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Fra i due mondi

PARTE PRIMA. (continued 3)

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Ma a questo punto mi sentii chiamare per nome: mi voltai e vidi pochi passi distante, l’ammiraglio che mi faceva cenno di andare a lui.

— Scusi se la disturbo, — mi disse, quando gli fui vicino — ma ho bisogno, proprio bisogno di lei. Cavalcanti l’ha informato, credo, delle peripezie della signora Feldmann.... Ebbene.... Lei non ne ha colpa; lei non sapeva; ma quelle benedette cose che lei ha dette sul divorzio negli Stati Uniti sono da due giorni una spina al cuore della povera signora. Anche adesso smania, piange, grida che il divorzio è già fatto, che essa non arriverà a tempo, che vuol suicidarsi. Io ho tentato di calmarla; ma non mi crede; dice che sono bugie pietose, le mie.... Mi faccia il favore, venga anche lei; e le ripeta quel che ha detto al Cavalcanti.

Sebbene mi spiacesse di lasciare la conversazione sul più bello, seguii l’ammiraglio, al ponte superiore, dove erano le cabine di lusso. Ancora vestita dello sfarzoso abito scollato di velo azzurro indossato per il pranzo, la signora giaceva prona sul letto, il braccio sinistro appoggiato ad arco sul cuscino, la fronte appoggiata sul braccio, e il volto nascosto in pieno, singhiozzando sommessamente; mentre accanto a lei Lisetta, la cameriera, stava in piedi, reggendo in mano un bicchiere ed un cucchiaino, con l’aria compunta di chi offre inutilmente a un malato una medicina già rifiutata. Dalla magnifica capigliatura che copriva mezzo il cuscino ai due piedini calzati nelle scarpette di raso che uscivano di sotto la veste in fondo al letto, il bel corpo giaceva in un atteggiamento di disperato abbandono; e sole le spalle nude sussultavan ogni tanto allo scoppiar dei singhiozzi, quasi balzando fuori dal busto. Non si mosse quando entrammo: noi pure tacemmo un istante sinchè l’ammiraglio disse:

— «Madame, voici monsieur Ferrero....»

A udire il nome, la signora subito si mosse; si levò rapida sul fianco; si mise a sedere, raccogliendosi intorno alle gambe la veste; e mentre cercava di riassettare alla meglio i suoi pettini e i suoi capelli e si asciugava gli occhi, mi domandò scusa di ricevermi a quel modo. Io risposi come si conveniva; e poi, mentre Lisetta si rincantucciava, incominciai un discorso di circostanza, par confutare quello che avevo detto sabato sera; cercando di persuaderla che una persona in vista non poteva far divorzio a quel modo: troppo grave scandalo ne sarebbe nato! Essa mi ascoltò per un certo tempo guardandomi immobile; poi a un tratto scosse la testa, e con aria sconfortata:

— Lo scandalo, lo scandalo! — disse. — E perchè dovrebbe averne paura mio marito? Gli altri hanno tutti bisogno di lui, e lui non ha bisogno di nessuno. È la forza della Banca, questa....

Tentai dimostrarle che nessuno, nemmeno il più potente dei banchieri, può oggi sfidare il pubblico e i suoi pregiudizi, oltre una certa misura: ma pronta essa ribatteva tutte le argomentazioni, obbligandomi a cercare nuove sottigliezze. Mentre discutevo così, con il disagio di chi sente che i propri argomenti scivolano invece di entrar nello spirito dell’interlocutore, i miei occhi si fermarono sopra un oggetto bianco, che stava in terra, vicino al letto, poco distante dai piedi della signora e che sino allora non avevo veduto.... Riconobbi il magnifico vezzo di perle, di cui la signora si era ornata quella sera, e che probabilmente era caduto nella prima confusione dei pianti e dei singhiozzi.

— Stai a vedere che qualcuno lo pesta — fu il pensiero che mi balenò nella mente. E al disagio dell’argomentare inefficace si aggiunse un nuovo malessere: chè pure parlando non potevo staccare gli occhi dalle perle; mi sentivo spinto ad alzarmi e a raccoglierle: guardavo ogni tanto Lisetta, come per domandarle se era cieca. Distratto da questa nuova preoccupazione risposi anche più debolmente alle argomentazioni avversarie; e a mano a mano che la signora trionfava, più si affannava...

— Una nuova crisi avvicina — pensai.

E difatti, a un tratto:

— Ma chi l’avrebbe detto, ancora una settimana fa! Io che l’aspettavo così tranquilla e contenta. E lui che mi scriveva delle lettere così affettuose! Mio Dio, mio Dio, che sorpresa! Mi par di sognare! Dopo ventidue anni di concordia e di amore senza un’ombra, senza un sospetto! Ma sono possibili, simili cose....

Si cacciò il fazzoletto in bocca, scoppiò in pianto, di nuovo nascose nel cuscino la faccia, singhiozzando, gridando che la sua vita era spezzata, che le avevano tirata via di sotto i piedi la tavola in mezzo al torrente, che i suoi amici, se ne aveva, avrebbero dovuto procurarle della stricnina. L’ammiraglio corse a lei, si avvicinò pure la cameriera coprendo con le sue gonne sul pavimento la collana; la scena era pietosa: ma debbo confessare che non ero tanto commosso dalle lagrime della signora, quanto oppresso dalla paura di sentir da un momento all’altro stridere le perle stritolate. Lisetta intanto di nuovo instava perchè la signora bevesse la medicina, e la signora rifiutava: tirandosi indietro un passo finalmente Lisetta vide le perle: e con la punta del piede le spinse sotto il letto. Respirai; ma non potei non pensare tra me che le cameriere delle miliardarie — o di chi passa per tale — trattano i gioielli con una singolare disinvoltura. Intanto, a poco a poco, la signora si tranquillò; e a mano a mano che si calmava, l’ammiraglio prese a confortarla con discorsi più efficaci dei miei. Le rammentò con dolcezza e con autorità quasi paterna la lunga concordia in cui avevano vissuto per tanti anni, la esortò a non disperarsi come se il divorzio fosse già fatto, quando non era neppur sicuro che il marito avesse proprio l’intenzione di ripudiarla: perchè il dispaccio parlava di una voce; e tante sono le dicerie false, ai nostri giorni! Anche se i ragionamenti non convinsero, i ricordi intenerirono la signora: si levò di nuovo a sedere: convenne con certe affermazioni dell’ammiraglio; e alla fine:

— Certo — disse — se ha fatto una cosa simile vuol dire che è impazzito. Bisognerebbe — aggiunse volgendosi a me — che fosse qui suo suocero. Potrebbe darmi un parere o un consiglio....

Libero dall’ansietà per le perle, io dissertai un poco, come potevo, intorno alla follia e alle sue forme.

— Se ne intende lei di queste cose? — mi domandò allora.

— Io no — risposi. — Ma mia moglie è medichessa: ne parli con lei....

E continuammo così a discorrere per un pezzo di varie cose, sempre più pacatamente; mentre io chiedevo a me stesso perchè quella donna che, come l’ammiraglio aveva provato ragionando a fil di logica, aveva così pochi motivi di temere, fosse invece così agitata ed inquieta; e se essa poi diceva il vero affermando che il divorzio interromperebbe all’improvviso una convivenza durata così a lungo, senza discordia o nuvola alcuna. Il caso sarebbe stato ben singolare, allora! Alla fine, quando la signora ci parve interamente tranquillata, ci ritirammo.

Era quasi il tocco. Scesi sul ponte, per vedere se l’Alverighi, il Cavalcanti e il Rosetti c’erano ancora. Il ponte era deserto. Quasi due ore erano passate in quella conversazione e consolazione della signora Feldmann: e in due ore la discussione, o meglio la dissertazione dell’Alverighi, doveva essere terminata. Mi appoggiai un istante alla ringhiera e alzai lo sguardo alla volta stellata... Quando ad un tratto, per la prima volta, in fondo alla tenebra notturna, lucida e quasi silenziosamente sorridente come un vecchio amico che comparisce innanzi di sorpresa, vidi l’Orsa maggiore. Una improvvisa tenerezza mi vinse: quella grande costellazione dell’emisfero settentrionale, mi parve si mostrasse ad annunciare i parenti, gli amici, la patria che ormai avvicinavano; quel mare mediterraneo su cui essa brilla dall’eternità, e che il facondo Alverighi aveva paragonata a una antica palude, densa di miasmi e di febbri.

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