PARTE TERZA. (continued 2)
Reading edition
— Ma la moda — interruppe il Cavalcanti — è un’arte secondaria, alla quale occorrono macchine e capitali ingenti. Le grandi arti spirituali non hanno bisogno di muovere tanti interessi e tanto denaro.
— È vero — rispose il Rosetti: — ma esse pure abbisognano di un certo pubblico fedele che le sostenga, con l’ammirazione e con il denaro. E questo pubblico non può sostenerle, se non accetta senza discutere i principii da cui quelle muovono.... Ma volgete gli occhi intorno: e poi ditemi se il male di cui soffrono nei nostri tempi le arti non è uno, uno solo: la mancanza di regole, principii, e limiti? Arte e pubblico non debbono più oggi fare i conti nè con la Corte, nè con l’Aristocrazia, nè con la Chiesa, nè con la Censura, nè con una critica, che pretenda di imporre regole di scuola: perfino dalle leggi del pudore e della decenza ci siamo affrancati, dopo esserci ribellati a Dio, al Re, alla sintassi, alla prosodia e al buon senso! Viva la libertà, dunque. E così il pubblico come gli artisti dovrebbero usarne, per osare i supremi ardimenti! Invece si intimidiscono a vicenda, inquieti di sentirsi in un vuoto senza appoggio. Il pubblico aspetta, pronto a piegarsi, come uno stelo al vento, se lo spirito spira: ma ahimè lo spirito non sa più decidersi a soffiare nè da oriente nè da ponente: invano il pittore, lo scultore, il musico, il decoratore, il fabbricante di mobili, il poeta, il romanziere spiano quel che il pubblico che non vuol nulla, vuole; e si chiedono smarriti: che soggetto, che stile, che genere, che scuola — in una parola, che modello — scegliere? I tempi li indicano tutti: cioè nessuno. E allora? E allora gli abili imparano l’arte di procacciarsi onori e ricchezze, gabbando il mondo. I matti e i ciarlatani cercano di intimidire il pubblico osando sfrontatamente, imponendogli come bello in nome del progresso, il nuovo, quel che non rassomiglia a nessun modello conosciuto, come se anche l’arte avesse l’obbligo di far sempre delle cose nuove e non solamente delle cose belle. Gli artisti sinceri e d’ingegno non sono rari: ma ciascuno vuole aver la sua formola d’arte, e la grida al mondo sola vera e perfetta: e non difettano mai a nessuno gli argomenti per sostenerla che paion buoni, sinchè egli solo parla e il vicino non glieli rovescia, per dimostrare che la formola vera e perfetta è l’opposta, cioè la sua. Qualche gran genio apparisce ogni tanto in questa Babele, e se riesce ad imporsi, a capirsi esso stesso e a farsi capire da un pubblico che basti a sostenerlo almeno per un certo tempo, può far cose grandi davvero, in questa libertà illimitata; ornare, libero come è, dei capolavori. Ma capolavori vaganti nel vuoto, come quegli iceberg che navigano solitari sull’Oceano, che l’acqua li sostiene e nel tempo stesso ne rode le fondamenta: e possono capovolgersi da un momento all’altro; e qualche volta sono pericolosi a chi li incontra navigando. Lei aveva ragione, avvocato, di lamentare l’orgoglio smodato degli artisti e dei letterati moderni, a confronto della modestia di un tempo: ma donde nasce questo orgoglio se non dalla solitudine senza legge in cui creano? Ogni artista e letterato omai crea l’opera sua liberamente, sulle formole che egli ha scelte, quasi senza maestro, senza modelli, senza regole; e quindi se riesce, si illude facilmente di essere un Dio che crea dal nulla un mondo ideale. Quando invece spesso ha solo raffazzonati alla meglio vecchi modelli, guastandoli! Insomma nessuna epoca ha risvegliate tante formule antiche e tentate tante formule nuove di bellezza, per riuscire a imbruttir di più questo povero nostro mondo. Poichè i tempi in cui i modelli si perdono o si confondono perchè ce ne son troppi, e con i modelli le misure fini e precise del tragico, del comico, dell’epico, del grandioso, dell’elegante, della grazia, del fasto e via dicendo; quei tempi non gustan più che il violento, il difficile, il vistoso, il massiccio, il raro, lo strano, l’enorme, lo strabiliante: i drammi che fanno venir la pelle d’oca, le farse che fanno smascellar dalle risa, la letteratura oscura e carica di erudizione, la lirica che bisogna leggere con l’enciclopedia alla mano; le decorazioni luccicanti o addirittura abbaglianti; gli edifici che sbalordiscono per la mole e per la ricchezza dei marmi. Abbiamo riso, sentendo annunziare i tempi in cui New-York sarà più bella di Parigi agli occhi di tutti. Badate, però! L’America è più ricca dell’Europa; può profondere, se vuole, maggiori tesori per costruir moli macchinose e sontuose, quale è la nuova stazione della Pensilvania Railroad a New-York! E se gli edifici di questa fatta diventassero per i nostri tempi orbi di modelli il sommo vertice della bellezza? Se gli Americani facessero nel mondo moderno quel che già fecero i Romani nell’antico: che alla fine offuscarono i monumenti dell’architettura greca con la mole, il peso e la ricchezza? Avrò torto: ma a me una bella rosa par più bella della più bella orchidea. Ma le orchidee sono strane e rare e durano a lungo, mentre le rose sono comuni e vivono poche ore: e perciò le orchidee sono più pregiate delle rose. La rarità, che è un concetto quantitativo, si insinua nel giudizio della bellezza, quindi lo inquina, e lo falsa, poichè la bellezza è qualità pura, come disse lei, l’altra sera, avvocato. Anzi io credo che il solo criterio che può servire a paragonare alla meglio tra loro le forme della bellezza sia questo. Un’arte o una scuola o uno stile son tanto più perfetti quanto più si avvicinano allo stato di qualità pura: quanto meno ricorrono, per suscitare l’ammirazione e dar piacere, ad elementi quantitativi. Ma queste sono sottigliezze; e il pubblico, oggi specialmente, ha troppe altre brighe per il capo! E quindi, poveretto, fa quel che può: ma quando non gli capita di ammirare per terremoto, a furore di popolo, per contagio frenetico, non si raccapezza in questa Babele: è diffidente e indifferente; paventa di scambiare una mistificazione per un capolavoro o un capolavoro per una mistificazione: di solito segue il romore, ma poi, per non sbagliarsi troppo, dimentica volentieri quel che ha ammirato; e quando può, cerca di trarsi d’impaccio dicendo che una opera d’arte è «interessante». Avete mai posto mente all’abuso che noi facciamo di questo aggettivo? Interessante è una parola neutra; è un piccolo rifugio a mezza strada tra il bello e il brutto; è una scappatoia comoda per una epoca che non osa e non sa più giudicare, perchè non ha più nessun «étalon de mesure», come dicono in Francia: questo è bello, questo è brutto....
Sorrisi a sentir queste parole, e interruppi il Rosetti per raccontare che la parola «interessante» era stata anche per me, in America, una comoda scappatoia, ogni qual volta ero stato richiesto di un parere su cose, che non mi sentivo in grado di giudicare conoscendole troppo poco; o che alla prima occhiata almeno non mi parevano così stupende come ai miei gentilissimi ospiti. Sempre mi ero cavato d’impaccio, dicendo che quella tal cosa era «very interesting» o «muy interesante». Ma raccontando questa storiella presi lo slancio a irrompere in un campo più vasto, verso il quale mi spingevano le meditazioni della sera precedente e la conversazione filosofica della mattina con il Cavalcanti; ed esposi una obiezione che ruminavo da qualche tempo, e con la quale ripigliavo ed amplificavo il pensiero del brasiliano.
— Ingegnere, — dissi, — che le definizioni elementari del bello, da cui ogni arte prende le mosse, debbano esser poste ed imposte da un atto di volontà mi par vero. Ma non mi pare invece che noi possiamo fermarci come fa lei, all’atto di volontà, come all’ultima Thule o alle colonne d’Ercole del Pensiero umano.... Bisogna fare un passo avanti e decidere quest’altro punto: se le cose diventano belle perchè e dal momento in cui noi le vogliamo per tali; o se le vogliamo, perchè sono belle. È chiaro — mi sembra — che in questo sta il tutto; e da questo dipende se aveva ragione lei, prima, quando pezzo per pezzo ci ha demolito sotto gli occhi il mondo intero; o se ha ragione adesso che tenta di legarne insieme i rottami, con la volontà. Se le cose diventano belle solo perchè noi le vogliamo, aveva ragione lei di dire che lo spettacolo del mondo non è che la lanterna magica degli interessi; e ha ragione quel tale calzolaio di Piazza Vendôme di cui ci parlò l’Alverighi; nonchè il vedantismo. La varietà del mondo allora è una illusione: quindi spegniamo i lumi e andiamo a letto, perchè l’operare e il lottare sono vane cose. Ma se la varietà del mondo è il sale della vita, il principio del progresso, la fonte della felicità, lei deve ammettere che i nostri giudizi estetici non possono essere solo l’effetto di forze estrinseche, che operano sulle nostre passioni, come su della cera: quali gli interessi che lei enumerò l’altro giorno; quali le regole convenzionali, le limitazioni arbitrarie, i pregiudizi che noi imponiamo con tutti i mezzi che ci son buoni per far fare agli altri quel che vogliamo noi; quali la moda, la suggestione, quel bisogno così umano di urlar con i lupi e di belar con gli agnelli.... No: di fronte a queste forze estrinseche, deve stare una forza intrinseca, incoercibile, che ora resiste ora seconda le forze esterne come l’àncora e la corda i moti violenti del mare; che ora accetta come bello quel che gli interessi o le convenzioni o la moda dichiarano tale, ora resiste, freme, si ribella.... Se no, perchè Apollo ci avrebbe incitato a trattenere i Titani di ferro? Noi stiamo discutendo da qualche giorno in qual misura noi dobbiamo resistere alle macchine, a che punto rifiutare l’abbondanza che esse ci vogliono prodigare: ma potremmo noi resistere e rifiutare, se per fare l’abbondanza, le macchine non si sforzassero di farci ammirare come belle delle cose che sono brutte e come buone delle azioni che sono cattive: e se il sentimento nostro non si ribellasse, sia pure con troppa foga qualche volta, come quando è mia moglie che parla? Dunque è chiaro: giunti con la nostra indagine all’atto di volontà, non possiamo fermarci: bisogna che discendiamo più giù, fino alla profonda forza intrinseca che muove l’atto di volontà, se vogliamo lacerare il gran velo, conoscere l’anima eterna dell’arte!
Questo mio primo discorso filosofico non dispiacque al Cavalcanti che, sempre gentile quanto amante delle sottigliezze, mi aveva incoraggiato, mentre parlavo, con cenni del capo e sorrisi. L’Alverighi invece dichiarò francamente alla fine di non aver capito una parola di quanto avevo detto. Il Rosetti mi guardò un poco; poi:
— A te dunque — ripetè lentamente — non basta di sentirti dentro spinto a volere: tu vuoi voltarti indietro a veder il braccio e la forza che ti spingono.... — Fece una pausa; e poi: — Ma e se ciò non fosse possibile? Se l’uomo fosse così costituito dalla natura o da Dio, come ti piace, che non potesse nel tempo stesso sentir la spinta e voltarsi indietro a vedere il misterioso braccio che lo muove? sentir la voce che lo incita alle spalle, e volger la faccia verso il volto che parla? Se il braccio si fermasse e la voce tacesse nel momento preciso in cui l’uomo si volge? Se l’uomo fosse Orfeo e non potesse trarre dall’Inferno la sua Euridice, trovare il cammino che conduce alla verità, alla bellezza, alla virtù, se non a condizione di non voltarsi mai indietro?
Tacque guardandomi: ed io stavo per rispondere, quando trasse l’orologio di tasca; e:
— Ma è mezzanotte, — disse. — Il tempo passa. Se andassimo a letto: e continuassimo domani? Almeno se questi discorsi non vi annoiano troppo. Perchè ci sarebbero tante cose da dire....
E così decidemmo. Ma nel levarci:
— Dai casi della signora Feldmann, siamo arrivati ben lontano e saliti ben in alto, — disse l’ammiraglio.
— Tutto è in tutto — rispose sorridendo o stringendosi nelle spalle il Rosetti.
V.
Il seguente giovedì doveva condurci sino alle porte del mondo antico. Entreremmo nel Mediterraneo verso sera. Si compiva dunque in quel giorno una tappa solenne del lungo viaggio: solenne e gradita, perchè l’ultima. Dallo stretto di Gibilterra, il «Cordova» navigherebbe spedito alla meta in tre giorni. Ma il Cavalcanti ed io non alludemmo neppure, quella mattina, nei nostri discorsi, al prossimo passaggio di Gibilterra: chè quasi tutta la mattina grigia e piovosa ragionammo, sul ponte di passeggiata, intorno ai discorsi della sera precedente.... Sul vivo e sensitivo ingegno del Cavalcanti, i ragionamenti del Rosetti avevano fatta profonda impressione. Egli mi diceva di non aver più replicato nella seconda parte della discussione, a tal segno quei discorsi l’avevano soggiogato parendogli quasi di udire, per la prima volta e chiare, cose che egli avesse sempre confusamente pensate. L’imparare sarebbe dunque proprio, come diceva Platone, un risvegliarsi di reminiscenze lontane? Trapassammo poi a ragionare dell’obiezione che io avevo mossa: il Cavalcanti di nuovo l’approvò: io la chiarii e precisai — avevo su quella meditato a lungo — dicendo che il Rosetti mi pareva in procinto di impigliarsi in una contradizione mortale. Aveva affermato che la Bellezza sarebbe alcunchè di convenzionale: una opinione umana dunque, momentanea e caduca, come per molti filosofi del secolo XVIII le istituzioni e i costumi, senza fondamento assoluto ed eterno. Ma poi imponendo all’uomo con quella sua mistica frase di camminare come Orfeo, intendeva senza dubbio dire che i principii dell’arte non devono essere troppo discussi, quasi fossero cosa divina. Contradizione sulla quale intendevo di appoggiarmi e far leva, per costringere il Rosetti a disdirsi. Ma il Rosetti non uscì dalla cabina, durante la mattina; e quindi ci fu forza pazientare. Barattai invece qualche parola, poco prima della colazione, con l’ammiraglio. Mi raccontò che la signora si era alquanto rimessa; ma aveva incominciato a farneticare supposizioni e piani fantastici; e per esporglieli già quattro volte l’aveva fatto chiamare, dalla sera precedente! A colazione ricomparve per la prima volta la signora Yriondo: conferma definitiva che il marito, a poco a poco, riconosceva il suo errore e guariva. Ragionammo di Gibilterra e del passaggio, e il Rosetti ci disse che avrebbe continuato il discorso dopo la siesta....
Verso le quattro e mezzo infatti, il Cavalcanti ed io già passeggiavamo sul ponte basso, ragionando e soffermandoci ogni tanto a guardare il mare e la terra. Poichè eravamo in vista della terra. Avevamo a mezzodì raggiunto il 35º grado e il 7º minuto di latitudine e il 6º grado e 53º minuto di longitudine: e navigavamo ormai a tutto vapore verso le colonne d’Ercole, scorgendo a destra, lontane, nella nebbia rada e fulgente, le basse coste collinose del conteso Marocco; di fronte, nere e più vicine, le montagne entro cui stavano nascoste le porte varcate un giorno da Prometeo e Vulcano fuggenti l’antica storia del mondo. E in vicinanza della terra l’Oceano, per tanti giorni sonnacchioso deserto e monotono, pareva a un tratto come animarsi e schiarirsi, sotto il soffio di un gagliardissimo vento che investiva il vapore, sommoveva il piano del mare e aveva aperti immensi squarci azzurri nel grigio velo di pioggia, che la mattina copriva il volto del mondo. Cosicchè sull’Oceano infuriava, spettacolo nuovo, una meravigliosa tempesta in pieno sole: chè fitti fitti, tutti eguali, sin dove l’occhio giungeva, sino al Marocco, sino alle montagne dello stretto, sino alla nebbia cupa che a sinistra chiudeva l’Oceano, balzavano dal fondo azzurro e cupo del mare i marosi enormi, alti e lunghi, verdi e simili a liquide muraglie di smeraldo e d’oro; sostavano un momento scintillando; poi si ritorcevano su sè medesimi per sciogliersi in cento cascate d’argento nel mare azzurro, dal quale ribalzavan poi verdi e d’oro: ressa infinita che ci assediava da ogni parte, ma non nemica. Perchè la nave rompeva di prua quelle onde, e attraversava quel mare in convulsione, dritta e salda come fondesse un placido lago, senza beccheggiare o rullar neppure poco. Anche i più delicati tra i passeggeri potevano quindi contemplare la tempesta al sicuro: difatti erano tutti usciti in mezzo al vento, fuorchè — almeno sino a quell’ora — il Vazquez, l’Alverighi, il Rosetti e la signora Feldmann.
Finalmente, verso le cinque, mentre in mezzo ad altri passeggeri guardavamo con i binoccoli la terra vicina e il capo Spartel, il Rosetti comparve sorridente, fumando, incappottato. Io subito mossi il discorso, deliberato a cercar che il Rosetti più si impigliasse nella sua contradizione:
— A me dunque — dicendo — non basta di ammirare un’opera d’arte: voglio sapere anche perchè è bella.
Ma in capo al ponte, a prua, una raffica di vento ci investì, ci fece alzar le mani ai berretti, mi imbavagliò. Solo quando avemmo voltate le spalle alla prua e al vento potei continuare.
— Lei mi dice: quest’opera d’arte è bella, perchè rassomiglia a quel tale modello. Ma da questa risposta spunta subito un’altra dimanda: il modello è poi bello davvero e perchè? Lei mi dirà: perchè la tradizione, la scuola, l’opinione pubblica, la volontà grande della mia epoca me lo impongono come tale. Ma la risposta non mi acqueta: la tradizione, la scuola, l’opinione pubblica, la volontà della mia epoca possono sbagliarsi; tanto è vero che ora giudicano bella ora brutta la stessa opera d’arte: e una volta o l’altra debbono cadere in errore. Dunque se voglio essere sicuro di non sbagliarmi, io debbo poter giudicare i modelli, sapere onde scaturisce e in che consiste questa bellezza misteriosa, che nel modello c’è e ci deve essere, se il modello deve avere forza imperativa su me, su lei, su tutti.
— Da Dio — interruppe reciso e improvviso il Rosetti.
— Da Dio? — esclamai, — chè questa risposta, in bocca al signor Rosetti, proprio non me l’aspettavo. — Sì! — aggiunsi poi sorridendo — Dio è stato per molti secoli la mistica fontana dei valori; ma....
E tacqui, credendo di essermi spiegato.
— Ma? — interrogò invece il Rosetti, come se non avesse capito.
— Ma, signor Rosetti.... Lei sa meglio di me in che secolo noi viviamo.... Dopo Kant e la Critica della Ragion Pura.... Dopo la Rivoluzione Francese....
In quel momento tre onde strisciarono e si fransero, una dopo l’altra, con immane fragore, lungo i fianchi del «Cordova». Ci fermammo alcuni istanti a guardare quella fragorosa tempesta di smeraldo e di oro, di zaffiro e d’argento. Il via vai, il gridio, il gesticolare crescevano intorno a noi, a mano a mano che la porta del mondo antico avvicinava e se ne vedevan più nitidi gli stipiti; ma l’orizzonte a ponente incupiva; i grandi squarci azzurri nel cielo si restringevano e il chiarore del giorno incominciava a velarsi. Quando prendemmo a passeggiare, il Rosetti si volse a me, e con una smorfia sardonica:
— Critica! — disse. — È una parola che mi piace poco! Parola greca germanizzata! Incrocio di levantino e di tedesco!
La mia meraviglia cresceva. E chiamando a raccolta le disperse reminiscenze dei miei studi filosofici, avevo incominciata una difesa della critica filosofica: ma il Rosetti non mi lasciò continuare a lungo; chè afferrandomi per il braccio:
— Lo so, lo so, — vivamente interruppe — quel che vuoi dire. L’incredulità moderna sarà un bene, sarà un male: ma se noi non avessimo esercitato il nostro pensiero in mille prodezze, perfino a distruggere Dio pretendendo di dimostrarlo, la nostra mente sarebbe ancora bambina, e noi saremmo oggi al punto dei Mussulmani; non avremmo scoperta l’America e non ci troveremmo qui a ragionare tranquillamente di queste cose, in questo castello natante, a guisa di semidei, come disse all’equatore il nostro avvocato. A proposito oggi non lo si vede: dove si è rintanato? Ragion per cui qualunque sia l’autorità che decide: questo è bello, noi ringraziamo cortesemente: ma subito rispondiamo di voler sapere perchè è bello....
Mi parve fosse giunto il momento di scoprire le mie batterie.
— Per l’appunto — risposi. — Perchè se lei afferma che i principii del bello son tutti arbitrari e convenzionali, fattura umana quindi, momentanea e caduca, come può poi pretendere che l’uomo li adori come principii divini e rimproverargli di volerne scoprire la ragione ultima e il significato profondo? Ma se sono fattura sua e se gli appartengono! Perchè dunque non potrebbe l’Estetica....
Ma il Rosetti, interrompendomi di nuovo:
— L’Estetica! Altro incrocio di levantino e di tedesco! Mi piace poco.
Un po’ risentito:
— Ma insomma — dissi — oggi non le piace nulla. Non la Critica, non l’Estetica. Si può sapere che cosa le piace, allora?
In quel momento, arrivando alla passerella di prua, scorgemmo a destra il capo Spartel ormai così vicino che ai suoi piedi si vedevano i marosi rincorrersi sulla riva lunghi, sottili e bianchi.
Il Rosetti si fermò: guardò: e come distraendosi:
— Gli antichi — mormorò — favoleggiarono che Anteo fu seppellito ai piedi del capo Spartel, in quelle grotte là.... Anteo che simboleggia l’indomabile energia dell’uomo. Ma perchè farlo morire sulle sponde dell’Atlantico? — Poi rivolgendosi a me, invece di rispondermi: — Per secoli e secoli dunque — disse — Dio fu il sostegno eterno e inconcusso delle cose contingenti: la necessità incondizionata a cui la mente umana ascendeva per la scala infinita delle cause; la guida, la regola, la misura suprema. Non era lecito però di voltarsi a guardarne il volto! Egli stesso lo aveva proibito. «Videbis posteriora men, faciem autem meam videre non poteris». Ma l’uomo è curioso e ribelle: incominciò a sbirciar con la coda dell’occhio; a speculare e a ragionare sulla essenza e sugli attributi di Dio: si ingarbugliò, gli parve e non gli parve di discernere qualche cosa; tentò di veder meglio e volse un po’ di più il capo: si ingarbugliò ancora di più in un ginepraio di ragionamenti sottili; finchè un giorno, non sapendo più se quel che vedeva e non vedeva era la faccia di Dio, se quella che sentiva e non sentiva era la voce di Dio, si voltò in pieno.... Comparve Kant. Ma il volto divino era sparito. L’uomo non vide più neppure, come Mosè, le spalle di Dio: gli spazi infiniti, in cui risuonava la voce, ammutolirono....
Questo biblico discorsetto era tanto inaspettato sulla bocca del Rosetti, che non potetti trattenermi dall’interrompere:
— Ma vuol lei forse imputare a Kant l’incredulità moderna? Questa ha ben altre cause: lo ha detto anche lei poco fa....
In quel momento le lampadine elettriche si accesero sul nostro capo, fioche nell’ultimo chiarore del giorno: avevamo ormai imboccato lo stretto e andavamo nell’imbrunire, per acque cupe e mosse, sotto torbido e basso cielo, costeggiando le coste europee che intravedevamo nel crepuscolo oscure e confuse, senza discernere dall’altra parte il Marocco. Il Rosetti tacque un istante guardando le luci: poi d’improvviso, rivolgendosi a me e con un rapido trapasso:
— Dunque — disse — siamo d’accordo. La Rivoluzione Francese, altro che la caduta di una antica dinastia o un rivolgimento di istituzioni! Fu il nuovo assalto dei Titani all’Olimpo. Fu il più formidabile atto di volontà che la storia racconti. Fu l’atto di volontà che rovesciò quasi tutti gli antichi «étalons de mesure», le tavole dei valori che l’uomo adorava da secoli e ne impose delle nuove. Fu la battaglia campale data dall’uomo a Dio, per rovesciarlo dal trono. Da secoli l’uomo molestava con la guerriglia dei filosofi e degli scienziati le comunicazioni tra la terra ed il cielo; ed ecco a un tratto i battaglioni si levarono e via, difilati, all’assalto! E Dio fu ridotto a forma di fantasma filosofico: sui gradini del suo trono si sedette il pensiero dell’uomo, ma come nel Giappone di un secolo fa, lo shogun ai piedi del trono del Mikado, in apparenza ministro, in verità sovrano e sommo motore della vita tutta quanta: dell’arte, della morale, del diritto, della educazione, della politica, e perfin di sè stesso. Perchè a poco a poco, sentendo di muovere tutte le cose e non sentendosi più mosso da nessuna spinta superiore, uno strano, tormentoso e sublime delirio invase il pensiero dell’uomo: volle anche vedersi a muovere sè stesso e quasi direi guardare la propria faccia senza specchio. E l’effetto ultimo di questo delirante impero dello shogun, noi lo abbiamo veduto in questa lunga navigazione. Non avendo niente altro da fare, abbiamo discusso un po’ di cose serie; e volevamo sapere se New-York è bella od è brutta, ma l’Estetica non ce l’ha saputo dire: volevamo sapere che cosa è il progresso, e non ne siamo venuti a capo; se le macchine sono utili o dannose, se la scienza è vera o falsa, se la ricchezza è buona o cattiva, se l’America è da più o da meno dell’Europa; e non ci siamo raccapezzati. Chi diceva di sì, e chi di no. Ragionamenti rovesciabili dappertutto. Lo spirito gira su sè medesimo per vedere la propria faccia: e gira, gira, gli piglia il capogiro....
Il ragionamento del Rosetti serpeggiava tra gli scherzi di una sottile ironia, come una biscia tra l’erba, che si vede e non si vede.... Disperando di colpirla, tentai di nuovo di tagliarle la strada:
— Ma insomma non divaghiamo. Torniamo al punto. Pensa lei, sì o no, che quel che noi chiamiamo il Bello sia una opinione umana, mutevole da luogo a luogo, di tempo in tempo?
Accennò di sì, soggiungendo prontamente:
— E non la Bellezza solo; ma anche la Verità e la Morale.
L’avversario si allargava sul campo, invece di serrare le fila contro l’attacco: esitai un momento innanzi a questa mossa inaspettata: poi decisi di colpire là dove già prima miravo.
— E allora, ripeto: come può lei rimproverare all’uomo di cercare la ragione di tutte queste diverse e mutevoli opinioni? Perchè una ragione ci sarà pure.... Se lei ammettesse che l’arte è una emanazione di Dio, capirei.... Del resto lei stesso l’altro giorno ci ha dimostrato che ammiriamo le opere d’arte per interesse. Che cosa ha fatto allora se non voltarsi indietro, e cercar di scoprire la ragione per cui quel che par bello a me sembra brutto a lei o viceversa? E se lei si è voltato, perchè vuol poi che gli altri guardino fissi innanzi a loro, come dei soldati alla rivista?
Il Rosetti mi guardò sorridendo e:
— Tu non capisci, allora? — mi chiese.
— No, non capisco.
— E neppur lei, Cavalcanti?
Mi prese per il braccio, fece cenno al Cavalcanti di seguirlo: ci trasse ambedue al parapetto. Nelle acque sconvolte dello stretto, intorno alla nave, saltellava un grosso branco di delfini: apparivano con il muso in alto, come guardandoci: si tuffavano e riapparivano saltando, torcendosi, guizzando argentei nelle onde cupe, a guisa di piccoli e graziosi saltimbanchi del mare che seguissero correndo il «Cordova» per fare i loro agili e sveltissimi giochi sotto i nostri occhi. I parapetti della terza classe erano infatti gremiti al gratuito spettacolo, pieni di grida e risate. Anche il Rosetti parve un momento prendere diletto di quelle graziosissime bestie; poi:
— Osservate — disse — l’Atlantico, che si vuota per questo canale nel Mediterraneo! Come ribollono le acque dello smisurato Oceano, nella stretta delle montagne! Eppure, questo fiume che noi fendiamo tra due monti, non è forse quello stesso infinito Oceano che abbiamo valicato per due settimane, senza raggiungerne il termine? Ma si rimpicciolisce, freme e ribolle perchè non può d’un colpo vuotarsi nel Mediterraneo attraverso l’angusto canale. Ebbene: questo canale è l’imagine dello spirito umano: angusto canale anch’esso di un Oceano infinito. La bellezza è una cosa infinita, come ha detto lei, Cavalcanti; e non la bellezza solo, ma anche la verità, anche il bene. E lo spirito umano è limitato. Ogni uomo, ogni scuola, ogni epoca, non possono capire che una particella del vero: non possono creare e capire che alcune tra le infinite forme del bello; non possono praticare che alcune delle innumerevoli virtù umane, come in ogni istante del tempo solo una onda dell’Oceano può versarsi per questo canale nel Mediterraneo. Io non riesco a raffigurarmi l’Universo, se non quando me lo imagino come una realtà che chiamo infinita, per dir che ci soverchia da tutte le parti; e noi minuscole creature umane, perdute in quella non possiamo sfiorarne, alterarne, vederne e capirne a volta a volta che delle particelle piccole piccole.... Certamente tra tutte queste infinite forme della Vita l’uomo non ha nessun motivo intrinseco di scegliere l’una piuttosto che l’altra.... L’ha detto lei, Cavalcanti; e credo avesse ragione.... Ma abbracciarle tutte non può, perchè il suo spirito non è capace abbastanza: e quindi deve scegliere anche senza motivo, limitarsi cioè. Necessità contradittoria, non è vero?, lei diceva, Cavalcanti. Come si può scegliere senza motivo? Eppure bisogna. E in questa contradizione, a cui non si sfugge, giace forse la segreta ragione di quella lotta eterna tra il divino e l’umano, tra il finito e l’infinito, tra il contingente l’assoluto, tra il caduco e l’eterno, tra il convenzionale e l’imperativo, che travaglia e travaglierà il mondo. La bellezza, la verità e la virtù sono assoluti, eterni, divini, infiniti, imperituri; non c’è nessun dubbio su questo punto; è inutile sofisticare; son verità necessarie. Il Vero è vero, e non può essere falso: il Bello è bello, e non può essere brutto; il Bene è bene e non può essere male: questi sono quasi direi gli assiomi della vita, che se non si ammettono non si può vivere, come non si può studiare la geometria senza quegli altri assiomi che sapete! Ma i limiti che per la piccolezza della sua mente, del canale per cui trapassa, l’uomo deve porre a sè medesimo per intendere qualche parte di questa infinità, sono contingenti, momentanei, umani, arbitrarî, convenzionali: dipendono dalle circostanze: sono posti e tolti anche dagli interessi mondani, di cui tanto abbiamo parlato; si possono spostare, rimuovere, allontanare, avvicinare, allargare, restringere. Ma aboliti non possono essere mai — questo fu il suo errore, Cavalcanti — perchè se no la mente umana, priva di appoggio, vacilla, si smarrisce nell’illimitato, fraintende e confonde. Salite su questa specola; e come chiaro discernerete di lassù sotto di voi tutto l’immenso travaglio del mondo e della storia, che non è se non il travaglio tragico ed eterno di questa limitazione, arbitraria e pur necessaria! Per quale ragione infuria nel mondo sin dai suoi lontani cominciamenti e non potrà finire mai la guerra delle dottrine, delle religioni, delle sette, dei principii, delle idee, delle civiltà, delle leggi, delle classi, degli Stati? Per quale ragione in ognuna delle infinite contese che infiammano il mondo, gli uni si precipitano sugli altri o con le armi in pugno, o con l’ingiuria sulle labbra, o con l’odio nel cuore, tutti egualmente certi di aver ragione, di esser nel vero, di difendere la buona causa? Dove cova quella antica febbre mediterranea, dalla quale l’Alverighi si è illuso di mettersi in salvo emigrando, e cioè lo spirito di discordia eterno tra gli uomini, i quali pur vogliono tutti e dovunque le medesime cose? Onde nasce l’immenso malinteso della storia, che non potrà chiarirsi mai? Come si spiega che un essere provvisto di ragione come è l’uomo, pure in tante questioni non riconosca altro giudizio che quello della spada? Perchè la guerra è la suprema ordalia dei diritti e dei principii in lotta e non s’è trovato ancora nessun areopago o tribunale o corte di giustizia — neppure la Corte dell’Aja — innanzi alla quale interporre appello dai suoi ciechi e sanguinosi giudizi? Come accade che mutando luogo e tempo la bellezza imbruttisca, la verità si falsi e la virtù si corrompa; eppure non si possa mai sapere in quali di questi luoghi e tempi l’uomo aveva ragione, quando e dove invece errava? Per qual ragione l’opera dell’uomo è un’immensa fatica di Sisifo, che ogni generazione ricomincia, sognando ogni volta di trovar finalmente la verità, la bellezza, la virtù imperitura? Da quella specola voi vedete e capite!... Ogni uomo, ogni tempo, ogni popolo è prigioniero nei principii limitati e convenzionali della Verità, della Morale, della Bellezza, in cui gli fu forza di chiudersi: e chiuso in quelli, non vede, perchè gli manca il modello a cui riconoscerli, nei principii in cui gli altri uomini si chiudono, forme diverse della bellezza, della verità e della virtù; scambia per bruttezza, menzogna e colpa le altre particelle di quello stesso infinito bene che egli si gode: compiange, odia o disprezza come barbari, diversi, da meno di sè, tutti gli uomini che stanno fuori del suo carcere: anzi si sforza di ghermirli e trascinarli nel suo carcere, come il ciclope nella sua caverna, nel tempo stesso in cui è spinto ad evaderne egli stesso. Ogni principio umano — non dimentichiamolo mai — è limitato e perciò esauribile: quindi tutti devono essere periodicamente rinnovati. L’infinito pesa sull’angusto canale della nostra mente, come i flutti dell’Atlantico fanno ressa in questo stretto che noi attraversiamo; e ci sforza a trapassare da una verità, da una bellezza, da una virtù ad un’altra, senza mai ripigliar fiato, senza tregua mai o riposo. Ma il trapasso è smarrimento, dolore, delirio, perchè intorno al carcere di un principio esausto, ronzano angeli e diavoli; e gli angeli cantano che fuori si distendono i mistici campi dell’assoluto, dove l’uomo può vagar libero, addormentarsi, risvegliarsi per prati che non hanno nè sentieri nè confini, ma fiori senza numero e di tutte le bellezze e sboccianti nell’ora che non declina mai di una eterna primavera.... Ma i diavoli sussurrano invece al prigioniero che quel carcere fu edificato dalla iniquità, dalla stoltezza e dalla tirannia dei suoi simili: osi evadere e potrà rifare il mondo senza limitazioni, principii e convenzioni; sedersi, Minosse di un nuovo giudizio universale in mezzo alla storia, chiamando innanzi al suo tribunale tutti gli Stati, le Arti, le Religioni, le Dottrine, le Leggi e i Costumi del mondo. E il prigioniero, a sentir queste canzoni degli angeli e questi sussurri dei diavoli, si esalta, infuria, delira, scuote le inferriate delle prigioni.... E allora costruisce New-York. E allora inventa le macchine. E allora crea la Critica e l’Estetica....
Ma il Cavalcanti lo interruppe a questo punto sorridendo:
— Insomma, l’Estetica non trova grazia innanzi a lei. Eppure....
— E come potrebbe trovarla? — rispose scherzosamente il Rosetti. — Anche questo oltraggio, dopo tanti altri, dovevano dunque fare all’Italia i barbari? Non scherzo: ragiono sul serio. Ma ditemi dunque: abbiamo sì o no prodigata al mondo tanta bellezza in tante forme, da San Marco a Palazzo Vecchio, da Giotto a Tiepolo, da Donatello al Vela, dal Palestrina al Verdi, da Virgilio ed Orazio al Manzoni, che dopo tanti secoli e tante rapine e distruzioni e dilapidazioni, quel che si è conservato basta ancora a sbalordire anche il secolo delle macchine? Sono o non sono venti secoli che ci affatichiamo a vuotare sulla terra l’infinito della bellezza, tentandolo da tutte le parti; e non siamo che al principio?... Ed ecco un bel giorno, comparisce in mezzo a noi il professore Giorgio Federico Hegel dell’Università di Berlino; e cavando dalla sua testa un suo criterio, indice il giudizio universale dell’arte passata presente e futura: e ci cita innanzi alla sua cattedra.... E questo popolo, invecchiato nell’arte, non si è messo a ridere? E non ha detto all’illustre professore che anche un filosofo è matto se vuol giudicare alla stregua di una misura sua l’arte del mondo, come sarebbe matto chi volesse vuotare l’Atlantico nel Mediterraneo, attraverso lo stretto, in un minuto; perchè il criterio di questo illustrissimo signor filosofo sarà acuto, ampio, ingegnoso, profondo, portentoso, trascendente, sublime, iperbolico, come vi piace, ma è e resterà personale? Che un filosofo serio dovrebbe tutt’al più, in queste materie, imitare Aristotele e non osar di più? Aristotele aveva dato fondo a mezzo l’universo: ma quando nel suo gran viaggio venne alla letteratura stette contento, con esemplare modestia, di ricevere dai suoi tempi, e non pretese dettarglieli, i criteri convenzionali, limitati, momentanei di perfezione, che la «volontà grande» della Grecia aveva scelti nell’infinito della Bellezza per giudicar la tragedia, per esempio: e da quelli dedusse un codicetto di regole. Come Gian Battista Alberti, quando compose il suo libro sull’Architettura....
— Allora l’Estetica — interruppe il Cavalcanti — dovrebbe, secondo lei, solamente raccogliere e formulare regole d’arte. E per insegnarle, suppongo: quindi all’arte occorrono anche scuole.
— E nelle quali — soggiunse pronto il Rosetti — non si insegni solo, come si fa ora nei Conservatori e nelle scuole di Belle Arti, timidamente, quasi vergognandosene, la tecnica manuale di questa o di quell’arte. Ma scuole che insegnino il bello, inculchino certi principii di arte.
— Ma di questo passo si va difilati alla Bellezza di Stato — rispose sorridendo il Cavalcanti. — Se occorrono scuole del bello, anche lo Stato ne deve fondare: quindi dovrà esserci una scultura, una letteratura, un teatro di Stato, come la «Comédie Française»!
— Sicuro — rispose il Rosetti con un fare un po’ malizioso. — Ogni modello, appunto perchè è arbitrario, deve essere imposto da una autorità: da un ordine sociale, da una scuola, da una religione, da uno Stato: se no, ciascun uomo cercherà di farsi da sè il suo modello, e allora abbiamo visto quel che succede. O meglio: non si sa più quel che può succedere: può succedere perfino che New-York diventi la più bella città del mondo e il «Mercante di Venezia» un capolavoro. Nessuno si raccapezzerà più. L’uomo ha sempre bisogno di un buon Cicerone, che lo accompagni nel mondo e gli comandi: ammira, questo è bello; questo è brutto, chiudi gli occhi e volta le spalle. Non la accettiamo anche adesso, nel secolo della libertà, questa autorità imperiosa nella moda? Perchè non è punto vero che ognuno oggi si veste secondo gli garba, come dice l’avvocato. Una potenza invisibile — i grandi fabbricanti di panno e i grandi sarti — governa dispoticamente il regno della moda, fa e modifica il gusto ogni anno, impera agli uomini e alle signore, ci impone dei criteri di eleganza, convenzionali sì ma indiscutibili, almeno per sei mesi: come quello — me l’hai raccontato tu, Ferrero, mi pare — per cui la signora Feldmann escludeva dai beati regni dell’eleganza il nostro avvocato, perchè ha osato portare una giacca nera e dei calzoni turchini. Non domandare il perchè, caro mio: non si discute con la moda: si obbedisce! E quando noi la accettiamo nel vestire, la rifiuteremo, questa autorità, nelle altre arti? No, l’autorità è necessaria: e non vedo per qual ragione non debba esercitarla anche lo Stato con le scuole. Almeno se non si vuole che a dar regola e norma al gusto non restino più che i mercanti di quadri, i direttori dei teatri, gli editori e — Dio ci scampi — i professori di Estetica e i critici dei giornali. Perchè son proprio queste le nuove autorità che nascono nei regni della Bellezza in mezzo alle rovine delle antiche: Corti, Governi, Accademie. L’Alverighi ha potuto gridarci nelle orecchie: libertà, libertà! Libertà sia pure: ma e poi? La pittura — per esempio — fu per secoli ancella della Chiesa e dello Stato. Dopo la Rivoluzione, si cacciò anch’essa in capo il berretto frigio e scese in piazza a rivendicare i sacrosanti diritti dell’Ispirazione e del Genio.... E che cosa le è capitato? Che ora è in pericolo di passare nel servidorame dell’Oro. I mercanti di quadri, oggi, sono la potenza segreta e insindacabile che, per mezzo delle Esposizioni, dei giornali, dei critici, del denaro speso con arte, fanno la reputazione degli artisti, creano la voga delle scuole; come le Accademie una volta: per guadagnarci, naturalmente. Vi meravigliate? Ma una forza che governi il gusto del pubblico è necessaria; e poichè le antiche autorità sono cadute....
— Ma lei — interruppe il Cavalcanti — mi risuscita a poco a poco tutto il vecchio mondo, che credevamo di aver distrutto!...
Il Rosetti non parve udirlo; e come continuando il suo pensiero:
— Noi abbiamo — disse — derisa New-York: ma che cosa facciamo noi, Italiani, che abbiamo edificati i più bei palazzi e le più belle chiese del mondo, per insegnare all’America a costruire delle belle città?... Io mi domando spesso quando l’Italia sentirà vergogna dell’incuria in cui languirono le sue scuole di architettura o dell’incoscienza con cui ha lasciati escludere per definizione i letterati dalle scuole di letteratura, sotto pretesto di scienza! Che dei barbari poco letterati abbiano inventate le scienze filologiche, tanto per dar qualche cosa da fare alle Facoltà di lettere, si capisce. Ma l’Italia! L’Italia, che possiede la più antica e ricca letteratura di Europa! Le Facoltà di lettere dovrebbero essere focolari di cultura letteraria: organi per conservar vivo il gusto e le tradizioni della grande prosa, della grande poesia, della grande storia, dei generi letterari più celebri! E Dio sa se ce ne sarebbe bisogno, nel secolo delle macchine e dei giornali da un soldo!
— Dei professori di poesia, però! — ripetei io, scherzosamente.
— Ti fanno ridere? Eppure, eppure.... Ma è vero: dimenticavo: l’uomo non si rassegna più a star prigioniero entro principii convenzionali e limitati; misura di continuo la piccolezza del suo carcere alla stregua delle sue voglie, dei suoi sogni, dell’infinito: farnetica continuamente di evadere per la breccia di formole universali. Ma ahimè! le formole universali sono — o personali, — come quelle di Hegel; o vuote, come quelle di Kant. E allora si inquieta, fruga, investiga: invece di abbandonarsi alla forza che lo spinge a volere il bene, la bellezza e la verità, si volta indietro a veder chi sospinge e chi parla, a rischio di fermarsi ogni momento. E alla fine gli vien fatto di scoprire in molteplici interessi mondani, nella imposizione di una autorità, nella forza di una tradizione la ragione della limitazione; e allora scambia questo limite momentaneo e caduco con l’essenza stessa dell’Arte, della Verità e della Morale. L’interesse è la trave fradicia con cui la filosofia moderna tenta di puntellare la sconquassata struttura delle nostre certezze: ma invano! Ridotto il mondo a un sistema di interessi, l’uomo si ribella contro tutte le autorità, le tradizioni, le regole.... Cerca al di là di queste la Verità, la Giustizia, la Bellezza e non trova che una vasta e grigia nebbia; smania dunque e si agita tormentosamente, senza più dar retta alla invisibile voce che gli grida dal fondo dei secoli: «Crea opere d’arte e non far dell’Estetica; scopri nuovi veri e non confonderti troppo con la gnoseologia; opera fortemente e non voler verificare se la storia si è sbagliata o ha avuto ragione»....
Ma a questo punto e in malo punto, un improvviso scoppio di urla, di fischi, di grida, un vociare confuso, l’accorrere frettoloso di parecchi marinai interruppero questo strano e malioso discorso. Il Rosetti si tacque: il Cavalcanti fece una smorfia annoiata; io, un gesto d’ira. «Che succede?» ci chiedemmo, avviandoci verso la passerella. Dalla quale guardando in giù subito riconobbi Orsola, dimenantesi e urlante in mezzo a uomini e a donne che la trattenevano e un’altra donna a me sconosciuta, la quale a pochi passi da lei piangeva in mezzo a un gruppo di emigranti: poi lì vicino, due uomini, avvinghiati così che non se ne discernevano le faccie e che si picchiavano, o meglio uno d’essi picchiava l’altro che si difendeva male; e intorno una calca di emigranti, nella quale chi gridava, chi urlava, chi sghignazzava, chi si dava l’aria di voler separare i due contendenti. Mentre discendevamo, due muscolosi marinai si fecero largo, e abbrancati i due litiganti, li separarono: vidi allora che il percotitore era il giovane abruzzese, e il percosso il suo amico Antonio: ma scesi che fummo ci trovammo in un pandemonio. Orsola era una furia, e vomitava ingiurie in siciliano, in italiano e in portoghese contro la donna che piangeva — una donna piacente di forse quarant’anni, vestita con molta pulizia e non senza una certa eleganza — mentre l’abruzzese, non meno infuriato di lei, chiamava Antonio con il nome proprio di un animale provvisto di corna; e gli gridava: «Ti voglio almeno strangolare!» e Antonio, pallido, rabbiosamente freddo rispondeva: «Fannullone, pezzente, straccione, morto di fame». In quella sentii squillare lontano, sul ponte superiore, la campana del pranzo. Tentai di chieder a qualcuno che cosa fosse successo: ma due non mi risposero. «Si sono picchiati», disse laconicamente un terzo, come chi non vuol essere seccato da altre domande. Erano tutti troppo intenti — e ostilmente — in Antonio e non mi badavano.... «È un pezzente, perchè non ha venduta sua moglie», gridò a un tratto una voce. Un tumulto di risa, di grida, di fischi salutò questa risposta. «Bravo! — Vergogna! — Non è mica un postribolo questo! — Va a far altrove il tuo mestiere! — Fuori, fuori!» si gridò a destra e a sinistra. Io mi chiedevo perchè tutte quelle persone fossero così inviperite contro Antonio, che la fronte escoriata e il naso sanguinante cercava di stagnare il sangue con la pezzuola; e stavo per accostarmi ad Antonio e parlargli, quando sopraggiunsero due ufficiali: uno strapazzò energicamente Orsola e l’altra donna e le fece trascinar via da due marinai, con molte grida, stento e fatica: un altro mandò Antonio all’infermeria e l’abruzzese nel dormitorio: poi con parole imperiose disperse la folla. Ci ricordammo allora di aver udito la campana del pranzo suonare, e risalimmo senza aver saputo nulla.
— Ma che cosa è successo? — chiesi all’ufficiale, che saliva con noi.
Alzò le spalle.
— Uno dei soliti litigi.... Per ragioni di femmine.
VI.
A pranzo, da principio, non ragionammo che della zuffa. Ma il capitano non pranzò con noi, quella sera, non volendo lasciare il ponte del comando sinchè la nave era nello stretto: cosicchè le prime notizie precise intorno alle ragioni di quel subbuglio ci furon portate dal dottore, che giunse un po’ tardi, dopo aver medicato Antonio. Ci raccontò che la mischia era cominciata da un alterco tra Orsola e quell’altra donna che noi avevamo vista piangente; che era poi quella certa Maria cui Antonio, secondo il dottore, faceva la corte. Le due donne si erano bisticciate e alla fine accapigliate, perchè Orsola andava raccontando a destra e a sinistra che Maria era l’amante di Antonio; e Maria che Orsola era una fannullona in fuga per i debiti! Maria aveva lavorato in una fazenda vicina a quella di Orsola; e che apparteneva allo stesso padrone.
— Questi sono i teneri affetti — conchiuse — del popolo sovrano, come dicono i socialisti. Cose da pazzi! È inutile; dite quel che volete, ma il popolo è cattivo e l’emigrazione lo peggiora. Non si può vivere a cavalcioni dell’Atlantico: bisogna decidersi! O di qua o di là, una, buona volta!
Io chiesi allora per qual ragione si fossero picchiati anche Antonio e l’abruzzese, che martedì erano ancora amici, e per qual ragione il pubblico fosse così ostile ad Antonio. Mi rispose che Antonio aveva difesa Maria e l’abruzzese Orsola; e quanto all’impopolarità di Antonio:
— Lo tengono — disse — in quel conto che merita.... Quella storia della moglie non piace. Per quanto l’America li abbia tutti guasti e corrotti....
— Ma come l’hanno saputa? — chiesi io.
Si strinse nelle spalle:
— Tutto si sa, alla fine!
Ma l’argomento di quelle baruffe pareva al Cavalcanti e a me sbiadito, a petto dei ragionamenti della giornata. Lo lasciammo presto per ritornare a questi.
— Avvocato, avvocato, — disse il Cavalcanti all’Alverighi, — ma dove è stato lei, oggi? Che bella occasione ha perduto!
— Siamo alle porte dell’Europa, — rispose l’altro ridendo. — E devo pensare ai casi miei.... Tutto il giorno abbiamo lavorato, con il signor Vazquez, al rapporto per i banchieri di Parigi!
E di fatti, durante il pranzo, confabulò quasi solamente e sottovoce con il signor Vazquez, in spagnuolo, ogni tanto tirando fuori da una tasca o dall’altra delle carte, mostrandole al suo amico o scrivendoci sopra con la matita. Cosicchè prestò scarsa attenzione al discorso che il Cavalcanti avviò allora di nuovo.
— Dunque siamo d’accordo, ingegnere. L’arte muove sempre da un principio limitato, e in questo senso convenzionale. Forse qualche grande artista privilegiato, ogni tanto, crea dei principii che gli sono propri, ed ha tanta forza da imporli, solo o quasi, ai contemporanei ed ai posteri.... Dante, Michelangelo, Victor Hugo, Rodin.... Ma sono pochi.... E non l’arte sola, del resto. Anche il diritto, per esempio. Ferrero l’altra sera ha un po’ canzonato il diritto. Ma ci pensavo questa mattina: il diritto, la legalità, l’ordine non sono forse convenzioni limitate? Intorno al giusto e all’ingiusto non finirebbero più le dispute e i dubbi: se un atto della «volontà grande» come lei dice — Dio o lo Stato — non ponesse e imponesse dei principii limitati e convenzionali del giusto, che sinchè sono in vigore valgono come misura indiscutibile della ragione e del torto. A noi pare strano che le monarchie assolute riconoscessero al re il diritto di governare per la sola ragione che si supponeva fosse figlio di suo padre. Ma e i principii su cui posa il regime parlamentare? sono forse più ragionati? Un uomo o un partito diventano capaci di governare uno Stato, solo perchè la maggioranza del Parlamento dice di sì? Ma ogni uomo e partito si reputa in buona fede il più degno di governare: e bisogna pur stabilire una regola per scegliere, se non si vuol decidere a pistolettate. E la diplomazia che cosa fa? Che cosa facciamo noi se non stiracchiare e sofisticare certi principii convenzionali — diritto internazionale, si chiama, tanto per dargli un bel nome — sinchè un atto di volontà, una guerra cioè, non ce ne impone di nuovi? Così pure il Galateo, il Cerimoniale, il Codice Cavalleresco, le decorazioni, i titoli, le Accademie.... Siamo dunque d’accordo. Senonchè, ingegnere, mi permetta di ricordarle che tutti questi principii, essendo limitati, si esauriscono e quindi devono essere ogni tanto rinnovati. Non fo che ripetere le sue parole.... Ogni popolo dunque deve ogni tanto risvegliare le sue formule: estetiche, morali, giuridiche. Orbene: non sarebbe questa la ragione per cui ogni tanto noi cediamo alla tentazione, come diceva lei, di voltarci indietro a vedere la forza che ci muove? I nostri tempi sono più plastici degli antichi: perchè? Paragonate le civiltà, indiavolate come la nostra, che abusano, se volete, di filosofia e di critica, con la stagnazione delle società mussulmane, in cui lo spirito critico e filosofico non ha potuto nascere. Lo spirito critico, e la filosofia che ne è l’organo, sarebbero insomma la prima fonte del progresso....
— Sì, se il progresso esistesse. Ma si ricorda quanto abbiamo disputato invano, per sapere che cosa è? — disse il Rosetti, levandosi.
Il pranzo era terminato. Prendemmo cappotti e berretti, ed uscimmo a fumare sul ponte. I marinai ci dissero che eravamo in pieno Mediterraneo: ma invano guardammo per rendercene conto nella notte oscura e impenetrabile. Non faceva però troppo freddo; e incappottati potemmo piacevolmente passeggiare conversando, il Rosetti, il Cavalcanti ed io: chè l’Alverighi era partito con il Vazquez. E il Cavalcanti riprese il suo discorso, osservando che senza dubbio non era facile definire il progresso; ma non gli pareva potesse mettersi in dubbio che la plasticità dei nostri tempi fosse una virtù a paragone delle rigide civiltà antiche. Quindi noi abbiamo ragione di definire progresso la facilità in cui siamo venuti di creare e accogliere nuove verità e forme di bellezza, idee e principii nuovi di morale; accrescendo la varietà del mondo, che il Rosetti aveva detto essere la ragione stessa del progresso.
— Sì e no — rispose lentamente il Rosetti. — Sì, se le forme e i principii nuovi prendono posto accanto agli antichi: no, se li cacciano via, come vecchi servitori fatti inabili dall’età....
La frase non era chiara e chiedemmo dilucidazioni. Il Rosetti continuò:
— Se il progresso non è una illusione, dovrebbe esser qualche cosa, una forza o una legge, per cui il mondo sarebbe come il vino: migliorerebbe con il tempo. Ora io non riesco a imaginare come il tempo possa migliorare il mondo, se non quando penso che l’uomo scopre o crea senza riposo, di generazione in generazione, nuove Bellezze, nuove Verità e nuove Virtù: cosicchè le generazioni seguenti possono possedere e conoscere un numero maggiore di modelli, se sanno conservare tutti o in parte quelli che le generazioni precedenti crearono. Solo così, mi pare, noi riusciamo a saldare insieme, nel principio del progresso, la quantità e la qualità. Perchè «multa renascentur quae jam cecidere», come dico Orazio: idee, sentimenti e forme d’arte? Perchè, per non citar che un esempio, Teocrito ha potuto rinascere in Virgilio; Teocrito e Virgilio nel Tasso e nel Guarino; e tutti e quattro nei poeti pastorali francesi del secolo XVIII? O per qual ragione tanta parte dell’antica morale ebraica rivisse nelle prime sette protestanti? Perchè un principio esaurito è come una terra spossata; può ripigliare vita e vigore, dormendo qualche secolo; purchè se ne conservi il ricordo. Quindi più tardi uno nasce e meglio capiterà in questo basso mondo; perchè troverà nella tradizione un maggior numero di modelli e principii addormentati aspettanti il risveglio. Lei mi dirà che non tutti i principii d’arte e di morale possono rimetter foglie e frutti tali e quali. È vero. Noi non potremmo riedificare nè il Partenone nè il Pantheon nè il Duomo di Siena, nè il Camposanto di Pisa, nè il Palazzo Vecchio, nè il Colonnato di San Pietro. E tanto meno poi potremmo rifare la città antica o l’impero romano o il Cristianesimo o la Rivoluzione Francese. Ma noi possiamo capire, ammirare, studiare, inspirarci a tutti questi monumenti, come comprendiamo e godiamo la ceramica greca e la cinese, anche se non sappiamo più rifarle: ma noi abbiamo trasfuso nelle nazioni moderne il patriottismo, l’amore civico, l’eroismo della città antica; quel rispetto della legge e quell’odio della prepotenza che i giuristi hanno infiltrato a poco a poco nel sangue turbulento dei barbari; la misericordia, la dolcezza, l’orrore dei diletti crudeli, insegnato da Cristo; il sentimento dei diritti dell’uomo, creato dalla filosofia del settecento e dalla Rivoluzione Francese. Dunque il progresso non sta solo nel crear nuove verità, nuove arti o nuove virtù, ma anche nel conservarle di generazione in generazione, — e il conservarle dovrebbe essere (e si volse a me) il principale vostro ufficio, signori storici — nella misura del possibile almeno. Il conservare dunque, e non, come oggi si crede dai più, il distruggere sarebbe condizione necessaria del progredire. Perchè se gli antichi principii sono tolti di mezzo, c’è trapasso, ma non guadagno o progresso, non essendoci modo di dimostrare che i nuovi sono da più degli antichi....
— Ma allora — obiettò il Cavalcanti — per progredire occorre non già limitarsi, ma allargare i limiti, lo stretto, il canale quanto più si può....
— Naturalmente: perchè l’infinito preme sull’angusto canale della nostra mente e lo sforza. Allargare i limiti, sì: distruggere le sponde del canale, no, però....
— Sia pure — replicò il Cavalcanti. — Ma lei viene ora a darmi ragione: noi dobbiamo sforzarci, perchè l’arte progredisca, di aver nervi per tutte le arti e tutte le scuole; di distendere quanto più possiamo.... la nostra, facoltà di capire e di godere, con tutti i mezzi, anche con l’Estetica quindi.
— Con discrezione e discernimento, le dissi l’altro giorno e le ripeto oggi.... Conservare e conoscere quanti più modelli è possibile, sì. Ma non crearne troppi e troppo in fretta; nè mutarli troppo spesso; nè farsene un bersaglio, per divertirsi a rovesciarli e a raddrizzarli; nè scoprire ogni sei mesi il modello impareggiabile che rinnoverà il gusto del mondo; e non figurarsi neppure che un’opera d’arte possa e debba diventare un modello solo perchè oggi ci arreca piacere o magari ci manda in visibilio; sopratutto non confondere i modelli: non paragonare un dramma a un modello lirico, una scultura a un modello musicale. Il bello nasce da una limitazione; ergo, ogni modello non vale e i confronti non son possibili che per opere e fra opere le quali prendano le mosse dalla medesima definizione prima e limitata del bello. Paragonate tra di loro le architetture classiche, le gotiche, le barocche; non le barocche con le gotiche o con le classiche. Occhio all’Estetica dunque: e non diamo retta all’Alverighi che vuol che l’arte sia solo un godimento dispendioso, come lo Champagne e i sigari d’Avana. Anche nell’arte c’è la plebe e ci sono i grandi.... C’è un’arte spicciola, caduca, il cui ufficio è dilettare e servir di passatempo; la commedia divertente, il romanzo che si legge in treno o in campagna, il concerto, il disegno del mio vestito.... Ha il còmpito suo anche quest’arte; e per questa riconosciamo pure agli uomini quel diritto che l’Alverighi rivendicava per il nostro secolo in tutte le arti: il diritto di godersi il bello ciascuno come gli piace; e l’uomo distenda quanto vuole la sua capacità di capire e godere; e l’Estetica abbia diritto di vita e di morte! Ma ci sono pure i modelli: i capolavori nei quali si sono fatti luce, suono, marmo, parola i differenti principii del bello, creati di secolo in secolo; che servono come termini di paragone e misure per giudicare; e quindi mantengono viva la bellezza raffinando il senso del più bello e del meno. In questi — ricordiamocelo sempre — l’arte non è più un passatempo: è un limite come la morale; uno dei tanti limiti che fanno il mondo infinitamente diverso e vario, e che sono quindi la ragione del vivere e del progredire. E innanzi a questi, adagio! Innanzi a questi chiederei ai nostri tempi di non ricapirli per la prima volta e rivelarli finalmente al mondo di nuovo ogni sei mesi; di non servirsene come specchio della propria vanità, ciascuno per credersi ammirandoli a modo suo più intelligente dei propri simili. No: i modelli devono essere ammirati con modestia, con disinteresse e con illuminato spirito di disciplina nazionale: e i nuovi aggiunti agli antichi con una certa discreta ponderazione, sopratutto se stranieri, perchè non capiti insomma di raccogliere un Pantheon farraginoso di Dei disparati o incoerenti. Non dimentichiamo che una cosa è godere un’opera d’arte, e un’altra canonizzarla come modello; perchè il piacere che un’opera d’arte ci arreca spesso è mutevole, incerto, personale, impuro; e l’ufficio del modello invece è stabile. Per dare un esempio: noi abbiamo discusso l’altro giorno intorno a Shakespeare: non voglio decidere chi ha ragione e chi ha torto, tanto più che di deciderlo il mezzo non c’è: io dubito però che i paesi latini siano stati un po’ troppi corrivi ad aprirgli le porte del Pantheon dove stanno i modelli e a collocarlo accanto a Sofocle, Dante, all’Ariosto o al Molière. Perchè insomma ha degli squarci mirabili sì: ma, ma.... Tanti ma ci sarebbero! Lasciamo andare.... Insomma, è un po’ greggio. Che il «Mercante di Venezia» per esempio o «Re Lear» siano due capolavori, da mettere accanto alla «Divina Commedia» o al «Furioso».... Come italiano, questo non mi sentirei di affermarlo.... Per conchiudere: vediamo di non smarrirci nell’illimitato, per la troppa smania di progredire! Perchè — l’ho già detto, mi pare, ma repetita juvant — se si affastellano troppi modelli diversi o se si mutano troppo spesso o se si confondono, nessuno ci serve più; perdiamo la misura con cui giudicare e quindi il criterio per scegliere: ci riduciamo a dover accettar tutto, senza saper distinguere — come qualche volta, ho paura, capita all’America.... Molti principii, sì; ma non troppi: mi pare la regola del progresso artistico....
Da un pezzo ruminavo una obiezione. Onde, appena il Rosetti ebbe finito:
— Ma anche la morale — dissi — progredirebbe, quando diversi principii e modelli si mescolano, sia pure con discrezione? Ne dubito. Le epoche, le civiltà, i popoli moralmente più forti non sono quelli che sanno limitarsi? che pongono con un atto vigoroso di volontà una sola virtù, come la suprema misura, del merito: l’eroismo cavalleresco, i Giapponesi d’una volta; la carità e l’umiltà, i Cristiani dei primi secoli; l’abnegazione civica, i Romani, e via dicendo: e da quella deducono le regole della condotta — limitate ma imperative: buone o cattive, giuste od ingiuste, poco importa: si applicano e nessuno osa aprir bocca? Nelle epoche invece in cui molti principii morali si mescolano, gli uomini sono spinti dalla diversità loro a volgere il capo, a cercar la ragione degli uni e degli altri.... Come nell’arte, dalla diversità degli stili e delle scuole: ma nell’arte sono con lei: questo sforzo, almeno in una certa misura, giova, perchè allarga il gusto e la facoltà di godere: ma nella morale invece non confonde le idee e non snerva la volontà, come si vede oggi? Molte virtù sono opposte: ed una epoca come la nostra, che vuol essere severa e misericordiosa, eroica ed umana, non saprà più essere nulla! Più il canale si allarga, e più la corrente indebolisce, langue, ristagna....
— Leggi allora — replicò il Rosetti — il Protagora. L’hai già letto? Ebbene ti ricordi la pagina in cui Socrate dimostra a Protagora che la virtù è una sola? Socrate è qui un po’ sofistico, come gli capita spesso nei dialoghi di Platone.... Ma insomma quel che dice mi par vero in parte almeno: perchè mi sembra proprio vero che tutte le virtù siano parti e organi di una virtù sola, che perciò può dirsi la virtù unica ed infinita: la Giustizia. Per parlare più alla buona: un uomo, per essere giusto davvero, dovrebbe raccogliere in sè tutte le virtù, limitando quelle che sono opposte le une con le altre: esser coraggioso e prudente, riflessivo e appassionato, severo e misericordioso, parsimonioso e generoso, duro e indulgente, eroico ed umano; dovrebbe inoltre essere e temperato e savio e intelligente e leale e fedele e verace e laborioso e onesto e istruito.... Direi anzi che il progresso si sforza di confondere e quasi di annullare tutte queste disperse virtù nella Giustizia, come i mezzi nel fine: perchè più si allarga l’impero della Giustizia nel mondo, e minor bisogno c’è di ogni singola virtù da sola. Scema la prepotenza, e quindi c’è meno bisogno di coraggio per combatterla; ci son meno colpe da punire o da perdonare, e quindi occorre meno severità e meno misericordia.... E via dicendo.... Non è forse vero che, per esempio, la tua Roma potè fare la prima grande codificazione del diritto dopochè una lunga pace ebbe mescolati insieme molti e diversi principii morali, sviluppando il sentimento della Giustizia a scapito delle virtù parziali? E così direi pure si spieghi come accade che gli uomini lamentano tanto la decadenza morale del mondo e il mondo invece sta sempre zitto.... Si lamentano, perchè vedono decadere questa o quella singola virtù parziale; e non si accorgono che mentre queste, mescolandosi, si stemperano quasi e si assottigliano, la Giustizia ingrandisce.... Insomma: la Giustizia è la virtù finale; e le altre virtù sono virtù strumentali: quindi le epoche e le civiltà che possono sacrificare le virtù strumentali alla finale, sono le più perfette e anche le più fortunate.... Dico: quelle che possono; perchè il mondo in cui viviamo è un turbulento pianeta, pieno di guerre, di rivoluzioni, di catastrofi, di torbide passionaccie, di interessi obliqui. E ogni tanto capitano dei tempacci oscuri, in cui altro che alla Giustizia! Popoli, stati, classi, partiti, uomini devono badare alla pelle!... In quei tempi si fa quel che si può: allora tu hai ragione: chi si sa limitare in una virtù parziale, buona arma alla offesa o alla difesa, serrar lo stretto e far violenta la corrente, quello ha ragione!
Tacque: due volte percorremmo su e giù in silenzio il ponte deserto, lungo il muggito invisibile del mare squarciato, intravedendo dai vetri i passeggeri seduti nelle sale, gesticolanti muti nella luce.
— «Tout cela se tient», — disse, dopo un poco, il Cavalcanti.
— E il progresso intellettuale? — aggiunsi io. — Avrà pur esso la sua formola e regola....
— Sicuro. Questa: l’uomo impara sempre, anche sbagliando: perchè non c’è errore quando c’è sincerità. Ogni errore sincero è una verità....
— Ma che cosa dice, ingegnere? — esclamai, quasi sussultando. — Ma allora sarebbero vere tutte le opinioni che sembrano tali a una generazione. Non ci mancherebbe altro! Pensi alle conseguenze! Non c’è fola o pazzia di cui l’uomo non sia stato convintissimo e persuasissimo.... ad un certo momento.
— E tutte furono vere — rispose sorridendo il Rosetti. Ma non mi lasciò il tempo di protestare, chè afferrandomi il braccio: — Parzialmente e limitatamente vere, però! — soggiunse. — La verità, come la bellezza, è un sentimento personale: che si estrinseca in un sentimento comune, obbligatorio, imperativo, per via di una limitazione....
La formola era oscurissima, e glielo dicemmo. Ma il Rosetti:
— Vedrò di spiegarmi chiaro e spero di conchiudere — disse. Poi volgendosi a me: — Io non mi ricordo più che giorno è oggi: lo chiedo a te: tu mi rispondi: giovedì. Ma a rigor di logica io avrei il diritto di dubitare della tua risposta, perchè tu potresti sbagliarti: e quindi pure il diritto di verificare la tua risposta, consultando per esempio il calendario che è nel refettorio. Ma anche il calendario potrebbe ingannarmi, puta caso se il capo dei camerieri avesse dimenticato di levare il foglio questa mattina: io avrei dunque il diritto di accertare questo punto, interrogando il cameriere. Ma costui potrebbe ingannarmi o ingannarsi: e via dicendo.... Ammesso pure che io giungessi a stabilire con sicurezza che oggi è giovedì, avrei allora il diritto di domandarmi che cosa è un giovedì. Una divisione del tempo. Ma il tempo si può dividere? E che cosa è il tempo?... Tu vedi dunque che il solo quesito: «che giorno è oggi?» potrebbe condurmi in capo al mondo o nei più impervii e oscuri abissi della metafisica, se io volessi inseguire il dubbio che mi fugge innanzi sinchè mi regge il fiato. Ma io non lo inseguo.... Quando tu mi hai risposto «oggi è giovedì», io ho lasciato i dubbi fuggir per l’infinito a loro posta: e mi son persuaso. È giovedì! Il sentimento della verità, la persuasione, è nato dunque in me da una limitazione, perchè ho limitato il dubbio; limitazione non necessaria, provvisoria, perchè da un momento all’altro potrebbe sopravvenire un fatto — un altro discorso, un altro calendario — che mi obbligherà a ricredermi, cioè a trasportare più lontano il limite del dubbio. Per qual ragione l’atto di volontà che interrompe il mio dubitare scatta appena tu mi hai risposto: «è giovedì»? Se anche volessi, non saprei sciogliere questo quesito; e questa è già una buona ragione perchè non mi ci provi. Ma in questo mistero mi par di discernere chiaramente una cosa sola: che una specie di opinione pubblica — o volontà grande — mi obbliga, ad un certo punto, dal di fuori, sotto pena di passare per matto, a non dubitare più. Se a proposito del dubbio «che giorno è oggi?» io facessi una inchiesta infinita e mi mettessi a specular sul tempo, tutti mi consiglierebbero di consultare un psichiatra. Solo i malati di follia del dubbio e i bambini si divertono a smarrirsi nell’infinito saltando di «se» in «se» e di «perchè» in «perchè»....
— E io, quando ho bevuto troppo — pensai.
— Dunque — continuò il Rosetti — quel sentimento della verità che noi chiamiamo persuasione, è nato in me da una limitazione arbitraria, provvisoria e imposta a me in parte almeno anche da una volontà estrinseca. Quindi è una verità provvisoria e limitata. E tali sono — limitate e provvisorie — tutte le verità, anche le dottrine reputate più sicure delle scienze che sembrano più fondate sull’evidenza. No, la scienza non è falsa, è vera; ma non può scoprire che verità provvisorie: perchè sia che noi vogliamo sapere, che giorno è oggi o come è fatta la materia o come i pianeti si muovono o come lo stomaco digerisce o quel che successe venti secoli fa a Roma, non può nascere in noi persuasione se la mente ad un certo segno non cessa dal dubitare: e questo segno non è mai necessario, definitivo, immutabile, perchè in parte almeno è tracciato da forze estrinseche; dalla volontà di un’epoca o di una civiltà, talora; talvolta dalla stessa limitazione delle forze umane. Per quale ragione si vede ogni dotto ed ogni generazione di dotti fermarsi, cercando il vero, ad un certo punto? E giunti a quello non dubitano più, non vedono più i fatti che li contradicono, son sordi ai dubbi che qualche solitario mette innanzi troppo presto? Perchè soltanto quando una nuova generazione sorge, il dubbio ricomincia ad operare negli spiriti e l’ultimo limite del sapere può essere trasportato più lontano? Perchè l’intelligenza degli uomini e delle generazioni è limitata. Ed ecco per qual ragione le verità nascono le une dalle altre; ed ogni figlia nascendo uccide la madre che l’ha partorita e morirà a sua volta partorendone un’altra; ecco perchè noi possiamo affermare che ogni opinione la quale è stata sinceramente creduta vera per qualche tempo dal genere umano e lo ha fatto pensare, e ha figliato, era provvisoriamente e in parte vera; possiamo affermare che le idee di cui ci serviamo, ci servono e ci sono comode perchè sono vere, almeno parzialmente e nella parte in cui ci servono, e non già che sono vere perchè ci fanno comodo e servono. La geometria di Euclide serve a misurar la terra, perchè è vera: ed è vera sebbene non possa dimostrare gli assiomi da cui muove; e non li può dimostrare, questi assiomi, perchè anche la geometria deve a un certo punto cessar di dubitare e di frugare e di indagare e di chieder «perchè?» se vuole misurare la terra e non già diventare il venerato ma inutile piedestallo di glorie accademiche. Lo so: anche intorno a questo si può, volendo, sottilizzare, dubitare, inquisire, frugare, rimestare sino all’infinito; e gli spiriti inquieti e sottili che se ne dilettano abbondano oggi! La gnoseologia è alla moda! Io non me ne intendo; ma ragionando così all’ingrosso direi che il nostro pensiero è spinto dall’orgoglio, dalla curiosità, da un certo suo ardore generoso, come un pallone dal gas e dal vento, a vagabondare e sperdersi nell’infinito: ma la volontà è il robusto canape che lo trattiene in vista della terra.... Quindi se si suppone che fuori di noi una realtà esiste; che la verità è il sentimento mediante il quale a poco a poco noi quasi direi palpiamo e riconosciamo la realtà in cui viviamo, come un cieco le cose, via via nei singoli punti che la nostra mente tocca, uno dopo l’altro; se alla nostra smania di dubitare di ogni cosa o di voler tutto spiegare noi vorremo porre almeno il limite di questa ipotesi che non mi pare poi troppo irragionevole, mi sembra che noi possiamo collocarci da noi medesimi nell’Universo, in un posto abbastanza sicuro e comodo per volgere intorno, modestamente, gli sguardi, senza presumere della nostra ragione sino al punto di volerla perfino negare e annientare!
Tacque. Io volli tentare ancora una obiezione.
— Sia pure. Ma come si potrebbe dire che il sistema tolemaico è parzialmente vero? Del sistema copernicano, questo, lo capirei; ma del tolemaico no: è interamente falso.
— Se tu lo paragoni al sistema di Copernico, sì, ma no, se lo paragoni ai miti cosmici dell’antico politeismo che esso ha confinato nel regno delle favole: al mito di Atlante che regge sulle spalle il mondo, per esempio. Paragonato a questo mito, il sistema tolemaico conteneva una verità parziale e provvisoria: e cioè che questa gran notte fiammante di astri, che si distende sul nostro capo, è un tutto legato insieme, e che in questo tutto ci sono dei corpi che si muovono, secondo una certa legge. I Greci impicciolirono troppo l’universo? Si sbagliarono di grosso nel descrivere le posizioni e i movimenti rispettivi di questi corpi celesti? Poco importa: pensate alle fole che gli uomini avevano collocate per migliaia di anni nel firmamento, e vedrete che smisurato passo nell’infinito, verso la verità, fece la nostra mente, escogitando quella teoria. Raffrontate l’idea che è provata falsa a quella che la precedette e che essa ha sbugiardata, non a quella che la seguì o da cui fu convinta di errore, se volete scoprire quel che essa ha insegnato alla nostra ignoranza; se volete persuadervi che gli uomini con il tempo e studiando imparan davvero e imparano sempre, anche quando si sbagliano. Poichè non imparerebbero nulla, se le verità non stratificassero; se ogni generazione non facesse un passo innanzi nella realtà che la circonda; se tutte fabbricassero dei castelli in aria o disegnassero degli arabeschi convenzionali sulla faccia dell’universo. Se il sole può girare intorno alla terra e la terra intorno al sole, a nostro capriccio, come ci fa più comodo, non c’è progresso ma semplice passaggio e oscillazione e altalena da Tolomeo a Copernico, sul pernio dell’interesse e per una spinta estrinseca. Ma se con Copernico la mente umana ha fatto invece un altro passo nelle vie dell’infinito verso la verità, allora essa non potrebbe retrocedere se non con uno strappo e laceramento di sè medesima; allora la verità conquistata impedisce all’uomo di cercare il suo comodo ed utile in credenze che oppugnano quella: allora la gendarmeria celeste del politeismo antico non potrà più ritornare a dominare gli spazi infiniti; e il firmamento — si avvicinò al parapetto, si fermò e guardò in alto il cielo — ridiventa il primo e sublime sillabario in cui i nostri occhi hanno imparato a decifrare l’oscuro alfabeto della natura; la prima palestra ove il pensiero umano si è esercitato alla conquista della terra; il primo perchè? scritto dalla natura a caratteri di fuoco sul tetto dell’universo affinchè tutti gli uomini lo leggessero e si sforzassero di scioglierlo; il primo degli enigmi con cui essa ci attira sulle vie dell’infinito verso quella meta che ogni sera crediamo di avere raggiunta e recliniamo al sonno il capo stanco, lieti che il viaggio sia terminato; ma risvegliandoci poi al mattino freschi e riposati, vediamo che si è allontanata di nuovo, e ripigliamo l’eterno viaggio.... La Verità!
Non meno luminosa delle costellazioni che il Rosetti ci additava, rifulse ai nostri spiriti, nella notte oscurissima, questa risposta! Vinti ambedue tacemmo, camminando con in mezzo il Rosetti: io quasi lieto di averlo visto inchiodare di nuovo il sole — e con tanta scioltezza di braccio — al centro dell’Universo! Ma avevamo fatti pochi passi in silenzio che il Cavalcanti, fermandosi d’improvviso, verso il mezzo del ponte:
— Ingegnere, ingegnere, — disse a un tratto e vivacemente — ma alla sua parola mi par di veder rinascere e rivivere, qui sulle soglie del mare antico, quel mondo mediterraneo che anche io avevo dubitato talora — e Ferrero lo sa! — fosse spento e sepolto! Ma questa austera disciplina del pensiero, che vuol limitarsi per generar nel finito, con forza sicura e precisa, a simiglianza di chiari e definiti modelli, una dopo l’altra, le arti, i veri, le leggi, i costumi; e che non presume di risalire alla ultima fontana di tutte le cose, di sconfinar nell’infinito, di toccar il vertice dell’assoluto, di dar fondo all’universo.... Ma non è questo il pensiero che ha generata l’antica civiltà della Grecia e di Roma, quella dell’Italia e dei paesi latini sino alla Rivoluzione Francese? Il seme onde è nata la epopea, la tragedia e la scultura greca, la estetica e la morale di Aristotele, la politica e il diritto di Roma, l’arte italiana del Medio Evo, la filosofia della Chiesa cattolica, la scienza di Galileo, la religione di Pascal e il teatro di Racine e di Molière? Limitazione, concentrazione e disciplina: tale non è la forza intima di quelle prodigiose civiltà antiche i cui venerabili avanzi riempiono di stupore anche noi, lontani nipoti, pur superbi come siamo delle nostre ricchezze? Ed ora capisco, capisco! Quale immane sconvolgimento arrecò nel mondo la scoperta dell’America, la Rivoluzione Francese, la macchina, l’irrompere dei barbari nel campo dell’antica cultura!
Ma a questo punto il Rosetti si lagnò di sentirsi un po’ stanco, perchè avevamo camminato assai: ci pregò perciò di sederci. Ci sedemmo infatti a mezzo del ponte, su tre sedie, con la faccia alla notte ed al mare.
— E il mito di Prometeo e di Vulcano? — disse poi, d’improvviso, il Rosetti, dopo un momento di silenzio, sorridendo maliziosamente. — Lo abbiamo noi dimenticato? Ahimè: io temo invece che il mare in cui le sembra di entrare, il mare sulle cui rive Omero cantò e Fidia scolpì e Aristotele meditò; il mare che Roma incorporò nella sua grandezza; il mare su cui veleggiarono gli Apostoli spargendo la parola di Cristo; il mare in cui Venezia remota specchiò i suoi marmi; il mare che fu insanguinato dalle guerre della Croce e della Mezzaluna; il Mediterraneo degli antichi e dei poeti, è ahimè!, ho paura, un museo devastato dai barbari.... Gli Dei non hanno dato ascolto ad Apollo; e il vaticinio si avvera: unico Dio, anche sulle rive dell’antico Mare dalle cui schiume è nata Afrodite, ormai impera il Fuoco. Sì, certo: arricchire per arricchire è roba da pazzi — come dice il nostro dottore. Non occorreva esser Salomone, per confutare i brillanti sofismi dell’Alverighi. Eppure i nostri tempi vogliono arricchire per arricchire, lo vogliono e basta, come disse l’avvocato: anzi non vogliono ardentemente altra cosa. «Qua grano, ferro, lana, cotone, oro, argento, non sonetti e quadri, per saziare i popoli e le genti!» ci ha gridato in faccia, un giorno, a noi tutti esterrefatti, l’avvocato Alverighi. Una bestemmia ci parve, ed è e sarà sempre, a chi ripensi le glorie dei tempi che furono: ma volgiamoci invece verso le fameliche moltitudini che corrono su e giù per le vie del mondo, che fanno ressa alle porte delle città, delle officine, dei cantieri, delle banche, degli uffici, e nei porti dell’Europa da cui si salpa verso l’America.... Non stancarti, Ferrero, di ripetere queste cose alla tua signora, che vuole scrivere un libro contro le macchine.... C’è oggi genio, filosofia, religione, partito, Stato — potentato umano o divino — che se la senta di affrontare questa fiumana di cupidigie e di ritorcerla verso le sorgenti? Che non sia sicuro, se lo tentasse, di essere travolto come un rottame di ghiaccio nei gorghi del Niagara invernale? Il mondo la vuole, questa vana abbondanza; e vuole che progresso sia l’accrescere la ricchezza; e quindi la potenza e la velocità di tutte le macchine a cominciar dai transatlantici, come dice il Vazquez: lo vuole e basta. A dimostrare che questa definizione del progresso è arbitraria, contradittoria, rovesciabile, come tutte le definizioni del resto: ci vorrebbe poco. Ma a che gioverebbe? Essa sta incrollabile nella mente dei moderni come la colonna Vendôme.... Persuadete il Vazquez, se vi riesce, che è in errore!
— E quindi — sospirò di nuovo il Cavalcanti — l’America, la Rivoluzione Francese, la macchina hanno rimbarbarito il mondo....
— Hanno generato un secolo senza limiti e perciò senza appoggi, nel quale l’uomo procede come un gigante che vacilla a ogni passo — rispose il Rosetti. Poi tacque, per un istante pensoso, guardando la notte, mentre il mare squarciato ripigliava a muggire, invisibile. Riparlò poi lento, lento: — L’America, la Rivoluzione Francese, la macchina.... La signora Ferrero l’aveva già detto.... Vi ricordate invece lo strano discorso dell’avvocato, quella sera in cui ci raccontò la sua vita? La storia si è sbagliata sino alla scoperta dell’America! Ma che cosa è dunque successo nel mondo, dopochè abbiamo scoperta l’America, se delle persone intelligenti e istruite possono affermare, le une che abbiamo finalmente trovata la nostra via, le altre che l’abbiamo smarrita? Ma che cosa ha fatto Cristoforo Colombo; e dobbiamo, sì o no, collocarlo in paradiso? Sì, certo: Cristoforo Colombo fece un passo ardito.... Oltrepassò un limite! Il limite era piccolo, piccolo.... Ma la nostra civiltà l’aveva sempre rispettato: per secoli e secoli, come disse l’avvocato, essa si era rintanata in questa buca del Mediterraneo — termine invalicabile del mondo le Colonne d’Ercole che abbiamo attraversate poco fa.... Ed ecco, un giorno, l’«uomo più che divino», lo varcò, questo limite, e sconfinò nell’Atlantico con poche navi.... Il Caso o la Provvidenza o la Ragione della storia vollero che nell’anno in cui Cristoforo scopriva l’America, avesse diciannove anni Copernico, che di là a qualche tempo doveva, da una piccola città della Polonia, saltare i termini tracciati da Aristotele e da Tolomeo all’Universo e sconfinare anche lui, ma con la mente, nell’infinito..... Cosicchè nel corso di poche generazioni, l’Europa vide — tra stupefatta, pavida e esultante — pochi arditi oltrepassare i due termini che l’antichità aveva considerati inviolabili; e non soltanto non perire, ma ritornare con un ricco bottino di terre e di astri.... E allora molti si slanciarono — c’era da aspettarselo! — sulle traccie dei primi sconfinatori; e nuove terre emersero da ogni parte sull’Oceano; nuovi astri apparirono da ogni parte nell’infinito; nuove idee, nuove ambizioni, nuove cupidigie nacquero nelle menti dalle prime avventure e dalle prime vittorie. La terra era dunque più vasta e più ricca, l’ingegno dell’uomo più possente, che gli antichi non avevano pensato? Senonchè più gli uomini si facevano arditi o ambiziosi sconfinando sul globo e nell’Universo, e più si sentivano impacciati da altri limiti: tracciati questi non più sulla terra, e nello spazio, ma tra uomo e uomo e nella mente di ognuno; e che sorgevano fitti fitti da ogni parte, a indicare i confini del Vero e del Falso, del Bene e del Male, del Bello e del Brutto. Quanti erano e tutti inviolabili! La Famiglia, la Scuola, lo Stato, l’Accademia, gli Antichi, la Tradizione, il Costume, la Povertà, la Legge, il Patibolo, il Re, Aristotele e Dio: Dio soprattutto, il più antico augusto ed universale dei Limiti! Lei ha ragione, Cavalcanti: limitazione, concentrazione e disciplina: il mondo visse sino alla scoperta dell’America entro questo triangolo: e il mondo antico, che è stato l’oggetto dei tuoi studi, Ferrero, fu, a confronto del moderno, sopratutto un mondo chiuso, limitato cioè da tutte le parti. Il che potrebbe spiegare all’Alverighi, per qual ragione la storia si sarebbe sbagliata sino alla scoperta dell’America; e perchè gli antichi fecero morire Anteo, il vecchio mondo, sulle sponde dell’Atlantico. Ma come potevano gli antichi dilagare sulla terra tutta quanta, chiusi come erano da ogni parte in quei limiti? Approfondire, dovevano per necessità, non potendo allargarsi: creare arti, filosofie, religioni, non potendo conquistare la terra! Ma man mano che le navi salpavano a scoprire o a popolare nuovi paesi, e i cannocchiali frugavano gli spazi siderei, e le prime ricchezze dell’America giungevano in Europa, e le nuove ambizioni e cupidigie si rinfocolavano negli animi, la mente dell’uomo prendeva coraggio a osservare, ad uno ad uno, anche i limiti posti a segnare i confini del Bene e del Male, del Vero e del Falso, del Bello e del Brutto: se erano saldamente piantati, se non si potessero trasportare altrove e collocarli meglio: tutti e anche — anzi, sopratutto — quello che era il più universale, il più antico ed augusto dei limiti: Dio! L’uomo incominciò a bramare non più solo la Ricchezza, ma anche la Libertà; inventò le macchine, perfezionò le scienze; osò chiedersi se il nuovo, solo perchè nuovo, non fosse migliore dell’antico; farneticò di bellezze ancora non vedute che non rassomigliassero a nessun conosciuto modello, ordini sociali che si reggessero al di fuori di ogni limitazione convenzionale e in cui il dovere diventasse diritto; pretese di rendere a sè medesimo ragione di tutto, anche di sè e del suo pensiero; immaginò parecchie filosofie sottili, che sotto pretesto di collocarlo nel posto di onore, trasportassero ai confini dell’infinito rivelato da Copernico, là dove non potesse disturbare nessuno, il più universale antico ed augusto, ma anche il più incomodo dei Limiti.... Gli antichi non si erano sbagliati e la Chiesa sapeva quel che si faceva, condannando Giordano Bruno e Galileo: Dio doveva passare un brutto quarto d’ora, il giorno in cui il vortice dell’infinito travolgerebbe la terra come un granello di polvere! L’uomo insomma cominciò a diventar ricco e sapiente: e per ciò superbo, ambizioso, intrattabile e insaziabile, come ha detto la tua signora.... Sinchè un giorno.... Che terremoto! Al suono della «Marsigliese», sulle rovine della Bastiglia, sui campi di Marengo e di Austerlitz, l’opera iniziata da Colombo e da Copernico, continuata da Galileo, da Descartes, da Voltaire, da Rousseau, da Kant fu compiuta: l’uomo si levò, strappò e rovesciò tutti i limiti antichi, e i nuovi li piantò egli con le sue mani; a suo piacere, e non solo a sè medesimo, ma anche alle autorità del Cielo e della Terra, che sino allora glieli avevano imposti: li piantò radi radi e bassi bassi a sè medesimo, fitti fitti ed alti alti intorno allo Stato: limitò da tutte le parti l’autorità e liberò sè più che potè; quanto a Dio, seguì il consiglio dei suoi grandi filosofi. Lo traslocò ai confini dell’infinito! E allora incominciò la straordinaria avventura di cui noi siamo testimoni: ricca, sapiente e libera; armata di fuoco e di scienza; padrona di tanta parte della terra e in questa di un continente così vasto e ricco come l’America; non impacciata quasi più da alcun limite, non dallo spazio, non dal peso, non dalla materia e dalle sue leggi che essa ha vinte con le sue scoperte e le sue macchine, non da Dio che ha deportato nell’infinito per restar essa sola signora della piccola terra, la civiltà nostra sconfina da tutte le parti, travolta come da una ebbrezza dell’illimitato.... Sì, l’Alverighi ha ragione: ognuno di noi è un semidio a petto degli uomini che vissero al tempo di Dante e di Cesare. Noi abbiamo trasecolato a sentire la storia dell’Underhill e del Feldmann. Passi ancora per Underhill: quello lì, almeno, era un uomo indiavolato, un d’Artagnan degli affari. Ma l’altro! Che un uomo pauroso, incerto, sofistico — ultimo rampollo di una vecchia razza randagia — rincantucciato nel suo studiolo di New-York, arzigogolando, scrivendo, telefonando e telegrafando, abbia potuto raccogliere in pochi anni tante ricchezze! Neppur sua moglie riesce a capacitarsene; e quasi quasi protesta! Ma il miracolo è oggi la trama della esistenza quotidiana. Noi viviamo tutti nel mondo delle fiabe e dei miti. Io getto una lettera in una buca; e con quella piccola spinta la fo volare in capo al mondo. In una stazione un convoglio pesantissimo aspetta; e un uomo solo, muovendo con un dito una leva, se lo trae dietro, docile docile. L’uomo che sgolandosi non riesce a farsi sentire a cento passi, stacca un manubrio e parla e intende a mille miglia. Ognuno di noi compie oggi cento miracoli al giorno; e in che modo e per qual ragione? Perchè abbiamo osato oltrepassare tutti i termini, innanzi ai quali i nostri padri avevano indietreggiato. La terra oscura e fredda, in cui i nostri padri accendevano a fatica qua e là pochi focolari, divampa oggi tutta come un vulcano dai mille crateri; arde il fuoco in ogni parte, pronto a tutti i nostri bisogni e capricci, ad esuberanza, quasi senza limite; e i miracoli si moltiplicano; e l’abbondanza dei beni è così grande che alla ripartizione ne tocca a tutti più del meritato, anche se molti riscuotono meno del desiderio e perciò si credono derubati. Ma che cosa sono i cento milioni del signor Feldmann e i cinquecento di Underhill, se non particelle delle spoglie opime conquistate sfruttando illimitatamente, con il fuoco, l’America? Senza le ferrovie, non si potrebbero mettere a frutto paesi così immensi come l’Argentina, il Brasile, gli Stati Uniti; chi possiede le ferrovie è laggiù un sovrano, l’arbitro dei tesori, il depositario delle chiavi della prosperità. Le ricchezze del signor Feldmann confermerebbero dunque tutt’al più quel che ho sempre pensato: che gli Stati d’America — nel Nord e nel Sud — hanno commesso un grave errore abbandonando le ferrovie ai privati invece di farne la proprietà della nazione come in Europa sono le strade. Ma io divago.... Dicevo dunque.... Ah sì: oggi ognuno di noi è proprio un semidio, come vuole l’avvocato. E all’uomo, inebriato di questa potenza, chi oserebbe affermare che accrescerla ancora e con la potenza la ricchezza non sia bene, e quindi progresso? E che il pane abbondi, che il fuoco abbondi, che abbondino l’oro ed il ferro; che noi possiamo attraversare più veloci lo spazio con il pensiero e con il corpo? Senonchè, senonchè.... Ecco che un periodo nasce; una contradizione spunta; un tormento incomincia. L’uomo che ha oltrepassati tutti i limiti, non rischierebbe per caso di smarrirsi nell’illimitato? Se tutte queste cose sono un bene e progresso, e se noi le vogliamo, noi dobbiamo esser disposti a pagarle; a pagare le rapide fortune che alcuni di noi — il Feldmann e l’Alverighi, per esempio — stanno facendo; a pagare la velocità del treno, dell’automobile, dell’areoplano, del telegrafo; a pagare tutte le profusioni e tutte le comodità del mondo moderno — la luce, il calore, il fresco, la notizia pronta al nostro desiderio — a prezzo di quella mediocrità che invade tutte le cose.... Se gli uomini desiderassero ancora nelle case, negli arredi, nelle vesti, quella studiata bellezza che la lunga disciplina della mano aveva saputo infondere sino alla Rivoluzione Francese, come potrebbe diluviare sul mondo la abbondanza dozzinale e spicciativa della macchina? Le orde sbarcate da ogni parte di Europa, impazienti di conquistare il vello d’oro, avrebbero potuto ampliare così rapidamente alle foci dell’Hudson, in cinquanta anni, la città che noi non sappiamo decidere se sia bella o brutta, se avessero voluto osservare scrupolosamente le regole architettoniche formulate da Giovan Battista Alberti? Nel secolo del progresso tutti si lagnano che tutto decade: gli operai, gli insegnanti, i soldati, i pubblici funzionari: e perchè? Perchè ne cresce la quantità. Per soddisfare questo insaziabile secolo e per tener dietro alla corsa del progresso, occorrono oggi tanti operai, tanti maestri, tanti soldati, tanti funzionari che i padroni come gli Stati non possono più scegliere con rigore: devono accettare insieme buoni, mediocri e cattivi; e quindi i buoni, che sempre son pochi, si perdono in mezzo ai più, che sono sempre mediocri. La quantità vince la qualità. Deteriori dunque il mondo purchè progredisca.... Ma sino a qual punto? Sino a che punto dobbiamo noi pagare la quantità a prezzo di qualità? Sinchè ogni differenza di qualità tra le cose si riduca ad esser la più piccola che si possa imaginare? In altre parole: deve esserci un criterio qualitativo che sia la misura della quantità: o per parlar più alla buona, deve esserci un limite ai desideri degli uomini e alla quantità delle ricchezze: e se ci deve essere, quale è? Un limite estetico? Un limite morale? Quali sono i bisogni legittimi; o a che punto incomincia lo spreco? Apollo lo chiede in mezzo alle rovine dell’Olimpo cantato da Omero; e non ai congressi dei filosofi, ma alla volontà della nostra epoca. Noi dovremmo volere un criterio per distinguere il consumo legittimo dallo spreco e dall’orgia, volere un limite della quantità: volerlo e basta. Ma, ahimè, noi abbiamo oltrepassati tutti i termini; e là volontà dei nostri tempi vacilla nell’illimitato; non sa risolversi; vuole e disvuole: a volte rammarica addirittura che una melmosa abbondanza copra il mondo guastando le arti, le fedi, le virtù del passato e quasi bestemmia il progresso: ma poi non sa frenar le sue voglie e si ributta nell’orgia. Onde noi non possiamo godere le immense ricchezze accumulate; e queste van diventando la nostra croce. Ed eccolo il segreto e spietato tormento dei due mondi tra cui navighiamo e di tutta la civiltà delle macchine: è questa incertezza, il non saper come distinguere spreco e consumo, la lotta continua e sempre indecisa tra la quantità e la qualità. — Tacque un istante, pensando; poi ripigliò: — Vi ricordate come l’altra sera io confrontai, discutendo del progresso, gli Stati Uniti e la Francia? Voglio ora confrontarli di nuovo, ma questa volta sul serio, per opporre l’uno all’altro i due tormenti e i due mondi: quantità e qualità. Sfogliate le statistiche dell’ultimo cinquantennio: confrontate quanti erano e quante ferrovie possedevano gli Americani cinquanta anni fa ed ora; e quanto oro, rame, ferro, argento, cotone, cereali, petrolio cavavano dalla loro terra e quel che fabbricavano.... È storia contemporanea o non sono addirittura i Saturnali della quantità? Si è veduto mai un popolo salir di corsa, a quel modo, a quattro a quattro, i gradini della fortuna? Eppure, eppure.... Eppure l’America non è soddisfatta. Ma perchè tanti vanno ripetendo in Europa che gli Americani non pensano che a far quattrini? Ma se non passa giorno che non tentino di creare qualche nuova religione; se non c’è modello di arte o di eleganza che non si sforzino di appropriarsi, di capire, di imitare — dai quadri italiani alle ceramiche giapponesi, dalle scuderie inglesi alle foggie parigine, dall’opera italiana a tutte le architetture del mondo, dalla tua storia romana, Ferrero, alle Università dell’Europa, dal vedantismo dell’India al socialismo e all’imperialismo dell’Europa, dallo spiritismo al sionismo, dall’intellettualità allo snobismo! Ma c’è forse paese al mondo, che si inginocchi con più mistico fervore innanzi alle divinità dell’Arte, della Scienza? Che sia tormentato da un più inquieto bisogno di migliorare tutte le cose; e che per migliorarle più solleciti, brughi, disturbi il Cielo e la Terra? Dove le classi medie spendano tanto denaro, faccian tanti debiti e si angustino di più per imitare i modi e i lussi dei ricchi? Per guardare attraverso qualche spiraglio socchiuso nell’Olimpo della ricchezza? Gli Stati Uniti sono la terra classica dello snobismo, ammettiamolo pure: ma per quale ragione? Perchè in mezzo alle loro faccende un bel giorno gli Americani hanno dichiarata la guerra alla Spagna? Che cosa cerca l’America con tanto affanno nelle idee mistiche, nelle guerre, nelle dottrine filosofiche, nelle istituzioni, nei costumi, nelle eleganze dell’universo e perfino nella «Christian Science», che Dio le perdoni! Che cosa cerca nelle botteghe degli antiquari d’Europa il signor Feldmann e con lui la turba dei ricchi americani che hanno fatto tanto rincarare le anticaglie del vecchio mondo? Un criterio di qualità! Perchè la quantità sola non basta, e sazia, e non la signora Feldmann soltanto, ma tutti gli uomini e quindi anche gli Stati Uniti. Perchè una civiltà non è che un sistema di criteri di qualità, di «étalons de mesure» come dicono in Francia. Perchè gli Americani, dopo avere con tanta foga e prestezza, tratta dalle viscere della terra quella immensa ricchezza, la devono anch’essi tradurre in qualità: in Bellezza, in Virtù, in Eleganza, in Sapienza, in Gloria, in Grandezza! Se no, era inutile produrla! Ma manca il punto d’appoggio: manca il tempo e la calma; ci son troppi modelli, e manca la discrezione e il discernimento che abbiamo visto essere la regola del progresso artistico; mancano insomma i limiti e quindi i criteri per scegliere, e l’atto di volontà e la forza sovrana che li imponga; non c’è ancora e credo non ci potrà essere sinchè il Fuoco sarà il solo Dio, tradizione, disciplina, continuità sì nel fare che nel godere; ma in tutto, nell’arte come nella politica, nella scienza come nella religione, delle voghe passeggere e furiose, delle febbri violente ed efimere, come quelle del signor Feldmann che irritano tanto la sua signora! Invano la quantità smania di tradursi in qualità sinchè non sappia limitarsi! Gli Stati Uniti ricevono da tutti i tempi e da tutto il mondo filosofie, arti, religioni, dottrine, idee, perchè ancora non sanno scegliere: come il signor Feldmann, che si è americanizzato, direi, più della moglie. Scavalchiamo ora l’Oceano; e vedremo la qualità che resiste per non sciogliersi tutta in quantità. Facendo la Rivoluzione, la Francia ha ferita a morte quell’antica civiltà limitata che si sforzava di perfezionare la qualità più che di accrescere la quantità delle cose. L’ha ferita, è vero — non intenzionalmente, non dolosamente, direbbe un giurista — mirando e pensando ad altro, tanto è vero che essa ha sempre aspirato e aspira ancora — sola forse nel mondo — a valere e farsi valere più per la qualità che per la quantità.... Ma l’eccellente non si può moltiplicare così presto e facilmente e in così larga misura come il mediocre.... Ed ecco il popolo che non tremò innanzi all’Europa in anni, che osò sfidare Dio e insediare sul suo trono la Ragione, eccolo esitare, inquietarsi, quasi impaurirsi perchè i numeri ingrossano più rapidamente nelle statistiche dei suoi vicini che nelle sue; e non sa se decade o va innanzi agli altri; ora è fiero, ora si scoraggia; si sente solo a volte e si chiede: che fare? Resistere sino all’estremo contro l’universale trionfo della quantità? fare come gli altri, americanizzarsi? Quando nelle mie corse solitarie per il mondo capito a Parigi, spesso risalgo al tramonto la Avenue des Champs Elysées dal Louvre verso l’Arco del Trionfo.... Anche voi, credo, conservate indelebile nella memoria l’imagine di quell’ora.... Io mi ci sento come piccolo piccolo sopra una immensa via maestra della storia e del mondo; e mi pare che gli uomini che mi passano accanto su quella vengano da ogni parte della Terra, per recarsi a lontani ed arcani destini.... Ma sai tu qual pensiero spesso mi assale e mi inquieta, da qualche tempo, sui Campi Elisi, in mezzo a quel veloce e infaticabile trascorrere e balenare di moventi eleganze, sotto l’ultimo raggio del sole? Penso al ferro che Vulcano fucina in Germania! Un milione e mezzo di tonnellate nel 1870, due nel 75, tre nell’80, poco meno di cinque nel ’90, otto e mezzo nel ’900, undici nel ’905, poco meno di quindici nel 1910! Amici miei, tra Apollo e Vulcano, da quel giorno in cui Apollo pronunciò il suo discorso nell’Olimpo, è incominciata la guerra che infuria oggi nel mondo. Chi vincerà? È il ferro un metallo prezioso davvero! Se ne fanno ferrovie e macchine: se ne fanno cannoni, navi e fucili. Ma ingombrare il mondo di ferro fino a scacciarne la bellezza e tutte le prove della propria eccellenza che la mente umana può fare, che altro è se non rimbarbarirlo? Chi vincerà, Vulcano od Apollo? La quantità o la qualità?