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Forse che sì forse che no

LIBRO SECONDO. (continued 3)

Reading edition

— Questa volta.... — sollecitò con suono d'anelito, tendendosi, quasi appendendosi alle labbra che prolungavano l'intervallo.

Vana fu tutta di gelo, fu tutta di quel colore che l'aveva fatta simile a un fantasma su la soglia del Laberinto sospeso.

— Questa volta — disse con la voce bassa che penetrava più del grido, più della fiamma — quello che tu m'hai tolto è più del mio sogno e più della mia vita; perché, per essere felice e per ringraziare il Cielo d'esser nata e per perdonarti, ora mi basterebbe di appoggiarmi sul suo petto e di piangere ancóra un poco e di addormentarmi e di non svegliarmi più.

Era di gelo perché riviveva il momento dell'alba di giugno, perché le stelle tremolavano ancóra alla sua anima sotto la prima onda argentina, perché in quell'atto s'era compiuta l'intera sua vita, perché era orribile che la sorte l'avesse costretta a trascinarsi nell'inutile martirio. «Pace, pace, piccola buona».

— Tanto l'ami?

— Come tu non saprai amarlo mai.

— Credi che tu l'ami di più?

— Non di più. L'amo io sola.

— Io no?

— Tu non puoi amare se non te stessa, se non il tuo piacere, se non la tua perfidia. È il tuo castigo.

— L'amore più forte non è quello che vince?

— È il mio quello che vince.

— Su chi?

— Su te e su lui.

— Egli è folle di me. Posso fare di lui quel che mi piace.

— Ma non puoi amarlo. Per ciò, non avendo l'amore, sei attirata dal mio amore che ti vince. Lo so, lo so. Ho compreso, ho veduto. Tu ora speri di poterlo amare attraverso di me. Tu speri che il tuo cuore si riempia del mio cuore.

— Fa dunque ch'egli t'ami.

— Confessa che non potevi più vivere, che non potevi più godere, che non avevi più oblio, che sempre io t'ero presente, che mi vedevi apparire su ogni soglia come su quella, che la tua voluttà invidiava il mio dolore.

— Fa dunque ch'egli t'ami.

— Confessa che già cominciavi a sentirti esausta, perduta; perché credevi di accrescere ogni giorno il tuo potere e lo consumavi ogni giorno, e rimanevi serrata nel cerchio medesimo del tuo maleficio, ed eravate soffocati entrambi dall'angustia, costretti a ripetere sempre gli stessi gesti come nelle manìe. Ma io quassù ero sola, ero intatta, ero nuova, ero bella come chi sta tra la vita e la morte.

— Fa dunque ch'egli t'ami.

— E se mi amasse già?

Parlavano a viso a viso, l'una ancóra piegata contro la proda del letto, l'altra poggiata le mani alla lettiera che di tratto in tratto gemeva, entrambe scapigliate e trascolorate, con qualcosa di bestiale come la fame nel loro modo di mangiarsi l'anima, con qualcosa di simile alla voracità dei cavalli in una posta, che pigliano a grandi boccate quel ch'è loro messo innanzi, come per tema di rimanere indietro. E certo lo spavento era sotto l'audacia provocatrice della più giovine; ma uno spavento ben più profondo era nell'altra che sentiva percosso il suo cuore da quella condanna di sterilità e veramente sotto le imagini della tormentosa orgia dubitava d'avere amato.

— Se mi amasse? — ripetè Vana, meglio segnando l'accento che fa supporre quel che non si esprime.

Isabella si raddrizzò, scosse indietro la sua capellatura, inarcò le sue reni, magnifica e formidabile, si scrollò come per riporre nel serrame delle sue ossa e nel viluppo della sua carne la sua anima tratta fuori. Andò verso la finestra, si sporse dal davanzale, respirò dal pieno petto. L'odore dei gelsomini, l'odore delle tuberose, l'umidore del grande vivaio salivano dal chiuso. Laggiù, di là dall'Era, sui Monti Pisani lampeggiava senza tuono. Nuvole come gramaglie lacere qua e là velavano la Via Lattea. Una lacrima di fuoco bianco sgorgò e colò su la faccia della notte; e poi un'altra, e un'altra ancóra. Ella risentì al suo collo alle sue spalle aggrapparsi l'amante con lo sforzo supremo di chi sia per piombare nell'abisso, e riudì il suo grido di dannato, la sua implorazione orrida e divina dietro il getto violento della vita. Si volse e disse:

— Se t'amasse per pietà?

Vana le si avvicinava, un poco ondeggiando, con le mani tessute dietro la schiena come quando era in atto di cantare. Si fermò e disse:

— Tutto quel che hai avuto ed hai ed avrai da lui non vale quel ch'io sola ebbi in un'ora senza pari. O prima o poi non ti rimarrà nulla. Egli potrà dimenticarti, tu potrai dimenticarlo. Ma io non dimenticherò né egli dimenticherà fino alla morte e oltre.

Ella non poteva più tenere il suo segreto. Le si versava dagli occhi.

— E quale fu la sua ora?

— L'ora funebre.

Ella guardava dietro il capo della rivale i muti lampi, simili a quelli ch'ella aveva veduti lampeggiare sul Monte Baldo.

— Quale?

Il mento d'Isabella tremava.

— Non ti ricordi della notte di giugno, della notte in cui egli solo vegliò la salma del suo amico?

Ancóra le nuvole per la Via Lattea erano come criniere in cui s'impigliassero stelle.

— Non ti ricordi quando tu dicesti a Aldo: «Se m'accompagni, io vado?» Non andasti. Io andai. Nessuno mi accompagnò fuorché il mio mazzo di rose e il mio segreto.

Innumerevoli le stelle rigavano l'azzurro. Su la terra senza dolcezza, nel paese di sterilità e di sete, sul deserto di cenere, la notte piangeva il suo pianto di luce.

E nessun'altra parola fu detta. E non vi fu saluto fra le due sorelle quando la maggiore uscì, quando la minore si fece al davanzale.

Quel che era inconciliabile fu conciliato; quel che era impatibile fu patito. Come il paese etrusco aveva la sua città sotterranea abitata dai morti, così ebbero essi la loro città interiore abitata dagli spiriti violenti. Camminando pel giardino dei gelsomini, essi sapevano dove la terra fosse cava perché la sentivano talvolta risonare sotto la traccia. Guardandosi con i loro occhi chiari, parlandosi con le loro voci caute, non erano intesi se non al tumulto nascosto delle loro passioni, ai volti dolosi delle loro brame, ai vóti esiziali dei loro odii, alle occulte onde di voluttà che uno sguardo un gesto un passo generavano. Tutt'e quattro teneva la seduzione del fuoco che non sceglie la materia di cui si nutre ma quel che è puro e quel che è impuro converte in un medesimo ardore. Due d'essi teneva la tentazione d'uccidere, che senz'atto ha la virtù di aggiungere la forza e il mistero d'una vita nemica all'ansia dell'altra vita nemica. Evitavano di toccarsi; eppure, nella instabilità e nella celerità perpetua dei loro esseri, nulla avrebbero essi potuto afferrare se non con le loro mani tristi; e ciò sapevano. La più comune delle loro parole aveva un senso indefinito, e scendeva rapidamente al fondo come quelle pietre cadute nell'acqua cupa, che forse non vi sono ancor posate quando a fiore i cerchi sono già scomparsi. Ma taluna risonava come la pietra scagliata contro la figura di bronzo. E taluna creava all'improvviso una commozione così insolita o così inumana ch'essi guardavano chi l'aveva proferita pronti a perdersi, dimentichi dei ritegni, simili a quegli infidi che nei tempi delle fazioni sedendo a ragionare pacati nella loggia balzavano in piedi al minimo gesto sospetto e s'apprestavano a versare il sangue.

La musica, che già aveva esaltata la disperazione dei due nella vertigine sonora, li aggirò tutti in avversi delirii. Per il balcone aperto non apparivano le case di San Girolamo, nascoste da una ruga del colle: sfondava a valle il Monte Voltraio solitario tra l'Era viva e l'Era morta, spesso di querci e di leggende, ombrato e fosco, in mezzo alle biancane sitibonde; ma l'invisibile Reggia della Follia sembrava mutare il colore dell'aria, là dove gli ulivi nodosi e involti somigliavano gli alberi strani che l'Etrusco pellegrino udì lagnarsi. Ebra e perduta si sentiva allora Isabella, ché tutto era domato dal canto di Vana e tutta la passione andava a lei come nella favola il liocorno indocile va alla vergine e posa il capo su le ginocchia inviolate. L'onda vocale sembrava talvolta palpitare su la cantatrice come il calore del meriggio su le crete riarse. Ella risonava intera come l'istrumento risona per tutte le fibre del legno. La vena del collo nudo si perdeva nella veste e sembrava giungere fino al calcagno come la corda è tesa fra manico e cordiera. Poiché nelle grandi note il fianco la coscia la gamba tremavano, veramente pareva che la vibrazione della lunga vena canora traversasse l'intero corpo.

Quando Aldo sedeva stringendo il violoncello come per possederlo e girava nel tallone occhiuto dell'arco la vite di tensione con un orgasmo palese, quasi che non tendesse il crino bianco ma il fascio dei suoi nervi più delicati, Isabella non osava guardarlo. Ella soffriva meravigliosamente, con la vicenda della vampa e del gelo nel solco delle sue spalle. Vicino al pianoforte di lucido palissandro dai cupi riflessi violetti (di sotto apparivano a traverso la lira dei pedali i piedi sensitivi dell'accompagnatrice) egli inchinava un viso di strazio e di estasi lungo il manico trascorso dalla mano che aveva fatto piangere di pietà Lunella. Il suo strumento era ben quello che il sogno d'Isa aveva veduto nello stipo della Estense, colorato di quel colore rossobruno ch'ella invidiava pe' suoi capelli, con quelle chiazze giallastre della vernice sul fianco più trasparenti dell'ambra, con nel mezzo della cassa quella doratura a strisce di zebra, ricca e dolce come la gola di un uccello tropicale. E il suo arco pareva divenuto quasi igneo. E tanto la sua fronte imperlata di luce era bella che a volta a volta avrebber potuto incoronarsene l'Arcangelo combattente di Ludwig Beethoven e il Cherubo austero di Sebastiano Bach.

Paolo si ritraeva nell'ombra, poggiava il capo alle due palme, per ascoltare; e in disparte beveva la sua malinconia a lunghi sorsi, come un esule inconsolato. Isabella gli rimaneva lontana ma pur l'occupava come se l'ombra di quell'angolo fosse la stessa ombra di lei, che l'avviluppasse. China, col respiro sospeso, con un ginocchio sollevato e sorretto dalle dita intessute, piena di forze funeste e senza nome, ella era intentissima a distinguere nel dialogo dei due strumenti quel ch'ella sola doveva comprendere. Quando il fratello si levava anelante e poggiava lo strumento e deponeva l'arco, e nel silenzio musicale tutto l'essere alfine s'allentava come dopo l'amplesso, ella con un sùbito moto nascondeva il suo volto. Soleva inclinarlo su l'arco che deposto pareva seguitasse a vivere la sua vita elettrica, pareva conservasse lo spirito igneo nelle fibre della bacchetta ottagonale dalla curva misteriosa di virtù come la cartilagine della laringe, come l'inflessione della parola, come ogni cosa inimitabile. Le mani, che un tempo avrebbero asciugato le tempie stillanti e accarezzato i capelli spartiti, toccavano l'estremità fasciata d'argento, il tallone d'ebano ove l'occhio di madreperla era espressivo. Le nari aspiravano l'odore della colofònia, caloroso come l'odore della ragia nelle pinete pisane.

Si spegneva la luce su la fronte dell'adolescente; e vi sottentrava un pensiero così forte che pareva talvolta lasciarvi il segno di quella grande ruga verticale ond'era inciso alla radice del naso il taciturno. Egli, quando Paolo Tarsis non era volto verso di lui, lo perseguitava con l'odio vorace delle pupille. Quegli volgendosi, egli divergeva lo sguardo infesto. Poi gli si riavvicinava con una dolcezza ambigua.

— Paolo, — gli disse un giorno sorridendo — vuoi venire con me oggi in fondo alle Balze? Di giù, lo spettacolo è dantesco. Imagina Malebolge. Andremo a cavallo. Io conosco la strada. È tutt'altro che buona; ma Vana ti lascerà montare Pergolese che è ottimo nei passaggi difficili.

— Vengo — rispose Paolo.

— Morìccica, andremo in cerca del tuo cappello, della tua ghirlanda di rose gialle.

— In fondo alle Balze? — fece Isabella, che aveva dato l'orecchio vigile a tutte le modulazioni di Aldo, mentre infilava i fiori della tuberosa in un filo di seta verde cercando d'imitare le collane di zàgare.

— Ah, non sai — disse Aldo ridendo, con un'aria frivola, velato dal fumo della sua sigaretta — non sai che, in una sera di disperazione e di libeccio, dopo una ubriacatura di musica, io e Vana alla Guerruccia pensammo di gettarci giù? Invece il vento rapi e portò giù il cappello inghirlandato che Vana aveva sospeso a un macigno del muro etrusco.

Vana aveva il capo rovesciato su la spalliera della sua sedia di paglia; e sorrideva immobilmente, ricordandosi del sorriso di Viviano, di quel sorriso in una pietra.

— È vero, Vanina? — domandò Isabella, legando le due estremità del filo su la collana aulentissima.

— Morìccica, vuoi scommettere che stasera ti riporto la tua ghirlanda? Forse un poco sfatta.

— Prendi intanto questa — disse Isabella accostandosi alla sorridente che si lasciò toccare senza mutarsi.

Le pose una mano dietro la nuca, le sollevò il capo che rimaneva inerte, le cinse la collana avvolgendola in tre giri intorno al collo; poi le riadagiò il capo su la spalliera supino. E battè le palpebre per dissipare l'imagine che nasceva da quella immobilità e da quel sorriso fisso e da quei fiori sul petto non mosso dal respiro.

— Vana, il viaggio equestre agli Inferi! — disse il fratello con una voce più bassa ma con un riso più strano.

E, dopo, egli s'allontanò in compagnia dell'ospite. Subitamente, quando i due erano già a cavallo e in cammino, un'ansietà arcana occupò le sorelle e le travagliò fino a sera. L'una e l'altra cercarono la loro dolce artefice di sogni bianchi; e s'inginocchiarono davanti a lei scontrosa che rimaneva chiusa e muta e chiesero qualche attimo d'oblio.

— Siamo qui, Forbicicchia. Non ci guardi? Lunella non rispondeva. Intagliava con la punta delle sue forbici le sue favole d'animali.

— Vedi la bella collana che io ho data a Vanina? — le diceva Isa, con la sua voce più carezzevole, per illuderla. — Vuoi che ne faccia una anche per te, di gelsomini?

Lunella non rispondeva; non credeva ai segni di tenerezza che le due inginocchiate si scambiavano dinanzi a lei cingendosi col braccio e accostando le gote. Le sentiva nemiche. E, invece di lasciar cadere nel grembo dell'una e dell'altra l'imagine compiuta, con due o tre colpi rapidi delle stesse forbici le distrusse.

— Fino a quando dunque mi terrai broncio? — si lamentava l'una.

Dimandava l'altra:

— E a me fino a quando?

E Lunella rispondeva, con un barlume di sorriso:

— Fin che tu ti rammenti, fin che io non mi scordi!

Ancóra, l'ombra di un leccio cadeva su quella cadenza di cantilena. Il grande lecceto simmetrico ombreggiava lo sprone del poggio, radicato nel tufo cavo ch'era la volta d'un vasto ipogeo. Un'afa di tempesta aggravava il pomeriggio caliginoso. E le due sorelle, accosciate su l'erba, s'indugiavano, non parlavano più, si dislacciavano a poco a poco ma restavano nella nube della medesima angoscia. A qual punto del cammino erano giunti i cavalieri? Cavalcavano in silenzio? Qual era il loro testimone invisibile? Vana ripensava taluna delle parole fraterne proferite dinanzi alle urne sepolcrali.

Laggiù, verso ponente, tra i dorsi nudi di marna e di mattaione, tra gli zolloni di tufo pieni di nicchi, su pei lastroni pietrosi, per le scappie d'alberese, per le sterpaie di tignàmica e di spigo selvatico, nelle ghiare, negli acquitrini, nelle genghe, Aldo Lunati e Paolo Tarsis cavalcavano in silenzio, attenti al terreno difficile, conducendo al passo i cavalli che di tratto in tratto affondavano nella creta sdrucciolavano nel galestro inciampicavano nello scarico. Per discendere i pendii franosi le buone bestie si lasciavano scivolare su le zampe anteriori tese strisciando con le natiche. Affrontavano le erte brevi e ripide con grandi falcate, come andando a una banchina cedevole: lo zoccolo si spiccava dalla pésta e la frana ruinava di sotto nel tempo medesimo. Già si coprivano di schiuma bianca, come dopo un galoppo severo, e i loro fianchi battevano.

— Assra! — gridò Aldo incollerito scorgendo la sua cagna color di perla apparire su una cresta d'ocra rancia.

Nel punto di montare in sella, egli aveva ordinato al palafreniere di trattenere Assra che voleva seguirlo. Certo essa era fuggita e aveva ritrovato le tracce. La cagna si avvicinava simulando il movimento flessuoso d'una piccola onda, per vincere la collera con la grazia; e l'onda aveva due dolci occhi di cortigiana cerchiati di bistro.

— Perché la gridi? — disse Paolo.

— Non volevo che venisse perché teme l'acqua limacciosa e, quando non la può saltare, si rifiuta di passare a guado. E qui è pieno di marazzi e di rigagni.

Il cielo era un solo faticoso manto; la terra, sordido ceneraccio.

— Non mi sono mai ritrovato in un luogo più tristo di questo. Chi è passato per qui prima di noi?

Apparivano nella biancana impronte profonde. S'udiva a quando a quando nel silenzio un rombo fugace, di natura indistinta.

— Chi sa!

— Sono péste fresche di cavallo.

— Come scopri che sono di cavallo se non hanno forma? Sembrano buchi.

— Diciamo: di quadrupede. Ma guarda quella: ha lo stampo del ferro.

— È vero.

— Non sei forse passato di qui tu stesso?

— No.

— È strano. Chi può mai essere? Siccome per scendere quaggiù a cavallo ci vuole un certo grado di demenza, dev'essere uno dei pazzi di San Girolamo fuggito sul ronzino del dottore.

— O lo spettro di Neri Maltragi.

— Chi era Neri Maltragi?

— Un Volterrano balzan da due che col suo puledro di maremma balzan da quattro balzò nelle Balze.

— Credi agli spettri?

— Io sì.

— Allora ci precede.

— Non si va senza duca in questo inferno. Alza gli occhi! Guarda!

Le Balze strapiombavano dal cielo come la stagliata rocca al cui piede si ritrovò, scosso dalla schiena di Gerione, quel grande Etrusco colorato dalla bile atra. Per le paurose cavità vaneggiava l'ombra, tra gli sbiancati dirupi simili a gigantesche pile in ruina. Le moli di San Giusto e della Badia, l'una ferrigna l'altra ferrugigna, pareva fossero per precipitare nella fauce; e con esse le restanti mura, e il Borgo, e la Città sospesa, e tutte le sedi degli uomini piccole e fragili come i nidi delle rondini in sommo dell'immenso e inesorabile orrore.

— Di lassù cadde la ghirlanda di Vana, — disse Aldo con un accento singolare, che diede un lieve brivido a colui che montava Pergolese. — Vedi?, proprio di lassù, da quella muraglia etrusca che di qui sembra un mucchio di sassuoli.

Paolo aveva fermato il suo cavallo; e guardava, rapito nella tragica visione.

— Vuoi che la cerchiamo? — soggiunse l'adolescente, con la sua dolcezza ambigua.

S'udì il latrato di Assra, un latrato di lagnanza e di soccorso.

— Certo la cagna è al guado — disse Aldo impazientito.

E fischiò. Il latrato gli rispose. Egli fischiò ancóra. Il mugolìo esprimeva la distretta, troppo lugubre per quelle morte biancane. Egli voltò il cavallo verso il richiamo. Assra mugolava di là dall'acquitrino, disperata di passarlo. Il fischio, il comando, la minaccia non valsero. La bella creatura color di perla ondeggiava su le sue zampe delicate, implorando da' suoi dolci occhi di cortigiana seducente.

— Paolo! Paolo! — gridò il cavaliere verso il tumulo color di cenere che nascondeva il nemico. — Paolo!

Il cuore terribile gli saliva alla gola col grido; ed egli per comprimerlo contraeva la sua volontà tortuosa come quella d'una donna. Esplorò con l'occhio veloce il deserto. Riconobbe un filone inclinato di pietra arenaria giallastra ove lucevano miste scagliette di talco; e, più lontano, una cresta sbiancata, più pallida d'ogni altra. Fiutò l'aria, e vi colse un leggero nidore. Segnò con lo sguardo un cammino parallelo a quello seguito dalle impronte del duca misterioso.

— Paolo!

Il nemico mirava ancóra le alte lavine su cui ora le nubi fumigavano per quell'aria senza tempo tinta. La sua destra accarezzava il collo di Pergolese e la sua anima si smarriva in una tristezza e in un orrore irremeabili come quell'emblema sotto i cui segni egli aveva veduto straordinariamente illuminarsi la faccia alzata e la mano tesa della vergine olivastra. Udì il grido distinto sul mugolìo della cagna supplichevole e sul rombo intermesso che rombava per le alture della Valdera. Voltò il cavallo e raggiunse il fratello di Vana. Non riesciva a orientarsi in quel vallone travaglioso.

— Assra non guada?

— Andiamo lungo l'acquitrino, che laggiù finisce.

Cavalcarono l'uno dietro l'altro per un tratto. L'uno non vedeva il viso dell'altro. Gli zoccoli s'affondavano sino al nodello nel ceneraccio. La cagna era inquieta, di là dal pantano. D'improvviso partì a saetta, si perse tra le gobbe e le groppe del mattaione, squittì.

— Deve aver veduta una volpe — disse Aldo.

— Peccato che non si possa galoppare.

— Senti quest'odore di solfo?

— Viene da qualche mofeta.

Egli rispondeva senza volgere il capo, andando verso quella cresta sbiancata più pallida d'ogni altra. Si udì lo squittire della cagna.

— Guarda là su la ripa le péste di Neri Maltragi!

Ed egli spinse al trotto Caracalla su una zona d'arenaria sfarinata dai gemitivi.

— Tu passa per là; io giro il poggio. Assra! Assra!

Egli pareva eccitato come al principio d'una caccia. L'odore sulfureo gli entrava nella gola. Si volse a guardare il nemico che scompariva di là dalla cresta bianca come di salgemma e di gesso. Il cuore gli scoppiava d'orribile tumulto. La cagna non squittiva più.

— Aldo! Aldo!

Udì il grido. Arrestò il cavallo. Attese; e l'attimo fu eterno, il silenzio fu di morte su tutta la valle d'abisso.

— Aldo!

La voce era forte, era viva. Bisognava accorrere o attendere ancóra? Egli udì nettamente gli zoccoli di Pergolese risonare su un filone di pietra. Scelse con l'occhio per la ripa una crosta resistente e vi spinse la sua bestia al galoppo. Scorse dall'alto il nemico che si salvava su pel filone, travide qualcosa di biancastro giacente nello spiazzo della mofeta.

— La cagna è là morta! — gli gridò Paolo arrivandogli addosso, fermando su la cresta il cavallo ansante. — L'ho vista cadere come fulminata.

— C'è la putizza? — disse Aldo, pallidissimo, coi segni della costernazione. — Anche tu stavi per entrarci?

Paolo Tarsis scrollò le spalle e corrugò un poco le sopracciglia; poi drizzò Pergolese giù per il pendio, senza rispondere. L'adolescente guardò ancóra la carogna biancastra su lo spiazzo mortifero.

— Povera Assra! Sembra che abbia voluto morire. Aveva gli occhi troppo belli, oggi.

Discese anch'egli. Il nemico andava pensoso innanzi, seguendo le tracce ch'essi avevano lasciate. Riguadarono l'acquitrino; cavalcarono di nuovo tra i nudi tumuli, tra il tufo e il margone, per le sterpaie, per le ghiare, pel dolente deserto di cenere, in silenzio. Il giorno declinava percorso dagli spiriti frenati dell'uragano. A ponente, tra il suol marino e l'orlo della cappa eguale, il sole sanguinava come per i labbri d'un lunghissimo taglio.

Paolo si volse a riguardare le Balze che ora sembravano i crolli e gli squarci delle meschite vermiglie. Incontrò gli occhi audaci del giovinetto.

— Sai? — gli disse col suo possente sorriso. — Laggiù, dove finivano le péste, ho veduto lo spettro di Neri Maltragi. Però stasera non lo racconteremo.

— Non lo racconteremo — assentì quegli, senza batter ciglio. — Ma la ghirlanda?

Le sorelle guardavano, ciascuna dal suo davanzale; e ascoltavano a ogni istante se udissero il passo dei cavalli per gli ulivi della collina. Tuttavia le serrava l'angoscia inesplicabile e il lento tormento della sospesa tempesta affaticava sopra tutte le cose vive i loro cuori.

D'attesa in attesa crebbe l'affanno. E nell'una e nell'altra i pensieri le imagini ripresero a balzare armati subitamente di musculature leonine. E ciascuna nella sua stanza ridivenne la fiera incarcerata; e senza tregua s'agitò tra muro e muro, tra finestra e porta.

Rimbombando il tuono giù per le ambagi sterili della Valdera, crosciando le prime larghe gocciole su i lecci aspri, non più resistettero. Si cercarono, s'abbracciarono come per lottare, urtarono l'un contro l'altro i loro cuori selvaggi in una stretta discorde e concorde; piansero, si baciarono, si morsero.

Il desiderio coceva così forte il volto d'Isabella Inghirami ch'ella ne aveva onta; e all'aria aperta lo velava d'un velo, o lo inclinava in attitudini sfuggenti come s'inclina una fiaccola or a seconda or a contrasto dei soffii per evitare che il fuoco s'appicchi. Ma negli scorci irrequieti la sua bellezza si faceva tanto acuta che il cuore d'ognuno vi si feriva come contro una lama presentata di punta e di taglio. Paolo Tarsis non poteva guardarla senza che la vista gli vacillasse nella vertigine. Quando le loro pupille s'incontravano, egli scopriva tra i cigli di lei uno sguardo ben più remoto dello sguardo umano, che sembrava espresso dalla terribilità di un istinto più antico degli astri. Allora quella carne frale assumeva una grandezza insormontabile, gli appariva come un confine della vita, gli limitava il destino come un monte limita un regno. E sentiva che, per tenerla ancóra una volta fra le sue braccia, avrebbe mille volte tradito la sua propria anima e gittato leggermente il resto.

— Non posso più! — ella gli disse sotto voce, accosto accosto, con quelle labbra che erano malate di quelle parole, con quell'alito che non era il suo ma del fuoco che s'era appreso a lei come s'apprende al mucchio di legna e d'aromi per divorarlo.

Ella aveva mantenuto il divieto fino a quel giorno, veramente «candidata in foco di dolore» come nel cantico del Pazzo di Cristo. Aveva consunto le notti nel suo letto fasciata di fiamme, simile a quella madonna senese di Taddeo di Bartolo, ch'ella teneva sul suo capezzale, cinta dalle ali degli angeli rossi come dalle lingue dell'incendio. Quante volte aveva detto al suo supplizio: «Ora mi levo, ora vado. Vado perché egli non muoia. Sento che muore d'attesa e d'aridezza». Quante volte s'era levata, era andata alla porta, era rimasta a piedi nudi su la soglia, vedendo nel corridoio buio un turbinìo di faville, cercando di ascoltare il respiro di Lunella e non potendo intendere se non il fragore del suo sangue imperversato su la sua volontà vacillante! Ma riafferrava la sua anima, la teneva ferma nelle sue mani convulse, irrigidendosi contro la tentazione, quasi impietrandosi nella sua durezza, simile alla pietra cruda del Palagio onde sporgono quelle atroci pugna di ferro per gli stendardi.

Ora come il Passo del Signore, come il Libro dell'Ardore, ch'ella aveva ripreso a Vana e vuotato dei quadrifogli e riempito di gelsomini senza stelo, ella implorava l'alleviamento del suo voluttuoso martirio.

Di fiori e frutti M'è fornito il core. Di amorosi lutti E d'ardore si more. Li miei sensi tutti Languono in fervore. Tèmperisi l'amore, Ch'io nol posso portare!

La passione di quei cantici, quella «Pazzia non conosciuta», quella «Pazzia illuminata», rinnovava nelle sue notti i delirii della musica. Il battito della sua anima propagava il suo male fino alle stelle, spandeva il suo fuoco senza raggi verso le cose eterne in travaglio onde colavano a quando a quando quelle lacrime labili come per toccarla prima di estinguersi. L'Amatore «dall'anima dilatata» cantava in lei per l'amore dell'amore, come gli usignuoli indomiti che cantano finché con essi non canti l'intero Universo. Il sonno dell'alba le veniva come su la vittoria d'una vita tanto tenace da non poter essere sradicata né dalla doglia né dalla voluttà.

D'improvviso, ella si svegliava al «novo tempo d'ardore» con la figura del bacio connaturata alle sue labbra, con tutta la sua sensualità sollevata nel suo corpo come la fame d'una moltitudine.

— Non posso più.

Ritrovava le parole anelate nell'ora quando perduta era dentro di sé fuori di sé ed entrambi camminavano sul loro stesso tremito come su una corda tesa e oscillante. Ritrovava quelle parole, e il terrore di quei primi sorsi.

Anch'egli, come in quel punto, e dentro di sé e fuori di sé era perduto.

— Stanotte? — fece soffocatamente, non osando guardarla per non cedere alla violenza che gli torceva tutto l'essere.

— No. Parti. Torna laggiù. Verrò.

— Attendere ancóra?

— Bisogna.

— È impossibile, impossibile.

— Bisogna.

Vedendolo impallidire e tremare, ella ridiveniva forte e crudele contro lui, contro sé stessa. Gioiva di quella tortura come d'una profonda carezza.

— Parto stasera?

— Domani.

— Un'altra notte così?

— La più bella!

— Mi accompagnerai domani?

— No. Ti raggiungerò.

— Non posso più. Ho voglia d'ucciderti.

Egli diceva le parole d'agonia e di minaccia, debole e tremante, in preda al gorgo elementare che aggirava la sua vita come un rottame o un'alga. Erano essi in fondo al lecceto, su lo sprone della collina proteso come un promontorio verso le maligne piagge grige, verso le crete gibbose e scagliose, verso le immense biancane senz'ombra. L'impeto e l'ebrezza del volo risorsero dal loro desiderio constretto. Essi riudirono il sibilo dell'elica, riebbero sul viso il vento della rapidità, sentirono nell'azzurro la bianchezza della grande Àrdea come il colore stesso della loro gioia aerea. Imaginarono di varcare lo spazio in un solo veleggio fino al Tirreno che luceva laggiù, di là dalla Valdera, di là dai Monti Pisani, tra Migliarino e Boccadarno. Sorvolarono la pineta del Tombolo, scesero su la prateria salmastra; ritrovarono la villa solitaria, la terrazza lastricata di maiolica, il tappeto della danza, i cuscini delle carezze.

— Isa! — chiamò Aldo dall'ombra dei lecci.

La sorella si volse. Per l'opacità verdastra ove cadeva l'oro solare crivellato dalla fronda, ella lo vide venire svelto e pieghevole con in pugno una fiaccola fumante. Vana e Lunella lo seguivano.

— Vuoi che scendiamo? — disse egli avvicinandosi e guardando i due trasognati con quel suo sguardo intollerabile ove il fosforo grigio sembrava crepitare come la ragia nella torcia.

— Sì, eccoci — rispose la sorella, accesa d'un rossore subitaneo che sgomenta aveva sentito salire alla sua faccia e più divampare nello sforzo vano di dissimularlo.

Il giovinetto teneva la fiaccola discosta e riversa bruciacchiando l'erba. Era vestito di tela bianca, aveva il capo scoperto, portava i sandali; e pareva che dalla sua negligente eleganza si rivelasse la proporzione del suo corpo degna di quella che segna il ritmo nella Cavalcata fidiaca.

— Paolo, — disse — non sei mai disceso in un sepolcro etrusco?

— Sì, a Tarquinia.

— Ah, ti ricordi nella grotta del Convito quegli uomini tutti rossi, quelle donne tutte bianche.... Qui non ci sono pitture; ma vedrai che ornamento!

— E chi sa quanti pipistrelli! — disse Isa rabbrividendo. — Forbicicchia, non hai paura?

La salvatichetta si stringeva contro il braccio di Vana, lanciando di tratto in tratto un'occhiata torva all'ospite, di sotto il lustro nero blu della sua capellatura.

— Mi farai cadere — fece Vana sotto voce, vacillando giù pei sassi della viottola.

— Quest'anno non dev'esserci entrato nessuno — disse Aldo. — Il caprifoglio ha quasi ricoperta l'imboccatura del cunicolo.

— Sai, Aldo, — disse Isa, rapida — Paolo se ne va domani.

— Di già?

Vana s'arrestò, soffocata dal fumo della torcia che la investiva.

— Duccio, tu ci affumichi! — si lagnò Lunella.

— Paolo, e non vedrai i bulicami di Monte Cèrboli dopo le bolge di San Giusto.

— Sì, sì, — fece Isa — domani l'accompagneremo fino ai Lagoni: è un tratto di strada.

— Lungo la Cècina perfida, forse t'apparirà un altro cavaliere avventuroso che fece il viaggio equestre agli Inferi uscendo da Volterra: Michele Marullo.

Non era acre di sarcasmo, non era dubbia d'ambiguità la voce dell'adolescente quando si volgeva al nemico; eppure dava a Isabella una così penosa inquietudine ch'ella s'affrettava a coprirla col suo tono gaio, come se l'ultima sillaba lasciasse nell'aria uno strascico d'odio.

— E non lo racconteremo — disse Paolo Tarsis sorridendo male.

— Che cosa? che cosa? — domandò Isabella.

— Abbiamo un segreto — disse l'amato.

— Il segreto di Neri Maltragi — disse il portatore di fiaccola ridendo su l'ingresso dell'ipogeo, sotto i festoni di caprifoglio, tra l'ondeggiare degli ultimi papaveri e delle alte avene. — Oggi io sono il savio duca.

E disparve nel profondo corridoio mortuario.

— Che segreto? che segreto? — ripeteva Isabella sbigottita, entrando nel buio dietro i guizzi rossastri della torcia fumosa.

Tutti rabbrividivano, ché il gelo sotterraneo si faceva sempre più crudo.

— Lunella, hai freddo? hai paura?

La bimba si stringeva sempre più al braccio di Vana. L'orrore della tenebra la percosse. Ella s'arrestò di sùbito. Pontando i piedi, tentava di trascinare indietro la sorella.

— No, no, non voglio andare!

— Vieni, vieni, piccola. Non aver paura.

— Non voglio.

— Vieni. Guarda com'è bello!

Erano nella vasta tomba partita in quattro tribune e sorretta da immani pilastri tagliati nel medesimo tufo che cavato formava la volta. Le casse cinerarie biancicavano su lo zoccolo intorno sporgente; e le figure adagiate su i coperchi quadrilunghi, poggiate sul cubito manco, le figure obese dei defunti dal grosso labbro semiaperto erano in pace, con nella destra la patera, il flabello, le tavolette. Ma su per i pilastri, ma su per la volta, ma su per le pareti una misteriosa vita serpeggiava s'intricava s'aggrovigliava, una vita di silenzio e di ribrezzo, vegetale e animale, tòrtile e pènsile, informe e multiforme, a cui gli sbattimenti intermessi della fiaccola parevan dare aspetto innumerevole di scaglie e d'ali, moto indistinto di palpito e di respiro.

— Forbicicchia, Forbicicchia, non aver paura. Guarda! — gridò Aldo sollevando il braccio con tutta la sua forza e percotendo con la torcia il viluppo strano.

Due ali aguzze sbatterono, una cosa floscia strise, si rappigliò, si raggricchiò, ma non venne a terra.

— I pipistrelli! I pipistrelli!

E Forbicicchia e Morìccica e Isa, tutt'e tre, gridarono, si serrarono, si scansarono.

— Lasciali! Lasciali! Non li aizzare! Se volano, ci tagliano.

— Non si staccano. Muoiono, ma non si staccano.

Aldo teneva la torcia levata. E appariva, per tutto, il prodigio di sotterra. Dalle fenditure e dalle crepe le radiche degli antichi lecci eran penetrate diramandosi e moltiplicandosi; avevano occupato con le lor mille e mille barbe e barbucole tutta quanta la volta, rigirato i pilastri, conquistato gli spartimenti fino allo zoccolo, in guisa di reti e di graticci tessuti di corde strambe; e per l'umidità accagliata sul tufo inserendo le minutissime fibre dentro gli screpoli cercavano ovunque l'umore dell'ombra. Spessi come i ragnateli in una soffitta, ciondolavano dalle radiche i pipistrelli nerastri, attaccati coi piedi di dietro, fasciati dalle membrane grinze, solo sporgendo il muso e gli orecchi tra la commettitura dell'ali. E tanto eran tenaci che parevan fare con le radiche una sola vita mostruosa, come se gli alberi fogliassero sotterra quel fogliame floscio e v'incominciassero a formare gli occhi per guatare nel sepolcro.

— Non sì staccano. Si lasciano schiacciare, si lasciano sbruciacchiare, ma non si staccano — bramiva Aldo seguitando a percuotere con la torcia gli ostinati, invaso da una specie di frenesia crudele. — Muoiono, ma non si staccano.

Morivano dibattendo l'ali, stridendo. Si raggruppavano, si raggrinzivano, pesti, arsi, con un puzzo di strinato, con un sibilo di vessiche sgonfie; ma restavano appesi pe' loro uncini alle radiche.

— Giù, giù, uno almeno, uno almeno!

Vana, Lunella, Isabella non più parevano sbigottite ma s'erano disgiunte per seguire quel folle gioco; e, prese dal contagio, accompagnavano la distruzione con le loro voci rotte. Per arrivare alla volta, l'affocatore si drizzava con tutta la persona, sobbalzava e trasaltava come in una danza incomposta. Le faville crosciavano intorno al suo capo veemente. Egli sapeva evitarle. I suoi occhi lampeggiavano a quando a quando, nella luce rossa e fumosa, verso Isa che per istinto secondava coi moti involontarii l'insania del fratello.

— Non uno! Non uno!

Subitamente, a una percossa più cruda, la fiaccola si spense. Tutto il sepolcro fu nero.

Lunella gittò un grido acutissimo di terrore, senza muoversi, impietrita per alcuni attimi.

— Vanina! Vanina!

La fiaccola era a terra, accusata dalla moccolaia ancor rossa. Pareva che l'insania roteasse nella tenebra.

— Vanina! Isa!

A un tratto, Paolo si sentì toccare. La sua mano fu afferrata, fu premuta da due labbra fredde, perdutamente.

— Isa!

Come nel più lungo giorno, come sotto l'azzurro e l'oro intersecati dalla parola spaventosa, Isabella aveva ceduto intera la bocca al bacio selvaggio. Aveva sentito all'improvviso le dita tremanti palparla, prenderla pel mento e per la nuca, tenerla forte. Aveva sentito una sete mortale aspirarle il più profondo fiato, come allora. Nel primo istante, nella cecità della brama, avviluppata dall'irresistibile fiamma, aveva ceduto intera la bocca, quel che nella bocca aveva di più nudo e di più occulto.

Non era il bacio dell'amante! Era un bacio di frode e di perdizione. Se n'accorse essa, si dibatté, respinse la violenza, con un fremito che i pianti disperati di Lunella copersero.

E tutto durò qualche istante, e fu eterno, sotterra.

Su la strada delle Moie, dove per la continua pioggia notturna la polvere era divenuta melma simile al mattaione nel color cupo di cenere, la Città di vento e di macigno apparve crucciosa e minacciosa nel cielo piorno.

Paolo Tarsis la guardò mormorando:

— Addio. Non tornerò più mai alle tue porte.

Vana gli era vicina. Aveva quella povera faccia stravolta ch'egli conosceva bene per averla già veduta al lume delle fiammelle funeree. S'erano fermati per un lieve guasto alla macchina. Erano discesi, mentre il meccanico lavorava nel cofano aperto. Aldo e Isabella li precedevano, diretti alle Pomarance e ai Lagoni. Ora non pioveva; ma i nuvoli acquosi aggravavano tutta la Val di Cècina sino alla Maremma trista, fra le cime vaporate di Castelnuovo e quelle di Campiglia.

— Mai più? Non tornerete mai più? Non vi vedrò mai più?

Novamente l'orrore dei presagi la riempiva di visioni e di grida; ma le grida gridavano dentro di lei, e la sua voce non era se non un'ambascia appena udibile.

— Anche voi, povera piccola buona, non avete abbastanza sofferto? Ricomincereste a vivere giorni come questi? Tutto è preferibile a quest'inferno.

Ella disse, non creatura di carne ma spirito d'angoscia abbrancato all'amore:

— Tutto è preferibile all'assenza, all'esservi lontana, all'essere dimenticata. Non vedervi è peggio della morte. Io rimpiangerò quest'inferno.

Egli avrebbe voluto chiuderle la bocca, porle su la bocca la mano ch'ella aveva premuta nel sepolcro.

— Vana, Vana, che farò io se mi parlate così? dove ritroverò il mio coraggio?

Ella volgeva il suo sguardo di supplicazione a tutte le cose; ella prendeva il suo cuore e l'opponeva allo spazio, l'opponeva al tempo; prendeva il suo dolore e sbarrava la strada, murava l'orizzonte, serrava ogni varco.

— Perché mi avete tratta fuori da quel buio? Ora tutta la terra è vuota sotto di me, e non ho se non la volontà di sprofondarmi. In quell'attimo di demenza, quando cercavo la vostra mano, la cercavo come si cerca qualcosa che ci farà morire. Ero certa che non poteva esserci più nulla, dopo. Ero certa. Pensavo: «Ecco, tutto il male che porto sta per cessare. Ora tutto finisce. Non ci sarà più nulla. La luce non tornerà più. Non vedrò più nessun viso terribile». Vi giuro che questo avevo nell'anima, in quell'attimo, che questa era la mia demenza. E non so dire, non so dire; ma ieri mi sembrò che la luce mi profanasse, che qualcuno mi avesse disseppellita e rigettata nella vita come in una di queste pozzanghere, con la faccia nel fango.

Ella parlava con bassissima voce, come allora là dove il silenzio era suggellato. Egli riceveva ogni parola come un aumento di dolore, come una pena che entrasse nella sua pena e la dilatasse e risollevasse dal fondo qualcuna delle forze che un tempo avevano fatta la bellezza della sua guerra. Gli pareva di riudirla nella sua solitudine di quella notte, con qualcosa di quella sua potenza e di quella sua pietà. Il pianto che colava sotto quella voce senza inumidirla, gli pareva quello ch'ella aveva pianto dentro di lui innanzi al compagno esanime, quello che tanto gli era stato dolce nell'arido lutto. Una commozione dileguata gli si riadunava dentro: egli la sentiva crescere fino alla pienezza. E, come per una fenditura irreparabile, una fuga era in lui continua, una fuga dell'intima sua sostanza, quasi che di continuo il suo sangue, le ossa del suo petto, gli organi stessi del suo respiro divenuti un solo miscuglio fluido e affannoso lo abbandonassero, se ne andassero, seguissero una traccia, un cammino: la corsa di quei due già fuori della vista, già scomparsi nella caligine.

— È la seconda volta che io sopravvivo a quel punto della mia vita, che mi pareva il supremo. E non so morire, come non ho saputo essere quella che tace e s'immola accanto a colui che ignora e non cura. Non so morire e non so vivere, e neppur so più dove io sia. Ma dove posso essere se non in colui che amo? Lasciatemi, lasciatemi dire questa parola, lasciatemela dire, per la prima volta, per l'ultima volta, senza speranza e senza vergogna. Non so come si sia separata dal mio cuore, a un tratto, e sia salita, e sia uscita. Vi amo, vi amo.

Ella chiudeva gli occhi, come se le ciglia prendessero fuoco da quella parola; chiudeva gli occhi, levava il mento, alzava il suo stretto viso olivigno fasciato dal velo come da una benda; mostrava un viso di cieca e di sorda, un viso di creatura chiusa in sé stessa, che non vede e non ode e non abbandona quel che ha afferrato con tutta la forza dell'anima come con le due branche, non l'abbandona, non lo lenta, sinché non ne sia uccisa, non ne muoia.

— Vi amo.

Egli la guardò con uno sgomento che lo rapiva come dinanzi a un'incarnazione mistica; guardò quella parola che non sonava come un suono ma si foggiava come un'effigie, si stampava come un'impronta, si faceva figura umana in sigillo d'eternità. E la medesima parola gli apparve impressa nell'altro volto, nel volto consanguineo, ch'egli aveva avuto accosto su per la medesima erta nella vampa del solleone. «Mi ami? mi ami? Sei bruciato così anche tu? Non c'è più nulla in te se non il tuo desiderio? Diménticati, diménticati....» E seppe quel ch'egli perdeva, ma non temette quel che l'attendeva. Un presentimento gli ondeggiava nel fondo e non prendeva forma; e pareva a lui che, se avesse potuto fermarlo e interpretarlo, avrebbe avuto la chiave della sua sorte.

— Come risponderò? — disse egli; e Vana sentì nella voce maschia un tremito che per lei tremò sopra tutta la solitudine. — Come potrò io separare dal mio cuore la sola parola che dovrebbe esser detta?

Con gli occhi sbarrati ella fu cieca un'altra volta, fu senza lume come chi sta per perdere i sensi e per piombare a terra. Il mondo roteò intorno a lei come il vortice intorno al naufrago sommerso. — Qual'era, qual'era quella sola parola? la medesima ch'ella aveva osato proferire? — Il baleno dell'illusione bastò ad atterrarla. La paura della felicità fu infinitamente più grande che la paura dello strazio e della morte. Ella attese che la gioia la folgorasse. La voce si tacque.

— Addio? — gridò allora ella senza grido. — È questa la parola? Addio?

— Vana, cara cara piccola sorella, ho dentro di me il silenzio di quell'ora, il silenzio che respirammo davanti al mio compagno disteso, quando voi poneste il fascio delle rose su i piedi congiunti. Vivrete sempre dentro di me con quel silenzio che è la più profonda pausa della mia vita. Non vi mescolerò mai alle cose torbide e crudeli. Vi difenderò pur contro me stesso. «Io sono la fidanzata segreta di colui che è là, dietro quelle cortine, senza vita.» Come potrei violare il mistero di quella notte? Piangeste il pianto che io non potevo piangere. Ma è rimasto su voi non so che bagliore, qualche cosa che riluce soltanto per me, qualche cosa che non deve più spegnersi: quell'ultimo sorriso che voi raccoglieste.

Ella ascoltava, con gli occhi verso la terra, verso la cinerea melma solcata dai carri; e non sentiva la tenerezza di quella voce, ma soltanto sentiva com'egli la separasse da lui, com'egli ponesse irreparabilmente tra loro quel sorriso quelle rose e quell'Ombra.

— Per ciò non so che darei per vedervi sorridere, piccola buona. Quando guardo un cielo piovoso come questo, con qualche sprazzo che sfugge tra i nuvoli, ho sempre l'ansia di vedere apparire l'arcobaleno, quello che al domani mi apparve nel volo più alto, come il suo segno. Quando guardo la vostra pena ho un desiderio infinito del vostro sorriso; che è vostro e che per me è anche l'ultimo suo. Voi siete l'imagine della mia parte di bontà di fedeltà e di purezza, che la sorte m'aveva data e poi m'ha tolta; siete il ricordo di quella limpida gioia che il mio compagno ha portata con sé nel buio e non riavrò più mai. Ah, se potessi liberarvi dal male, proteggervi da ogni sciagura, essere il vostro fratello vigilante e distante!

Ella ascoltava, con gli occhi verso le selci aguzze, verso la carreggiata tortuosa, verso i cumuli di creta ove le rosure dell'acqua si disponevano come le nervature nelle foglie macere o come le rughe e le grinze nelle zampe enormi dei pachidermi schiaccianti. In tutte le cose s'addensava una tristezza tetra, una pesantezza brutale, una inimicizia inerte. «È la prima volta che porto un fiore nel cielo. Crede che sia leggero? Forse pesa quanto un doppio destino.» Ah, certo, ella non sapeva che tanto potesse pesare una rosa! E, sapendo che la crudeltà può rendere felice, non sapeva che la dolcezza potesse di tanto accrescere un male già insostenibile.

«Distante!» Aveva bene udito? Egli non parlava più: camminava al fianco di lei, ridivenuto silenzioso, a capo chino. Ella udì il suono del passo sul suolo molliccio. Attese ch'egli parlasse ancóra. L'intervallo si prolungava. Entrambi calpestavano il silenzio. Ma per lei la parola ultima si moltiplicò in ogni orma, si sparse nella solitudine, raggiunse l'orizzonte, fu lo spazio, fu l'immensità, fu ogni cosa lontana e inaccessa. L'ululo della sirena lacerò l'aria grigia. Entrambi sobbalzarono e si volsero.

— Il meccanico avverte che la macchina è pronta — egli disse.

E s'accorsero che, invece di discendere a valle, erano risaliti a monte.

— Siamo tornati verso Volterra — egli disse. Ella disse, amara e violenta:

— Verso la maledizione, verso la dannazione.

Sostarono, prima di rifare il cammino. Guardarono la Città funesta de' cui peccati troppe volte Iddio trasse vendetta col ferro col fuoco con la fame e con la pestilenza. Mentre in basso l'aria era morta, lei percoteva la sua bufera eterna; ché i cipressi di sotto la Rocca svettavano, i lecci di sotto il Castello tumultuavano. La fuga delle nuvole testimoniava la saldezza delle mura, delle torri, delle porte, che tra fumo e grumo ritenevano indelebili i colori dell'arsione e della strage. La torre del Pretorio annerita dal solfo che soffocò Pecorino e il Barlettano gittati in piazza su le picche e le corsesche; l'immane prua di mattone appuntata a levante dallo smugnitore Gualtieri fatto tiranno; la porta a Selci spalancata dai consanguinei dei fuorusciti ai mercenarii di Federico Montefeltro; la porta all'Arco che serrò tra valva e valva Bocchino Belforte scavalcato dal figlio d'Inghiramo Inghirami e infunato come belva; la porta di San Francesco dai tre merli ignudi onde penzolò impiccato il tamburino del Maramaldo; il bastione di Docciola ove a scherno di Fabrizio notte e dì miagolarono i gatti infissi negli spiedi lunghi; il Mastio fortificato d'ingiustizia e di dolore, che disfece la bellezza di Caterina Picchena premuta dallo spettro sanguinoso del paggio; le case munite, dalle cui finestre grandinarono le pietre pugnerecce moltiplicate da quella che Luisa Minucci scagliò al fante invece di pane; ogni casa, ogni torre, ogni muro, ogni porta issava un fantasma di virtù, d'eccidio, di rapina o di tradimento. «Sacco! Sacco!» Notte e dì, senza tregua, la ràffica vi simulava il selvaggio urlo che tante volte aveva agghiacciato il cuore della Città funesta: «Sacco! Sacco!»

— Addio, Volterra — sospirò Paolo Tarsis, oppresso dalla forza di passione e di destinazione ch'esprimevano i macigni squadrati e collegati sul monte precipite.

— Chi sa! Chi sa! — disse Vana, ridivenuta intorta e nascosta. — Forse ci tornerete, a cercare ancóra una volta invano la ghirlanda di rose gialle.

Si voltarono, rifecero il cammino verso la macchina che rombava su la via aspettando di riprendere la corsa.

— Forse che sì forse che no — soggiunse, piano, con un sorriso che poteva anche esser l'ultimo, la fidanzata dell'Ombra.

Egli patì silenziosamente la trafittura. Non parlò più. Fu intento agli ignoti disegni che gli nascevano dall'angoscia e scomparivano pel cammino ov'egli s'affrettava piegato sul volante per raggiungere quella che aveva sospeso il suo amore tra la sentenza del Laberinto e l'enigma delle Pause.

Alle Moie i fumaiuoli rossi e neri fumigarono tra i cipressi. La Cècina luccicò nelle ghiare, dietro le file dei pioppi. Le biancane desolate s'avvicendarono coi macchioni aspri. Dileguò il colle delle Pomarance coperto dai lastroni d'arenaria cavernosa, tutto scavi e risalti. Monte Cèrboli apparve inerpicato su per la sua rupe conica di gabbro. Le ripe incenerite della Possera biancicarono, come il tristo ruscello ove Filippo Argenti ingozza il fango. L'odore sulfureo, la nebbia del bollore, il sibilo e il rugghio annunziarono la valle infernale.

— Come hanno corso! — disse Vana discendendo nello spiazzo. — Sono già entrati nell'inferno.

Involontariamente Paolo affrettava il passo, avanzando la guida che li conduceva. Un fumo denso candido caldo a un tratto li avviluppò, li accecò, li soffocò. Si arrestarono brancolando. Si presero per le mani, non più scorgendo il suolo dove posavano. Un fragore di vulcano rimbombava per tutta la pendice del monte. Colpi improvvisi di vento abbattevano i nugoli del vapore, li sparpagliavano, li spazzavano, scoprendo i bulicami bui, i cumuli di ceneraccio e di sassi, i getti d'acqua e di fango. I nugoli si riaddensavano, palpitavano intorno alle buche, si laceravano ai castelli di travi, alle gigantesche trivelle, ai tubi di ferro per ovunque diramati, ora proni ora irti, in intrichi rugginosi e ruggenti.

— È l'inferno.

Giravano per la lorda pozza. L'acqua, simile a una broda bigia, viscosa, untuosa, bolliva levando bolle simili a vesciche involute di belletta, che a ogni scoppio schizzavano falde di fango contro le ripe tinte di giallo e di sanguigno. Bolliva e soffiava come se per entro vi salisse l'ànsito e il gorgoglio dei dannati fitti nel limo, come se nel fondo vi s'agitasse la mischia perpetua degli iracondi. Di tratto in tratto una bolla vi si gonfiava smisuratamente, con la violenza di una scaturigine: pareva fosse per rompersi e per iscagliare tra spruzzi e schiume un groppo di genti fangose che a brano a brano si troncassero e dilacerassero. Un getto di vapore con un sibilo assordante vinceva ogni altro strepito. Il fetore del solfo riempiva la vasta nebbia estuante.

— È l'inferno. Dove sono? si sono perduti?

Giravano di proda in proda, di bulicame in bulicame, e non udivano le loro parole nel fragore che le copriva, nel vento che le rapiva, nel fumo che le affiochiva. Vacillavano su le pomici nere e rosse, su l'alberese calcinato, su i crepacci del loto misto di tritumi e di croste. Non un filo d'erba, non uno sterpo, non uno stecco su le ripe dolenti. Il suolo sgrigliava sfarinandosi, sgretolava tritandosi sotto i piedi come i rosticci del ferro colati dalle fornaci, come la carbonella cenerosa avanzata dai forni. A quando a quando da uno spiracolo terragno un soffio torrido li investiva, con l'anelito d'un torace immane che il macigno gravasse. Un rigagnolo di sangue fumido attraversava il passo: era tinto dallo scolo d'uno strato di rubrica, dopo la pioggia dirotta. Una ràffica repente schiacciava il vapore contro il suolo, lo ricacciava nelle pozze, lo addensava negli anfratti del monte. Tutto si confondeva nella nebbia crassa.

— Si sono perduti? Chiamateli! Chiamateli!

Allora, l'una contro l'altro, avvolti dal fumo che nascondeva ogni cosa e anche la loro angoscia frapponendosi tra i loro volti, essi chiamavano, chiamavano. Rispondeva il sibilo dei soffioni, il gorgòglio dei bulicami, il rugghio dell'ira sommersa. Di là da un ripùtido bollente, di là da un turbine di vapori che s'avvallava per una lacca smorticcia, la voce del fratello rispose finalmente.

Videro su per la ripa avvicinarsi le ombre indistinte, traudirono parole interrotte.

Come Paolo per entro alla lacerazione del nugolo basso moveva incontro girando la proda solforosa, Vana gli abbrancò il braccio e lo trattenne. Lo trattenne con un guizzo di forza.

— Addio — gemette; poi gli si abbandonò addosso, come esanime.

Aldo era là, Isabella era là, spiriti esciti dalla bufera infernale.

— È svenuta?

Non intendevano quel che dicevano. Il vento li fasciava di fumo, empiva di fumo i loro occhi, le loro bocche. Per farsi intendere gridavano. Gittavano un clamore confuso intorno al corpo inerte. Tutta l'ira sommersa soffiava e rugghiava intorno a loro.

Per trarla fuori da quell'inferno, Aldo e Paolo sollevarono di peso la creatura che non vedeva più, che non udiva più, che non aveva se non una parola impressa sul suo stretto viso olivigno fascialo dal velo come da una benda sacra.

La portarono a traverso la nebbia, di proda in proda, di bulicame in bulicame, giù per la lorda pozza. Una pioggia fredda e greve si riversò sul bollore che parve fumigar più forte. Essi credettero andare verso nuovi tormenti e nuovi tormentati, come in un sogno d'oltremondo. Più forte rimbombava il fragore dietro i loro passi incerti. Tutte le genti fangose doloravano.

— Vana! Vana!

La sorella accosto accosto seguiva il trasporto. Con le sue mani e col lembo del suo velo, curvandosi, ella cercava di difendere dalla pioggia il viso esangue.

— Vana!

Curvandosi fin su la gola, a quando a quando ella gridava il nome, con uno spavento che le cresceva di traccia in traccia. E curva attendeva che le lunghe ciglia ripalpitassero.

Illustration from Forse che sì forse che no
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