LIBRO SECONDO. (continued 2)
Reading edition
— Pensi all'Orco di Lunella?
Egli ebbe in sé un terrore più profondo del primo tremito, perché quella irrisione gli rinfacciava il patto di morte. Ed era simile a colui che, per tentare un gioco terribile, si serve d'un istrumento micidiale e a un tratto s'accorge che questo lo trascina con una volontà cieca assai più potente della sua e che la sorte s'inverte perché egli non è omai se non una misera cosa trepidante avvinta a una veemenza indomabile. Bisognava dunque veramente morire? Non era più tempo d'indietreggiare? Bisognava adempiere il proposito e il patto?
— Andiamo — disse Vana. — Andiamo alla Badia.
Egli non le lasciò la mano ma la tenne nella sua ancóra convulsa. Non egli ma la giovine vita delle sue vene, più forte della sua angoscia e della sua onta, si attaccava con tanta tenacia alla vita di quelle vene e si confortava nel calore persistente. Respirava, sottraendosi al fàscino tetro.
Disse, e la voce aveva un suono sordo e falso come per una fenditura del metallo:
— Era forse per oggi? Ma la vertigine poteva prenderti su l'orlo. Perché lasciare al caso quel che è premeditato?
Il disdegno riapparve nel lievissimo sorriso di lei. Ella non rispose. Ora un dèmone spavaldo la trascinava, quasi che dalla debolezza del fratello venisse a lei qualcosa di virile, una superiorità maschia. Camminava con la testa alta, con un passo franco e spedito, lungo il filo di ferro irto di punte come un rovo da piegare in corone di spine, che teso fra le stele rozze di pietra chiudeva l'orto innanzi al grande edifizio di color tra di ruggine e di piaga. Il fratello la teneva per la mano; ma ella aveva l'aria di condurlo come un fanciullo, come se a un tratto i due anni scarsi di differenza fra le loro età fossero divenuti dieci.
— A ciascuno la sua ora e la sua scelta — disse alfine, senza gravità ma con una sprezzatura quasi lieta. — Lasciamo i compagni di viaggio imaginarii su le urne etrusche.
Egli sentì ch'ella lo umiliava. E si formò in lui, sul suo terrore istintivo, uno di quei sentimenti fittizii che a un tratto occupano e deformano l'anima giovenile.
— Vana, ti insegnerò una cosa — disse soffermandosi. — Una volta, per guardare bene in fondo, mi misi a giacere bocconi su l'orlo, col viso sporgente nel vuoto. Per ciò dianzi t'ho detto: non così.
— Ah!
«Non è vero» fece ella dentro di sé. E sciolse la mano da quella del fratello; e sembrò ch'ella riprendesse anche la parte di dolore che aveva lasciato scorrere in lui. E, come la gora si rigonfia e colma gli argini se il varco sia occluso, quel dolore le rifluì su tutta l'anima e s'aumentò. Ella riebbe intero il sentimento della sua solitudine. Pareva lo contenesse dietro le sue labbra serrate, dietro la sua fronte contratta, nella fermezza di tutto il suo viso smagrito. Camminava sola, innanzi, su per il pendio erboso, tra i lunghi cipressi schiomati, tra i piccoli olivi distorti. Portava il cappello tessalico dalla ghirlanda di rose gialle, ch'era la sua ghirlanda funebre; e il vento le scoteva le larghe falde intorno ai pensieri, le sconvolgeva i fiori di seta, come s'ella fosse di nuovo entrata nel turbine dell'elica. E di nuovo le pareva che la paglia risonasse come il bronzo d'una campana e che nel rombo le parlasse il fantasma. E ripeteva a sé stessa: «Io sono la fidanzata secreta d'un'Ombra». Rivedeva il sorriso vivente di Giulio Cambiaso, i denti minuti e puri come quelli d'un bimbo; credeva che nessuna creatura umana fosse stata per lei tanto dolce e nessuna le fosse ora tanto vicina. Gli diceva: «Fra poco, fra poco verrò». Lo riamava d'un amore sublime, come quando era coricata sul letto nella notte di Brescia aspettando l'ora di sciogliere il vóto.
— Perché corri così? dove vuoi andare? — disse il fratello che la seguiva ansioso come s'ella lo traesse a un immediato destino.
— Corro?
Non s'accorgeva di correre; che tutte le cose intorno avevano l'atteggiamento dell'assalto o della fuga. Le nuvole inseguendosi parevano rasentare le muraglie diroccate, lacerarsi agli spigoli della torre mozza. Tutta la campagna gibbosa era sonora come se ogni monticello fosse un timpano rovescio. Simili ai sassi scagliati dalle frombole i rondoni fendevano l'aria con acutissimo strido e sparivano come se colpissero il segno incastrandosi nel nemico percosso.
— Vedi? vedi questa piccola porta, Aldo? È stretta, come quella di Mantova, come quella delle Pause, dove dicesti: «La canzone che non canterai, Morìccica». Te ne ricordi? Non ha i dischi di marmo nero; ma hai tu mai veduto un'edera più nera di questa?
Era una porticella di pietra, con l'architrave carico di nera edera. Quando ella pose il piede sulla soglia rotta, Aldo ebbe il cuore in sussulto come se la vedesse sparire per sempre. Egli non riusciva a dominare la sua paura cieca. Ogni pietra era alla sua imaginazione come nelle urne il limite sepolcrale ove i congiunti arrivano e si accomiatano. Né poteva egli rimanere di qua. Ma passò anch'egli la soglia e non entrò nel buio: vide oltre il murello e gli sterpi, le maligne piagge nello sprazzo del sole colcato, i meandri delle vie dubbie, qua e là un luccichìo di acque sinistre.
— La canzone che non canterai! La canzone che non canterai! — ripeteva la moritura sorridendo e guardando il giovinetto con uno sguardo che lo agghiacciava come fosse il suo medesimo veduto di notte in uno specchio quando l'imagine specchiata non è la nostra ma quella dell'intruso che abita in noi e usurpa la nostra sostanza.
— Perché, sorella, ti sei sciolta dalla mia mano? — egli le disse. — Perché ora mi separi da te?
Ella non distolse da lui lo sguardo intollerabile. Disse:
— Di che soffri?
E aspettò, senza crollo nell'agitazione del vento.
L'orrore s'accumulò in quel breve spazio, contro il muro diruto dell'abside scoperchiata, sotto la torre mozza, fra le macerie che serbavano il vampo canicolare. Pareva ch'ella dovesse chinarsi, raccogliere una pietra e scagliarla.
— Ah, che importa, — rispose egli cupamente — se voglio morire?
— Lasciami sola! Lasciami sola! — ella proruppe con una violenza repentina. — Non ti conosco più.
— Sei folle, Vana.
Ella scansò il gesto del fratello, rivalicò la soglia, entrò nel chiostro; camminò lungo i gialli pilastri quadrangolari, tra le fascine di sermenti, tra le mannelle di paglia. Il cigolìo incessante dei passeri era triste come il rumore della gran falce invisibile il cui taglio fosse da taluno assottigliato su le lastre disgiunte intorno il pozzo cinto di ferro al pari d'una cripta o d'una muda.
— Attinia! Attinia!
Ella chiamava la custode della Badia, che la riconobbe alla voce e accorse festosa. Ossuta, adusta, con le labbra sottili, con gli zigomi forti, con le orecchie discoste, somigliava quell'Etrusca della gente Cæcina adagiata su l'urna ov'è scolpito il viaggio in carpento. Portava su i capelli lisci il grigio feltro volterrano. Parlava della sua annata, del suo uomo, della sua figliuolanza, del suo asilo scosceso con una bontà paziente, con una pazienza serena.
— Attinia, lasciami rivedere il cavallo bianco.
— Ah, se ne ricorda sempre? Ora prendo le chiavi.
Una bambina seminuda tirò la donna pel grembiule e barbugliò:
— Mamma, c'è il pazzo.
La donna soggiunse:
— Venga, venga. Non abbia tema. È buono.
E s'avviò pel chiostro; che aveva su ciascuna parete interna piccole porte cieche di pietra murate di mattoni, ove nessuno entrava più, onde nessuno usciva più.
— Ne hai preso uno anche tu, quest'anno, Attinia?
— Che vuole? Bisogna campare. Ma è tanto docile.
Anch'ella s'era adattata alla nuova industria del contado. Aveva ricevuto in custodia dalle case di San Girolamo un demente, e l'ospitava e accudiva ai suoi bisogni e alle sue miserie, e ogni settimana lo riconduceva laggiù per mostrarlo ai medici; poi, fatta la visita, lo riprendeva in casa, lo mescolava alla vita familiare, con la tranquillità della gente semplice dinanzi all'uomo vivo divenuto più misterioso del cadavere.
— Come si chiama?
— Viviano.
— Di dove?
— Della Maremma trista, della terra di Soana.
Aldo rivide la morta città degli Aldobrandeschi, scolpita nel tufo come un sepolcreto, fra i due lordi fossi febbricosi.
— È giovine?
— Di mezza età. Ma buono, poveretto. Vuole di molto bene ai bambini. Porta al pascolo la mucca. Parla poco. Sempre sorride.
S'erano soffermati su la soglia del Refettorio. Il cigolio dei passeri non si quetava mai, ma ben lasciava udire il profondo gemito del vento nelle vuote mura. La porta era socchiusa; la chiave era nella serratura e le altre in fascio pendevano da quella, rugginose.
— Passi, passi pure — diceva la donna spingendo l'imposta.
— Vana, Vana, non entriamo — pregò Aldo all'orecchio della sorella. — Non facciamo questo! Andiamo via.
Vana entrò con risolutezza, come superando un impedimento; e rapida guardò intorno, guardò in tutti gli angoli, scrutò tutta l'ombra. Il gelo le colava giù per le spalle. Il Refettorio era deserto. Ella rivide su la parete il gran cavallo bianco cavalcato dal cavaliere portatore dell'Aquila; e, lì presso, i Santi spettrali dalle lunghe cappe bianche. Il vento scoteva le assi inchiodate alle finestre, che scricchiolavano. Una sala era aperta; e v'apparivano le Balze, e sul ciglio la nuda mole di San Giusto simile a un colosso di ghisa, e la strada curva su la collina magra, e il pallore tormentoso dell'uliveto.
— Non eri mai entrato qui, Aldo. Eppure te ne ricordi. Sono certa che te ne ricordi. Siamo ancóra nella Reggia d'Isabella, siamo nel Paradiso. La voragine ha inghiottito i giardini, la canicola ha prosciugato la palude, l'oro e l'azzurro sono distrutti. Sono rimasti i ragnateli, si sono moltiplicati, non vedi?, tremano dovunque. Un ragno ha presa l'ape.
Ella gli parlava sommessamente, con un aspro ardore in cui l'ironia strideva come il sale sul carbone rosso.
— Guarda là: è rimasta la cappa del camino squarciata, è rimasto il nero della fuliggine, il mattone sgretolato, il calcinaccio, l'odore della muffa, l'odore della morte, e nulla più. Nulla più, fuorché il nostro orrore nascosto. E andiamo, andiamo ancóra, di soglia in soglia, di stanza in stanza, andiamo dunque, cerchiamoci, chiamiamoci ancóra. «Aldo, dove sei? Ti sei perduto?»
Ella lo teneva pel braccio, e lo stringeva, e gli parlava come dentro l'anima; e pareva che avesse smarrita la ragione, e pur pareva che nella più remota profondità tutto vedesse. E quelle parole ch'ella aveva gridate nell'ombra della ruina irremeabile, ora le ripeteva con una voce segreta che scavava il petto al fratello non confessato e glie lo empiva di sgomento.
— Ma non ci ritroveremo, ma non ci abbracceremo come allora, non piangeremo insieme senza lacrime. Tutto è nudo, non c'è più traccia di bellezza, non c'è più nulla per sognare.
Ella s'arrestò e sobbalzò; poi fu tutta di gelo.
— Guarda quella porta. Guarda chi c'è, nella Reggia d'Isabella!
Una larva smorticcia era apparita su la soglia, venuta dal fondo d'un muro cieco, dal fondo dell'opaco silenzio, come una di quelle figure estinte che l'intonaco ancor serrava presso il grande cavallo bianco.
— Viviano, salutate — disse la mite Attinia ch'era indietro riguardosa.
La larva fece un gesto vago, si scoperse il capo. S'avanzò. Non era un uomo, era un sorriso, era come un sorriso in una pietra. Da quale recesso dell'ombra veniva egli? che aveva veduto? che aveva ascoltato? quale suono era per uscire dalle sue labbra scolpite come quelle dei vecchi idoli dipinti che sorridono all'inconoscibile in eterno?
Vana e Aldo, l'una presso l'altro, mentre egli s'avanzava, con un moto involontario si ritrassero. La finestra era dietro di loro; e gli stormi passavano come saettamenti disperati, come quelli che nel più lungo giorno avevano ferito il cielo di Vergilio.
— Viviano, che facevate qui solo solo? — disse la mite Attinia.
Il demente sorrideva. Il sorriso impietrava la sua bocca e impediva che la parola si formasse. Portava egli una specie di sacco grigio che gli giungeva alle ginocchia; aveva il colore della parete derelitta, sembrava una falda dell'intonaco scrostato; e la sua faccia glabra era come la lampada fioca della casa deserta.
— Non rispondete, Viviano?
Il sorriso tremolò appena, quasi fosse il riflesso lontanissimo d'un movimento avvenuto nell'infinito gorgo della vita. E Aldo, che riviveva in un ritorno spaventoso l'ora della sua perdizione, pensò a un tenue bagliore ch'egli aveva veduto tremolare laggiù, nella Reggia d'Isabella, su pel graticcio sfondato d'un palco, ed era il riverbero di chi sa quale acqua solitaria salito a traverso i vetri coperti di polvere e di ragne.
— Andiamo, Vana. È tardi — disse egli, sospingendo la sorella; perché riudiva dietro di sé lo stormo frenetico tornare come una forza ruinosa e strepitosa che fosse per trascinarlo seco un'altra volta.
Ma li seguiva pel chiostro il passo della larva, molle come di chi strascichi nella belletta. E si ritrovarono davanti a una porta socchiusa, donde alitava un odore amaro. Su l'architrave di pietra era scritto in lettere corrose: Domus mea. Vana spinse l'imposta, entrò.
— La casa mia! La casa mia! — ella disse avanzandosi fra le erbe amare, su le macerie sacre.
La vasta chiesa era smantellata, le mura erano pericolanti, tutti gli altari erano distrutti; i rocchi delle colonne erano abbattuti fra il pietrisco; altri erano ritti, e sopra vi riposavano i rudi capitelli dalle tre foglie e dai tre grappoli. Nell'abside dall'arco fatto di cunei neri e bianchi, nella sacrestia irta di rovi, qua e là nelle scaglie di scialbo rimaste su la panchina fulva, rosseggiavano vestigi di affreschi, simili a chiazze di sangue indelebile. Ogni imagine era vanita; soltanto il rosso persisteva come il testimonio d'un martirio insigne. E superstiti erano anche i due piedi trafitti del Crocifisso, accanto a una cupa tunica color di grumo. E la testa mozza di San Giusto, la testa quadra e barbata, lebbrosa di lichene, giaceva tra le céppite gialle.
— La casa mia!
E il sorriso del demente era là, era il sorriso d'una pietra, era il sorriso di tutte quelle pietre che o prima o poi dovevano finire inghiottite dalla voragine, dovevano rotolare in fondo ai botri, trovare laggiù l'ultima pace, riseppellirsi nella terra.
— Addio, addio, Attinia!
Anch'ella, Vana, ora credeva di sorridere così; credeva di sentirsi suggellare nei muscoli della faccia quella medesima contrattura infinita. Due o tre volte fece con la mano su la bocca il gesto di chi scaccia, di chi cancella.
— Dove vai? dove vuoi andare? Non correre! — pregava Aldo seguendola perdutamente nel sibilo della ràffica.
Discesero per la china; rividero il ciglio erboso di sotto il muro, gli elci nani simili ai mendicanti monchi e storpii, il girone oscurato, la valle d'abisso; riudirono le voci alte e fioche, i sospiri, gli ululi, i guai. Ripresero la via verso la Guerruccia, a piedi. Avevano ordinato che la vettura li aspettasse presso la Porta Menseri.
— Ah, férmati. Vana! Sei ansante. Respira. Lasciami respirare. Che furore ti prende?
Il selvaggio masso di Mandringa dominava la via.
— Ardo dalla sete. Lasciami bere. Bevi anche tu un sorso d'acqua.
La fonte pullulava sotto un arco chiomato di caprifogli e di pruni.
— Non voglio bere — disse la sorella.
Nell'ombra umida era un cicaleccio di femmine, un luccichìo di mezzine, un chioccolìo di cannelle.
— Aspettami un minuto!
Egli scese alla fonte; si scoprì il capo, tergendosi; domandò di dissetarsi. Tutte le acquaiuole si volsero a un tempo verso il bellissimo adolescente. E gli occhi brillarono nella frescura verdastra, sotto i cappelli di feltro; i gomiti si urtarono; parole sussurrate, lievi risa corsero.
— Senza bicchiere?
— Alla mezzina?
— Alla cannella?
— Qui è l'acqua bona.
— Meglio che al pozzo degli Inghirami.
— Chi sciacqua le lenzuola alla Docciòla, convien che l'acqua attinga alla Mandringa.
— Ecco la mia brocca.
— È più lustra la mia.
— Questa ha il becco più stretto.
— Questa! Questa!
Sotto l'arco sonoro le voci chiare echeggiavano, le braccia nude sollevavano le mezzine colme e le tendevano. Egli sentiva intorno a sé fremere la gentilezza popolana, scorgeva nella frotta la grazia di qualche viso più giovine. Porse le labbra al sorso, abile nel non toccare il rame, nell'evitare il troppo.
— Come sa bere a garganella!
— No, a zinzini.
— E come netto.
— È un vero bacio.
— Fa venir l'acqua in bocca a chi non beve.
— Beata la sua dama!
— Fiore d'acacia! — stornellò la più ardita, fra l'ilare brusìo, fra il lampeggio delle pupille, fra l'urteggiar dei gomiti, mentr'egli lesto raggiungeva su la via l'impaziente. — Fiore d'acacia! E chi bene sorseggia, meglio bacia.
Si ritrovò nel vento, nella forza implacabile che lo trascinava verso l'altro aspetto del mostro. Le nuvole andavano a oste contro Volterra, come un dì le genti del Montefeltro. Riarsa era la campagna come dopo il guasto degli Approvvigionati. Di tratto in tratto qualche rudere della cerchia antica sporgeva dal dosso cretoso, come una vertebra disgiunta.
— Sai che torna? — disse Vana all'improvviso.
Camminava con la testa bassa.
— Torna?
— Ha scritto al maestro di casa che prepari la villa. È fidanzata.
— Che vuoi dire, Vana?
— Isabella s'è fidanzata a Paolo Tarsis.
La campagna pareva piena di grida.
— L'ha scritto?
— L'ha scritto.
— E perché me lo dici ora soltanto?
— Perché l'ho saputo oggi.
— E torna con lui?
— Con lui.
La campagna pareva che girasse tutta in un sol vortice.
Dunque non c'era scampo. Si preparava il legame legittimo. Isabella diveniva il possesso di un uomo. Tutto nella sua e nell'altrui vita era per trasmutarsi. Tutto crollava.
— Sei certa? Hai veduta la lettera?
— L'ho veduta.
Aldo si soffermò perché temette di stramazzare, come se il vento gli fosse passato a traverso e lo avesse vuotato di tutto.
Anche Vana si soffermò alenante, e disse:
— Comprendi? La mia casa non è quella che abbiamo visitata dianzi? E non è anche la tua, omai?
Ella si volse a guardare verso la Badia scoscesa che disegnava la sua massa di mattone e di panchina sul chiarore di ponente.
— Il tetto è scoperchiato.
Egli vide veramente scoperchiato il suo tetto, egli considerò veramente la spoliazione inevitabile, l'abbandono di tutte le cose che gli facevano bella e molle la vita; e non guardò dietro a sé quel mucchio di pietre rischiarato dal sorriso della larva smorticcia, ma guardò dinanzi a sé Volterra come una città condannata al saccheggio, come una signoria perduta. Ebbe lo sguardo del venturiere. E le parole brutali gli sfuggirono.
— Rinunzia così a tutta la sostanza di Casa Inghirami.
— Bisogna.
Era per essi il ritorno alla povertà, la separazione, la dispersione, la vita di lotta e di strettezza, forse il ricovero nella casa odiosa del padre e della matrigna, forse il lavoro umiliante, tutto l'orrore dell'avvenire incerto. Ognun d'essi era due volte colpito, due volte tradito. Nel fratello il furore sopraffaceva lo sgomento, e dalla sua natura tirannica sorgevano in confuso disegni di rappresaglia e di perfidia, imagini impure che lo bruciavano e pensieri perigliosi che gli moltiplicavano la brama di vivere e di gioire.
— Siamo alla Guerruccia — disse Vana sordamente, afferrandogli il braccio.
D'improvviso furono ripresi nel fàscino delle Balze. In lui tutta l'anima repugnò, tutto il sangue si ritrasse.
— La vettura ci aspetta là, alla Porta Menseri — disse. — È tardi.
— Io non rientro.
Ella lasciò il braccio del fratello e camminò per le zolle del campo inculto, nella sterpaia sparsa di fiori gialli, verso i macigni della muraglia etrusca superstiti su la proda infida. Il terrore sciolse le ginocchia dell'adolescente.
— Vana! Vana! — egli chiamò.
Ella non si volse.
— Vana!
Ella seguitava a camminare col suo passo vacillante ma ostinato, su le zolle su i sassi su gli sterpi. Allora egli vinse l'orribile fiacchezza e si mise a correre per raggiungerla, col cuore alla gola, con l'impeto di gettarsi a terra innanzi a lei, di abbracciarle le ginocchia, di supplicarla, di piangere. Sentendolo vicino, ella s'arrestò e lo guardò.
— Hai tanta paura? — disse.
Egli era per rispondere: «Sì, ho paura. Non voglio che tu muoia, non posso morire». Ma si contenne. Rispose:
— Non ti comprendo. Non so che cosa tu abbia risoluto, che cosa tu voglia fare, Vana.
— Nulla. Ma lasciami sola. Voglio pensare a me stessa.
— Non debbo lasciarti.
— Bisogna. La mia via non è più la tua via.
— Perché?
— Dimmelo tu, Aldo.
Allora un'ira selvaggia gli proruppe dal cuore compresso.
— Vuoi gettarti giù? Vuoi ch'io mi getti con te, ora, sùbito? Eccomi. Sono pronto.
Egli era più pallido della morte. Ella era presso la muraglia, in piedi, col fianco e con l'omero contro quella. Tacque, ma qualcosa di spietato era nel suo profilo che si rilevava dal piano del masso fulvo, qualcosa di spietato e di serrato. Entrambi stettero in silenzio, sospesi nella vertigine, con tutte le potenze e tutte le fatalità della vita imminenti alla loro giovinezza miserabile.
Tuono d'infiniti guai udivano nella valle d'abisso. Lo sterpeto era deserto. La mole ferrigna di San Giusto si levava su l'altura munita di scarpate e di contrafforti come uno spalto. Dietro il colle la Città di vento e di macigno drizzava contro l'incursione delle nuvole le sue torri, i suoi campanili, il suo Mastio feroce, lo sprone formidabile della Rocca vecchia, le mura gigantesche costruite dagli scavatori di sepolcri e quelle cementate dal sangue civico. Le campane sonavano a doppio. A quando a quando la raffica simulava più alto quel clamore che perpetuo suona dentro la cerchia e sotto le porte dal giorno che la fellonìa del conestabile chiamò al bottino i fanti del Montefeltro: «Sacco, sacco!»
— Non così, dunque, come facevo — disse Vana con un sorriso dubbio. — Tu m'hai insegnato che, per guardare bene in fondo, bisogna mettersi a giacere bocconi su l'orlo.
Egli le vedeva straordinariamente rilucere nell'ombra il bianco degli occhi; e tra quel bianco e il sorriso esiguo credeva scoprire un'astuzia lugubre. La voragine era là, a due passi: con un guizzo rapido ella poteva lanciarsi nel vuoto. Egli era nella tenaglia dell'angoscia mortale, ma non osava levare la mano per tema di provocare il salto. Il cuore gli si fermò, quando ella alzò le braccia per togliersi gli spilli che configgevano la paglia. Egli si sentiva come col capo sul ceppo, sotto la scure sospesa d'un carnefice lento. Ella si tolse la ghirlanda di rose, appese il cappello tessalico a una sporgenza del masso.
— Che vuoi fare? — disse il fratello senza udire la sua propria voce.
— Provare.
— Allora dammi la mano.
Ella glie la diede; perché un maleficio mutuo emanava da loro, indicibilmente, e le loro due vite si ricongiungevano e si confondevano annientandosi. Dall'uno passò all'altra il terrore. Il terrore, non la volontà, piegò le loro ginocchia. Con la mano nella mano, sentendo il sudor gelido tra palma e palma, restarono inginocchiati su l'arsa erba dell'orlo. La vita in entrambi palpitava come quelle fiammelle che il soffio iterato sembra rapire a ogni attimo e non ispegne.
Da quella proda, più che dall'altra di laggiù, la voragine era spaventevole. Dalla profonda erosione centrale si creava un golfo d'ombra ove un dirupo irto di croste e di schegge si protendeva a piombo, smisurato come la ruina prodotta dal tremor dell'Inferno nel punto dell'estremo sospiro di Cristo. Quivi era la fauce inestinta che aveva già inghiottito le case degli uomini e di Dio, i borghi i monasteri le basiliche, e gli ipogei e le mura delle antichissime genti, e i cipressi e gli elci dalle radici inespugnabili. Come grofi di sale, come gromme di tartaro, come coaguli di sangue, biancheggiavano rosseggiavano le crete e i tufi giù per le ripe e per le lacche. Era la riviera del bollor vermiglio quella che fumigava a valle della vecchia roccia? Quella che luceva tra le grotte allamate era la lorda pozza ove Dante vide fitti nel limo gli iracondi? I sospiri, i pianti, le strida si rinnovellavano.
— Fratello! Fratello! — gridò una voce disperata.
E Vana s'abbatté su la faccia, come se il vento la schiantasse.
Allora una repentina forza entrò nel giovinetto. Egli afferrò la sorella per la cintola, la sollevò, la trascinò indietro, ricadde con lei su gli sterpi.
— No, no, Vana! — le diceva, prendendole il capo, guardandola nella faccia sfigurata. — Non morire! Non morire! Io non voglio morire. Voglio patire, voglio lottare, voglio tentare. Non sei perduta, non sono perduto. La pazzia ci travolge. Resisteremo all'orribile fàscino. Ci siamo avvelenati. Guariremo. Qualcosa accadrà, qualcuno ci verrà incontro. No, no. Vana, piccola piccola sorella, ah per questo caro viso!
Egli le accarezzava i capelli le gote il mento con le dita tremanti, accosciato negli sterpi accanto a lei. E, mentre le sue dita si bagnavano, mentre la creatura estenuata gli singhiozzava presso il cuore, guardò la proda discosta, guardò la sterpaia costellata di fiori, la luna rosea sospesa su la collina di viola, il fuoco morente d'una nuvola sul colosso di San Giusto; e l'inconsapevole gioia della giovinezza respirò in lui dall'intimo. Egli viveva: dilatava i suoi polmoni sani nel suo petto, adunava nei suoi occhi la bellezza mutevole del mondo, risuscitava il sapore dell'acqua nella sua bocca che aveva turbato le donne alla fontana, celava nella sua anima l'arte di conciliare l'inconciliabile. Egli viveva, era incolume con tutti i suoi mali ma con tutte le sue armi. E conosceva il brivido dell'agonia e la potenza dell'abisso.
Si sollevò, aiutò la sorella a sollevarsi. Fu ancóra carezzevole, ché una tenerezza quasi voluttuosa gli gonfiava il cuore. Le asciugò le lacrime; le scosse dalle pieghe della gonna gli steli secchi e i frantumi della zolla.
— Ah, piccola cara, che sogno angoscioso abbiamo sognato! Sei tu? Sei Vanina? Sei la mia Morìccica? Dove sei stata? Di dove ritorniamo?
Ella aveva un viso di convalescente, una dolcezza sommessa e triste, simile a una creatura che si svegli dopo una lunga convulsione. Il dèmone era uscito da lei, l'aveva lasciata vuota di forze e immemore. Ella non si ricordava se non del sorriso di Viviano: le pareva che fosse ora in lei qualcosa di quel sorriso fatto di nulla e di tutto. S'abbandonava alla nuova tenerezza del fratello con un languore desolato.
— Guarda! — egli le disse volgendole il capo verso la collina.
La luna insensibile saliva spandendo l'antico incanto, quel medesimo che nelle notti d'Etruria aveva ammollito le donne adorne giacenti su i coperchi delle urne, i giovini cavalieri in sosta presso il limite sepolcrale.
— E il tuo cappello?
Guardarono entrambi verso la muraglia dolorosa. Ma rapita dal vento la ghirlanda era scomparsa nel baratro.

La luna insensibile, d'una delicatezza quasi carnale, priva di raggi, con una vita senza fuoco, nata di quaggiù, simile a un grande fiore palustre, emergeva dalla torpida trasparenza dei Monti Pisani, mentre non maggiore di lei sul limite del Tirreno il sole ardeva d'un ardore così forte che sùbito s'inceneriva. Le nuvole basse e raccolte gli erano sopra come falde di cenere; che crollavano e si riformavano. Quando la linea dell'acqua tagliò il disco, parve che solo un cumulo di bragia rimanesse, covato, e fosse per estinguersi. Tutto fu cenere ineffabile. Allora il mare divenne il divino peplo della Sera, una veste dalle pieghe tanto soavi che Isabella ne desiderò un lembo.
— Aini, se di quella seta potessi vestirmi!
Ella aveva prolungato la voluttà per tutto il pomeriggio. E l'ora seguente le era parsa sempre più bella; ma quell'ora era più bella d'ogni altra e voleva da lei qualche segno di predilezione, qualche pegno di grazia. Tutte le carezze erano sul suo corpo come le foglie della rosa folta, l'una su l'altra, calcate. Ella desiderò di aerarle, d'indurre fra l'una e l'altra l'aria spirabile.
— Aspetta — disse. — Non ti muovere.
Si partì, lasciando su la terrazza il suo amico. Sembrò a lui che il momentaneo fiore di tutte le cose sfiorisse, in quella breve assenza. La luna perse la sua levità di corolla; si riempì d'oro nuovo, spiccandosi dai monti. L'immensa veste marina perse il mai veduto colore che la rendeva ineffabile.
— Che porto? Indovina — disse ella riapparendo.
Sembrava ch'ella si fosse partita per compiere un'opera d'incanti. Con l'arte della maga colchica, aveva dedotto dalla luna quel primo aspetto spoglio di raggi? Su i Monti Pisani il plenilunio era già chiaro; ed ella rievocava la vita senza fuoco, il grande fiore palustre.
— Una serpe incantata in un cofanetto di cipresso?
— No.
Ella era avvolta in una di quelle lunghissime sciarpe di garza orientale che il tintore alchimista Mariano Fortuny immerge nelle conce misteriose dei suoi vagelli rimosse col pilo di legno ora da un Silfo ora da uno Gnomo e le ritrae tinte di strani sogni e poi vi stampa co' suoi mille bussetti nuove generazioni di astri, di piante, di animali. Certo alla sciarpa d'Isabella Inghirami egli aveva dato l'impiumo con un po' di roseo rapito dal suo Silfo a una luna nascente.
— La lanterna di Aladino?
— No.
Che mai portava ella inviluppato in quel pezzo di stoffa? Lo reggeva con le due mani, sorridendo; e mirabili erano nelle sue braccia i rilievi leggeri dei muscoli, le strie glauche delle vene, la peluria simile a quella delle foglie e dei frutti.
— L'uccellin Belverde?
— Credi che sia tanto pesante!
— Dicono, quand'è morto.
— Credi che possa morire!
— Per rinascere.
— Non muore mai: va e viene, fugge e torna.
— Mi do per vinto. Che porti dunque?
— Stendi là, in mezzo alla terrazza, il tappeto più largo.
— Questo?
— No, quello di Bokhara.
Egli trascinò e stese su le mattonelle di maiolica il bel tappeto amarantino, variato d'azzurro cupo e di bianco avorio, morbido e intenso come l'antico velluto di Lucca.
— Ora siediti su quei cuscini. Danzerò per te.
— Senza il flauto di Amar?
— Taci e guarda.
Ella aveva deposto in un angolo della terrazza l'arnese ignoto, lasciandolo coperto col quadro di seta. Si chinò e lo toccò di sotto al velame. Un ronzio cupo, come quel d'un calabrone in un orciuolo, sonò per qualche attimo.
— Un nido di vespe?
— Taci.
Ella lasciò le babbucce all'orlo del tappeto, che vi stettero come una coppia di tortore col capo sotto l'ascella. I talloni apparvero coloriti di cinabro, simili alle due metà d'una melagrana. Guardandola, Paolo s'accorse che una piccola stella cilestrina, del colore delle vene, la segnava in mezzo alla fronte d'un segno magico.
Ed ecco, il ronzio mutandosi in una musica di tintinni simile a un concerto di sistri, incominciò la danza.
La prima percussione del ritmo parve trasmutare in cosa vivente la lunga zona tenue intorno al corpo nudo. Le mani abili, avvolgendola e svolgendola, comunicavano agli orli quella vita natante che di continuo vibra nell'estremità orbicolare della medusa marina. Talora la danzatrice, avendole impresso un moto spirale, l'abbandonava; e quella proseguiva la sua spira alzata sul lembo come un mulinello di sabbia rosea; poi s'afflosciava ed era per cadere ai piedi, quando i tocchi rapidi delle dita la rianimavano, la suscitavano, le davano una nuova attitudine, un nuovo giro. Talvolta, con le sue indistinte imagini bestiali, era simile alla larva labile dello zodiaco intraveduta nell'aurora.
Seduto su i cuscini, addossato al muro bianco, fisso come a un'allucinazione dei suoi propri sensi, l'amante mirava la danzatrice in un rapimento senza termine. Dietro di lei, tra i rami degli oleandri, egli vedeva lo sfondo delle coste falcate, le rive pinose della Versilia e della terra di Luni, le Alpi di Carrara così aeree che figuravano anch'esse, una figura di danza, una catena di alte vergini, forse inchinate verso l'Oriente dal ritmo del coro.
Come colei che dalle matasse numerose con gesti alterni elegge e deduce i varii fili al suo ricamo, ella sembrava trarre dalle circostanze e dalle lontananze le linee più belle per comporle in quella creazione d'istantanea bellezza; ella sembrava attenuarle e prolungarle fino a sé e mescolarle alla sua musica muta, e rivelare nel suo movimento fugace lo spirito di ciò che era immobile e duraturo. Tutte consentivano a lei, quelle che si disponevano secondo il cerchio dell'orizzonte e quelle che s'inalzavano secondo l'asse del polo. Dal vertice della rupe statuaria sino alla punta della bassa penisola arenosa, tutte convergevano in quel gioco di apparenze e si esprimevano in quella vicenda d'invenzioni.
Ella così viveva la vita vespertina, quale s'era rivelata alla sua anima in un solo attimo quando dal davanzale della finestra aveva steso la mano esitante per liberare la rondine prigioniera. Ella sentiva compiersi quel ch'era appena apparito; cangiava quel breve anelito in un respiro armonioso. La luce ambigua, ove l'oro lunare cominciava a diffondersi nel chiarore occiduo, pareva farla mediatrice fra il giorno e la notte. Ella pareva muovere i suoi piedi scalzi su l'esiguo istmo invisibile che separa il diurno dal notturno mare.
Ma, quando i suoi occhi dati alle cose si riaffisarono in quelli che la miravano, ella cangiò i suoi modi. Raccolse a un tratto i suoi larghi gesti orizontali; mostrò d'esser ferita dallo sguardo dell'uomo. Si coprì il volto con un lembo del velo, si nascose tutta nelle volute, fu simile a una metamorfosi imperfetta che mostrasse tutte le membra converse in nube e i piedi ancora umani. Poi sembrò che la primitiva natura ribalenasse e vibrasse per entro alla nube; ed ecco, la metà del volto riapparve sbigottita, e una mano timida, e la punta dell'anca, e una spalla sollevata, sùbito ricoperte. Ella imitava la danza amorosa delle almée: il pudore, il timore, la resistenza, la languidezza, l'abbandono. Ella imitava con la danza il gioco stesso della sua perfidia: la lusinga, l'offerta, il rifiuto, la disfida, la lotta, la paura temeraria, il sospiro nella violenza, l'annientamento nel piacere.
— L'ape! — disse all'improvviso con un piccolo grido, schermendosi, come aveva fatto dinanzi alla porta di marmo nel Paradiso mantovano.
Il ricordo si drizzò vivo agli occhi dell'affascinato. Ella imitava con la sua danza lo spavento puerile, i guizzi, i balzi, le fughe, le difese, come se il pungolo dell'importuna la perseguitasse e la minacciasse ancóra. La zona si curvava in arco sul capo, svolazzava, strascicava, ora floscia, ora gonfia, ora distesa.
— Ahi! Ahi!
Ella gemette, s'arrestò, congiungendo le gambe in un'attitudine che rendeva al suo corpo tutta la sua divina lunghezza, falcando le reni, riversando il capo dalle trecce quasi disfatte. Il primo gemito fu di dolore, ma l'altro imitò quello ch'ella soleva quando il suo amico posava su lei la mano del possesso ed ella sentiva spandersi in tutte le vene il languore senza scampo. Il viso madido fra le ciocche lisce e dense aveva quella improvvisa maturità che in certi momenti l'assomigliava a una giovinezza troppo a lungo macerata nel fortore degli aromi e trascolorata nell'ombra dei cortinaggi.
— Ahi!
Egli tremò di desiderio; che quel gemito era il noto richiamo, triste e selvaggio. Ella scivolò contro di lui nei cuscini. E gemeva:
— M'ha punta qui.
E le labbra dell'amato la medicavano.
E ogni volta gemeva:
— M'ha punta qui, e poi qui, e anche qui.
E ogni volta le labbra la medicavano. E tutta l'estate, tutta l'estate della spiaggia pisana e della Versilia verdebionda e della val di Magra, quella intiera ch'essi ogni giorno sorvolavano con l'ali di lino e fiutavano nella sua vastità concentrata dal volo come si fiuta un sacchetto di nardo, quella medesima odorava per lui nella pelle calorosa. E una stilla di quel sudore bastava a dissolvere tutti i pensieri, tutti i disegni, tutti i rimpianti, tutte le inquietudini. E nessuno dei paesi ch'egli aveva percorsi era profondo come quel corpo sensibile. Ed egli sapeva l'ebrezza di chi entra in una gola di monti e al termine del valico possiede d'improvviso con uno sguardo l'inopinata magnificenza d'una terra senza confine; ma quanto più acre ebrezza era il penetrare perdutamente in quel mistero che due braccia potevano scuotere!
Placata, stropicciata d'essenza ristoratrice per tutti i muscoli, avvolta in un doppio cafetano di mussolina senza maniche, Isabella godeva il vento serale che soffiava a traverso le pinete ancor tiepide.
Il tintinno dei sistri taceva, in quell'angolo della terrazza, sotto il quadro di seta. Ed ella sorrise e disse:
— Aini, ti piaceva la musica della mia danza? Ma non sai ancóra quel che c'è, là sotto.
— Una stregheria.
— Una malinconia.
Ella si levò, prese la cosa nascosta e la portò presso i cuscini. Nell'aria, ch'ella aveva abbellita di tanta vita bella, ora l'alba lunare si diffondeva per l'ombra composta d'una vena violetta e d'una vena verdiccia che si mescevano tacitamente. Come taluno si china su un tizzo fioco e col soffio ne suscita vive faville sonore, ella aveva ravvivato e moltiplicato con l'agitazione dei suoi incanti le note interrotte. Ora scopriva una piccola cosa morta, una specie di cassetta funebre per Tiapa, per la bambola di Lunella.
— Guarda.
Ci si vedeva ancóra. Ella aprì il coperchio. Egli si chinò a guardare da presso. Era una vecchia scatola armonica, con l'anima di metallo costrutta d'un pettine d'acciaio i cui denti vibravano al girare d'un cilindro irto di punte.
— Dove hai scavato questo scarabattolo?
— Non scarabattolo ma scarabillo.
— Sembra il modellino d'uno strumento di tortura.
— Si chiama scarabillo, dall'infanzia.
Ella rise; poi velò di malinconia il suo riso parlato.
— Vedi: il pettine è un poco rugginoso e al cilindro manca qualche punta. Se tu sapessi quante volte m'insanguinavo le dita contro queste punte, quando il cilindro s'incantava! Avevo sei anni quando trovai questa scatola in un ripostiglio. Doveva esser là dal tempo di Nonna Diana, fabbricata a Vienna verso il mille ottocento cinquanta. Chi può dire perchè una vecchia cosa meccanica ci diventi amica, si leghi a qualche fibra della nostra vita intima e non possiamo mai separarcene senza temere di far morire un po' di noi stessi? Vedi: qui c'è una specie di doppia aletta imperniata che, quando si carica, si mette a girare vertiginosamente e fa quel ronzìo di vespaio, prima che la sonatina incominci. Era l'aura dei miei sogni puerili. Anche ora non posso udirla senza un certo ondeggiamento del cuore. Per nessuna cosa ho avuto il sentimento della proprietà come per questo scarabillo (è il nome che gli diedi, non so perché). L'ho difeso contro Vana, contro Aldo, contro tutti. L'ho preferito a qualunque altro giocattolo. Tutta la mia fanciullezza è stata cullata dalla sua voce tintinnante, che non somiglia a nessun'altra voce. Chi ha composta la sua musica? Chi può riconoscere una di queste piccole danze? Mi ricordo che sul coperchio c'era ancóra un frammento del cartello che portava la lista delle sonatine. S'è perduto. Ci rimase per qualche anno. Ci si leggeva soltanto: La pavane lacrymée.
Ella si chinò, prese la chiave e caricò il cilindro ispido. S'udì il ronzio del calabrone nell'orciuolo. Ella accostò la mano per sentire l'aura della doppia aletta girante. Poi richiuse il coperchio, lo ricoprì col quadro di seta ch'era un conopeo di ciborio.
— L'ho portato sempre con me, il mio scarabillo. Qualche volta lo lascio dormire in fondo a un baule o a un tiretto per mesi e mesi. Poi lo risveglio. E m'incanta e mi culla ancóra. Mi ricordo che quando ero bimba facevo gighe e volte e sarrabande, sola sola, intorno alla scatola posata per terra. Ma come mai stasera lo scarabillo della mia innocenza ha accompagnato la danza della mia perdizione, Aini?
Ella rigò d'un riso esiguo la sua malinconia; poi tacque, ascoltando la voce piccola e infinita. Era un gran silenzio, con qualche fruscìo, con qualche sciacquìo raro, con qualche pallido pianeta, con qualche pipistrello aliante. Le cose cominciavano a segnare le ombre, sotto il plenilunio, ma appena.
Erano a tavola, presso il balcone. La chioma d'un pino toccava l'inferriata, movendosi nell'ombra con quel moto lento e animale che hanno le piante subacquee.
— Quanto mi piaci stasera, Aini! — disse Isabella a bassa voce, nel fumo e nel profumo della sigaretta, tenendo su la tovaglia i due gomiti nudi, facendo intorno al suo viso continui gesti con le lunghe mani senz'anelli. — Ti prego, fa ancóra così.
Ella imitò un piccolo moto nervoso che gli era involontario: una rapida contrattura che dalla radice del naso, ov'era incisa la grande ruga verticale, scendeva a serrare le nari e a muovere il labbro superiore: una specie di baleno muscolare, indefinibile, un nulla. Egli sorrise.
— Ti burli di me?
Era tutto perduto in lei. La guardava, la divorava insaziabilmente, s'affannava a possederla in tutti gli attimi, vigilava con un'acuità assidua perché nulla di lei gli sfuggisse. Ben egli mille volte avrebbe voluto ripetere quella parola: «Fa ancóra così!»
— Chi può dire quel che più ci attragga nella creatura che amiamo? — disse ella, guardando lui con lo stesso ardore avido. — Un certo riso, una piega lievissima della bocca, un modo di socchiudere le ciglia, un nulla; ed è tutto. In quel non so che guizzo che ti passa ogni tanto sul viso senza che tu te n'avveda, sei tutto tu.
— Ah, ma chi dirà come sei?
Ella allungò verso di lui le braccia più lisce e più fredde delle porcellane che rilucevano su la mensa.
— Come sono? Come sono?
— Dove hai preso quest'odore di gelsomino? Stordisce.
— Non sai che io ho un giardino di gelsomini, tra due sepolcreti?
— A Volterra?
— Un giardino chiuso in quattro muri folti di gelsomini, e non so se più odori quello di levante o quello di mezzodì. Senti!
Inchinandosi, ella strisciò la bocca di lui prima con l'un braccio poi con l'altro, mollemente, dal polso al cavo della piegatura glauco d'arterie, dal gomito all'ascella ove pochi fili d'oro s'inanellavano.
— Senti, — diceva ella con quella voce che attenuandosi creava l'increato — sono freschi? Piove piano su i gelsomini, contro il muro che conserva il calore del sole. Una gocciola basta a riempire il cuore d'ogni fioretto bianco; e non è più una gocciola di pioggia ma d'essenza, d'essenza forte come quella che i profumieri estraggono in Chiraz, in Ispahan, nei paesi che tu hai veduti, che tu hai in fondo a questi occhi che per ciò sono come due turchesi, due turchesi malate di me, ora, molto malate di me, povero Aini!
Egli entrava come in un torpore magnetico, in cui il profumo la voce e la carne erano una cosa sola.
— Senti, senti! La pioggia cresce. È ancóra una carezza per le rose, ma i gelsomini sono troppo delicati. Un rametto cade a terra. Chi dice che somiglia a un uccellino disteso, con le zampe rotte? Il poeta del Divano, che Aldo mi legge. Pensa! Ho un giardino cantato a gara da Nizami, da Dschami, da Hafiz, fra due sepolcreti etruschi, sopra un colle volterrano, poco discosto dalla Reggia della Follia. E ho anche una gazzella.
Era scivolata quasi su le ginocchia di lui, con quell'arte di aderire e di avviluppare ch'era istintiva nelle sue membra come nei viticci del tralcio.
— Conosci gli amori di Leila e di Madschnun? Madschnun significa il Folle, folle in estasi di passione. Vuoi che ti chiami così? Una gazzella s'era impigliata nelle reti. Madschnun la vide, accorse, la coprì di baci, le medicò le ferite, la trasse dai lacci, la accarezzò dal capo ai piedi, perché lo sguardo di quei grandi occhi teneri gli suscitava l'imagine di Leila; e le diede la libertà. Ora l'ho io, proprio la stessa, ma trasfigurata in Vergine da un pittore senese che si chiama Priamo di Piero. Te la mostrerò. Guarda con gli stessi occhi con cui ella guardava Madschnun. Ha un collo lungo lungo, un viso fine fine, un mento stretto come il muso del suo tempo selvaggio, le mani come le mie, con le dita disgiunte. Ma certo mi vince in gambe; perché, se si alza dal trono, chi sa dove batte l'aureola, quell'aureola d'oro che è come la beatitudine che il cielo persiano le poneva un tempo fra le due corna in forma di piccola lira. E porta una veste orientale, rossa broccata a garofani d'oro, che dev'essere una veste di Leila.
Ancóra una volta con la musica delle sue imaginazioni ella faceva un incanto che era una follia artificiata. Pareva ch'egli non l'ascoltasse con gli orecchi ma con le labbra, con le labbra premute sul collo.
— Che mi fai, Madschnun?
Ella gli guizzò, gli scivolò di su le ginocchia; si ritrasse su la sua sedia. Accese un'altra sigaretta, sorridendo. Aveva sul collo una macchia rosea.
— Non hai mai fumato l'oppio o la foglia di canape, laggiù, in qualche porto oleoso?
— Non amo i veleni.
— E me, dunque?
— Te soltanto.
Ella stette per qualche attimo assorta, con quel sorriso sospeso che pareva interrompere la vita esterna su l'intimo spettacolo. E la mensa era sparsa di frutti, di confetture, di vini chiari, di cristalli, di argenti. La cenere e un rimasuglio di tabacco biondo galleggiavano in una coppa, e il vino vi ferveva intorno senza spuma.
— L'anima è il veleno più potente — ella disse.
I piccoli paralumi gialli in cima ai candelieri la coloravano d'un lume dorato. Qualche farfalla notturna aliava intorno alle fiammelle. A quando a quando, pel vano del balcone, il pino susurrava sotto la luna.
Ella disse, all'improvviso, lacerando l'incanto.
— Sapete, Paolo, che noi siamo fidanzati?
Egli la interrogò, attonito.
— Oh, non abbiate paura. Fidanzati per ridere, o per piangere.
— Non comprendo.
— Omai, dopo i nostri voli, il segreto non è più chiuso tra queste mura. Credo che viaggi pel mondo mondano e che sia entrato nella città degli Inghirami, per la porta più solenne, per la Porta all'Arco. Non pensate che io tema d'essermi compromessa. Ma è utile che noi giochiamo il gioco dei promessi sposi, utile non tanto per le solite convenienze quanto perché io vi possa condurre nel giardino dei gelsomini.
— Il gioco solo? — disse egli turbato, dubitante, con una intenzione di rammarico e di rimprovero gentile, incertamente espressa.
— Paolo, Paolo, il vostro impaccio è delizioso! — gridò ella in uno scoppio d'ilarità. — Sono sicura che temete un tranello.
Egli protestava.
— Sono sicura che pensate ch'io vi abbia detto questo per tastarvi il polso. Ma no, ma no! È un fidanzamento non di sequestro ma di comodità. Morirò vedova, morirò Isabella Inghirami, morirò nel mio doppio I su cui non ho mai messo il punto. Lo metto ora, su l'uno e su l'altro, ecco. C'è un benedetto codicillo nel testamento maritale. Se mi lasciassi sposare da voi, perderei il giardino dei gelsomini con la gazzella e con tutto il resto. Non mi rimarrebbe che lo scarabillo. Codicillo, scarabillo! È troppo crudele.
Turbato, egli protestava ancora, non senza un'ombra di gofferia.
— Via, Paolo. Vi dispenso da ogni onesta dichiarazione. Resteremo promessi sposi in eterno, se volete. Ma sarà più facile trovare un pretesto per rompere, molto più facile, ahimè!
Cessò di ridere. Riprese tra le labbra la sigaretta, e con qualche boccata si velò tutta di fumo. Egli era in un malessere che non trovava posa.
— Bisogna che io ritorni a Volterra, almeno per un po' di tempo — ella disse. — Non posso più lasciare le mie sorelle e mio fratello lassù, abbandonati, dimenticati. Ho già annunziato il mio ritorno e il nostro fidanzamento. È necessario che io sembri in regola, o quasi, davanti a Aldo, a Vana. Voglio che tu mi accompagni.
Egli ripugnava a quella finzione penosa. Rivedeva in sé la faccia febrile della vergine olivastra, se la sentiva piangere contro il petto; riviveva l'angoscia della veglia funebre. E le maniere ambigue dell'adolescente gli riapparivano.
— Non posso — disse.
E guardò con ansia le labbra dell'amata, temendo le parole ch'erano per uscirne.
— Perché?
Ella aveva parlato con una voce bassa, coperta d'ombra. Ora aveva il suo viso di dèmone, la sua più perigliosa bellezza, quella emanata dalla sua più nociva alchìmia.
Gettò nella coppa la sigaretta accesa che spegnendosi frisse. Prese uno dei grandi garofani color d'ardesia che ornavano la mensa, e lo gualcì fra palma e palma. Pareva che le occhiaie le divenissero più larghe e più cave, piene di un azzurro violetto simile a quello del cielo sul pino, ove le pupille fosforeggiavano come quando l'anima era per divenirle «il veleno più potente».
— Per Vana?
Egli non rispose. Non aveva mai avuto paura di maneggiare francamente anche le armi ignote, ma sentiva una repulsione invincibile contro le schermaglie di parole. Attese, con lo sguardo diritto. Elia ben gli conosceva quell'attitudine, quell'armatura di silenzio, ed era anche abile ed acre nell'arte di smagliarla.
— Che cosa c'è, o almeno che cosa ci fu fra te e Vana?
— Nulla più di quel che sai.
— Non so nulla. So che Vana è perdutamente innamorata di te.
— Credo che t'inganni, spero che t'inganni.
— Sono certa. Parlami con franchezza. Non sono gelosa: voglio dire che la mia gelosia non è tale che tu possa comprenderla. Nei primi giorni, quando eri assiduo presso di lei, avevi una più o meno vaga intenzione di un più o meno lontano matrimonio? Confessa.
— Isabella, non so a che giovi questo interrogatorio inopportuno. Stanotte voglio andare con l'Àrdea su le mura di Lucca, risalendo il Serchio, voglio passare su la torre dei Guinigi.
— Non le parlasti mai d'amore in quei primi giorni? Qualche volta rimanevate soli. Non una parola tinta d'amore? nulla?
— Non ricominciare il tuo gioco perverso, Isabella.
— Sì, qualcosa ci fu. Se no, come sarebbe così accesa di te? Lo sai, che t'ama. Dimmi che lo sai e che ci pensi.
— Sei folle.
— Non ti ricordi, a Mantova, quando apparve su la porta mentre mi baciavi? Era come una morta.
Entrambi la rividero livida ma respirante, appoggiata contro lo stipite come chi sia per stramazzare, aperta gli occhi come chi non possa più serrarli.
— Forse era già là da qualche tempo, e teneva que' suoi occhi fissi su noi mentre tu mi bevevi, mentre io gemevo: «Non più!», mentre tu rispondevi: «Ancóra!»
— Ah, perché sei così?
— Non la udimmo. Io non la udii, ché gli orecchi mi rombavano. Ma certo era là, e vide. Io non ci vedevo; avevo la vista annebbiata, quando mi distaccai. Ma mi parve che dietro di me ci fosse un fantasma, e mi volsi. E avevo la bocca tutta gonfia di quel bacio così lungo e così feroce. E Vana mi vide quella bocca.
Ella parlava basso con un crescente ànsito che le sollevava il seno bianco a traverso l'oro della trina, con una specie di voluttà nemica che le contraeva i muscoli del viso, che le atteggiava di nuovo le labbra a quella gonfiezza.
— Ti ricordi? Ti ricordi? E Aldo sopravvenne. E Aldo mi scoperse il sangue nei denti, il piccolo taglio nel labbro. Ah, perché allora tutto il desiderio mi rifluì nelle vene, mentre chinandomi cercavo di far ombra sul mio viso che temevo mi s'accendesse non di pudore ma di ardore?
Come con un tizzo ella lo affocava col suo viso sfrontato e convulso, ove l'impudicizia dell'anima ardeva come un'insana tristezza, ove gli occhi sembravano perdere i cigli e soffrire d'essere così nudati, ove il respiro era come un'esalazione morbosa che attossicasse e decomponesse i pensieri.
— Ti ricordi? E cercavo il fazzoletto per coprirmi la bocca, e Vana a un tratto mi disse: «Tieni». Vana mi diede il suo, con una mano secca, con una mano di febbre e di rancore. La rivedi come io la rivedo? E m'asciugai quel poco sangue del bacio. La prima volta premetti e poi guardai: c'era la macchiolina rossa. Poi premetti ancóra. Tu eri attento? Di tutto mi ricordo, e non di questo: c'è una pausa nella mia memoria. Le resi il fazzoletto? Ella me lo riprese? Puoi dirmelo?
Egli scosse il capo,
— Neanche tu lo sai? Per quanto io ci pensi, non riesco a rammentarmene. Era un piccolo fazzoletto color lilla, profumato di gelsomino, del gelsomino di Volterra. Certo, quando entrammo nel Paradiso, io non l'avevo più. Forse Vana me l'aveva ripreso nel momento in cui tutti eravamo con gli occhi levati verso il Labirinto. Forse che sì forse che no....
Come la corrente del riscontro agitò la leggera tenda indiana su la porta, ella si volse con uno strano sussulto. L'imagine della sorella era così viva in lei ch'ella credeva fosse per apparirle un'altra volta all'improvviso come nella camera di Vincenzo Gonzaga. Abbassò ancor più la voce, le diede una torbida intimità, la fece calda ascosa e acre come l'ascella.
— Ora so. L'ha serbato, con la macchiolina di sangue; l'ha nascosto, e non osa ritrovarlo. O forse l'ha inzuppato di lacrime, l'ha lavato col pianto.
Egli l'ascoltava, con sordi tonfi nel petto, con una repulsione che bruciava come un desiderio, con un desiderio che si torceva come una repulsione.
— Tu non sei ardito quando voli dentro di te come quando voli nell'aria. Ci sono cose che tu non comprendi, che tu aborri.... Il tuo amore è ancor quello a cui tu davi occhi tanto puri e tanto severi che io non avrei potuto guardarlo senza vergognarmi?
Ella si abbandonò indietro, su la spalliera della sedia. Tenendo nella mano il gambo del garofano gualcito, percoteva col fiore la sponda della mensa; e, con tutto il volto dorato dal riflesso dei candelieri, sogguardava l'uomo.
— Eppure tu serri tanti istinti atroci in te, puoi essere tanto crudele, e sai come la voluttà non sia se non un martirio divino che urla con urli di belva.... Ma quel tuo amore, quello che non ero degna di rimirare, è un pastore decrepito che conduce le solite coppie timidette al solito pascolo della moderazione. Ti sembra che passi qualche sera, là sotto la terrazza, e ti richiami?
Ella lo irrise con la luce nei denti, rovesciando indietro il piccolo capo stretto ermeticamente fra le trecce dense così come si lega e si salda la chiusura d'una fiala piena d'essenza volatile.
— Saresti capace di rispondere arditamente se io ti domandassi di ravvivare in te una sensazione oscura e fuggevole?
Egli sentiva il suo malessere incupirsi e fasciargli le tempie come una cattiva ebrezza. Guardava la mano lunga della tentatrice percuotere col garofano l'orlo della tavola, e s'attendeva che la corolla si spiccasse dallo stelo. Come se un vento interrotto gli attraversasse lo spirito, egli riudiva lembi della voce di Vana: «Ah no, non farete questo! Vi supplico, vi supplico, per quel capo spezzato, per quel viso senza sangue.... Io non son nulla, non sono nulla per voi.... Ascoltatemi! Ho l'orrore dentro di me». Rivedeva lo spavento di quella povera faccia estenuata. Rivedeva sé medesimo sotto la tettoia, laggiù, nella brughiera deserta, dinanzi al cadavere del compagno composto sul letto da campo, avvolto nella rascia rossa del guidone; e quel vegliatore, chiuso nel suo lutto come nel diamante, non gli somigliava più. Egli era separato da lui per un'infinita notte.
— Ti ricordi — gli diceva la tentatrice; con un'espressione di ardore così folle che sembrava un rapimento — ti ricordi quando nella prima stanza del Paradiso io era presso il davanzale e mio fratello mi cingeva col braccio la cintura su la pietra calda, e io chiamai te, chiamai Vana, e vi avvicinaste, e restammo tutt'e quattro nel vano della finestra, e Vana fremeva contro il mio petto, e io lasciai passare sul suo capo il mio sguardo che ti versò nel cuore la mia voluttà nuova?
— Ah, taci!
— Sono orribile?
Ella aveva ancóra quel viso sfrontato e convulso, quello sguardo nudato, quel respiro bruciante; e in tutta la sua carne triste quella sensuale attesa del martirio, ch'era quasi luce.
— Mi ricordo — disse egli con una voce sorda che a lei parve minacciosa — mi ricordo quando tremavi in quella stanza occupata dall'ombra di un letto, quando tremavi di paura vedendo verso noi venire due figure in silenzio....
— Aldo e Vana!
— Noi stessi, nello specchio cupo
— Aldo e Vana e noi stessi.
— E la follìa.
— Ciascuno in uno specchio ha una follìa che l'atterrisce e l'attira. Vuoi andartene da me? Vuoi che ci separiamo domani? Vuoi che non ci rivediamo più?
Uno spavento repentino turbinò dentro di lui e lo vuotò d'ogni forza. Ella parve entrare tutta quanta in quel vuoto, sola e nuda pesarvi con tutto il suo peso carnale.
— Domani risalgo a Volterra.
Correvano su la rossa macchina precipitosa, nel pomeriggio d'agosto, come in quel già tanto lontano vespro di giugno per la via di Mantova. Correvano verso l'inferno di Volterra.
Non gli argini verdi, non le pallide vie diritte, non i canali molli, non i filari di salci di pioppi di gelsi; non acque, non ombre, non arte agreste di festoni e di ghirlande; ma una terra senza dolcezza, un paese di sterilità e di sete, una landa malvagia, un deserto di cenere.
— Vedi? vedi? — ella diceva al suo compagno disperato, chinandoglisi contro la gota scarna.
— Sono io così, dentro di te? è così la tua arsura?
Fenditure innumerevoli, arsicci labbri anelanti, per ovunque s'aprivano nelle crete sitibonde. Qua e là nei campi abbandonati rosseggiava il gabbro, d'un rosso di fegato; le pietre laminose rilucevano come frantumi di spade; tanto brillavano gli schisti che parevano quasi crepitare come le stoppie in fiamme.
— È così la tua passione? Tutto è riarso in te?
I crepacci di color d'ocra intersecati erano simili a una immensa rete di corda falba, dalle maglie larghe e ineguali, distesa per insidia su le biancane di mattaione cinericcio.
— Vedi dove io ti trascino?
Letti aridi di torrenti, ghiare calcinate come le carcasse dei cammelli su le vie delle caravane, splendevano d'una bianchezza acuta come un grido breve. Splendevano, dileguavano.
— Come farai tu, come faremo noi per essere pari a questo ardore? come faremo per superarlo?
Qualche casale appariva, tristo come i tufi, circondato da mucchi di paglia simili a torri mozze, con un solo cipresso a guardia, con un solo cipresso nero in tanta pallidezza, ritto su la sua ombra corta.
— Non mi ami ancóra. Forse anch'io non ti amo ancóra. Ancóra non soffri assai di me; non soffro ancóra di te come voglio. Che l'amore mi sia come questa desolazione! Vedi? Vedi? Una desolazione che nessuna abondanza eguaglia. Tutto il resto è fiacco. Che sono dietro di noi le foreste di résina, le sabbie marine, i falaschi degli stagni? Guarda le mie crete!
Ella parlava in una specie di delirio solare. Egli si ricordava delle sue febbri tropicali, delle grandi allucinazioni luminose. In quei luoghi onde la vita era esclusa, entrambi sentivano la loro vita moltiplicarsi.
— Guarda!
Il fuoco del solleone sembrava piovere a dilatate falde come sopra il sabbione ove Dante vide star supini e immobili i rei di violenza contro Dio, di continuo correre le greggi delle anime nude, la tresca delle misere mani senza riposo scuotere le vampe, e solo giacere senza cura dell'incendio quel grande. Come l'arena dello spazzo infernale, la creta s'accendeva «a doppiar lo dolore», si faceva brace, si risolveva in cenere. L'infinito riverbero trascolorava il cielo, struggeva l'azzurro. Negli zolloni di tufo i nicchi scintillavano come il diamante. Qua e là, su pei dossi, su pei gibbi, la fioritura salina luceva come il tritume del vetro, come la limatura del ferro. A quando a quando tutto l'ardore ripalpitava e si rinfocava nel vento. Un lungo e cupo compianto si diffondeva per la solitudine dolorosa come se ogni crepa esalasse un sospiro o un gemito.
— Ah, Paolo, su questa via non c'è il carro carico di tronchi né tu mi minacci di schiacciarmi contro un mucchio di sassi; ma facciamo un viaggio ben più dubbio. Lo sai? Eppure io posso ancóra ripetere: «Non temo». E tu?
Egli non rispondeva. Con i pugni al volano, con gli occhi fissi alla via sparsa di selci taglienti, egli pativa in sé un'angoscia ben più fiera di quella che aveva patito. Gli accadeva ciò che un tempo gli sarebbe parso impossibile come il respirare senza polmoni. Egli si sentiva disarmato della sua volontà, in balia a una forza estranea ch'era per trascinarlo verso eventi cui già la sua infausta veggenza dava gli aspetti del vizio, del delitto e della tortura. Aveva ceduto all'imposizione dell'amante insensata; ma già così intimamente l'aveva corrotto il contagio, che in fondo alla sua riluttanza era l'ansietà d'esperimentare il nuovo, era una curiosità amara e ardente della colpa arcana, della promiscua pena, era il fascino dell'inferno.
— «Se un giorno voi non poteste più dormire né sorridere né piangere!» Ti ricordi di queste parole? Che mai valevano in quella campagna molle? Ma allora io pensai al mio deserto di cenere. Guarda!
La desolazione si faceva sempre più tremenda. A destra, a manca, dinanzi, ovunque appariva tutta la terra ondeggiata come un immenso deposito risecco d'alluvioni bibliche le quali avessero trasportato quivi le braci delle città maledette, i residui degli incendii espiatorii, la polvere delle tribù punite. Le sorti annunziate dai Profeti erano quivi compiute. La parola pronunziata dal Signore era adempita: «Ecco, io accendo in te un fuoco, che consumerà in te ogni albero verde, ed ogni albero secco; la fiamma del suo incendio non si spegnerà, e ogni faccia ne sarà divampata, dal Mezzodì fino al Settentrione». Tutta la terra era come il ceneraccio che rimane nella conca del ranno. Non v'era albero, né verde né secco; né pur le spine e i pruni d'Isaìa vi crescevano. Soltanto qua e là qualche tamerice assetata e scolorata vi languiva, abbandonata anche dalla sua propria ombra.
— Mi ami? mi ami? — chiese ella, chinandosi ancor più verso la gota scarna, assalita da uno sgomento subitaneo al pensiero di quell'altro amore che ardeva lassù, nella Città di vento e di macigno, e che poteva vincere il suo.
— Mi ami? Sei bruciato così anche tu? Non c'è più nulla in te se non il tuo desiderio? Diménticati, diménticati dei nostri giorni e delle nostre notti; diménticati dei nostri rantoli e delle nostre grida; diménticati che cento volte abbiamo agonizzato l'uno nell'altra, che cento volte abbiamo domandato pietà senza ottenerla. Diménticati d'ogni carezza e d'ogni violenza; perché lassù non ci toccheremo neppure con lo sguardo, patiremo una sete peggiore di questa, saremo com'eravamo prima del bacio sanguinoso.
Inspirata da un istinto profondo ella sopprimeva la voluttà, sottraeva la sua carne, riprendeva il dono del suo corpo, imponeva di nuovo il divieto crudo; ché ella sentiva qual forza fosse l'essere intatta, per colei che lassù era sola col suo amore e col suo dolore. Un profondo istinto la inspirava a eguagliare la condizione di colei, a ridivenire un giardino chiuso, più desiderabile forse per chi ne fu espulso che per chi non mai vi penetrò. Ed ella ben sapeva come facilmente e rapidamente la donna, pur dopo la più lasciva mescolanza, possa ridivenire lontana ed estranea agli occhi dell'uomo. Ella conosceva quell'attitudine feminile che sembra all'improvviso togliere ogni realità alla più supina dedizione e, con quelle dita stesse che rinfrescano le pieghe gualcite della gonna, creare il distacco insuperabile. «Diménticati!» ella diceva; e si sentiva già ridivenuta l'Isabella dell'indugio perverso, ch'era per donarsi e si ratteneva, ch'era per concedersi e si negava. Ma ora non più una volontà di gioco, sì bene una volontà di martirio imperversava nel suo corpo ancor maculato dall'orgia. Raffigurandosi le lividure su la sua pelle intrisa di gelsomino, ella già pregustava il supplizio dell'astinenza come una voluttà più acre d'ogni altra. E imaginava con ansia la sua prima notte nella villa volterrana piena d'insonnio in ascolto.
— Volterra!
Dietro una calva collina di marna gessosa, su la sommità del monte come su l'orlo d'un girone dantesco, all'improvviso era apparso il lungo lineamento murato e turrito. Entrambi vi s'affisarono, rallentando la corsa. La macchina rombò, ansò. Tre cavalli neri, impastoiati, con lunghe code, con lunghe chiome, saltabellavano su per un pascolo di sterpi, rilucendo nel sole, mentre il galestro si sfaldava sotto gli zoccoli. E la città disparve.
Vana era salita sul ripiano del Castello, dietro il Leccione, e dal parapetto guardava verso la valle, spiava la via terribile? Ora Isabella ne creava in sé l'imagine viva, e si rappresentava il tristo luogo della vedetta: quel prato solitario su cui s'allunga l'ombra del Mastio che emerge dalla cintola in su dominando il cammino di ronda fra i due torrioni angolari, e l'albero degli Inghirami che di quivi appare senza tronco, simile a una cupola posata su l'erba, vasta come quella del Battistero a riscontro emergente di là dal tetto del palagio, di là dalle banderuole di ferro che in perpetuo stridono portando l'Aquila su la Ruota; e sotto il parapetto la perpetua tempesta degli elci abbarbicati nell'erta, l'incessante mugghio che affatica la fronda bruna.
Non era forse là in quell'ora, china a scoprire una nube di polvere, la stretta faccia olivigna? Non era là sotto il sole, con tutta la sua vita d'odio e d'amore protesa verso la via bianca, la piccola sorella indomabile? Quale era su la tempesta degli elci la tempesta di quella vita?
Ed ella tremò di sgomento per tutte le ossa pensando che quella passione poteva essere più grande e più selvaggia della sua passione. Di quelle settimane d'assenza e d'attesa ella ignorava tutto, e la fantasia le si sollevava su quella ignoranza. Vedeva sé nella dolce marina pisana, sé distesa nei cuscini dei piaceri, sé voluttuosa e obliosa; e l'altra, la creatura chiusa e tenace, audace e nascosta, lassù, nella Città di vento e di macigno, tra spettacoli di duolo e di morte, col suo canto e col suo amore intenta di continuo a esaltare la sua disperazione. E la invidiò, e la temette; e la imaginò carica di forze accumulate, pronta a combattere, pronta a morire.
«Torniamo indietro, torniamo indietro!» voleva pregare, sopraffatta dall'ansietà. E, udendo il fragore della macchina sforzata all'assalto dell'erta, desiderò che qualcosa scoppiasse, che qualcosa si spezzasse.
Una greggia era ammassata sul cocuzzolo d'un poggio nudo, appesa tristamente come a una mammella arida, smorticcia come il mattaione ove qua e là lustravano gli ammassi di testàcei e le làmine di talco. Su una pendice del monte di Caporciano, arrossato dai filoni di gabbro che serrano la vena del rame, Montecatini di Val di Cecina mostrò il torrione quadrangolare dei Belforti. Un astore cinerino come le crete roteò nell'aria incandescente. L'esecrazione d'Isaìa divorò la terra etrusca. Tutto nel crudele riverbero delle biancane moriva. Dagli squarci, dalle crepe, dalle rosure, dalle frane, dai botri, dall'immoto travaglio della sterilità esalava la doglia non mitigabile. E la lamentazione del vento cominciò, d'altura in altura, ad elevarsi.
— Vedi? vedi dove ho relegato mia sorella, mio fratello, la mia tenera Lunella? Come hanno vissuto? che leggerò nei loro occhi? Imagini tu quel che questa terra può fare d'un'anima? Guarda le Balze!
Su dal riverbero di tanta cenere rovente sorgeva il monte lunato con le corna volte a Borea, scosceso di dirupi, irto di ronchioni e di schegge, levando contro il torrido biancore del cielo una città di ferro rugginoso escita dall'istessa fucina ond'escì quella a cui Flegiàs tragittò l'Etrusco pellegrino e il duca suo.
— Dove ti attiro? dove porto il mio amore? Non alla felicità, non alla felicità; ma a qualche cosa di più terribile. Lo so. E perché faccio questo? Una demenza è in me, più antica di me, che non mi dà requie. La sento, la soffro, e non la conosco. Credi che io potrei diventar folle? M'è parso di leggere questo timore ne' tuoi occhi, qualche volta. Rispondimi!
Ora la terra era tutta occupata da tumuli in forma di quelli ch'ella aveva intraveduti nella selva pisana, simili ai monimenti del castigo «più e men caldi». Sul culmine d'un poggio cretoso tre cipressi eran fitti come i tre patiboli sul Calvario. Il vento era come l'agitazione sonora d'un immenso vampo.
— Ah, voglio tornare indietro.
Il pànico le afferrava la vita, su quell'erta spaventosa, e la rivoltava. Un terrore cieco e subitaneo la faceva più bianca delle biancane sterili. Ed ella voleva dire: «Contro un muro scialbo le pazze sono sedute a cucire i ferzi delle lenzuola; e intorno gracidano le oche. I dottori hanno lunghi càmici, e l'aria indifferente.... Bisogna passare di là. Prima di giungere sul sagrato di San Girolamo si vede la Casa, di là dalla rete di ferro. Invece del cancello, c'è un telaio di legno, dipinto di rosso, con la rete di ferro, come davanti a un pollaio. Ah, tutto m'è presente. Poi s'entra fra due muri, e di là dal muro si rivede la Casa, si rivede il tetto.... E poi San Girolamo, la loggia, il convento, la mia cappella, la cappella degli Inghirami, quella del mio sposalizio. Le mie mani sono nella tavola di Benvenuto, lunghe, con un piccolo libro rosso. Ma Santa Caterina non è quella che somiglia alla malinconia di Vana, no: ha il manto rosso, e la ruota del martirio le è caduta ai piedi.... Fabbricano, fabbricano sempre, essi stessi; perché non c'è più posto. Il numero cresce ogni anno. Essi stessi portano la calcina, portano le pietre. S'intravede un muro fresco che s'alza. C'è l'odore di quella cosa nell'aria. Qualche volta s'incontra per un sentiere, tra gli ulivi, uno che si ferma a guardarti e ride ride, sotto un povero berretto bianco, con un'aria dolce.... E il giardino dei gelsomini è là, sul poggio di sotto, nascosto dietro i cipressi, dietro i lecci. È chiuso, è tutto murato, con una porta stretta....» Imagini le balenavano incoerenti sul sangue congesto; ma parevano scoppiare come bolle, all'altezza del cervello, prima di formarsi nella parola.
— Voglio tornare indietro.
— Vuoi? — disse il compagno, strozzato dall'ambascia, con la mano su l'impugnatura della leva, senza riflettere, tanto la voce della donna lo aveva toccato a dentro.
— Voglio tornare indietro. Arresta!
Egli frenò inconsideratamente su l'erta troppo ripida, e sentì che le ruote arrestate cominciavano a retrocedere. L'aria non più rotta divenne un'afa soffocante; l'alito di mille fornaci s'addensò nel riverbero. Con una manovra energica egli contrastò il pericolo. La macchina possente riassaltò l'erta, con un fragore di collera, con l'acredine di tutti i suoi gas aperti, in un nembo di fetore e di polvere.
— È impossibile arrestarsi qui, impossibile voltare — disse egli affrontando la tortuosità repente. — Bisogna andare avanti.
— Sì, andiamo, andiamo. Che terrore m'ha presa? Sono stata vile. Andiamo. È destino.
Intorno era un mare di fango inaridito, giallastro, qua e là trasfigurato dalla luce in onde di velluto lionato, in ombre d'un azzurro acqueo, così misteriose che somigliavano gli inganni della Fata Morgana.
— Vedi la cortina della Rocca? vedi l'ultimo torrione a ponente? Vedi, accanto, una macchia nera di lecci su la scarpata? Quelli sono i miei lecci, sotto lo spiazzo del Castello. Dal parapetto, in alto, si scopre tutta la distesa fino al mare e la strada con tutte le sue svolte. Son certa che Vana è là, e spia. Ti trema il cuore? Tutto arde, e sono certa che nessuna cosa arde come lei. Pensa! Fra poco la prenderò fra le mie braccia.
Smilzi cipressi intristiti, pagliai nerastri, fornaci di laterizii, cumuli di mattoni crudi, mucchi di fascine secche, miseri olivi contorti accompagnavano il cammino. Tutto pareva prossimo a incendiarsi nel vento come una stoppia di maremma, a divampare in un attimo, a consumarsi in un attimo, a disperdersi per la desolazione, fuoco nel fuoco, cenere su la cenere.
E la notte era venuta.
Le forze inverisimili della vita avevano giocato un gioco di maschere meraviglioso. Le passioni ebre di dolore di vendetta di bramosìa e d'annientamento avevano sorriso negli occhi chiari. Soltanto le bocche, le vive bocche troppo nude, avevano tradito a quando a quando la volontà dissimulatrice: eran parse talora piagare i volti, muovere la suprema contrattura d'uno spasimo in mezzo ai muscoli dominati.
Ed era alfine venuta la notte. Ciascuno ora si ritrovava solo con sé stesso e col suo dèmone, nella stanza quieta, dinanzi al letto ignavo.
— Parla piano, non far rumore, che la bimba non si svegli — diceva Isabella a Chiaretta che la svestiva.
Ella aveva disposto che la stanza di Lunella fosse attigua alla sua. E l'uscio comune era aperto. Ma non giungeva di quel sonno alcun segno, non s'udiva respiro. Tutto era silenzio nella villa murata. Per la finestra aperta saliva l'odore dei gelsomini, l'odore delle tuberose, l'umidore del grande vivaio. A quando a quando la ventarola gemeva sul colmigno, per un soffio improvviso, e seguiva il gemito quel lungo mugolìo che sempre ha il vento nella campagna di Volterra, come se si generasse dai sepolcreti.
— È la notte di San Lorenzo — sussurrò Chiaretta, sfuggendole di tra le dita l'uncinello, a un sobbalzo della signora.
Nel vano della finestra, una stella fatua aveva solcato l'azzurro d'un solco abbagliante.
— Faceva un bel pensiero?
Senza rispondere Isabella s'accostò al davanzale, seguitando la donna a spogliarla. Guardò il cielo, ricevette il fresco su le sue braccia nude, su le sue spalle, sul suo petto. Laggiù, di là dall'Era, su i Monti Pisani, lampeggiava senza tuono. Nuvole come gramaglie lacere qua e là velavano la Via Lattea. Una lacrima di fuoco bianco sgorgò e colò su la faccia della notte; e poi un'altra, e un'altra ancóra. Il fiato notturno dei gelsomini struggeva l'anima frale. Ignote forze si precipitavano dall'alto sopra di lei come per predarla.
— Sbrìgati: sono stanca — disse.
Le ginocchia non la reggevano. Si volse; sedette dinanzi allo specchio e diede nelle mani della cameriera le sue trecce strette come i torticci dei marinai.
— Lascia, un momento. M'è parso di udire un sospiro. Forse Lunella....
Ascoltò, inclinata verso l'uscio aperto. S'udì soltanto il ferro stridere sul colmigno, e poi nulla più. Le mani silenziose la pettinarono. La sua anima inquieta entrò in uno stato d'indefinito ricordo. Le pareva che quella notte fosse incominciata chi sa quando; chi sa quando, come in una favola confusa. I suoi capelli scorrevano, scorrevano come un'acqua lenta, e con essi mille cose della sua vita informi, oscure, labili, tra oblio e ritorno. E a un tratto, sopra quel fluire, sembrava che le pareti si serrassero, massicce, minacciose, inesorabili. E la realtà era in loro come il mattone, come il cemento. Ed ella sentiva vivere nella casa le creature che soffrivano di lei, che soffrivano per lei. Sentiva su sé tutta la casa pesante come una nube d'angoscia. E si chiedeva: «Perché ho fatto questo?» E, mentre cercava dentro di sé la risposta, tutto ancóra si difformava, si dissolveva, fluiva. Il passaggio iterato del pettine nella massa dei suoi capelli era come un incantesimo che da tempo durasse, che fosse per continuare senza fine. Il suo viso in fondo allo specchio s'allontanava s'allontanava senza lineamento, poi si ravvicinava ritornando dal fondo, e non era più il suo viso.
Ella si levò, sbigottita.
— Ho ancóra da annodare il nastro — disse Chiaretta.
— Non importa. Lascia così. Dammi la veste da camera. Puoi andare.
— E domattina?
— Chiamerò.
Rimasta sola, ella fu presa da un'agitazione così violenta che si premette il pugno su la bocca per reprimere le grida. Temendo di far rumore, camminava sul tappeto scalza, da un angolo all'altro della grande stanza; e la sua ombra s'inalzava e s'allargava su le pareti. S'arrestò, soffocata dal cuore, presso il limitare della stanza attigua. E si chiedeva: «Perché ho fatto questo?» E dal suo male non le veniva la risposta, ma un male ancora più sordo. Contenne l'ansito, fece un passo. Vide il lettino bianco, e sul guanciale la macchia fosca della capellatura. S'appressò, a poco a poco, temendo di svegliare la sorellina col suo palpito. Alla luce fievole della lampada, la scorgeva supina.
Si chinò a guardare la sua dolce dormente. Sussultò. Lunella aveva gli occhi spalancati.
— Piccola, non dormi?
— Non ho sonno.
— T'ho svegliata io?
— No. Stavo così.
— Da quando?
— Ho sentito che tu hai detto a Chiaretta: «Parla piano».
— Ma da quando sei sveglia?
— Da sempre.
— Non hai dormito punto?
— Punto.
— E perché?
— Perché sono infelice.
— Oh, no, no, no, piccola mia!
Ella la prese fra le sue braccia, la strinse contro il suo petto lacerato. La gravità di quella voce infantile, che senza pianto proferiva quella parola di donna, le diede un rimorso intollerabile. Ora ella credeva d'esser pronta a ogni sacrificio, purché la sorellina sorridesse.
— No, piccola. Che hai detto? Perché sei infelice?
— Perché tu sei tanto cattiva.
— Cattiva?
— Ah sì.
— Che ho fatto?
— Non vuoi più bene a Forbicicchia.
— Sei la mia tenerezza.
— E neppure a Morìccica.
— Come puoi dirlo?
— E neppure a Duccio. A nessuno più.
— Come puoi dir questo? che ho fatto?
— Nessuno lo sa.
— Dio mio! Sono stata per qualche giorno lontana. Non volevi?
— Certo, hai fatto una cosa brutta contro Vanina.
— Io?
Ella avrebbe voluto volgere a riso e a gioco il corruccio puerile, cacciarlo con le carezze e con le parolette; ma il cuore le tremava profondamente sotto quello sguardo tanto severo, quasi torvo, in quel viso di tristezza precoce. A ogni accusa, ella sentiva in sé un tonfo sordo, come se le piombasse giù un gomitolo di sangue.
— La fai piangere.
— Come lo sai? Raccontami.
Stretta dall'angoscia, ella sollevò sul letto la sorellina, la pose a sedere sul capezzale, contro la testiera. Qualcosa cadde sul pavimento.
— È caduta Tiapa — gridò Lunella sporgendosi, inquieta.
— Eccola, eccola. Non è nulla, cara — disse Isabella raccogliendo la bambola, che aperse gli occhi.
La bimba la prese, la cullò un poco su le sue braccia, tastandole la gambina sbilenca; poi la riadagiò al suo fianco, con infinita cautela, come se omai al mondo non avesse altro bene. Ella comunicava una strana vita a quella figuretta di porcellana, di legno e di cencio.
— Raccontami. Vanina ha pianto?
— Ah sì.
— Davanti a te?
— Sempre si nascondeva ma io lo sapevo. Però stamani....
— Stamani? Racconta.
— Stamani è venuta prima che Miss Imogen mi facesse il bagno. S'è seduta accanto; ed era come quando mi racconta una novella, perché diceva: «Forbicicchia, povera Forbicicchia, sai che ci mandano via? sai che non possiamo più stare con Isa? Bisogna andare andare, prendere Tiapa e le forbici e un foglio bianco e niente altro, e mettersi in cammino, e andare coi nostri piedi, chi sa dove....» Era come una novella, e non pareva che dovesse finire in pianto. Ma a un tratto m'ha serrata forte, e ha gridato: «No, non posso, non posso. Ti porto via, ti porto via.» E singhiozzava, e mi bagnava i capelli, la faccia....
L'affanno serrò la gola della creatura; e il tremito scoteva tutta la sua gracilità penosa; e la pena nel suo tenue petto era come l'uragano su la canna, come il torrente sul vimine. Una forza precoce di sogno e di dolore giaceva in fondo a quel delicato e selvaggio essere, pronta sempre a prorompere e a travolgere.
— Isa, Isa, mandalo via, mandalo via! — gridò gettandosi perdutamente al collo della sorella e stringendola in una stretta convulsa che la soffocava, come atterrita dall'apparizione subitanea d'un fantasma.
— Chi? Chi?
— L'uomo.
— Chi?
— Quello, quello che è venuto con te. Mandalo via!
Al primo urto, Isabella sgomenta aveva volto gli occhi per scorgere chi fosse apparito, ché qualcosa d'imprevedibile era sempre imminente alla sua inquietudine. Ma quel brivido d'incerto terrore, suscitatogli dal grido e dall'atto, accompagnò l'imagine dell'amante evocata dalle altre parole di Lunella. E l'ombra della sciagura le scese sul cuore in tumulto.
— Càlmati, piccola! Càlmati! Perché sei così agitata? Vana t'ha messo nella testina qualche brutto pensiero?
La bimba scoteva la sua fosca foresta; e gli aneliti le rompevano il petto.
— Quello è un amico, un buon amico, che ti vuol bene.
Ostinata, la bimba scoteva la chioma intorno al suo viso indurito dal rancore.
— Anche tu gli vorrai bene se gli t'accosti, se non fuggi come oggi.
Ostinata la bimba diniegava, con la bocca gonfia di violenza.
— Prendilo! Tienilo! — proruppe, dislacciandosi dalla sorella, respingendola. — Mandaci via, manda via noi.
Si rivoltò bocconi sul letto, contratta, singhiozzando, col viso in lacrime accanto a quello di Tiapa.
— Ce n'andremo, ce n'andremo, laggiù, laggiù, chi sa dove, soli, coi nostri piedi....
Consolata dalle promesse, accarezzata, cullata, cedeva alla stanchezza, s'addormentava. Una lacrima le luceva ancora all'angolo dei cigli, il singulto sempre più fievole le risaliva di quando in quando alla bocca socchiusa. Anche Tiapa dormiva, sul medesimo origliere, senza ninna nanna, senza la minaccia dell'Orco. Le forbici d'acciaio e d'oro lucevano sospese per la catenina, sul capezzale. «O stanchezza, stanchezza, addormenta anche me!» sospirava nel cuore Isabella, posando il capo su la proda del piccolo letto candido, estenuata e affannosa. Era in lei come una vicenda d'annientamento e d'insurrezione. Una parvenza di sonno le veniva incontro; e il bisogno di tutta la sua carne s'addensava, ne faceva qualcosa di materiale come una creta tenace in cui volesse ella ficcare la sua fronte e suggellare i suoi occhi. E nella densità una fenditura si apriva, un crepaccio simile a quelli ch'ella aveva veduti innumerevoli nell'orrenda via; e cresceva, e diventava un antro, una voragine, un abisso mobile per ove risalivano tutti i pensieri tutte le paure tutte le angosce. E del sonno non rimaneva se non l'incoerenza delle visioni che non dissipava il battito volontario delle palpebre. Una di quelle femmine, ch'ella aveva veduto contro il muro scialbo cucire i ferzi del lenzuolo, le apparve; posò anch'ella il capo su la proda, stette con gli occhi stravolti nella penombra, con l'odore sinistro nel grembiule rigato.
L'insonne levò la fronte bagnata di sudore; e l'atto ch'ella compiva le fu presente come in uno specchio. Una sensazione confusa di duplicità era nel suo corpo. Ella stessa pareva trarre sé fuori di sé. Poi dalla sua sostanza si foggiavano cose mostruose, come quelle malattie che ci deformano nei sogni e che talvolta sono un indizio latente. E il silenzio viveva ingannevole, inafferrabile, traversato da suoni che mutavano di natura quando l'orecchio era per riconoscerli. Qualcosa di simile a un passo vi s'iterava, qualcosa di simile a una pesta lieve ma assidua, onde sorgeva l'imagine indistinta della fiera che senza posa percorre su e giù la gabbia con le sue zampe elastiche e concitate.
«Chi cammina? dove?» Nell'allucinazione del senso, nel romorìo che le riempiva le tempie dolenti, ella non riusciva ancora a determinare l'origine del suono. L'aveva ella in sé? nella sua mente malata? Le parole di Lunella le ritornarono: «Bisogna andare andare, mettersi in cammino e andare, coi nostri piedi, chi sa dove....» Il terrore di nuovo l'agghiacciò. Ella temette che la sua ragione fosse per decomporsi, e che quel passo continuo fosse già un fantasma della sua demenza, e ch'ella dovesse udirlo sino alla morte, ch'ella dovesse fino alla morte essere abitata da quell'essere estraneo che camminava camminava senza posa. Le riapparve la femmina dal grembiule rigato, dai capelli rossicci e lisci, dal viso sparso di lentiggini, dagli occhi albini. «Andare, andare....»
Balzò in piedi, si prese il capo fra le palme. Il passo diveniva più forte: era sopra di lei. Allora ella guardò la volta, dove ondeggiavano le ombre mosse dalla fiammella oscillante della lampada. E a un tratto si ricordò, comprese. La stanza superiore era quella di Vana. Il passo era il passo di Vana. Era Vana, lassù, che non aveva requie.
E una smania irresistibile l'assalì. «Bisogna che io salga da lei, bisogna che io la veda. Sarà sola? sarà con Aldo?» Poi una imaginazione insana la sconvolse, una gelosia furente la squassò. Ella travide l'imagine di Paolo. «Certo divento folle». E tutto le parve ch'ella potesse affrontare e patire, fuorché rimanere più a lungo con sé medesima in quella disgregazione della sua coscienza. Le parve ch'ella non potesse recuperare una parte della sua anima se non strappandola a viva forza dalle mani che la serravano.
Si riavvicinò al piccolo letto, si chinò, ascoltò. Lunella dormiva d'un sonno tanto profondo che pareva doloroso, come una pena rimasta intera ma addentrata nell'oblio. «Povera cara! Fino a domani non si sveglierà, non chiamerà. E se si svegliasse di soprassalto e mi chiamasse, e io non fossi là? Che penserebbe? Ah sorellina, sorellina ardente e amara, sdegnosa e tirannica, anche per te l'anima sarà il tuo veleno, come per Isa!» Esitò. Passò la soglia, rientrò nella sua stanza. Per la finestra aperta rivide in fondo alla notte i muti baleni, respirò il fiato dei gelsomini, riudì il ferro stridere sul colmigno. Una lacrima di fuoco bianco sgorgò, colò, si consunse.
Una musculatura leonina, i tendini d'un leone balzante aveva il dolore di Vana. Era una potenza irrefrenabile, che la sopraffaceva e la traeva senza scampo, la scoteva e la sbatteva senza pietà. Né ella tentava di resistere, né pensava che in una tregua potesse ella trovare sollievo. Tale forse la vergine cristiana che il bestiario legava alla fiera preparata pel gioco circense.
Non aveva alcuna consapevolezza dei suoi moti. Si lanciava da una parete all'altra, dall'uno all'altro angolo; e, nella rapidità, si stupiva di ritrovarsi dinanzi agli occhi sempre lo stesso quadro, lo stesso armadio, la sedia stessa, immutati, fermi, indifferenti. Un bisogno iroso di farsi male la spingeva a urtare contro il muro i pugni; e non sentiva quel dolore, ma soltanto lo spasimo del cuore chiuso, ove le mani non sapevano giungere. E, nel ripetere gli urti, più s'adirava contro il ritegno istintivo che le rompeva il gesto, che le contrastava l'impeto, che le risparmiava la ferita.
«Sono vile, sono vile. Potevo già esser morta, potevo già essere laggiù. Sono vile». E, spossata, piombava di traverso sul letto, mordeva il lenzuolo. Imaginava d'avere la faccia conficcata nella terra molle, la bocca piena di melma. I dirupi tenarii delle Balze pendevano sopra lei.
«Così, così, tutto il male è finito. Non ho più nulla, non sento più nulla. Ecco, ora viene; e mi rivolta e mi solleva e mi prende su le sue braccia; e mi dice, come quella notte, mi dice: — Pace, pace, piccola buona. — E non si può rinascere da una parola, come si può morire d'una parola?» Tutti i ricordi della notte di giugno le colmavano l'anima, non lasciavano luogo ad alcun'altra imagine, dal sopore simulato alla fuga anelante, dall'arrivo su la brughiera alla visita funebre, dall'orrore del presagio al pianto mattutino. E pensava: «Per un'ora, per un'ora sola gli fui cara, per un'ora sola mi tenne presso il cuore; ma quell'ora non gli vale una vita intera? Mai mai l'altra gli potrà dare quel che io gli ho dato. Io lo so, egli lo sa. Dinanzi alla spoglia del suo compagno egli non poteva piangere, e io ho pianto dentro di lui; e quali lacrime! Stasera due volte mi ha guardato, con una tristezza ch'era come quella tristezza, con un segreto che era come quel segreto. Che vale la bocca insanguinata dell'altra, se tra due creature un tale sguardo può congiungere la morte e la vita?» Allora il suo amore le gonfiava le vene come un orgoglio onnipotente. L'amato le appariva come la vittima di un sortilegio, il prigioniero d'un malefizio, che s'attendesse la liberazione. Ella si sentiva armata di armi infallibili pel combattimento supremo. Una impazienza feroce la risollevava dalla giacitura. E si rimetteva in piedi; ed era tutta rotta come l'inferma dopo la lunga febbre; e i crampi le serravano lo stomaco come nello sforzo di vomire, quando la bile e il sangue empiono la bocca e freddo il sudore cola e l'intera vita umana non è se non un sussulto ignobile.
«Morire senza morire!» La disperazione la riafferrava; squassava quel corpo estenuato, lo trascinava seco, lo scagliava qua e là per lo spazio chiuso, con la musculatura leonina, coi tendini della fiera balzante.
E d'improvviso la porta s'aprì, spinta da una mano impetuosa; e la disperazione si volse, si torse come un turbine. E l'altra insonne era là! E l'una stette di fronte all'altra, non come una vita contro un'altra vita ma come due apparizioni evocate da una medesima agonia.
Non parlarono; si guardarono. Quel che era indomato dolore e furore imbelle e orrore attonito, si restrinse, si concentrò nello sguardo e nell'alito, divenne angusto e attivo. Entrambe avevano i capelli sciolti, una semplice veste, le braccia nude. Erano quali una stessa madre le aveva fatte, la maggiore e la minore sorella, spoglie d'ogni ingombro, libere d'ogni costringimento, senz'altra testimonianza che il loro sangue, senz'altra misura che la loro passione.
Quando parlarono non domarono se non il gesto e la voce.
— T'ho sentita — cominciò Isabella. — Di giù t'ho sentita camminare. Avevo addormentata Lunella; stavo al suo capezzale. T'ho sentita. Sono venuta su. Non potevo più resistere. Soffri? Anch'io soffro come non so dire.
— Eri da Lunella? non eri altrove? Non vieni da un'altra stanza? Mi stupisco. Vieni perché io ti asciughi la bocca un'altra volta? Vieni per mostrarmi su le braccia quelle lividure, non avendo osato di mostrarmele a tavola iersera?
L'acredine dell'odio era tale in ciascuna di quelle domande, che Isabella vacillò come sotto percosse iterate.
— Non essere così dura contro di me, Vana. Non mi avevi abituata a questo esame crudo della mia persona. E non sapevo che tu avessi occhi tanto esperti per distinguere la natura di certi segni....
Anch'ella subitamente ridiveniva ferina; ché la mancanza di pudore nel modo e nell'accento della sorella riagitava il suo più torbido fondo. Gli occhi scrutatori la bruciavano.
— Ah, non sapevi. Ora ti scandalizzi della mia sfrontatezza! Ma a che spettacoli non m'hai tu abituata, a che contatti, a che allusioni, a che linguaggio? Non t'ho servita di coperchio più d'una volta? Non ti sei eccitata sopra la mia ingenuità? Certo, in casa tua ho imparato a non aprire le porte senza battere e a non passare per quelle aperte senza tossire. A tutte le prudenze e a tutte le compiacenze tu m'hai abituata. Laggiù, a Mantova, non te ne ricordi?, per asciugarti la bocca giunsi ad offrirti il mio fazzoletto.... Non ti basta? No, non ti basta. M'avevi già costretta a farti da testimone e da avvisatrice perché Aldo non ti cogliesse. Pochi minuti dopo, ridevi, recitavi la tua commedia, assottigliavi la tua grazia per ferirmi. A un tratto m'attirasti, mi serrasti contro di te, giocasti con la mia pena, volesti sentirla viva sotto le tue unghie, palparla, irritarla.... Ah perversa, perversa!
Era stupenda di furore e di onta, con quel suo stretto viso fosco a cui lo smagrimento aveva alterato la purità dell'ovale, con quella capellatura di viola che diffusa la faceva rassomigliare a Lunella, con quel bianco degli occhi intenso come l'incorruttibile smalto. E l'accusata la mirava senza opporle difesa, senza interromperla, sentendo nel suo segreto nascere uno strano sorriso e temendo che non le salisse fino alle labbra; perché, contro ogni sua volontà e contro ogni suo pentimento, ella si compiaceva di ciò che le era rinfacciato come scelleratezza.
— Non ti basta, no. Non ti basta d'avere esasperata la mia pena, d'avere spiata ogni contrattura del mio spasimo, d'avere simulata la pietà per umiliarmi; non ti basta d'essertene andata al tuo piacere e d'avermi relegata in una casa che è sotto l'ombra dell'Ergastolo, e d'avermi tolta brutalmente ogni ragione di vivere, e d'avermi lasciata a faccia a faccia con la più orrida morte. Tutto questo non ti basta. Sei tornata conducendo con te il tuo amante....
— Il mio fidanzato.
Un riso atroce stridette nella gola dell'accusatrice.
— Ah, ridi, ridi anche tu! Non ti contenere, non ti frenare. Si vede che ti sforzi di non ridere. Il tuo fidanzato! Ma è il terzo dei tuoi fidanzati onorarii, se non sbaglio. Potevi trovare questa volta qualcosa di più nuovo, di meno risaputo, per ottenere l'indulgenza del gaio mondo e per ospitare il peccato sotto il tetto vedovile senza troppo scandalo.
— Vana!
Pallidissima sotto l'irrisione, ferita a dentro, ella guardava con sgomento l'avversaria adoperare le armi avvelenate. Non aveva più dinanzi a sé la fanciulla inquieta e inerme ma una creatura inaspettatamente maturata dall'odio, una rivale pronta a nuocere, audace fino all'impudenza.
— Ti cuoce, quel che ti dico? Ti meravigli di ritrovarmi in questo aspetto? Ma non sono io l'opera tua? non sono la tua alunna? non m'hai fatta così tu stessa, alla tua scuola, per anni? Senz'accorgertene, senza badarci, m'hai riempita di scienza. Ma non credevi che questa scienza potesse un giorno diventare tanto amara e potesse ritorcersi contro te. L'ho tenuta nascosta, l'ho coperta di malinconia per non lasciarla trasparire, l'ho sopita col mio canto. Ora, a un tratto, lo vedi, mi diventa un veleno, mi diventa un'arme. Tu m'incalzi, mi serri, non mi dai quartiere, mi sei sopra come una nemica che non si contenta di vincere ma vuol martoriare, vuol profanare il corpo e l'anima con una tortura che sembra una libidine....
— Taci, taci! Sei fuori di te. Non sai quel che dici. Io non ho fatto questo.
Sotto l'impeto ostile ella si curvava come sotto la burrasca; ma non la sbigottiva la violenza, sì bene quell'imagine di sé ch'ella vedeva foggiata dalle parole di Vana, ch'ella vedeva là, esternata, come una creatura che vivesse in lei ed ora fosse escita da lei e palpitasse là nella vergogna.
Ripeteva, curvata sul letto della sorella, con gli occhi smarriti:
— No, non ho fatto questo.
E non v'era nella sua voce il contrasto del ribattere, non il risentimento, non lo sdegno, ma qualcosa di pauroso e di supplichevole, qualcosa che era come un raccapriccio confuso e come una interrogazione tremante.
— Hai fatto quel che soltanto la malvagità obliqua ordisce per offendere con l'offesa che umilia: obliqua e forse volgare. Quando io e mio fratello più ci sentivamo intrusi, in una casa dove tu stessa sei un'intrusa, dopo giorni e giorni d'un silenzio ch'era pesante come un dispregio, non da te sapemmo che tu ritornavi con la tua avventura ridipinta di falso decoro, non da te lo sapemmo....
— Ah, non è vero. Non ho fatto questo.
— Questo hai fatto, questo sai fare. E ch'io non ti sembri ingrata. Tu m'hai presa nella tua casa, tu mi tieni con te; tu mi colmi di doni, tu mi adorni e mi inghirlandi; e tu giuochi con la mia vita come se la mia vita più profonda non valesse il più fugace dei tuoi piaceri. Io non sono per te più di quel che Tiapa sia per Lunella. Ma Lunella piange se Tiapa cade sul pavimento e si spezza il piede o s'ammacca la fronte; piange e si dispera, e la veglia, e cerca di guarirla. Tu sei della razza feroce. Tu mi apri il petto per vedere quel che c'è dentro.
— Ingiusta! Ingiusta! Nostra madre non avrebbe potuto avere per te una tenerezza più attenta della mia.
— Sì, attenta a recidere tutto quel che di vivo nascesse da me, attenta a impedirmi di vivere. È forse la prima volta che tu ti frapponi fra me e il mio bene, fra me e l'ombra del mio bene? Era non so che smania, non so che capriccio geloso. Bastava che qualcuno s'accostasse a me, che la più vaga delle simpatie si disegnasse, perché tu intervenissi a esercitare un tuo strano diritto di prelazione. Mostrare di far la corte alla minore era il mezzo quasi sicuro per giungere alla maggiore. Ah, ho colto più d'un epigramma crudele, dietro le mie e le tue spalle. Ma che m'importava del tuo gioco! Non valeva mai la pena d'adontarsi né di rammaricarsi e tanto meno di lottare, di resistere. Che m'importava delle mie disfatte! Non c'era nulla di comune fra il mio sogno e il tuo trionfo. Questa volta....
S'interruppe, come se un brandello del cuore le facesse groppo alla gola ed ella per continuare dovesse gettarlo via di tra i suoi denti. L'altra, ch'era curva, si sollevò verso l'apparizione dell'amore con un'ansia quasi luminosa; e la sua mano ricacciò indietro i capelli che le ingombravano la faccia.