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Gabriele Rossetti

APPENDIX (continued 2)

William Michael Rossetti translation

1813.

B.

Versi d’Amore

Dal tuo leggiadro viso

Il mio destin dipende: D’ugual desio mi accende

Il tuo desio.

Dal labbro tuo soltanto

Ha questo labbro il riso:

Ha dal tuo ciglio il pianto

Il ciglio mio.

1814.

C.

Aurora del 21 Luglio del 1820

Sei pur bella cogli astri sul crine

Che scintillan quai vivi zaffiri, È pur dolce quel fiato che spiri,

Porporina foriera del dì.

Col sorriso del pago desio Tu ci annunzii dal balzo vicino Che d’Italia nell’almo giardino Il servaggio per sempre finì.

Il rampollo d’Enrico e di Carlo,

Ei ch’ad ambo cotanto somiglia, Oggi estese la propria famiglia, E non servi ma figli bramò.

Volontario distese la mano

Sul volume de’ patti segnati; E il volume de’ patti giurati Della patria sull’ara posò.

Una selva di lance si scosse

All’invito del bellico squillo, Ed all’ombra del sacro vessillo Un sol voto discorde non fù.

E fratelli si strinser le mani,

Dauno, Irpino, Lucano, Sannita; Non estinta ma solo sopita Era in essi l’antica virtù.

Ma qual suono di trombe festive!

Chi s’avanza fra cento coorti? Ecco il forte che riede tra i forti,[103] Che la patria congiunse col re!

Oh qual pompa! Le armate falangi

Sembran fiumi che inondin le strade! Ma su tante migliaia di spade Una macchia di sangue non v’è.

Lieta scena! Chi plaude, chi piange,

Chi diffonde vïole e giacinti, Vincitori confusi coi vinti Avvicendano il bacio d’amor!

Dalla reggia passando al tugurio

Non più finta la gioia festeggia; Dal tugurio tornando alla reggia Quella gioia si rende maggior.

Genitrici de’ forti campioni

Convocati dal sacro stendardo, Che cercate col pavido sguardo? Non temete, chè tutti son quì.

Non ritornan da terra nemica,

Istrumenti di regio misfatto, Ma dal campo del vostro riscatto, Dove il ramo di pace fiorì.

O beata fra tante donzelle,

O beata la ninfa che vede Fra que’ prodi l’amante che riede Tutto sparso di nobil sudor!

Il segreto dell’alma pudica

Le si affaccia sul volto rosato, Ed il premio finora negato La bellezza prepara al valor.

Cittadini, posiamo sicuri

Sotto l’ombra de’ lauri mietuti, Ma coi pugni sui brandi temuti Stiamo in guardia del patrio terren.

Nella pace prepara la guerra

Chi da saggio previene lo stolto: Ci sorrida la pace sul volto, Ma ci frema la guerra nel sen.

Che guardate, gelosi stranieri?

Non uscite dai vostri burroni, Chè la stirpe dei prischi leoni Più nel sonno languente non è.

Adorate le vostre catene;

Chi v’invidia cotanto tesoro? Ma lasciate tranquilli coloro Che disdegnan sentirsele al piè.

Se verrete, le vostre consorti,

Imprecando ai vessilli funesti, Si preparin le funebri vesti, Chè speranza per esse non v’ha.

Sazierete la fame de’ corvi,

Mercenarie falangi di schiavi; In chi pugna pe’ dritti degli avi Divien cruda la stessa pietà.

Una spada di libera mano

È saetta di Giove tonante, Ma nel pugno di servo tremante Come canna vacilla l’acciar.

Fia trionfo la morte per noi,

Fia ruggito l’estremo sospiro; Le migliaia di Persia fuggiro, I trecento di Sparta restâr!

E restaron coi brandi ne’ pugni

Sopra mucchi di corpi svenati, E que’ pugni, quantunque gelati, Rassembravan disposti a ferir.

Quello sdegno passava nel figlio

Cui fù culla lo scudo del padre, Ed al figlio diceva la madre, “Quest’esempio tu devi seguir.”

O tutrice dei dritti dell’uomo,

Che sorridi sul giogo spezzato, È pur giunto quel giorno beato Che un monarca t’innalza l’altar!

Tu sul Tebro fumante di sangue

Passeggiavi qual nembo fremente, Ma serena qual’alba ridente Sul Sebeto t’assidi a regnar.

Una larva col santo tuo nome

Quì sen venne con alta promessa; Noi, credendo che fossi tu stessa, Adorammo la larva di te:

Ma, nel mentre fra gl’inni usurpati

Sfavillava di luce fallace, Ella sparve qual sogno fugace, Le catene lasciandoci al piè.

Alla fine tu stessa venisti

Non ombrata da minimo velo, Ed un raggio disceso dal cielo Sulla fronte ti veggio brillar.

Coronata di gigli perenni,

Alla terra servendo d’esempio, Tu scegliesti la reggia per tempio, Ove il trono ti serve d’altar.

1820.

D.

Addio alla Patria

Nella notte più serena Era in ciel la luna piena: Neve il dorso e fiamma il crin Riflettea dal mar vicin Il Vesèvo che grandeggia Come reggia—di Vulcan: D’arme grave—anglica nave Trascorrea l’equoreo pian.

Quando il profugo cantore, La cui colpa è il patrio amore, Atteggiato di martir, Schiuse il labbro ad un sospir E qual flebile usignuolo, Il suo duolo—a disfogar, Dal naviglio—volse il ciglio La sua terra a salutar.

O Partenope, egli dice, O Partenope infelice, Di tua gloria il chiaro dì Quasi al nascere morì! Ah dal cor t’indrizzo i carmi Nel sottrarmi—a reo poter, E nel bando—miserando Sarai sempre il mio pensier!

Rè fellon che ci tradisti, Tu rapisci e non racquisti: Maledetto, o rè fellon, Sii dall’austro all’aquilon! Maledetto ogni malnato Che ha tramato—insiem con te! Maledetto—ogni soggetto Che ti lambe il sozzo piè!

Ti sien contro in ogni loco Cielo e terra, mare e foco, Nè dien tregua a un infedel Foco e mare, terra e ciel! Sì, ti faccian sempre guerra Cielo e terra—foco e mar! Ti stia scritto—il tuo delitto Sulla mensa e sull’altar!

Traditor, da quel momento Che infrangesti il giuramento, Cento stili, o traditor, Tendon’ avidi al tuo cor... Deh frenate il santo sdegno, Non n’è degno—un cor brutal, E saetta—di vendetta Tenga il luogo del pugnal!

Che pel fulmine di Dio De’ suoi falli ei paghi il fio, Ma di Bruto il sacro stil Onorar non dee quel vil! No, non abbia il vil la gloria Che la storia—dica un dì: Il nefando—Ferdinando Come Cesare perì!

Mesta Italia, io ti saluto: Qual momento hai tu perduto! Quel momento, o Dio, chi sà Se mai più ritornerà? Già sorgea ringiovanita L’impigrita—tua virtù... Come mai—tornar potrai Al languor di servitù?

Deh perchè non farla, o Sorte, O men bella, o almen più forte? L’astringesti ad invocar Lo straniero infido acciar, Onde o vinta o vincitrice L’infelice—ognor servì, E impugnando—estraneo brando Sè medesma ognor ferì.

Ah crudel, se a questa terra Far volevi eterna guerra, Perchè darle poi, crudel, Questo suolo e questo ciel? Quì le vergini di Giove Tutte e nove—apriro il vol, Quì sfavilla—la scintilla Che Prometeo tolse al sol.

Surse quì la face aurata Sull’Europa ottenebrata, E l’Europa a quel fulgor Si scotea dal suo torpor. Cento doti, Italia bella, Lieta stella—a te largì; Ahi t’invola—quella sola Che ti fea regina un dì!

Libertà, tu fuggi? Ed io... Io ti seguo; Italia, addio! Libertà, non mai da te, Mai non fia ch’io torca il piè! Oh se un dì farai ritorno, In quel giorno—anch’io verrò; Ma infelice—il cor mi dice Che mai più non tornerò!

Sì dicea; ma l’igneo monte Decrescea nell’orizzonte, E la luna in mezzo al ciel S’era ascosa in grigio vel. Par che stia con veste oscura La Natura—a dolorar, Par lamento—il flebil vento, Par singulto il rotto mar.

Addio, terra sventurata!... Ma la terra era celata. Ei nel duol che l’aggravò Chinò ’l capo e singhiozzò. Ahi l’amor della sua terra, Ahi qual guerra—in sen gli fà! Infelice!—il cor gli dice Che mai più non tornerà!

24 Giugno 1821.

E.

San Paolo in Malta—Canto Improvvisato

Poichè l’onda varcai non mai tranquilla Ove spiran talor venti insoavi, Fra cui Cariddi freme e latra Scilla,

Scilla e Cariddi che le intere navi Ingoian nelle viscere petrose, E ne vomitan poi le rotte travi,

Oltre l’etnee voragini fumose, A cui perpetuo april le balze infiora, Solcai dell’afro mar le strade ondose.

In porpora augural sorgea l’aurora, Quando un’isola apparve al punto istesso A me che meditava in su la prora;

Isola che in offrir facile accesso L’Africa con l’Europa in sè marita, A due parti del mondo uscita e ingresso;

Isola che bilingue e tripartita Il passeggier nel suo cammin navale Con quattro porti a riposarsi invita.

Già vi scendea del mio desir sull’ale, Quando dall’alto udii voce tonante: “Scrivi quel che vedrai, scrivi, o mortale!”

Levai sorpreso il pallido sembiante, E scender vidi nuvola d’argento Che agli occhi mi vibrò balen fiammante:

E dopo un giro vorticoso e lento Un cittadin del ciel mi dischiudea, E tal che ancor lo veggio, ancor lo sento.

Gran parte delle sfere onde scendea Avea nel volto, e lunga fluttuando Sfioccata barba al petto suo pendea.

Un pallio sinuoso e venerando Lo panneggiava, e avea tra fiero e pio Un libro in una man, nell’altra un brando.

All’inspirato suo decor natio Riconobbi il maestro delle genti, Vaso d’elezïon, lingua di Dio,

Colui che or con ragioni, or con portenti, Apostolo e filosofo, fu vago Ne’ varj climi illuminar le menti.

E poichè offrì la venerata imago Del Verbo Eterno in Efeso e Corinto, Mostrò l’ignoto Dio nell’Areopago;

Ed in Damasco dalla grazia vinto, Da nemico di Dio fattone messo, Ancor vivente al terzo ciel fu spinto.

Nel ravvisarlo al vivido riflesso, Di riverenza l’anima ripiena, Mutolo al piè gli caddi e genuflesso.

L’accerchiata di rai fronte serena Paolo abbassando allor: “Sorgi,” mi disse, “O figliuol dell’armonica sirena,

Sorgi e respira. Io so quanto soffrisse Di tempeste il tuo cor che un porto chiede, E un porto il fausto ciel già ti prefisse.

Quell’isola gentil che là si vede Curvar flavo e petroso il fianco aprico, Cui basso il mar lambe amoroso il piede,

Al tuo vagar fia di ricetto amico. Bella ospitalità pronta ai soccorsi Colà si annida, ed io per prova il dico;

Chè poichè Saulo caddi e Paolo sorsi, E la spada in gettar presi la penna, Vangelizzando l’Orïente io corsi,

E quella Fè ch’anche gli stolti assenna, Fuggendo la tirannide feroce, Meco salì sulla velata antenna;

E ovunque alzando l’inspirata voce, In faccia alla fremente Idolatria, Rovesciò l’are e vi piantò la croce.

Or mentre trascorrea l’equorea via, E ministra al vagante apostolato Pellegrina la Fè meco venia,

Lo spirto delle tenebre sdegnato Contro il mio pin che questo mar fendea L’onde rimescolò col freddo fiato,

E dal nembo mugghiante in cui fremea Stese il braccio nemico, e con furore Negli scogli spezzò la prora achea.

Ma quel che impera ai venti alto Signore Mi guidò fra quei semplici isolani A dissipar le nebbie dell’errore.

E i varj ne fugai sogni profani, Onde impresse vi avean larghe vestigia Fenici, Greci, Punici, e Romani:

E la potenza eterea, equorea, e stigia, Dei falsi dei, figli di reo consiglio, Per me disparve da Melita e Ogigia.

Nè sol Giove, Nettun, Pluto, in esiglio Mandai dall’are, ma Calipso istessa Onde accolti quì furo Ulisse e il figlio.

E fin d’Ercole Tirio al suol depressa Cadde l’imago, cara al volgo insano, Che nei numismi ancor si vede impressa.

Quivi rettile reo mi morse invano, Che dai sarmenti accesi in cui soffiava Sbucò fischiando e m’addentò la mano;

E mentre a gonfio collo raddoppiava Il morso in questa man, da me sospinto, Spense nel foco la maligna bava.

Ciascun credea che di pallor dipinto, Quasi iniquo omicida a Dio rubello, Per quel velen cader dovessi estinto.

Ma sopra i giorni miei vegliava quello Che salvi trasse i tre dalla fornace, E dai leoni il giovin Danïello.

Ei volle questo suolo asil di pace, Onde fe’ che per me restasse illeso Dal tosco d’ogni rettile mordace.

Del portento insperato ognun sorpreso Mi cadde al piè con supplicanti rai, Come s’io fossi un dio dal ciel disceso.

E bene al guardo altrui tal mi mostrai, Chè dalle genti estenuate e grame Cento pallidi morbi allor fugai.

Di Publio udii le filïali brame, Sì che a suo padre, in preda a morbo ingordo, Dell’egra vita rannodai lo stame.

Tolsi a Morte l’acciar di sangue lordo, Sordi e muti guarii, con tal portento Che il muto lo narrò, l’intese il sordo.

Corser d’allor ben cento lustri e cento E sempre questi resi almi confini Asili dell’industria e del contento.

E vigilando ognor sui lor destini Nel successivo imperversar degli anni Scacciai Goti, Normanni, e Saracini.

Farne una rocca contro agli Ottomanni Disegnai poscia, ne parlai nel cielo, E mi fe’ plauso il precursor Giovanni.

Ei che a vittoria del divin vangelo Proteggeva un equestre ordin d’onore Che pria regnò fra il Libano e il Carmelo,

Per rinnovarne il pristino splendore Meco discese per le vie del tuono Del Quinto Carlo a favellarne al core.

E Carlo allor dal riverito trono Per compenso di Rodi (ahi Rodi tristo!) Ai campioni di Dio ne fece un dono.

Ed essi intenti a glorïoso acquisto Spinser nautiche flotte all’uopo accolte, Il gran sepolcro a liberar di Cristo:

Tal che in fronte alle turbe infide e stolte, Che sparsa avean di sè tremenda fama, L’Ordrisia Luna s’ecclissò più volte;

E sì troncata fu l’iniqua trama Che la città che le scacciò con l’armi ‘Città Vittoriosa’ ancor si chiama.

Io resi degni di perpetui carmi Que’ Duci ch’al più Sant’Ordine ascritti Augusti templi ornar di bronzi e marmi,

E a render più sicuri i patrii dritti Formar nell’arduo inespugnabil sito Muniti porti e baluardi invitti.

Io resi industre il popolo imperito, Tal che per lui nel freddo e nell’ardenza Lo steril sasso ancor divien fiorito;

E sì lo prosperai di mia presenza Che, mentre Europa avea miseria e guerra, Quì fiorivan la pace e l’opulenza.

Io fei cenno da lungi all’Inghilterra, E commisine il freno a quella destra Che lo scettro de’ mari in pugno serra.

Ed or che il vizio infetta ogni terreno Melita che virtù non mai discaccia La virtù sventurata accoglie in seno.

Tu vi discendi: io ti farò la traccia: Vedrai, figlio, vedrai come a te inerme Amorosa accoglienza apra le braccia.

Nè l’aspe infausto e il velenoso verme Temer del vizio all’altrui danno intesi, Ch’io là distrussi d’ogni serpe il germe.”

Disse, e su me vibrò più lampi accesi Che in sen mi ravvivâr gli spirti oppressi; Nella nube ei si chiuse, a terra io scesi,

E sull’ospite sponda un bacio impressi.

12 Agosto 1821.

F.

Napoleone a Sant’Elena

Mira, Ocean, quel principe son io Temuto in guerra qual fragor del tuono, Che, a sua voglia togliendo e dando il trono, Turba d’imbelli rè spinse all’obblio. Un trono io m’ebbi; e non mel diede in dono La sognata dai rè grazia di Dio; A un nume de’ miei pari, al brando mio, Terror dell’orbe, debitor ne sono. Il Destin quì mi trasse, e non l’Ispano, Il Prusso, il gel di Scizia, o i rè tremanti, Nè il fulmine temprato in Vaticano. Ma quì pur grande. E dov’è mai chi vanti Per sua prigione aver l’ampio Oceano, E per custodi suoi tutt’i regnanti?

1835?

Notes in this chapter

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