da Brusasco a Gabbiano, difendere la strada militare Casale-Torino, e chiudere gli intervalli vacanti tra la divisione Cialdini che guardava la Dora Baltea, e le batterie di Casale che proteggevano più a mezzogiorno i passi del Po.

Però sin dal primo giorno il Comandante in capo l’esercito regio dovette accorgersi che il Comandante dei Cacciatori delle Alpi era uomo che conosceva il suo mestiere, e pure ubbedendo agli ordini ricevuti li sapeva all’uopo saggiamente interpetrare. Infatti avendogli il Ministro della guerra comandato di porre un presidio nel castello di Verrua, il generale Garibaldi avvertì tosto, e giustamente, che se quel presidio aveva per iscopo di guardar la strada militare da Casale a Torino, non lo raggiungeva affatto, perchè Verrua era discosto troppo dalla detta via per poterne sbarrare il passo. Invece esplorando coll’usata sua solerzia il terreno datogli in custodia, aveva osservato che allo stesso ufficio provvedevano assai meglio le alture di Brozzolo; onde inviando la compagnia del Gorini (la prima del secondo Reggimento) a presidiar Verrua, mandò avviso al generale Cialdini, suo capo immediato, ch’egli andava in quel giorno stesso ad occupare Brozzolo e vi piantava il suo Quartier generale. E della risoluzione presa n’ebbe la miglior lode che mai potesse lusingarlo; poichè lo stesso generale Cialdini nell’ora medesima in cui il suo Brigadiere gli annunziava di aver fatta quella mossa, gli spediva, ignorando d’esser stato prevenuto, l’ordine di farla.

Però la disparità delle forze era tale che nessuna postura, per quanto felice, avrebbe salvato Torino per lo meno da un assalto, e l’esercito sardo da una percossa più o meno forte, se l’Austriaco avesse agito con maggior prontezza ed energia, e fosse stato governato da un concetto e da un uomo. Tutto ciò invece, per sventura sua e per ventura nostra, gli mancava. Il generale Giulay aveva innanzi a sè due vie: operare per il basso Po, sbucando da Pavia e da Piacenza, e assalita la destra piemontese prima che i soccorsi francesi l’avessero raggiunta, voltarsi a battere questi man mano che arrivavano in linea; o varcare il Ticino tra Magenta e Bereguardo e lasciato un corpo sufficiente a osservare Casale, rompere col rimanente le fragili linee della Baltea e della Stura, e marciare su Torino. Certo fra queste due vie quella che poteva condurre ad un risultato militare sicuro e completo, era la prima; la seconda invece non offriva che il vantaggio politico, importante per fermo, di impadronirsi della Capitale, e s’intende che un mediocre generale, insuperbito dalla momentanea superiorità delle sue forze, potesse vagheggiarlo. Ma in tal caso conveniva saper eseguire; conveniva cioè marciar rapido e manovrare energico; aver passato il Ticino fino dal 27 mattina, minacciare e, meglio ancora, sforzare colla metà dell’esercito i ponti del Po tra Casale e Valenza, prima che gl’Italo-Sardi vi si fossero concentrati d’attorno, e coll’altra metà, per Novara-Vercelli sfondate le fragili linee della Baltea e della Stura, correre sulla Capitale per rovesciarsi poi sull’esercito sardo e metterlo tra due fuochi.

Il generale Giulay, all’opposto, aspettò di varcare il Ticino al 29 sera; andò vagando tre giorni tra Mortara e Vercelli in cerca d’un nemico che non c’era; non fece alcun serio tentativo nè sul Po, nè verso la Dora; e lasciando scorrere inutilmente tre giorni preziosissimi per lui, si pose nell’impossibilità di trar profitto così della lontananza de’ Francesi, come della debolezza numerica degl’Italiani, e di vincere con poche difficoltà una prima grossa battaglia.

L’esercito sardo invece, appena conobbe le mosse del Generalissimo austriaco, s’appigliò al solo partito saggio e logico che gli restasse; si concentrò tutto sulla destra del Po tra Casale e San Salvatore, fiancheggiandosi con Alessandria, e lasciò che il Generalissimo nemico avanzasse se l’osava. E non l’osò per ventura sua; chè ormai nella giornata del 30 giunte a Torino ed Alessandria le avanguardie francesi, se gli Imperiali si fossero cacciati avanti, pochi di loro, assai probabilmente, avrebbero potuto ripassare il Ticino.

VI.

Compiuto pertanto questo provvido concentramento, il comando supremo dell’esercito sardo reputò ormai superflua la presenza della brigata Alpi sul Po, e ordinava al generale Garibaldi che levasse pel dì seguente, 1º maggio, il campo, e per Chivasso, Ivrea, Biella spiccasse la marcia verso il Lago Maggiore, campo assegnatogli fin dall’aprire della campagna. E Garibaldi s’apprestava ad ubbidire; quando un secondo ordine del generale Cialdini, scritto nella notte stessa dal 30 aprile al 1º maggio, veniva a revocare il primo, ingiungendogli di trasportare nel giorno stesso la sua brigata a Ponte Stura; mentre egli, il Cialdini, si sarebbe messo in marcia da Chivasso alla volta di Casale. Nè il cambiamento d’ordine era privo di ragione. Gli Austriaci si fortificavano a Vercelli, stormeggiavano intorno alla sinistra del Po, e molti indizi facevano dubitare che essi, abbandonata l’ubbía di correre su Torino, pensassero a sforzare il passaggio del gran fiume tra Casale e Valenza; onde nessuna forza era superflua a frustrarne il tentativo. Ed ecco come la brigata dei Cacciatori delle Alpi sostò ancora diciassette giorni sulle rive del Po, e potè prendere parte non piccola e non infeconda a tutta quella serie d’operazioni che la sinistra dell’esercito sardo, ora per contrastare il passaggio del Po, ora per tentare quello della Sesia, fece dal 1º al 18 maggio tra Casale e Vercelli.

E poichè questa parte fu circostanziatamente descritta dal capo dello Stato Maggiore dello stesso Garibaldi, noi vi sorvoleremo, bastandoci di registrarne compendiosamente per sola memoria le azioni principali e le date. Il 4 maggio i Cacciatori delle Alpi stanno a custodia di Ponte Stura; il 5, richiamati da una lettera del Cialdini,[186] marciano sotto un diluvio a Casale. Il 6, ordinata una sortita generale da Casale per riconoscere il nemico, e incettare vena e paglia, Garibaldi ha il comando della sinistra e alla testa di undici compagnie di Cacciatori, di un battaglione del diciassettesimo di linea, di una sezione d’artiglieria, si spinge sino a Bolzola e Rive; l’8 gli Austriaci vengono essi in ricognizione fino alla testa di Ponte di Casale, e i Cacciatori delle Alpi, specialmente la terza compagnia del capitano De Cristoforis gareggia di valore coi Bersaglieri e ributta alla baionetta il nemico. Nel giorno stesso Garibaldi parte per il Quartiere generale principale di San Salvatore, e ne riporta questa lettera autografa del Re, della quale, a dir vero, era più facile e doveroso ammirare le intenzioni che eseguire le prescrizioni:

«San Salvatore, 8 maggio 1859.

»Il signor generale Garibaldi partirà nella doppia mèta di cercare d’impedire al nemico di marciare sopra Torino, e di recarsi a Biella per Ivrea, onde agire sulla destra austriaca al Lago Maggiore nel modo che meglio crederà. — Io ordino pertanto a tutte le Autorità civili e militari, a tutte le Amministrazioni comunali di prestare ogni sorta di facilitazioni al predetto signor generale Garibaldi, onde egli possa fare sussistere la sua truppa e ripararla dalle intemperie. — Il generale Garibaldi è autorizzato a riunire sotto li suoi ordini tutti i volontari che già siano riuniti a Savigliano, Acqui ed altrove, come ad arruolare volontari ovunque si presenteranno a lui, sempre quando egli creda poterli accettare.[187]»

VII.

Come ognuno vede, la balía data al generale Garibaldi non poteva essere più ampia; ma i mezzi? Comunque, ubbidiente agli ordini sovrani, il Generale contromarcia immediatamente per Brozzolo, dove giunge la sera del 9; dirige su Gattinara tutte le reclute, i malati e magazzini rimasti a Savigliano; invita il colonnello Boldone, comandante i Cacciatori degli Appennini organizzati ad Acqui, di marciare subito per Chivasso; il che però non ottiene, avendo il Ministro della guerra cassato ad arbitrio suo l’ordine del Re, e vietato a quel reggimento di muoversi fino a che non fosse in tutto punto per uscire alla campagna. Quali le conseguenze di questo contr’ordine, avremo a discorrere tra poco; intanto il nostro Generale, prescritto alla brigata di proseguire per Chivasso, parte al mattino del 10 per Torino, dove il Cavour l’aveva richiamato; ne riparte la sera stessa pel suo campo; ma a Chivasso vi è raggiunto da un nuovo ordine di pugno del Cavour stesso in cui era invitato ad avviare la sua colonna verso San Germano ed a mettersi a disposizione del generale Sonnaz per le operazioni dirette a scacciare i Tedeschi da Vercelli. La lettera poi soggiungeva: «Liberata quella città, potrà proseguire a seconda delle istruzioni ricevute da Sua Maestà.»

E naturalmente Garibaldi ubbidisce sollecito; e la brigata portata per la ferrovia da Chivasso a San Germano, vi arrivò nella giornata del 12 e si pose senz’altro agli ordini del vecchio Sonnaz. Il 13 la brigata udì il grato annunzio che avrebbe partecipato in prima linea all’attacco di Vercelli, combinato tra il generale Sonnaz che doveva assalire dalla sinistra, e il generale Cialdini che doveva irrompere dalla destra; e già i nostri Cacciatori erano in posizione, impazienti di combattere, quando un’ordinanza del generale Cialdini venne ad avvisare essere sospeso per quel giorno l’attacco, avendo il nemico preso una posizione di fianco sulla Sesia, pericolosa per l’assalitore. Allora il generale Sonnaz si contentò d’una ricognizione, nella quale stimò degno di lode il contegno de’ Cacciatori, e nel pomeriggio rimandò tutte le truppe ai loro accampamenti intorno a San Germano. E là, battuta giorno e notte da una pioggia sottile e ostinata, sprofondata fino al ginocchio nelle risaie, il capo sotto una doccia, il corpo dentro un bagno perpetuo, la brigata bivaccò ancora quattro giorni, occupata in esplorazioni e in tasteggiamenti; finchè, ormai entrato in linea da Novi ad Alessandria tutto l’esercito francese e dileguato il timore d’un colpo di mano su Torino e sul Po, Garibaldi ricevette l’ordine, e quella volta fu l’ultima, di muovere per Biella alla divisata sua incursione in Lombardia; e infatti nel mattino del 18 potè incominciare la marcia.

VIII.

Prima di seguirlo però, ci sia lecito un’osservazione. In quei venti giorni Garibaldi non aveva operato nulla di meraviglioso e di straordinario; ma tutto quello che gli era stato comandato l’aveva eseguito esattamente e puntualmente. Certo egli divide questo merito co’ suoi tre principali luogotenenti, il Medici, il Cosenz, l’Arduino, e questi con tutti i Cacciatori delle Alpi, i quali, nuovi quasi tutti alle armi, avvezzi la maggior parte agli agi ed alle delicatezze della vita, sopportarono le fatiche e le privazioni di quello scorcio di campagna colla disciplinatezza, la costanza e la imperturbabilità di veterani. Però nemmeno essi avrebbero potuto in così breve tempo meritar questo giudizio, se il loro Generale non avesse saputo trar partito così delle loro eccellenti qualità, come de’ loro inevitabili difetti. Quel che Garibaldi fece in que’ giorni per istruire, disciplinare, agguerrire i suoi volontari, potrebbe essere materia di non poche pagine. Oggi con un ordine del giorno o una parlata, domani con un esperimento o una manovra in piazza d’armi; il tal giorno addestrandoli ad aspettare il nemico a brucia pelo, il tal altro a battere in ritirata ultimi e ordinati; e dando sempre egli stesso l’esempio dell’attività, dell’ordine e della disciplina, era riuscito ad ottenere in quei pochi giorni di pratico tirocinio più che altri con mesi di caserma e di piazza d’armi.

E questo dell’ordinatore: come capitano poi, nessuna delle posizioni da lui prese ebbe bisogno d’esser corretta da’ suoi superiori; talvolta, come a Verrua, corresse egli stesso le sviste altrui; e se il 13 maggio fosse stato ascoltato, assai probabilmente Vercelli sarebbe tornato nel giorno stesso in potere degl’Italiani.

Sottoposto per tre settimane al comando di capi diversi, abballottato sovente tra ordini contradittori, li seppe conciliare e ubbidire tutti. Quanti l’accostavano ne sentivano il fáscino. Come le popolazioni, in mezzo alle quali passava, non rifinivano dal magnificare la sua cortesia, la sua affabilità, il suo delicato rispetto alle cose ed alle persone; così i suoi superiori restarono ammirati della sua arrendevolezza, della sua sottomissione e della sua disciplina. Il Cialdini, il De Sonnaz, il Cavour, il Re erano subitamente diventati suoi amici. Infatti avrebbe potuto dolersi di tante cose, e nol fece. Aveva bisogno di un Commissario di guerra, e non gli fu dato che tardi; domandò replicatamente il materiale d’ambulanza, e non potè ottenerlo; chiese due pezzi da montagna, e gli furono negati; pregò per i brevetti de’ suoi ufficiali, e non li ebbe mai; il Re gli concesse i Cacciatori degli Appennini, e il Ministero glieli portò via; era mandato a impresa rischiosissima, e se ne vedeva lesinati con mano avara i mezzi; pure non un lamento dalla sua bocca, non una difficoltà dal suo Quartier generale, mai un segno di dispetto e d’indisciplinatezza.

E dicasi pure che la disciplina e la subordinazione sono i doveri elementari d’ogni buon soldato; non è una lode che chiediamo per lui, amiamo soltanto chiarire un fatto e assodarlo.

Passato repentinamente dalle più sciolte abitudini della milizia irregolare alle rigide norme della regolare, egli si spogliò di quelle e s’investì di queste senza dar segno di sforzo o di disagio veruno. Il Garibaldi d’America e di Roma s’era nel 1859 totalmente trasformato. Il gaucho era divenuto per amor di patria una vecchia giberna; per osservanza al Regolamento s’era persino fatto radere la barba, e se ne eccettui la sella americana buttata sul suo cavallo, e nelle marcie il fazzoletto rosso svolazzante sulle sue spalle, nessuno avrebbe riconosciuto sotto la tunica gallonata del generale piemontese l’antico partigiano di Montevideo.

IX.

Il 18 sera i Cacciatori delle Alpi entrarono in Biella, e collocati gli avamposti nelle due strade di Vercelli e di Gattinara, attesero alacremente a riordinarsi e rifornirsi dell’occorrente per il più lungo viaggio che dovevano intraprendere. Il Carrano nota che fu quella la prima città in cui Garibaldi fu popolarmente acclamato. «Il Vescovo, che per molti anni aveva fatto il missionario in Oriente e del vivere orientale si chiariva non leggiero gustatore,» volle ospitarlo e mancò poco che il Generale non attraesse il buon Prelato e il Vicario e il Segretario di lui a prendere un moschetto per l’indipendenza d’Italia.

Il pensiero però di Garibaldi era di rendere, quanto più lo fosse possibile, leggiera e spedita la brigata, liberandola da tutti gl’impedimenti soverchi, o da quelli che a lui parevano tali. Ordinò quindi (se provvidamente è disputabile) che tutti i Cacciatori deponessero in appositi magazzini il loro zaino, e che a sostituirlo fosse cucita nel cappotto una gran tasca, nella quale i militi avrebbero potuto riporre gli oggetti più necessari. E non appena finita quell’operazione, Garibaldi, raccolti i varii posti sparsi nei dintorni, comandò che per il mezzogiorno del 20 la brigata si mettesse in marcia colla destra in testa per la volta di Gattinara, prima stazione sulla strada del Lago Maggiore e della Lombardia.

Quantunque sino dal giorno antecedente gli Austriaci avessero già sgombrato Vercelli e ripassato la Sesia, e tutto il loro sforzo ormai si volgesse alla destra, tenuta dall’esercito francese, tuttavia una marcia di fianco con un grosso nemico a una tappa di distanza non era certamente scevra di pericoli. Occorreva per cansarli diligenza somma, tanto più che la colonna s’era, in quel continuo andirivieni, di molto assottigliata e non aveva cavalleria sufficiente per spazzar il terreno d’attorno e guardarsi il lungo fianco.

Tuttavia le guide del Simonetta si centuplicavano, e, lanciate innanzi a grande distanza, frugavano, spiavano, riferivano al Generale tutte le voci, rendevano quasi impossibile la sorpresa. Così la brigata giunse senza guai a Romagnano; vi passò, sopra un ponte di travi fatto preparare dal Simonetta medesimo, la Sesia, e nel declinare del giorno stesso entrò in Borgomanero. Quivi sostò ventiquattr’ore; e il Generale provvide tosto perchè fossero adoperate a ripulire le armi, a risarcire le cartuccie, ad alleggerire i bagagli, dandone l’esempio egli stesso col farsi un leggerissimo fardello di biancheria, che involse in un pezzo di tela cerata. La suprema cura di quel giorno però era preparare l’entrata in Lombardia. Garibaldi non aveva esitato un istante a scegliere per punto di passaggio quel tratto di terreno chiuso tra Arona e Castelletto, dove il Ticino esce dal Lago Maggiore, e fassi fiume giù per le aride brughiere. Più basso sarebbe incappato nella estrema destra del grande esercito austriaco; più alto avrebbe dovuto avventurarsi al tragitto del lago padroneggiato dai piroscafi nemici, per grossa imprevidenza del nostro Ministero della guerra abbandonato alla loro balía.

X.

Però, come sempre, la difficoltà cominciava dall’esecuzione. Fortuna volle che fra i Cacciatori ci fosse Francesco Simonetta. Pratico de’ luoghi, possessore di case e di poderi così sul Lago che sul Ticino, autorevole e quasi popolare in quelle rive, lungo le quali ad ogni passo contava amici e conoscenti, ardito, accorto, intraprendente, egli era l’uomo di quell’impresa. Però l’unico merito che nel passaggio del Ticino spetti a Garibaldi è d’aver scelto ad apparecchiarlo il Simonetta. Questi pertanto nella giornata stessa del 21, travestitosi da borghese, lascia celatamente Borgomanero, scende fino alla sua casa di Varallo lungo il Ticino, risale il lago fino ad Intra a esplorare il terreno e scandagliare gli animi; ma accertatosi sempre più che il tragitto del lago è impossibile, ritorna a Varallo e chiamatovi a convegno il suo amico di Sesto-Calende, Viganotti, concerta con lui (poichè la difficoltà somma stava nella mancanza di barche, confiscate quasi tutte dagli Austriaci) che per la notte dal 22 al 23 si sarebbero trovati a Castelletto, presso la riva del giardino Visconti, quanti barconi gli fosse dato radunare; e tutto ciò ben prestabilito e concordato, torna a raggiungere Garibaldi a Borgomanero e a ragguagliarlo dell’opera.

Garibaldi non perdette un’ora, e tra le due e le tre pomeridiane del 22, sotto pioggia dirotta, ormai compagna inseparabile de’ nostri Cacciatori, s’avviò coll’intera brigata ad Arona. Lungo la via fece spesseggiare le pattuglie e raddoppiare le cautele; presso Oleggio nel timore che il Radetzky, vapore austriaco, potesse dal lago scoprir la colonna marciante, la fece arrestare fino al calar della sera, e quando le prime tenebre cominciavano a scendere ripigliò la discesa verso Arona.

Nessuna marcia, fin allora, era mai stata sì celere e ordinata. Il pensiero che tra poche ore avrebbero calcato il suolo di Lombardia, che per molti di loro era lo stesso suolo natío, dava le ali ai Cacciatori e trasfondeva nel sangue dei più fiacchi una lena novella. La canzone prediletta dei coscritti:

Addio, mia bella, addio, L’armata se ne va;

echeggiava con squilli insoliti d’allegria e di passione da un capo all’altro della colonna, e l’ultima strofa:

Andremo in Lombardia Incontro all’oppressor,

pareva uscir dalle gole tra mezzo a compressi singhiozzi di gioia! Pure man mano che la colonna s’avvicinava al lago i canti volontariamente smorivano, la gioia, come risospinta dalla paura di tradirsi, rientrava ne’ cuori, i piedi parevano fatti di feltro, e ognuno si studiava di smorzare il passo quasi gli Austriaci fossero appiattati ne’ dintorni e dovessero sentirli.

Dal canto suo il Generale non aveva tralasciato di usare il vecchio, ma sempre efficace strattagemma. Molte ore prima l’infaticabile Simonetta era partito per Arona coll’ordine di requisirvi, tanto colà che a Meina, viveri e alloggi e foraggi per tremilacinquecento Cacciatori e cencinquanta cavalli; e poco dopo Garibaldi stesso smontava alla stazione d’Arona come uomo che si prepari ad entrarvi. Così tutto poteva far credere che i Cacciatori avrebbero pernottato ad Arona; e però che lo scopo loro fosse di sconfinare per il lago.

A notte calata invece la brigata ripiglia la marcia; giunta alle prime case d’Arona, fa un rapido mezzo giro a destra e infila, sempre più serrata e silenziosa, la strada di Castelletto; ma intanto che il primo e il terzo Reggimento, comandati dal Cosenz, sostano fuori del paese a guardia de’ fianchi e delle spalle, il secondo si trafora nelle tenebre, come un gran serpe nero, nel parco Visconti, e trovati alla riva i barconi del bravo Viganotti, compagnia per compagnia, in profondo silenzio e in ordine mirabile, vi s’imbarca, afferra l’opposta riva, l’occupa militarmente; mentre la terza compagnia del De Cristoforis, scelta d’avanguardia, si spinge franca dentro Sesto-Calende, immersa nel sonno e impreparata alla sorpresa, e coglie nel loro letto Commissario, Intendente, doganieri, gendarmi, croati, tutta la tedescheria imperiale e regia colà annidata.

XI.

La mattina del 23 maggio la situazione degli eserciti belligeranti era questa: gli alleati ancora di là dalla Sesia e dal Po, tra Vercelli e Voghera; gli Austriaci in faccia a loro, padroni tuttavia delle due rive della Sesia e del Ticino, e può ben aggiungersi, come vedemmo, di tutto il Lago Maggiore, che gl’Italiani per inconsulta noncuranza avevano loro abbandonato.

In questo stato di cose Garibaldi poteva dirsi come campato in aria, e i suoi Cacciatori considerarsi come una scorribanda perduta nel cuore del campo nemico. Divelto da ogni base d’operazione, tronca, in caso di rovescio, ogni via di ritirata, tolta ogni speranza di aiuto, al nostro Condottiero si parava dinanzi il dilemma: o vincere subito e ad ogni costo, o andar disperso pe’ monti per rifugiarsi quando che sia in Isvizzera. E a ragion militare veduta, ognuno converrà che de’ due eventi il men probabile non era certo il secondo. L’Austria signoreggiava sempre la Lombardia con circa dodicimila uomini; poteva ricevere e riceveva di fatto soccorsi dal centro dell’Impero; occupava con un forte presidio Milano; allacciava i suoi distaccamenti e sorvegliava le sue comunicazioni con frequenti colonne mobili che potevano all’uopo correre sui punti minacciati, e opporre al Condottiero italiano una forza sempre maggiore della sua. A lui invece unici ausiliari la perizia e l’audacia; unico punto d’appoggio la speranza d’una rivoluzione incerta tuttora e problematica, e sulla quale tanto egli quanto il Cavour facevano un assegnamento sproporzionato alla probabilità. Pure se anco fosse stato dell’indole sua l’indietreggiare, non era più in suo potere. Fermato pertanto rapidamente il suo disegno, scartata, senza nemmeno discuterla, l’idea di marciare per la pianura su Milano, fisso l’occhio sull’antico suo scacchiere del 1848 tra il Verbano e il Lario e mirando al centro di essi, delibera nel giorno stesso la marcia su Varese.

XII.

Intanto però la nuova del suo sbarco era volata; egli stesso, con un fiero proclama, scritto di sua mano, ma diresti inciso colla sua spada, l’aveva annunziato,[188] e non v’era umile terra de’ dintorni che vi restasse insensibile. Da Laveno, Gallarate, Besozzo, Ispra, Varese, quali spontanei, quali inviati da’ lor Comuni e da’ lor Comitati patriottici, accorrevano festanti, imbandierati, tricolorati, i più fervidi patriotti de’ luoghi, impazienti di accertarsi del fatto, di mirar da vicino il famoso, di invocare una parola d’ordine, di offrirgli l’opera loro per la lotta imminente. E a tutti l’eroe, con quella voce, que’ gesti, quei sorrisi che direste un’arte sopraffina, se non fossero natura, distribuiva parole d’incitamento e di conforto.

All’Inviato di Varese principalmente, che a nome del suo generoso Podestà gli chiedeva istruzioni pel contegno da tenersi,[189] rispondeva di suo pugno: «Qualunque cosa facciate contro il nemico comune in pro della santa causa italiana, sarà da me approvata e vi sosterrò validamente.» Parole che nella loro apparente indeterminatezza servivano, per quell’ora, meglio di qualsivoglia istruzione, e denotavano come a quell’uomo fosse famigliare la legge delle rivoluzioni, le quali per riuscire non vogliono mai essere intimate a un’ora fissa e dietro un disegno prestabilito, ma lasciate alla loro spontaneità, ai loro impeti, alle loro forze, e come direste della poesia, alla loro ispirazione.

E ciò fatto, s’apparecchiò alla partenza. La marcia da Sesto-Calende a Varese non poteva essere attraversata di fronte; bensì essere pericolosamente molestata alla coda ed al fianco o dal presidio di Laveno, se pensava ad una sortita, o da quel qualsiasi corpo che fosse già avviato da Milano su Gallarate e che poteva da un istante all’altro comparire. Oltre di che, prima di inoltrarsi nel paese importava afferrare sul Lago Maggiore un punto di sostegno qual si fosse, e impadronirsi di uno almeno de’ tre piroscafi che il nemico vi teneva. Guidato pertanto da questi varii concetti, il Generale ordinò il suo movimento così: il Bixio con un battaglione del terzo Reggimento marci per la strada lacuale di Sesto-Calende; toccato Angera, stacchi una compagnia che tenti predarvi il Ticino, ivi ancorato: giunto ad Ispra, sosti e si informi esattamente del presidio di Laveno e di tutte le altre forze austriache del lago; ciò fatto, converga su Brebbia e si spinga fino a Sant’Andrea, borgo che cavalca la via Laveno-Varese, e vi s’accampi gagliardamente. A Sesto poi resti la compagnia del capitano De Cristoforis; coll’istruzione di sorvegliare il passo del Ticino, d’acchiappare, se gli si porgesse il destro, qualcuno dei vapori nemici, e soprattutto di guardare la strada Sesto-Gallarate, attirandovi e trattenendovi il nemico; ma battendo in ritirata su Varese, se assalito da forze superiori.

Con queste cautele e questi accorgimenti, di cui ogni occhio appena militare scorgerà la saviezza,[190] Garibaldi conseguiva, o almeno vi mirava, tutti i molteplici scopi ai quali gli conveniva tener fissa la mira: guardarsi alle spalle e ai fianchi, sviare il nemico da’ suoi passi, e forse, se il colpo sul Ticino riusciva, aprirsi il transito del Lago Maggiore e principiare a possedere una flottiglia.

Tutto ciò esattamente prestabilito, spinta un’altra pattuglia a Gallarate, così per esplorare il terreno, come per mascherare una volta di più la sua mossa; verso le 5 di sera stacca la marcia, e per le vie traverse di Corgegno, Varano, Bodio, Capolago, camminando entro una tenebra fitta, egli attento a tutti i bivii e sollecito a tutti i rumori, la truppa stanca, ma elettrizzata dal contatto di quella terra tanto agognata, s’accosta a Varese, dove in sul far delle 11, incontrato da musiche e da fiaccole, accolto da una calca di popolo in delirio, entra in trionfo.

Chi vide Varese in quella notte non lo dimenticherà più. Di tutte le terre di quell’angolo di Lombardia, Varese fu, in ogni tempo, delle più patriottiche, e il pensiero d’essere la prima nel 1859 a sventolar nuovamente quella bandiera, che era stata l’ultima a ripiegare nel 1848, infiammava la sua fede e il suo entusiasmo. Già vedemmo come i Varesini fossero dei primi a muovere incontro allo sbarcato di Sesto-Calende; ma ora, udito il suo fiero appello, rompono gl’indugi, abbattono gli stemmi stranieri, sostengono i gendarmi e i magistrati sospetti, diseppelliscono dai nascondigli i vecchi tricolori, gridano il governo liberatore di Vittorio Emanuele, s’apprestano a dare al suo Capitano non solo feste ed omaggi, ma braccia e soldati. E non bastò. Sentito in sulla sera del 23 che una colonna austriaca mossa da Como era pervenuta ad Olgiate, e dubitando d’una sorpresa notturna, Varese non si smarrisce, non nasconde, giusta il costume degli eroi ormai famigerati della sesta giornata, le bandiere e le coccarde; ma arma tutti i pochi giovani che le restano in paese colle armi già acquistate nella vicina Svizzera, asserraglia le sue vie, dirama pattuglie ed avamposti e s’appresta a resistere al nemico, onde arrestarne, almeno per quella notte, la marcia. Così Garibaldi entrava in città totalmente italiana e deliberatamente sollevata.

XIII.

Avviatosi difilato al Municipio, come uomo che sa a memoria la strada, vi incontra e vi abbraccia il Podestà; loda, infiamma, affascina come al solito quanti l’ascoltano, e prima di ritirarsi pronuncia queste testuali parole ch’egli invecchiando dimenticò, come tante altre, ma che la storia non può dimenticare: «Qualunque bene diciate di Vittorio Emanuele, non sarà mai troppo. Voi sapete che io non sono realista: ma dopo che avvicinai Vittorio Emanuele, dovetti riconoscerlo per un gran galantuomo. Egli non solo ha per l’Italia un amore immenso, ma un culto, un’idolatria.[191]»

Ma quello che più importava era provvedere alla difesa. L’Austriaco, scossa la prima sorpresa, serrava da ogni banda. Non appena conosciuta l’invasione garibaldina, il generale Giulay dal suo quartiere di Garlasco bandiva, quasi risposta a quello del generale Garibaldi, un suo proclama feroce, nel quale, dopo aver annunziato prossimo l’arrivo di imponenti soccorsi dagli Stati ereditarii del suo Sovrano, soggiungeva, con accento meritevole di troppa fede: «Do la mia parola che i luoghi, i quali facessero causa comune colla rivoluzione, impedissero il passaggio ai rinforzi della mia armata, distruggessero le comunicazioni, i ponti, ec., verrebbero puniti col fuoco e colla spada. Emetto in questo senso le opportune istruzioni ai miei sottocomandanti. Spero che non mi si obbligherà a ricorrere a tali mezzi estremi, e che alle conseguenze della guerra, senz’altro disastrose per il paese, non si vorranno aggiungere anche i terrori della guerra civile.[192]»

Nè eran parole soltanto. Il giorno stesso si spiccava dal grand’esercito una colonna che a marcia forzata accorreva sul nuovo teatro di guerra; mentre da Milano il Governatore, generale Melezes di Kellermes, spediva su Gallarate e Somma un altro corpo di circa quattrocento fanti, due pezzi e uno squadrone; e fu quello per l’appunto che il 25 mattina andò ad attaccare in Sesto-Calende il capitano De Cristoforis, e che questi, con strattagemmi degni d’una pagina di Vegezio, seppe illudere e deludere così bene, da tenerlo in iscacco per più d’un’ora con forze quattro volte inferiori, e sgusciargli di sotto gli occhi a mezzo tiro di moschetto, lasciandolo solo a cannoneggiare le povere case di Sesto, dove fin dal mattino non c’era più l’ombra di un garibaldino.

Ma se la colonna di Gallarate non si chiarì molto temibile, non si sapeva ancora che pensare di quella che era venuta a formarsi, frammista di varii corpi, attorno al nucleo della colonna partita da Oleggio, e di cui i Varesini avevan visto spuntar ad Olgiate l’antiguardo sino dalla sera del 23. Si componeva di circa quattromila[193] uomini con due mezze batterie e due squadroni; la comandava quel tenente maresciallo Urban, croato d’origine, salito in voce di esperto partigiano nella campagna di Transilvania del 1849; in Italia famigerato soltanto come luogotenente di Haynau e assassino dell’innocente famiglia Cignoli di Casteggio.

XIV.

Varese giace come in una conca di colline, quali popolate da splendide ville e da ameni giardini, quali vestite ancora di macchie e di boscaglie, che formano al tempo stesso la sua delizia e il suo baluardo. E tramezzo a siffatte colline nella direzione dei quattro punti cardinali corrono cinque strade principali: a oriente quella che dalle falde di Biumo conduce, per Malnate, a Olgiate e Como; a mezzodì quella che, lambendo le pendici di San Pedrino e di Giubiano, va per Gallarate e Tradate a Milano; a occidente quella che traverso i poggi di Masnago e Comerio mena per Gavirate a Laveno; a settentrione, infine, le due strade di Induno e di Sant’Ambrogio, che spaccando le prealpi di Valcuvia e di Valgana portano al Lago Maggiore ed alla Svizzera. Se non che a chi riconsideri questa topografia, due cose sono notabili: la prima, che la strada di Induno o di Valgana si allaccia, presso Biumo Inferiore, alla strada di Como, in guisa da formar con essa un angolo retto; la seconda, che il poggio di Biumo Superiore s’incunea a dir così nel quadrivio testè descritto, Varese-Sant’Ambrogio-Induno-Como, e colla forte postura ne tiene la chiave e lo domina.

Ciò posto, e per quanto fosse manifesto che l’attacco principale sarebbe venuto dalla via di Como, non era da trascurarsi il supposto, assai probabile, che l’Urban l’avrebbe compíto con un movimento aggirante per la via di Induno; nè molto meno a rigettare come improbabile il caso che i corpi lasciati a Gallarate dal De Cristoforis e il presidio di Laveno si movessero a rincalzare di costa e alle spalle l’assalto principale, tentando di mettere i Garibaldini fra tre fuochi.

Importava dunque guardarsi da tutti i lati, e guardarsi in modo da poter all’evenienza far fronte da ogni parte, senza assottigliare di troppo la propria linea e disseminare le forze. Si sottintende che Garibaldi non titubò. Immaginate due linee di difesa, una esterna lungo l’arco Biumo-Giubiano-San Pedrino, e l’altra interna rasente gli sbocchi delle principali vie di Varese, occupa coi Carabinieri genovesi e un battaglione del terzo Reggimento la Villa Ponti, centro di Biumo Superiore, e vi pianta il suo Quartier generale; mette a guardia di Biumo Inferiore un battaglione del secondo Reggimento, ed erigendo due barricate (una appoggiata alla Villa Litta Modignani a custodia della strada d’Induno, l’altra tra la chiesetta di San Cristoforo e la casa Merini a sbarrare la via di Como) assicura con queste disposizioni la sua sinistra. Indi apposta un battaglione del primo mezzo Reggimento in faccia a Giubiano, e intorno alle alture circostanti di Boscaccio e vi appoggia il suo centro; colloca tra la Villa Pero e la Villa Decristoforis a San Pedrino il rimanente del primo Reggimento sotto il comando del Cosenz, e fatta asserragliare anche quella strada afforza la sua destra dal lato di Milano; richiama il Bixio da Sant’Andrea, giustamente pensando che il nemico meno temibile stava da quella banda, ma non tralascia di far battere da frequenti pattuglie a grande distanza la strada di Laveno; munisce di barricate coll’opera de’ cittadini tutti gli sbocchi di Varese e provvede così alla seconda linea; infine, prescritte come eventuali linee di ritirata le strade di Induno e Sant’Ambrogio, tutto visitato co’ suoi occhi, a tutti comunicando la sua intrepidezza e la sua fede, attende di piè fermo il nemico.

XV.

Ed egli non si fece aspettare lungamente. Già fin dalla sera del 25 gli esploratori l’avevano segnalato a Olgiate; un breviloquente manifesto del Commissario regio Emilio Visconti Venosta: «Varesini, voi foste i primi a salutare la bandiera tricolore in Lombardia, voi sarete i primi a difenderla,» n’aveva propagata la certezza. I Varesini erano pronti, i Cacciatori impazienti; e al mattino seguente, sullo scoccar delle otto, il nemico apparve innanzi a Belforte e il combattimento cominciò. Del fatto d’arme di Varese (sarebbe ridevole iperbole chiamarlo battaglia) discorse lungamente il capo di Stato Maggiore dello stesso generale Garibaldi;[194] e noi, più desiderosi di raccoglierne gli insegnamenti che vaghi di pennelleggiarne gli aneddoti, ne ridiremo succintamente.

Dei quattromila uomini circa che il generale Urban traeva seco, una parte, forse un battaglione, l’aveva lasciata in riserva a San Salvatore, forte posizione tra Binago e Malnate; un altro battaglione di Granatieri comandati dal tenente colonnello Bioll l’avea inviato per Casanuova e Cazzone ad eseguire quel movimento aggirante sulla strada d’Induno che il generale Garibaldi aveva preveduto; e cogli altri, duemilacinquecento fanti circa, la cavalleria e quattro pezzi veniva ad assalire direttamente Varese. Facilmente impadronitosi del poggetto di Belforte, annunziò con alcuni razzi il suo attacco; e mosse simultaneamente contro la sinistra e contro il centro garibaldino. Ma nessuno balenò; i Cacciatori attesero, come Garibaldi aveva prescritto, a mezzo tiro de’ loro grami moschetti l’assalitore e con pochi colpi bene assestati l’arrestarono di botto. Tornò egli tuttavia colla medesima tattica ad un secondo e più gagliardo assalto; due movimenti risoluti e aggiustati, comandati a tempo dai colonnelli Medici e Cosenz, lo frustrarono ancora. Infatti, non appena il nemico fu presso alla barricata della grande strada di Como, e spuntò al centro sulle alture di Boscaccio, il Medici con una brillante carica alla baionetta di fronte, il Cosenz con un abile controattacco di fianco, con poche forze, ma con grande valore, ributtarono insieme l’assalitore fin sotto alle falde di Belforte e lo sforzarono a battere in ritirata su tutta la linea.

«Il nemico si ritira!» esclamò Garibaldi dal belvedere di Villa Ponti, donde aveva osservato, colla sua consueta serenità, tutte le vicende della pugna: «Bisogna inseguirlo;» e scendendo di galoppo sulla strada, si pone egli stesso a capo dell’inseguimento.

Il generale Urban intanto arrivava a San Salvatore, dove aveva lasciato la sua riserva, ed ivi più nell’intento, crediamo noi, di proteggere la sua ritirata e di aspettare novelle del corpo del tenente colonnello Bioll, ingarbugliato tra le borre di Cazzone, che per velleità di rinfrescare la battaglia, s’apparecchia a sua volta a sostenere l’assalto.

Garibaldi non aveva con sè che un terzo delle sue forze: il battaglione del Bixio mandato sulla destra, un battaglione del Cosenz sulla strada e alcune compagnie del secondo Reggimento del Medici. Del rimanente, parte era rimasto in riserva a Varese, e parte, condotto dal Medici stesso, s’era avviato su verso Cazzone, dove un balenío di baionette aveva fatto sospettare la presenza d’un corpo nemico. Tuttavia, quantunque la postura di San Salvatore sia fortissima e serri la strada quasi come un contrafforte, Garibaldi non esitò ad ordinarne l’attacco, e occupato il poggetto Roera fronteggiante San Salvatore e fatto ripiegare il Bixio che s’era troppo inoltrato, continua a barattare col nemico un vivissimo fuoco di moschetteria, finchè sceso da Cazzone il Medici, cui non era riuscito di raggiungere la colonna del Bioll, certamente ritiratasi per Casanova, spinge ad una carica di baionetta tutta la sua linea e costringe nuovamente l’Austriaco a lasciare a precipizio anche quella seconda posizione e a non arrestarsi più che ad Olgiate.

XVI.

Questa in compendio, così nel primo come nel suo secondo periodo, la fazione di Varese: fazione vinta prima che combattuta, e di cui la gagliardía delle posizioni garibaldine, i sagaci provvedimenti del Capitano, il numero di poco disuguale, la tanto disuguale prodezza de’ combattenti, e più d’ogni altra cosa, gli spropositi del Generale austriaco avevano anticipatamente decisa la sorte. Per dir degli spropositi soltanto, essi furono tanti e sì madornali, che nessuna forza e nessuna fortuna li avrebbe potuti correggere. E non parliamo della fiacchezza dell’assalto, della semplicità quasi puerile delle manovre, dell’incoerenza, della lentezza dei movimenti; non dell’errore di lasciare a San Salvatore una così forte riserva; non del più grosso sbaglio di non far appoggiare la mossa dalla colonna di Gallarate e dal presidio di Laveno; parliamo del fallo capitale di non avere fatto attaccare a rovescio Biumo Superiore dalla via Induno; senza di che nessuna forza avrebbe potuto sradicar Garibaldi da quella forte postura.[195] Ma egli lo vide, si dice, e l’ordinò; ed a quel fine doveva operare il battaglione di Granatieri del tenente colonnello Bioll staccato ad Olgiate per Casanova. Peggio ancora, se dopo aver concepita l’idea, d’altronde evidente, non seppe effettuarla. E certo se non fu effettuata, a lui solo tutta la colpa. Infatti obbligando il colonnello Bioll a partire da quel punto lontano, lo pose nella quasi impossibilità di eseguire il movimento aggirante, di cui era incaricato. E basti a dimostrarlo questo solo: che da Casanova a Induno non v’era nel 1859 strada diretta, sì che per arrivare a quel punto era giocoforza fare un lunghissimo giro per Olgiate, o inerpicarsi per sentieri aspri e selvosi di montagne, traverso i quali non era possibile che un corpo pesante (Granatieri) potesse camminare ordinato e spedito per arrivare ad un’ora fissa, a uno scopo determinato. Però il tenente colonnello Bioll, fatte poche miglia fuori di Cazzone, fu costretto ad arrestarsi, ed ecco perchè l’assalto a Biumo, tanto preveduto ed atteso dal generale Garibaldi, voluto, ma non saputo preparare dal generale Urban, non avvenne mai; e fallito il quale, la vittoria dell’uno e la sconfitta dell’altro furono certe ed irrevocabili.

XVII.

Ancora più vergognosa fu la rotta toccata all’Urban sotto Como, e davvero se era quegli il più famoso capo di partigiani che l’Austria possedeva a que’ giorni, si può dire che il nostro non ne sarebbe stato vinto mai. All’annunzio della vittoria di Varese l’agitazione patriottica, che ancora non poteva dirsi insurrezione, delle popolazioni circonvicine, s’era rinfocolata ed estesa, e i patriotti di Como avevano immediatamente inviati oratori segreti a Garibaldi per dirgli che la loro città lo aspettava fremendo; che molte pievi del Lario s’eran già sollevate, ed alcune centinaia di giovani armati avevano già occupati i vapori del lago, volontariamente passati alla causa nazionale. E Garibaldi non penò molto a promettere che sarebbe marciato alla volta di Como, non però col proposito d’impadronirsene tosto, ma di occupare in faccia ad esso una buona posizione che gli permettesse di dar la mano agl’insorti del lago e di riassalire di conserva con loro l’Austriaco.

Date pertanto le sue disposizioni per la cura dei feriti, per la provvigione dei viveri, per la sicurezza di Varese, all’alba del 27 col primo Reggimento in testa s’incamminò con tutta la brigata per la via postale, più volte nominata, che per Olgiate e Cavallasca mette a Como. Il generale Urban a sua volta, rinforzato da due nuove brigate (Augustin e Schaffgotsche), onde la sua colonna venne a sommare a circa diecimila uomini,[196] aveva preso una posizione difensiva fra la strada medesima e l’altra più settentrionale che da Cavallasca per San Fermo piomba su Como; e colla sinistra dietro il Lura tra Brebbio e Brecchia, il centro a San Fermo, la destra al Prato di Parè sul lago, si preparò a sostenere l’assalto. Se non che, male esperto delle abitudini di Garibaldi, egli se l’aspettava principalmente nel piano, alla sua sinistra; quindi rinforzato questo punto, indeboliti malaccortamente tutti gli altri. Garibaldi invece aveva l’occhio fisso ai monti; sicchè giunto ad Olgiate arresta la colonna, mette in posizione tutto il primo Reggimento in aspetto di chi prepari un assalto da quella banda, ristà e tiene a bada il nemico per alcune ore, e allo scoccar del mezzogiorno, sempre coperto dal reggimento Cosenz, volta repentino a sinistra per le erte viottole che salgono a Geronico al Piano ed a Parè, e giunge a Cavallasca in faccia a San Fermo. E quivi spiate attentamente dal campanile di Cavallasca le posizioni nemiche, il generale Garibaldi ideò prontamente il suo piano e ne ordinò con pari celerità l’esecuzione. Toccò la prima prova al colonnello Medici ed al suo reggimento; la terza compagnia del De Cristoforis sostenuta da un’altra attacchi di fronte la chiesa di San Fermo; la quarta compagnia del Susini-Millelire l’attacchi di costa per la sinistra; quella del Vacchieri fiancheggi per la destra; altre compagnie condotte dal Gorini e dal Medici in persona calino sulla strada San Fermo-Rondinello e minaccino la ritirata nemica.

Il primo cozzo fu tremendo; i Cacciatori austriaci armati delle loro eccellenti carabine, appiattati intorno al parapetto del piazzale della chiesa, che s’innalza sopra un poggio a guisa di bastione, e dietro le finestre di due case circostanti, balestrano con un fuoco micidiale di fronte e di fianco i primi assalitori; la compagnia De Cristoforis, che forse s’era mossa troppo presto all’assalto,[197] riga del sangue de’ suoi migliori la via infuocata; cade, colpito al cuore, il tenente Pedotti; cade, lacerate le viscere, il capitano De Cristoforis; cade, fracassata una spalla, il tenente Guerzoni; la compagnia decimata balena, s’arresta un istante, ma non indietreggia: intanto l’assalto ai due fianchi si spiega e incalza; un battaglione austriaco si lancia alla corsa da Rondinello, ma incontra sui suoi passi il Medici in persona che lo arresta, lo carica, lo rovescia; altre compagnie subentrano a rinfrescare l’assalto, e il nemico ormai circuito, diviso, sgominato, va in fuga precipitosa verso Camerlata e Como.

XVIII.

È questo però il primo periodo dell’azione. Garibaldi non indugia un istante ad occupare fortemente le posizioni espugnate; il Medici s’afforza tra Rondinello e Breccia; il Bixio col suo battaglione chiude gl’intervalli tra San Fermo e Rondinello; il maggiore Quintini si pianta col suo battaglione ed alcune compagnie del secondo Reggimento a San Fermo; altre compagnie si stendono a sinistra verso Cima-la-Costa; ma il nemico non si dà vinto ancora, e il generale Augustin, raccolte le forze che teneva nei prati di Pasqué e a San Giovanni presso Como, le spinge parte a destra su Cima-la-Costa per spuntarvi la nostra sinistra; parte a manca per riafferrare l’altura di Sopra-la-Costa, e di là controbattere San Fermo. E la mossa fu condotta con certa rapidità; ma vegliava Garibaldi, vegliavano i suoi Luogotenenti; onde appena l’assalitore giunge a mezzo tiro della nostra linea, il Cosenz a sinistra da Cima-la-Costa, il Medici a destra da Sopra-la-Costa, lo respingono, di svolta in svolta, di poggio in poggio, giù per la strada dond’era venuto, fino a che Garibaldi, adocchiata da Cima-la-Costa quella seconda più ruinosa ritirata, vede possibile quello che prima non pensava, cioè la presa di Como, e si prepara a discendervi. Prescritto infatti che fossero raccolte e riordinate le forze, spedito il Simonetta con altre due guide ad esplorare la città, lasciate alcune retroguardie a proteggere San Fermo, s’incammina a notte calata giù per la tortuosa via di Borgo Vico, e ormai accertato dagli esploratori che l’Austriaco ha abbandonato Como, vi penetra risolutamente.

Tralascio il descrivere la sorpresa della città; il destarsi in soprassalto de’ cittadini riscossi nel sonno da quel grato suono d’armi e d’armati; e lo spalancarsi istantaneo delle porte e delle finestre; e il brulicar rapido delle vie inondate quasi per incanto da una piena di popolo trasognato ancora, ebbro, farneticante. Tralascio Garibaldi baciato, benedetto, toccato come un santo, portato in trionfo sino al palazzo del Comune; e le campane a gloria e le fiaccole e le bandiere, e i viva e gli abbracciamenti e le lagrime, e il tumulto e il baccanale; perchè ormai codeste scene ricorreranno troppo frequenti in questa Vita, e, vorrei anche dire, in Italia, perchè giovi il descriverle e non sia troppo facile l’immaginarle. Diciamo piuttosto che Garibaldi non smarrì un istante solo la mente, e che non era appena in città che già pensava a custodire le sue spalle, inviando il Medici, infaticabile quanto lui a vegliar la strada di Camerlata, dove ancora s’accalcava minaccioso il nemico, ed a munirvisi.

XIX.

L’alba dell’indomani però chiarì che l’ultimo Tedesco era scomparso da Camerlata; e che oramai tutta la colonna dell’Urban s’era riconcentrata tra Barlassina e Monza sulla strada di Milano. Allora Garibaldi, incapace d’immobilità, pensò di approfittare della ritirata del nemico, e per usar una delle sue frasi predilette, «di far qualcos’altro.» Affidata a Gabriele Camozzi, commissario regio per Bergamo, l’organizzazione militare; lasciata la compagnia del Fanti a proteggere Como, a reclutar volontari, a raccogliere armi; inviata collo stesso ufficio la compagnia del Ferrari a Lecco; lodati, stimolati i suoi Cacciatori e concessa loro per riposo tutta quella giornata del 28; la mattina del 29, all’improvviso, senza svelare ad alcuno il suo disegno, fa battere l’assemblea, e contromarcia col resto della brigata, di molto assottigliata dai morti, dai feriti, dagl’infermi, dai distaccati,[198] per Olgiate e Varese.

Dove si andava? a che mirava? s’affretta a chiedergli qualcuno del suo Stato Maggiore. «Andiamo, rispose, a incontrare i nostri cannoni a Varese.» Infatti il Ministro della guerra s’era finalmente deciso ad inviare ai Cacciatori delle Alpi quattro obici di montagna, che dovevano, nella mente sua, sostituire i quattro cannoncini che il conte Francesco Annoni aveva regalati a Garibaldi fin da Torino e che s’erano arrenati per via, non sappiamo nè come nè dove. Ma i cannoni erano un pretesto, o tutt’al più un fine accessorio: altro era l’intento di Garibaldi. Egli non aveva mai deposto il pensiero di assicurarsi una base sul Lago Maggiore; quindi d’impadronirsi di Laveno, che ne era uno dei punti dominanti. Marciava perciò a quello scopo, e fidando sulla ritirata e lo scompiglio del nemico, sulla rapidità e segretezza delle proprie mosse, sperava riuscirvi. Ora fino a qual punto quello scopo fosse utile a conseguirsi, e se esso compensasse i pericoli di quella contromarcia rischiosa, lo discuteremo in appresso; per ora seguiamo i passi dei combattenti e vediamo i fatti.

Passata la notte del 30 a Varese, muove all’alba dell’indomani per la gran strada di Laveno; giunto a Gemonio, sosta, studia il piano, raccoglie notizie del forte a cui mira; quindi deciso di tentarne la notte stessa la sorpresa, s’inoltra colla brigata fino a Cittiglio; lascia dietro di sè a Brenta sulla strada di Valcuvia, sua linea di ritirata, il secondo Reggimento, ed a Gemonio, sulla strada di Varese, donde era possibile, se non probabile, una comparsa dell’Urban, il terzo; manda segretamente il Bixio e il Simonetta sull’altra sponda del lago, perchè vi raccolgano barche ed armati, con cui tentare un abbordaggio contro qualcuno de’ vapori austriaci ancorati presso Laveno; e ciò fatto volta a sinistra per Mombello e va a collocarsi a due chilometri dal forte di Laveno, diramando tosto i suoi ordini per attaccarlo.

E gli ordini erano stati buoni; i soli possibili forse: se a frustrarli non avesse cospirato quel nemico quasi fatale di tutte le imprese notturne, generatore inevitabile di confusione, d’equivoci, di terrori: il buio. E invero, e tralasciando i particolari, il capitano Bronzetti, che doveva con una compagnia cogliere di sorpresa il forte di Castello dal lato settentrionale, viene abbandonato dalle guide, perde la via e non arriva al posto; il capitano Landi, cui spettava penetrare non visto con un’altra compagnia dal lato meridionale, è scoperto prima del tempo dalle vedette, incontra un’inattesa strada coperta, guernita di nemici là dove credeva trovare un orto indifeso, combatte un’ora valorosamente, lascia sul terreno feriti i luogotenenti Gastaldi e Sprovieri, sino a che, ferito egli stesso, è costretto a ritirarsi nella fretta e nel disordine inevitabili a tutte le imprese notturne fallite. E il forte, naturalmente, desto dall’inopinato allarme, dà fuoco a tutte le sue batterie, tempesta di palle il terreno circostante, comunica l’allarme ai vapori, i quali accortisi delle barche condotte dal Bixio e dal Simonetta le ricevono a bordate e mettono ben presto lo spavento nella ciurma inesperta, che urlando «a terra a terra» si sgomina, e nonostante le preghiere, i comandi, le minaccie de’ suoi intrepidi condottieri, volta precipitosamente le prue.

Potevano essere le due dopo mezzanotte, e Garibaldi calato il berretto sugli occhi, soffocando l’ira nel cuore, borbottando: maledetta paura! (e rispetto agli assalitori del forte abbiamo veduto che aveva torto e che paura non ci fu), ordina la ritirata su Cittiglio, e colà si ricongiunge in buon ordine ai corpi che aveva lasciati a Brenta ed a Gemonio.

XX.

Il sole del 31 maggio doveva essere foriero di una non lieta novella. Anzitutto il generale Urban s’accostava minaccioso e ringagliardito a Varese, e Garibaldi, che aveva tutto predisposto per ritornarvi, dovette prudentemente mutar pensiero e risalire la via di Valcuvia, dove poteva, protetto dai monti, attendere gli eventi. Dal canto loro i Varesini, sgomenti, ma non avviliti, dall’annunzio del pericolo imminente, inviano a Garibaldi per richiederlo d’aiuto e di consigli; ma a lui non restava altro che a rispondere: «Uscissero i cittadini validi, portando seco le armi e le munizioni e riparassero ai monti.» Consiglio disperato, ma l’unico effettuabile in quel caso.

Non tramontava difatti la giornata del 31, che il generale Urban compariva con due colonne da Tradate e da Gallarate sulle alture di Giubiano e di San Pedrino che da quel lato attorniano Varese, e vi si accampava militarmente. Conduceva dodicimila uomini d’ogni arma e diciotto pezzi d’artiglieria; sbuffava fuoco e fiamme; annunziava alla ribelle città strage e rovina; la multava dell’assurdo tributo di tre milioni e di proviande in pazza quantità; prendeva statici anche fra i più innocenti e li minacciava ad ogni istante di morte; esigeva per sè e pe’ suoi ufficiali strane leccornie di vini e di vivande; e non soddisfatte le sue insensate pretese (nè potevano esserlo da una città non ricca e vuota de’ suoi abitatori), apriva contro di essa un furibondo bombardamento e l’abbandonava per parecchie ore al saccheggio.[199]

Intanto che Varese fuggiva e si riparava alla meglio da quel flagello, più per confortare di sua vicinanza la tribolata città e spiare davvicino le mosse del nemico, che per deliberato proposito di cercargli battaglia, Garibaldi scendeva da Valcuvia fino in faccia di Santa Maria del Monte; e di là nella mattina del 1º giugno giù fino a Sant’Ambrogio e Robarello, discosti un’ora di cammino da Varese. E certo più bella occasione di vendicarsi di quel brigante di Garibaldi, al Generale austriaco non si poteva porgere. Aveva tanto giurato e sacramentato di volerlo appiccare con tutti i suoi; ed ecco che lo teneva, può dirsi, nell’ugne; era tornato espressamente a Varese con forze quadruplicate per schiacciare con un colpo magistrale l’aborrito nemico, e la fortuna glielo faceva incontrare a un tratto di cannone, in una posizione quasi disperata; o perchè dunque non lo assaliva? Perchè se ne stava immobile dietro Varese, occupato soltanto a bombardare una vuota ed inerme città, quando Garibaldi scendeva a sfidarlo così da vicino? Perchè lasciò scorrere tutta quella giornata del primo senza muovere un passo, senza tentare nemmeno una ricognizione a fondo, e soltanto la sera del giorno stesso si decise ad occupare la posizione di Biumo Superiore; quel Biumo, come dicemmo, chiave di tre vie e baluardo bifronte che il Garibaldi italiano aveva subito afferrato, appena entrato in Varese, e il Garibaldi austriaco, come chiamava sè stesso, contemplò da lontano tre giorni prima di conoscerne l’importanza? E si fu appunto perchè il Generale austriaco non s’era accorto di Biumo, che Garibaldi rivolse in mente per alcune ore l’idea di prender egli quell’offensiva, che il nemico più forte non sapeva prendere; e soltanto verso sera, quando seppe occupata quell’importante postura, ne depose il pensiero.

XXI.

Intanto più grossi avvenimenti erano accaduti sul maggior teatro della guerra. Fra il 27 e il 28 l’esercito alleato iniziava quel grande movimento di fianco dal Po sul Ticino, che fu l’unica manovra strategica di tutta la campagna; il giorno 30 dello stesso mese l’esercito piemontese sforzava i passi della Sesia e colla seconda vittoria di Palestro se n’assicurava il possesso; in conseguenza de’ quali fatti tutto l’esercito franco-sardo veniva a trovarsi ammassato tra Mortara e Novara, pronto, vorremmo dire, a varcare il Ticino, se la prontezza fosse stata la dote della mente direttrice di quell’esercito. Ora questi avvenimenti erano affatto ignoti al generale Garibaldi, poichè nessuno al Quartier generale principale aveva pensato a mandargliene pur un cenno; ma non lo erano naturalmente al generale Giulay, il quale, penetrato il segreto della mossa nemica e accortosi oramai che lo aspettava una battaglia difensiva sull’alto Ticino, aveva pensato a rinforzarsi su quel punto quanto più poteva, e non attribuendo, giustamente, alcuna importanza alla diversione di Garibaldi,[200] s’era affrettato a richiamare la divisione Urban da Varese dandole per obiettivo Turbigo.

L’ordine, a quanto assicura uno storico,[201] giunse al Generale austriaco in sulla sera del 1º maggio; e può essere; certo egli non lo eseguì immediatamente, perchè la mattina del 2 era ancora in battaglia sulle sue posizioni del giorno precedente. Comunque, oramai da Garibaldi egli non aveva più nulla da temere; chè il nostro condottiero, considerati i rischi d’un combattimento sì disuguale, ignaro, come dicemmo, di tutte le mosse degli alleati, epperò anche dell’ordine di ritirata ricevuto dal suo avversario, s’era a sua volta deciso di ripiegare su Como; e nella stessa mattina aveva appoggiato ad Induno ed Arcisate, che erano appunto le prime stazioni della via che s’era proposto di percorrere.

Però, com’è suo costume, egli aveva mascherato sì bene il suo movimento, che il generale Urban non ne ebbe sentore; anzi vedendolo appostarsi fortemente nei dintorni d’Induno, lo prese piuttosto come un preparativo di nuove operazioni offensive, che di ritirata; e sollecito assai più di guardar sè stesso che di tentare il nemico, si accontentò di far correre il terreno circostante da piccoli drappelli, che non giunsero mai nemmeno a tiro delle vedette italiane.

In realtà erano due avversari che pensavano a ritirarsi: l’Italiano obbligato dalla esiguità della forza e dalla debolezza delle posizioni; l’Austriaco dagli ordini del suo Generalissimo e dal precipitar degli eventi. Perciò, intanto che Garibaldi levava il suo nuovo campo d’Induno, e per Arcisate, Rodero Casanova s’avviava su Como; l’Urban lasciava una forte retroguardia di circa duemila uomini a guardia di Varese e Como, e col grosso della sua divisione contromarciava su Gallarate diretto al Ticino.

XXII.

Se non che Garibaldi, cui era mancato ogni indizio per supporre quella ritirata, continuava a marciar molto circospetto, guardingo, come uomo che non sia ben sicuro nè della sua testa, nè delle sue spalle.

Poichè convien sapere, e forse abbiamo tardato troppo a narrarlo, che fino dal 31 maggio, cavalcando egli tra Sant’Ambrogio e Robarello, incontrava per via una bella signorina, la marchesa Giuseppina Raimondi, la quale, dicendosi arrivata allora allora da Como traverso i monti della Svizzera, veniva a portargli l’annunzio che la sua città era minacciata a un tempo dagli Austriaci di fuori e dagli austriacanti di dentro, e bisognevole perciò d’un immediato soccorso. Qual effetto producesse sull’animo, o sui sensi, di Garibaldi l’inattesa vista dell’audace messaggiera, vedremo un giorno; intanto egli la invitò a entrar con lui nella locanda di Robarello e le consegnò questo biglietto:

«Robarello, 1º giugno 1859.

»Signor Visconti,

»Io sono a fronte del nemico a Varese; penso di attaccarlo questa sera. Mandate i paurosi e le famiglie che temono fuori della città; ma la popolazione virile, sostenuta dal Camozzi nostro, le due Compagnie, i Volontari e le campane a stormo, procurino di fare la possibile resistenza.»

Pur tuttavia, come esser certi che quell’avviso fosse pervenuto al Visconti Venosta, e che Como volesse e sapesse resistere, e che gli ordini del Generale avrebbero potuto essere comunque eseguiti? Grande dunque l’incertezza così in lui, come ne’ suoi Luogotenenti consapevoli del segreto; tormentoso in ognuno il dubbio di trovar le strade di Casanova sbarrate dai nemici: più frequenti perciò e più ansiose le esplorazioni e le cautele man mano che la colonna s’avvicinava a Como. Aveva bensì Garibaldi spedito due nuovi messi all’altro commissario Camozzi per avvertirlo che marciava a quella volta e ordinargli di occupar San Fermo; e del pari il Camozzi non aveva tralasciato di inviargli l’annunzio che tutte le posizioni da lui indicate erano occupate, e che l’aspettava; ma questa rassicurante risposta, sviatasi, non sappiamo come, per via, non fu consegnata a Garibaldi che al suo arrivare in Como; onde il fitto buio della notte aggiungendosi all’oscurità de’ fatti, accresceva negli animi l’inquietezza ed il sospetto. Quale consolante sorpresa però, quando, giunta la nostra avanguardia presso San Fermo, si udì squillare un alt-chi-va-là in pretto italiano; e quale gioia di tutti nell’udire levarsi per l’aria le grida di Viva l’Italia e Viva Garibaldi, segno troppo eloquente che si era in paese amico, tra braccia d’amici. E da quell’istante la strada pareva sparire sotto i piedi; la marcia non fu che un continuato tripudio sino a Como, la quale tremante quattro giorni di rivedere ad ogni istante gli Austriaci, si vendicava con urla di gioia e suoni di musiche e passeggiar di fiaccole dallo spavento passato.

L’indomani era la giornata di Magenta, e ne sono stampati nella memoria degli uomini gli errori, le prodezze ed i beneficii. Ventiquattro ore dopo l’intero esercito austriaco era in ritirata sull’Adda; le avanguardie degli alleati entravano in Milano, ed anche il piccolo obbliato corpo de’ Cacciatori delle Alpi poteva proseguire la sua marcia fortunosa.

XXIII.

Prima però di seguirlo, volgiamoci un istante a riguardare l’opera del nostro eroe in quel primo periodo della Campagna.[202] Noi siamo i primi ad assentire che i risultati da lui ottenuti furono scarsi; ma non si deve da essi misurare la grandezza dell’uomo che li ottenne. Noi non vogliamo magnificarli più del ragionevole, ma non crediamo siano stati ancora bastevolmente riconosciuti ed estimati. Certo se riguardiamo l’impresa commessa a Garibaldi ne’ suoi effetti pratici, principalmente militari, può dirsi sterile; ove la consideriamo nel modo con cui fu condotta, deve stimarsi ammiranda. Passato il Ticino, e nemmeno quella fu la più facile delle opere, gli ordini dati, gli accorgimenti adoperati per coprire la sua marcia da Sesto-Calende a Varese, sono degni di qualsiasi più provetto capitano: il combattimento di Varese dovrebbe essere dato nelle nostre Scuole militari come modello della tattica di posizione; la pronta decisione di riprendere all’indomani stesso l’offensiva è più facile ammirarla che prenderla; la dimostrazione su Olgiate diretta a mascherare l’attacco di San Fermo, e tutti i particolari della marcia e del combattimento, meriterebbero d’essere studiati da qualsiasi giovane ufficiale; infine l’ispirazione venutagli sul campo di battaglia di San Fermo di calare su Como, molti Generali la possono invidiare, ma a pochi è concessa.

È certamente disputabile la contromarcia su Varese e la spedizione su Laveno; ma ogni ragione ponderata e vagliata, noi ci peritiamo ad affermare che fra tutti i partiti era quello il migliore. Che cosa restava infatti a Garibaldi dopo la presa di Como? L’immobilità difensiva intorno alla presa città? Nessuno, speriamolo, l’avrebbe consigliata. La marcia su Milano? Basti pensare a’ suoi tremila duecento uomini, senza cavalli e senza cannoni, e a’ quindicimila Austriaci d’ogni arma che gli stavan contro in paese raso e scoperto,[203] per levarne a chicchessia il capriccio? La ritirata su per la Valtellina? Certo era un partito sicurissimo; ma appunto perchè troppo sicuro non si confaceva a Garibaldi, nè al suo mandato. La Valtellina poteva essere un rifugio in caso di rovescio; ma non mai una base d’operazione per un corpo destinato ad una missione attiva e militante. Come avrebbero potuto i Cacciatori delle Alpi molestare ed indebolire l’estrema destra dell’Austriaco, se andavano ad inerpicarsi su pei monti a centinaia di chilometri da lui? Come sollevar la Lombardia, se andavano a portar la rivolta dove non poteva avere nè eco nè propagazione, nè soccorrere gli amici, nè infastidire i nemici?

La ritirata in Valtellina significava la paralisi per molto tempo di tutta la colonna garibaldina; la spedizione di Laveno aveva i suoi rischi, ma assicurava, se il colpo fosse riuscito, una base salda all’intero corpo che gli avrebbe permesso di restare nello scacchiere, Lago Maggiore-Milano-Varese-Como,[204] fino all’entrar in linea del grande esercito, e di serrar sempre dappresso i fianchi del nemico; che solo per tal modo poteva sentire la molestia della diversione ordinata contro di lui. Il solo guaio fu che la sorpresa di Laveno fallì; e ne diamo, se vuolsi, la sua parte, la maggior parte di torto, a Garibaldi; ma poteva anche riuscire, e mancò poco non riuscisse: e in ogni modo ogni scolaro c’insegna che non si deve mai giudicare d’un concetto strategico dagli errori o dagli eventi dell’azione tattica diretta ad attuarlo; come nessun storico di quell’anno cessò di lodare la conversione strategica dell’imperatore Napoleone dal Po al Ticino, solo perchè la battaglia di Magenta, per gli sbagli commessi prima e durante, rischiò d’esser perduta.

XXIV.

Ma qui ci occorre aprir tutto l’animo nostro. A Garibaldi era stata commessa un’ardua impresa senza la forza necessaria a compierla. La sproporzione anzi tra il fine ed i mezzi parve a taluno sì grande, che il Governo piemontese fu persino sospettato d’aver piuttosto mirato ad orpellare la parte rivoluzionaria con una vana lustra e trastullar Garibaldi con un gradito zimbello, che voluta seriamente un’opera seria. E il sospetto era certamente ingiusto, e la lealtà di Vittorio Emanuele ed il patriottismo del conte di Cavour ce ne stanno garanti. Però se mal animo non ci fu, nè ci poteva essere, ci fu certamente errore. Se davvero si credeva utile, se non necessaria, una diversione nell’alta Lombardia, conveniva che i mezzi le fossero apprestati in misura adeguata agli ostacoli che doveva superare ed ai nemici che doveva vincere. E ciò non fu. Si trattò Garibaldi, come i padri feudali del Medio Evo trattavano i figliuoli cadetti: mettevano loro nelle mani un vecchio ronzinante, una vecchia lama ed una smilza borsa e li mandavano a cercar fortuna pel mondo.

Così al capo de’ Cacciatori delle Alpi: gli diedero tremila cinquecento giovani male armati, mal vestiti, senza artiglierie, senza cavalli, e gli dissero: ingegnati. Ed egli s’ingegnò; ma non era nè provvido nè fraterno attender tutto dai prodigi del suo genio e dal valore de’ suoi camerati. Egli sapeva d’esser debole; e però prima di partire dal Po aveva invocato che la sua brigata fosse rinforzata e provveduta di tante cose necessarie a qualunque guerra; ma, triste a ripetersi, o gli furono negate, o non gli furono concesse che tardi, a spizzico, a stento, quando n’era ormai passato il bisogno e scemata l’utilità. Chiese infatti il reggimento de’ Cacciatori degli Appennini, volontari venuti e organizzati per lui: negati; chiese una batteria di cannoni: negata o concessa soltanto a metà, senza muli, senza artiglieri e d’un calibro insufficiente; chiese cavalli, ambulanze, armi: negati o dati così a rilento, in sì scarsa misura, da tornar pressochè inutili! Nessuno può immaginare quel che avrebbe potuto fare Garibaldi, se invece di quei tremila cinquecento uomini, ne avesse avuti anche non più di cinque o seimila forniti di tutte le armi convenienti!

E fosse qui tutto; ma fu lasciato quindici interi giorni senza un’istruzione, un ordine, una notizia, nè dell’esercito nemico, nè dell’esercito amico; talchè egli non conobbe le mosse degli alleati, e nemmeno il loro avvicinarsi al Ticino e i preludi di Magenta, se non quando erano già vociferati dovunque dalle gazzette e dalla fama! Ora dicasi pure che carattere di codesti corpi alla partigiana è d’essere spediti e leggieri e di procedere sciolti e indipendenti dai grandi eserciti, di cui sono in certa guisa le estreme avanguardie: tutto questo sappiamo noi, e sapeva meglio Garibaldi; ma sunt certi denique fines, anco a questa norma; e i confini doveva prescriverli il dovere, oltrechè l’utilità: il dovere di metter in grado il corpo staccato d’adempiere al suo scopo e di trarre dall’opera sua tutto il vantaggio possibile. E se ciò si fosse osservato, non si sarebbe potuto affermare, e con molta ragione, che la punta di Garibaldi in Lombardia fu militarmente infruttuosa. Se gli fosse stato dato il poco che chiedeva, se avesse potuto varcare il Ticino con forze almeno raddoppiate, se non gli si fossero nascosti, quasi come a nemico, i principali movimenti del grande esercito, nessuno può prevedere quel che avrebbe saputo fare!

Probabilmente l’Urban non sarebbe stato battuto due sole volte, ma tre; certo non avrebbe potuto, nè liberamente accorrere alla chiamata del Giulay, nè recare il 4 giugno all’esercito imperiale il soccorso non ispregevole che gli recò.

Il 24 maggio il conte di Cavour telegrafava a Garibaldi in Varese: «Insurrection générale et immédiate;» e certo se v’era uomo da intendere l’ardito laconismo di quel comando, era il capo dei Cacciatori delle Alpi. Se non che il conte di Cavour scrivendolo dimenticava due cose: che se non è mai facile intimare una rivoluzione a giorno e ora fissa per cenno di telegrafo, lo era anche meno in un popolo, come il lombardo, vigilato da un presidio di circa ventimila soldati e serrato all’intorno da un esercito ancora invitto di duecentomila, côlto inerme e sprovveduto, educato da anni alla fede lunga e pacifica della rivoluzione diplomatica e dell’iniziativa piemontese; e che al postutto vedendo la sua causa commessa alle mani di due eserciti poderosi, non vedeva più alcuna ragione sufficiente per buttarsi allo sbaraglio d’un’insurrezione, di cui eran certi i rischi, affatto ignoti i vantaggi e superflui i sacrifici.

E v’ha di più. Acciocchè la rivoluzione lombarda potesse divenire veramente «generale,» come la intendeva il conte di Cavour, era necessario che essa o prima o poi s’impadronisse di Milano. Una rivoluzione chiusa nelle prealpi del Varesotto e del Comasco poteva essere sgradita e fastidiosa al Governo austriaco, ma danneggiare o molestare seriamente il suo forte esercito non mai. Milano, se l’insurrezione lombarda era davvero necessaria alla vittoria, doveva essere il focolare dell’incendio, e una volta acceso nella capitale tutte le provincie sarebbero divampate.

Ma come sperare tanta fortuna? E come, ammesso pure che i Milanesi fossero predisposti alle disperate audacie del 48, come avrebbe potuto Garibaldi o spingerli, o secondarli, o soccorrerli?

Il Carrano scrive che il Medici la mattina del 3 giugno consigliò il suo Generale di marciare su Milano; e il consiglio riattesta l’animo del prode che lo dava. Ma poteva Garibaldi con quei suoi tremila, spossati, logori, decimati, avventurarsi contro le mura d’una città non forte, ma pur sempre bastionata, guardata ancora da un potente presidio, fiancheggiata sempre dall’Urban, lontano poco più d’una marcia, e incerto ancora l’esito della battaglia di Magenta; anzi incerto persino che battaglia vi sarebbe stata?

Da qualsivoglia parte la si riguardi, comunque la si rivolti, la spedizione di Garibaldi in Lombardia fu tanto male apprestata ed ordinata, quanto mirabilmente condotta e combattuta. Se la diversione sull’estrema destra nemica, se «l’insurrezione generale ed immediata» della Lombardia erano reputate parti utili e integranti del piano generale di campagna, conveniva che Garibaldi arrivasse sul terreno con forze adeguate al cimento. Se non lo era, meglio adoperare i volontari e il loro Capo altrove e più utilmente; meglio non illudersi nè illudere; meglio risparmiare tanto sangue prezioso e tante giovani vite; e lasciar che la guerra fosse quel che era di fatti: un’impresa nazionale, commessa dal popolo alla dittatura d’un Re leale, d’un abile Ministro e d’un generoso alleato, e nella quale al popolo non restava altra parte che combattere ubbidiente e allineato nelle file, attendendo dalla fortuna delle armi e dalla virtù de’ suoi liberatori i decreti del suo destino.

XXV.

Tuttavia nemmeno per la battaglia di Magenta la brigata garibaldina cessò dal suo ufficio o rallentò dalla sua operosità. Come prima, continuò a precedere il grande esercito alleato, a correre sui fianchi del nemico, a occupar nuove terre, a piantar sempre più innanzi il vessillo italiano; e come prima, fu lasciata (almeno fino al 9 giugno) senza sussidi, senza comandi, senza notizie; abbandonata all’abilità del suo Capo ed alla sua stella.

Noi ne traccieremo a rapidi passi l’itinerario, poichè per dieci giorni tutto il merito suo fu di celerità e di lena.

Il 4 e 5 giugno Garibaldi li adopera a riordinare le sue forze, a chiamare nuovi volontari, ad afforzarsi in Como, a perlustrare in tutti i sensi le strade circostanti, a lanciare sulle orme del nemico drappelli di scorridori che si spingono sui fianchi dell’Urban ritirantesi da Gallarate, volteggiando sin presso le porte di Milano.

Nella notte poi dal 5 al 6, ormai certi gli effetti della battaglia di Magenta, s’imbarca con tutta la brigata, meno alcune compagnie lasciate a Como per tutela della città e nucleo di nuovi battaglioni, alla volta di Lecco, e nel giorno stesso in cui l’esercito alleato varcava il Ticino, tocca la destra sponda dell’Adda. Breve però la fermata: chè il dì appresso tenendo sempre ai monti ripiglia la marcia per Caprino e Almeno; e dopo breve sosta scende a passo di carica sopra Bergamo, dove sperava abbrancare almeno la coda del reggimento di presidio, che due suoi fidati, introdottisi furtivamente nella città,[205] gli avevano annunziato fare apparecchi di precipitosa ritirata.

Arrivato però troppo tardi, chè il nemico era corso più di lui, pensa immediatamente a inseguire i fuggenti sulla strada di Crema; se non che, appena cominciata la marcia, ode alla stazione che un corpo d’Austriaci s’avanza in ferrovia col proposito di giungere in aiuto del presidio, di cui ignorava la partenza. Allora Garibaldi che si vede tornar tra le ugne, inconscio e sprovveduto, quel nemico che aveva fino allora indarno inseguíto, pregusta la voluttà d’una copiosa e facile retata, e richiamata in fretta la brigata dalla strada di Crema, distribuisce e rimpiatta in tutti i nascondigli della stazione i suoi Cacciatori, che zitti, quatti, intenti, coll’ansia del cacciatore che anela la preda, stanno ad aspettare. Disdetta! A pochi passi da Seriate il battaglione viaggiante, avvisato da uno spione (fungaia di tutte le guerre) che a Bergamo v’erano i Garibaldini, arresta il treno, ne smonta frettoloso, e circondato da fiancheggiatori e da esploratori s’inoltra con tutta la cautela verso la città. E poteva ancora essere colto; se non che il Bronzetti, inviato con una compagnia a percorrer la strada di Seriate, lo incontra; non contando i nemici li assalta con impetuoso ardimento e li arresta, li sbaraglia, li costringe a ricercare più celeri che mai la vaporiera, che li salva dall’agguato mortale che li attendeva.

XXVI.

In quel medesimo giorno i Sovrani alleati entravano solennemente nella Capitale lombarda, il generale Bazaine rompeva le retroguardie di Zobel a Melegnano, e Garibaldi era chiamato in Milano da Vittorio Emanuele a conferire con lui. Le accoglienze del Re al Condottiero furono degne del grande animo di quello e della gloria di questi, e caldi gli elogi a lui ed ai suoi, e copiose le promozioni e le decorazioni, e iterati i conforti a continuare nella comune impresa; ma oltre a queste cortesie, nulla più. E pure un accordo sarebbe stato tanto giovevole! E doveva parer così naturale al Capo supremo dell’esercito, poichè la vittoria gli aveva fatto ritrovar viva e gloriosa la sua estrema avanguardia, l’affiatarsi col suo capo, fermare con lui il disegno delle operazioni future, e trarre dall’opera sua il maggior profitto possibile! Però ha ragione lo storico dei Cacciatori delle Alpi[206] di dolersi che l’esercito nostro si sia lasciato sfuggire l’opportunità di schiacciare, mercè un’operazione combinata col generale Garibaldi, la divisione del generale Urban, che fino dal 7 aveva preso campo sull’Adda, ne’ dintorni di Vaprio e vi si era trincerato.

Poichè la posizione del Generale austriaco poteva dirsi forte, finchè non era minacciata che di fronte; ma dopo l’entrata di Garibaldi in Bergamo non lo era più; e bastava che il generale Cialdini, il quale formava l’avanguardia del nostro esercito, si fosse affrettato verso l’Adda, e il generale Garibaldi fosse calato, con mossa combinata, da Bergamo, perchè quella Divisione nemica, ancora staccata dal grosso del suo esercito, fosse inevitabilmente disfatta. E quanti frutti non si sarebbero colti da questa semplicissima manovra! La rotta di Vaprio avrebbe precipitata la ritirata dell’esercito austriaco più della rotta di Melegnano; gli eserciti alleati avrebbero potuto marciare più celeri e spediti, e arrivando molto prima sulla destra del Mincio, avrebbero troncato a mezzo il secondo concentramento del nemico e reso Solferino impossibile.[207]

Ma non è da noi discutere delle operazioni degli alleati; ci basti mettere in sodo che, se l’Urban potè restar sull’Adda impunemente ancora tre giorni, e Garibaldi fu costretto a indugiarsi a Bergamo altri tre, la colpa si deve cercare in quel complesso di ragioni chiare ed oscure, piccole e grandi, per le quali l’esercito alleato aveva fin dal 9 giugno perduto il contatto col nemico, sprecando quattordici giorni per marciare, senza combattere, dal Lambro al Chiese.[208]

Comunque, la mattina dell’11 giugno l’Urban lasciava Vaprio ritirandosi per la via di Crema, e la sera del giorno stesso Garibaldi abbandonava Bergamo incamminandosi per Brescia. Marcia non senza pericoli per lui che doveva correre su una strada parallela a quella di un nemico più forte, col pericolo di trovarselo ad ogni ora sul fianco senza speranza di pronto aiuto dal grosso dell’esercito. Tuttavia, destreggiando come al solito, usando del sottile manipolo de’ suoi cavalieri con arte che parve maravigliosa soltanto ne’ Prussiani, comparendo e scomparendo co’ suoi scorridori su tutti i punti della linea nemica, spingendo ad una marcia forzata di notte i suoi Cacciatori affranti, ma indomiti, varcò all’alba del 14 le porte di Brescia; la quale, memore del suo nome, sprezzando il consiglio de’ pochi suoi timidi, incitata dall’infiammata parola di Giuseppe Zanardelli, e dall’esempio de’ suoi più fervidi patriotti, non aveva atteso colle mani al sen conserte, neghittosa o rassegnata, il liberatore; ma appena l’avanguardia dei Cacciatori, guidata dal bravo capitano Pisani, era comparsa nelle mura, s’era stretta intorno all’audace drappello, aveva atterrati insieme con lui gli stemmi della signoria straniera inalberando i vessilli della redenzione nazionale; ed era già tutta in piedi colla fiera attitudine d’un popolo deliberato a non lasciarsi ritogliere il bene conquistato, pronto a dare all’eroe che veniva a liberarla soccorso non di sole parole.

Però commoventi, trionfali le entrate di Garibaldi in Varese, in Como, in Bergamo; ma quella di Brescia, epica. E che dieci anni di oppressione non avessero fiaccata la fibra della città, sdegnosa d’ogni vil pensiero, fu manifesto il giorno stesso, quando, corsa all’improvviso la voce che gli Austriaci s’accostavano alla città dalla strada di San Zeno, si vide il popolo intero versarsi come torrente per le vie a chieder armi e battaglia; ed armarsi egli stesso di quanto gli veniva alle mani; e serrarsi intorno all’invitto Capitano ed alla sua Legione, invocando d’essere condotto alle mura incontro al reduce oppressore. Il pericolo fortunatamente dileguò: la colonna austriaca, frazione della divisione Urban accampata a Bagnolo, avviata su Brescia per estorcerle non so che multa di guerra, non appena seppe che la città era di Garibaldi, rifece a passi più che studiati la sua via; ma non è men vero che, se l’incauto nemico si fosse cimentato ad un assalto, Brescia avrebbe rinnovato una delle sue dieci giornate.

XXVII.

Dall’ingresso in Brescia la storia dei Cacciatori delle Alpi e del loro Capitano cessa d’essere distinta e indipendente da quella dell’esercito alleato e si perde, a dir così, semplice postilla, nelle grandi pagine del suo libro. Non affermiamo per questo che le sia venuto meno ogni valore; molti ancora i travagli, i sacrifici e i cimenti: ma la mente che la dirige è un’altra; il concetto che la ispira scende dall’alto, da sfera lontana e superiore; l’uomo che la comanda, sottomesso al cenno d’altri capi, guidato in ogni passo dall’impulso d’altre volontà, ingranato sempre più nel rigido meccanismo della gerarchia militare, diventa un brigadiere qualsiasi dell’esercito, non è più Garibaldi.

E questo si deve dire del combattimento di Tre-Ponti o di Rezzato che vogliasi chiamarlo.

Nella notte dal 14 al 15 giugno, standosi il generale Garibaldi in Sant’Eufemia sulla strada Brescia-Lonato, riceveva dal Capo dello Stato Maggiore dell’esercito italiano quest’ordine: «Sua Maestà il Re desidera che domattina ella porti la sua Divisione[209] su Lonato, dove sarà seguita dalla Divisione di cavalleria comandata dal generale Sambuy, composta di quattro reggimenti di cavalleria di linea, con due batterie a cavallo.» Verbalmente però il messaggiero soggiungeva, esser ordine dello stesso Re che Garibaldi restaurasse il Ponte del Bettoletto sul Chiese che sta a settentrione di Ponte San Marco.

Ubbidendo pertanto all’ordine regio, all’alba del dì successivo il Generale metteva in moto la sua colonna verso la mèta designata. Se non che, giunto a Rezzato, esploratori suoi e paesani gli annunziano che sulla sua destra tra Castenedolo e Montechiaro scorrazzava un corpo d’Austriaci, che era appunto la retroguardia dell’inevitabile Urban, accampato a Montechiaro. Garibaldi allora, non volendo tollerare quella molestia sul suo fianco, fece prudentemente ristare la colonna tra Rezzato e Tre-Ponti, e quivi, schierati il primo Reggimento agli ordini del Cosenz e un battaglione del secondo agli ordini del Medici in guisa da occupar tutti gli sbocchi da Tre-Ponti a Castenedolo, continua con altri tre battaglioni per Bettoletto, onde mettere ad effetto la seconda parte dell’ordine ricevuto. Però non era scorsa mezz’ora dalla sua partenza, che un colpeggiare di schioppettate annunziava come i nostri avamposti di destra fossero alle prese col nemico. Forse era da ricusar tosto il combattimento; ma poichè il nemico incalzava da ogni parte, e il Cosenz appartiene a quella buona scuola militare, che il miglior modo per respingere un attacco ritiene il contrattacco; si spinse innanzi con tutte le sue forze ed accettò la lotta. Non descriveremo tutte le fasi del combattimento di Rezzato; rammentiamo soltanto ad onore di chi lo sostenne, che in sulle prime, incalzato da brillanti cariche alla baionetta, il nemico cedette su tutta la linea, e andò travolto fin sotto Castenedolo; che in appresso l’ungherese colonnello Türr, venuto da pochi giorni al Quartier generale di Garibaldi, avendo spinto con più valore che prudenza gli scarsi nostri pelottoni ad attaccar lo stesso nemico nel centro della sua posizione, anche il Cosenz fu costretto a secondarlo, onde il combattimento si spostò affatto dal primo terreno, che gli serviva di base; che infine, essendo accorsa da Montechiaro in sostegno de’ suoi combattenti un’intera brigata austriaca, e avendo questa ripresa l’offensiva, non ostante il valore disperato degli assaliti, e l’eroico sacrificio del prode de’ prodi[210] Narciso Bronzetti; non ostante la intrepidezza sfortunata del colonnello Türr, esso pure ferito, e il sangue freddo imperturbato di Enrico Cosenz, vero capitano di quella giornata; i nostri sopraffatti dal numero furono costretti a dar le spalle, non senza confusione e disordine, sino a Rezzato. Giungeva però nello stesso punto, chiamato non tanto dal fragore della fucilata, che sul Chiese si udiva appena, quanto dai reiterati messaggi del Cosenz, Garibaldi in persona; il quale, riuscito d’accordo col Medici, col Cosenz, co’ più valorosi de’ suoi Luogotenenti a ristabilire un po’ di calma e d’ordine nelle file scompigliate de’ fuggenti, arresta la foga dell’incalzante nemico; fino a che, essendo comparse a Castenedolo le avanguardie del generale Cialdini, richiesto da Garibaldi e mandato in soccorso dal Re, il nemico suonò a ritirata e i Garibaldini restarono padroni del campo di battaglia.

Non fu dunque, come si scrisse, una sconfitta; i nostri non perderono un palmo del terreno occupato la mattina; il nemico venne ad assalire e fu respinto: co’ suoi quattromila poteva, nel comodo spazio di quattr’ore, circuire, tagliare, stritolare i tre sottili battaglioni italiani e non vi riuscì, e la vittoria, quando mai, non fu sua. Ma sconfitta, o vittoria, o scacco, od insuccesso, come vogliasi dire, il merito o il demerito non va ascritto a Garibaldi.

Notes in this chapter

Note 1 · Garibaldi era stato chiamato per mezzo di Giuseppe La Farina coll’intesa che fosse a Torino per la fine di novembre; ma poi avendo il conte Note 2 · Il Diritto del 3 marzo 1859 diceva: «Il generale Garibaldi è giunto a Torino;» vi doveva dunque essere arrivato fino dal giorno antecedente.Note 3 · L’ordine del Cialdini suonava così: «Gli Austriaci avanzano per la sinistra del Po dopo di aver passato la Sesia a Caresana; giungeranno preNote 4 · Francesco Carrano, op. cit., pag. 206.Note 5 · Lo riproduciamo come documento storico e psicologico insieme. Poche volte lo stile fu più esattamente l’uomo. «Lombardi, voi siete chiamati Note 6 · L’inviato era l’ingegnere Cesare Piccinelli; ecco la lettera del podestà Carcano: «Varese, 23 maggio 1859. »Ore 6 ant. »S’incarica il signorNote 7 · È vero che la sera del 23 il nemico non era ancora comparso a Gallarate, e che perciò la marcia Sesto-Varese poteva tenersi da quel lato sicNote 8 · Varese, Garibaldi ed Urban, ec., pag. 40.Note 9 · Proclama del generale Giulay da Garlasco, 24 maggio 1859. Curioso che il Generalissimo imperiale chiami civile la guerra tra i suoi TedeschiNote 10 · Nella Campagne de l’empereur Napoléon III en Italie 1859, rédigée au Dépôt de la Guerre d’après les Documents officiels, étant directeur le Note 11 · Nell’opera più volte citata del maggiore G. Carrano, Garibaldi e i Cacciatori delle Alpi.Note 12 · Il generale Urban doveva far partire la colonna aggirante tra Malnate e Belforte. Anche di là non poteva, è vero, andare che per sentieri, mNote 13 · Ecco il quadro delle sue forze desunto dall’opera citata: Campagne de l’emp. Napoléon III en Italie, pag. 104-105: Generale Rupprecht. 1 BatNote 14 · Non però per cagion sua. Essa doveva attaccare quando sentisse cominciato il fuoco alla sua sinistra, e siccome una squadra della compagnia Note 15 · A Varese aveva perduto tra morti e feriti circa ottantaquattro uomini, e a San Fermo trentacinque; per cui, sottraendo ancora le compagnie lNote 16 · La citata opera (Campagne de l’emp. Napoléon III en Italie, pag. 106) dice: «Pour atténuer l’horreur d’une pareille mesure le général Urban Note 17 · «L’État-Major du commandant de la deuxième armée sembla voir une grande portée politique et militaire dans l’entreprise de Garibaldi sur ComNote 18 · Il Rustow, Campagna del 1859.Note 19 · Ci sarebbe difficile raccogliere e correggere tutti gli errori di fatto che intorno a questa campagna di Garibaldi scrissero e propagarono aNote 20 · Oltre il corpo dell’Urban, bisogna calcolare il presidio di Milano. Dire quindicimila uomini è dir poco.Note 21 · Note 22 · Erano il povero Francesco Nullo e Piero Bergamaschi, entrambi guide di Garibaldi.Note 23 · Carrano, op. cit., pag. 393.Note 24 · La più forte ragione data delle lentezze degli alleati fu il disegno attribuito al Giulay di dare una nuova battaglia sul Chiese e dell’antiNote 25 · Fece 140 chilometri in quattordici giorni.Note 26 · Come al Quartier generale principale si chiamassero Divisione tre mezzi Reggimenti di mille uomini ciascuno, non sappiamo comprendere.Note 27 · Così lo chiamò in un suo Ordine del giorno Garibaldi: due volte ferito sul Roccolo di Castenedolo, continuò a combattere; colpito da una ter
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