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Dopo il divorzio

PARTE SECONDA

Reading edition

IX.

1908. In casa Porru, nella «camera dei forestieri», Giovanna rimetteva in ordine certe stoffe acquistate quel giorno a Nuoro. Ella s'era ancor più ingrassata e aveva perduto un po' della sua aria giovanile, conservandosi però bella e fresca.

Guardava attentamente le tele e le stoffe, voltandole e palpandole con aria preoccupata, come scontenta della scelta fatta; poi le piegava accuratamente, le avvolgeva con giornali e le metteva entro una bisaccia.

Erano i preparativi del suo corredo, giacchè, ottenuto già il divorzio, ella doveva sposarsi presto col Dejas.

Ella e sua madre erano venute appositamente a Nuoro per le compre. Il denaro l'avevano preso in prestito, con gran segretezza, da zia Anna-Rosa Dejas, sorella di Giacobbe, una donnina che voleva molto bene a Giovanna perchè aveva aiutato zia Bachisia ad allattarla.

Era nel cuor dell'inverno; ma le due donne avevano coraggiosamente sfidato la noia del viaggio faticoso per recarsi a Nuoro e provvedersi di tela, panno, fazzoletti, stoffe.

Le nozze, puramente civili, dovevano farsi con gran segretezza, peggio che nozze di vedova; ma ciò non importava; zia Bachisia voleva che sua figlia entrasse nella nuova casa provveduta di tutto, come una sposa giovinetta di buona famiglia.

Il paese non aveva finito di meravigliarsi e mormorare per lo scandaloso avvenimento, ma dicevasi che un'altra coppia di sposi pensava già di chiedere di comune accordo il divorzio. Molte persone guardavano di mal occhio le Era, qualcuno mormorava esser Brontu malintenzionato verso Giovanna. Giacobbe Dejas, Isidoro Pane, altri amici, non erano più tornati dalle Era, dopo aver loro fatto delle scene quasi violente. Giacobbe aveva urlato come un cane, minacciando, pregando; ma zia Bachisia l'aveva messo fuor della porta.

Anche zia Porredda, a Nuoro, sebbene suo figlio avesse patrocinato la causa del divorzio di Giovanna, accolse le amiche con freddezza. Invece il «Dottore», come ella chiamava suo figlio, si mostrò cortese e premuroso verso le ospiti.

E Giovanna riponeva le sue cose lentamente, pensierosa. Ma tutti i suoi pensieri e le sue preoccupazioni erano per quegli stracci: ecco, le pareva che nella tela l'avessero un po' imbrogliata, il fazzoletto di tibet nero a grandi rose cremisi aveva le frangie troppo corte: in un nastro c'era una macchia. Ah, tutto ciò era ben grave!

Calava la sera, come l'altra volta, ma le cose intorno, e il tempo e il cuore, tutto era mutato. Tutto taceva.

La «camera dei forestieri» ora aveva una bella finestra dai cui vetri penetrava la luce viva e fredda del crepuscolo invernale. I mobili nuovi, ancora odorosi di legno verniciato, luccicavano lievemente di uno splendore biancastro, come velati di brina. La porta dava sulla loggia coperta, dalla quale una scala nuova, di granito, scendeva all'antico cortile. Tutta la casa era stata rinnovata. Il «Dottore» faceva affari. Possedeva uno studio nella parte più frequentata della città; era ricercatissimo tanto in civile come in penale; le cause più indiavolate, i delinquenti più vili, tutte le persone che maggiormente temevano i codici, s'affidavano a lui.

Giovanna finì di ripiegare, avvolgere, riporre le tele, le stoffe, i fazzoletti: la bisaccia era colma da ambe le parti, e la giovine la sollevò e la scosse perchè i pacchi calassero meglio a fondo. Poi si mosse, seria, le sopracciglia aggrottate; uscì e scese lentamente la scala, ficcando le mani entro due brevi aperture che la sua gonna d'orbace, come tutte le gonne dei costumi sardi, aveva sul davanti, dalla cintola in giù.

La sera di gennaio era limpida, ma freddissima: sul cielo d'un azzurro vitreo qualche stella argentea pareva tremasse di freddo. Attraversando il cortile, Giovanna vide, dietro i vetri illuminati della stanza da pranzo, il viso bianco e gli occhi ardenti di Grazia, che teneva in mano un giornale di mode. La fanciulla s'era fatta alta e bella: vestiva all'ultima moda, con quelle certe grandi ali di merletto, allora in voga, che si partivano dalla sommità delle spalle, dietro le maniche, costringendo le donne a passar di traverso in un uscio semi-aperto, ma in ricambio assomigliandole a tanti angeli non ancora decaduti.

Grazia vide l'ospite e la salutò con un sorriso, ma non si mosse. L'ospite entrò in cucina. Anche questo ambiente era stato rinnovato: le pareti bianche, i fornelli di mattoni lucidi, una lampada a petrolio pendente dalla volta.

Zia Bachisia non saziavasi di guardare intorno, coi due punti verdi brillanti nel suo viso giallo d'uccello rapace, cerchiato dalla benda nera. Ah, no, essa non era cambiata, la vecchia strega! Sedeva accanto al fuoco, vicino alla serva, una ragazzaccia poco pulita, scarmigliata, che rideva forte mostrando i denti sporgenti. Zia Porredda cucinava e sgridava la serva per quel suo modo di ridere. Ecco, la padrona cucinava e la serva sedeva accanto al fuoco e rideva. Che volete farci? miserie del mondo. Eppoi la brava donna non poteva stare un solo momento in ozio, sebbene ora fosse madre d'un avvocato di grido.

Giovanna si sedette lontana dal fuoco, un po' curva, sempre con le mani entro le aperture della gonna.

— Ecco — disse zia Bachisia, con accento d'invidia — questa cucina sembra una sala. Tu dovrai far accomodare così la tua cucina.

— Ah, sì — ella rispose distratta.

— Anima mia, sì, sicuro! Comare Malthina è avara, ma bisogna che tu le faccia capire che i denari sono fatti per essere spesi. Ecco, una cucina così! È un paradiso, anima mia; questa è la vita!

— Perchè dite sempre anima mia? — chiese la serva sciocca.

— Se ella non vorrà spendere, padrona! — disse Giovanna. — I denari son suoi. — E sospirò.

La serva rise ancora, ma zia Porredda, che non voleva immischiarsi nei discorsi delle ospiti, si volse severa e le impose energicamente di grattare il formaggio pei maccheroni. La serva obbedì.

— Che hai? — chiese zia Bachisia alla figlia, che sospirava.

— Ah, ella ricorda! Non è possibile che ella non ricordi. Dopo tutto è una cristiana, non è un animale! — pensava zia Porredda.

Giovanna disse rabbiosa:

— Ebbene, ecco, ci hanno imbrogliato. La tela non è buona, il panno è macchiato. Ah, quella macchia!

— Anima mia! — esclamò la serva, imitando la voce di zia Bachisia. E grattava, grattava il formaggio.

Zia Porredda sfogò sopra la ragazzaccia tutta la sua ira, tutto l'orrore che le ospiti le destavano: le diede i nomi che avrebbe voluto dare a Giovanna, la chiamò svergognata, vile, miserabile, ingrata, e minacciava di percuoterla con la mestola. Per la paura la servetta si grattò un dito e scosse in alto la mano sanguinante. In quel momento rientrò zoppicando lievemente il giovine avvocato, avvolto in un lungo e larghissimo soprabito nero, che pareva un mantello con le maniche: il suo piccolo viso roseo e tondo, dai baffetti biondastri, esprimeva una contentezza egoista da bambino lattante.

Domandò subito cosa c'era da mangiare, poi si degnò sedersi presso zia Bachisia, e chiacchierò fino all'ora della cena.

Dopo di lui rientrò, rossa, ansante e scarmigliata, la nipotina Minnìa, che andò a buttarsi seduta presso la serva (l'altro bambino era morto da tre anni), vestiva benino, di flanellina rossa e nera, ma aveva le scarpe rotte, le mani sporche. Ritornava da un orto attiguo, ove scorrazzava tutto il giorno; e subito cominciò a confabulare con la serva, confidandole qualche cosa con voce bassa e ansante.

— Anima mia! — rispondeva la serva sullo stesso tono.

Poi rientrò zio Efes Maria col suo faccione di marmo vecchio e le grosse labbra aperte, e volle andar subito a cena. Nella stanza da pranzo scintillavano due alte credenze di legno giallo: l'ambiente era discretamente signorile, con corsie sul pavimento, stufa, ecc. Zia Porredda, coi suoi grossi piedi dalle scarpe ferrate ci si muoveva a disagio: zio Efes Maria non rifiniva di guardarsi attorno con compiacenza; Grazia, alta, elegante, si seccava ogni volta che i parenti penetravano là, ove ella leggeva avidamente la Moda Unica, la Piccola Parigina e la parte mondana, anzichenò immoraletta per i cattivi sogni che fomentava, di un giornale per le famiglie. Ah quegli abiti scollati, ricamati di capelli, quelle giacchette a thait trapuntate d'oro, quelle camiciette con le grandi ali di merletto d'argento e di brillanti chimici simili alla rugiada, ah quei cappelli di frutta, e i lunghi boa di fiori, e le trine per sottane, a trenta lire il metro, e i guanti dipinti, ed i ventagli di pelle umana!... ah come tutto ciò era bello, orribilmente bello, terribilmente bello! Ecco, leggendo quelle cose si provava come un sogno spasimante, tanto erano belle. Dopo aver letto ciò, tutto il resto pareva brutto, e la buona nonna, dal viso di vecchio grasso, e il nonno imponente che si guardava intorno con contadinesca compiacenza, erano semplicemente seccanti.

Come in una sera lontana, zia Porredda entrò portando in trionfo i maccheroni fumanti. E tutti si sedettero attorno alla mensa ospitale.

Zia Bachisia sedette all'ombra delle ali di Grazia, e ricominciò a far le sue meraviglie appunto per quelle ali.

— No, da noi non se ne sono viste mai; già che signore non ce ne sono, da noi. Qui sembrate tutte angeli, le signore...

— O pipistrelli... — disse zio Efes Maria. — Eh, la moda, cari miei! Ecco, una volta, mi ricordo, quando ero bambino, le signore erano grandi e rotonde, che sembravano capanne. Ce n'erano poche allora, signore. La moglie dell'intendente, le dame...

— E poi quella cosa dietro... — interruppe zia Porredda — ah, mi ricordo, pareva una sella. Ebbene, sì, voi non lo credete, in fede mia, ricordo che una volta uno ci si sedette sopra...

— L'ultima volta che venni — disse zia Bachisia — queste ali erano piccine. Ora crescono... crescono...

Grazia mangiava e pareva non udisse nulla.

Il «dottore» mangiava anch'egli a due palmenti e guardava la nipote con quella sua aria di bambino beato, sorridente. Disse:

— Crescono, crescono... Fra poco spiccheranno il volo... — Grazia alzò le spalle, o meglio le ali, e non rispose e non sollevò gli occhi. Ecco, ella trovava insopportabile il suo giovine zio, il suo primo antico sogno: e poco male insopportabile, lo trovava ridicolo, qualche volta.

Tutta la città affermava che zio e nipote dovevano sposarsi: e lui, il «dottore», interrogato non diceva nè sì, nè no.

Per un bel poco si parlò di cose inconcludenti; ogni tanto zia Porredda s'alzava di tavola e usciva e rientrava: ogni tanto la conversazione moriva, e un silenzio quasi impacciato regnava. Come l'altra volta si cercava evitare l'argomento che più interessava le ospiti, e queste, dopo tutto, non se ne trovavano scontente. Ma fu la stessa zia Bachisia che, senza volerlo, provocò l'ingrata conversazione, domandando se era vero ciò che tutti affermavano: il matrimonio del «dottore» con la nipote.

I Porru si guardarono l'uno con l'altro, mentre Grazia curvava vie più la faccia sul piatto, — e risero, piano, piano.

Paolo guardò la fanciulla, e disse con ironia non del tutto allegra:

— Eh no! Ella sposerà l'illustrissimo signor sottoprefetto.

Ella sollevò e riabbassò rapidamente la faccia, aprendo le labbra; si videro i suoi occhi lampeggiare e la sua fronte arrossire. — È vecchio! — disse Minnìa. — Io lo conosco, sì; passeggia sempre alla stazione. Ih! ha una lunga barba rossa. E il cilindro.

— Ah, anche il cilindro?

— Sì, il cilindro: è vedovo.

— Chi è vedovo? Il cilindro?

— Tu stai zitta — disse energicamente la fanciulla, volgendosi alla sorella.

— No, io non sto zitta! Eppoi è anche un frammassone: egli non battezzerà i figli, non sposerà in chiesa. No, è così! In chiesa non ti sposerà.

— La signorina è bene informata! — disse zio Efes Maria, sempre pulito.

E allora zia Porredda, che ascoltava intenta, e che aveva a stento rattenuto un grido alla parola «frammassone», agitò le braccia e proruppe:

— Sì, un frammassone! Sì, di quelli che pregano il demonio; sì, in fede mia, mia nipote sarebbe disposta a prenderselo lo stesso! Siamo tutti in perdizione. Ebbene, Grazia legge i cattivi libri, i giornali indemoniati, e non vuole più confessarsi. Ah, quei libri proibiti! Io perdo il sonno pensandoci. Ebbene, ecco cosa voglio dire; Grazia legge i libri cattivi: Paolo, lo vedete, quello lì, dottor Pededdu, quello lì ha studiato in continente, dove non si crede più in Dio: sta bene, cioè sta male, ma si capisce un poco perchè queste due creature non credano più in Dio. Ma noi che non sappiamo niente di libri, noi che non siamo stati mai in ferrovia — quel cavallo del demonio — perchè non crediamo più in Dio, nel nostro Signore buono che è morto per noi sulla croce? Perchè, domando io, perchè? Ma perchè? Perchè tu, Giovanna Era, vuoi sposarti civilmente con un uomo, mentre hai un altro marito?

Le parole di zia Porredda caddero intorno, sulla testa degli astanti, come pesanti palle di ferro.

Grazia, che sorrideva per le parole della nonna, giocherellando con pezzetti di pane, sollevò il volto, fattosi serio. Paolo, che intrecciava le punte della forchetta col coltello, sorridendo per le parole della madre, fece un atto brusco, e zio Efes Maria, col viso atteggiato a mascherone tragico, guardò acutamente Giovanna.

Giovanna arrossì, ma disse cinicamente:

— Io non ho marito, zia Porredda mia: domandatelo a vostro figlio.

— Io non ho figlio; quello è figlio del diavolo! — disse la donna, arrabbiata.

Ah, quasi quasi pareva che Giovanna desse la responsabilità dei suoi atti a Paolo, perchè questo aveva patrocinato la causa del divorzio!

Allora tutti risero della stizza di zia Porredda, tutti, compresa Minnìa, compresa la servaccia, che entrava portando il formaggio.

Nonostante la sua collera, zia Porredda prese il formaggio e lo passò gentilmente a zia Bachisia.

— Anima mia, — disse costei, tagliando attentamente una fetta di formaggio (e la sua voce era dolente) — voi siete buona come il pane, ma voi state bene a casa vostra, voi siete ricca, avete una casa che sembra una chiesa, avete un marito forte come una torre (eh! eh! raschiò zio Efes Maria), siete circondata da una corona di stelle, eccole; ed ecco perchè voi parlate così! Ah, se voi sapeste cosa è la miseria; e il pensare di dover mendicare, alla vecchiaia! Capite, alla vecchiaia!

— Brava! — disse Paolo. — Datemi un coltello pulito.

— Questo non importa, Bachisia Era! — replicò zia Porredda. — Voi diffidate della divina provvidenza, appunto perchè non credete più in Dio. Cosa ne sapete voi se mendicherete o sarete ricche? Non tornerà Costantino Ledda?

— Mendicherà anche lui! — disse freddamente zia Bachisia.

— Eppoi Dio sa se tornerà! — osservò brutalmente l'avvocato, prendendo il coltello che la serva gli porgeva per la punta.

Si sapeva che Costantino era malato, si diceva anzi fosse tisico.

Per parer commossa, e forse lo era, Giovanna nascondeva il viso fra le mani: due volte disse, eccitata:

— Del resto, se io sposo soltanto civilmente, è perchè... — e si interruppe.

— Ebbene, dillo pure! — esclamò Paolo. — Sposi soltanto civilmente perchè i preti non ti vogliono sposare religiosamente. Essi non capiscono, non arrivano a capire, come non arrivate a capire voi, mamma Porredda! D'altronde, che cosa è il matrimonio? È un vincolo fatto dagli uomini, e che conta soltanto davanti agli uomini. Il matrimonio religioso è nullo...

— È un sacramento! — gridò disperata zia Porredda.

— ... È nullo — proseguiva Paolo — come, del resto, un giorno sarà nullo anche il matrimonio civile. L'uomo e la donna devono unirsi spontaneamente, dividersi quando non vanno d'accordo. L'uomo...

— Ah, tu sei un animale! — gridò zia Porredda, sebbene non fosse quella la prima volta che suo figlio parlasse così. — È il finimondo, questo. Ah, Dio è stanco, ed ha ragione. Egli ci castiga e farà venire il diluvio: già, ho sentito dire che c'è il terremoto.

— Il terremoto c'è sempre stato — osservò zio Efes Maria, che non si sapeva se propendesse dalla parte della moglie o da quella del figlio. Forse intimamente propendeva per la moglie, ma non voleva dimostrarlo per non scapitare nella stima del figlio «letterato».

Paolo tacque, già pentito di quello che aveva detto; voleva troppo bene a sua madre per farla arrabbiare inutilmente.

Giovanna si tolse le mani dal volto e parlò, con dolcezza umile:

— Ecco, quando ci siamo sposati, con quel disgraziato, ci siamo sposati soltanto civilmente, e se egli non veniva arrestato, chi sa quando avremmo celebrato il matrimonio religioso. E perciò non eravamo marito e moglie? Nessuno diceva niente, e Dio, che vede le circostanze della vita, non si offendeva...

— Ma vi ha punito! — disse zia Porredda.

— Questo sta a vedersi — strillò zia Bachisia, che cominciava a schizzar fiele. — O per questo o per la morte di Basilio Ledda.

— In tal caso avrebbe castigato soltanto Costantino...

— Ebbene? — disse la strega dagli occhi verdi trionfanti. — Non vuol dire che il castigo di Giovanna mia è finito, se Dio le manda la fortuna di sposarsi ad un giovine che le vuol bene, che le farà dimenticare ogni dolore sofferto?

— E ricco! — osservò zio Efes Maria. E non si sapeva se parlasse sul serio o per sarcasmo.

Giovanna aveva perduto il filo del suo discorso, ma volle concludere lo stesso, con voce dolce ed umile:

— Ah, zia Porredda mia! voi non sapete! Dio vede i cuori: Egli mi perdonerà, se vivrò in peccato mortale, perchè la colpa non sarà mia. Io vorrei ben sposare religiosamente, ma non si può.

— Perchè sei già sposata ad un altro, figlia del diavolo!

— Ma se questo è come morto, ditemi voi? Se questo non può aiutarmi a vivere! Se gli uomini della giustizia, che sono istruiti e sentono le necessità della vita, sciolgono il matrimonio civile, perchè gli uomini di Dio non potrebbero sciogliere il matrimonio religioso? Possibile che non la capiscano? Anche quel prete Elias Portolu che è da noi, che è tanto buono, voi lo conoscete, — che parla come un santo e non s'arrabbia mai, ebbene anche lui dice: no, no, no! Il matrimonio deve essere soltanto sciolto dalla morte! — E andate a farvi benedire, allora, se non comprendete la ragione! Vivere bisogna, sì o no? E quando non si può vivere, quando si è poveri come Giobbe? Quando non si ha lavoro, non si ha nulla, nulla, nulla? Ma ditemi voi, zia Porredda, e se in me fosse stata un'altra donna? E se non ci fosse stato il divorzio? Ebbene, che sarebbe accaduto? Il peccato mortale; sì, allora sarebbe accaduto il peccato mortale!

— Il peccato mortale! E poi la miseria, nella vecchiaia — ripetè zia Bachisia.

La serva portò la frutta: uva passa nera e lucente, pere raggrinzite gialle come foglie d'autunno.

La vecchia padrona porse il cestino delle frutta alla vecchia ospite, e la guardò con indicibile sguardo di compassione. Ecco, tutta la sua collera, il suo sdegno, il suo disprezzo cadevano davanti alla vile debolezza di quelle due donne. Disse mentalmente: — San Francesco bello, perdonatele perchè sono ignoranti, perchè sono selvatiche e vili.

Poi disse con voce raddolcita:

— Siamo vecchie, Bachisia Era: ed anche tu diventerai vecchia, Giovanna Era. E ditemi una cosa, ora. Cosa c'è dopo la vecchiaia?

— La morte.

— La morte. Sicuro, c'è la morte. E dopo la morte cosa c'è?

— L'eternità — disse Paolo, ridendo piano, piano, mentre mangiava l'uva passa come un bimbo goloso, accostandosi il grappolo alla bocca e strappando gli acini coi piccoli denti.

— L'eternità. Sicuro, c'è l'eternità. Perchè te ne vai Minnìa? resta lì... (Ma la ragazza, annoiata, andò via). Cosa dici tu, Giovanna Era, c'è o no l'eternità? Bachisia Era, c'è o no?

— C'è — risposero le ospiti.

— C'è, ma voi intanto non pensate all'eternità.

— È inutile pensarci... — disse Paolo, alzandosi e pulendosi la bocca col tovagliuolo. Egli doveva andarsene; s'era indugiato troppo per quelle due donne che, dopo tutto, lo interessavano soltanto perchè dovevano ancora pagarlo.

— C'è gente che mi aspetta nello studio, c'è gente. Ci rivedremo; voi non partirete.

— Domani mattina all'alba...

— Macchè! Voi resterete... — diss'egli con voce indifferente, indossando il suo immenso soprabito: e quando egli ebbe indossato il soprabito, zia Bachisia lo fissò coi suoi occhietti verdi e pensò che il piccolo dottore, con quel paludamento, pareva una magìa, cioè una di quelle figurine ridicole eppur terribili che le maliarde fabbricano a scopo di magìa.

Egli andò via, e dopo di lui uscì dalla camera anche la signorina Grazia, che non aveva mai parlato durante la cena, e zio Efes Maria si accomodò di traverso sulla sedia, accavalcò le gambe e cominciò a leggere la «Nuova Sardegna».

In cucina s'udirono le ragazze ridere forte: e fra le tre donne, che mangiavano tre pere, regnò un grave silenzio. Qualche cosa pesava su di loro; sì, anche su zia Porredda che con la sua intuizione primitiva sentiva che l'anima delle selvatiche ospiti e l'anima dei suoi civili discendenti era ammorbata dallo stesso male.

X.

L'indomani all'alba, come in un altro giorno lontano, Giovanna fu la prima a svegliarsi, mentre zia Bachisia, che ogni notte, come tutte le vecchie, tardava ad assopirsi, dormiva ancora un sonno leggero e respirava forte.

L'alba invernale, fredda ma nitida, biancheggiava dietro i vetri appannati. Giovanna, che la sera prima s'era addormentata alquanto triste, più seccata che commossa per le osservazioni di zia Porredda, guardò verso i vetri e si sentì allegra indovinando una bella giornata e quindi un buon viaggio.

Sì, la sera prima ella s'era addormentata un po' triste pensando a Costantino, all'eternità, al suo bambino morto, a tante altre cose melanconiche.

— Il mio cuore non è cattivo — ella pensava — e Dio vede il cuore, e giudica più le intenzioni che le azioni. Io ho pensato a tutto, a tutto. Io ho voluto bene a Costantino ed ho pianto finchè ho avuto lagrime. Ora non ne ho più; ora io penso che egli non tornerà mai più, o tornerà quando saremo vecchi, e non posso piangere più. Che colpa ne ho io se non posso piangere più, pensando a lui? D'altronde penso che io sono una creatura di carne e d'ossa, come tutte le altre, che sono povera, soggetta alle tentazioni ed al peccato. E per sfuggire le une e l'altro prendo il posto che Dio mi assegna. Sì, zia Porredda mia, io penso all'eternità, ed è per salvarmi l'anima che io faccio ciò che faccio... No, io non sono cattiva; il mio cuore non è cattivo.

Quasi quasi pensava che il suo cuore era buono e generoso, o almeno, se precisamente non pensava così nella profondità sincera della coscienza — in quella profondità che non mentisce mai — e dalla quale sgorgava quel senso di tristezza che la avvolgeva, — lo pensava con la mente calcolatrice. Così, confortata, si addormentò.

Ora l'alba nitida batteva ai vetri della camera ospitale le grandi ali diafane, fredde e pure come il ghiaccio, e Giovanna pensò al sole e si rallegrò.

Anche la vecchia si svegliò e guardò subito i vetri.

— Ah, farà una bella giornata! — disse soddisfatta.

Si alzarono. Zia Porredda era già in cucina; cortese e premurosa servì il caffè alle ospiti, e le aiutò a sellare e caricare il cavallo. Pareva non ricordasse affatto il discorso della sera prima, ma appena le due donne furono uscite, fece in aria un piccolo segno di croce, sembrandole che con loro fosse andato via il peccato mortale.

— Alla buon'ora. Buon viaggio, e il Signore vi aiuti — pensò zia Porredda, chiudendo il portone.

Nel silenzio cristallino dell'ora i galli cantavano con rauchi gorgheggi, vicini, lontani, più lontani ancora, e la piccola città dormiva sotto il cielo di vetro azzurro.

Questa volta le Era viaggiavano sole; dovevano scender la valle, percorrerne il fondo, risalirla e poi salire le montagne grigie all'alba, i cui picchi coperti di neve, d'un bianco metallico, si disegnavano crudamente sull'orizzonte.

Faceva freddo; non spirava vento, ma l'aria era tagliente, e un silenzio indescrivibile regnava nella grande valle selvaggia, accresciuto, anzichè rotto, dalla voce monotona di qualche torrente. L'erba invernale, corta e d'un verde intenso, incipriata di brina, copriva le chine di qua e di là dai sottili sentieri bruni; il musco umido odorava sulle roccie, e le macchie verdi stillavano brina: una freschezza selvaggia ringiovaniva la valle; ma i radi alberi contorti e brulli sorgevano, a grandi intervalli, come eremiti nudi, espostisi per penitenza al freddo e alla luce dell'aurora. Nei seminati la terra era nera, umida; e la linea delle muriccie, lunga, infinita, coperta di musco, saliva e scendeva serpeggiante: guardata dall'alto sembrava un enorme verme verde. Cammina, cammina, le due donne, con le mani, il volto e i piedi gelati, attraversarono il torrente in un guado ove l'acqua passava larga, bassa e silenziosa, risalirono la valle e cominciarono a salir le montagne. Il sole era spuntato, vivido ma freddo, e le montagne della costa sorgevano azzurre sul cielo d'oro: il vento, ora, passava fra le basse macchie, recando un odore di roccie umide.

Le due donne viaggiavano silenziose, assorte: in un avvallamento ombreggiato dalle chine sovrastanti, candide di brina, incontrarono un uomo di Bitti che viaggiava a piedi; si salutarono, sebbene sconosciuti, e passarono oltre.

A mano a mano che salivano, il sole s'avvivava e le riscaldava: esse pensavano alla mèta che s'avvicinava, alle robe che tenevano entro la bisaccia, alle cose che dovevano fare appena arrivate al paese. Zia Bachisia pensava a zia Martina e alla soddisfazione che la vecchia avara proverebbe vedendo il corredo di Giovanna: e Giovanna pensava a Brontu ed alle cose curiose che egli diceva quando era ubriaco; ma entrambe, quando videro la chiesa di San Francesco, bianca al sole, adagiata a mezza china, fra le macchie lucenti, pensarono a Costantino e dissero un'Ave-Maria per lui. Arrivarono poco dopo mezzogiorno. Ad Orlei, nella cerchia dei campi umidi, sotto l'alito gelato delle grandi sfingi con le cime fasciate da bende di neve, il freddo era più intenso che a Nuoro, e il sole riusciva appena a riscaldare l'erba dei viottoli melanconici. I tetti erano rugginosi, ed alcuni coperti di gramigne; i muri neri di umido, gli alberi nudi, resi rossastri dal freddo; qualche spira di fumo livido saliva sul cielo chiaro, d'una solitudine infinita. Come sempre, il paesello taceva e sembrava deserto, abbandonato; sui muri apriva le sue piccole coppe di carne verde l'ombelico di Venere, le lucertoline screziate prendevano il sole, le lumache e gli scarafaggi lucenti salivano di pietra in pietra.

Zia Martina filava sotto il portico, ove penetrava il sole, e vedendo tornare le sue vicine fu assalita dalla smania di sapere ciò che esse recavano entro la bisaccia, ma non si mosse e rispose contegnosa al loro saluto.

Verso sera rientrò Brontu, che ogni tre giorni visitava la fidanzata, e la madre volle accompagnarlo, curiosa di sapere ciò che le Era avevano portato da Nuoro.

Un magro fuoco di legno di ginepro ardeva sul focolare di zia Bachisia, proiettando lunghi sprazzi di penombra rossastra sul pavimento e le pareti terrose della cucina. Giovanna voleva accendere la candela, ma i Dejas glielo impedirono: zia Martina per istinto, Brontu perchè così nella penombra poteva meglio guardare la fidanzata.

Era mirabile il contegno di Giovanna davanti alla futura suocera ed a Brontu; ella diventava dolce dolce, la sua voce pareva quella d'una bimba, pur pronunziando parole savie e profonde; lo sguardo si velava, le lunghe ciglia s'abbassavano; ella sembrava una fanciulla di quindici anni, innocente e buona; e tutto ciò succedeva, non per voluta finzione, ma per istinto. Brontu ne era pazzamente innamorato, tanto che ora, quando s'ubriacava, correva da lei, s'inginocchiava, e cantava certe preghiere puerili imparate nella sua infanzia. Poi piangeva perchè si accorgeva di essere ubriaco, e giurava che non avrebbe bevuto mai più, mai più.

Quella sera, però, era perfettamente sano, e parlava tranquillo, avvolgendo Giovanna con un continuo sguardo appassionato. Sorrideva, e i suoi denti splendevano al riflesso del fuoco.

Zia Bachisia cominciò a raccontare le avventure del viaggio; parlò del paletò dell'avvocato, delle ali che usavano le signore, della cucina dei Porru, dell'uomo sconosciuto incontrato per istrada, ma non toccò la discussione avuta con zia Porredda, nè parlò delle compre fatte, sebbene indovinasse la smania e la curiosità di zia Martina, e ardesse anch'essa dal desiderio di mostrare le belle cose acquistate.

— E tu cosa dici, Giovanna? — chiese Brontu, frugando il fuoco col suo bastone. — Sei pensierosa stassera: che hai?

— Sono stanca — ella rispose; e improvvisamente chiese notizie di Giacobbe Dejas.

— Quel matto? Mi tormenta di continuo. In verità, finirò col dargli una pedata. Già egli non ha più bisogno di fare il servo.

— Io non so — disse zia Bachisia — prima era un uomo tanto allegro; ora ha casa, bestiame, e dicono che stia per prender moglie anche lui, ma è d'un umore!... Voi sapete che voleva bastonarci.

— Qui non è più tornato?

— Mai più.

— E neppure Isidoro Pane — disse Giovanna con voce monotona.

— Mi pareva averlo veduto ieri passare di qui... — osservò zia Martina. Giovanna sollevò vivamente la testa, ma non disse niente, mentre Brontu esclamava ridendo:

— Voi non avete bisogno delle sue sanguisughe...

— Ebbene — chiese zia Martina, dopo un breve silenzio — non mi avete recato alcun regalo da Nuoro? Lo fate ben sospirare! — Le due donne, che infatti le avevano portato un grembiale, finsero sorpresa e mortificazione.

— Ah, davvero, non ci siamo ricordate... Ah, davvero!...

Zia Bachisia rise, con uno strillo da falco, ma tosto ridiventò seria vedendo che Giovanna non usciva dalla sua melanconia.

— No, non ci siamo ricordate. Ma Giovanna vi farà vedere qualche cosa che abbiamo comprato...

Giovanna si alzò, accese la candela e andò nella camera attigua. Brontu la seguì con gli occhi ardenti, zia Martina capì che ella andava a prendere il regalo. Passarono varii minuti e Giovanna non tornava.

— Che fa di là? — chiese Brontu.

— Chi lo sa?

Passò un altro minuto.

— Io vado a vedere — egli disse alzandosi e avviandosi.

— No, no, che fai? — disse zia Bachisia, ma così debolmente che zia Martina si scandolezzò e richiamò il figlio con degli energici:

— Zsss... Zsss...

Ma egli andò oltre, in punta di piedi. Giovanna, ritta davanti al cassetto aperto, rileggeva una lettera che, rientrando dal viaggio, madre e figlia avevano trovato sotto la porta, introdotta nella fessura durante la loro assenza. Era una lettera straziante di Costantino: coi suoi rozzi e semplici caratteri, egli supplicava Giovanna per l'ultima volta di non fare ciò che ella stava per fare. Le ricordava i giorni lontani del loro amore, le prometteva il ritorno, le giurava la sua innocenza. «Se non vuoi aver pietà di me — concludeva — abbi pietà di te stessa, dell'anima tua; pensa al peccato mortale, pensa all'eternità».

Ah, le stesse parole di zia Porredda, le stesse, le stesse! La lettera doveva averla introdotta zio Isidoro, giacchè Giovanna, da lungo tempo non riceveva più direttamente notizie del condannato. Le lagrime le velavano gli occhi: e chi sa? forse ella si commuoveva più al ricordo del passato che al pensiero dell'eterno avvenire. Ad un tratto sentì l'uscio girare lievemente ed una persona entrare furtiva; si chinò rapida, fingendo frugare entro il cassetto, con le mani tremanti e gli occhi velati.

Brontu le fu dietro, a braccia aperte, la cinse per le spalle, ed ella finse spaventarsi e si scosse.

— Che fai, che fai? — egli chiese con voce sommessa, commossa.

— Ah, cerco... cerco... il grembiale per tua madre. Non so dove l'abbia messo! Lasciami! Lasciami! — ella disse, cercando di liberarsi dalle braccia di Brontu; ma volgendosi vide i denti di lui splendere fra le labbra sorridenti, rosse e lucide come ciliege; e subito sentì la mano di lui dietro la testa, e quelle labbra rosse, lucide e ardenti come il fuoco, toccarono le sue.

— Ah, noi non pensiamo all'eternità... — disse con voce ansante, appena egli l'ebbe baciata.

Ma poco dopo, ritornati in cucina, ella cominciò a ridere con un riso fresco e puro di giovinetta, mentre Brontu la guardava con l'aria speciale che egli prendeva quando era ubriaco.

L'inverno passò. Gli amici di Costantino non cessarono un momento di intrigare e lottare perchè il maledetto matrimonio non si avverasse. Invano. In quell'occasione i Dejas e le Era sembravano gente fatata; erano invulnerabili, non si lasciavano scuotere nè da preghiere, nè da minaccie, nè da pettegolezzi.

Il sindaco, anche il sindaco, un pastore che rassomigliava a Napoleone I, pallido e fiero, era contrario a quel matrimonio del diavolo; e quando Giovanna e Brontu andarono in gran segretezza a richieder le pubblicazioni, egli li trattò con freddo disprezzo, sputando per terra ogni due secondi. La gente minacciava scandali. Finchè s'era trattato del divorzio, la gente s'era meravigliata, ma non scossa; finchè s'era parlato dell'amoreggiamento di Brontu e Giovanna, la gente aveva mormorato, ma, in fondo, s'era compiaciuta di aver uno scandalo sul quale intrattenersi; finchè s'era trattato d'un matrimonio che sembrava impossibile, la gente aveva riso, ma aveva sperato che Brontu si burlasse delle Era; ed ora, ora la gente non avrebbe forse detto più nulla nè avrebbe più riso se Brontu e Giovanna si fossero uniti così, in peccato mortale (non sarebbe stato nè il primo nè l'ultimo caso; e Giovanna poteva scusarsi, data la sua gioventù e la sua povertà), ma sposarsi, una donna che aveva già marito, sposarsi! questo la gente non poteva sopportarlo. Che volete? La gente è fatta così. Eppoi era una cosa orribile, un peccato, uno scandalo inaudito. Si temeva che Dio castigasse tutto il paese per la colpa di quei due; e qualcuno minacciava di fare scandalo, di gittar pietre, di fischiare, di bastonare gli sposi il giorno delle nozze. Ed essi lo sapevano: Brontu si arrabbiava, zia Bachisia diceva «Lasciate fare a me» e zia Malthina sollevava la testa come un puledro che sente l'odor della polvere da sparo. Ah, lei voleva combattere e vincere; lei si sentiva invecchiare, era stanca di lavorare e voleva in casa una serva gratis. Giovanna le piaceva, e Brontu doveva prenderla. E che la gente schiantasse d'invidia.

La sera del giorno in cui furono fatte le pubblicazioni, zio Isidoro Pane lavorava nella sua catapecchia, alla luce vivissima e purpurea d'un gran fuoco. Almeno un gran fuoco zio Isidoro poteva permettersi, giacchè le legna le portava egli stesso dai campi, dalle rive del fiume, dal bosco. Durante l'inverno egli intesseva corde di pelo di cavallo: sapeva far di tutto, cuciva, filava, cucinava (quando aveva di che), rattoppava le scarpe: eppure non usciva mai di miseria.

Ad un tratto s'aprì la porta, nel cui vano apparve un lembo di notte marzolina, chiara ma velata, e Giacobbe Dejas venne a sedersi silenzioso accanto al fuoco.

La cucina del pescatore pareva un quadretto fiammingo dalle figure nitide nella luce rossa che profilava gli oggetti lasciando neri gli sfondi: e in quegli sfondi neri si scorgeva una tela di ragno, cinerea, col ragno nel mezzo; nell'angolo del focolare un'ampolla di vetro colma d'acqua fino al collo, con le sanguisughe nere nuotanti; un cestino giallo appeso al muro, e poi le figure dei due uomini addolorati e la corda di pelo nero sfrangiata fra le dita scarne e rossastre del vecchio pescatore.

— Ed ora come si fa? — chiese Giacobbe.

— Come si fa? Come si fa? — ripetè l'altro. — Io non lo so.

— Hanno fatto le pubblicazioni — riprese Giacobbe, e pareva parlasse a sè stesso — ma, è tutto fatto, proprio tutto! L'ubriacone oggi non è venuto neppure all'ovile: ed io pure son ritornato in paese. Ebbene, che gliele rubino pure le pecore, io me ne infischio assai. Sono venuto: bisogna fare qualche cosa, Isidoro Pane. Ehi, Isidoro Pane, lasciate la vostra corda ed ascoltatemi. Bisogna... fare... qualche cosa... Avete inteso?

— Ho inteso. Che possiamo fare? Abbiamo fatto tutto ciò che potevamo fare. Abbiamo gridato, pregato, minacciato. Si è intromesso il Sindaco, il segretario, prete Elias.

— Bello quel prete Elias! Che ha fatto lui? Ha predicato, ma con lo zucchero. Egli, egli doveva minacciare; doveva dire: io prenderò i libri santi e vi maledirò, vi scomunicherò; voi non vi sazierete mai d'acqua, nè di pane, nè d'altra cosa; voi vivrete l'inferno in vita. — Vedevate allora l'effetto; ma no, colui è stupido, colui è un prete di latte cagliato, non ha fatto il suo dovere. Non nominatelo o mi arrabbio.

Isidoro lasciò stare la corda.

— È inutile che tu t'arrabbi. Prete Elias non doveva minacciare e non ha minacciato. Ma credi pure, la scomunica cadrà lo stesso su quella casa.

— Ah, io me ne andrò via, sì, me ne andrò via; non voglio più quel pane maledetto! — disse Giacobbe, e tutta la sua faccia espresse un amaro raccapriccio. — Ma prima voglio prendermi il gusto di bastonare gli sposi del diavolo.

— Tu sei matto, uccellino di primavera! — disse Isidoro con un sorriso accorato, imitando Giacobbe.

— Sì, sono matto. E quando fossi matto, a voi non dovrebbe importar nulla; ma anche voi non avete fatto niente per impedire questo sacrilegio. Ah, che cosa schifosa! Io ho perduto la mia allegria...

— Ed io sono invecchiato di dieci anni.

— ... la mia allegria; penso sempre a quello che Costantino dirà di noi che non abbiamo saputo impedire... E vero che egli è malato?

— Ora no. Lo è stato. Soltanto è disperato — disse zio Isidoro scuotendo il capo. Poi riprese ad intrecciare la corda, e mormorò:

— La scomunica... la scomunica...

— Io mi arrabbio talmente che mi vien la bava sulle labbra — riprese Giacobbe, alzando la voce — come i cani, sì, come i cani! Ah, no, non lascerò quella casa, a costo di crepare: voglio assistere alla scomunica che piomberà sopra di loro. Sì, Dio castiga in vita ed in morte, questo è certo; ed io voglio assistere al castigo. Ma cosa lavorate voi?

— Una corda di pelo.

— Ah, una corda di pelo!

Tacquero. Giacobbe guardava la corda, e i suoi occhi nuotavano in un sogno di dolore e d'ira.

— A chi le vendete quelle corde?

— Le porto a Nuoro e ne vendo anche qui ai contadini che le adoperano per legare i buoi. Perchè la guardi così? Vorresti appiccarti?

— No, uccellino di primavera, vi appiccherete voi, se Dio vorrà. Dunque — riprese alzando la voce — si sono fatte le pubblicazioni.

Tacquero ancora; poi Isidoro disse:

— Chi lo sa? Io, vedi, spero sempre che il matrimonio non si faccia. Spero in Dio, spero in un miracolo di San Costantino.

— Giusto, un miracolo! — disse l'altro con voce ironica.

— E perchè no? Se, per esempio, in questi giorni venisse a morire il vero assassino di Basilio Ledda, e confessasse? Ecco che il divorzio sarebbe nullo.

— Sì, giusto! In questi giorni! — rispose l'altro, sempre ironico. — Siete innocente come una creatura di tre anni, in fede di cristiano!

— Chi lo sa? O potrebbe venire scoperto.

— Sì, giusto! in questi giorni! Eppoi, cosa ne sappiamo noi? Chi potrebbe scoprirlo? Come?

— Chi! Io, tu, un altro...

— Siete innocente non come una creatura di tre anni, ma come una chiocciola prima che esca dal guscio. Come possiamo scoprirlo? E d'altronde, a parte tutto, ecco, siamo noi poi sicuri che non sia stato proprio Costantino?

— Ah, noi ne siamo sicuri! — disse Isidoro. — Tutti possiamo esserlo stati, fuorchè lui. Posso esserlo stato io, puoi esserlo stato tu...

Giacobbe s'alzò per andarsene.

— Che si potrebbe dunque fare?... C'è un rimedio?... Ditelo voi.

— ... Fuorchè lui! — ripeteva zio Isidoro, senza sollevare il capo. — Un rimedio c'è. Rimettersi nelle mani di Dio.

— Ah, come mi fate arrabbiare! — gridò l'altro, muovendosi per la stamberga come una belva rinchiusa. — Domando se c'è un rimedio e voi mi rispondete così, come uno sciocco. Ah, io vado e strangolo Bachisia Era, ecco tutto!

E andò via come era venuto, senza salutare, arrabbiato sul serio; zio Isidoro non sollevò neppure il capo; solo dopo qualche istante, avendo Giacobbe lasciato la porta aperta, s'alzò per chiuderla e s'affacciò al limitare.

La notte di marzo era tiepida, lunare, ma velata. Si sentiva già una fragranza umida di verzura rinascente: intorno alla catapecchia del vecchio le siepi e le vegetazioni selvatiche parevano addormentate in quella luce misteriosa di luna invisibile; nello sfondo dell'orizzonte, tra i vapori lattei diffusi, serpeggiava a zig-zag una linea sottile di cielo limpido che sembrava un fiume azzurro scorrente in una pianura, con qualche fuoco notturno alle rive.

Isidoro chiuse la porta e tornò a lavorare, sospirando.

XI.

Era la vigilia dell'Assunzione; un mercoledì caldissimo e nuvoloso.

Zia Martina filava sotto il portico, e Giovanna, incinta, mondava il grano. Mentre di solito per questa faccenda occorrono due donne, ella doveva compierla da sola, rimescolando il grano nel vaglio per toglierne le pietruzze, e poi mondandolo attentamente sopra un pezzo di tavola posato entro un gran canestro. Giovanna sedeva per terra, davanti al canestro, con a fianco una corba piena di grano color d'oro polveroso: invece d'ingrossarsi, la «moglie dei due mariti», come la chiamavano in paese, s'era dimagrata: aveva il naso un po' gonfio e rosso, gli occhi cerchiati, e il labbro inferiore sporgente pieno di disgusto. Alcune galline arruffate, che di tanto in tanto si scuotevano lasciando per terra molte piume, assediavano il canestro arrivando talvolta a ficcarvi il becco. Giovanna gridava e imprecava per allontanarle, ed esse scappavano un po', ma stavano attente, pronte, con una zampa sollevata, e tornavano all'assalto appena la giovine si distraeva.

Ed ella distraevasi spesso: aveva gli occhi tristi, o piuttosto indifferenti, come di persona egoista che pensa soltanto ai suoi malanni. Caschi il mondo, ella non può occuparsi che di sè e delle proprie cure. Era anche scalza e discretamente sudicia, perchè zia Martina lesinava il sapone.

Le due donne non discorrevano, ma zia Martina teneva d'occhio Giovanna, e quando questa non arrivava a tempo a scacciar le galline, era la vecchia che gridava per allontanarle.

Una volta una delle moleste bestiole ardì salire sull'orlo della corba e piluccarvi dentro.

— Ah! aaah! — gridò zia Martina; Giovanna si volse bruscamente, la gallina starnazzò le ali e volò portandosi addietro un piccolo nembo di grano.

Giovanna ebbe paura che la suocera la sgridasse, (aveva sempre paura di ciò) e si protese per raccogliere i chicchi del grano, lamentandosi.

— Come sono fastidiose!

— Ah, davvero, sono tanto fastidiose, — disse zia Martina con voce dolce: — no, non allungarti così, figlia mia, ti farà male. Vengo io.

Infatti ella lasciò il fuso, andò e raccolse chicco per chicco tutto il grano sparso, mentre una gallina piluccava la lana della conocchia.

— Che tu sii spelata! — gridò la vecchia, accorgendosene: e la fece allontanare, mentre le altre galline procuravano di aiutarla nella raccolta dei chicchi.

Giovanna vagliava il grano, a capo chino, muta, assorta.

Dal portico si scorgeva lo spiazzo deserto, la casetta di zia Bachisia livida nella luce grigia vivissima del pomeriggio nuvoloso: un lembo di paese deserto, i campi gialli deserti, l'orizzonte di metallo.

Nuvole sopra nuvole gravavano sul cielo, piovendo un gran caldo e una quiete troppo intensa. Davanti al portico passò un ragazzo alto e scalzo, che conduceva due piccoli buoi neri: poi passò una donnina, scalza anch'essa, che guardò Giovanna con due grandi occhi chiari; poi passò un cane bianco e grasso, col muso per terra: niente altro interruppe il silenzio, l'afa grave e minacciosa.

Giovanna vagliava e mondava il grano sempre più lentamente; si sentiva stanca, aveva fame ma non di vivande, aveva sete ma non d'acqua, provava un bisogno fisico inesprimibile di qualche cosa introvabile.

Finito il suo lavoro si alzò e scosse le vesti, si curvò e cominciò a rimetter il grano dal canestro nella corba.

— Lascia, lascia, — disse premurosamente zia Martina — ti farà male.

Giovanna voleva portare ella il grano alla macina (una mola girata da un asinello, che macinava un ettolitro di grano ogni quattro giorni), ma la suocera non glielo permise e andò ella stessa.

Rimasta sola Giovanna entrò nella cucina, si guardò attorno, poi frugò qua e là: nulla, nulla, non frutta, non vino, non un sorso di liquore che potesse saziare la brama inesprimibile che la tormentava. C'era solo un po' di caffè ed ella ne scaldò un pochino mettendovi dentro un pezzetto di zucchero che teneva in saccoccia: poi ricoprì con cura il fuoco.

Ma quel po' di bevanda calda parve aumentarle la sete. Giovanna avrebbe voluto bere un liquore fresco e dolce, che non aveva bevuto mai, che non berrebbe mai. Un'ira sorda e muta la prese; i suoi occhi si animarono. Andò verso l'uscio della dispensa e lo scosse, sebbene lo sapesse chiuso a chiave, e con le labbra un po' livide mormorò un'imprecazione.

Poi uscì; così scalza come era, attraversò lo spiazzo a passi silenziosi, e chiamò sua madre.

— Vieni — disse zia Bachisia dall'interno della cucina.

— Non posso. La casa è sola.

Allora zia Bachisia uscì, guardò il cielo e disse:

— Stanotte piove: farà uragano.

— Ebbene, che piombino tutti i fulmini del cielo! — disse Giovanna con voce rude: poi aggiunse raddolcendosi: — ma sia salvo ciò che io porto in seno...

— Ah! tu sei di malumore, anima mia! Dove è andata la strega? Ho visto che mondavi il grano.

— È andata a portarlo alla macina. Ha avuto paura di lasciare andar me: temeva gliene rubassi.

— Abbi pazienza, figlia. Non sarà così.

— Oh, è così, è così! Io non ne posso più. Che vita è questa? Ella ha il miele sulle labbra e il pungolo in mano. «Lavora, lavora, lavora!» Ella mi incalza come un bue da soma. E pane d'orzo, ed acqua e sudiciume, e buio di sera, e piedi scalzi quanto ne voglio.

Zia Bachisia l'ascoltava impotente a consolarla: d'altronde quelle lamentazioni erano affare d'ogni giorno. Oh, anch'ella, zia Bachisia, era ben scornata: ora doveva lavorare più di prima, ma non si doleva di ciò; solo le dispiaceva lo stato veramente miserando di Giovanna.

— Abbi pazienza, abbi pazienza, anima mia; verranno tempi migliori, l'avvenire non te lo ruba nessuno.

— Ah, che importa? Sarò vecchia, allora, se prima non muoio di rabbia. A che serve star bene quando si è vecchi? Allora non si gode più nulla.

— Eh, no, anima mia, — disse l'altra, con occhi furbi, verdi come due lucciole di notte. — Io godrei bene anche ora. Eh, eh, star senza far nulla; mangiare carne arrostita, pane molle, trote, anguille; bere vino bianco e rosolii e cioccolata...

— Finitela! — gridò Giovanna con spasimo: e raccontò come non aveva trovato nulla da soddisfare la sua indicibile brama.

— Abbi pazienza: è causa del tuo stato: anche se tu trovassi le cose più buone del mondo ed i liquori che beve il re non ti sentiresti soddisfatta.

Giovanna guardava sempre verso il portico, con occhi tristi e con la bocca piena di disgusto.

— Stanotte pioverà, — ripetè la madre.

— Lasciate che piova, dunque.

— Brontu tornerà?

— Sì, tornerà; e stasera glielo voglio dire; ah, sì, glielo voglio dire.

— Che gli vuoi dire tu, anima mia?

— Gli voglio dire che non ne posso più, che se mi ha preso per fargli la serva e null'altro, si è ingannato, e che... e che...

— Tu non gli dirai niente! — disse con energia la vecchia. — Lascialo in pace; anch'egli lavora, anch'egli vive come un servo; perchè vuoi tormentarlo? Egli potrebbe cacciarti via, sposar in chiesa un'altra donna...

Giovanna tremò di spasimo, si raddolcì, le vennero le lagrime agli occhi.

— Egli non è cattivo, — disse, — ma si ubbriaca sempre, puzza d'acquavite come un lambicco, e mi rivolta lo stomaco. E poi si arrabbia senza ragione. Ah, è schifoso, è veramente schifoso. Ebbene, sì, era meglio... ah, era...

— Ebbene, cosa era meglio? — gridò fieramente zia Bachisia.

— Niente.

Sempre così. Giovanna ricordava Costantino, così buono, bello, pulito e gentile, e rimpiangeva il passato. Una tristezza profonda, più amara della morte, le avvolgeva l'anima: e il pensiero della maternità non leniva, anzi accresceva mostruosamente il suo dolore.

La sera calava, grave e grigia come una visione di granito; non un filo di vento ne interrompeva la quiete afosa.

Giovanna andò a sedersi sul muricciolo sotto il mandorlo immobile, e la madre le si mise vicina: per un po' tacquero, poi Giovanna disse, come proseguendo un discorso:

— Sì, certo, come nei primi tempi della condanna. Come allora io sogno ogni notte il suo ritorno e, cosa curiosa, non ho mai paura, sebbene Giacobbe Dejas dica che se Costantino ritorna mi ammazza. Non so, il cuore mi dice ch'egli tornerà davvero; prima non ci credevo, ma ora ci credo. Oh, è inutile che mi guardiate così. Vi faccio io forse un rimprovero? No, no, no. Io piuttosto dovrei temere i vostri rimproveri. Che godete voi del mio stato? Nulla; voi non venite più neppure a trovarmi in quella casa — e sporgeva il labbro per indicar la casa bianca, — perchè mia suocera ha paura che voi portiate via la polvere coi piedi. Io non vi posso dar nulla. Nulla, capite, nulla, neppure il mio lavoro. Tutto è chiuso. Io sono la serva.

— Ma io non voglio nulla, cuore mio. Perchè ti addolori per queste sciocchezze? Io non ho bisogno di nulla, — disse zia Bachisia con voce dolce. — Non pensare a me. Mi affligge solo il debito verso Anna-Rosa Dejas. Io non riuscirò mai a pagarlo; ma ella avrà pazienza.

Giovanna arrossì di stizza, si torse le mani e alzò la voce.

— Sì, questo io voglio dire stasera, a quell'animale immondo; gli dirò: pagate almeno gli stracci che io indosso: pagateli, pagateli, che una palla vi trapassi il cuore.

— Non alzar la voce, non arrabbiarti, anima mia. È inutile, vedi, arrabbiarti. Perchè arrabbiarti? Egli potrebbe cacciarti via.

— Ebbene, che egli mi cacci pur via. È meglio. Almeno lavorerò per me, per voi, non per quella gente maledetta. Ah, eccola che ritorna! — disse poi, abbassando la voce, poichè la figura nera di zia Martina appariva sullo sfondo livido dello spiazzo. — Ora mi sgriderà perchè ho lasciato la casa sola: ella ha paura che le rubino i denari. Ella ne ha tanti, e non li conosce neppure; non distingue i biglietti, e neppure le monete. Ha dieci mila lire, sì, mille scudi...

— No, anima mia, duemila.

— Ebbene, duemila scudi nascosti. Ed io non un sorso di bevanda che mi rinfreschi, che mi tolga questo ardore che ho dentro.

— Saran tutti tuoi, — diceva zia Bachisia, — abbi pazienza, sta attenta, quando gli angeli verranno a portarla in paradiso, e saranno tutti tuoi.

Giovanna tossì, si graffiò la nuca, e riprese con cupo ardore:

— Che mi caccino pure, non me ne importa. Ecco, il segretario comunale dice che io sono la vera moglie di Brontu, ma a me sembra di viver con lui in peccato mortale. Ricordate come ci siamo sposati? Di nascosto, al buio, senza un cane, senza dolci, senza niente. Giacobbe Dejas, che egli sia strozzato, rideva e diceva: «ora viene il bello». Ed il bello è venuto.

— Senti, — disse zia Bachisia, con voce bassa ma energica, — tu sei sempre matta. In fede mia, tu lo sei stata sempre e lo sarai sempre... Perchè ti disperi? Per delle sciocchezze. Tutte le nuore povere devono vivere come vivi tu. Verrà anche per te il tempo della raccolta: abbi pazienza, sii obbediente, vedrai che tutto passerà. D'altronde, vedrai che appena nascerà il bambino le cose muteranno.

— Non muteranno affatto. E almeno, almeno... non avessi fatto dei figli! Essi mi legheranno a questa pietra che mi trascina e mi schiaccia. Ebbene, volete sentirlo! Il mio vero marito è Costantino Ledda...

— Tu vacilli, anima mia! Taci, od io ti turo la bocca...

— ... e se anche torna io non potrò riunirmi a lui perchè avrò dei figliuoli...

— E io ti turo la bocca! — ripetè zia Bachisia, fremente, alzandosi in piedi, stendendo la mano, come per eseguire l'atto; ma non ce ne fu bisogno, perchè Giovanna vide la suocera attraversare lo spiazzo, e tacque.

Zia Martina camminava e filava, e s'avvicinò lentamente alle due donne.

— Al fresco? — disse, guardando sempre il suo fuso girante.

— Bel fresco! Si muore dal caldo. Ah, stanotte però pioverà, — rispose zia Bachisia.

— Pioverà certo. Purchè non tuoni: io ho tanta paura dei tuoni. Il diavolo scarica i suoi sacchi di noci, allora. Speriamo che Brontu torni presto. Che faremo da cena, Giovanna?

— Ciò che volete.

— Tu stai lì? Non ti farà male? Forse ti farà male.

— Che volete che mi faccia?

— L'aria della sera è sempre nociva. È meglio star dentro; così, intanto preparerai da cena. Ci son delle uova, figliuola mia, uova con pomi d'oro. Ebbene, preparale per te e per tuo marito; io non ho appetito. Ah, davvero, — proseguì, rivolta a zia Bachisia, — non ho appetito, tutti questi giorni. È il tempo, forse.

— È il diavolo che ti fora la schiena: è l'avarizia che non ti permette di mangiare, — pensò l'altra. Giovanna taceva e non si muoveva, assorta in un cupo sogno.

— Domani avremo il panegirico, dunque, alle undici: è un'ora incomoda, in verità. Ci andrai tu, Giovanna? Gli altri anni lo facevano alle dieci.

— Io non andrò, — rispose Giovanna con voce monotona. Ella, ora, si vergognava di andare in chiesa.

— Sì, a quell'ora fa assai caldo; è meglio che tu non vada. Ma, se non mi inganno, piove, — disse poi zia Martina, e tese la mano. Una grossa goccia d'acqua sporca cadde e si sparse sui peli del dorso livido della sua mano. Tic, tic, tic, altre goccie caddero sul mandorlo immobile e per terra, scavando piccole buche sulla rena dello spiazzo. Nello stesso tempo il cielo parve rischiararsi, mandando una luce giallognola: sullo sfondo delle nuvole bronzee passava una grande nuvola gialla a macchiette d'un giallo più scuro, che pareva una enorme spugna pregna d'acqua.

Le donne si ritirarono, e subito cominciò a piovere dirottamente, ma una pioggia dritta, sonora, d'una violenza solenne, senza vento nè tuoni, che durò dieci minuti soltanto, ma allagò il paese.

— Oh Dio, o San Costantino, o Santissima Assunzione! — gemeva zia Martina. — Se Brontu è per via s'inzupperà come un pulcino.

E guardava disperatamente il cielo, ma non smetteva di filare, mentre Giovanna cominciava a preparar da cena. Ascoltando il fragore della pioggia anch'essa sentivasi inquieta, non per il marito, ma per qualche cosa di indefinibile come un pericolo ignoto. Ad un tratto il chiarore giallo che aveva accompagnato la pioggia si fuse ad una luce azzurrognola che veniva dall'occidente: la pioggia cessò di botto, le nuvole s'aprirono, si divisero, se ne andarono, le une sulle altre, le une dietro le altre, come gente che si disperde dopo una grande riunione; per l'aria rinfrescata si diffuse un bagliore glauco, un odore di terra e di erbe secche bagnate, e risuonarono canti di galli che credevano fosse l'alba. Poi silenzio. Zia Martina filava sempre nel portico, nera sullo sfondo glauco del crepuscolo; Giovanna accendeva il fuoco, curva sul focolare, quando udì un nitrito venire per l'aria con un tremore che le si comunicò stranamente: tremando ella si rialzò e guardò fuori. Brontu tornava ed ella aveva paura; di che? di tutto e di niente.

Nella casetta di zia Bachisia s'era acceso un punto giallo, e scorgevasi la vecchia ricacciar con una scopa di ginestra l'acqua che aveva inondato il limitare. L'orizzonte, dietro i campi giallognoli, pareva una linea di mare, verde tranquillo; e su tutte le cose, anche sull'orizzonte, dominava il mandorlo, bagnato, stillante. A fianco del mandorlo, all'ultimo barlume del giorno, apparve Brontu sul suo cavallo; entrambi, cavallo e cavaliere, neri, fumanti, lenti, come gonfiati e resi pesanti dall'acqua che li inzuppava.

Le due donne uscirono sullo spiazzo, dando in esclamazioni di dolore, ma di un dolore forse un po' ironico. L'uomo, però, non parve badare a loro.

— Diavolo, diavolo, diavolo... — mormorava. Trasse il piede dalla staffa, lo sollevò. — Diavolo, diavolo, al diavolo chi ti ha cotto... — E fu in piedi, tutto bagnato. — Ecco, ora arrangiatevi, — disse irosamente, avviandosi alla cucina. Le due donne dovettero scaricare il cavallo, poi Giovanna rientrò e subito Brontu chiese da bere, per asciugarsi.

— Cambiati, — ella disse.

Ma egli non voleva cambiarsi; voleva soltanto bere per asciugarsi — ripeteva, — e si arrabbiò perchè Giovanna insisteva. Poi finì col fare tutto ciò che essa volle; si cambiò, non bevette, e in attesa della cena si asciugò accuratamente i capelli con uno straccio e li pettinò.

— Che acqua, che acqua! — ripeteva. — Un mare addirittura. Ah, questa volta mi ha ben rammollito la crosta. (Fece una risatina). Come va, Giovanna? Va bene, eh? Tanti saluti da Giacobbe Dejas. Egli ti può vedere come il fumo negli occhi.

— Tu dovresti frenargli la lingua, — disse zia Martina. — Così tu sii buono a mangiare come sei buono a farti rispettare da queste immondezze di servi.

— Io gli frenerò altro che la lingua! Intanto stasera voleva ritornare. No, rimani lì e crepa. Tornerà domani mattina.

— Ah, domani mattina! Ma neppure domani mattina! Ah, figlio mio, tu ti lasci derubare impunemente. Sei buono a nulla.

— Dopo tutto, — diss'egli, alzando la voce, mentre continuava a pettinarsi, — domani è l'Assunzione, e Giacobbe è nostro parente. Finitela. Ecco, Giovanna, ora son bello.

Le sorrise, mostrando i denti. Era bello infatti, pulito, coi capelli lucenti. Giovanna si sentì intenerire; ed egli si mise a cantarellare una canzonetta puerile che i bimbi cantano quando piove.

Proghe, proghe, s'achina cochet e' i sa icu[6].

Poi cenarono tutti lieti e contenti: zia Martina, con la scusa che non aveva appetito, mangiò pane, cipolle e formaggio, — cibo del quale, d'altronde, ella era ghiotta, — ma ciò non ruppe la buona armonia della cena. Dopo cena Brontu volle che Giovanna uscisse con lui a far due passi, e andarono a zonzo, senza meta, per le viuzze deserte del paesello: il cielo s'era fatto limpidissimo, qualche stella filante lanciava il suo filo d'oro sull'orizzonte di cristallo, e nell'aria ondeggiava l'odore dell'erba secca e delle pietre bagnate. Le viuzze erano piene di rena e di fango, ma Giovanna usava le gonne cortissime e le scarpe così grosse che traevano un eco metallico dalle pietre. Brontu se la prese sotto braccio e cominciò a raccontarle delle bugie, come usava spesso per divertirla.

— Zanchine (era uno dei contadini che lo servivano) ha trovato, sai che cosa ha trovato? Un bambino.

— Quando?

— Ma oggi, credo. Zanchine sta estirpando un lentischio quando sente gnuè, gnuè. Guarda. È un bambino di pochi giorni. Ciò poco male; ma ora viene il bello. Ecco una piccola nuvola avanzarsi per l'aria e piombare, ingrandendosi, su Zanchine e rapirgli il bambino. Era un'aquila... Sì, quest'aquila doveva aver rubato il bambino in qualche posto, lo aveva nascosto nella macchia, e vedendo Zanchine che toccava il bambino è piombata, e...

— Va! — disse Giovanna. — Io non ti credo più.

— Che tu possa vedermi ricco se non è vero...

— Va! Va! Va! — ella ripetè un po' irritata. Brontu sentì ch'ella, invece di divertirsi, diventava di malumore, e le chiese se aveva fatto cattivi sogni. Ella ricordò il sogno avuto, e non rispose. Così giunsero all'altra parte del paese, cioè vicino alla casetta di Isidoro Pane. Uno spettacolo di dolcezza indescrivibile copriva la terra: la luna s'affacciava come un grande volto d'oro sull'oriente d'un celeste argenteo; e la terra nera, gli alberi bagnati, le casette di schisto, le macchie e tutta la pianura selvaggia, fino alle ultime linee dell'orizzonte, brillavano come animate da un sorriso pieno di lagrime.

I due giovani passarono rasente alla casetta del pescatore, e udirono la voce di Isidoro che cantava. Brontu si fermò.

— Andiamo, — disse Giovanna, tirandolo per il braccio.

— E aspetta! Anzi voglio battere a quella che sarebbe la sua porta.

— No! — ella disse, fremendo. — Andiamo, andiamo. Andiamo o ti lascio solo...

— Ah, è vero, tu ti sei bisticciata con lui. Ma io no. Io batto alla sua porta.

— Ed io me ne vado.

— Egli canta le laudi di San Costantino, quelle che gli diede il Santo in riva al fiume... ah, ah, eh! — disse Brontu raggiungendola. — È matto quel vecchio.

Ella sapeva chi aveva composto quelle laudi, e si sentì triste e irritata. Brontu la riprese sotto braccio, e ricominciò a raccontare frottole ed a scherzare: era di buon umore, ma doveva rider da solo perchè Giovanna taceva costantemente.

Qualche persona che li vide passare, udendo gli scherzi ed il riso di Brontu, pensò che, dopo tutto, Giovanna era una donna ben fortunata. Ed ella intanto pensava a Costantino.

XII.

L'indomani verso le dieci cominciarono in chiesa le funzioni religiose. Cominciavano così tardi perchè s'era dovuto aspettare l'arrivo di un giovine sacerdote nuorese, amico di prete Elias, che veniva per fare, gratis, un panegirico al popolo di Orlei. Questo panegirico costituiva un grande avvenimento: quindi alle dieci la chiesetta era già gremita di folla variopinta. Già la chiesa per sè stessa vibrava dei più vivi colori: fascie d'un turchino stridente solcavano le pareti rosee; il pulpito era in legno giallo, i santi, dalle nicchie rosee, splendevano biondi e rossi come santi teutonici. Soltanto San Costantino, il santo Protettore, vestito da guerriero, aveva un viso bruno e severo; e nel paese esisteva la leggenda che quest'antica statua, alla quale si attribuivano dei miracoli, era stata scolpita da San Nicodemo.

Dalla porta spalancata su uno sfondo d'azzurro abbagliante penetrava un torrente di luce violenta che passava sulla folla inondandola di pulviscolo luminoso. In fondo l'altare restava quasi buio, nonostante un'M di ceri ardenti, le cui fiammelle immobili parevano freccie d'oro sorgenti da bastoni di legno bianco. Prete Elias celebrava la messa; ed il suo piccolo amico, in camice di merletto, e con un visetto bruno da bambino furbo, cantava a gola spiegata. Il popolo si meravigliava che il piccolo prete cantasse pur dovendo far la predica; molti erano venuti apposta per sentirlo, e tutti, poi, a dir la verità, ascoltavano la messa con poca divozione, chiacchierando e guardandosi curiosamente a vicenda. Bisogna però aggiungere che un caldo soffocante e innumerevoli invisibili insetti molestavano la folla. Ad un tratto prete Elias, dopo aver cantato il Vangelo, volse al popolo il viso pallido e tranquillo, e le sue labbra si mossero.

Giusto in quel momento apparve sull'azzurro fiammante della porta la figura di Giacobbe Dejas. Il suo viso satirico aveva un'aria trionfante.

Vedendo che il sacerdote parlava, il servo si fermò sul limitare della porta, con la lunga berretta nera fra le mani; ma non udì niente. Allora si avanzò e domandò a bassa voce ad un vecchio dalla barba gialla:

— Cosa ha detto?

— Io non ho sentito, — rispose il vecchio irritato. — Fanno chiasso come si trovassero in piazza.

Un giovine, roseo, dai capelli neri dritti e dal naso greco, si volse, guardò Giacobbe, e vedendolo vestito a nuovo, pulito, trionfante, sorrise malignamente.

— Ecco, — disse, — credo che prete Elias abbia detto che l'altro prete ora fa il panegirico.

— L'hai sentito tu? — chiese il vecchio irritato.

— Io non ho udito niente.

Giacobbe andò avanti, ficcandosi fra gli uomini, che si voltavano a guardarlo. Improvvisamente un gran silenzio si fece nella folla: gli uomini si ritirarono verso le pareti; le donne sedettero per terra. E nel mezzo della chiesa, nel fiume di luce perlata che la attraversava, apparve una specie di letto di legno azzurro, vigilato da quattro angioletti rosei con le ali verdi che parevano quattro farfalle. Entro questo letto, sopra cuscini di broccato, posava distesa una piccola Madonna con gli occhi chiusi. Anelli d'oro, orecchini e collane brillavano sul suo vestito di raso bianco. Era l'Assunta.

Sul pulpito apparve il visetto bronzino e furbo del piccolo prete. Giacobbe Dejas lo guardò fisso, poi si volse di fianco, parando l'orecchio destro per sentir meglio.

— Abitanti di Orlei, fratelli e sorelle, — disse una voce infantile ma sonora, — chiamato a farvi un piccolo discorso in questo giorno solenne, io...

A Giacobbe piacque questo esordio, ma siccome ci sentiva benissimo anche senza parar l'orecchio, tornò a voltarsi e cominciò a esaminar la gente ed a parlare fra sè, pur non perdendo una parola della predica.

— Ecco là Isidoro Pane; che il diavolo gli tiri le orecchie, è vestito di nuovo anche lui. Che pensi ad ammogliarsi anch'egli? Eh, oh! Quel giovinetto rosso, là in fondo, ha riso di me, vedendomi allegro e vestito di nuovo, perchè si dice che io voglia prender moglie. Ebbene, e se la voglio prendere? Che vi importa, cani rognosi? Non la posso prendere? Ho una casa, ora, e del bestiame[7]. Ed anche voi avete del bestiame, ma soltanto in testa. Eh, eh! Mia sorella morrà senza eredi, che Dio la benedica, eccola là; è piccola e rosea e lucente come una pupattola. Chi direbbe che è più vecchia di me? Essa vuole che io mi ammogli. Sta benissimo, mi ammoglierò; ma con chi? Io sono di difficile contentatura; eppoi ho paura. Ho paura, ho paura, con questa nuova legge; che il diavolo vi scortichi, uomini della giustizia, chi oramai si può più fidare nel mondo? — Ecco là il mio giovine padrone, eccolo là, col suo viso di peccato mortale. Che viene a fare qui? Perchè non lo bastonano? Perchè non lo cacciano via come un cane? Ed anche quell'uccello rapace di sua madre, la vecchia cavalla, è lì, è lì! Perchè non li cacciano via?

« — Ah, — pensò poi, — è giusto; se si dovessero cacciar via tutti coloro che hanno peccato, la chiesa resterebbe vuota. Ma quelli lì! Ah, quelli lì! Io li odio, io li bastonerei a sangue. Eppure io non sono cattivo, ecco, oggi son tornato tardi perchè prima ho riparato i danni che l'acquazzone di ieri sera ha recato all'ovile. Poi son tornato: trovo Giovanna che prepara il pranzo: è sporca, sofferente, melanconica. Per lei non c'è festa. Madre e figlio sono usciti: ella, la serva, rimane in casa e lavora. Ben ti sta, crepa, donna perduta! Eppure mi fa pietà quella donna, ecco, che Dio mi assista, mi fa pietà. Io le ho detto delle male parole: ella non rispose. Eppure, dopo tutto, ella è la padrona ed io il servo. Uccellino di primavera, che colpa ne ho io se ti insulto? Non ti posso vedere, eppure mi fai pietà, ecco tutto. Oh, ascoltiamo ciò che predica questo prete che sembra un passero. Sì, un passero che canta sul nido, eccolo là».

— Fratelli, sorelle carissimi, — con quel molle dialetto logudorese che somiglia allo spagnuolo, diceva il giovinetto sacerdote agitando le piccole mani pallide, — la fede in Nostra Signora è la più sublime ed ideale delle fedi. Ella, la soavissima donna, figlia, sposa e madre di Nostro Signore, salì al cielo, radiosa e fragrante come nuvola di rosa, e siede gloriosa fra gli angeli e i serafini...

— Ecco là prete Elias, — pensava Giacobbe, volgendo verso l'altare i suoi occhietti obliqui che nella luminosità della chiesetta parevano di metallo, — eccolo là con le mani giunte, eccolo là quel prete di latte cagliato. Egli non sa far altro che predicar la bontà; eppure egli possiede i libri sacri e potrebbe fulminare la gente. Ah, se egli avesse minacciato Giovanna Era! Pare che egli sogni, ora...

— ... nessuno mai disse di non aver ottenuto la grazia chiesta con vera fede a Nostra Signora Santissima. Ella, il giglio delle valli, la mistica rosa di Gerico... — proseguiva il piccolo predicatore, ritto sul pulpito giallo.

Ma la gente cominciava a stancarsi; le donne, raccolte per terra come ranuncoli e papaveri sparsi al suolo, s'agitavano, si voltavano, non davano più retta: il giovine prete capì e terminò la predica benedicendo quel popolo di pastori che aveva ascoltato la parola di Dio pensando ai propri affari ed a quelli degli altri.

Allora prete Elias si scosse dal suo sogno e riprese la celebrazione della messa. Egli soltanto e Isidoro Pane, forse, avevano ascoltato intensamente la predica; e finita la messa il pescatore cominciò a cantar le laudi con la sua voce sonora, che sembrava un torrente d'acqua limpida scorrente fra le balze solitarie, rosee di fiori di musco.

Il giovine predicatore ascoltava estatico quella voce sonora e intonata, e la figura di Isidoro, di quel vecchio dalla lunga barba e dagli occhi dolci, col rosario d'osso intrecciato alle dita nodose, gli ricordava certe figure di pellegrini del Both che egli aveva visto a Roma.

Lo volle conoscere, e prete Elias fermò il pescatore all'uscita di chiesa. Giacobbe guardava: vedendo l'amico fermo coi sacerdoti ne provava un'invidia da non dirsi. Lo attese in mezzo alla piazza e gli disse:

— Che una palla vi trapassi le ghette, cosa vi hanno detto quelli lì?

— Mi volevano a pranzo con loro, — disse Isidoro non senza una certa vanità.

— Ah, vi volevano a pranzo con loro? Uccellino di primavera, siete diventato un personaggio, a quanto pare! Ecco, venite con me...

— Dai Dejas?... Mai! — disse Isidoro, spaventato.

— No; oggi io non mangio le patate di quelle pelli del diavolo. No. Io mangio in casa mia! Venite.

Lo portò a casa della sorella. Era mezzogiorno passato: il sole bruciava le straducole ove il fango s'era disseccato; gli alberi svaporavano sull'azzurro ardente del cielo e degli sfondi selvaggi. La gente tornava a casa; il passo pesante dei pastori risuonava sui ciottoli, i bimbi vestiti a festa guardavano dai muricciuoli; dalle porte spalancate si scorgevano interni scuri di cucine dove riluceva, come medaglia enorme, qualche casseruola di rame. Spire di fumo giallognolo serpeggiavano sull'aria ossidata; il suono straziante di un organetto usciva a tratti da un cortile, di solito disabitato, e pareva un suono che sgorgasse di sotterra, prodotto dallo strumento di una vecchia fata melanconica.

Tutto il paesello aveva una insolita aria di festa, eppure quell'aria di festa, quelle porticine spalancate, quelle spire di fumo, quei bimbi impacciati nei vestitini nuovi, quel suono d'organetto, le casette senz'ombra, in quell'ora di luce ardente, avevano qualche cosa di supremamente melanconico.

Giacobbe condusse il pescatore dalla sorella, e pranzarono assieme. La donnina, vedova e senza figli, adorava il fratello, anzi lo chiamava ancora «fratellino mio». Del resto ella amava tutto il prossimo, e i suoi occhi, un po' obliqui, di colore incerto, liquidi e puri come due piccolissimi laghi illuminati dalla luna, parevan gli occhi di un bimbo lattante. Ella non ignorava il male, ma si spaventava al solo pensiero che gli uomini potessero commetterlo. Uno dei suoi più grandi dispiaceri era stato il divorzio e il nuovo matrimonio di Giovanna, un po' sua figliuola di latte, alla quale tuttavia aveva prestato i denari per il corredo. Suo fratello la burlava sempre.

— Ecco il nostro amico Isidoro che vuol prender moglie: è venuto per consigliarsi con te, — le disse.

— Che tu sii benedetto, Isidoro Pane, è vero che tu vuoi ammogliarti?

— Andate là! Andate là! — rispose bonariamente il pescatore.

— Ah, voi non volete ammogliarvi? — gridò Giacobbe, strappando coi denti ancora forti un pezzo d'arrosto che teneva con ambe le mani. — Siete un animale immondo. Ecco, germana mia, egli ha delle amanti.

— Questo non lo credo.

— Che tu mi veda in cielo se mento. Sì, egli ha delle amanti che gli succhiano il sangue...

La donna e Isidoro risero, — un riso da creature innocenti, — comprendendo che Giacobbe accennava alle sanguisughe.

Il servo cominciò a tagliuzzare la carne col suo coltello affilato, tenendola fra i denti e la mano sinistra, e dicendo che sembrava l'orecchia del diavolo tanto era dura. E quei due, ora che avevano cominciato, ridevano per ogni piccola cosa. Giacobbe, però, non rideva: non sapeva perchè, ma il buon umore di due ore prima era passato.

— Dopo vi condurrò a vedere il mio palazzo: fra giorni sarà finito e se volessi affittarlo avrei già gli inquilini. Ma io non l'affitto. No: andrò ad abitarlo io.

— Tu lascerai il servizio, dunque?

— Io lascerò il servizio, sì. Fra poco. Ho lavorato abbastanza. Sono quarant'anni che lavoro, sapete? Sì, quarant'anni. Nessuno dirà che ho rubato i denari coi quali vivrò la vecchiaia.

— Tu ti ammoglierai?

— Poh, chi mi vuole? Io stesso sputerei la donna giovine che mi accettasse. E vecchie non ne voglio, no. Bevete, Isidoro Pane.

— Tu mi farai ubbriacare? Ebbene, sì, è festa. Alla salute degli sposi.

— Di quali sposi?

— Di Giacobbe Dejas e di Bachisia Era! — disse il pescatore, che diventava allegro.

Giacobbe fece atto di gettarglisi sopra. — Io vi accoppo! — gridò, con gli occhietti verdi d'ira.

— Ah! Ah! Ah! Assassino!

— Silenzio, sss... non son cose da dirsi, — disse zia Anna-Rosa.

Giacobbe bevette due bicchieri di vino e cominciò a ridere un po' forzatamente, guardando la sorella e il pescatore.

— Ecco, maritatevi voi due! Isidoro Pane, mia sorella è ricca; eppoi non vedi come è fresca? Sembra una bacca di rosa selvatica. Dicono che ella abbia trovato un'erba meravigliosa e ne faccia un decotto che tiene fresca la pelle.

— Che Dio ti benedica; tu sei così curioso! — disse la donnina.

— Sì, maritatevi. Io voglio. Mia sorella è ricca. Ciò che è mio è suo, perchè io morrò prima di lei. Non so perchè, credo che morrò presto: credo che debbano ammazzarmi...

— Va là; è il vino che oggi comincia ad ammazzarti...

— Fratellino mio, che dici tu? Per le animuccie del Purgatorio, cosa dici tu? — esclamò atterrita la sorella.

— Tu non hai nemici, — osservò il pescatore. — Eppoi perisce di ferro soltanto colui che di ferro ha ferito.

— Io ho ferito, — rispose Giacobbe, con accento grave, affondando la bocca in una fetta d'anguria: — quante creature innocenti! Ah, voi non capite? Pecore e agnelli! — poi sollevò il viso, rorido del roseo sangue dell'anguria, e rise.

Dopo andarono a veder la casa nuova: era ad un piano, oltre il terreno; in tutto quattro camere vastissime, una cucina e una stalla, ma ciò bastava perchè Giacobbe, e tutti quelli del paese, la chiamassero palazzo.

— Ecco questo, ecco quell'altro, — diceva Giacobbe, additando ogni buco; ed il suo viso liscio, senza sopracciglia, ridiventava gioviale.

— Prendetevi mia sorella per moglie, — ripeteva. — Questa casa sarà sua...

— Tu mi deridi, — rispose il pescatore; — perchè sono povero tu mi deridi.

Egli camminava timidamente sul pavimento di legno; Giacobbe invece batteva il tacco ferrato, compiacendosi a destar l'eco nelle grandi stanze vuote, odorose di calce fresca.

Un momento i due uomini si affacciarono ad una finestra, il cui davanzale di pietra ardeva al sole: e siccome la casa stava in alto, apparve la visione del paesello bruno, come un mucchio di carboni spenti, sotto il velo verde degli alberi; la pianura gialla, le grandi sfingi d'un grigio violaceo dritte sul cielo ardente. La campana della chiesetta suonava, suonava, e nella quiete del meriggio, azzurro e ardente come fiamma, quel suono saltellante, fra di pietra e di metallo, pareva venir da lontano da lontano, dal cuore di quelle sfingi, ove un gigante spaccapietre lavorasse annoiato e sonnolento.

— Perchè dunque non volete sposare mia sorella? — riprese Giacobbe, affacciato goffamente al davanzale. — Questa casa sarà sua, questa sarà la camera da dormire; qui, in questa finestra, vi potrete affacciare, uccellino di primavera, potrete fumare la pipa...

— Io non fumo. Lasciami in pace, — disse Isidoro con impazienza, poichè le parole del servo cominciavano a fargli male.

— Io non scherzo, vecchia lucertola, — proruppe Giacobbe. — Ma voi siete così pezzente che non potete neppure pensare che io non scherzo.

— Senti, — disse Isidoro, — oggi tu mi hai dato da mangiare, e per così poco vuoi spassarti alle mie spalle. Ebbene lasciami tranquillo, se vuoi che io ti resti grato.

Giacobbe lo guardò fisso, si mise ancora a ridere e gli disse:

— Andiamo a bere, ora.

Uscirono: Giacobbe s'avviò alla bettola, ma Isidoro non volle seguirlo, dicendo che doveva recarsi in chiesa.

Il servo andò alla bettola e vi trovò Brontu ed altri che giocavano alla morra con le braccia tese nervosamente, gridando i numeri con quanto fiato avevano in gola.

Prima delle cinque, ora nella quale doveva cominciare la processione, tutti erano ubbriachi. Giacobbe lo era più di tutti; pure s'arrogò il dritto di prender sotto braccio il padrone, sembrandogli che Brontu dovesse di momento in momento cadere. Poi invitò tutti quelli che si trovavano nella bettola ad andar nel suo palazzo per veder la processione.

Poco dopo le grandi stanze vuote risuonarono di voci rauche, di risate incoscienti e di passi malfermi; le finestre si spalancarono e si riempirono di visi barbuti, rossi, selvaggi.

Giacobbe e Brontu s'affacciarono alla finestra dove s'era appoggiato il pescatore: il sole era calato, ma il davanzale restava caldo; e sotto e davanti la visione del paesello, della pianura e delle montagne, appariva solcata da ombre sempre più allungantisi.

— Cu cu — gridò Brontu, arrotondando e sporgendo gli occhi.

Tutti lo imitarono, gridando a chi più poteva; le stanze echeggiarono, la strada si popolò di curiosi, ed in breve una battaglia di pietruzze, di sputi e di male parole si ingaggiò fra gli ubbriachi delle finestre e gli ubbriachi della via. Ma improvvisamente si fece silenzio. S'udiva una cantilena grave e melanconica avvicinarsi: ed ecco una doppia fila di fantasmi candidi apparve in fondo alla strada, e sull'aria azzurra brillò una croce argentea.

Gli uomini della strada si attaccarono in fila al muro, i visi delle finestre si abbassarono; tutti gli astanti si tolsero la berretta.

Uno dei confratelli vestiti di bianco — per lo più erano ragazzi, ai quali, finita la processione, si davano tre soldi e una fetta d'anguria, — picchiò alla porta della casa nuova e passò oltre. Gli altri, che venivano dietro, lo imitarono.

— Che voi siate maledetti, — disse Giacobbe, sporgendosi dalla finestra, — maleducati! E vanno alla processione! — Voleva sputare su loro, ma Brontu gli disse che non conveniva.

Ed ecco lo stendardo di broccato verdolino con cento nastri variopinti e il bastone dorato: ed ecco la Madonnina Assunta nel suo letto portatile, con gli occhi chiusi, con la veste coperta di collane e d'anelli che parevano collane ed anelli dell'età del bronzo, vigilata dai piccoli angeli verdi.

Ai quattro lati camminavano, oltre i portatori, quattro uomini in tunica bianca, con quattro bambini vestiti da angioletti, quattro graziose creature, due bionde e due brune, che chiacchieravano fra loro, gridando per intendersi. Uno, solleticato sotto il ginocchio dall'uomo che lo portava, rideva contorcendosi, con un'ala penzoloni.

Giacobbe, Brontu, i compagni, piegarono le ginocchia e si fecero il segno della croce, guardando con tenerezza i quattro bambini.

Anche questi guardarono in su; uno riconobbe un suo zio alla finestra e gli gittò un confetto rosso che ricadde sulla strada.

Prete Elias ed il piccolo sacerdote nuorese, vestiti di broccato e di merletti, pallidi e belli al riflesso delle stoffe preziose che indossavano, con le mani giunte e il viso composto, cantavano in latino.

— Che il diavolo ti fori la saccoccia, ecco quell'immondezza di Isidoro Pane, — disse Giacobbe, agitandosi — ecco, sembra il padrone della processione! Io lo sputo.

— Ferma! — impose Brontu.

Giacobbe raschiò per richiamare l'attenzione del pescatore, ma costui non sollevò neppure gli occhi. Egli intonava le preghiere e la folla rispondeva ad una sola voce.

Una massa di popolo variopinto riempì la strada, mentre la croce argentea dileguavasi sullo sfondo: uomini a capo scoperto, teste calve lucide di sudore, capelli neri unti, capelli neri ricciuti e lanosi, — teste di donne coperte da grandi fazzoletti di lana fioriti, — un fondo nero a macchie gialle, a righe rosse, a chiazze verdi, — il candore delle camicie sui petti delle donne, — volti rosei, — mani rosee, — occhi scintillanti, — labbra che si muovevano, — poi un vecchio zoppo, — una donna con due bambine, — tre vecchie, — un fanciullo con un fiore giallo in bocca, — riempirono la strada, — s'allontanarono, — dileguarono coll'ondulare melanconico e grave della cantilena orante. Un gatto mostrò le sue zampine, poi sporse il visetto bianco dai grandi occhi azzurri, poi saltò e guardò sul muro in faccia alla casa di Giacobbe.

— Troppo tardi! — gli disse Brontu, facendogli un cenno di saluto.

Tutti cominciarono a ridere e urlare: Giacobbe li pregò di andarsene, e siccome gli amici non l'obbedivano, finse scacciarli con un bastone sporco di calce. Allora quegli uomini fieri, robusti, selvaggi, cominciarono a correr qua e là per le stanze, per la scala, spingendosi per le spalle, rotolando, gridando, producendo un chiasso infernale, ridendo come bambini; e proseguirono il giuoco anche nella strada, dopo che Giacobbe ebbe chiuso a chiave la porta del suo palazzo: poi, tutti assieme, ritornarono nella bettola.

Brontu ed il servo rientrarono a casa sull'imbrunire, sostenendosi a vicenda.

Zia Martina stava nel portico, sola, con le mani sotto il grembiule: recitava il rosario. Vedendo i due uomini non si mosse, non disse nulla, ma scosse leggermente il capo, stringendo le labbra come per dire:

— Siete belli davvero!

— Dov'è Giovanna? — gridò Brontu.

— È da sua madre.

— Ah, da sua madre? Dalla vecchia arpia? È sempre là, maledetta!

— Non gridare, figlio mio!

— Io grido, perchè sono in casa mia! — egli urlò. E voltosi verso lo spiazzo cominciò a gridare: — Giovanna! Giovanna!

Giovanna apparve sulla porta della casetta e si avviò attraverso lo spiazzo con un'aria spaventata; ma a misura che ella si avvicinava, il suo viso prendeva un'espressione di sprezzo e di disgusto.

Giunta davanti ai due uomini, li guardò con uno sguardo d'odio: Giacobbe rideva fra sè e sè; Brontu aveva le orecchie rosse per l'ira.

— Che hai? una colica? — disse Giovanna.

— Può darsi che gli venga più tardi! — esclamò Giacobbe.

Brontu mosse convulsivamente le labbra, ma non riuscì a dir nulla, e l'ira gli passò come era venuta, senza ragione.

— Ecco, ti voglio con me... — balbettò, — oggi non ci siamo veduti per nulla... Cosa facevi da tua madre? Chi c'era?

— Nessuno, per l'anima mia! Chi vuoi che venga da noi? — diss'ella con pungente amarezza.

— Può venire San Costantino... aaa daarvi unaaa poesiaaa... — canterellò Giacobbe, con le labbra bavose. — Ah, tu non l'hai visto San Costantino? Ebbene, ecco come è pazzo Isidoro Pane: non la vuole... non la vuole... eeee...

— Zitto tu! — disse zia Martina. — Ed intanto l'ovile rimane abbandonato! Così tu fai gli affari del padrone? Ah, razza maledetta! Ladroni! — Giacobbe si alzò, pallido, rigido: Giovanna ebbe paura che egli si gettasse contro la vecchia, e le si pose davanti.

Giacobbe tornò a sedersi, senza aprir bocca; ma egli aveva destato tale terrore in Giovanna, che la giovine rimase vicina alla suocera in atto di difesa.

Allora toccò a Brontu prendersela con la madre.

— Che modi son questi? — le disse, — voi trattate la gente come... come... fossero bestie... tutti. Oggi, oggi, sì, oggi era festa. E se colui s'è voluto ubriacare? Cosa ve ne importa?

— Io sono ubriaco di veleno! — disse Giacobbe.

— Sì, di veleno! E anch'io! — riprese Brontu. — Oramai sono stufo; sono stufo di madri, di mogli, di... di... tutto, ecco. Io me ne vado, ecco. Vado a stare nel suo palazzo. Dopo tutto siamo parenti, e... e...

— E dillo dunque! — urlò Giacobbe. — Tu conti sulla mia eredità! Ah! Ah! Eh! Oh!

Ricominciò a ridere, un riso urlante, per dir così, che destava orrore. Ed anche Brontu si mise a ridere; e voleva imitare il servo, ma il suo sghignazzare pareva l'urlo d'una bestia allegra nel mese di maggio.

Allora Giovanna ebbe di nuovo paura: paura del buio incipiente, della solitudine che gravava sullo spiazzo, della compagnia di quei due uomini che il vino rendeva simili alle bestie, violenti e spregevoli. E le parve che la scomunica fosse caduta su tutti loro; sul servo che rivoltavasi ai padroni, sul figlio che insultava la madre, su lei, Giovanna, che li odiava tutti.

Zia Martina s'alzò, entrò in cucina ed accese il lume: Giovanna la seguì e preparò per la cena. Cenarono tutti assieme, e per un po' stettero tranquilli; anzi Brontu cominciò a raccontare come aveva visto la processione dalla finestra del palazzo di Giacobbe, facendo sorridere zia Martina per le pazzie che diceva, e volle accarezzare la moglie.

Ma Giovanna aveva il cuore colmo di fiele. Per lei la festa era passata più triste delle altre giornate; aveva lavorato, non era stata in chiesa, non s'era neanche cambiata di vesti; e nel solo momento che s'era permessa di recarsi nella casetta dove aveva tanto sofferto, ma dove pure aveva intensamente goduto, la avevano richiamata a urli, come si richiama un cane al canile.

Respinse quindi le carezze di Brontu, e gli disse ch'era ubriaco. Giacobbe ricominciò a ridere, ed il suo riso maledetto irritò viepiù Giovanna, viepiù offese Brontu. Costui gridò:

— Perchè ridi, cane rognoso?

— Potrei risponderti che la tua rogna è molto ma molto peggiore della mia. Però... però... voglio dirti che rido... ecco... rido perchè ne ho voglia.

— Allora rido anch'io.

— Castigati![8] — disse Giovanna con sprezzo. — Fate schifo.

Allora Brontu proruppe: non ne poteva più.

— Che hai? — chiese a Giovanna, con voce sorda. — Si potrebbe saperlo? Mi stai rompendo le tasche, sai? Io ti carezzo e tu mi insulti? Dovresti baciar la terra dove io poso i piedi, invece! Hai capito?

Giovanna diventò livida.

— Perchè? — disse con voce sibilante: — non basta che io sia la serva, qui?

— Sì, la serva. Resta dunque la serva. Che vuoi altro, femmina?

Gli occhi obliqui di Giacobbe scintillavano. Giovanna si alzò, e ritta, livida, tragica, vuotò tutto il veleno che aveva nell'anima, ingiuriando il marito e la suocera: li chiamò aguzzini, minacciò di andarsene, di ammazzarsi; maledisse l'ora che era entrata in quella casa, urlò rivelando il debito verso la sorella di Giacobbe.

Allora il servo ricominciò a ridere fra sè e sè, mormorando paroline di comico rimprovero contro la sorella: ad un tratto però tacque, cupo in viso, vedendo la figura nera di zia Bachisia apparir nel vano della porta.

Ella aveva udito sua figlia urlare nel silenzio della notte serena, ed era venuta.

— Ecco, — disse zia Martina, perfettamente calma, — vostra figlia diventa matta, a quanto pare.

Brontu, rientrato in sè, annaspava l'aria e faceva cenni alla suocera perchè si avanzasse e calmasse Giovanna; e zia Bachisia si avanzò; ma ecco Giacobbe saltar in piedi, tutto d'un pezzo, col viso contratto come una maschera d'odio.

— Via di qui! — gridò puntando l'indice verso la porta.

— Sei tu il padrone? — chiese zia Bachisia, non senza ironia.

— Via di qui! — egli ripetè, e siccome zia Bachisia avanzava sempre, le corse addosso.

Ella scappò: il servo uscì nel portico e si sedette. Si sedette e volle ridere ancora; ma, cosa strana, invece di ridere si mise a piangere convulsivamente, senza lagrime.

XIII.

Il tempo continuava a passare; il cielo e la natura mutavano secondo la volontà delle stagioni, ma non mutavano aspetto le persone e le cose del paesello. In inverno Giovanna diede alla luce una bambina rachitica, livida, che piangeva sempre. Venne da Nuoro, appositamente per tener a battesimo la povera creaturina, il dottor Porru, o dottor Pededdu come continuavano a chiamarlo.

Quando egli arrivò, in carrozza, tutto intabarrato che pareva un fagotto, col visino roseo sorridente, molte persone corsero a vederlo. Egli distribuì saluti e sorrisi quanti ne vollero; a varii amici di Brontu, andati ad incontrarlo, disse di averli veduti a Nuoro, di che essi si compiacquero assai: uno però disse di non esserci mai stato.

— Fa lo stesso, — rispose il piccolo avvocato, — ci verrai anche tu.

Era un brutto augurio, perchè per lo più quegli uomini andavano a Nuoro per affari di giustizia; tuttavia l'amico di Brontu si compiacque.

Quando zia Bachisia vide l'avvocato, ritornò nella sua antica idea ch'egli assomigliasse ad una magìa; e quando il giovane si tolse il tabarro, lo scialle e le altre cose che lo involgevano, la vecchia cliente gli disse che s'era ingrassato assai.

— Questo è niente! — egli disse: e tutti risero come matti.

Il battesimo fu fatto con gran pompa. Forse unica volta in vita sua, zia Martina aveva slargato i cordoni della borsa, facendo venire da Nuoro vini e dolci squisiti; ma la notte non dormiva, ed il giorno viveva in ansiosa attenzione, per la paura che qualcuno toccasse la roba.

Il giorno del battesimo Giovanna si alzò ed aiutò la suocera a fare i maccheroni per il pranzo d'uso: poi tornò a letto, ma vi rimase seduta, appoggiata ai cuscini, con la coperta fino alla cintola, e dalla cintola in su vestita della camicia e del corsetto da sposa. Aveva anche la cuffia di broccato ed il fazzoletto da sposa; era un po' esangue, ma bella, con gli occhi più grandi del solito.

Nella camera fu apparecchiata la mensa, per la quale zia Martina trasse dall'arca le tovaglie di lino che non avevano più visto la luce dopo che erano state acquistate.

Il battesimo si fece verso le undici, una mattina freddissima e nebbiosa. Dal cielo candido cadeva, intorno intorno al paesello, un fitto velo bianco; le straduccie erano deserte, sparse di pozzanghere agghiacciate che sembravano frantumi di vetro sporco: un silenzio indescrivibile regnava sullo spiazzo davanti la casa dei Dejas, dove il mandorlo disegnava la venatura nera dei suoi rami nudi sul candore vaporoso della nebbia.

Ma d'un colpo lo spiazzo si animò; una torma di monelli infagottati in pelli e stracci, con certe cuffie rosse frangiate, con vecchie scarpe più grosse dei corpicini dei personaggi che le calzavano, si sparse per lo spiazzo; qua e là apparvero gruppi di persone, specialmente di donnine freddolose che starnutivano, tossivano e puzzavano di fumo e di fuliggine.

Apparve il corteo del battesimo.

Precedevano due bambini che sostenevano con grave importanza due ceri intorno ai quali fiammeggiavano dei nastri rossi. Poi veniva una donna che teneva fra le braccia la neonata, coperta da scialli e da un drappo di broccato verdolino simile allo stendardo di San Costantino. E poi il padrino, col suo pastrano e lo scialle bianco e nero dal quale emergeva il visetto roseo, inalterabilmente beato. La madrina, una delle figlie di zia Martina, giovine altissima dal viso lungo lungo, che pareva un'ombra di persona nell'ora del tramonto, doveva curvarsi per parlare col padrino. A fianco veniva Brontu, sbarbato, felice. Dietro seguiva un gruppo di parenti ed amici, che camminavano a passo di marcia, producendo uno scalpitìo da cavalli: ed in ultimo, freddolosa, con un vassoio sotto il braccio e le mani entro le spaccature della gonna, di tanto in tanto tirando fuori la lingua per leccarsi un umor acqueo che le calava dal naso livido, veniva la servetta della madrina.

I monelli fecero ala al corteo, aspettando, guardando avidamente il padrino. Anch'egli cominciò a guardarli, sorridendo, salutandoli comicamente.

— Da bravi, da bravi! Che cercate, animalucci invernali?

— È zoppo! — disse un ragazzo.

— Sta zitto; altrimenti non dà nulla.

Il corteo passava; il viso dei ragazzetti s'allungava: alcuni s'irritavano, altri stavano lì lì per piangere.

— Zop... — cominciò a gridare uno, ma non finì. Il padrino aveva lanciato in aria un pugno di monetine di rame. Tutti i monelli si gettarono sopra le monete, urlando, aggruppandosi, incalzandosi, pestandosi, cadendo per terra, travolgendo la servetta che cominciò a imprecare ed a distribuire calci e pugni più numerosi delle monete. La pioggia di rame ed in conseguenza l'assalto dei monelli, che crescevano sempre più di numero, proseguì fino all'arrivo del corteo alla chiesetta, dove prete Elias aspettava, scambiando qualche parola col sagrestano vestito di rosso.

Costui aveva paura che prete Elias, con la sua nota indulgenza, accompagnasse a casa la neonata, mentre nel paesello usavasi far ciò solo quando i genitori del battezzando erano uniti anche col vincolo religioso; e lo incitava ad esser severo con Brontu Dejas, coi padrini, con tutti.

— La vossignoria, — diceva, — non accompagnerà certo a casa la bambina. No. È quasi una bastarda; non deve ricevere onori.

— Va a guardare se giungono, — disse il prete.

— Non si vedono, no. La vossignoria non andrà?

— E tu andrai? — chiese il prete con un fine sorriso.

— Il mio è un altro affare: io vado per avere i dolci, non per fare onore a quella gentaglia.

Poco dopo arrivò il corteo, e la cerimonia cominciò: la bambina, appena le fu denudata la testolina calva e rossa, cominciò a piangere con un belato di capretto rauco: il padrino teneva il cero acceso e sorrideva, cercando di rammentarsi bene il Credo, perchè Giovanna l'aveva scongiurato di recitarlo coscienziosamente onde il battesimo riuscisse valido.

Quasi tutti i monelli erano penetrati in chiesa, producendo un brusìo da topi; scacciati silenziosamente dal sagrestano uscivano e rientravano. La servetta col vassoio e la donna che aveva recato la bambina sedettero sui gradini di un altare, aspettando ansiose la mancia del padrino.

Finita la cerimonia, data la mancia, rivestita la bambina, fuvvi un momento di inquieta attesa per parte di Brontu e degli amici. Prete Elias era andato in sagrestia a spogliarsi: sarebbe egli tornato? avrebbe accompagnata a casa la bambina?

Egli non tornò. Ed il corteo se n'andò alquanto melanconico, seguìto dal sagrestano trionfante, al quale Brontu aveva una pazza voglia di dare, invece dei dolci, una buona dose di calci.

La gente s'affacciava per vedere il corteo, e molti visi, specialmente di donne, sorridevano con malignità non vedendo il prete. Puh! pareva un battesimo da bastardo.

Giovanna, sebbene non aspettasse il sacerdote, si fece ancor più esangue quando il corteo invase la camera; e baciò tristemente la bambinuccia violacea, sembrandole che funerei augurii gravassero sulla povera creaturina.

— Ho ricordato il Credo dalla prima all'ultima parola, — disse il padrino. — Allegra, comare mia! La vostra bimba sarà un portento, alta come la madrina, e allegra come il padrino!

— Purchè sia fortunata come il padrino! — mormorò Giovanna.

— Ed ora a tavola! — esclamò il giovine avvocato battendo le mani. — Un bellissimo uso, questo, parola d'onore: bellissimo.

Battè ancora le mani, come si battono per richiamare i bambini; e subito tutti si misero a tavola, davanti ai maccheroni, ai quali seguì un magnifico porchetto arrostito che esalava aroma di rosmarino.

Pochi giorni dopo un avvenimento strano, però non insolito, succedeva ad Orlei.

Vicino alla casa di Isidoro Pane c'era un antico concio che il tempo aveva quasi pietrificato; strane erbe pallide, steli d'un verde quasi bianco, gramigne melanconiche lo coprivano; sembrava un rialzo qualunque e non esalava più odore.

Una sera sull'imbrunire, Isidoro Pane, mentre preparava la cena, udì del chiasso dalla parte del rialzo, — chiamiamolo così — e s'affacciò alla porticina per guardare.

Il crepuscolo era freddo, verdognolo e luminoso. Un gruppo di persone, per lo più donne, nere sull'aria limpida, s'avanzava verso il rialzo, suonando e cantando. Isidoro capì di che si trattava e andò incontro al gruppo. Le donne, una ventina tra vecchie e giovani, cantavano a mezza voce e con tono saltellante eppur melanconico, una bizzarra canzone, o meglio uno scongiuro contro il morso della tarantola, accompagnate dal suono monotono d'uno strumento primitivo, chiamato serraia, specie di cetra con la cassa formata da una vescica di maiale secca.

Notes in this chapter

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