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Fra i due mondi

PARTE TERZA.

Reading edition

I.

Il martedì mattina, appena desto, udii squillare sul ponte delle voci singolarmente chiare e distinte, come se l’aria fosse più sonora, ed il luogo diverso! Guardai intorno.... Il vapore non tremava, non brontolava, era immoto! Eravamo dunque già arrivati alle Canarie. Aprii il finestrino: e sopra i dorsi di due marinai, che curvi sulla ringhiera parlavano non so con chi e facevano non so che cosa, vidi delle case, degli alberi, un pezzo di montagna. Svegliai mio figlio, mi vestii in fretta, e uscii pochi minuti prima delle otto.

Ancorati nel piccolo porto di Las Palmas, aspettavamo la visita medica. L’Oceano per tanti giorni illimitato, vuoto ed inquieto giaceva innanzi a noi chiuso, stagnante, popolato: e in quello il «Cordova» pareva come ingrandito e più alto sul piano del mare, in mezzo alle barche che già gli ronzavano intorno offrendo sigari e aranci ai passeggeri della terza, affacciatisi in gran numero ai parapetti. La giornata era cupa: il cielo grigio e minaccioso: le colline che circondano Las Palmas, nere: eppure con quale insolito piacere le guardavamo! Finalmente, dopo aver contemplato per undici giorni dall’instabile ponte l’eterna e sempre sfuggente mobilità delle onde e delle nuvole, che sono e non sono, poter posare e riposare la vista finalmente sulle immote forme della terra madre, che è: sentirsi sotto i piedi un pavimento saldo e fermo!

Prima delle otto e mezzo comparvero l’ammiraglio, il Rosetti, l’Alverighi, il Cavalcanti, il Vazquez; tutti — fuorchè l’ammiraglio — in abito da terra, con il cappello e armati d’ombrello.

— Non scende, ammiraglio? — gli chiesi.

— Più tardi. Vi raggiungerò all’Hôtel de France per l’ora di colazione. La signora vuol leggere con me i dispacci che aspetta: poi scenderemo insieme a terra.

Discorremmo del più e del meno: il Rosetti ci predisse acqua; ma non spaventò nessuno: infastidiva invece l’attesa. Quando, quando verrebbe quella benedetta Sanità? Intanto i marinai preparavano la nave a ricevere il carbone: chiudevano porte e finestre: tendevano grosse tele da ogni parte: apprestavano scale, funi, argani. Un vaporetto finalmente mosse di lontano, dirizzandosi difilato verso il «Cordova», seguito da altri due o tre: un signore in divisa salì a bordo: altre persone gli tennero dietro ed altre ancora: funzionari, agenti di navigazione, mercanti di carbone, suppongo: su per le scale del «Cordova» e sul ponte incominciò un via vai romoroso, un ciarlar polilingue, un incrociarsi di richiami, in mezzo ai quali udii gridare e rispondere: «La posta? El correo! La posta!».... Ad un tratto mi arrivò addosso l’Alverighi.

— Presto, presto.... Il capitano ci offre il vaporino dell’agente del Lloyd.... Ma bisogna spicciarsi: parte subito.

Correndo tra la gente vociante e affaccendata rintracciai la mia signora e mio figlio, ma non il Rosetti: continuavo a cercarlo, quando il Cavalcanti mi raggiunse:

— Venga, venga. Il signor Rosetti è già nel vaporino.

Stavamo per discendere, quando passò l’ammiraglio portando un voluminoso pacco di carte.

— Sono i dispacci per la signora — disse sorridendo. — Arrivederci all’Hôtel de France.

E scesi, preceduto dal Cavalcanti, la scala traballante, lungo il ventre nero del «Cordova».

Subito il vaporino si staccò e trasse rapido verso la riva. Che gioia sentirsi di nuovo la terra immota e salda sotto i piedi e intorno lo spazio non misurato! Giulivi come prigionieri liberati, quasi di corsa, infilammo la via fangosa che conduceva alla graziosa cittadina, seguiti da un Cicerone che ci offrì i suoi servizi, finchè il signor Vazquez lo assoldò: e chiacchierando allegramente, mostrandoci a vicenda le cose curiose, scherzando intorno alla conversazione della sera precedente, domandando al Cavalcanti notizie del signor Vivekananda e all’Alverighi se voleva convertirsi al vedantismo o farsi frate, ridendo forte e gridando, invademmo — romorosa brigata — le vie deserte e silenziose della cittadina dalle piccole case e dai giardini interiori, che verdeggiano folti nel fondo attraverso le porte socchiuse. Solo l’Alverighi era taciturno e imbronciato: non c’era dubbio, perchè l’angustiava la disfatta subita la sera innanzi. Non aver potuto oppugnare che le macchine conducono all’estasi e che la ricchezza non è migliore della povertà!

Visitammo la cattedrale. Qui, innanzi all’altar maggiore, mentre insieme lo guardavamo e gli altri erano dispersi per la chiesa, il Cavalcanti mi disse ad un tratto:

— Eppure era comodo, quando gli uomini credevano in Dio! Sapevano allora quel che dovevano ammirare, odiare, amare, spregiare. Adesso invece! No: la vita non può essere soltanto un sistema di interessi come sostiene il Rosetti, se lo sostiene sul serio: e il vedantismo, il disinteressamento universale, non può essere che uno espediente transitorio per vincere la nausea di vivere solamente per il proprio tornaconto, come gli uomini fanno oggi. Dio deve rinascere; o meglio non è morto mai: dovrà solo pigliare il suo schietto nome, che è: la Vita! Lei aveva ragione, ieri sera: gli interessi si interpongono tra noi e la Vita come una nebbia; e in quella nebbia, la Bellezza, la Verità, la Virtù ci sembrano delle illusioni. Ma non lasciamoci ingannare dalla nebbia; slanciamoci, come Faust, nella Vita; viviamola nelle sue mille forme con fervore, con sincerità, liberamente: e capiremo l’Assoluto, palperemo il Reale, troveremo Dio dappertutto.... In un fiore.... In un fremito d’amore.... In una statua greca.... In una scena d’Amleto....

Sopraggiunse il Cicerone e volle a ogni costo condurci al palazzo di giustizia e mostrarci il gentile strumento con cui la giustizia spagnuola strozza i condannati alla pena capitale, narrandoci vita, morte e delitti degli ultimi giustiziati. All’uscita, un acquazzone, anzi un diluvio addirittura, ci fermò per mezz’ora: poi visitammo altre chiese; girovagammo ancora; e verso mezzogiorno ci trovammo all’Hôtel de France.

Ma l’ammiraglio non c’era. Aspettammo un po’; suonarono le dodici e mezzo.

— La pioggia avrà spaventata la signora — disse il Rosetti.

E risolvemmo di metterci a tavola. Durante il pranzo ragionammo di varie cose: scherzammo di nuovo un poco intorno a Vivekananda: poi approfittammo del tempo rischiaratosi per fare un lungo giro nei dintorni di Las Palmas e nelle botteghe della città. Verso le quattro e mezzo ritornammo a bordo.

Povero «Cordova»! In che modo era conciato! Polveroso e nero come una carbonaia. Per fortuna già le stive rigurgitavano; e i marinai incominciavano a ripulire il ponte alla meglio. Lasciai la Gina alle prese con i venditori di merletti che insieme con i venditori di sigari avevano invasa la parte pulita della nave: e difilato andai nella cabina, per le scale interne, perchè le porte che davano sul ponte erano chiuse. Ma nell’andito incontrai Lisetta, che rapida, quasi di corsa, mi passò accanto, con una faccia seria come chi va per cosa spiacevole e di premura. Nel momento in cui stavo per aprire la porta della mia cabina, vidi il dottore salire rapido al piano superiore; entrai nella cabina: ma mentre mutavo panni, sentii più volte il campanello suonare nell’andito lungamente, come impazientito, e la cameriera di bordo gridare, tra affannata e irritata:

— Vengo, vengo!

— Che cosa succede? — mi chiesi.

Uscendo, incontrai la cameriera di bordo che scendeva: e le chiesi se qualcuno si sentiva male.

— Sì, ha preso male alla signora americana — mi rispose.

— Ecco perchè l’ammiraglio non è sceso a terra — pensai.

Sospettai che qualche cosa fosse successo: raggiunsi la mia signora sul ponte, dove i mercanti facevano i fagotti per partire, chè l’ora di salpare giungeva. Ma strane e confuse notizie giravano tra i passeggeri attoniti e perplessi: chi diceva che il marito della signora Feldmann era morto e chi che la sua banca era fallita.

Cercai l’ammiraglio. La cameriera mi disse che era nella cabina della signora. Intanto eran scoccate le sei. I mercanti erano partiti; parecchie centinaia di casse di banane, caricate a destino di Genova, coprivano ormai la prua; la baia si costellava di lumi. Fischi e campane suonarono; e lento lento il «Cordova» si mosse, dirizzando di nuovo la prora verso la meta lontana. A poco a poco i lumi di Las Palmas si allontanarono, impicciolirono, si spensero, mentre passeggiavo sul ponte aspettando l’ammiraglio, impaziente.... Comparve finalmente quando suonò la prima campana del pranzo: ma con una faccia così rannuvolata!

— Fa divorzio — mi disse — e sposa una loro antica o cameriera o istitutrice o infermiera. Non saprei dirlo precisamente.... Non ho capito bene....

— Miss Robbins? — gridai.

— Per l’appunto. Ma come lo indovina?

Gli raccontai allora quel che la signora mi aveva confidato a proposito di miss Robbins. Non gliene avevo fatto cenno, quando gli avevo riassunti i nostri colloqui, di così poco rilievo mi parevano quelle confidenze! Poi alla svelta e conciso mi raccontò che difatti diversi telegrammi erano giunti, tra i quali due lunghissimi dell’avvocato; e dicevano che il marito aveva già iniziata la procedura del divorzio; che era già da parecchi anni amante di miss Robbins, alla quale negli ultimi anni aveva perfino regalata una casa e che si accingeva a sposarla; che non si sapeva ove fosse; che lo zio, il quale voleva intervenire a favore della signora, non era riuscito ancora a scovarlo. A leggere queste tremende notizie la signora era stramazzata: rinvenuta, aveva delirato, gridato, pianto disperatamente più ore; solo poco prima, alla fine, per virtù di discorsi e di calmanti, si era un po’ tranquillata e assopita.

Sbalordito, chiesi all’ammiraglio che ne pensasse, come spiegasse, che gli paresse! Si strinse nelle spalle; e:

— Non mi ci raccapezzo — rispose.

La seconda campana ci invitò al pranzo; al principio del quale il discorso cadde subito sulle sinistre notizie che correvano: l’ammiraglio fu dalla falsità delle notizie tratto a raccontare la verità, per rettificarle: ma come spiegare un caso tanto bizzarro? Incominciai io dunque a raccontar alcuni degli episodi che la signora mi aveva narrati nel giorno della tempesta: incalzato dalla curiosità degli ascoltatori, sospinto dal mio stesso parlare, raccontai alla fine in succinto tutta la storia della famiglia, incominciando dal Great Continental e dalle sue vicende. Pensavo di sbalordire i miei ascoltatori annunciando loro che i Feldmann possedevano più di cento milioni; ma:

— Di dollari? — mi domandò invece, con disinvoltura, l’Alverighi.

Risposi che credevo fossero franchi e non dollari; e:

— Allora non è un gran che! — rispose scrollando le spalle.

Ci mettemmo tutti a ridere: ma quello, serio serio:

— Cento milioni? Uno che è andato in America che già ne aveva sette e che per di più ha sposato una donna ricca? Ma io spero bene di lasciare cento milioni ai miei figli! E sono sbarcato in America con duemila lire. Per meno, tanto vale restare nella vecchia Europa!

Non mi impegnai a discutere; e ripresi a raccontare le discordie di giorno in giorno inacerbitesi, lo scandalo del Great Continental, il matrimonio della figlia, la fiducia posta dalla signora in miss Robbins, il nero tradimento di costei, che il telegrafo le aveva rivelato alla mattina. Fui ascoltato in silenzio; e quando ebbi finito tutti tacquero, perplessi e un po’ impacciati, come chi non sa giudicare.

Tacque, per un istante, anche l’Alverighi: poi a un tratto e con una delle sue solite mosse repentine:

— Vedete? — esclamò, guardandoci tutti in faccia e in tono risentito. — Vedete? A furia di predicar che l’arte, la bellezza, l’eleganza, i raffinamenti son la ragione suprema della vita, quel che succede? E poi mi gridate tutti la croce addosso, quando prédico che bisogna distruggere quella nefasta oligarchia intellettuale, che dall’Europa semina per il mondo queste menzogne....

L’osservazione parve a tutti cascar di sghembo nel discorso; e il Cavalcanti lo disse.

— Ma che c’entrano l’arte e la oligarchia intellettuale dell’Europa in questi litigi di famiglia?

— C’entrano, c’entrano — rispose vivacemente l’Alverighi. — Perchè, arricchiti un po’, quei due signori si sono accapigliati in quel modo e faranno divorzio? Per decidere se lo stile impero vince in bellezza il Luigi XV o il giapponese, se è più chic comprare un antico castello o un yacht... In New-York! In America dove anche i miliardari.... Ma chi è che mi ha detto di non credere una parola di quel che i giornali raccontano intorno al lusso dei miliardari? Lei, Ferrero, mi pare?

Accennai di sì. Ma a questo punto il Cavalcanti ci interruppe:

— Si fa divorzio a quel modo, per delle dispute di estetica? Io direi invece che il marito a un certo momento si è innamorato di un’altra donna, e....

— Si fa divorzio, si fa, sissignori — ribattè l’Alverighi. — Perchè l’Europa è pazza di orgoglio. Quando un europeo ha fatto un po’ di quattrini, subito si inebria, si mette in capo di aver diritto di vivere in un Olimpo, dove non vedrà e non toccherà più che cose di una bellezza o di una bontà uniche: e allora la è finita! Non può più intendersi con i suoi simili. Si crede infallibile e Dio. Caligoleggia.

— Su via, — disse ridendo il Cavalcanti: — non tutti i milionari che amano l’eleganza sono dei Caligola....

— Sono allora — ribattè pronto l’Alverighi — degli snobs e degli sciocchi, che pagano il doppio tutte le cose, per avere un fondato motivo di crederle più belle.

Ma qui il Cavalcanti gli obiettò che lo snob giudica le cose dal prezzo, ma l’uomo di vero gusto misura il prezzo secondo le cose. A mo’ di risposta l’Alverighi raccontò ridendo di aver letto un giorno, a Parigi, in piazza Vendôme un sesquipedale richiamo di bottega innalzato per tirare gli Americani del Sud, che poi sparì, e che suonava così: «El Zapatero le plus cher du monde». Il più caro, dunque il migliore! Io raccontai allora — l’aneddoto mi ritornò nella memoria in quel momento — come la signora mi avesse detto che le perle, di cui si ornava sul «Cordova», erano false, perchè aveva lasciate le vere a Parigi; e come avesse filosofato sulla vanità delle opinioni umane intorno alle perle false e alle vere: perchè il mondo le giudica vere o false secondo crede o no ricco abbastanza chi le porta o chi le dona! L’aneddoto piacque all’Alverighi, che si rivolse di nuovo al Cavalcanti:

— Vede, vede? — dicendo. — Anche una signora elegante, qualche volta, ragiona....

— Conclusione? allora? — replicò sorridendo il Cavalcanti. — Vivekananda ha ragione, almeno in parte: se i raffinamenti della civiltà sono illusione e la ricchezza perde, crescendo, il potere di procurare nuovi e più intensi piaceri, il savio non la desidererà, almeno oltre questa misura.... A che serve la ricchezza, se non procura che illusioni e nessuna gioia verace?

— Serve ad aver crucci, fastidi, fatiche, ansie, malattie, insonnie — rispose risoluto l’Alverighi.

— Obbligatissimo! Non so che farmene allora....

— Perchè lei è un sibarita. I veri e soli asceti dei tempi nostri siamo noi, accaparratori insaziabili di milioni. Dico sul serio: non sorrida: noi che fatichiamo di giorno e di notte; e ci priviamo della casa e del sonno; e viviamo nomadi sulle ferrovie e sul mare; e per quale scopo o speranza? La godiamo noi forse, la nostra ricchezza? Che cosa ci regala, questa ricchezza, oltre l’ebbrezza mistica di averla creata, se non tormenti e fatiche e malattie? Sì: io voglio accumulare cento milioni: cento, non uno di meno, ad uno ad uno, infaticatamente: ma sarò io più felice quando sarò l’invidiato signore di cento milioni? La mia vita sarà più bella o migliore? Sarò spossato, infermo, triste; avrò infiniti crucci ed ansie e pensieri....

Ma il Cavalcanti qui lo interruppe.

— Ma questo appunto è il grande errore dei nostri tempi e dell’America. Arricchire per arricchire, glielo disse l’ingegnere Rosetti, è una vana illusione: la ricchezza è e non può essere che un mezzo....

— La ricchezza non è divina che se è fine a sè stessa — gridò veemente l’Alverighi. — Lo so, i facili filosofi dell’oggi deridono questo ideale: accusano gli Americani di averlo imposto al mondo: dimostrano che è assurdo. Bella fatica! Ma o che forse non sono assurdi tutti gli ideali che trascendono l’interesse del singolo, quando si giudicano alla stregua di questo interesse? Non sono tutti delle vane illusioni? Alla stregua dell’interesse suo personale, il soldato che si fa uccidere per salvare la patria, non è forse un imbecille? Che cosa importa la salute della patria a colui che non sarà più? Non sarebbe meglio per lui sopravvivere alla sconfitta, che non vivere dopo la vittoria? Sicuro: noi fatichiamo e non godiamo: del torrente immane di ricchezze che noi, giganti del denaro, versiamo nel mondo, non approfittiamo noi, ma la moltitudine neghittosa, ignorante, meschina, invidiosa, stolta che ci odia e perseguita; e che ora, per merito nostro, ha quel che le generazioni precedenti non ebbero: ha pane, ha letto, ha vestiti, salute, un po’ di luce per l’intelletto ottenebrato, la sicurezza dell’avvenire. Ferrero ha ragione: chi fa lusso, chi spreca, chi sciala in America non sono i miliardari, ma le classi medie e gli operai, che accusano poi ad ogni momento i miliardari di essere dei Sardanapali. Sciocchezze! Ma io, ma noi perchè ci uccidiamo al lavoro? Non lo so; non m’importa; non lo voglio sapere. L’opera che ci smunge, che ci macera, che ci scarnisce, la conquista della terra, trascende la nostra mente, come le guerre, come le rivoluzioni, come tutti gli avvenimenti storici. E soffriamo, deperiamo, moriamo felici in questa frenesia, di cui non comprendiamo la ragione, perchè un demonio arcano ci investe: e quindi abbiamo diritto di dire che la ricchezza è divina in sè stessa e che noi viviamo non per noi, ma per gli altri, per il mondo, per l’avvenire, consumati e purificati da un fuoco divino, che deterge le inevitabili scorie delle nostre intenzioni. Lei, ingegnere, disse ieri sera che l’uomo dovrà alla fine disinteressarsi della ricchezza; è vero; lei ha ragione; Vivekananda ha ragione: ma il vero mezzo di disinteressarsene, è non lo spregiarla, il desiderarla per sè e non per i vani piaceri che essa promette agli sciocchi. Underhill era il vero asceta moderno, l’uomo più puro e disinteressato del mondo: ma non i Feldmann invece; che volevano goderla la ricchezza! Darsi l’aria di raffinati e di esteti! Farsene uno strumento con cui umiliare i loro simili! Essi hanno meritata la loro sorte, perciò....

II.

L’Alverighi si era rifatto. A questo veemente discorso nessuno, nemmeno il Cavalcanti, replicò. Tacemmo tutti; sinchè, visto che nessuno parlava, il Rosetti, il quale aveva finito allora allora di sorbire il caffè:

— E la signora Feldmann? — chiese. — Lei me l’ha dimenticata, avvocato! Che cosa doveva fare la signora, se la ricchezza non serve che a fare cumulo? Calare anch’essa in Wall Street a fianco del marito? Brigare la presidenza di qualche società petrolifera?

L’Alverighi tacque un momento: poi brusco:

— Ma quella è una donna — disse.

— E le par poco? — rispose, ridendo, il Rosetti. — Le donne sono su per giù la metà del genere umano e il grande impiccio di tutte le filosofie dell’azione. Se fare — la guerra, gli affari, il governo — è la ragione unica della vita, quale è il còmpito della donna nel mondo, oltre il mettere al mondo dei figli e divertire gli uomini a tempo perso, sinchè sono giovani e belle?

— È quel che vo dicendo da un pezzo — interruppe la mia signora. — Tutti parlano del trionfo della donna oggi; e invece noi assistiamo alla sua forzata abdicazione. Prima dell’invenzione delle macchine, le donne filavano, tessevano, cucivano, facevano il pane, le conserve, il bucato, curavano i malati, allevavano i figlioli.... Avevano un còmpito nel mondo, che era loro. Adesso le macchine — cioè quasi sempre degli uomini — fanno tutte queste cose, e poi gli uomini dicono che le donne invadono le professioni maschili, se tentano di pigliar una laurea quasi sempre inutile....

— Se l’immagina lei, avvocato, — proseguì il Rosetti — la signora Feldmann, novella Penelope, intenta a farsi le calze; quelle tali calze.... che costano.... non ricordo più quanto?

L’Alverighi tacque un momento, perplesso; poi:

— Ma vuole lei forse — disse — riconoscere alla donna il diritto di spendere come le piace il denaro del marito?

— No — rispose il Rosetti: — ma penso che lei in questo momento dimentica, come l’altro giorno, quando ragionava del progresso, che produrre le ricchezze non basta, bisogna anche consumarle: se no, a che giova produrle? Che ci siano e ci debbano essere degli uomini che di ricchezza fanno ricchezza e non vogliono altro, siamo d’accordo: ma è pur naturale che altri — le donne, per esempio, e non soltanto le donne, ma molti uomini pure, anzi non solamente molti ma i più — bramino le ricchezze per convertirle in godimento: se no anche gli altri, gli indemoniati giganti del denaro, come li chiama lei, sarebbero condannati a stare tutto il santo giorno con le mani in mano e non potrebbero, poveretti, sacrificarsi a pro del genere umano. Quindi i più vorranno accrescere le loro ricchezze per accrescere i godimenti: e per accrescere i godimenti non ci sono che due mezzi: o aumentare la quantità o variare la qualità delle cose che ce li procurano. Amo il vino e cerco di guadagnar di più per soddisfare meglio questa voglia? Potrò o beverne dello stesso in maggiore quantità o beverne del migliore. Ma è chiaro che la quantità, presto o tardi, sazia.... Dunque, oltre una certa quantità, o il desiderio riesce a trovare soddisfazioni più elette, a tradurre la qualità in quantità, o la ricchezza è inutile. Lo snobismo! Lo so: è un bersaglio facile, oggi! Ma ci pensi un po’: non sarebbe esso uno sforzo per tradurre la quantità in qualità, a cui tutti gli uomini sono spinti dall’incremento stesso della ricchezza? Lei non perdona ai Feldmann che, fatti di ricchi straricchi, hanno cercata affannosamente la strada dell’Olimpo: ma badi.... Una villana si inurba, va alla fabbrica, viene in possesso di qualche spicciolo. Quale uso ne fa? Compra forse un numero maggiore di vestiti contadineschi? No: ne compra che le paian più belli: imita la città e le sue foggie: si orna di sciarpe, di nastri, di fronzoli.... Tenta insomma di tradurre la quantità in qualità. Tutti si sbracciano oggi — i socialisti come i sovrani — a magnificare il proletariato che sale; che cioè si sforza di scimmiottare i signori, di tradurre la quantità, i maggiori salari, in qualità. L’innalzamento del proletariato è lo snobismo degli artigiani. Noi abbiamo discusso a lungo, in questi giorni, intorno al progresso: orbene per quale ragione questa parola così vuota suona così piena all’orecchio dei moderni? Perchè il progresso è lo snobismo dei popoli.... Gli statistici allineano e incolonnano i numeri; provano come nei nostri tempi tutto cresce o decresce rapidamente, quasi di anno in anno si potrebbe dire: la popolazione, la ricchezza, i traffici, i depositi delle banche, le ferrovie, i viaggiatori, le scuole, i telefoni, i delitti, le nascite, le morti, i matrimoni, i fallimenti, gli analfabeti.... Ma i popoli non si accontentano di leggere quei numeri: li vogliono far cantare: cantare la dolce canzone che essi si fanno più forti, più savi, più gloriosi, più grandi: migliori, in una parola. Le teorie del progresso, buone o cattive, che ogni nuovo giorno inventa, non sono che tentativi di tradurre la quantità in qualità, dei numeri in virtù, per conto dei popoli....

Il ragionamento era lucido e saldo. Ma non disarmò l’Alverighi.

— E la plebe ha ragione — disse — perchè la plebe può, grazie alla macchina, tradurre la quantità in qualità, come dice lei. I ricchi invece non possono. Ricorda, signor Cavalcanti, la nostra discussione intorno alle eleganze del vestire? Non si tessono più quei broccati e damaschi, da vestire vescovi, principi e re, che ammiriamo nei musei!, gemeva lei, sconsolato. È vero, le ho risposto io, ma in compenso oggi anche l’artigiano e il contadino si possono vestire con una certa eleganza, ignota ai loro nonni. Io, lei, Rockefeller: che differenza c’è quanto al vestito? Sono passati i tempi in cui si poteva dire di un ufficiale dei moschettieri, quale d’Artagnan, che andava in giro carico di pizzi come un altare! Le macchine hanno profusi gli oggetti di qualità media, togliendo via i pochi esemplari reputati straordinariamente perfetti, di cui si gloriavano i nostri antenati; e perciò hanno fatte inutili le grandi ricchezze tra le mani di coloro che le posseggono....

Questa osservazione parve a tutti d’improvviso così vera, che ognuno di noi si sentì invogliato a confermarla. Io osservai che la «linotype» e la rotativa guastano il gusto del pubblico e l’ingegno degli autori, incalzando quello a leggere e questi a scrivere a precipizio. Gli studi classici declinano, perchè nessuno vuol più perder tempo ad imparare le difficili regole del bello scrivere, quando la penna deve volare. Il Cavalcanti osservò che i tempi passati dipingevano poco e bene; i nostri scarabocchiano dalla mattina alla sera libri, giornali, riviste, caricature, copertine, cartelloni. Il Rosetti, un po’ scherzosamente, trattò invece della decadenza del formaggio, che pur essendone egli ghiotto assai, aveva quasi smesso di mangiare, perchè non ne trovava più del buono: interrogati, parecchi mercanti avevano ad una voce accusate le macchine di fabbricare molto formaggio e in fretta, ma più scadente. L’ammiraglio invece osservò che le macchine insieme con il bello stile la grande pittura e il prelibato cacio di cui erano ghiotti i pastori di Teocrito, avevano quasi rimosso dal mondo anche il galateo. Il codice delle belle maniere non può essere scrupolosamente osservato tra gente che tutto il dì corre all’impazzata: perciò gli era spesso capitato, nei suoi viaggi, di udire gli Orientali rimproverare gli Europei di rozzezza e rammaricare, a Parigi, che perfino lì, in quella antica sede della cortesia, si vedano ormai nella ferrovia sotterranea le signore in piedi e i signori seduti, uomini e donne far ressa a spintoni alle porte. Cavalcanti riprese infine la parola per parlare delle arti decorative: così affaccendate oggi a servire un pubblico volubile e frettoloso, che non hanno tempo di elaborare e maturare uno stile vitale.

Sebbene parecchie di queste osservazioni fossero mosse da uno spirito avverso alle macchine, l’Alverighi finse di non avvedersene; e prese lo slancio a concludere:

— Vedete dunque? Il piacere è una pianticella che cresce in piccoli vasi. Colui che sogna i miliardi o i milioni per godere chiede la Pampa intera per piantarci un rosaio. L’Europa non fa che esporre in vetrina per la ennesima volta la sua stoltezza, quando si beve così scioccamente tutte quelle favole sul lusso dei miliardari americani! Del resto, ingegnere, non ammise anche lei l’altra sera, che al di là di un certo grado di perfezione non è più possibile distinguere delle differenze nella bellezza o nella bontà delle cose — dir se è più buona una bottiglia di Champagne o una di Bordeaux, se è più bello un quadro di Tiziano o un quadro di Raffaello? Che non c’è un calcolo infinitesimale delle qualità? O dunque? Chi possiede dieci milioni potrà forse godere dieci volte meglio di chi ne abbia uno solo: ma chi possiede cento milioni non potrà godere dieci volto meglio di colui che ne ha dieci e cento di colui che ne ha uno: gustare bocconi dieci volte più ghiotti; abitar casa o vestir panni dieci volte più sontuosi; o se volete anche, esser amato da un numero dieci volte maggiore di donne dieci volte più belle! Quindi non potrà scampare dal dar di cozzo in uno dei corni di questo trilemma: o spendere le sue ricchezze per gli altri, come fanno i miliardari dell’America del Nord: o lasciarsi ingannare dai ciurmatori che spacciano per eccellentissimo quel che è solamente più dispendioso, come fanno un po’ troppo spesso — devo riconoscerlo — i ricchi americani del Sud: o rodersi per una smania di eleganze impossibili, cercando quel che non esiste, come hanno fatto i Feldmann.... La ricchezza moderna non serve, non deve, non può servire a coloro che la posseggono: ma a tutti. Appartiene al popolo, al progresso, alla civiltà, all’avvenire. Il proprietario apparente ne è il depositario, dice Carnegie.... Anzi: non il depositario, ma la vittima, il martire. Noi dovremmo essere venerati come i santi nel Medio Evo...

Un clamore di risa e di allegre proteste lo interruppe. Tacque, ridendo anch’egli: e il Rosetti:

— Lei avrebbe ragione — disse — se.... se.... se.... — Fece una pausa: poi: — Quel che lei dice, mi rammenta una favola mitologica, che mi fu narrata tanti anni fa, durante un viaggio alla volta degli Stati Uniti, non ricordo più da chi.... Non si vergognerebbero loro di starla ad ascoltare? La mitologia è ormai un trastullo da bambini: ma imaginiamo per un momento di esser ridiventati bambini, dopo aver tanto filosofato! Del resto è una favola rammodernata: la favola di Prometeo e di Vulcano, che scappano in America....

Ma a questo punto si volse a guardare intorno la sala: era vuota, chè il pranzo era terminato da un pezzo; e i servitori aspettavano che noi pure ci levassimo, per sparecchiare.

— Se si andasse sul ponte? — disse. — L’ora di fumare è giunta.

Ma l’ammiraglio voleva prima andare a veder la signora e la mia signora il bambino; così si convenne, poichè erano già le otto e mezzo, che ci ritroveremmo alle nove sul ponte di passeggiata. Alle nove eravamo infatti tutti seduti a cerchio, a babordo, tranne l’ammiraglio che tardò venti minuti e si scusò, raccontando che a rivederlo la signora aveva rotto di nuovo in pianto.

— È disperata! — disse. — Proprio deve amar suo marito anche più che non credessi.

Discutemmo un po’ su questo punto: il Cavalcanti avventurò la supposizione che l’animo della signora avesse ceduto alla prima sorpresa, ma che si riavrebbe presto: poi tutti insieme invitammo il Rosetti a narrarci la favola promessa. Il Rosetti accese un sigaro; e sorridendo incominciò:

— Dovete dunque sapere che da un pezzo Prometeo, legato sul Caucaso, si rodeva il fegato da sè più ancora che non glielo rodesse l’avvoltoio. Imaginarsi! Aver plasmato l’uomo dal fango, avergli dato il fuoco e insegnate le arti: e poi, per ricompensa, essere incatenato sopra una vetta nevosa del Caucaso dall’invidia degli Dei; ed essere dimenticato lassù dagli uomini che, quando l’avevan visto in catene, si erano affrettati a conchiudere che il torto era suo, tutto suo, di averli creati e istruiti! Glielo avevano forse chiesto, essi, di esser creati? Prometeo voleva vendicarsi e ruminava nella solitudine del Caucaso strani pensieri: fuggire in qualche grande deserto e in quello creare con il fuoco una nuova generazione di Titani, straordinaria, meravigliosa, unica addirittura, che non fosse solo cento volte più robusta della prima, ma che fosse senza paura e incorruttibile, che Giove non potesse nè atterrirla con i suoi fulmini nè corromperla. Un’impresa, che a ogni altro sarebbe apparsa impossibile! Difatti quando se ne aprì con Vulcano, che ogni tanto Giove mandava a saggiargli i ferri se erano saldi, e gli chiese perchè si ostinasse a restar nell’Olimpo, egli, il paria degli Dei, lo zimbello di Giove, di Giunone, di Venere e di Marte, e lo invitò a fuggir con lui, e gli promise, se l’aiutasse, di farlo unico Dio dell’Olimpo, Vulcano quel giorno credè che Prometeo fosse ammattito per i patimenti. Ma finalmente un bel giorno Cristoforo Colombo scoprì l’America. Bisogna sapere che, dopo la scoperta dell’America, ci fu un gran subbuglio, non solo sulla terra ma anche in cielo. I vecchi Dei, abituati da un pezzo a governare il piccolo Mediterraneo, non se l’aspettavano una seccatura di quella forza: come i governi e la diplomazia moderna, non volevano fastidi: erano ligi, per quel che riguardava il mondo e la geografia, al principio dello statu quo. Ci furono dunque discussioni e litigi in quantità, tra i vecchi Dei del Mediterraneo, per decidere quel che fare del nuovo mondo, se colonizzarlo dì ninfe, di fauni, di driadi, di eroi e via dicendo; e del subbuglio approfittarono Prometeo e Vulcano, che alla fine si decise, per volgere le spalle al Mediterraneo. Scapparono in America con i famosi pellegrini. Imaginatevi quel che successe nell’Olimpo quando si seppe che il rapitore del fuoco non era più su la vetta del Caucaso, ma in America e con Vulcano! Giove radunò subito il consiglio dei ministri — cioè mi sbagliavo — degli Dei; all’unanimità fu deliberato di destituire l’avvoltoio: poi si disputò a lungo se mandare o no in America una spedizione a catturarlo. Ma era così lontana, l’America! Alla fine Minerva fece una proposta degna della più giudiziosa fra le Dee. «L’America — essa disse — è un immenso deserto; perciò noi non sappiamo a che uso destinarla: ebbene, facciamone la prigione di Prometeo e di Vulcano che è fuggito con lui.... Abbandoniamola a loro. Che cosa potranno fare i due sciagurati, soli con il loro fuoco, in quel deserto, dove non ci sono uomini e dove non ce ne anderanno mai, se noi non ci porteremo, oltre il fuoco, gli altri beni delle vita che dipendono da noi?» E così parve. Soli tra gli Dei dell’antico Olimpo mediterraneo Prometeo e Vulcano si stabilirono in America esiliati; e da principio errarono solinghi e miseri per le pianure e le montagne selvaggie del nuovo mondo, in compagnia della propria ombra; perchè Vulcano, avvilito della lunga umiliazione subita sotto gli Dei mediterranei, non credeva da principio che si potessero crear dei Titani, come li voleva Prometeo, fedeli, incorruttibili e senza paure. Incorruttibile e senza paura, fu mai nessun animale, uomo o semidio? Ma Prometeo era ostinato.... Scoprì le miniere di carbone, i laghi sotterranei di petrolio; e con questi combustibili e con l’elettricità che aveva scoperta nel vecchio mondo incominciò a creare nel deserto la nuova generazione dei Titani.... Voglio dire le macchine! Che cosa sono le macchine mosse dal vapore e dall’elettricità, la ferrovia, il telefono, il telegrafo, la dinamo, il forno Bessemer, le macchine agricole e tutte le altre, se non il secondo furto del fuoco, principio di tutte le arti o, come si dice adesso, di ogni progresso?... E allora si vide quel prodigio che lei, avvocato, ha magnificato tante volte a ragione: i deserti delle due Americhe, condannati anch’essi dagli antichi Dei mediterranei alla sterilità eterna, incominciarono invece a fruttificare con abbondanza incredibile.... Più forti dello spazio, del tempo, del deserto, della montagna, dell’Oceano, della terra, i Titani frugavano veloci, impassibili, infaticabili tutti i ripostigli della natura. Imaginarsi lo stupore e la gioia dei pochi disperati, che avevano cercato in quei deserti la libertà, a prezzo di stenti! In ginocchio addirittura caddero davanti a quei Titani e incominciarono a gridare: «Li abbiamo trovati, finalmente, gli Dei davvero amici degli uomini! Gli Dei che stiamo cercando dal principio del tempo! Gli Dei non sospettosi, non duri alle preghiere, non interessati e avari come gli Dei mediterranei, dai quali per tanti secoli abbiamo supplicato invano l’abbondanza, la salute, la ricchezza, la pace, e non ce ne hanno largita mai che qualche minuzzolo; e a stento, con mille rabbuffi, facendo tanto di occhiacci». La più giudiziosa delle Dee, Minerva, che stava all’erta, si impensierì: vi ricorderete che essa aveva consigliato di imprigionar Prometeo e Vulcano in America: e corse da Giove.... Ma Giove, seduto sul suo trono d’oro, ascoltò; volse lento e solenne lo sguardo verso il mondo nuovo; rimirò un istante quegli immensi deserti, gli uni coperti di neve, gli altri arsi dal sole, in cui a stento perfino i suoi occhi discernevano qua e là qualche villaggio o cittaduzza, accampamento più che città; e scrollando le spalle: «Non te ne dar pensiero, figlia» rispose. Ma intanto la notizia che nel nuovo mondo si erano finalmente scoperti questi nuovi e portentosi Dei, amici davvero degli uomini e non tiranni e gendarmi, si divulgava nel vecchio: i più arditi salparono, altri tennero loro dietro; a poco a poco il passaggio dall’uno all’altro mondo per cercare i nuovi Dei ingrossò, diventò ressa, e quasi fuga precipitosa. Alla fine anche gli Dei dell’Olimpo si spaventarono: la clientela si disperdeva; e quindi da Giove ogni dì, ora l’uno ora l’altro: perfino le Muse ci andarono, mi pare.... Anzi sì, ci andarono dopochè Prometeo ebbe inventata la pianola elettrica! Sicuro: condotte da Apollo, in processione, con le chiome disciolte, le Muse andarono a strillare furiosamente presso il trono di Giove che Prometeo aveva voluto far loro un atroce dispetto. Giove — sia detto in confidenza — era un po’ rimbecillito. Come tutti i potenti invecchiati nel governare, del resto. Ed anche era un po’ troppo distratto da Leda e da Danae e non ricordo più da quale altra donnina del mezzo cielo. A quell’età, capirete!... Era quindi diventato un Giove parlamentare, e diceva: «Farò, vedrò, provvederò; lasciate fare a me». Ma non faceva nulla. Un giorno però gli Americani ebbero addirittura la sfacciataggine di convocare gli Dei dell’universo e quindi anche i vecchi Dei mediterranei a congresso, in Cicago: e quel giorno anche Giove si risvegliò, anzi andò su tutte le furie: tempestò con un terremoto l’Italia meridionale; scacciò infuriato Danae e Leda; convocò il consiglio degli Dei; rimproverò acerbamente agli altri Dei gli errori proprii; gridò che era tempo di agire; e incominciò a tempestare con la sua folgore i nuovi Titani. Ma ahimè: l’astuto Prometeo l’aveva scoperto il modo di creare dei Titani fedeli, incorruttibili e senza paura! Li aveva creati senza cervello. Quando, nell’Olimpo, si accorsero dell’infernale stratagemma di Prometeo, successe il finimondo. E se gli uomini si smaliziassero alla fine per davvero, aprissero gli occhi e capissero che per vivere beati non avevano che da adorare degli Dei ciechi, sordi, muti e senza cervello? Presto, presto occorreva negoziare: far delle offerte a Vulcano, perchè in cambio imponesse ai suoi innumerevoli fedeli anche il culto degli altri antichi Dei mediterranei. Marte, Pluto, Cerere e Bacco si dichiararono pronti a mettersi alla scuola di Prometeo; a far la guerra, il vino, la mietitura e l’oro a macchina. Minerva disse che acconsentiva a fare un corso di perfezionamento in una università della Germania e a studiare il calcolo infinitesimale, la fisica e la chimica. Venere, che era pronta a ricongiungersi con Vulcano sotto il medesimo tetto e a promettergli la fedeltà, ma questa volta sul seriissimo. Giove e Giunone, infine, di trattarlo come un figlio, che ha fatto molto onore nel mondo ai suoi genitori. Apollo solo, che aveva assistito imbronciato alla seduta, non disse nulla. Fu dunque spedito Mercurio.... E Mercurio ritornò con questa risposta: Vulcano e Prometeo accettavano il patto, aggiungendo però una condizione: che gli Dei si impegnassero a non porre mai, per nessun motivo o ragione o pretesto, nessun freno, condizione o limite alla velocità e alla forza dei Titani, perchè questi altrimenti, pur docili e senza cervello come erano, si sarebbero ribellati anche a Vulcano e a Prometeo. «Corrano sinchè creperanno», grugnì rabbioso Giove. E gli Dei stavano già per approvare il trattato, quando Apollo balzò in piedi: e alto, agile, bello, coronato di luce: «Non mai, non mai! — gridò. — Se la vecchiaia, o Zeus, ti fa pesante nelle mani quello scettro del mondo che hai retto per tanti secoli con tanto vigore; se la mollezza e la viltà che accompagnano sempre le lunghe e sicure dominazioni vi fanno pronti voi, colleghi di Olimpo, ad accettare come un savio patto una così torbida insidia, non io che sono il calore e la luce del mondo, la vita iniziale di ogni seme, la prima spinta di ogni moto, l’impeto primordiale di ogni forza, il faro universale della verità, della bellezza e della virtù; non io che illumino, riscaldo, rinnovo, vivifico e guido per le sue vie il mondo; non io mi acconcierò a ricevere da pari, qui sull’Olimpo, i due impostori che ingannano laggiù la miserabile specie umana, mascherandosi per i trivi da Apollo; e appendendo ogni sera lungo le vie della città, sulle teste degli uomini, dei ridicoli soli da tasca, li hanno persuasi a infrangere la santissima legge del giorno e della notte che io diedi all’uomo, come principio di saggezza e di salute; e accendendo qua e là per il mondo dei piccoli fuochi ed inventando dei piccoli ordigni voglion far credere agli uomini che essi possono quel che neppur io non potrei. Onta sarebbe: e non onta solo, ma stoltezza, riceverli qui e accettare il chiesto impegno. Ascoltate infatti quel che io vi dico.... Io vi dico che il giorno in cui nessun limite più, nessun freno o misura sarà posta alla velocità e alla forza del nuovi Titani senza cervello, noi, Dei dell’antico Olimpo mediterraneo, precipiteremo tutti dai nostri troni dorati: e unico Dio impererà sui due mondi, adorato dalla moltitudine con la faccia prona al suolo, come nei primi tempi della storia, il Fuoco!

Ciò detto, il Rosetti tacque d’improvviso. Ma se tutti noi avevamo ascoltata sorridendo questa bizzarra satira delle macchine, nessuno ne aveva capita la inaspettata conclusione; e l’Alverighi espresse il pensiero comune, dicendo, dopo una pausa:

— Ebbene? E poi?

— E poi, che cosa? — rispose il Rosetti, sempre sorridendo.

— E poi, — replicò l’Alverighi, — desidererei saper come lei risponde a quel che ho detto. Perchè ancora non ha risposto.... E penso, che gli altri....

— Lei non ha capito? — chiese il Rosetti, fingendo una leggera meraviglia. — Eppure Apollo è il Dio della Luce.... Ma è vero: non ci pensavo: le luci artificiali hanno ormai guasti tutti gli occhi. Occorre dunque che io mi provi a chiosare Apollo, per illuminare la luce? — Ma a questo punto trasse l’orologio, e: — Mancan pochi minuti alle undici, — disse. — E il discorso sarebbe lungo. Io sono stanco; ho girato parecchie ore quest’oggi a Las Palmas e alla mia età.... Se mi permettete, vi spiegherò domani il discorso di Apollo.

E ci salutò. Noi restammo alquanto a ragionar di questa bizzarra favola.

— Mi sembra una brillante satira delle macchine — disse l’ammiraglio. — Piacerà alla signora Ferrero. Ma non vedo il filo che la dovrebbe legare ai nostri discorsi di questa sera.

— Incomincia di nuovo a pazziare — sentenziò l’Alverighi.

Il Cavalcanti invece lasciò libero il corso all’ammirazione sua per la festosa ironia della favola, senza chiedersi quale ne fosse il fine ultimo. Ma io dissi che un fine c’era, senza dubbio, e raccontai quel che il Rosetti mi avesse detto la sera prima dell’ironia.

— Aspettiamo adunque e vedremo — conchiusi.

III.

Ma una ospite inaspettata si sedè quella sera al mio capezzale, nella cabina oscura: l’insonnia. Appena spento il lume, il pensiero della signora e del suo acerbo caso, un po’ impallidito tra i discorsi della sera, mi ritornò in mezzo alla mente, risvegliando diversi sentimenti: un principio di pietà; quel certo sgomento che un evento improvviso suscita in ogni anima; ed anche un vago fastidio di dovermi ripresentare a lei in atto di profeta sbugiardato dai fatti. Ma come avevo potuto fallar la mira a quel modo? Perchè non avevo subito, fin dal principio, indovinato che di mezzo c’era, doveva esserci, non poteva non esserci una donna, anche se la signora, per inesperienza e amor proprio e bisogno di illudersi, mi assicurava di no? Perchè del vero, che pure avevo intravisto sotto il primo baleno dell’intuizione, mi ero poi così facilmente ricreduto, cedendo al suo primo diniego? Ma tra questi pensieri nacque un dubbio: che la signora non fosse stata sincera nelle sue confidenze; e da questo dubbio spuntò presto un sospetto. Era da supporre che un uomo, il quale non fosse pazzo, ripudiasse una donna, dopo ventidue anni, da un giorno all’altro, solo perchè aveva gusti estetici differenti e un’altra gli piaceva di più? Altre ragioni dovevano esserci, più gravi. Cercai di scacciare questo pensiero, ma invano: e a poco a poco il sicuro giudizio che avevo fatto della signora vacillò. Era essa una vittima o una commediante? Ce ne son tante in giro per il mondo! E mi smarrii in un mare di congetture; sinchè in mezzo a queste incertezze di nuovo, come la sera in cui avevamo discusso di «Amleto» e la sera dell’equatore, mi parve di cadere a un tratto nel gran vuoto del Tutto ridotto a Nulla, ma questa volta con tristezza e sgomento. A che pensare, studiare, indagare, viaggiare? Mi illudevo di scoprire quel che avevano voluto o pensato generazioni, Stati e popoli del mondo antico; mi ero mosso a due lunghi viaggi per conoscere la immensa America; e poi, ecco, mi smarrivo a quel modo nel giudicare una donna e i suoi casi. Che cosa possiamo noi sapere? Nemmeno se la terra gira intorno al sole! Mi ritornarono nella mente i discorsi dei giorni precedenti: pensai con invidia agli uomini d’azione — esploratori, guerrieri, banchieri — e allo stesso Alverighi.... Poi, a un tratto, mi ribellai! Due settimane di ozio «senza rimorsi» mi avevano troppo illanguidito: incominciai ad almanaccar argomenti per dimostrare che il sole sta e la terra gira; in questa meditazione mi infervorai: la beata ottusità in cui avevo vegetato fin allora, testimone passivo e se non muto fioco, di tanti discorsi, dileguò: per un momento mi parve di dominare, con la mente, l’universo aperto ai miei sguardi.... Tra questi pensieri mi accorsi che il lettuccio dondolava, sentii la compagine della nave scricchiolare internamente, quasi fosse in procinto di schiantare. Moto e romori consueti, la notte: ma quella notte mi parvero ricordare a un tratto la perenne instabilità di tutte le cose: e di nuovo l’universo riprese a oscillare insieme con le incertezze dei miei pensieri. La signora Feldmann era una vittima o una commediante? La terra girava davvero intorno al sole?

Non so quanto durò questa smaniosa farneticazione nel buio. Certo è che mi addormentai tardissimo, in grembo agli spazi celesti, a mezza strada tra il sole e la terra. E la mattina seguente, svegliandomi, ripensai alla signora Feldmann con un po’ di disagio, non scevro di diffidenza! Certo in tutta quella oscura faccenda si nascondeva qualche mistero non bello! E l’idea che potevo incontrarla mi infastidì. Ma appena uscito dalla cabina afferrai al volo, sul ponte, alcune frasi barattate tra la bella genovese e la moglie del dottore di San Paolo.

— Questa è una vendetta del marito — diceva la bella genovese. — Lei gli ha fatto un torto, lui ha fatto le viste di non accorgersene; ma alla prima occasione....

Ma la moglie del dottore pareva dubitarne.

— Mi pare una signora seria, per bene....

L’altra tentennò il capo e sorridendo maliziosamente:

— Ci metterebbe lei una mano sul fuoco? Io no. Vuol che suo marito la pianti da un giorno all’altro, per sposare la sua governante, se lei non gliene avesse dato un motivo serio? Sposa la sua governante per farle dispetto, scommetterei!

— Ma le pare — rispondeva la moglie del dottore — una bella azione, questa?

— Eh, gli uomini, lo sa anche lei.... — replicò la genovese. — Sono fatti così. Certi torti non li perdonano.... Guai a chi ci casca. A ogni modo — aggiunse con un nuovo sorrisetto non esente di compiacenza — non farà più il bagno nell’acqua profumata da cinquecento lire.

— Poveretta! — sospirò invece più cristianamente l’altra.

— Ecco una, che va per le spiccie, — pensai. — Le donne sono proprio maligne fino alla crudeltà, fra di loro.

E protestai dentro di me contro questa accusa così precisa, enumerandomi tutte le ragioni che mi sembravano buone a sbugiardarla: eppure, eppure.... Sentivo che anch’io, quasi mal mio grado, non volendo, incominciavo a sospettar male. In certe cose, non si sa mai.... Durante la mattina, non vidi nè l’ammiraglio, nè il Rosetti, nè l’Alverighi: il Cavalcanti invece sì, e parlammo prima del discorso di Apollo. Io gli raccontai che la notte m’ero sforzato di inchiodare di nuovo il sole al centro del sistema solare: ragionammo a lungo della scienza moderna, che sta volatilizzandosi nel pensiero stesso degli scienziati, della voga che ha ripigliata la filosofia critica; e il Cavalcanti la spiegò, dicendo che la scienza doveva essere, come l’arte, una delle tante vie che conducono l’uomo attraverso le foreste del mondo verso la Vita; ma che le fitte liane degl’interessi, come succede tanto spesso nelle foreste del Brasile, l’aveva intercettata. Non potei a meno di parlargli anche della signora e di raccontare quel che la bella genovese aveva supposto. Sorrise; si strinse nelle spalle; e:

— Perchè no? — disse.

Anche il Cavalcanti dunque non era alieno dal sospettare! A colazione comparvero il Rosetti e l’ammiraglio: ma nè alcuno chiese a questi, nè egli ci diede notizie della signora, quasi che tutti fossero stati presi da un subito scrupolo di toccare l’argomento. E questo silenzio — non so perchè — mi disanimò ancor più dal credere senza riserve nella sua innocenza. Io tentai di indurre il Rosetti ad aprire subito i riposti segreti della sapienza apollinea: ma il Rosetti si schermì, rimandò le chiose alla sera, dopo il pranzo; perchè nel pomeriggio doveva scrivere le sue note di viaggio. Si ragionò dunque di altre cose: del signor Yriondo, per esempio, che ormai era entrato in convalescenza. La scienza cristiana vinceva!

Terminata la colazione, dopo aver letto sulla carta che a mezzodì eravamo giunti a 31 gradi e 12 minuti di latitudine, a 11 gradi e 12 minuti di longitudine, trassi in disparte l’ammiraglio prima che ci disperdessimo per la siesta, e gli chiesi notizie della signora. Aveva passata una notte torbida; nella mattina lo aveva fatto chiamare; e tra pianti e sospiri gli aveva detto e ripetuto che non poteva ancora capacitarsi; che tra lei e suo marito non c’era mai stato nessun sospetto o serio litigio: che miss Robbins era sempre stata la più buona, leale, sincera tra le donne; che essa credeva di sognare, non capiva, si chiedeva se il mondo non si era da un giorno all’altro rovesciato....

— Rovesciare e rovesciabile sono le parole che avremo adoperate di più, in questo viaggio — pensai tra di me.

E con quanta maggior discrezione seppi usare, gli chiesi se la signora gli pareva sincera. Non rispose chiaro nè sì nè no: gli dissi allora che insomma una ragione doveva esserci ad un così strano divorzio; forse egli, avendo conosciuto il marito, poteva indovinarla. Mi guardò, sorrise; e:

— Non posso credere che il Feldmann sia matto, — rispose, girando di largo. — Un uomo.... che ha fatta una così grande fortuna!

Esitò alquanto; poi, a poco a poco, si aprì e alla fine mi raccontò che il Feldmann accusava la moglie di essere una donna insopportabile, testarda, puntigliosa, dispettosa. «A voi che la vedete — ripeteva spesso — tutta fronzoli e sorrisi, in un salotto, sembra un angelo. Ma dovreste viverci insieme!» Si lagnava che fosse gelosa e sospettosa: che lo spiasse senza ragione, gli aprisse le lettere, ne facesse sorvegliare ogni passo e scritto e parola.

— E questa è davvero bizzarra, — soggiunse: — perchè anche poco fa la signora mi ripeteva per la millesima volta che lei non ha mai sospettato di nulla. Chi ci si raccapezza è bravo....

Gli chiesi allora se il marito, a suo credere, potesse rimproverare alla moglie qualche infedeltà. Ma su questo punto fu reciso:

— No, no. In questo, la signora è stata sempre al di sopra di ogni sospetto. Non ho mai udito nè il marito nè altri esprimere il più leggero dubbio.... E poi, direi quasi che si sente, avvicinandola, che è una donna virtuosa. I rimproveri del marito erano di altro ordine....

E, dopo una nuova esitanza e dopo avermi raccomandata la discrezione:

— Vuol che le racconti la più strana? — disse. — Un giorno mi confidò che sospettava sua moglie.... di volerlo avvelenare!

— Avvelenare! — esclamai — Questa poi!

E mi raccontò che gli aveva detto di essersi sentito più volte dei misteriosi malesseri, che sua moglie a più riprese si era stranamente ostinata a voler preparare con le sue mani il thè e il caffè....

Ci lasciammo per la siesta. Durante tutto il pomeriggio meditai queste confidenze; perchè anche questa volta, dopo averle scacciate con un movimento istintivo d’incredulità, queste strane accuse mi ritornarono nella mente ostinate, empiendomi di nuovo incertezze e di dubbi. Può un uomo che non sia pazzo inventare simili cose, senza nessun appiglio di vero? E sentivo crescere in me il disagio, la diffidenza e l’avversione.

— Certo il marito avrà esagerato, — pensavo quasi a mio dispetto: — ma se lei si è tirata addosso una disgrazia di quel genere, devo avere anch’essa i suoi difetti. Anche se non l’ha tradito.... A una donna davvero virtuosa, buona, gentile simili cose non capitano!

Anche il discorso sulle perle false, da me ripetuto la sera prima a tavola, aveva fatto il giro del vapore; e intorno a quello udii il gioielliere dire alla bella genovese e alla moglie del dottore di San Paolo cose alquanto inaspettate.

— Non mi meraviglio, non mi meraviglio! — diceva — L’avevo sospettato, per quanto a distanza, senza pigliarle in mano, sia difficile giudicare se delle perle sono vere o false.... Ma un paio di volte mi ha pregato di mostrarle se avevo qualche bell’oggetto con me.... Di solito in viaggio non mi occupo di affari: ma per farle piacere, questa volta.... Ho però visto subito che non si combinava nulla: non se ne intende, di gioie e di gemme!

— Io del resto — rispose la genovese — non ho mai creduto che fosse così ricca come dicevano.... In fin dei conti, viaggia con una cameriera, e ha qualche bell’abito, non è vero? Ci vogliono poi tanti milioni, per questo?

— Ma e il regalo ce lo farà ancora? — disse, metà scherzando, metà sul serio, la moglie del dottore.

Il vento contrario pigliava forza e il prestigio della signora pericolava. La giornata torbida, grigia, piovosa terminò presto; l’autunno scorciava i giorni; pranzammo quetamente — assente la signora, per fortuna, chè l’idea di rivederla mi infastidiva sempre di più — e scherzammo un po’ sull’imminente discorso di Apollo: a udire il quale il Rosetti ci trasse, dopo il pranzo, nel fumoir dalle rosse pareti a fiorami d’oro, perchè fuori la notte era già troppo fresca. Ci sedemmo intorno a un tavolo; l’Alverighi offrì dello Champagne; e il Rosetti, acceso un sigaro, finalmente parlò.

— Apollo dunque intendeva di dire.... — Fece una pausa, come chi titubasse innanzi ad un inciampo: poi facendo con il discorso un balzo, e volgendosi all’Alverighi: — Siamo dunque d’accordo, avvocato, — disse. — La macchina ha privato i re, i principi, i miliardari che hanno preso il posto dei re, di quel piccolo numero di cose eccellenti e bellissime, o reputate tali, che la mano dell’uomo fabbricava una volta, e ha profuso nel mondo oggetti di qualità meno rara e difficile. Ha fatto insomma trionfare la quantità a scapito della qualità: come è legge eterna, del resto: perchè io posso voler fabbricare in un certo tempo cose di una certa qualità, vale a dire simiglianti a un certo modello di perfezione che ho innanzi agli occhi o nella mente: ma allora non posso più fabbricarne la quantità che mi talenta: debbo star contento di quella quantità di cui potrò venire a capo, lavorando con il massimo ardore. Posso dire invece: voglio tante cose di tal qualità. Ma allora non posso più prescrivere a capriccio il tempo necessario a finirle. Oppure: voglio, in tanto tempo, tanta quantità: sta bene, ma mi toccherà allora di accontentarmi del possibile rispetto alla qualità. Cosicchè chi vuole accrescere la quantità e scorciare il tempo, gli occorre rimetterci sulla qualità. E questo è proprio quello che la macchina ha fatto, come lei disse ieri: e ha fatto bene a farlo, — aggiunse poi. — Pianga pure la signora Feldmann di non poter comperare le sognate meraviglie con i suoi cento milioni: infiniti altri godono del suo pianto. Senonchè se le macchine che noi mettiamo in opera oggi hanno vinte le antiche arti manuali, e questo è bene, meglio sarà se saranno vinte alla loro volta, come del resto già accade, da macchine due, tre, cinque volte più veloci; che fabbricheranno cose più scadenti ma in maggiore abbondanza e in un tempo minore. Perchè la macchina, dopo aver vinto, non dovrebbe stravincere? Per qual ragione il progresso dovrebbe sostare a mezzo corso? Ed ecco la ragione per cui Apollo ammonì gli Dei dell’Olimpo a non consentire a Vulcano e a Prometeo quella tal condizione, che sapete. Perchè o la civiltà nostra riuscirà a trattenere la furia delle macchine; o quel che oggi si suole chiamare il progresso opprimerà il mondo sotto una abbondanza sempre più grande di cose maggiormente scadenti, sinchè ci saranno ruote e ordigni resistenti all’esercizio a cui sono destinati; corpi e spiriti che non pieghino al gravame dei più grossolani piaceri. La macchina annullerà insomma tutte le differenze e le qualità delle cose, come vuol fare, per forza di meditazione, la filosofia vedantista; e allora non solamente i disgraziati che, come i Feldmann, possederanno cento milioni, ma i milionari prima e poi, via via, anche gli agiati, non potranno più tradurre la quantità in qualità, e la ricchezza diventerà inutile a tutti, a mano a mano che ne crescerà la somma totale. In altre parole: una civiltà la quale non si sforzi che di accrescere la quantità deve terminare in un’orgia immane ed irosa: perchè togliete al popolo ogni amore e ammirazione della bellezza, della gloria e della virtù, ogni aspirazione a migliorare sè e le cose del mondo: ed eccovi la moltitudine moderna: che non vuol che quantità, la casa più larga, l’acqua, il pane, il vino, la luce, il salario più abbondante, il treno più rapido.... Quantità, quantità, quantità: e quindi malcontenti tutti alla fine: i pochi ricchi, perchè questi esauriscono presto la quantità e al di là di questa non possono più tradurre la quantità in qualità; la moltitudine povera, perchè i più sono troppi.... Fatene quanto più potete comoda e agiata la condizione, non potrà mai toccare a tutti tutto quello che ognuno può desiderare.

Questo rapido e inaspettato discorso ci colse tutti alla sprovvista. Tacemmo tutti per un momento, mentre il Rosetti ci guardava come aspettando le nostre obiezioni: poi, quando si accorse che nessuno rispondeva, si volse alla Gina:

— Signora, — dicendo, — lei ci ha fatto l’altro giorno un bellissimo discorso contro le macchine. Lei ha accusata la macchina di far l’uomo insaziabile, di creare la carestia permanente, di sperperare le ricchezze naturali che non si rinnovano. Alludeva, suppongo, alla fecondità della terra, alle foreste, alle miniere; sopratutto al calore latente, all’energia potenziale, accumulata nelle miniere di carbone, nei pozzi di petrolio e nelle cascate d’acqua; che è poi il primo principio di quasi tutto il gran subbuglio e frastuono e andirivieni e giramento in cui, sotto nome di progresso, vive oggi il mondo e se la gode, a quanto pare. Ma se noi fossimo assediati in una città e avessimo grano per tre mesi, proporrebbe lei, signora, di non distribuirne più nemmeno un sacco perchè, se no, dopo tre mesi non ce ne sarebbe più: di morir tutti, subito, di fame, per non morire, eventualmente, di qui a tre mesi? Lei ha ragione, signora, di dire che la macchina fa insaziabile l’uomo, ma non già perchè noi consumiamo molto più dei nostri vecchi; per un’altra ragione invece, che a me pare, come direi?, più intrinseca e che è poi, almeno secondo me, il vizio occulto e mortale della civiltà moderna: perchè avvilendo e avvilendo ancora la qualità delle cose per accrescerne la quantità, essa toglie al desiderio il suo freno naturale, alla quantità la sola misura intrinseca: che è appunto la qualità. La misura è la sintesi della qualità e della quantità, ha detto, se ben ricordo, Hegel. Farsi beffe della smania che in tutti c’è, ricchi e poveri, di tradurre la quantità in qualità, è facile. Ma è giusto? Lo Champagne — e accennò le due bottiglie che erano sul tavolo — è un rito sacro della ospitalità americana. Perchè lei, e perchè il signor Vazquez ce ne han fatto bevere tanto? Perchè tutti gli Argentini si sentono in dovere di offrirne una «copa», quando vogliono usare cortesia ad un amico o ad un ospite? Perchè lo Champagne è considerato come il nettare, l’ambrosia, l’idromele dei tempi nostri.... Sarà una illusione, ammettiamolo pure: ma supponga che i vini fossero una repubblica di eguali, senza plebe e nobiltà.... Allora la cortesia, non potendo offrirne del migliore, ne offrirebbe di più.... Lei avrebbe fatto portar qui, come usano i barbari, una grossa botte di vino. Noi ci saremmo ubriacati.... E avremmo noi forse goduto di più? In questo piccolo esempio lei vede in iscorcio quale è l’ufficio delle qualità o dei valori nel mondo, per parlare come i filosofi moderni. A lei, avvocato, pare che la storia abbia messo il carro avanti ai buoi, perchè prima di scoprire l’America e di avere, nonchè conquistato, neppur conosciuto il mondo, gli uomini si sono tanto sforzati di creare arti, filosofie, religioni, diritti. Ma per qual ragione crede lei che le grandi civiltà del passato — sino alla Rivoluzione Francese — abbiano considerato l’incremento delle ricchezze o come cosa pericolosa o come cosa di seconda importanza, da lasciarne il pensiero alla gente oscura ed ignobile, come fanno del resto i Mussulmani anche ora? Gli uomini erano forse tutti pazzi o stolti allora? Tutti oggi considerano l’arte come un lusso, distaccato e posto al disopra delle necessità della vita. Ma come si spiega allora che l’arte abbia fiorito tanto più rigogliosa di adesso in tempi e civiltà poverissime, a paragone della nostra? Io ho viaggiata la Grecia, le isole dell’Egeo, l’Asia Minore: la culla della poesia, della letteratura, della scultura, dell’architettura.... Che magrezza di terre: e non per colpa dei Turchi soltanto! Come ci vivessero, e dovendole far fruttare con strumenti così deboli, i Greci, non si riesce quasi più a imaginarlo. Ma Platone disprezzava i meccanici; e i Greci pensavano a migliorare la qualità del mondo, abbellendolo, perchè l’arte è qualità pura: lo disse anche lei, avvocato, l’altro giorno,... Erano anche essi pazzi? No: erano nel vero: sapevano che la qualità — si chiami bellezza, giustizia, bontà, gloria, santità, nobiltà, grandezza o come volete — è il sale e il condimento della vita: quel non so che, che varia il sapore delle cose, screzia l’aspetto dell’universo, risveglia ed appaga sempre nuovi desideri, fuga dal vivere il tedio e la sazietà; la forza che nella monotonia matematica della quantità introduce la varietà, che è il primo principio del progresso e della civiltà, la radice della felicità, la ragione del vivere e dell’operare, il divino e inebriante sorriso del mondo....

— E queste cose — interruppe l’Alverighi — me le dice lei, proprio lei, che da tre giorni mi fa sudare tre camicie per contrastarle che la varietà del mondo non è una illusione? E il suo vedantismo, se ne è scordato adesso? Insomma lei pensa sì o no che la varietà del mondo sia una illusione....

— È una illusione, se ciascuno ha il diritto di farsi il suo criterio del bello, di affermare che New-York è bella, solamente perchè gli piace. Questo concesso, la catastrofe del mondo a cui abbiamo assistito, non è più che questione di tempo....

— Noi tutti saremmo allora obbligati, secondo lei, a affermare — tutti in coro, ad una voce — che New-York è bella o brutta? E allora mi permetto di ripeterle quel che già le dissi la prima sera; poichè abbiamo fatto in verità un bel cammino e ci ritroviamo proprio ancora lì, al punto di partenza: in forza di qual principio? In base a quale criterio? Dove è la misura per giudicare? Ci dovrebbe essere una autorità, una legge, una forza, un qualche cosa, che mi obbligasse a dir nero, anche quando sento bianco. E noi lo stiamo cercando invano da tanti giorni, questo qualcosa; come del resto tutti i filosofi, da poi che il mondo è mondo, l’hanno cercato; e non l’hanno trovato ancora.

Il Rosetti lo guardò in faccia, sorridendo fino fino.

— I filosofi non l’hanno trovato — disse. — È vero. E non l’abbiamo trovato neppur noi discutendo.... E non l’hanno trovato i Feldmann litigando. Ma lo ha trovato lei, ieri sera....

— Io? — gridò l’Alverighi.

— Sì, lei! — rispose il Rosetti, cercando nelle tasche i fiammiferi.

L’altro tacque un momento; poi ridendo:

— Sarà, — disse — poichè lo dice lei. Ma io non me ne sono accorto.

Il Rosetti riaccese il sigaro, e poi:

— Da dieci giorni noi andiamo dissertando intorno a quel che è bello, buono, o vero, se questa arte o quella, se questa o quella filosofia, se il progresso, la scienza, la ricchezza. Ma invano abbiamo cercato di parallelo in parallelo e di meridiano in meridiano, mutando cielo ogni giorno, l’argomento decisivo; la lama che tagliasse il nodo; il bandolo con cui sciogliere la matassa. Ogni ragionamento, o suo o nostro, era sempre rovesciabile o confutabile in qualche modo: e di sofisma in sofisma la disputa si prolungava. Quando alla fine siamo venuti nel discorso, se la ricchezza è buona o cattiva; e allora lei ha detto: ragioni quanto vuole, ma gli uomini oggi la ricchezza la vogliono: la vogliono e basta! E se ne è andato. Se invece di voltar le spalle, lei si tratteneva ancora un momento, le avrei detto che quel tale argomento decisivo, la lama e il bandolo, erano alla fine trovati: perchè lei mi aveva tappata la bocca. Che cosa avrei io potuto replicare? È possibile dimostrare che la ricchezza è vana o cattiva a un uomo ardente di cupidigia? O ad un innamorato che la sua bella è brutta? Se io ammiro profondamente la scultura greca o la musica italiana del secolo XIX o il teatro di Shakespeare, se bramo di godere e di rigodere queste opere d’arte, i critici e gli esteti potranno argomentare a loro talento: io starò fermo come torre: voglio goder quella bellezza e basta. Se sono invasato dal furore patriottico, nessuna filosofia sarà da tanto che mi cancelli dal numero degli eroi Pietro Micca. Se lo spirito di san Francesco è disceso in me, i precetti del «bushido» giapponese mi incuteranno ribrezzo. Ed eccola la soluzione di tutte le difficoltà che abbiamo così lungamente discusse: eccola, semplice e piana! Per saper quel che è bello o buono o vero, bisogna volere una definizione iniziale della Bellezza, della Bontà, della Verità.... Un criterio sicuro del bello, del buono e del vero può affermarlo ed imporlo non il pensiero, bensì la volontà. La volontà è la sorgente dei valori: non la filosofia....

Tacque un momento guardandoci; poi, come leggesse nel nostro silenzio che la formola era ardua ed oscura, continuò:

— Io non me ne intendo, sapete; parlo di queste cose a orecchio, come il semplice buon senso mi suggerisce. Ma io non riesco a capire come e perchè gli uomini moderni abbiano perduta di vista, correndo per il mondo, questa piana e semplice e ingenua verità: questo unico faro che nel gran mare della vita non si spegne mai, a salvezza di noi poveri naviganti.... Quando ritornai dall’America, e tanto per passare il tempo incominciai a studiare un po’ per conto mio, da principio non mi raccapezzavo: tante filosofie, tante estetiche, tante morali, tanti partiti politici, tante scuole di diritto; e tutte armate l’una contro l’altra sino ai denti, e un gran frecciare da tutte le parti terribile e vano; perchè — strano a dirsi — tutti tiravano e nessuno era mai colpito a morte! Ma che succedeva nel mondo? Chi aveva ragione e chi aveva torto? Perchè questa battaglia, piena di grida e senza morti? Per un po’ mi chiesi se il mondo, mentre io stavo in America, era ammattito o se invece ero ingrullito io, nella Pampa.... E non mi raccapezzai che il giorno in cui riuscii a capire quel che non avrei dovuto ignorare mai: che la ragione, il pensiero, la filosofia possono svolgere, ma non possono affermare ed imporre i primi principii di un’arte e di una morale, le definizioni elementari della bellezza e della virtù da cui ogni arte ed ogni morale prende le mosse. Queste definizioni la volontà sola le può porre ed imporre. Non la volontà di un singolo uomo — intendiamoci bene, però: perchè allora si ricasca in quel disordine che ci conduce difilati al vedantismo. La volontà di ogni singolo uomo, abbandonata a sè medesima, è così debole e incerta, che non riesce nemmeno ad imporre a sè stessa un criterio fermo e sicuro del buono, del bello e del vero: imaginarsi poi agli altri! La volontà dunque che pone le fondamenta di una morale, di un’arte, di una dottrina deve essere una volontà per dir così «grande»; una volontà superiore a quella di ogni singolo e che tutte le volontà singole abbracci e forzi: la volontà di una scuola, di una setta, di una chiesa, di un ordine sociale, di un popolo, di un’epoca, di più generazioni, di una civiltà, di molti secoli; e più grande è, meglio è: emanare per una particella infinitesima dallo spirito di ognuno; ma raccogliersi in alto e di là ridiscendere sul capo di tutti, come la pioggia che cade sulla terra a torrenti a guisa di dono del cielo, è salita, invisibile evaporazione, a goccia a goccia, dai pori della terra....

E tacque di nuova. Noi pure tacemmo un po’ perplessi, sinchè io parlai — credo — a nome di tutti, dicendo che il suo pensiero era oscuro e pregandolo di dirci come la volontà potesse porre questi primi principii del bello, del vero e del buono.

— Limitandosi — rispose immediatamente e laconicamente, senza esitare. Poi tacque di nuovo.

— Limitandosi? — chiese il Cavalcanti, aggrottando la fronte. — Non capisco.... Che intende?

Il Rosetti pensò un momento come cercasse la risposta più semplice e chiara; poi:

— Consideriamo — disse — l’arte, poichè di questa abbiamo ragionato più spesso. Quella sera in cui discutevamo di «Amleto», lei disse, signor Cavalcanti, che l’arte è una cosa infinita. Ha ragione. Già lo dissi a lei, avvocato, l’altra sera, l’uomo può trovare un principio di bellezza in tutti gli opposti, nell’ordine e nel disordine, nel semplice e nel fastoso, nel classico e nel rococò, nel sole e nella nebbia, nella luce e nella tenebra, nella leggerezza e nel peso, nella rosa e nell’orchidea, nel Partenone e in un ghetto cadente, in Parigi ed in New-York, nella retta e nella curva, nella violenza e nella dolcezza, nella grazia del fanciullo e nel terrore di una catastrofe.... Può trovarlo, l’uomo, un principio di bellezza in tutte queste cose: ma non è obbligato a cercarlo in una piuttosto che in un’altra. E allora che cosa succederà se ogni artista nel creare, e ogni amatore nel giudicare, sceglierà quel principio che più gli garba, liberamente, seguendo la sua inclinazione, il suo estro o capriccio, come lei vuole, Alverighi? Il mondo diventerà una Torre di Babele, quale il «Cordova» è stato in questi giorni: Caio giudicherà bello quel che a Tizio sembrerà brutto e viceversa, perchè ciascuno muoverà da una prima definizione del bello differente; e se Tizio e Caio dovranno vivere insieme, per forza litigheranno sempre senza intendersi mai, come i signori Feldmann hanno fatto.... Perchè, per esempio, noi abbiamo tanto e così inutilmente discusso, senza intenderci, intorno ad «Amleto», a Rodin e ad altri artisti? Perchè nel ragionamento di ognuno di noi era sottintesa una diversa definizione del bello. Ognuno di noi voleva una cosa diversa. Dunque per non esser costretti a litigar sempre senza intendersi mai e a far divorzio, come i Feldmann, occorre limitarsi insieme. Insieme, ho detto. Che cosa è una scuola d’arte? Un genere letterario? Lo stile di un’epoca? È una delle infinite forme della bellezza, isolata dalla volontà di una scuola, di una generazione, di una città, di un popolo, di una civiltà: posta come principio e modello e criterio unico della bellezza universale e attuata con uno sforzo perseverante. Insomma che una generazione, che una città, che un popolo, che una scuola affermino che il bello è o la semplicità, la proporzione, la snellezza, la grazia, la linea retta; oppure il fastoso, il manierato, il massiccio, il gigantesco, la linea curva: dicano: è bello, lo voglio e basta, con quanta forza ci vuole per far tacere i critici e i sofisti contrari; e allora avranno un criterio del bello, limitato sì ma sicuro, e da quello potranno dedurre, con il ragionamento, delle regole d’arte precise e certe, almeno per quanti abbiano riconosciuto il principio; regole acconcie così all’artista che si accinge a creare come al pubblico che deve giudicarlo: potranno educare il gusto del pubblico ed ottener che pubblico e artista si intendano....

Ma il Cavalcanti a questo punto interruppe improvvisamente e con un impeto insolito in lui:

— Ma allora lei vuole ridar vita, essere, corpo ai generi letterari, alle scuole artistiche, alla precettistica convenzionale delle varie arti, che i nostri vecchi dovettero studiare e subire.

— E perchè no? — chiese sorridendo il Rosetti.

— Perchè? Ma perchè la bellezza è una cosa infinita, come lei stesso riconosceva. Perchè la bellezza ha infinite forme ed espressioni, quindi regole e leggi senza numero, che non si possono nè formulare nè insegnare nè codificare; o si sentono o non esistono. Queste limitazioni e i principii che ne nascono e le regole che si possono cavare da questi principii sono tutte arbitrarie....

— Naturalmente — rispose il Rosetti. — Ogni arte deve sempre svolgere con logica rigorosa i principii da cui muove; ma questi principii non sono e non possono essere mai necessari. Se no, come si spiegherebbe che tutte le scuole d’arte e tutti i generi letterari fioriscono un po’ e muoiono tutti, prima o poi? Se una scuola o un genere posasse sopra principii assolutamente necessari, sarebbe eterna, imperitura, immortale.

— Ma se la scelta è arbitraria, — ribattè il Cavalcanti, — perchè dovremmo noi farla? perchè dovremmo affermare che è il bello, quel che del bello è solo una forma? Perchè dovremmo formulare delle regole e leggi là dove deve imperare libera l’ispirazione? Ogni regola d’arte è per sua natura convenzionale....

— Naturalmente, — rispose di nuovo il Rosetti.

— Ma come? Ma come? Lei dice naturalmente? Ma chi dice convenzionale dice l’opposto del bello, la morte dell’arte. Il bello è la verità, è la sincerità, è la libertà.... È la più comoda e fiorita delle vie per cui l’uomo cammina verso la Vita! L’interesse — ora lo capisco finalmente e sciolgo il nodo che mi aveva così a lungo infastidito — è ciò che spinge una scuola, una epoca, un popolo, la «volontà grande», come lei dice, a isolare tra i molti che si offrono un principio di bellezza, a limitarlo; cioè a proclamarlo il primo, anzi l’unico. Agli architetti del barocco faceva comodo che i contemporanei giudicassero bello solo lo stile loro, come ogni popolo ama credere che la sua letteratura è la prima del mondo.... Gli interessi sono come le liane delle foreste del Brasile, che attorcigliano il Tronco della Vita e tentano di strozzarlo!

— E quindi — interruppe l’Alverighi — ho ragione io di dire che la macchina e l’America rendono un gran servigio al mondo, purificando l’arte dagli interessi che l’inquinavano.

— Senza dubbio — riprese il Cavalcanti. — E quindi mi par chiaro, appunto perchè la bellezza è infinita, che noi dobbiamo non già limitarci; ma proprio all’opposto, cercare di scappar fuori dalle limitazioni entro cui gli interessi cercano di chiuderci; quindi dalle regole arbitrarie delle scuole, dai pregiudizi convenzionali delle chiesuole, dalle voghe effimere dei tempi....

— Libertà quindi! — rincalzò l’Alverighi. — Sono contento, signor Cavalcanti, di averla persuasa.

— Ma certamente! — rispose il Cavalcanti. — L’arte è una specie di unica lingua, eterna e universale, che ciascun popolo e tempo scrive con i suoi caratteri. Da paese a paese, di mezzo in mezzo secolo, mutano quelli che Sainte-Beuve chiamava «les modes de sensibilité»: le voglie, i gusti, le forme, l’alfabeto insomma con cui gli artisti trascrivono la bellezza; ma l’arte è unica, come la bellezza: e quindi tutti cercano e tutti trovano in siti diversi lo stesso tesoro; e quindi non ci sono più arti, molte scuole, differenti stili, ma un’arte sola, una sola scuola, un unico stile dal Giappone alla Francia, dai tempi antichi ad oggi, chi sappia intenderli; e perciò noi dobbiamo cercare di capire tutte le arti, tutte le scuole, spogliandole ad una ad una delle differenze apparenti di cui i tempi ed i luoghi e gli interessi le vestono: levandoci quanto è possibile al di sopra del tempo e dello spazio, per intendere la lingua comune dell’umanità, la eterna e assoluta bellezza! Si ricorda quel che dissi, quando discutevamo di «Amleto»? Mi dispiace di dovermi ripetere e gliene chiedo scusa: ma questo mi pare il solo vanto di cui gli Americani possono gloriarsi a petto degli Europei, in arte.... Noi non siamo esclusivi come gli Europei, noi cerchiamo di aver nervi per tutte le arti, di capire e di ammirare tutto.... Mi vien quasi voglia di gridare «terra terra», come Colombo, o «thalatta, thalatta», come i Greci di Senofonte. Non avendo null’altro da fare, noi ci siamo messi a discutere a casaccio, intorno al bello. Ciascuno di noi ci aveva, sì o no, pensato qualche volta, in un momento di distrazione. E ciascuno ha detto quel che gli passava per il capo, lì per lì.... Ne abbiamo dette delle grosse, quindi! Che le nostre ammirazioni estetiche erano tutte interessate.... Che la macchina purificava l’arte dagli interessi e dava all’uomo la libertà del gusto! Pareva non ci fosse modo di intendersi: quando ecco, lei pronuncia, ingegnere, una parola, una parola sola: «limitandosi»; e attraverso questa parola brilla sui nostri paradossi il raggio della verità, che ci mette tutti d’accordo. Sì: l’uomo cerca la bellezza infinita: perchè nella breve ora che gli è concessa egli aspira a vivere la maggior somma di Vita che può. Ci aspira, anche a costo di litigar di continuo: non siamo forse al mondo per litigare? Ma gli interessi lo trattengono alle forme momentanee e caduche in cui ogni artista si esprime, come queste fossero la bellezza totale e assoluta. E quindi egli si divincola; tenta di rompere e di tagliare intorno al tronco dell’arte le attorciglianti liane degli interessi; rovescia i limiti che impediscono allo spirito di soffiar libero come il vento sull’Oceano; cerca la libertà, che è il cammino più sgombro e spedito alla meta ultima del suo lungo viaggio: la Vita!

Queste cose furon dette con eloquenza: piacquero a me come a tutti, ma non sorpresero me, che subito ci riconobbi quella singolare mischianza di filosofia tedesca un po’ brumosa, di misticismo orientale, e di latino amore del bello, del lucido e del preciso, che empiva la mente del mio amico. E quando il Cavalcanti ebbe finito ci volgemmo tutti verso il Rosetti, come invitandolo a rispondere. E lentamente, dopo un istante, il Rosetti rispose:

— Forse ha ragione — dicendo. — Ma vorrei saper da tutti voi una cosa.... Mi sapreste dire se Omero ha esistito o no?

IV.

Se Omero era esistito! Ma per quale ragione quella ombra veneranda ed antica compariva a quel modo, di sorpresa, su quel vapore che navigava nella notte l’Oceano, a domandarci conto dei dotti dubbi di un secolo sofistico proprio lì, in quella stanzetta fumosa di tabacco, tra il tavolo a cui i mercanti astigiani e il dottore di San Paolo giuocavano a tarocchi, bisticciandosi ogni tanto; e il tavolo in cui il Vazquez, silenzioso e raccolto, teneva banco di macao con diversi passeggeri? Quale insidia preparava il Rosetti all’avversario? E nessuno, naturalmente, rispose.

Il Rosetti guardò per un momento in faccia il nostro silenzio: poi chiese se alcuno di noi avesse letto il libro di Michele Bréal «Pour mieux connaître Homère». Nessuno l’aveva letto. E allora ci disse come il Bréal affermi in quel libro che Omero favoleggia di un mondo eroico, cavalleresco e avventuroso di convenzione, come l’Ariosto o, se volevamo un esempio più recente, come il Cyrano de Bergerac: che gli Eroi e gli Dei omerici sono personaggi di maniera o tipi letterari, alla pari dei paladini del Bojardo e dell’Ariosto o come i pastori di Teocrito e di Virgilio; che il secolo che compose i due poemi possedeva già una civiltà raffinata ed una cultura antica, se prendeva diletto di storie composte con artificio così squisito, come il Cinquecento si dilettava del Bojardo e dell’Ariosto.

— Tuttavia — obiettai io a questo punto — il mondo che Omero descrive è rude, selvaggio, primitivo. Non conosce la scrittura; il ferro è raro....

— Ma per quanto io mi ricordo, — rispose il Rosetti — nemmeno l’Ariosto parla mai della moneta. I suoi paladini corrono per il mondo, senza un soldo in saccoccia. Conchiuderesti tu per caso, che ai tempi dell’Ariosto la moneta non esisteva in Italia? Ti serviresti tu, storico, del «Furioso» come di documento, per descrivere le condizioni dell’Italia al principio del Cinquecento? L’«Iliade» e l’«Odissea», come il «Furioso», ci trasportano nel gran paese delle fiabe....

— Ma come e da chi e stato allora creato questo mondo imaginario? — insistei io.

— Io non me ne intendo, sai — rispose. — Ragiono così, con il buon senso.... Ma al lume del buon senso direi che dovrebbe esser stato creato da letterati e poeti.... Poichè è un mondo letterario e poetico.... Non ti pare? Come i nostri poemi cavallereschi. Insomma dei poeti raccattarono nella via le rozze canzoni popolari, che tramandavano forse, sfigurato, il ricordo di antichi avvenimenti, come nel Medio Evo le canzoni del ciclo carolingio: le trasportarono nelle case dei ricchi mercanti greci dell’Egeo e dell’Asia Minore, che anche quelli smaniavano di tradurre la quantità in qualità: e così a poco a poco da un poeta all’altro si formò il «genere» o la «maniera», ed una scuola o corporazione di poeti che ne conservavano e tramandavano le regole, i tipi e perfino la lingua convenzionale. Perchè io non me ne intendo: ma a me pare che il Bréal abbia ragione: il cosidetto dialetto omerico non fu mai parlato; era una lingua convenzionale, letteraria, forse in parte arcaica, come quella dei trovatori, fabbricata apposta dai poeti per far parlare degnamente gli Dei e gli Eroi. Che Dei e che Eroi sarebbero stati, se avessero parlato come noi parliamo in questo fumoir? Si formò dunque il genere; e ad un certo momento un atto della «volontà grande», che aveva preso corpo in una scuola, lo impose a tutti — pubblico e poeti — come un modello. Sinchè di poeta in poeta un bel giorno apparve un genio; e si chiamò proprio — chi lo crederebbe? — Omero; e guarda che curiosa combinazione!, nacque, visse, morì, scrisse i suoi libri proprio come tutti gli altri autori, con la penna, l’inchiostro e la carta, cominciando dal primo verso e facendo punto all’ultimo; ma infondendo in quel genere convenzionale una vita portentosa. Perchè il convenzionale non è per necessità, sempre falso, vuoto, morto, come molti pensano e anche lei, Cavalcanti, diceva poco fa. No: è una linea interna isolata a far contorno. Limita, non soffoca; e quindi può essere verissimo e vivissimo! Ne volete un esempio più chiaro? Lei, avvocato, l’altra sera rovesciò a proposito della scultura greca il giudizio corrente. Questo dice che la scultura greca sarebbe un’arte ideale; lei disse che è un’arte sensuale. Io direi che non è nè ideale nè sensuale: è convenzionale. Delle forme del corpo che siano belle, ce n’è un numero stragrande, grazie al cielo: i Greci ne scelsero alcune per raffigurare gli Dei dell’Olimpo; si limitarono quindi, ma scegliendo nel vivo, tanto è vero che è facile anche oggi rintracciare nella strada, vivi e ambulanti e vestiti di panno, gli esemplari sui quali sono state imaginate le Veneri, le Giunoni, gli Apolli e via dicendo.... Non ammiriamo ogni momento le forme giunoniche di una donna, o il tipo apollineo di un uomo? Un atto della «volontà grande» impose poi ai Greci di scolpire e e riscolpire sempre quei tipi, quasi direi depurandoli e concentrandoli. Quei tipi dunque sono convenzionali, sì, ma vivi; anzi più vivi degli esemplari ambulanti che possiamo incontrare, almeno sotto lo scalpello dei grandi scultori. Del resto se c’è qualcuno che dubiti che il genio di Omero fu il frutto maturo di una matura civiltà, ebbene: legga i poemi Indiani, Firdusi, i Nibelunghi, la Chanson de Roland; e poi paragoni....

Questa interessante digressione ci aveva sviati dal primo oggetto. Io rammaricavo dentro di me che queste considerazioni fossero fatte da un dilettante e non da uno scienziato, perchè se no non sarebbero state scevre di buon senso. L’Alverighi ascoltava senza aprir bocca ma con manifesto interessamento, come gli piacesse volgere un istante il capo dal fondo della Pampa ove si era smarrito, agli studi degli anni lontani. Il Cavalcanti approvò: disse che a quella luce il mistero dei due solitari poemi si chiariva mirabilmente; e dichiarò Omero il primo maestro dell’arte del comporre: arte che i Greci hanno insegnata ai Latini, i Latini quasi soltanto agli Italiani e ai Francesi; perchè i Tedeschi e gli Anglosassoni sono in quella ancora novizi. Ma quando il Cavalcanti ebbe finito di dar corso al suo entusiasmo:

— Dunque — disse all’improvviso il Rosetti — l’«Iliade» e l’«Odissea» sono il primo grande monumento letterario della nostra civiltà. Ma come spiega lei allora che davanti a questo monumento gli uomini siano stati colpiti da una specie di subita cecità? Questa opera, sulla quale anche i miopi possono vedere, tanto è largo e profondo, il marchio del genio, di un genio potente, che ha vivificata una «maniera» antica: come mai si è potuto credere che questa opera non avesse nessun autore, fosse nata senza padre, misteriosamente, da sè, sulle labbra del volgo? Se degli archeologi affermassero che la Venere di Milo non è stata scolpita da nessuno, ma che l’ha fatta l’anima popolare accozzando insieme frammenti di differenti statue; e pretendessero di farla a pezzi per ritrovare questi rottami, non li chiuderemmo in un manicomio? Eppure non hanno forse tentata la stessa operazione sui poemi omerici i valentuomini che hanno osato lacerare e sfilacciare questa meravigliosa tela, tessuta dal genio, per ritrovare i brandelli sdruciti della misteriosa «Ur-Ilias»? Cose da pazzi, come dice il nostro dottore. Ma questi pazzi non sono stati messi nel manicomio: anzi sono stati stipendiati dagli Stati, incaricati di insegnare nelle Università, coronati ed accolti dalle Accademie, venerati dal pubblico come pozzi di dottrina.... E passino ancora i popoli che non hanno imparata, come dice lei, l’arte del comporre! Ma l’Italia, come me lo spiega lei? L’Italia che aveva raccolta la grande tradizione di questa sublime «maniera»; dove son nati Virgilio e Ludovico Ariosto? Che l’Italia abbia salariati dei filologi per insegnare nelle pubbliche scuole queste pazzie? Ma l’Italia, forse, per caso, da mezzo secolo in qua, è stata di nuovo dominata dai barbari?

Ridemmo tutti e il Rosetti con noi: bevve un sorso di Champagne, riaccese il sigaro e continuò:

— Dunque, dell’«Iliade» e dell’«Odissea» noi non possiamo affermare categoricamente nulla: se son favole o storie vere; rabberciamenti o capolavori; prime furie di una giovane barbarie o ultimo frutto di una civiltà matura; se siano stati scritti in una lingua parlata o in una lingua letteraria; e neppure — il che è più bizzarro — se siano stati o no scritti! Perchè a me pare che il Bréal abbia ragione: anzi.... Io credo addirittura che anche il radioso specchio di queste due splendide fiabe, come il poema dell’Ariosto, si increspa ogni tanto al lieve sorriso dell’ironia. I contemporanei dovevano capirle al volo, tutte le allusioni di cui sono piene! Per esempio: quelle concioni popolari che son descritte nell’«Iliade», non sarebbero per caso una satira delle ecclesie delle città greche, della democrazia o per parlare alla moderna del parlamentarismo antico? Sarà una idea bislacca, la mia: ma nessuno mi cava dal capo, che Tersite è la prima caricatura del demagogo, fatto da un poeta che parteggiava per i signori: se potessi usare la parola, direi che è il socialista del tempo, maltrattato da un poeta con tanto di coda. Così almeno pare a me. Ma i sapientoni continuano, e continueranno per un pezzo a ripetere che Omero non è esistito mai e ha scritto il suo poema in un tempo in cui la scrittura non era conosciuta! E come decidere chi ha torto o chi ha ragione? Speri tu, Ferrero, che un giorno o l’altro qualche papirologo ritrovi la fede di nascita di Omero? E il litigare non serve a nulla, signor Cavalcanti, sebbene noi siamo al mondo per questo. Un argomento decisivo non c’è. Congetture sono quelle come queste, di più o meno verosimiglianza; e ciascuno può pensarla come crede.... Quindi l’«Iliade» e l’«Odissea» sono due indovinelli oscuri, che ciascuno può sciogliere a modo suo: e sì che sono state lette, ammirate, tradotte, chiosate, emendate, imparate a memoria, adorate per tante generazioni.... Come spiega lei, signor Cavalcanti, questo singolare fenomeno?

Fece una pausa: il Cavalcanti non rispose, e allora:

— Forse perchè — continuò il Rosetti — lo spirito può soffiar libero attraverso i poemi omerici, come il vento sul mare, ora forte ora tenue, ora da ponente ora da levante, ora a mulinello?... Lei ha detto che per capire e godere davvero un’opera d’arte necessita liberarci da quei criteri convenzionali del bello che i contemporanei devono sempre, più o meno, subire, perchè imposti da interessi potenti. Non c’è quindi poeta al mondo che noi dovremmo godere meglio e più di Omero: nelle cui pagine fosse più facile decifrare, sotto i caratteri del tempo, l’unica lingua, eterna e universale, del bello, come la chiama lei, signor Cavalcanti. Perchè l’«Iliade» e l’«Odissea», noi non sappiamo con certezza nemmeno se e quando e come furono composte: imaginarsi se potremo giudicarle con i «nervi» dei contemporanei, secondo le loro idee convenzionali del bello, ammesso pure che ne avessero! Ed ecco che, potendo giudicare e godere disinteressatamente e con pienissima libertà, avendo quindi innanzi a noi sgombro e piano quel che lei, Cavalcanti, chiama il Cammino della Vita, noi non ci raccapezziamo più: non sappiamo più nemmeno affermare con sicurezza se quei poemi che noi leggiamo stampati furono scritti. Ma allora un’opera d’arte diventerebbe forse un indovinello ambiguo dalle mille soluzioni; e non riusciremmo più a distinguere se è un capolavoro o un rabberciamento; e potremmo affermare di quella le cose più opposte e più strane, perchè ci smarriremmo nel labirinto dei ragionamenti rovesciabili, quando noi non abbiamo nessuna misura, sia pur convenzionale, ma obbligatoria e sicura per giudicarla? L’unica lingua, eterna e universale, della bellezza, che noi vogliamo decifrare, sarebbe un geroglifico inintelligibile? Considerata a questa stregua la questione omerica non sarebbe più soltanto un passatempo di eruditi disoccupati: sarebbe un fenomeno terribile di cecità mentale. Noi non comprendiamo più il primo capolavoro della nostra letteratura: e non lo comprendiamo più perchè abbiamo voluto farcene giudici senza legge alcuna, regola o criterio comune. Sarebbero dunque questi i mirabili effetti della libertà, nella quale voi vedete il principio animatore dell’arte futura: dell’arte che vuol solamente dilettare, lei, avvocato; dell’arte che aspira alla bellezza totale e assoluta, lei, signor Cavalcanti? Nella libertà non si moltiplicherebbero dunque solo i germi delle discordie, il che non sarebbe un male irreparabile, poichè se i signori Feldmann non vanno d’accordo possono fare divorzio? Perderemmo noi per caso, diventando liberi, anche il lume degli occhi, la facoltà di discernere il bello dal brutto? Sarebbe questo un male maggiore: perchè come posso godere un’opera d’arte, se non sento fortemente che è bella?

L’obiezione era forte. Il Cavalcanti esitò: tentò dapprima una risposta un po’ confusa: disse poi che nei due poemi non si capiva più per l’appunto la parte convenzionale.

— Ma l’episodio di Andromaca o il ritorno di Ulisse — conchiuse — no: di quelli nessuno uomo di giusto e di cultura dubiterà, che siano due raggi dell’eterna bellezza. Le convenzioni sono momentanee e caduche: ma in ogni opera d’arte c’è — ci deve essere — una favilla della bellezza assoluta, universale ed eterna: se no — lo dissi l’altro giorno e chiedo scusa di ripeterlo — come si spiegherebbe che innanzi a tante opere d’arte, impreparati, ignoranti, senza preconcetti, spinti da un bisogno prepotente, noi gridiamo che sono belle, sentiamo un brivido di piacere immediato, libero, spontaneo!...

— Quindi — rispose pronto il Rosetti — abbandoniamoci a occhi chiusi alla corrente del sentimento.... Ma che cosa le rispose l’Alverighi, l’altra sera? Che il bello è un piacere senza bisogno, e perciò incerto e oscillante. Una opera piace a me e agli altri no: oggi mi piace, domani non mi piace più: spesso non so dire se mi piaccia o mi spiaccia: mi volgo allora alla ragione per chiarire il dubbio e la ragione si burla di me: ogni opera d’arte è un enigma insolubile, come l’«Iliade» e l’«Odissea». Queste sono verità parlanti. No: noi non possiamo godere un’opera d’arte, se non siamo in grado di sentire che è bella: e sentir che è bella, sentirlo davvero, sicuramente, fortemente, in permanenza, senza esitazioni, non lo possiamo, se non possediamo un modello indiscutibile a cui paragonarla. Un modello, sicuro. La definizione prima della bellezza, da cui ogni arte deve prendere le mosse; le regole che il ragionamento può cavare da quella definizione, si materiano sempre, o in un singolo modello, come furono l’«Iliade» e l’«Odissea» per Virgilio e per gli antichi quando ragionavano del poema epico: o in diversi esemplari di scuole non troppo diverse, come la pittura italiana fu per lungo tempo: ma il modello ci vuole, ed è convenzionale e limitato come la definizione del bello e le regole d’arte che esemplifica; non necessario quindi e mutabile; ma finchè c’è deve esser accettato come la misura indiscutibile. Ma che cosa ci racconta tutta la storia dell’arte se non lo sforzo e la lotta incessante per creare, imporre e rovesciar dei modelli? Molti si chiedono oggi stupefatti perchè gli scrittori romani imitarono con tanta pedanteria i greci.... Perchè tutte le letterature moderne abbiano perduti tanti secoli a ricopiare i latini, che avevano copiati i greci.... Ma per un popolo o per un’epoca che si accingono a creare una letteratura od un’arte, la difficoltà maggiore, il travaglio più aspro che spesso rende vani i più lunghi sforzi, non è il generare degli uomini di genio. Di questi la natura dovrebbe essere su per giù egualmente feconda dappertutto e in ogni tempo, almeno per quel poco che possiamo giudicare. Riuscire a creare o trovare il modello, al quale riconoscere i capolavori: ossia riuscire a sapere quel che si vuole come bello: questo sì che è difficile e qui sta la vera bravura. E il trovare un modello, bell’e pronto in parte almeno, visibile e tangibile è davvero una grande comodità. Perchè la antica Grecia è così famosa? Perchè ha creati — nella letteratura, nella scultura e nell’architettura — alcuni modelli e misure, che hanno servito a molte epoche e a molti popoli.... Frughiamo un po’ nella nostra coscienza: e non sarà difficile renderci conto che in ogni nostro giudizio d’arte è sottinteso un confronto. Quando noi diciamo che una opera d’arte è bellissima, o bella, o mediocre, o scadente; e lo diciamo non per sfogliare il piacere o la noia momentanea che un’opera d’arte può averci arrecata, ma per esprimere una convinzione maturata, ferma, sicura, noi intendiamo di dire che quell’opera d’arte è più o meno bella di un’altra o di altre, che in quel momento adempiono per noi l’ufficio di modelli. E difatti come si affina il gusto delle singole persone, dei popoli, delle generazioni? Conoscendo molte opere d’arte, appartenenti alla stessa famiglia; e cioè confrontandole tra di loro. Come le opere d’arte degradano o ascendono nella opinione degli uomini? Per modelli: secondo muta cioè il modello. Prima di Giotto, c’erano dei pittori che parevano perfetti ed erano i modelli; dopo, fu modello Giotto e quelli arrozzirono; ma ai tempi di Tiziano e di Raffaello neppur Giotto era più un modello. Virgilio ci pare un po’ freddo: perchè? Perchè lo paragoniamo ad Omero. So l’«Iliade» e l’«Odissea» si fossero perdute, l’«Eneide» sarebbe giudicata perfetta. E questa infine è pure la ragione per cui mi par dubbio, signor Cavalcanti, che noi possiamo aver nervi differenti per tutte le arti, e distendere all’infinito la nostra facoltà di comprendere, così da riceverci dentro la infinita bellezza. Se noi non possiamo godere fortemente una opera d’arte senza paragonarla ad un modello, noi potremo godere e capire tante forme d’arte quanti modelli potremo conoscere e possedere con la mente. E un uomo, di sicuro, potrà, con lo studio ed il tempo, rendersi padrone di molti modelli; ma di tutti quelli che esistono e possono esistere.... Non so: mi par difficile. Insomma, per conchiudere: io non credo che lei sia nel vero, signor Cavalcanti, quando paragona le tradizioni, le regole, le convenzioni o anche gli interessi mondani che limitano il genio degli artisti e il gusto del pubblico alle liane delle sue foreste, che avvinghiano e strozzano gli alberi robusti. No: alla mente come al corpo ogni resistenza e quindi ogni limite è un appoggio ed ogni appoggio è una resistenza e quindi un limite: il pesce nuota contro corrente e l’uccello come l’areoplano volano contro vento; il vento e l’acqua si oppongono, sì, ma sostengono: l’uomo non crea il nuovo che vincendo l’attrito di una tradizione, non conquista la libertà che schiantando i legacci di una regola. Togliete di mezzo regole o tradizioni: non c’è più nè libertà nè novità: la libertà assoluta è per la mente quel che il vuoto per l’uccello: non può volare.... Tante prove se ne potrebbero citare.... La moda, per esempio.... Che cosa è la moda, se non una limitazione convenzionale? Innumerevoli foggie del vestire possono piacere a ognuno di noi: ma per sei mesi noi conveniamo di riconoscere il primato a quel piccolo numero: ci limitiamo quindi a sceglier solo fra quelle, perchè se no, disgraziati i fabbricanti e i mercanti! La moda dunque dimostra che persino in tempi pieni d’anarchia come i nostri, una regola convenzionale del bello, una legge del gusto e della scelta, sia pur mutevole due volte all’anno, è necessaria, se si vuole che un’arte possa servire il pubblico....

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