LIBRO TERZO.
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— Che orrore! Che orrore! — disse Orietta Malispini ritraendo graziosamente la sua bocca, piccola rotonda e rossa come una corbezzola, dietro il gran mazzo di mammole doppie ch'ella portava appuntato molto in alto, a sinistra del collo, contro la gota, quasi grande come la sua faccia. — Io non ho dormito tutta la notte.
— Ah, io confesso che mi piacerebbe d'essere amata così — disse Adimara Adimari, con un lungo brivido che parve correre anche su per la sua giacca di chinchilla tanto squisitamente accordata alle due perle grige e tiepide del suo sguardo.
— Compresa la catastrofe? — chiese Dorothy Hamilton, con quell'accento strambo che dava qualcosa di buffo a ogni sua parola, accavalciando una gamba su l'altra mascolinamente e scotendo la cenere della sua sigaretta di tabacco bruno.
— La catastrofe ma con salvazione.
— Con Salvatore.... Serra di Lubriano, dei Lancieri di Novara.
— Dolly, sei insopportabile.
— Io sono certa che se Driade potesse risuscitare dalle sue ceneri, si metterebbe a riamare disperatamente il suo assassino — disse Novella Aldobrandeschi senza cessare di toccar sé stessa con quei suoi gesti carezzevoli, ora strisciandosi il manicotto di martora sotto il mento, ora premendosi su le labbra qualcuno degli amuleti che portava in fascio appesi alla lunga catena, ora lisciandosi con le dita il ginocchio che tondeggiava sotto il velluto della gonna color tanè come i suoi caldissimi occhi. — Non ho ragione, Vana?
— Ma non so di chi parli — disse Vana Lunati, che s'era scossa udendo il suo nome.
— Tu caschi sempre dalle nuvole, Vanina! — fece Simonetta Cesi, ridendo con quella sua larga bocca dagli angoli rilevati, che all'ombra della capellatura fulva e indocile l'assomigliava a una faunella coronata di pino.
— Passione nascosta. Tutti i segni.
— Per chi? per chi?
— Passione non corrisposta. Ahi, ahi!
— Come quella del pastore di Fondi?
— Non vedete che è diventata uno stecco?
— E ogni giorno più scura.
— Con nessuna di voi si confida?
— Con me, no.
— E neppure con me.
— Con me, niente.
— E con me, niente affatto.
— Quanto siete sciocche! — disse Vana con un riso impaziente. — Non sono stata sempre così?
— La Vergine del Cilizio.
Tutto era odio e oltranza e constrizione, dentro di lei. Ella era là, seduta nella poltrona bassa, accanto alla sua tazza di tè, accanto alle paste e alle confetture che l'ospite le aveva accumulate sopra un deschetto, nella fragranza dei fiori sparsi per ovunque, nel tepore blando, nel suo grazioso abito di casimir nero a cui un poco d'oro un poco di blu e una striscia sottile di zibellino davano un'impronta che rivelava il gusto d'Isabella Inghirami; ma la sua anima nascosta non respirava se non nel più arido orrore. Turbini di forza nascevano dentro di lei, roteavano, si dissolvevano. Una certezza le sovrastava evidente come le cose che vedeva, come le cose che poteva toccare, «Dunque, è vero. Non c'è dubbio. È vero, è proprio vero» ripeteva dentro di sé con la continuità di chi, nel primo urto della sciagura, spera tuttavia che una voce risponda: «No, non è vero. Hai sognato. Rientra in te». Ed ella medesima, in fatti, si sforzava di sfuggire a quella certezza; piegava la sua attenzione verso le lievi amiche, verso la futilità della vita; beveva un sorso di tè, sorrideva a Simonetta; imaginava di essere come una di loro, contenta del suo bel vestito, occupata specialmente dall'attesa del gran ballo ch'era per dare Ortensia Serristori, con un peccato di gola per i pistacchi tostati e salati, con un fidanzato molto ricco o con un amoretto molto dispettoso. E pensava: «Come siete felici, come siete felici! Ci vuole così poco per essere felice! Se io ora potessi levarmi quest'orribile male, se potessi prendere una cartina di qualche cosa come quando ho l'emicrania e liberarmene, se potessi scrollare da me quest'incubo, sarei felice anch'io. Stasera canterei, domani ballerei. Ridiventerei bella come nella miniatura persiana. Proprio stamani ho ricevuto un vestito da ballo, delizioso. Volete che ve lo descriva, per farvi un poco di rabbia? Mia sorella non è stata mai tanto generosa con me....» Irresistibile come la frana, una massa compatta di dolore si rovesciava sopra i suoi pensieri incoerenti, schiacciava tutto, seppelliva tutto. Una volontà disperata di nuocere vi risorgeva per entro, accompagnata da un balenìo d'imagini violente. «Ah no, no, non posso tacere. Accada qualunque cosa, bisogna che io gli dica tutto, bisogna ch'egli sappia l'infamia. E se li uccide?» Ella volgeva su le sue amiche quegli occhi subitamente sbarrati che le faceva ridere o maravigliare. Era tutta chiara e gaia, in quel pomeriggio di Marzo, la stanza ove Simonetta Cesi le aveva radunate a prendere il tè per la festa del suo nome. Era parata con quelle tappezzerie d'Olanda, in velluto di lino, ove l'arte di Agata Wegerif imita la varietà dei marmi venati e vergolati come i broccatelli i cipollini i pavonazzetti, e sopra vi compone con le vecchie figure geometriche novissimi ritmi di fregi. Ovunque, su i mobili di lacca precisi e nervuti, le rose i garofani i giacinti le orchidee sorgevano da snelli vasi di maiolica ricchi di colature intense come smalti. E, in quell'acuta armonia moderna, le piccole sfingi nubili avevano una grazia di gatte che sieno per diventare tigri, una dolcezza di giovini fiere pronte a ruzzare e a graffiare, una golosità di tutto nelle bocche zuccherine che parlavano della passione selvaggia.
— Non conosci dunque il fatto di Fondi, Vana? — insistette Novella Aldobrandeschi, curiosa di scoprire il sentimento della sua amica olivastra su quella vendetta d'amore che eccitava il suo vecchissimo sangue maremmano. — No?
— Racconta, racconta! — fece Orietta, piegando la gota su le sue mammole intiepidite e disponendosi alla delizia di sbigottirsi un'altra volta, quasi con due facce gemelle, con una di carne e una di fiori.
— Ah le parole di lui! — fece l'Adimari in rapimento. — «Se mi schiacci le ossa dentro ci trovi te sola; se mi tagli le vene, te sola; se mi spacchi il cervello, te sola; se mi apri il cuore, te, te sola, sempre te, in tutto me, a vita e a morte!»
— Mi meraviglio che ragazze «per bene» stieno a sentire di queste enormità nefande! — disse Dolly Hamilton imitando la smorfia e il tono d'un catone da circo equestre, mentre soffiava il fumo dal suo nasino volto all'in su. — Volete voi perdere diffinitivamente il vostro «reputation»?
Ella pronunziò l'ultima parola, nella sua lingua, con una buffoneria così seria che le altre non poterono trattenersi dal ridere.
— Simonetta, — gridò Novella irritata — mandala via, che vada a pattinare.
Dolly tracannò d'un fiato una tazza di tè già fredda e mise un'altra sigaretta nel bocchino d'ambra, imperturbabile.
— Che fondo di tragedia è Fondi! — disse Bianca Nerli. — Mio padre ci fu quando cacciava nelle Paludi Pontine. Un piano di fossi e di macchie pantanose, un lago morticcio, una città bassa con due cinte di muraglie, la miseria e la febbre alle porte....
— Il pastore feroce aveva ventidue anni — disse Novella. — La vittima ne aveva ventuno. Si chiamava Driade di Sarro.
— Che nome strano!
— Era bellissima e intrepida.
— Imagina che, dopo il primo tentativo di ratto, si provvide d'una rivoltella, e si esercitava contro i tronchi delle roveri.
— Non passava giorno ch'egli non la perseguitasse e non la minacciasse.
— Era un ossesso d'amore. Si faceva esorcizzare dagli stregoni. Beveva i filtri d'erbe, che non lo guarivano. Chiara t'ha ripetuto le parole del suo male. Perduta ogni speranza, non potendo più vivere, egli non pensò che a vendicarsi.
— Ascolta, ascolta.
— L'altra sera, la Driade con una sorellina di undici anni, con un piccolo cugino di tredici e con la zia ottantenne, dormiva in una capanna del suo campo, distante da Fondi alcune miglia. Era tardi quando arrivò a cavallo un fratello di lei, un giovanetto, che scorse un'ombra presso la porta e riconobbe il pastore. Questi gli tirò due colpi di fucile per freddarlo: il primo andò a vuoto, il secondo uccise il cane.
— Imagina ch'egli aveva assicurata la porta di fuori con funi e con traverse perché di dentro non si potesse aprire; e la capanna, fatta di fascine e di falasco, non aveva se non quell'apertura, poco più larga d'una feritoia.
— Il fratello illeso fuggì di galoppo per andare a chiamare in aiuto certi suoi parenti che dormivano in un'altra capanna distante due miglia.
— Allora il pastore, nella notte, chiamò a gran voce l'amata. «Driade, svégliati! Sono io. Fuoco per fuoco!»
— E appiccò il fuoco ai quattro lati della capanna.
— Fu un attimo, tutto arse, tutto fu una sola vampa.
— E il pastore cantò!
— Si mise a cantare una canzone d'amore, una disperata, e a saltare intorno al rogo ardente, mentre veniva per la macchia troppo tardi il soccorso.
— Tra il pianto dei bambini e il rantolo della vecchia, riconosceva il grido della giovine contro la porta sbarrata; e rispondeva col canto.
— Poi cantò al rugghio delle fiamme, perché nessuno più pianse, nessuno più gridò. Le quattro vittime caddero ai piedi della porta e ci restarono, a incarbonirsi, in un mucchio.
— Orribile! Orribile!
Vana aveva piegato il viso fin sul braccio convulsamente. Le narratrici eccitate e inorridite si protendevano verso di lei, un poco anelanti nella gara dell'atrocità, con gli occhi lustri, con le gote accese in sommo come dal riflesso dell'incendio, ma Dolly tendeva il capo commiserandole dai suoi occhi beffardi, lunghi e stretti come quelli che guardano di dietro le fessure della bautta.
— All'alba, le ossa calcinate furono raccolte tra la cenere e avvolte in un pannolino, poi furono trasportate a Fondi, per la macchia, dalla scorta.
— A mezza macchia, il pastore si fece innanzi solo, con la sua doppietta, e intimò che il fardello gli fosse consegnato.
— Ah, sono certa, sono certa che avrebbe riconosciuto, che avrebbe sentito nel mucchio le ossa della sua Driade!
— Gli furono puntate al petto le canne delle carabine.
— Allora si gettò sul giumento che portava la soma funebre, riuscì ad abbrancarla; e, senza una parola né un grido, stramazzò su quella crivellato dal piombo, su quella spirò, restò.
— Vana, Vana, che ti sembra?
Le fanciulle palpitavano, a quell'apparizione ferina dell'amore implacabile, come un roseto all'annunzio dell'uragano, inconsapevoli del loro mistero che portava in sé tutte le sorti. Ciascuna credeva sentire su la sua morbidezza una mano cruda, ciascuna era una preda e una vittima. E palpitavano, offerte alla passione che doveva devastarle.
Vana disse, alzandosi, con un viso di morta:
— C'è un'aria che sóffoca, qui. Apri una finestra, Simonetta.
L'odore più acuto era quello dei rami di lilla bianchi. Per la finestra aperta apparve un cielo di primavera, verde come l'acquamarina, sparso di bioccoli rosei.
— Son tornate le rondini! — gridò Simonetta.
— Dove? dove?
— Le vedi?
— N'è passato un branchetto.
Tutte accorsero, col fremito della primavera nel cuore turbato. Si sporsero dal davanzale, urtando fra loro le falde e le piume dei cappelli.
— Io non vedo nulla.
Era un tempo umido e dolco. Il calore s'esalava dalle gote accese. Ciascuna sentiva a traverso la gonna le gambe dell'altra.
— La luna nuova! — gridò Orietta Malispini, come se avesse scoperto un miracolo. — È a sinistra. Fortuna a tutte!
— Dov'è? dov'è?
Si scorgeva appena, nel cielo verdino, tanto era esigua, simile a un'armilla spezzata.
— Ecco le rondini! — gridò Simonetta. — Ripassano. Attente!
Allora, spinta dall'onda terribile del suo cuore, anche Vana si sporse insinuando tra quei corpi freschi e sani la sua magrezza cocente, le sue ossa bruciate nelle midolle, come un fastello di stipa tra floridi rami di mandorlo.
— Le vedo, le vedo — disse Adimara.
— Le vedo — disse Novella.
Portavano a loro il messaggio d'oltremare, il messaggio del principe di terra lontana, un'allegrezza affannosa, una nova avidità di vivere. Ma per Vana erano come le saette incarnite nella piaga, che a un tratto sieno rimosse; erano come un rincrudimento di supplizio. Per lei non venivano d'oltremare ma dagli stagni di Mantova, dalle crete di Volterra, dal fondo della sua stessa febbre, della sua stessa abominazione. Nessuna melodia poteva sconvolgerla a dentro come quel piccolo strido fuggente. Falde di vita si distaccavano dal passato e le rotolavano su l'anima enormi come valanghe. Ella era quella medesima che, addossata allo stipo della Estense, con la testa appoggiata alle tarsìe, aveva sentito il saettamento del volo trafiggerla da tempia a tempia e straziare il cielo che s'invergiliava bianco. «O rondine, sorella rondine, come può esser pieno di primavera il tuo cuore? Il tuo è leggero come la foglia appena nata, il mio è in me come un tizzo consunto.... Dove tu voli non ti seguirò, finché tu ti rammenti, finché io non mi scordi». Le parole del poeta ritornavano.
E, come se anche un accento della vita lontana con le parole e con le rondini ritornasse, Orietta pregò cingendole la cintura col braccio e accostandola al suo viso di mammole:
— Vanina, Vanina, perché non ci canti una canzone, prima che ce ne andiamo?
— Oh, sì, cantaci, cantaci!
Ella scoteva il capo, lasciandosi sorreggere.
— Una cosa sola!
— Una cosa breve breve!
— T'accompagna Novella.
— Perché tuo fratello non è venuto?
— Aveva promesso di venire.
— S'è fatto preziosissimo il bell'Aldo.
— Via, sii buona, Vanina!
— Una sola cosa!
— Un piccolo lied di Schumann.
— Frühlingslied, Vanina.
— Frühlingslust, Vanina.
— Frühlingsgruss, Vanina.
— Frühlingsfahrt, Vanina.
— Frühlingsbotschaft, Vanina.
Ella si lasciava sorreggere e sospingere da tutte quelle mani carezzevoli e supplichevoli verso il pianoforte. Tutte quelle bocche di vergini, forse già baciate, forse non baciate ancóra, le facevano intorno una specie di litania primaverile ripetendo il suo dolce nome accanto alla parola barbarica. Come la voglia di ruzzare era sempre pronta a svegliarsi, la litania divenne un coro bizzarro appoggiato sul frullo della prima sillaba.
— Frühlingsnacht, Vanina.
Ella si lasciava cullare e blandire con un'aria di bambina malata e pietosa di sé, che a un tratto le ammollì il viso olivastro. Pareva dicesse: «Tenetemi così, non mi lasciate più andare, cullatemi finché questo male non mi lasci, finché io non ridivenga fresca come voi, finché io non vi rassomigli!»
— Novella, siediti.
Esse ora si agitavano, intorno alla lunga coda del pianoforte di lacca bianca su cui erano dipinti leggeri festoni di edera legati con nodi d'oro. Sfogliavano i quaderni delle canzoni, cercavano.
— Questa.
— No, questa.
— Questa e più appassionata.
— Questa è più triste.
— Oh questa quanto mi piace!
— Non ho voce oggi — diceva la cantatrice, con un languore compiacente, mentre le dita di Novella scorrevano su la tastiera intente a legare, ad annodare le note con la stessa grazia ond'ella usava in continui gesti toccare sé stessa.
— Canta sottovoce.
Tutte tacquero, percorse da un lieve fremito, quando videro disegnarsi in lei l'attitudine nota, quando la videro intessere le mani dietro il dorso, portare il peso del corpo su la gamba destra, avanzare un poco la sinistra, piegare appena il ginocchio, sollevare lo scarno viso da cui il canto sembrava erompere come la polla che balza più in alto quanto più è costretta. «Ueber'm Garten....»
Fievoli furono le prime note, come un'esca che con pena s'accenda. Poi subitamente la voce divampò, tutto il petto ne arse. Il canto fu come la sonorità stessa dell'anima palesata fuori della bocca dolorosa. Ella cantava come se cantasse per l'ultima volta, come se si accomiatasse da quella corona di giovinezze e dalla sua propria giovinezza abbrancata dal destino. Cantava come la martire prima del supplizio, come quella a cui l'aveva assomigliata il fratello, prima d'esser legata alla ruota lacerante. Diceva addio alle sue eguali, addio alla dolce vita, addio alla primavera ricondotta nel cielo dalle rondini. Diceva: «Vedete come sono! Sono come voi, sono giovinetta come voi: quando eravate nella vostra culla, anch'io ero nella mia. Mia madre era dolce per me. Siamo cresciute insieme, abbiamo mescolato i nostri giuochi, i nostri gridi, le nostre risa, anche i nostri pianti. Vedete com'è puro il bianco dei miei occhi, come i capelli son fitti intorno alla mia fronte, su la mia nuca! Una purità era in me, una forza era in me, tutt'e due grandi. Questa voce era in me per cantare alla vita la mia melodia. Vedete come sono! Intatta. Nessuno mi ha toccata ancóra, nessuno mi ha baciata. Non ho avuta la mia parte né d'amore né di gioia. Quando m'inginocchiavo davanti a Lunella per chiedergli una delle sue imagini bianche, mi sentivo simile a lei. E una cosa orribile fu svelata a me che non ero se non una creatura ignara e inoffensiva. Qualcuno m'ha afferrata per i capelli, e mi ha sbattuta, e mi ha costretta a guardare quel che non si può guardare senza perdere le palpebre, senza che gli occhi rimangano nudi per sempre. Vedete come sono! Sono come voi, e non saprete mai tutte insieme, se vivrete cent'anni, tante cose quante io ne ho sapute in un giorno, in una notte, in un'ora, in un attimo. Uno sguardo mi ha maturata, una parola mi ha invecchiata, un silenzio mi ha fatta decrepita. Non sono più buona a vivere. Quando scenderò le scale, non saprò dove andrò, quel che farò. Vorrei cantare così forte che la grande vena mi scoppiasse e io cadessi tra le vostre braccia e fossi portata da voi là sopra il letto bianco di Simonetta, e ricoperta di questi fiori; perché c'è un male in me, che non mi perdona, e non so quel che io farò ma so che non potrò fare se non qualcosa di male. Non mi lasciate al mio demonio! Perché, perché m'avete raccontata la vendetta del pastore? Come l'invidio! Non soffre più. Non ha lasciato nulla del suo amore e del suo furore in terra, null'altro che un po' di cenere. Non soffre più. È in pace. Vedete come sono! E forse io canto come lui per l'ultima volta, intorno a un fuoco spaventoso. Ah, non mi lasciate uscire di qui, non mi lasciate tornare in quella casa, dove tutto brucia, tutto avvelena, tutto macchia. Tenetemi con voi, tra queste cose bianche. Credevo che non ce ne fossero più, nel mondo. Circondatemi come dianzi, serratemi in mezzo a voi, rifatemi quale ero, fate che io non sappia quello che so, toglietemi dall'orrore! Se mi lasciate andare, non mi vedrete più. Se me ne vado, qualcosa di male accadrà. Debbo dirvi addio? Vi do questo canto come il commiato? Ah, e sono come voi tanto giovine, e nessuno m'ha toccata ancóra, e avrei potuto essere tanto dolce, tanto fedele; e ho baciato il mio amore una sola volta, ma su la mano, ma nel buio di sotterra....» Altre parole correvano nel suo canto, queste erano dentro di lei, da lei non dette né udite: queste erano il silenzio in cui risonava il suo canto, erano lo spirito delle Pause. E inconsapevolmente le ascoltatrici commosse lo respiravano.
Non più esse chiedevano, non più sceglievano le canzoni. Ella medesima sfogliava con la mano febrile il quaderno sospeso su la tastiera, indicava a Novella la pagina, senza intervallo passava da un grido di amore a un grido di dolore, da un anelito per la vita a una invocazione della morte. Esse tutte s'abbandonavano al rapimento, si protendevano verso la potenza, in attitudini che sembravano palesare il rilievo della loro verità nascosto fino a quel punto dalla grazia fallace. Poggiavano la gota su la palma, il cubito sul ginocchio, annodavano le due mani e le ponevano presso il mento, col gesto di chi supplica, rovesciavano in dietro il capo e schiudevano all'aria le labbra come chi ha il petto scavato dall'ambascia. I loro volti erano mutati, come spogli di ciò che li adornava, non ricchi se non di ciò che esprimevano: volti di angeli neutri, sospesi tra l'inquietudine della lor natura incompiuta e la divinazione di tutte le possibilità. Sentivano esse in confuso che quella voce era la voce d'una vita simile alla loro ma giunta con uno sforzo di pena in un cammino ignoto al culmine dell'erta per ove esse salivano e tentata di precipitarsi dalla parte dell'ombra. Sentivano in confuso lo strazio del commiato, alenando nel silenzio delle parole non dette. E quell'oceano amaro che ondeggia in tutte le creature viventi fra culla e tomba e in tutte s'adegua all'altezza del ciglio, lo sentivano presso a traboccare, e lo contenevano.
Ma la cantatrice voltò la pagina con un atto quasi rude; e, come la pagina si rialzava, la calcò sul quaderno col pollice prono. Disse:
— L'ultima.
Un poco si scrollò, inarcando le reni: parve più diritta. S'asciugò col fazzoletto la bocca ch'era ardente come quella ove schiuma l'ansia sibillina dei vaticinii. Poi riprese la sua attitudine. S'era fatta l'ombra nella stanza. Le candele del leggìo la rischiaravano sotto il mento. Un gran ramo bianco di lilla, alzato da un lungo stelo di vetro opalino, le sovrastava come il gonfalone della sua primavera. La sua persona pareva la figura inversa dell'arte di Lunella, nera sul bianco della cassa armonica. Tali la videro le eguali, per non più dimenticarla.
E l'ultima canzone fu la più breve: una melodia composta su le piccole parole d'un grande dolore, larga e grave come un corale; la cui brevità pareva prolungarsi in una infinita eco. «Anfangs wollt' ich fast verzagen....»
«Ah, ma solamente non mi domandate come, non mi domandate come!» diceva anche il silenzio delle Pause.
Tutte erano fise in lei. Ed ella, che fino a quel punto aveva fisato il suo demonio, le guardò; a una a una le guardò, lasciò impressa in ciascuna la sua imagine. E un lieve tremito salì nella sua voce. «Aber fragt mich nur nicht wie....»
Allora il pianto traboccò, all'improvviso, perché il pianto era già all'altezza del ciglio. Fu Adimara quella che prima pianse; e la seconda fu Simonetta; e le altre sùbito s'abbandonarono. E l'ultima nota restò nella gola formata dal groppo, perché un singhiozzo soffocato aveva rotto il silenzio delle lacrime. E tutte allora si levarono e s'appressarono a Vana, e la strinsero, e piansero sopra di lei; e non sapevano perché piangessero.
— Vanina, Vanina, perché ci fai piangere?
Ella sentì che l'abbandonavano, che il commiato era dato, che ciascuna aveva le sue forze e le sue sorti, che laggiù c'era una scala da scendere, poi c'era la strada, la casa, la notte ignota.
— Perfino tu, Dolly! — fece Orietta Malispini asciugandosi la gota presso quell'altro suo viso di mammole già affloscite.
— Oh, io no — disse Dorothy Hamilton voltandosi per accendere la sigaretta a una candela del leggìo ove la pagina dell'ultima canzone portava il segno del pollice che l'aveva calcata. — È tardi, vergini folli, è tardi. E certo io sarò tanto picchiata che il mio naso diventerà camuso o aquilino, con grande rammarico del mio flebile Willie Willow. Dovevo scortare a pranzo le famose spalle della genitrice, dagli Aieta!
— E io in Casa Rucellai per le otto! — disse Novella Aldobrandeschi riprendendo i guanti e il manicotto frettolosa.
E ciascuna allora si ricordò della sua sera.
— Addio, Simonetta.
— Addio, amore.
— Grazie ancóra dei tuoi giacinti, Mara. Grazie delle tue orchidee, Novella.
— Scendi con noi, Vanina?
— Io ho giù la mia Fraülein che m'aspetta in vettura dalle sei!
— Andiamo, andiamo.
Si baciavano, si scontravano urtandosi con le falde dei cappelli o ritraevano vivamente le mani per non incrociarle; e ridevano, con le ciglia ancóra umide.
— Addio, Simonetta — disse anche Vana all'ospite abbracciandola.
La fulva faunella coronata di pino ruppe un rametto di lilla, lo mise nella mano della cantatrice e su la mano posò le labbra, con una gentilezza infantile.
— Baciami Isa; e sgridami Aldo.
Giù per le scale, Adimara tenne il braccio di Vana che portava il rametto. Sul lastrico umido i cavalli delle carrozze scalpitavano, gli sportelli sbattevano chiudendosi; sonavano gli ultimi saluti. E tutta quella giovinezza inquieta si sparpagliò per vie diverse, nella sera di marzo che anch'essa piangeva di gocciole e rideva di stelle.
— Vana! Sei tu?
Ella sobbalzò, pel corridoio scuro. Era la voce d'Isabella che l'aveva udita passare nell'aprir l'uscio della stanza. Entrambe ora nel sorvegliarsi avevano acquistata una strana acuità. A vicenda, prima di udire, prima di vedere, si sentivano.
— Dove vai?
— Esco.
— Prendi con te Lunella?
— No.
— La prenderò io.
— Vado da Simonetta.
— Entra un momento. C'è Aldo.
Dall'interno della stanza la voce del fratello disse:
— Morìccica, ho incontrato Adimara stamani. Ho saputo che ieri la festa delle compiute donzelle andò a finire in lacrime. Cantasti, sembra, con la più straziante soavità.
Ella contrasse i muscoli del sorriso, apparendo su la soglia. Aldo era disteso sul divano. La sensazione d'inesistenza e di lontananza, in cui ella da qualche tempo si smarriva così spesso, le si rinnovò. Le parve che quelle parole in quei modi non appartenessero a quegli che pure le aveva proferite. Ella lo vedeva là, in un'attitudine pigra, ma guardingo, ritenuto, col suo segreto ben chiuso nella sua fronte luminosa. Di lui tuttavia non udiva se non la voce che aveva risonato laggiù, tra il fumo dei bulicami, su la ripa maledetta; di lui non vedeva se non l'aspetto ch'ella gli aveva veduto laggiù, oltrepassata la piccola porta di pietra carica di nera edera, contro il muro diruto dell'abside scoperchiata, sotto la torre mozza, fra le macerie ancor calde del vampo canicolare, in una sera di demenza.
— Parlavamo dello Sciacallo — disse Isabella.
Con quel nome sinistro ella designava la matrigna, la seconda moglie di Curzio Lunati.
— Non lascia mai di darmi fastidio, quando sono qui. Mi pento di esser venuta via da Roma. Passa la sua vita a congiurare contro di noi, da quella cameriera licenziata che è. E tutte le cattivèrie che mi fa mio padre, sono aizzate da lei.
Vana non udiva se non a intervalli, come a traverso una porta che si aprisse e si richiudesse di continuo. La sorella camminava su e giù per la stanza discorrendo. E ogni movimento di lei la urtava nel fianco, la urtava nel petto, la urtava nel mezzo del viso come il pugno brutale d'un avversario accanito.
— Sai? — disse quella soffermandosi e guardandola, con qualcosa di falso e d'ambiguo e di sforzato nelle labbra e nello sguardo. — Sai l'ultima? Mi rimproverano che io ti permetta di uscire sola!
— Ah — fece Vana; e non poté parlare, soffocata dall'odio, dubitando della verità di quel biasimo, giudicandolo un assaggio scaltro, presentendo un tentativo insidioso.
L'altra parve divinare l'insurrezione ostile, perché soggiunse:
— Naturalmente, ne ho riso.
E ricominciò a camminare su e giù per la stanza con quel passo ondeggiante, con quel gioco dei ginocchi, con quella maniera di soppesare il suo corpo su i suoi malleoli come uno che soppesi nella mano una cosa d'inestimabile pregio e ve la ponga sotto gli occhi ostinatamente per forzarvi a una perpetua maraviglia, a una perpetua cupidigia. Lo sguardo del fratello seguiva ogni movenza, di sotto alle palpebre socchiuse nell'occhiaia turchiniccia e cava.
— Vado — disse Vana voltandosi verso l'uscio, non sostenendo l'orrore delle visioni. — Sono aspettata.
Uscì come di fuga. Di fuga traversò il corridoio, l'anticamera; scese la scala, per l'androne si trovò all'aria aperta, sul lastrico. Respirò come per sentire che i suoi polmoni erano ancóra dentro le sue costole, che la sua vita le apparteneva ancóra. Andò diritta innanzi a sé, provando sotto i suoi tacchi la via dura, con la fronte corrugata quasi a serrare fra ciglio e ciglio la sua volontà angusta e aguzza, piantata là come un cuneo. Non guardava né a destra né a manca, ma costantemente innanzi a sé, cercando di non vedere i passanti, risoluta a non arrestarsi anche se l'avversità del caso la portasse all'incontro d'una persona familiare. Né guardava dentro di sé; perché voleva sfuggire alla riflessione, all'esitazione, all'abominazione del suo atto. Pensava soltanto: «M'aspetta. È l'ora. Debbo andare. Vado». Riconobbe l'imboccatura della via. L'odore delle roselline, che imbiancavano i cancelli d'un giardino, le fece mancare il cuore. Sentì sopra di sé il pianto che avevano pianto le sue eguali. «Chi m'ha fatta così? chi m'ha fatta così?»
La porta era là. Si volse, gittò un'occhiata da un capo all'altro della via ch'era quasi deserta. Entrò.
Paolo Tarsis l'aspettava. La condusse in una larga stanza, scura di legni e di cuoi, dove il fuoco ardeva in un caminetto rivestito di rame rosso. Egli non dissimulava la sua ansietà.
— Che accade? — le chiese, prima ch'ella si sedesse, prima ch'ella sollevasse il suo velo.
Allora ella si sentì perduta. Tutto il coraggio le si dileguò, il cuneo della volontà cadde come una forcina poteva caderle dai capelli, come una cosa da nulla. Di tutta la sua forza non le rimase se non un orribile tremolìo nello stomaco vuoto e un'amarezza intollerabile nella bocca.
— Datemi da bere — ella disse.
— Tè?
— No, acqua.
Strane imagini le balenavano, strani ricordi; e la prendeva una smania bizzarra di divagare, di dire cose incoerenti e inattese. Ripensava a quel ch'egli aveva detto un giorno del cibo agglomerato nel gozzo dell'avvoltoio, che il rapace vomita quando è assalito dal nemico, prima di spiccare il volo. Perché ci ripensava? Guardò intorno smarritamente. Vide su le pareti stampe e disegni che rappresentavano la struttura dei volatori di grande specie. Riconobbe sopra una tavola ingombra di libri e di carte il ritratto di Giulio Cambiaso in una cornice d'ebano. S'appressò, si chinò a guardare, col petto in tumulto. Nell'effigie muta e immobile sotto il cristallo, vide dischiudersi il sorriso su i piccoli denti di fanciullo. «S'egli ora fosse vivo, la mia sorte sarebbe diversa?»
— Forse egli mi manda — disse, e sùbito si pentì d'aver detto.
Guardò rapidamente Paolo e vide con terrore ch'egli era già convulso nell'aspettazione.
— Sedete qui, Vana, sedete.
— Qualcuno m'avrà veduta entrare? — disse ella, avvicinandosi a una finestra, con un accento singolare di donna prudente, come se quello fosse un colloquio d'amore colpevole.
— No, non temete. Di rado passa qualcuno per qui.
— E se Isabella m'avesse seguita o m'avesse fatta seguire?
— Non pensate a questo.
— Ma non potrebbe arrivare qui all'improvviso?
— Non potrebbe.
— Perché? Oggi non dovete vederla?
— Sì, debbo vederla, più tardi.
— Qui?
— Ma perché mi domandate questo, Vana?
— So dove, so dove.
— Che avete oggi? Non siete buona.
— Non sono buona. Non sono venuta qui per essere buona.
— Ma sedete, ma parlate dunque!
— Voglio andar via. Lasciatemi andare. Non dirò nulla.
Per la prima volta egli la vedeva di contro a sé così aspra e selvaggia. Ella aveva parlato come in uno scoppio d'ira. Il viso di lei era come il viso della creatura che del suo cuore ha fatto una selce da scagliare in faccia al destino.
— Per questo egli vi manda? — disse Paolo dominando la sua impazienza spasimosa.
— Chi, egli?
Lo sguardo di lui segnò l'imagine del compagno solo nella custodia di lutto.
— Ah, la fidanzata — proruppe ella con una voce che era stridula come un'irrisione maligna — la fidanzata dell'Ombra! Non sono se non quella, per voi. Ogni volta che vi vedo, ogni volta che vi parlo, sempre sono quella? M'avete esclusa dalla vita, m'avete messa a fianco del morto che v'è caro, avete posto una pietra anche sopra di me che pure ero viva, avevo un'anima, avevo una forza e una purità e un orgoglio da portare su qualche cima. M'avete esclusa dalla vita di sangue e di luce, per non lasciarmi vivere se non nel silenzio funebre.... Ah, mi ricordo, mi ricordo delle vostre parole là su la strada di Volterra; mi ricordo come m'avete discostata da voi, con quanta dolcezza. Desideraste che io divenissi un sorriso, che io fossi la memoria immobile di un sorriso.... Forse diventerò, forse sarò; già sono. Già riesco a simulare un sorriso che vidi scolpito in un sasso che un giorno era stato un uomo, laggiù, alla Badia, su le Balze, la sera in cui il mio male era più grande della voragine. Dianzi ho sorriso così, davanti a mia sorella, a mio fratello.... Mi avete esclusa, mi avete sepolta, e la vita si vendica su me, su voi, su quella che vi tiene, su tutti i miei carnefici. Tutto è impuro e tutto si corrompe.
Una ribellione indomabile fiammeggiava nello stretto viso senza carne. Ella pose le sue dita intorno al suo collo perché la sua anima la strangolava. Si tolse i lunghi spilli dal cappello col gesto violento di chi sguaina il pugnale. Si scoprì il capo come già quella sera su l'orlo dell'abisso. Ma ora il fascino della perdizione era ben più letale, e nessuno le impediva di gettarvisi.
— Di che m'accusate? — disse Paolo Tarsis sconvolto dinanzi a quell'energia minacciosa. — Di avervi tenuta alta su l'altare d'una memoria? di avervi serbata in me quale voi stessa voleste essere?
— Non accuso, non accuso. Grido, perché tutte le mie ossa gridano come su la ruota, perché non m'è rimasta se non questa forza di gridare e bisogna che l'esaurisca per annientarmi. Non so perché, dianzi, mi sia venuto in mente quel che una sera diceste dell'avvoltoio che rigetta il suo cibo orribile, quando è assalito, e quando è ferito a morte, e dopo che è spirato anche. L'odore atroce fa impallidire e mancare chiunque gli s'avvicini. Non so perché mi sia venuto in mente questo, non so. Ma io ho tanta ignominia sul cuore, ho tanta abominazione dentro di me che non posso più reggerla. L'altare! Io su l'altare! Ma chi mai fu profanata, fu bruttata più di me? A Volterra, in un piccolo oratorio di campagna, c'è quell'Imagine che porta i segni delle tre pietre scagliate dal viandante malvagio. Era il mio rifugio, era il luogo del mio vóto. Ma dov'è il miracolo? E che cosa può mai l'amore, se il mio amore non ha potuto nulla?
— E che mai avrei potuto io? che posso io per voi?
— Che mai, se non m'amate, se amate l'altra? Nulla, certo. Volete ragionare? volete persuadermi che non avete nessuna colpa? Ma io non accuso, e forse neppure comprendo. Ve l'ho detto: mi sfogo, grido. Fate conto d'aver ferito l'avvoltoio e di dover sopportare l'agonia orribile. Non mi ribello contro di voi; finisco come vuole la mia sorte. Tre indugi sono concessi, tre avvertimenti, tre prove, a qualunque scellerato. Dopo la terza volta, la tolleranza ha termine. Questa è la mia terza volta. Tolleratemi ancóra. Pensate ancóra per un momento che sono viva, che sono una creatura di carne e d'anima, che sono una pena respirante. «Bisogna dar tutto» comanda una parola divina. Io ho dato tutto. Non chiedo nulla in cambio; ma mi sia concesso di testimoniare che ho dato tutto, prima di andarmene. La prima volta, su la brughiera, non parlai del mio amore; piansi soltanto. La seconda volta, su la strada fangosa di Volterra, parlai; e mi fu risposto. Questa è la terza. Invoco forse un diritto? No; la tolleranza che si concede al più miserabile. Tento d'imporvi la mia pena? No. Voi siete estraneo, incolpevole: amate l'altra. Ma, giacché professate il culto delle memorie, umilmente vi domando di ricordarvi che un giorno, un giorno omai troppo remoto, voi veniste incontro al mio amore, voi lo prendeste per la mano e lo avvicinaste a voi.... Oh, lo so, lo so: non fu se non un gesto interrotto.
— Chi può rintracciare il valore d'un gesto, d'una parola, d'un silenzio?
— Non accuso. Invoco l'indulgenza, cerco di farmi perdonare l'ostinazione. Tutto può esser dato, qualche volta, per rintracciare il valore d'un gesto, d'una parola, d'un silenzio. Lasciatemi parlare del mio amore!
Ben era viva, uno stretto nesso di vita ella era, un tenace nodo di potenza; e la massa della sua chioma piantata intorno alla sua fronte era come quel torsello che è imposto al capo il qual debba sollevare grande peso.
— Non temo di mostrarvi la mia verità. A chi mi confesserò se non a colui che amo? Questo è un sacramento. «Che cosa hai tu fatto dell'anima tua?» E bisogna rispondere. Non si perdona a chi abbia vissuto invano. Io ho dato tutto. La mia anima disperata io l'ho sostenuta con la speranza, per l'amore dell'amore. Udite questo. La notte che seguì il vostro arrivo a Volterra, io e mia sorella fummo l'una di fronte all'altra, così come nostra madre ci fece, senza freno e senza maschera. Ella era smarrita, ella era atterrita dinanzi a quel che il mio cuore poteva. Tre volte, disse: «Fa dunque ch'egli t'ami». Era una sfida superba? La raccolsi? M'illusi di poter vincere? E che ho mai fatto io per vincere? di quali seduzioni mi sono armata? Udite questo ancóra. Quella notte, nel combattimento, ella mi domandò: «Credi tu che l'ami di più?» Io risposi: «Non di più. L'amo io sola». Avevo già guardato la morte, mi ero già inclinata verso l'abisso. E volli vivere. Non io volli vivere, ma il mio amore volle vivere in me. Non ero nata se non per portarlo. Tutto in me, dalla fronte al piede, era congegnato per portarlo. E che cosa ho io fatto per attirarvi a me? Vi dissi addio, laggiù, su gli stagni bollenti. E fino a oggi son rimasta distante come chi ha detto addio. Ma in certi giorni ho conosciuto la santità di ardere, d'essere sola e di ardere per ardere. Qualcuno ha detto che la fiamma è di natura animale. Ah, come l'ho compreso, come l'ho sentito! Giorni d'ardore, senz'altro sollievo che il sospiro; giorni d'olocausto, in cui nulla avanzava non consumato....
Egli temeva di guardarla. Teneva il suo capo fra le palme, e guardava il fuoco semispento nel camino.
— Potevo io vincere? Quella notte ella aveva detto: «L'amore più forte non è quello che vince?» Ah, non è vero. Ho dato tutto, per saper questo! Ella aveva detto a disfida: «Egli è folle di me.» Sì, una cosa torbida e trista vi rendeva folle, vi rende folle. Vi amavo io sola, vi amo io sola. Ma non avevate occhi per me, come ora; non per me, non per l'inganno....
Egli si volse di sùbito. Ella s'arrestò, si smarrì. E sul pallore e sul silenzio parve balenare un gran baleno.
Egli la guardò, la considerò, con quel modo ch'egli aveva di prendere la materia umana e di porla davanti a sé e di dominarla. La parola poteva essere una rivelazione e poteva essere un trascorso, poteva valere e poteva non valere; ma egli riconobbe nell'aspetto di lei quel che era la volontà prima, quel che era la cagione della visita segreta, del colloquio richiesto. Tenne afferrata la realtà per non più lasciarla: la sorella era venuta per accusare la sorella. Ma egli stesso fu afferrato da una tanaglia che non più lo lentò. Tutto il resto vanì, fu abolito. Il martirio confessato di quella creatura non valse più del tizzo semispento su gli alari. L'istinto ferino del maschio s'impadronì di quell'uomo attossicato. Vana credette che le pupille chiare di una fiera nascosta la spiassero di sotto a quelle palpebre umane.
Egli si conteneva, per non sbigottirla. Ella aveva perduto il suo coraggio ostile, il vigore della rampogna. Era omai allo sbaraglio, non buona se non a divincolarsi.
— Continuate, Vana — egli disse, con la voce sommessa, per menomarne il tremito.
— Non so più.
— Una reticenza? Vi disonora.
— Perché? Che ho detto?
— Avete parlato d'inganno.
— Di quale inganno?
Ella balbettava, sempre più smarrita sotto le pupille chiare di quella fiera nascosta. Egli si levò, di scatto; le prese le mani. Non le strinse, non le scosse; ma tutta la persona di lui spirava tanta violenza ch'ella si sentì come stritolare.
— Parlate, Vana. Bisogna.
— Ah, non fate di me qualcosa di male!
— Perché dunque siete venuta?
— Perché anch'io sono folle.
— Non vi schermite, non vi schermite. Non l'avete già detto?
— Che ho detto?
— Non siete venuta per provarmi che mi amate voi sola?
Egli parlava a bassa voce, tenendole le mani ch'erano fredde e umidicce, guardandola da presso. Ed ella vide uscire da quelle labbra le parole ultime, le sentì scendere nel più profondo di sé, come un sorso inatteso d'ebrezza.
— Sì, io sola — rispose, invasa da un languore mortale.
Egli omai l'aveva in suo potere. L'istinto ferino gli suggeriva l'astuzia. Tutto poteva egli trarre da quel turbamento. Egli diede un ardore ambiguo alla sua voce, per turbarla più a dentro; intrecciò le sue dita alle dita di lei, per meglio tenerla; accostò ancor più il suo viso, abbassò ancor più la sua voce, per creare il cerchio del segreto.
— Voi sola, voi sola.
— Sì, io sola.
Ella vacillò, ché le giunture le si scioglievano. Egli la sospinse, lasciò ch'ella sedesse; si chinò, le s'inginocchiò ai piedi. Ella era come in una intermittenza di sogno e di veglia, era come chi si assopisce in viaggio e a ogni sobbalzo del legno si scrolla e si ridesta.
— Ditemi, ditemi, Vana.
— Non è male, non è male?
— No, non esitate. La sorte vi manda a slegarmi.
— Ah, troppo l'amate!
— Non è più l'amore.
— Mai nessun dubbio?
Un gran sussulto la scosse.
— No, no. È orribile. Come può esser vero? Come si può far questo?
Ella spalancò gli occhi. Vide ai suoi piedi un'angoscia bianca come un pannolino attorto e spremuto da due pugna rudi.
— Dite, Vana, dite!
Egli sentiva le mani di lei divenir sempre più gelide e madide.
— Giuratemi — supplicò ella nell'orrore — giuratemi che, quando saprete, non farete nulla contro di lei, nulla contro nessuno.
— Sì.
— Giuratemi che stasera non la vedrete, che non cercherete più di vederla, che andrete lontano....
— Sì, sì.
— .... che non cercherete di lui né ora né mai.
Egli aveva la lingua arida come una scheggia di esca; era tutto disseccato, dalle labbra ai precordii.
— Lui — accennò con la convulsione delle labbra — lui....
— No. È orribile. È la cosa mostruosa....
— Aldo?
Ed ella gli s'abbattè su la spalla. Egli la respinse, balzò in piedi. E per qualche attimo tutta la sua vita girò e rombò come una fionda intorno al suo capo in fiamme.
Quasi in un sogno cupo rotto dai sobbalzi delle ossa ma con un languore d'amante pur sotto l'orrore, ma con un abbandono avido al potere che l'avviluppava, ma col presentimento d'una mutazione miracolosa che fosse per compiersi, ella era discesa a quel punto. «Non è più l'amore» egli le aveva detto. Nel tumulto e nell'oscurità, uno spirito d'ingenua giovinezza ancor superstite in fondo all'abominazione aveva risposto: «Ecco, ti slego. Ecco, sei libero. T'eri già volto verso di me; ora ritorni a me, ora mi riconosci. Forse m'amavi già, forse non hai mai cessato d'amarmi. Quell'altra cosa torbida e trista non più ti tiene, non più t'infetta. E, se io metto le dita su le tue tempie, nulla più rimane in te, neppure il disgusto, neppure il dispregio. Ti guarisco, ti consolo, ti rinnovo. Non so se sei tu che mi porti via, che mi porti lontano, o se sono io che ti rapisco, che ti nascondo. Di tutte le rive, di tutte le isole che tu hai dentro gli occhi, qual'è la più lontana, qual'è la più bella?» Come nella notte di Volterra, l'amato le era apparso vittima di un sortilegio, prigioniero d'un malefizio, che da lei attendesse la liberazione. Egli aveva detto: «La sorte vi manda a slegarmi». Non aveva ripetuto: «Egli vi manda». Aveva scoperchiato la tomba, aveva tolto alfine di sopra lei la pietra sepolcrale.
Con che crudezza, a un tratto, la respingeva! Rovesciata dall'urto violento, ella era rimasta su la spalliera come una cosa vile e inutile, come lo straccio strofinato nella bruttura e gittato via. Ma sentiva l'aria della stanza occupata da una enormità di furore e di dolore spaventosa. E, caduto il fàscino, al suo accorgimento feminino gli atti e i detti di lui apparivano quali erano: un gioco perfido per indurla alla rivelazione, senza pietà, senza bontà, senza promessa. Ella si raddrizzò, come se l'odio e l'orgoglio le risaldassero le vertebre della schiena. Si raddrizzò; e con gli occhi sbarrati guardò la passione dell'uomo, lo spasimo della bestia.
Era come se invisibili branche, se invisibili zanne fossero conficcate in quella dura carne, sin là dove la natura ha nascosto le fibre del dolore disumano. Era come una lacerazione incruenta che mettesse a nudo quanto di più occulto è nell'opaca massa destinata a fallire a patire e a ricordarsi.
Tanto l'amava? Tanto a dentro egli l'aveva lasciata penetrare nella radice della sua vita? Chi mai poteva estirparla?
Egli si riavvicinò, con qualcosa di feroce in tutto l'aspetto, tendendosi verso la creatura già in piedi e in arme.
— Non mi toccate — gridò in lei d'improvviso l'istinto.
Egli ritrasse la mano. Roca era la sua voce.
— Non vi tocco. Ma parlate!
— Di che?
— Come avete scoperta l'infamia?
Di nuovo l'energia ribelle fiammeggiava nello stretto viso senza sangue. Nessuno aveva pietà di lei; ella non aveva pietà di nessuno.
— Non c'è un destino che sempre mi conduce a vedere quel che non dev'essere veduto? Voi ne sapete qualcosa.
— Avete veduto?
— Ho divinato, ho veduto, ho udito.
— Che cosa?
— Non mi toccate! — gridò ella ancóra, indietreggiando, con una selvaggia repulsione di tutto il suo essere.
Certo, nel martirio della sua scienza, non aveva veduto nulla di più crudo; fra tutte le miserie, fra tutte le ignominie nessuna più atroce di quella che si rivelava nella convulsione di quella faccia ch'ella aveva amata, in cui ella aveva adunata tutta la luce della vita. In verità, in verità, omai ella poteva ripetere la parola divina: «È compiuto»; e nessun'altra.
— Che cosa? — ripetè egli sordamente.
Ella non rispondeva. Era più facile trarre una voce da quella parete, da quel legno, da una qualunque di quelle forme angolose e scure sparse intorno come massi d'inimicizia, che disuggellare quelle labbra. Ella si rimetteva il cappello, il velo, senza fretta e senza fiacchezza. Egli aveva ripreso a vagare per la stanza, serrato dalle branche e dalle zanne invisibili. Ritornò verso di lei; le mostrò di nuovo quella faccia che pareva fosse stata ficcata nel più turpe fango umano e poi risollevata tutta contraffatta e lorda.
— Da quanto dura? — chiese con la voce brutale.
Ella non rispose.
— Andatevene, dunque, andatevene! — proruppe egli, forsennato, non respirando che l'ingiuria e la violenza.
Ella gittò un rapido sguardo all'imagine chiusa nella custodia di lutto; abbassò il velo; andò verso l'uscio, l'aprì ella medesima. Egli la richiamò.
— Vana!
Ella non si volse, traversò l'andito. Un domestico la precedeva per accompagnarla fino alla scala. Ella aveva il passo fermo, un rigore quasi lapideo in tutta la persona, una tesa volontà di ripulsa, come per rendersi intangibile; poiché pensava che una mano potesse a un tratto prenderla per la spalla e trattenerla. Si ritrovò sul lastrico. «È compiuto».
Camminò diritta lungo il muro; rasentò ancóra i cancelli carichi di roselline. «Sono gialle» notò. Senza soffermarsi ne colse una che pendeva all'altezza della sua mano: era sfiorita; si sfogliò subito. Le pareva di sorridere, ma veramente non sorrideva. «Viviano, Viviano,» pensò «credevo che t'avrei riveduto, credevo che l'ultimo saluto sarebbe stato per te, buon compagno».
Rasentando un muro scrostato su cui scorreva la sua propria ombra, ella rivide la larva smorticcia quale erale apparsa laggiù, alla Badia, uscente dalla parete come una di quelle figure estinte che l'intonaco ancor serra presso il grande cavallo bianco. «Un sorriso in una pietra. Chi sa che cosa anche tu avevi scoperto nella vita! Ma tu sei senza età! Io ho vent'anni; e so troppe cose. Tu sei impietrato, sei scolpito, non ti muti più. La bestia orribile non si affaccerà all'improvviso fra la tua fronte e la tua gola». Ella batteva le palpebre come per cacciare l'imagine della faccia bestiale, dianzi veduta tra la fronte e la gola, del suo amore; che di continuo le si riformava in fondo alla pupilla. Quella ancóra la sconvolgeva, la inorridiva. Ma, se fosse riuscita a cancellarla, le sarebbe quasi parso di non soffrir più; perché in quel punto aveva l'illusione d'essersi liberata da tutto il resto. Era come se le avessero capovolta l'anima, come se fossero andate al fondo tutte le cose infeste che la strangolavano e fosse venuta nel luogo loro una parte preservata e lontana ove non aliasse se non l'aura dell'estrema pace. «Tutto è compiuto. Tutto è consumato».
Su una piccola piazza vide un cavallo bianco attaccato a una vettura publica. Era d'un bianco qua e là giallastro, con la testa bassa tra due gran paraocchi, con un'aria stanca e triste su le sue gambe arcate.
— Vuole? — domandò il cocchiere, rubicondo e lustro.
Ella mise il piede sul predellino.
— Dove La porto?
Ella voleva rispondere: «Alla Badia». Diede l'indirizzo di Simonetta Cesi. Il cavallo bianco trotterellava zoppicando; e la sua lunga schiena stecchita s'abbassava verso la spalla sinistra, a stratte. Per non guardarla, Vana alzò gli occhi: vide il sole roseo sul cornicione d'un palazzo, il lieve cielo come sparso di piume, un grande albero della Giudea fiorito in un giardino. Cercò anche una rondine a volo, un nido di rondine in una gronda: inutilmente. «Simonetta, Simonetta, che dirai domani? Piangerai un'altra volta? Ah, se tu sapessi quanto male fa l'amore, a chi ama e a chi non ama! Il pastore di Fondi lo sa, e anche la Driade. Dio ti guardi, sorella allegra!» Diede al cocchiere un altro indirizzo, il suo proprio. S'appoggiò indietro; e guardò il cielo, respirò la primavera, cercò una rondine in una gronda. L'ansietà la riprese; di nuovo il cuore le si torse; l'anima le si rivolse, e le cose crudeli la strangolarono. «Isabella è già uscita? Va dov'egli l'aspetta? E che accadrà? S'egli la uccidesse....» Con un gran sobbalzo ella rivide quelle mani contratte che s'erano tese verso di lei e che non l'avevano toccata, non avevano osato più toccarla. «Perché ho fatto questo? Per vendicarmi? La vendetta è una gioia. E qual'è la mia gioia? L'ho fatto per provargli che l'amo io sola? E mi sembra di non amarlo più. L'ho fatto per essere alfine costretta a morire? Ficcare il viso a fondo nel lordume della vita è una maniera di morire». E la sua inconsapevolezza profonda, di sotto alla sua scienza funesta, si tendeva verso il mistero in cui s'oscuravano le creature del suo medesimo sangue. «Isabella va ogni giorno laggiù dov'egli l'aspetta, e Aldo non lo ignora. Spesso ella s'indugia, non torna se non a tarda notte, qualche volta al mattino; e Aldo non lo ignora.» Senza comprendere, ella rimaneva come sotto un incubo deforme, con un misto di ribrezzo e d'ambascia. Scorse nella vetrina d'un fioraio un mazzo di rose gialle in mezzo a un fascio di capelvenere. Fece fermare la vettura; discese; entrò, comperò i fiori. Li tenne su le sue ginocchia, stringendo i gambi con le due mani. Nell'orrore inesplicabile della vita si rifugiava anche una volta presso l'Ombra. Rivedeva il sorriso vivente di Giulio Cambiaso, i denti minuti e puri come quelli di un bimbo; e sentiva che veramente nessuna creatura umana era stata per lei tanto dolce e nessuna tanto vicina. Ebbe onta della sua ribellione insensata contro quella tutela funebre. Disse, come sul sentiero della Badia: «Fra poco, fra poco verrò».
E allora le figure del caso, — quelle rose, il cavallo bianco, il muro scrostato, la disparizione delle rondini — furono i segni che la conducevano verso il compimento. E tutto, da quel punto, fu segno e indizio e fatalità.
Scese davanti alla sua porta. Seppe dal portiere che Isabella era uscita, che Lunella era rientrata. Salì all'appartamento della sorellina. Udì la voce di Miss Imogen che recitava nel suo idioma il ritornello d'una vecchia leggenda. Si soffermò; spiò, non vista.
Lunella era seduta accanto alla finestra, simile a un gentile paggio, vestita di velluto fulvo, col suo largo collare di merletto, co' suoi fiocchi di nastro che le ritenevano il peso dei capelli alle tempie. Intagliava con le sue forbici una imaginetta in un foglio di carta. Ai suoi piedi Tiapa era seduta su la seggiolina dorata, in un abbigliamento suntuoso che nascondeva le ferite e le magagne, tutta seta e ricami, come una minuscola Infanta. E Miss Imogen, smilza e biondiccia, con quella voce melodiosa che l'aveva resa accetta a Isabella, in piedi presso i vetri, leggeva nel libro la tenzone della Madre e del Figlio. «E quando tornerai tu dal viaggio, — o figlio mio gioioso, dimmi, dimmi, — e quando tornerai tu dal viaggio? — E ben so che non ho altri che te.» — «Quando l'alba si levi a tramontana, — o cara madre.»
Vana tratteneva il respiro, spiando per mezzo ai lembi della tenda. La stanza era chiara e tranquilla, con la sua tavola, con il suo leggìo, con la sua scansia di libri, con la sua lastra di lavagna ove restava disegnata dal gesso una figura geometrica. Lunella era intenta alla sua arte, sporgendo di tratto in tratto il labbro di sotto se l'intaglio le riusciva difficile, secondando con le dita abili l'arrendevolezza del foglio che le si volgeva per ogni verso. A ogni risposta del figlio ella s'interrompeva per un attimo, sollevava le palpebre ombrose e guardava il libro. Poiché stava ella di profilo contro la luce, Vana in quell'attimo le vedeva gli occhi color di nocciola rischiarati per traverso splendere come topazii. «Quando l'alba si leva a tramontana, — o figlio mio gioioso, dimmi, dimmi, — quando l'alba si leva a tramontana? — E ben so che non ho altri che te.» — «Quando le pietre nuotino nel mare, — o cara madre.»
Nella breve interruzione il cuore di Vana pareva arrestarsi. Per un attimo la piccola sorella rimaneva attonita, come se sùbito non comprendesse quegli strani modi che dissimulavano la sentenza tremenda; poi reclinava il capo e riprendeva il sottile suo lavoro, inconsapevole di ciò ch'era sospeso su la sua chioma d'angelo magnifico.
«Quando le pietre nuotano nel mare, — o figlio mio gioioso, dimmi, dimmi, — quando le pietre nuotano nel mare? — E ben so che non ho altri che te.» — «Quando le piume sienvi come piombo, — o cara madre.»
Non il pensiero dominante della morte ma il gelo stesso della morte allora fu nella misera che di dietro la tenda assisteva allo spettacolo di quella vita ignara. Ella s'agghiacciò tutta, dalla nuca alle calcagna. La figura dello spettro entrò nella sua immobilità. Le parve non d'essere sul punto di trapassare ma d'essere già simile al trapassato che ritorna nella sua casa come un testimone invisibile e guarda le creature familiari vivere senza terrore sotto le sciagure imminenti.
«Quando le piume sonvi come piombo, — o figlio mio gioioso, dimmi, dimmi, — quando le piume sonvi come piombo? — E ben so che non ho altri che te.» — «Quando giudichi Iddio tra i vivi e i morti, — o cara madre.»
Ella fece un passo di là dai lembi della tenda. Lunella si volse, lasciò cadere la carta, balzò in piedi, le corse incontro, la cinse con le braccia e pose il suo viso nelle rose.
— Per me? per me? per Forbicicchia?
— No, queste no.
— Perché?
— Perché sono gialle.
— E che importa?
— Sono per me, sono per Morìccica.
— Tutte?
— Tutte.
— Dammene una!
— Lasciami sedere, ché sono tanto stanca.
— Perché sei stanca?
— La primavera affatica. Non la senti tu?
— Me m'assonna, mi mette tanta voglia di dormire. Dormo anche con gli occhi aperti. Dammene una!
— Non si può.
— Perché non si può?
— Perché una.... porta sfortuna.
— Chi l'ha detto?
— Te lo dico io.
— E perché lo dici?
— Perché lo so.
— E come lo sai?
— Sta a sentire. Una volta una bambina, che non si chiamava Lunella ma era dolce come Lunella, si partì di lontano lontano, dall'estremità della terra, da un paese che si chiamava Madura, dove c'era un Dio che si chiamava Visnù; si partì sola sola, a piedi nudi, per portare una rosa: una rosa gialla. E la portò, e la diede; ma quello che l'ebbe, sùbito morì.
— Oh no!
La forza misteriosa del sangue si rimescolò, a quell'accento. Era come un'eco ritornante, come una ripercussione recata da un'aura dei luoghi profondi. Vana credette riudire sé medesima in quelle due sillabe esclamate, sé medesima nella remotissima ora. Quell'accento era sorto all'improvviso dal penetrale della stirpe, ove le geniture segnarono i più lievi segni del riconoscimento, lievi e pure più certi d'ogni altra affinità carnale, palesati a quando a quando con un'aria, con un tono, con un gesto, con uno sguardo.
— Sorellina, sorellina, perché tanto mi somigli? — disse Vana, invasa da una commozione che non poté nascondere.
E serrò perdutamente sul suo petto la creatura palpitante; e la tenne. E quella non si disciolse ma restò nella stretta, nella calda tenerezza; vi s'accomodò con piccoli moti dei muscoli come per meglio aderire, sentendo un calore materno esalare da quelle braccia e penetrarla, un calore materno che pur la sorella sentiva sorgere a poco a poco dal suo petto verginale con la rivivente imagine di quella che le aveva carezzate entrambe nel tempo felice.
«E quando tornerai dal tuo viaggio, — o figlio mio gioioso, dimmi, dimmi, — e quando tornerai dal tuo viaggio? — E ben so che non ho altri che te.» — «Quando l'alba si levi a tramontana, — o cara madre.» Il ritornello, non come verbo ma come melodia, ondeggiava sul cuore di Vana, forse anche su l'altro piccolo cuore. Su i vetri della finestra pioveva l'azzurro sempre più cupo; l'ombra s'addensava nelle pieghe delle tende, negli angoli, sotto le porte; il rumore cittadino non giungeva sino a quel silenzio, se non indistinto. «Quando le pietre nuotino nel mare, — o cara madre.»
Vana s'accorse che Lunella s'era addormentata; e l'anima le venne meno, di struggimento. Non si mosse, non diede il più lieve crollo. Come Miss Imogen apparve all'uscio, con gli occhi ella le accennò di non appressarsi. Quella si ritrasse. La bimba dormiva con la gota contro la spalla della sorella, abbandonata su le ginocchia che la reggevano. Vana sentiva l'odore e il tepore dei capelli, il respiro quieto, tutta la gracilità sensibile delle ossa. Ascoltava il silenzio: le cose vi calavano a fondo come in un mare. «Quando le piume sienvi come piombo, — o cara madre.»
S'era fatto il vespro. L'azzurro su i vetri pendeva nel violetto. Forse la stella già tremolava sul più alto cipresso del giardino. La prima squilla della salutazione angelica mosse un'onda che le inondò i precordii. «Quando giudichi Iddio tra i vivi e i morti....» Ben era quell'onda stessa che le saliva alle ciglia, che traboccava. La contenne, la riversò dentro, per tema che le gocciole calde scorressero, cadessero sul viso di Lunella, la risvegliassero. «Ah dormire, dormire, non saper più nulla, non ricordarsi più di nulla, entrare così nella pace, senza risveglio!» Ella pensò che un giorno, per essere felice e per ringraziare il Cielo d'esser nata, parve le bastasse di appoggiare il capo sopra un petto crudele e di piangere un poco e di addormentarsi e di non svegliarsi più. Ora la sua piccola sorella faceva quell'atto, ed era come s'ella medesima lo facesse verso quella madre che si sentiva rispondere per ambagi sempre la parola disperata.
Le campane sonavano; l'ombra s'incupiva; il respiro di Lunella era eguale. Il sopore si propagava da quel dolce corpo abbandonato. «Fin che tu ti rammenti, fin che io non mi scordi!» Le palpebre di Vana s'appesantivano; il suo respiro s'accompagnava al respiro innocente. Il tempo fluiva nell'oscurità.
D'improvviso nell'oscurità un grido si levò, un grido di terrore; a cui un altro grido rispose, ché anche la misera nella confusione del sonno era atterrita sentendo le mani di Lunella aggrapparsi al suo collo, e tutto il corpo sobbalzare convulso.
— Vanina! Vanina!
Gridava come se morisse o vedesse morire, gridava come nelle tenebre del sepolcreto.
Sbigottita Imogen accorse, fece la luce, vide le due sorelle aggrappate l'una all'altra e smorte.
— Mio Dio! Mio Dio! Che accade?
— Nulla, nulla. Lunella s'è svegliata e ha avuto paura del buio.
La piccola tremava ancor tutta, e Vana non riusciva a domare il suo proprio tremito.
— Quanto tempo è passato? È tardi? Che ora è?
— Sono quasi le nove — disse Imogen.
— Così tardi? Bisogna che tu mangi, piccola cara, bisogna che tu ti faccia servire il tuo pranzo.
— Non te n'andare, Vanina, non te n'andare! Rimani con me stasera.
— Sono ancóra così, vedi? Bisogna che mi svesta. Poi torno.
— Non te n'andare!
— Ti dico che torno.
Ella baciò l'inquieta. Prese il mazzo delle rose. Si volse per uscire.
— Vanina, torni?
— Torno.
La piccola la seguì fino alla soglia. Ella s'allontanò di corsa per l'andito. Il singhiozzo frenato le rompeva il petto.
Scese la scala, si diresse verso le sue stanze. Non incontrò nessuno. Tutta la casa le parve deserta e sinistra. Chiamò:
— Francesca!
La sua cameriera non rispose. Chiamò:
— Chiara!
Entrò. Posò i fiori sul suo capezzale. Non reggendo all'ansia, uscì; corse verso l'appartamento d'Isabella.
— Chiara!
La donna rispose. Era là, nella camera da letto.
— Isabella è tornata?
— No, signorina. Ha fatto sapere che non torna, che non s'aspetti.
— Come l'ha fatto sapere?
— Ha chiamata me al telefono.
— Di dove?
La donna chinò gli occhi, con un sorriso compunto.
— V'ha parlato ella stessa? Avete udito la sua voce?
— Sì, signorina.
— Verso che ora?
— Mezz'ora fa.
— Bene.
Un'amarezza così atroce le torse lo stomaco, che la donna credette avesse riso. Era veramente più atroce che il vomito funebre dell'avvoltoio.
— E mio fratello è rientrato?
— È rientrato, s'è vestito ed è uscito di nuovo. Pranzava fuori.
— Francesca dov'è?
— Credo sia giù in guardaroba.
— Chiamatela, che venga su da me a spogliarmi.
— Vuole che La spogli io?
-No.
A un tratto, le faceva ribrezzo. Era lo stesso modo, era la stessa voce della notte di Brescia. Come avrebbe potuto ella lasciarsi toccare da quelle mani?
— Che ordini ha per il pranzo?
— Nessuno.
— Non pranza?
— Non ho voglia.
— Si sente poco bene?
— Chiamate Francesca.
La donna uscì. Ella rimase nella vasta camera di damasco verde, che odorava di gelsomino come l'estate del giardino di Volterra. Il gran letto era preparato; la lunga camicia molle e trasparente era posata su la rimboccatura orlata di pizzo. Su la tavola della specchiera brillavano innumerevoli cristalli metalli avorii: fiale d'essenze, scatole di cosmetici, pettini e spazzole di varia densità, in bacili o in custodie arnesi più sottili e più diversi che quelli di qualsiasi altra arte, tutti gli strumenti e tutti i segreti addetti al culto del corpo trionfale.
Per l'ultima volta la potenza dell'odio creò di tutto rilievo la figura ondeggiante con la pieghevolezza delle malvage murene. — Aveva vinto, aveva vinto ancóra! Ancóra una volta, certo, aveva inebriato di voluttà e di menzogna la bestia ruggente! Era incolume. L'ora del pericolo era trascorsa. Non schiacciata dall'ira, non gittata sul lastrico ma creduta, ma temuta, ma ripresa, a rabbia e a infamia della delatrice. — Le imaginazioni vergognose assalivano la misera. Ella rivide la bestia orrenda affacciarsi tra la fronte e la gola di colui ch'ella aveva amato sopra la vita e sopra la morte. E dalla selvaggia repulsione risorse la forza; si raddrizzarono le vertebre nella schiena, un tenace nodo di potenza si riformò nell'anima; un sovrano dispregio fiammeggiò nello stretto viso senza carne, sotto la massa della chioma piantata intorno alla fronte come quel torsello ch'è imposto al capo il qual debba sollevare grande peso.
Sùbito pensò ch'era disarmata e che le bisognava l'arme sicura. Seguendo un ricordo ben distinto, cercò intorno, qua e là. Vide luccicare quel che cercava: un pugnaletto turchesco dal manico di calcedonio, già appartenuto a quell'Andronica Inghirami il cui nome è scolpito nella pietra fessa d'un architrave, alla Badia, insieme col nome d'Ugo Riccobaldi, sopra uno scudo a tre stelle. Lo prese, lo nascose, uscì. Tornò alle sue stanze.
Vigilò sé stessa come il guerriero il quale tema che un pensiero ignavo penetri per la fenditura del suo casco. Non ebbe pietà di sé, né di nessuno, fuorché di Lunella. Resistette alla tentazione di rivederla; resistette a un'altra tentazione disperata che l'afferrò un istante: quella di non lasciarla nella casa dell'ignominia, quella di portarla via con sé dove nessuna profanazione poteva giungere mai. «Dio ti guardi! Dio ti salvi! Se l'anima è immortale, io stessa ti guarderò come dianzi quando tu non mi vedevi.»
Ella sapeva come la salma si ponga in apparecchio di sepoltura: si ricordava di sua madre. Apprestò il suo giovine corpo, scarno e forte come quello d'una Martire indomabile. Lo purificò. Si lasciò pettinare, pazientemente. Scelse la più bella delle sue vesti bianche. Evitò di guardarsi nello specchio per non essere indotta a commiserare la sua giovinezza. Ma era tanto bella nel suo rigore adamantino, che la donna non poté trattenere una parola di maraviglia.
— Andate con Dio, Francesca.
— Domattina chiamerà?
— Chiamerò.
Rimasta sola, chiuse le porte. Trasse il pugnaletto d'Andronica; lo sguainò, lo mirò, ne provò la punta su l'unghia del pollice. Un brivido le raccapricciava tutta la carne; ma il cuore le restò prode. Ella posò la lama presso il fascio delle rose, per consacrarla. Scacciò da sé le ultime imagini acri, che ancóra tentavano di assalirla. Volle essere intenta a una sola. «Eccomi. Sono pronta.»
Rivide l'eroe supino, avvolto nella rascia rossa del guidone, con intorno al capo il drappo nero accomodato a celare il taglio della tempia. E la visione fu evidente come se il rude letto da campo fosse a fianco del letto verginale.
Andò alla finestra, l'aperse: la notte era stellata ma fredda su gli orti cupi di cipressi e di allori. Con gli occhi d'incorruttibile smalto salutò le giovani stelle nel cielo di primavera, riconobbe il Carro, le Guardie, le Pleiadi; mentre la mano sentiva battere la forza del cuore sotto il costato, cercando l'interstizio.
Non richiuse. Spense tutte le lampade, tranne una presso il capezzale. Si scalzò, salì su la proda, si distese, congiunse i piedi come offrendoli alle pastoie d'argento. Risollevò il busto per porre su i nudi piedi congiunti le rose, come ad osservare il rito del connubio funebre. Spense l'ultima lampada. Tenendo stretta l'elsa gemmea nel pugno, si riadagiò col capo su que' suoi capelli tanto fieri che sembravano nutrirsi del suo coraggio.
Allora si sentì bella di quella bellezza che a traverso le lacrime ella aveva veduta soltanto sul volto dell'eroe supino.
E il resto fu silenzio.

Paolo Tarsis era uscito dalla sua casa, poco dopo lo sciagurato dibattito. Aveva raccolto tutta la sua virtù per dominare il suo dolore e il suo furore. Aveva esitato, prima di dirigersi verso il nascondiglio dei suoi piaceri. Poi aveva risoluto di affrontare il rischio.
Contratto sul suo spasimo, aspettava la donna.
Ella giunse con uno di quei suoi movimenti aerosi che la facevano pur sempre assomigliare a Ornìtio, con la bocca splendida a traverso il velo, con l'impeto e con la grazia in ogni piega delle sue vesti.
— Aini, Aini, sono qui. Dormivi?
Egli non s'era levato, non le era andato incontro, non l'aveva di sùbito avviluppata nel suo desiderio inesausto, non le aveva sollevato il velo con la mano impaziente per divorarle le labbra, non l'aveva abbattuta sul tappeto ancor tutta anelante, come un violatore micidiale, rinnovandole quella paura che la faceva gioire più d'ogni dolcezza. Perché? S'era addormentato aspettandola? era stordito dal sonno?
Ancóra col barbaglio dell'aria aperta, non lo vedeva bene sul divano immerso nell'ombra. Rapidamente si tolse il velo e il cappello; poi, sfilandosi i guanti, si avvicinò, si chinò verso lui muto. Non più abbagliata, scorse d'improvviso gli immobili occhi che la guardavano; e gittò un piccolo grido.
— Ah, Paolo! Mi vuoi spaventare?
Era come in quel giorno marino, come quando ella aveva raccolta presso il davanzale la rondinella loquace.
— No, no. Lo sai che ho paura. Non mi guardare così!
Ella indietreggiava, con un riso convulso, come quando aveva lasciato cadere dalle mani tremanti la tiepida prigioniera.
— Perché mi fai questo? Lo sai che non voglio. Non voglio che tu mi guardi così, Paolo.
E il riso già somigliava al singhiozzo, come allora.
Ella indietreggiava, ma egli non si levò. Una parola vituperosa, quella che svergogna la femmina da conio, risonò cruda fra le quattro pareti. E poi si fece una pausa, come dopo un colpo che atterra.
— Che hai detto?
Atterrata ella non era ancóra; ma certo qualcosa di lei era piombata a terra, se bene ella restasse in piedi. Le sue gambe s'agghiacciavano; il suo cuore pareva come retrocesso verso la schiena, come aderente alle vertebre, vuotato di sangue. Aveva traudito?
La parola di vituperio risonò la seconda volta, più cruda.
— Impazzisci?
— No. Nettamente dico quel che sei.
E per la terza volta l'ingiuria percosse la donna sul viso.
— Ora vattene.
Egli si levò, minaccioso.
— Impazzisci? — ripetè ella, con la voce che le si rompeva tra le mascelle come sconnesse.
— Vattene, se non vuoi che io ti getti su la strada.
— Paolo! Paolo!
In un baleno ella aveva compreso. Aveva la colpa nelle midolle, che gridava contro di lei. La sua faccia pareva distrutta, simile a un pugno di cenere. Non una vena in lei, che non fosse vuota; non una giuntura, che non si snodasse; non un muscolo, che non tremasse sotto la pelle abbandonata dal calore. Era stroncata, era perduta, era un fasciume da gettare sul lastrico, veramente. E una forza pronta proruppe dal suo profondo per salvarla, una forza che le rimise il cuore nel mezzo del petto, che le riempì le vene, che le rannodò le giunture, che le rassodò i muscoli, che le ricolorò la faccia, che le concitò la voce: la forza viva e invitta della menzogna, più potente che i nervi i tendini e il sangue. L'uomo, che l'aveva annientata, la vide moltiplicarsi come un mostro che schiacciato rinasca e si rigonfi e si dirami in più tentacoli tenaci.
— Che pazzia t'ha preso, così, a un tratto? di che t'hanno abbeverato per farti così bruto? Mi ingiurii, mi scacci; e credi che non sia necessario dire una qualunque ragione! Sei un insensato. Ho pietà di te.
Lo sdegno esalava dalla sua attitudine, ardeva nella sua parola. Senza grido, quasi pacato, egli confermò:
— Ho detto quel che sei. E nessuna della tua specie ti eguaglia nell'impudenza. Non vale che io parli.
— Esigo che tu parli.
— Quel che hai fatto, lo sai bene.
— Mi sono data a te senza misura. È il mio torto!
Ella era là, discosta, in piedi; ed egli voleva ancor più separarla da sé, respingerla nell'abominazione, vederla scomparire. Ed ella era ancóra là, per lui, come la sola cosa viva nell'Universo, la sola cosa alzata sul suo varco. E v'era per lui un solo varco, un solo cammino, un solo orizzonte: ed ella glielo serrava. E sentiva di non poterla abbattere, se non per giacerle sopra, per distruggersi in lei.
Disse, con parole aride e rapide che gli passavan tra i denti come i carboni accesi tra le dita di chi li raccoglie scottandosi per evitare l'incendio:
— Tanto la misura t'è ignota, che hai un amante perfino in casa tua, hai pervertito perfino chi ti vive accanto, sotto gli occhi delle tue piccole sorelle....
Ella balzò, gridò d'indignazione irrefrenabile.
— Ah vile, folle e vile! Come osi di gettarmi in faccia questo dubbio mostruoso?
— Non è dubbio, è certezza.
— Folle e vile!
— Il dubbio tu stessa ti sei piaciuta di suscitarlo, di eccitarlo, per la frenesia malvagia delle torture, quante volte, con quanti modi ambigui! Tu lo sai. Io me ne ricordo. Porto le bruciature. Ma pensavo che tu ti eccitassi col fantasma della colpa, per una delle tue tante perversioni crudeli. Non credevo possibile la duplicità in una creatura che ogni giorno si torce urla agonizza nelle mie braccia e ogni giorno mi chiede di più e si dona con più furore....
— Tu stesso mi difendi. Con questo mi difendi tu stesso, dimostri tu stesso la tua demenza.
— «Capace di tutto!» Ti ricordi? ti ricordi su la via di Mantova? Questo mi rispondesti, questo mi dichiarasti. E promettevi il dolore e l'obbrobrio con le parole oscure, e minacciavi tutto il male. Ah, t'avessi scagliata nella polvere, avessi schiacciato me e te contro quei tronchi, avessi annientata la tua perfidia e la mia sciagura!
Ella era fissa. Qualcosa come un flutto dell'anima saliva di dentro e velava la sua sfrontatezza. La sua menzogna ora pesava alla sua passione. La necessità della discolpa la umiliava. Quell'uomo doloroso e iroso, simile ad ogni altro uomo nella rampogna nel dispregio e nel castigo, le sembrava ottuso e tardo. Ella avrebbe voluto rispondere: «È vero. Mi ricordo. Anche dissi: — L'amore che io amo è quello che non si stanca di ripetere: Fammi più male, fammi sempre più male. — Ah, perché voi siete come tutti gli altri? perché la vostra gelosia è così cieca, è così ferina? Vi amo sino alla morte. Questo è certo. Se voi ora veramente aveste la forza di scacciarmi o di fuggire, io non saprei continuare a vivere. Quel che di me più vi brucia e vi crucia, la mia carne, si disseccherebbe, non si nutrendo se non della vostra. Eppure, la colpa di cui mi accusate, io l'ho commessa; e vorrei non discolparmi. L'ho commessa per amore dell'amore, perché non è vero che la perfezione dell'amore sia nella congiunzione di due; e questo gli uomini sanno ma non osano confessare. L'amore, come tutte le potenze divine, non si esalta veramente se non nella trinità. E questa non è una dottrina perversa, non è un gioco di perfidia, in me, ma è un verbo testimoniato col martirio, col più dolente sangue del petto. Un tale amore disdegna la felicità per un bene ignoto ma infinitamente più alto, verso cui l'anima si tende di continuo rapita dal più puro dei dolori, che è il dolore disperato; mentre la coppia richiede il giogo e n'è gravata sempre, e n'è curvata verso la polvere o verso la gleba, e forse è inevitabile che la guidi il bifolco avaro. Ah, quando finalmente l'amante non sarà più lo stupido nemico ma il fratello pensoso e voluttuoso? Lo so, lo so: voi non potrete mai comprendere. Vi sarà più facile toccare le stelle nel volo, che avvicinarvi al mio mistero. Nessuna parola e nessuna lagrima varrà mai a persuadervi che non ho ceduto al vizio deforme ma a questo senso divino del patimento, ch'io porto in me. Non ho cercato né ho dato il piacere; ma ho presa nella mia mano tremante un'altra mano tremante per scendere a trovare il fondo dell'abisso, o forse del tempio sotterraneo. Non ho fatto opera di carne ma di triste iniziazione. E anche per voi, taciturno che non parlate se non ad offendere o a delirare, anche per voi io sono una scienza: non sono una felicità né sono una sciagura ma una scienza severa.»
A capo chino, assorta, ella fece qualche passo verso il divano: vi si abbandonò quasi prona, e si coprì la faccia con le palme. Quella sua pallida nuca, pudenda come il sesso, e le sue spalle piane, l'incavo delle sue reni, la sua cintura, e il suo fianco e la sua lunga coscia obliqua e in parte fuor della gonna rappresa i fusoli delle gambe apparivano. Ella era assorta nelle sue penose ambagi in cui la sua anima avviluppava la sua novità invece di liberarla; ma turbava intanto con la sua groppa il maschio.
— Taci? — diceva egli ottusamente, dominando la voglia orribile di gettarsi addosso a lei e di straziarla. — Ora taci? Confessi?
La violenza contenuta di lui la affaticava, quelle domande roche la stancavano come un clamore importuno. Ella lasciava fuggire da sé la forza della menzogna. L'eloquenza della difesa le diveniva intollerabile. Prona, quasi in un'attitudine d'invito al desiderio, ella comprimeva l'enormità della sua vita segreta così cupa di onde cozzanti che di continuo si frangevano e schiumavano al limitare d'un antro in fondo a cui stava nascosta la Sirena dell'inaudito carme.
— Da quanto dura l'infamia?
Ella aveva commiserazione di lui che tanto in quel punto somigliava a un altro uomo, a un altro amante; il quale, credendosi ingannato, l'aveva assalita quasi con le stesse domande, quasi con gli stessi gesti.
— Forse già, prima d'incontrarmi e di tentarmi, tu l'avevi corrotto. Già a Mantova, quel giorno, c'era nelle sue affettazioni qualcosa di lubrico....
Ella non poteva sopportare quella rampogna acre non di collera ma di mal dissimulata bramosìa, quella doglia angusta come ogni doglia carnale, come un bruciore, come una slogatura, come un taglio. Ancóra una volta ella vedeva l'uomo diminuito, trasformato in noiosa belva; vedeva l'Amore chino su quattro piedi e privo della bella fronte. «Ah, non mi dire le ingiurie che tu diresti a qualunque altra donna per svergognarla! Ma dimmi una parola ch'entri in me quale sono, che tocchi me quale sono, e che mi agiti e che mi sconvolga e che tragga dal mio profondo questa mia forza ignota di cui sono inferma, questa mia novità nascosta di cui ho la febbre come d'un germe che sia per isvilupparsi e per cangiarmi. Dimmi quella parola; o taci, e flagellami!» E la fronte del fratello, e l'ardua malinconia di quelle pupille così perspicaci, e quelle labbra così cupide e così scontente, e tutte quelle linee di pensiero e di divinazione, e tutte quelle vampe di precocità terribile emergevano in contrasto con la brutale oppressura che le toglieva perfino l'energia di mentire. Ella non ascoltava più, ma udiva nella voce il ruggito soffocato del desiderio.
— Non rispondi?
Egli a un tratto l'aveva presa per le spalle e la squassava. Ella rimaneva inerte, aspettando. Egli la lasciò, indietreggiò, con un gran fremito:
— Vattene, — disse — vattene. Non voglio ucciderti.
Ella si levò e disse:
— Vado.
Erano l'una di fronte all'altro. Ella non lo guardava ma sapeva che tutta la vita di lui era protesa verso una fatalità a cui nessuna forza né umana né divina avrebbe potuto opporsi.
— Vado.
Si volse per raccogliere i guanti, il cappello, il velo.
— Addio.
L'addio le restò tra i denti. Il maschio già s'era precipitato sopra lei, l'aveva atterrata, era caduto in un viluppo. E col pugno la percoteva sul viso, su le braccia, sul petto, ruggendo la parola vituperosa.
Ella non gridava né si difendeva, ma a ogni colpo gemeva un gemito sommesso, quasi una implorazione senza suono, che somigliava il gemito ond'ella aveva accompagnato il miracolo del primo bacio, debole come il fiotto d'un bambino infermo. Sentì il noto sapore dolciastro nella sua bocca, e non d'una sola stilla; e poi sentì l'altra bocca schiacciarla, più pesante del pugno, e i colpi cessare, e le mani passare a un'altra violenza, e la carne penetrare la carne come il ferro che sventra. E nella lividezza del crepuscolo, in fondo a quella stanza d'amore, tra le quattro pareti ch'erano quattro testimonii di silenzio e d'ombra, fu la mischia feroce di due nemici legati per il mezzo del corpo, fu l'ànsito crescente nel collo gonfio di arterie da recidere, fu lo squasso rabbioso di chi si sforza strappare dall'infimo le più rosse radici della vita e scagliarle di là dal limite imposto allo spasimo degli uomini.
L'uno urlò come se in lui si compiesse lo strappo atrocissimo; si sollevò, poi ricadde. L'altra si scrollò, con un rantolo che si ruppe in un pianto più disumano dell'urlo. Ed entrambi rimasero abbattuti sul pavimento, nel barlume violaceo, sentendosi ancor vivi entrambi e lordi, ma con qualcosa di esanime fra loro, con i resti di un oscuro assassinio fra i loro corpi disgiunti. Ed ella non cessava di piangere.
Su i vetri della finestra pioveva l'azzurro sempre più cupo; l'ombra s'addensava nelle pieghe delle tende, negli angoli, sotto le porte; il rumore cittadino non giungeva sino a quel silenzio, se non indistinto. Ed ella non cessava di piangere.
Il suo pianto era come il pianto di Lunella, era come il torrente, strabocchevole, senza freno. I singulti precipitati parevano soffocarla; nelle lacrime tutto il suo viso pareva stemperarsi.
Ed egli si trascinò sul tappeto, carponi, per un tratto. La prima squilla della salutazione angelica giunse nell'ombra che s'incupiva. Ed egli s'arrestò, perché uno scroscio di pianto più alto gli ritolse la forza, lo rifece spoglia vuota e miserabile.
— Isabella! — chiamò egli tremando in tutte le ossa.
Ella non cessava di piangere. Egli s'alzò in piedi, brancolò su la parete. Uno sprazzo di luce rischiarò la stanza. E allora egli vide la donna atterrata e devastata raggrupparsi in sé stessa, rannicchiarsi come una povera bestia sbigottita, incrociare le braccia sul volto, nascondersi. E il cuore gli si divise.
— Isabella!
Le s'inginocchiò accanto, cercò di sollevarla di sotto alle braccia ch'ella teneva ostinatamente incrociate sul volto, scoprì la bocca piena di sangue e di lacrime.
— Perdonami, perdonami! — proruppe disperato. — È vero, è vero: sono folle e sono vile. È vero. Perdonami, perdonami. Isabella!
Era folle di rimorso, di pietà e di passione. Tremando le disgiunse le braccia; e scoprì i segni delle percosse, scoprì tutto quel povero viso disfatto che impregnavano le lacrime come se dalla palpebra le si fossero diffuse sotto la pelle.
— Mi perdoni? Mi perdoni?
Egli si torceva d'angoscia, tendendole le mani, premendo quelle mani su la sua voce supplichevole ch'era l'anima sua stessa divelta.
— Mi perdoni?
E da quel dissolvimento nel pianto, da quelle povere gote solcate e péste, da quel mento che pareva smagrito nella lugubre ora, da tutta la persona menomata e come annodata nella doglia, anche una volta si formò qualcosa di breve e d'infinito, qualcosa di fuggevole e di eterno, di consueto e d'incomparabile: lo sguardo, quello sguardo.
E fu tutto. E rimasero prostrati, l'una contro l'altro, là dove avevano commesso l'oscuro assassinio, prostrati senza parola, vinti da un amore ch'era più grande del loro amore e che forse tornava dal luogo della bellezza dilaniata e derelitta.
— Mi ami? — chiese egli, con un soffio in cui spirò l'intera sua vita.
Ella gli si piegò addosso con una di quelle sue dedizioni a cui nulla resisteva, con una di quelle sue fluidità ond'ella eguagliava la veste bagnata che aderisce alle membra, l'olio versato che assume la forma della lampada ove si acquieta e risplende.
— Alzati, — egli pregò — vieni. Lascia che io ti porti.
Più sommessamente egli pregò:
— Lascia che io ti spogli, che io ti lavi.
Ella disse:
— È tardi. Bisogna che vada.
Alzandosi, ebbe un lieve deliquio. Come rinvenne, guardò intorno stupefatta e sospettosa; scrutò tutti gli angoli. Poi, con un modo insolito, quasi ella fosse divenuta un'altra o trasognasse:
— Stasera bisogna che vada via presto. Bisogna che rientri presto a casa. Potrei rimaner chiusa fuori. Oggi è venerdì. Non avrei dovuto uscire. Troverò chiusa la porta. Rimarrò su la strada. Non mi lasceranno più rientrare. Certo mi spiano. Certo ora sanno che io sono qui. Non farò più in tempo. Mi lasceranno fuori....
Le sue parole divenivano incoerenti. Pareva che una paura occulta dissolvesse i suoi pensieri.
— Isabella, che dici? Come possono lasciarti fuori? Chi?
Rapidamente ella rispose:
— Lo Sciacallo. Mio padre e lo Sciacallo.
Poi si scosse; battè più volte le palpebre, per fugare da sé un'aura che l'agitava; si premette col dorso della mano la bocca, e guardò il dorso su cui rimaneva una traccia sanguigna. Egli moriva d'angoscia, di vergogna e di tenerezza guardando il piccolo viso disfatto, le palpebre gonfie e rosse, la bocca ferita.
— Isabella! — chiamò come si chiama per risvegliare qualcuno.
— Sono qui — ella rispose.
— Mi pareva che dicessi cose strane.
— Che dicevo?
— Vieni. Lascia che io ti spogli, che io ti lavi. Rimani qui con me. Ti supplico! Ripòsati accanto a me. Non te n'andare. È impossibile che noi ci separiamo stasera.
— Bisogna che io vada. M'aspettano.
— Di qui puoi avvertire Chiaretta. Non te n'andare, non mi lasciare stasera, Isabella.
Egli l'accarezzava perdutamente. Ella si persuase, si lasciò trarre nella stanza attigua. E per qualche istante l'illusione li avvolse. Credettero di essere in una delle loro sere di festa segreta, quando le stanze erano piene di fiori, quando pranzavano a una piccola tavola coperta di delicatezze, quando ella si svestiva per rimaner nuda sotto una di quelle lunghissime sciarpe di garza colorate ora da uno Gnomo ora da un Silfo.
Egli uscì per dare gli ordini alla donna abile e discreta che accudiva al servizio. Rientrando, trovò Isabella che si guardava nello specchio minutamente i segni dei colpi nella faccia. Ella aveva su la fronte una lunga scalfittura rossa; un'altra scalfittura sul collo, sotto l'orecchio destro; un gonfiore nerastro al labbro di sopra, e qua e là lividure che cominciavano a scurirsi. Sorrise nello specchio, senza volgersi; e la contrattura le fece dolere il labbro.
— Che dirò, se mi domandano?
Poi si volse e soggiunse:
— Vana non mi domanderà. Indovinerà. Si levò, ansiosa.
— Bisogna che avverta Chiaretta.
Dopo aver parlato, s'indugiò dinanzi all'apparecchio con la gota inclinata sul nero imbuto, in ascolto. E sbarrava gli occhi fisa alla sua ansia. Disse:
— Ho fatto male a restare.
Egli vedeva in lei qualcosa d'insolito.
— Ma perché sei tanto inquieta?
Non era l'inquietudine ch'egli le conosceva, era un'altra; che si manifestava in cominciamenti di gesti, in piccoli guizzi di muscoli, in fuggevoli sguardi, i quali non le appartenevano. Tra le linee del viso, già alterate dalla violenza e dal pianto, le si moveva a quando a quando una linea quasi impercettibile, apparente e sparente, che le era estranea. Egli la guardava, senza sapere perché, con un'attenzione infaticabile.
— Lascia che io ti aiuti a spogliarti.
Come ella gli voltava le spalle per lasciarsi sganciare, disse all'improvviso con una gravità senz'amarezza:
— Vana m'ha accusata a te.
— No. T'inganni.
— Vana è stata da te oggi.
— T'inganni.
— Povera piccola dolce!
Una tristezza e una pietà infinite erano nel suo accento. E la carne di lui, nello scoprire quella nudità, conobbe un tremito nuovo.
Egli l'aveva veduta triste, gaia, tenera, lasciva, irata, crudele; l'aveva veduta in tutti gli aspetti, ma non mai in quello. Era come una gravità rassegnata, pacata, e intenta.
— Vedi? — ella disse, guardandosi sul braccio una macchia scura come d'inchiostro. — Il mio vero sangue è nero.
Ella aveva sfilate le braccia dalle maniche, quelle braccia non molli ma salde che pur sembravano portare la più fresca freschezza della vita come una ghirlanda rinnovata a ogni alba. Nude le larghe spalle emergevano, e le piccole mammelle sul petto largo come il petto delle Muse vocali, dall'ossatura palese di sotto i muscoli smilzi. L'orlo della camicia era squisito di scollo e di ricamo, il busto connesso aveva la tenuità e la perfezione d'un calice florale, ingegnosi e preziosi di fibbie e di nodi erano i legàccioli che di là si partivano a rattenere le calze, tutti gli invòlucri partecipavano dell'intima grazia e sembravano arricchirsi e affinarsi quanto più s'avvicinavano alla pelle; ma ora cadevano come ingombri morbidi, disdicevoli a quel corpo come a una statua severa, quasi respinti da una severità superba che ingrandiva e poliva ogni rilievo a simiglianza del sasso. Quando, tolta la scarpa, ella fece macchinalmente il gesto consueto tirando la punta della calza rimasta aderente all'unghia del pollice, egli ne fu attonito come d'una piccola maniera femminina che contrastasse a quella potenza. In ginocchio, sguainò egli stesso le lunghe gambe lisce. E così ella fu tutta nuda, senza sorridere.
— Ora vattene — disse.
Ricomparve nella stanza ov'era preparata la piccola tavola, portando una di quelle tuniche a mille pieghe che, quando erano vedove del suo corpo, si ristringevano a guisa di corde bene attorte e, quando ella vi s'insinuava agilmente per la testa, s'aprivano a guisa di ventagli numerosi. Quella era d'un nero blu ramificata di verde, con la fimbria stampata in sanguigno d'un fregio di polpi al modo fenicio.
— I garofani di Boccadarno? — disse vedendo su la mensa angusta i grandi fiori scapigliati color d'ardesia.
S'era riacceso in lui il fuoco torbido.
Ella mangiava interrottamente, qualche volta con una voracità subitanea, qualche volta con una ripugnanza penosa. Aveva su la fronte la scalfittura rossa, sul braccio la chiazza fosca, nel labbro il gonfiore livido. Ed il silenzio era interrotto a quando a quando da un clamore di popolo, che veniva da un anfiteatro vicino.
— Ti ricordi della sera che ti fidanzai? Ti chiamavo Madschnun. Ti raccontavo la storia della gazzella liberata, ti parlavo del mio giardino di gelsomini. Te ne ricordi?
— Sì — egli rispondeva, con quel suo viso che non aveva se non il colore dell'osso in cui era sculto.
— Poi ti parlai di Vana, della passione di Vana. Poi ti parlai del piccolo fazzoletto color lilla, profumato di gelsomino, ch'ella m'aveva offerto a Mantova, nella stanza del Labirinto, per asciugare il sangue del primo bacio. Te ne ricordi?
— Sì — rispondeva egli con un sordo tonfo nel petto, riudendo dentro di sé la voce infiammata della vergine olivastra, come portatagli da una ràffica di tempesta.
— Ah, perché dunque non è venuta col suo piccolo fazzoletto e non me l'ha offerto un'altra volta per asciugare la mia bocca che ha sanguinato sotto il tuo pugno, Aini?
Senza sarcasmo, senz'amarezza, senza rancore ella parlava, e senza sorriso; ma con quella gravità rassegnata, pacata, e intenta. Egli non aveva fatto tanto sforzo quando in Luzon, stretto dalle catene e infiacchito dal digiuno, s'era proposto di fissare i suoi carnefici senza batter ciglio.
— Domattina non ci sarà più sangue; ma andrò, e le dirò: «Guardami la bocca, piccola sorella cara. Non è stato il bacio di colui che ami.» E la bacerò, perché tu non potrai più baciarmi, Aini.
Egli non osava interromperla, se bene soffrisse un supplizio insoffribile. Ella aveva preso uno dei grandi garofani e lo teneva pel gambo, posato su la tovaglia sparsa di frutti, di confetture, di vini chiari, di cristalli, di argenti. E qualcosa come il rombo d'una fatalità ritornante era nell'aria chiusa. Ed egli rivedeva quel viso d'allora, il viso sfrontato e convulso, stretto ermeticamente fra le trecce dense, con la luce dorata nella gola e nell'irrisione, il viso della tentatrice frenetica. Ma ben più misterioso era quello che ora gli stava dinanzi, quello segnato dai colpi dell'assassino ch'egli non aveva potuto reprimere, quello ch'egli aveva percosso e accarezzato e che né la percossa né la carezza avevano avvicinato a lui. Fragile era tuttavia ma remoto, infinito, alto su una profondità dove non era dato discendere a lui ch'era disceso nel fondo del mare.
— Forse l'ho io separata da te? T'ho preso a lei? E come avrei potuto prenderti se tu non fossi stato già mio? Certo, quella sera, alla marina, ti parvi orribile quando ti parlai dell'amore di mia sorella. Ti ricondussi verso di lei, e le dissi: «Fa dunque ch'egli t'ami.» Ti parvi orribile. Ma chi può mai giudicare l'amore? e chi può dire il termine della voluttà e il termine del tormento e dove il male cessi d'essere il male e dove il bene cessi d'essere il bene, e per che modo una nuova vergogna crei un amore nuovo, e di che cosa debba vivere l'amore per piacere alla morte? Come fate voi a condannare e ad assolvere? Nulla è certo fuorché la crudeltà e la fame del cuore, e il sangue e le lacrime, e la fine di tutto; e neppure si sa quale sia il tempo di piangere. Ma forse c'è ancora da scoprire qualche dolore più lontano. Il mio lo conosci?
Era ella in un di quei momenti in cui pareva estrarre sé medesima dal suo blocco e occupare l'aria come una creatura del Titano, come il ginocchio come l'òmero come il cubito come il seno dell'Aurora la occupano.
— Ah vieni! — disse alzandosi e prendendo per mano l'amato. — Voglio ancóra tenerti fra le braccia.
Lo trasse nell'altra stanza, verso il gran letto verde che sapeva i loro delirii e i loro sonni, voluttuosi come gli amplessi, e i loro risvegli balzanti di desiderio sempre novello.
— Vieni. Conoscimi, prima di lasciarmi. Respirami. Cercami. È la nostra caverna verde. Pensa che siamo sotto l'oceano, che l'oceano ci nasconde, che nessun'altra cosa ci tocca. Metti il tuo dolore contro il mio dolore. Ah, non senti, non senti che il mio è più grande? Non senti come il mio sangue aumenta, come le mie vene si gonfiano, come le mie ossa si rinforzano? Mi sembra che non so qual essere meraviglioso voglia nascere da me. Lo senti? Ti riesce d'abbracciarlo? Ah non tu stanotte, non tu puoi tenermi fra le tue braccia; ma io ti terrò.
Veramente ella gli sembrava ingigantita e tale che la sua carezza non potesse percorrerla. Veramente ella era come l'Aurora, scolpita nel masso della doglia umana e sol cinta sotto le mammelle della zona che è come quel cerchio che divide in giorno e in notte la sfera del mondo, non vergine ma sterile e affaticata dall'ansia perpetua della maternità inespressa.
— Conoscimi — ella diceva — conoscimi, prima che io mi separi da te, prima che tu mi lasci. Metti la tua pena contro la mia pena. Tenta di scuotermi e di sollevarmi per sentire il peso di quel che dentro mi pesa più della mia carne. Fammi sanguinare ancóra, se non sai ancóra di che sa il mio sangue. Fammi ancóra male, amor mio dolce, fammi sempre più male finché tu mi somigli; perché in nulla possiamo somigliarci se non nella crudeltà ma tu non puoi eguagliarmi nel patirla. Ricòrdati del mio pianto come io mi ricorderò della parola che accompagnava i tuoi colpi....
Una disperazione frenetica empiva l'uomo, a cui nessuna carezza valeva perché ella si sentisse conosciuta. Forse ella non gli diceva quelle parole se non per fargli sentire la sua solitudine. E di tratto in tratto nel silenzio notturno, come una implorazione di ciechi, saliva il clamore della folla rinchiusa.
— Eccomi. Prendimi quale sono, almeno una volta. Prendi me, me e non la forma del tuo delirio. Che almeno una volta io sia tutta tua, che almeno una volta tu mi possegga!
Egli le suggellò la bocca per soffocarle la voce; egli le prese con le labbra il fiato, il più profondo fiato, quello che sanno le vene i sogni i pensieri; egli le prese con le dita il mento e con l'altra mano la nuca, come la prima volta, e la tenne e bevve sinché non venne alla sua saliva il sapore dei precordii.
E delirarono, fuori del tempo, fuori del mondo. Tentarono di ritessere con le loro fibre vive una trama più stretta, tentarono di fare con le loro due vite una morte che fosse simile a un'altra vita. Non s'arrestarono se non per sentire l'anima spezzarsi a traverso la carne, credendo che ciascuno fosse per rapirne in sé la metà dolorosa. Sperarono di assaporarla nella saliva, nel sangue, nelle lacrime, nel sudore, nella semenza. Ricaddero, si risollevarono.