PARTE PRIMA (continued 2)
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A Costantino offrì subito la grazia sovrana e gli chiese se voleva mandare qualche lettera al suo paese.
— Sì, disse il giovine — ma io non ho nulla da darle: sono povero.
— Ebbene, non importa, siamo compatrioti, — disse generosamente l'altro. E subito gli raccontò le sue prodezze da maresciallo: aveva ammazzato più di dieci banditi, aveva dieci medaglie, e una volta era stato a Roma e il re lo aveva invitato al suo palco in teatro. Infine era un eroe. Però non raccontava mai la sua ultima prodezza; solo diceva di esser in reclusione per opera dei suoi nemici invidiosi. Sulle prime Costantino gli prestò fede e gli pose una forte simpatia nonostante la sua losca figura; ma siccome di giorno in giorno i racconti del maresciallo variavano e diventavano sempre più iperbolici, anch'egli (come tutti gli altri condannati che disprezzavano il re di picche, ma lo adulavano per servirsene) gli perdette la stima.
Del resto s'accorse che tutti là dentro, compresi i guardiani, erano bugiardi e felini. I condannati avevano bisogno di nascondere il loro vero essere, di immaginarsi cose fantastiche per il passato e per l'avvenire, d'ingrandirsi agli occhi dei compagni di sventura. Il destino che li aveva, contro loro volontà, riuniti in quel luogo d'odio, non destava e non lasciava destare in loro alcun affetto reciproco.
Costantino osservò con meraviglia che i condannati a pene maggiori erano i meno cattivi, sebbene i più vani e bugiardi. Dei meno delinquenti alcuni si odiavano, erano vili, facevano la spia; gli altri si servivano a vicenda finchè potevano ritrarne utile, tradendosi se occorreva, amandosi mai. Il re di picche diceva a Costantino:
— Una profonda corruzione rode quasi tutti i condannati, molti dei quali sono veri delinquenti rotti ad ogni vizio. L'aria stessa è pestifera. L'uomo che viene tolto dalla società, privato della libertà, nel luogo del castigo s'infracidisce completamente, perde ogni avanzo di senso morale, diventa bugiardo, vile, feroce, corrotto fino all'incoscienza della corruzione.
E gli raccontava cose spaventevoli.
— Secondo me, — proseguiva, — di onesti qui dentro ci siamo noi due, il Collo d'anitra e il Delegato. Tutti gli altri sono delinquenti. Guardati da loro, Costantino, caro compatriota; questo è un covo di banditi peggiori di quelli che io ho mandato a farsi benedire.
Talvolta Costantino si spaventava, pensando che se la sua onestà rassomigliava a quella del re di picche c'era poco da stare allegri. Collo d'anitra, poi, era uno studente siciliano, tisico, coi capelli bianchi, un collo lungo e un corpo da fanciullo. Leggeva sempre, era d'aspetto timido, non parlava quasi mai, ma s'abbandonava qualche volta a eccessi di collera violenta, per cui doveva subire gli amplessi di Ermelinda, come i condannati chiamavano la camicia di forza. Aveva ammazzato un professore. Anche il Delegato era meridionale, condannato per ricatto; sembrava un gentiluomo, con un gran petto sporgente e una nobile testa con un gran naso greco e il labbro inferiore sporgente e spaccato. Un'aria di sdegno gli animava il viso: ad avvicinarlo invece era affabilissimo, servile. Anch'egli, a suo dire, contava grandi e potentissime protezioni, ma era anche perseguitato da persone altolocate, e specialmente da un ministro.
Da qualche tempo, dopo aver letto varii libri di scienza, prestatigli dallo studente, s'era accinto a scrivere una grande opera scientifica, poichè anche egli apparteneva all'ufficio degli scrivani e poteva lavorare segretamente per conto suo.
Il re di picche ne diceva meraviglie.
— Ecco, — raccontava a Costantino. — Quell'uomo lì sarà la nostra fortuna. Ci scriviamo ogni giorno ed abbiamo un frasario convenuto. Ma dobbiamo esser cauti, altrimenti guai, rovineremmo tutta l'opera sua, la quale è una vera scoperta scientifica. Posso dirtene i sommi capi. — Come si è formata l'atmosfera: cioè l'aria. — Come si è formato l'oceano, cioè tutti i mari. — Origine del mondo organico. — Dimostrazione ragionata dell'esistenza d'un continente primordiale nella plaga centrale dell'oceano Pacifico. — In questo continente avrebbe avuto origine l'umanità, la cui infanzia si sarebbe svolta in quelle regioni tropicali. — Immigrazione nell'Africa e nell'Asia. — Scomparsa di questo continente per opera di un grande cataclisma. — Identificazione di questo cataclisma col diluvio biblico. — Emersione degli altri continenti. — Poi: Fine dell'atmosfera. — Fine dell'oceano. — Fine della luna. — Fine della terra.
— E fine della reclusione? — chiese sorridendo Costantino, che ne capiva poco, e credeva che il re di picche al solito raccontasse fandonie.
Ma l'altro aveva bisogno d'esser ascoltato e proseguiva tranquillo:
— Aspetta. Gli altri capitoli sono: ampliamento della dottrina evoluzionista oggi accettata. — Evoluzione della nostra specie di scimmie antropomorfe. — Cause della inclinazione dell'asse dei pianeti; meno Saturno. — Ragioni di codesta anomalia. — Macchie solari, ecc.
— Va al diavolo! — pensava Costantino, sbadigliando. E a voce alta, guardandosi attorno per il cortile asciutto, dove zampillava una fontana: — E la gazza, oggi? — chiedeva. Accennava ad una gazza addomesticata che viveva nello stabilimento, rimpinzata di cibo dai condannati, grassa e sonnolenta, che quando aveva fame chiamava a nome, con una strana voce nasale, certi condannati.
— Ebbene, sarà crepata! — disse il re di picche. — Che ti può importare di un uccello? Sei come i bambini, Costantino; tu non puoi capire l'importanza che avrà l'opera del Delegato. Indirettamente io ho avuto una magnam parte in queste sue scoperte, giacchè sono io che l'ho messo in corrispondenza col Collo d'anitra. Un sunto dell'opera siamo riusciti a mandarlo fuori, ed abbiamo scritto al primo ministro del Re d'Italia. Tu però sta zitto, sai! Vi è stato un grande scienziato che dopo aver letto il sunto disse: «È la più alta manifestazione del genio italiano». Credi pure, Costantino, caro compatriota, il Delegato è assorto ad altezze vertiginose. Egli ha amici potenti che si sono recati a Roma appositamente per ottenergli la grazia, ma anche nemici potentissimi. Però la sua opera gli otterrà presto la libertà.
I discorsi del compagno annoiavano Costantino, ma egli fingeva ascoltare il re di picche per tenerselo buono, giacchè aspettava la risposta di una lettera mandata a Giovanna.
Questa risposta giunse in maggio e riempì di gioia il condannato. Giovanna scriveva che il bambino era stato un po' ammalato, forse perchè gli affanni sofferti le avevano guastato il latte: ma ora stava bene. Isidoro Pane aveva ricevuto le laudi a San Costantino, scritte col sangue, e aveva pianto, ed ora le cantava in chiesa, accompagnato da tutto il popolo. Non si sapeva di chi fossero i versi, e Isidoro diceva di averli avuti da un vecchio con una lunga barba candida, vestito di bianco, che gli era apparso un giorno in riva al fiume. Si credeva fosse San Costantino, oppure Gesù Cristo in persona.
E Giacobbe Dejas aveva preso servizio presso i suoi ricchi parenti; e l'avvocato di Nuoro aveva espropriato la casetta del condannato, lasciandovi le donne per un piccolo fitto. I ricchi Dejas davano spesso del lavoro a zia Bachisia ed anche a lei, Giovanna, e così esse andavano avanti. Era morto di carbonchio Pietro Punia: s'era sposata Annicca detta Spalle d'argento, avevano arrestato un vecchio pastore per un furto di alveari.
Quasi tutta la lettera di Giovanna era piena di queste piccole notizie, che riempirono di soddisfazione, di piacere e d'interesse l'anima di Costantino. Gli parve respirare l'aria del suo paese; rivedere le pietre, le macchie selvaggie, le persone, le cose a cui il suo cuore era attaccato tenacemente.
Soltanto gli dispiacque che Giovanna andasse a lavorare dai Dejas; egli sapeva della passione di Brontu, della domanda respinta, ed ebbe un primo indefinito senso di timore. Giovanna gli mandava tre lire entro la lettera, ed egli, pensando che forse quel denaro proveniva da casa Dejas, lo toccò con disgusto. Poi offerse due lire al re di picche, e credeva che il compatriota li rifiutasse; ma il compatriota le prese, dicendo che servivano per la persona che s'incaricava della corrispondenza clandestina.
In un altro momento Costantino si sarebbe arrabbiato; ma in quell'ora egli sentiva un tal bisogno di scrivere a Giovanna, di corrispondere col suo piccolo mondo lontano, che avrebbe dato metà della vita purchè il re di picche lo favorisse.
Lesse e rilesse la lettera fino ad apprenderla tutta a memoria: di giorno la teneva nascosta nella suola della sua scarpa che di notte scuciva e ricuciva: e mentre lavorava taciturno, pensava continuamente alle vicende e alle persone del paesello lontano.
Talvolta s'immedesimava tanto nei suoi pensieri che dimenticava la realtà. Vedeva il vecchio pastore introdursi nel recinto degli alveari, cauto, col viso e le mani coperte di stracci. Il luogo era deserto, soleggiato. Campi verdi, costellati di fiori, di rose canine, di succhia miele, di pisello odoroso, si stendevano intorno a perdita d'occhio. E nel gran silenzio, tra i profumi fortissimi e irritanti dei puleggi selvaggi e delle erbe aromatiche, le api ronzavano.
Costantino seguiva quasi ansioso l'opera del vecchio ladro, che staccava dalle pietre piatte, su cui poggiavano, i piccoli alveari di sughero, li riuniva, li legava con una corda, li metteva in un sacco e li portava fuori del recinto... Qui Costantino non sapeva come il ladro avrebbe fatto, e mentre fantasticava intensamente, ecco, udiva una strana voce nasale, stridula, pronunziare nel cortile:
— Cos-tan-tì! Cos-tan-tì!
Egli si svegliava allora dal suo sogno, tornava alla realtà: la gazza saltellava lentamente nel cortile, grassa, tonda, starnazzando le ali azzurre.
Di notte il condannato metteva la lettera sotto il capo e riprendeva il filo dei suoi sogni. E udiva la voce sonora del suo amico pescatore cantare le laudi e qualche volta pensava se davvero Isidoro non avesse visto in riva al fiume, fra gli oleandri curvati sotto il dolce peso dei mazzi di fiori rosei, la figura di un vecchio vestito di bianco, con la lunga barba candida come la lana d'un agnellino appena nato.
Ah, era il Santo Protettore, il buon San Costantino (che egli figuravasi vecchio e candido come un patriarca, sebbene la statua del Santo nella chiesa del paesello rappresentasse un guerriero dal volto nero) che appariva a Isidoro per dirgli che pensava ai condannati innocenti. E il vecchio Santo gli avrebbe presto concesso la libertà. Ah, San Costantino bello, che voi siate benedetto!
Poi il quadro cambiava. Era il portico dei ricchi Dejas, dove si ordiva la lana filata, riducendola a lunghe matasse pronte ad esser tessute. Giovanna andava e veniva col gomitolo enorme fra le mani. E c'era Brontu seduto sul limitare della porta di cucina, a gambe aperte, e fra queste gambe stava ritto, mal fermo, ridente, il piccolo Malthineddu. Ah, ciò era orribile! Ma subito Costantino ricordava che Brontu non stava mai in paese nei giorni di lavoro, e si svegliava di soprassalto col cuore nuotante in un sentimento confuso di dolore e di gioia.
VII.
Ritornò l'estate.
— Come passa presto il tempo, — diceva zia Martina, filando sotto il portico. — Pare ieri che tu, Giacobbe, sia entrato al nostro servizio, ed eccoti lì che ritorni per rifare il contratto. Ah, come passa il tempo per noi poveri padroni! Tu hai messo a parte trenta scudi d'argento e cominci a fabbricarti una casa. Ed a noi che resta?
— Che una palla vi trapassi il fuso! Sapete parlar bene, voi. E il mio sudore, uccellino di primavera, il mio sudore conta niente? — rispose il servo, che ungeva col sevo una corda di cuojo.
— E ciò che mangi non lo conti? Ah, ciò tu non lo conti?
— Che vi mangino i corvi! — pensò Giacobbe, e avrebbe voluto imprecare ad alta voce, ma non osò. Odiava addirittura i padroni, la vecchia avara e il giovine collerico, che lo tormentava sempre col suo progetto di sposar Giovanna se ella faceva divorzio, — ma gli premeva rinnovare il contratto e taceva.
Unta ben bene la correggia, Giacobbe la attortigliò, la appese in cucina, e chiese alla vecchia il permesso di recarsi a sbrigare un suo affaruccio. Ella glielo concesse a malincuore.
Scendendo verso la casetta delle Era, il servo vide il piccolo Malthineddu che cavalcava un cavalluccio di canna, tutto tentennante nel suo guarnellino bianco sporco, con le gambuccie e le braccine ignude, dorate dal sole. Il servo si chinò, aprì le braccia e impedì la strada al bambino.
— Dove andiamo? — gli chiese, vezzeggiando. — C'è il sole, non vedi? Ahi, ahi, che viene Maria Petténa col suo pettine di fuoco[3], per rapirti e portarti dall'orco. Torna a casa.
— Nooo, noooo! — strillò il bambino, dibattendosi sulla sua cavalcatura.
— Ebbene, uccellino di primavera, — disse allora Giacobbe, abbassando la voce e con un occhio socchiuso accennando il portico. — Là c'è zia Malthina che per non mangiar pane mangia i bambini. La vedi?
Il piccino parve convinto, e si lasciò ricondurre a casa, ma ostinandosi a camminare sul suo cavallo di canna.
Giovanna cuciva dietro la porta: era grassa, rosea, fresca, come se niente di doloroso le fosse mai accaduto. I capelli lucenti e ondulati le bendavano la fronte graziosa. Vedendo Giacobbe col bimbo alzò la testa e sorrise.
— Eccolo, — disse il servo, — ve lo riconduco. Egli stava al sole, andava verso zia Malthina che per non mangiar pane mangia bambini.
— Eh via! — disse Giovanna. — Non si dicono queste cose ai bambini.
— Ma io le dico anche ai grandi. Perchè zia Malthina mangia anche i grandi. Badate che non vi mangi, Giovanna Era, tanto più che sembrate una mela cotogna matura; ah! no, la mela cotogna è gialla, no, sembrate una, via una...
— Un fico d'India! — diss'ella, ridendo.
— E zia Bachisia? È da molto tempo che non avete notizie di Costantino?
Giovanna divenne seria, e disse con aria di mistero che non da molto aveva ricevuto notizie del condannato.
— Ah, — proseguì l'altro, senza insistere su queste notizie, — sapete dirmi se Isidoro Pane è in paese? Devo parlargli.
— È in paese, — diss'ella, rimettendosi a cucire seria seria.
Egli andò via pensieroso, scese per lo stradale e s'avviò alla casa, se così vogliamo chiamarla, di Isidoro Pane, il quale abitava dall'altra parte del villaggio.
Isidoro che, bisogna dirlo in suo onore, pescava anche trote e anguille quando gli si presentava l'occasione, accomodava una rete seduto nella lunga ombra projettata dalla sua casa. Questa casa, un po' discosta dalle altre, verso i campi, era una costruzione preistorica fatta di piccoli frammenti di schisto (forse dal tempo nel quale gli uomini, non sapendo neppure ancor tagliar le pietre, fabbricavano con quelle già tagliate naturalmente), e coperta di canne e di tegole su cui cresceva una vegetazione rugginosa.
Il sole calava, dopo un meriggio ardente; non muovevasi una foglia degli alberi polverosi immobili sul villaggio arso e deserto; l'altipiano giallo, solcato da rade ombre oblique, assopivasi nella luminosità sanguigna del tramonto, e le strane montagne, quasi pavonazze, come enormi sfingi rosse coperte di veli violacei, sorgevano su un cielo di rosa ardente. Nel gran silenzio udivasi un merlo fischiare in lontananza. Piante incolte di fichi dalle foglie dure quasi nere, una siepe di robinia selvatica, alla quale s'intrecciavano alte ortiche pelose e juscujami dalle foglie biancastre, circondavano la casa del pescatore; dalla porta, ove egli stava seduto, scorgevasi uno sfondo di orizzonte lontano, solitario e vaporoso come il mare. Un forte odore di stoppia e di asfodelo secco invadeva l'aria: sterpi, paglia, foglie secche coprivano il suolo, talchè Giacobbe potè avvicinarsi silenziosamente, senza che Isidoro sollevasse la testa dal suo lavoro.
— Cosa facciamo? — gridò il servo. L'altro sollevò gli occhi senza alzare il capo, guardò con curiosità il servo, e non rispose.
Giacobbe gli si sedette vicino, per terra, a gambe incrociate, e cominciò a guardare il lavoro di Isidoro, il quale accomodava la rete con dello spago infilato ad un grosso ago un po' arrugginito.
— In mia coscienza, — disse ridendo Giacobbe, — qui i pesciolini entreranno ed usciranno a loro piacere.
— Lasciali entrare ed uscire a loro piacere, uccellino di primavera, — rispose il pescatore, imitando il modo di dire di Giacobbe. — Perchè stai in paese? Sei fuori di servizio?
— Ohibò! Ho ripreso servizio presso quelle piattole dei miei ricchi parenti. Ho da parlarvi di cose serie, zio Sidore; ma prima, ditemi, come vanno le vostre gambe? È da molto tempo che non v'è apparso San Costantino in riva al fiume?
Il vecchio aggrottò le sopracciglia, perchè non amava si parlasse con irriverenza delle cose sacre, e disse a voce bassa:
— Se sei venuto per chiedermi ciò, puoi bravamente andartene.
— Ebbene, non offendetevi. Ecco, vi dirò ora perchè son venuto...: sì, è un affare importante. Del resto, se sto diventando pagano lo devo al piccolo padrone che parla male dei santi. Salvo poi ad aver paura in punto di morte. Ah, sentite, l'altra notte abbiamo veduto una stella muoversi, calar giù per il cielo, dritta come un fuso d'oro, con una lunga coda: pareva scender sulla terra. E Brontu si gettò faccia a terra gridando: «Se questa è la nostra ultima notte, abbi misericordia di noi, Signore!» E rimaneva per terra. Sulla mia coscienza[4], volevo dargli un calcio.
— E tu non avevi paura?
— Io no, uccellino di primavera! Ho visto subito sparire la stella.
— Ah, ma appena l'hai vista, di' la verità, hai avuto paura?
— Ebbene, sì, andate al diavolo! Ecco, io sono venuto appunto per parlarvi del mio padrone. Se lui non è matto, nessuno al mondo è matto. Egli vuole che voi andiate da Giovanna Era per proporle di fare divorzio e di sposarsi a lui.
Isidoro lasciò di lavorare; un'ombra gli velò i buoni occhi sereni: intrecciò le mani, vi depose il mento e cominciò a scuoter il capo.
— E tu, — disse con voce sonora, — tu non sei matto, chè vieni a dirmelo? Ah, capisco, tu non vuoi perdere il tuo pane. Come sei vile!
— Ohè! — gridò l'altro, offendendosi comicamente. — Ohè, vi credete con le vostre sanguisughe?
— Ah, tu scherzi? Sarebbe tempo di finirla. Di' al tuo padrone che sarebbe tempo di finirla. Tutto il paese sa la cosa e mormora.
— Ah, caro mio, siamo al principio soltanto e voi parlate di finirla? Io ne ho le tasche piene: giorno e notte non fa altro che parlarmi di ciò, quel barile d'acquavite! Gli ho dovuto promettere di venir da voi, ed ecco che vengo, ma non certo per favorirlo. Una sola persona può far tacere questo scandalo: Giovanna. Andate, ditele che faccia tacere quel cane appestato; io non ne posso più.
Isidoro lo guardava fisso, con occhi velati, ma pareva non ascoltarlo; poi si rimise al lavoro e cominciò a mormorare:
— Povero Costantino, povero agnello, che hanno fatto di te?
— Sì, egli è innocente, — disse Giacobbe, — e da un giorno all'altro può tornare. Bisogna impedire che quella cosa ideata da Brontu non accada. Ah, c'è zia Bachisia che è pronta come un avoltoio sulla preda.
— Povero Costantino, povero agnello, cosa hanno fatto di te? — continuava l'altro, senza dare ascolto a Giacobbe.
Allora costui si adirò, e alzò la voce, che vibrò in quel gran silenzio rosso, nella solitudine protetta dai fichi e dalle siepi selvatiche.
— Gli hanno fatto un corno! Perchè non mi date ascolto, vecchia immondezza? Bisogna andar là, subito. La giovine è allegra, è rossa, e alla prima proposta cade come una mela matura; ma non è cattiva di cuore e se voi la predisponete bene, se le fate intendere il suo dovere, forse si eviterà ogni guaio. Andate, che andiate alla forca! muovetevi, fate miracoli se è vero che siete un santo come dicono gli scimuniti.
— Ah! Ah! Ah! — esclamò tre volte il vecchio, e si alzò in piedi. La sua alta figura, recinta di stracci eppur maestosa, si delineò nell'aria rossa, in quello sfondo di erbe selvatiche, di orizzonte solitario, come quella d'un vecchio eremita.
— Andrò, andrò! — disse sospirando. E Giacobbe si sentì cadere un peso dal cuore.
Allora i due uomini cominciarono la loro opera misericordiosa verso il condannato lontano; ma avevano da lottare contro tre forze unite e attive e contro la passività di Giovanna. Le tre forze erano: la passione bruta di Brontu, l'avidità di zia Bachisia, il calcolo di zia Martina. Poichè costei non vedeva di malocchio il progetto del figlio: Giovanna era povera, ma sana, frugale, senza pretese, e lavorava come una bestia; una donna benestante avrebbe recato il disordine e la dissipazione in casa, e le nozze avrebbero portato ingenti spese, mentre Giovanna la si sposava quasi segretamente e veniva in casa come una schiava gratis. Furba zia Martina!
Il tempo continuò la sua corsa, sul villaggio di schisto, sulle montagne desolate, sull'altipiano giallognolo come un deserto: e venne l'autunno, talvolta tiepido e melanconico, quando il mare fumava all'orizzonte e le nuvole gonfie e scure come enormi ragni passavano sul cielo latteo tessendo sottilissimi veli grigi; talvolta lucido, diafano e freddo come un'acqua limpida.
In quelle sere, quando sul cristallo del cielo, ad oriente, spiccava simile ad un'isola in un mare tranquillo qualche lunga nuvola violetta, e il vento portava il profumo dei timi bruciati dai contadini che dissodavano la brughiera per seminare il frumento, Brontu beveva lunghi sorsi d'acquavite per riscaldarsi; e si coricava in fondo alla capanna, e sognava, tutto caldo e beato come un gatto, con gli occhi fissi alla nuvola violetta dell'estremo orizzonte. Fuori, intorno alla capanna, per distese grandissime, le tancas dei Dejas ondulavano deserte al lucido crepuscolo; fra l'oro bruno delle stoppie scoppiava la terra gonfiata dalle pioggie autunnali, e l'erba chiara e i violacei fiori d'autunno esalavano umidi profumi. Stormi di uccelli selvatici, grandi corvi d'un nero metallico, frusciavano volando, sgorgando dai cespugli di assenzio che sembravano tumuli di cenere, nascondendosi nei boschetti di cisto e nelle macchie di corbezzoli dalle foglie lucenti e dalle bacche acerbe di oro pallido.
In una delle tancas due contadini, servi dei Dejas, incendiavano le macchie, dissodando la terra per seminare l'orzo ed il frumento; le fiamme crepitavano, ancor pallide nella luce, diafane come vetro giallo, spinte dal vento; il fumo svaniva, basso e chiaro, carico di odori come fumo d'incenso. Le siepi delle mandrie, secche e spinose, diramavano un ricamo violaceo nell'aria argentea; le greggie s'erano ritirate, e solo qualche cavallo, scuro, col muso a terra, pascolava ancora. Udivasi la voce di Giacobbe dietro la capanna, qualche tintinnìo di campanaccio, l'urlo rauco e lontano di un cane, il grido rauco e lontano di un corvo.
Entro la capanna, disteso su pelli e pannilani caldi, come un beduino, Brontu seguiva il suo invincibile sogno: il liquore ardente gli bolliva entro il petto, inondandogli il cuore d'una dolcezza calda e profonda.
Ah, come l'acquavite piaceva al giovane proprietario! Gli piaceva, più che per il sapore acuto e l'odore selvaggio, per la dolcezza che, dopo bevuta, gli infondeva nel cuore. Guai però a molestarlo in quei momenti: la dolcezza si cambiava in umor verde e amaro come il fiele; non sapeva perchè, ma gli sembrava che i cani, allorquando si pesta loro la coda mentre dormono, debbano provare ciò ch'egli provava se lo molestavano nelle ore di ebbrezza. E si arrabbiava e non vedeva più nulla.
Ah, sì, l'acquavite gli piaceva molto; ed anche il vino gli piaceva, ma non come l'acquavite. Anche il padre di Brontu aveva amato l'ardente liquore: tanto che una volta, dopo averne bevuto assai, era caduto sul fuoco, e in modo tale, Dio ne liberi, che per le bruciature sofferte era morto. Basta, lasciamo questi pensieri melanconici, ora si è più avveduti e non si cade sul fuoco. Eppoi Brontu, per equilibrarsi, aveva anche l'altra passione per Giovanna. Ah, l'acquavite e Giovanna! Le cose più belle, più ardenti, più inebbrianti del mondo. Però Brontu Dejas era timido con Giovanna quanto era ardito con l'acquavite; tremava al solo pensiero di avvicinarla, di parlarle. Nei giorni in cui sapeva che ella lavorava presso zia Martina, egli spasimava dal desiderio di tornare in paese, di vederla in casa sua, di guardarla, ma non osava muoversi dalla tanca. Ma il tempo passava, e il giovine si sentiva divorato dall'attesa e da una inquietitudine profonda; aveva paura che Giovanna, s'egli tardava ancora, lo rifiutasse un'altra volta. Egli voleva dimostrarle la sua premura, dirle che per confortarla avrebbe voluto sposarla subito, appena condannato Costantino. Infine, egli pensava un po' diversamente dagli altri; ma era fatto così e non poteva cambiarsi. In fondo egli era di buon cuore, come tutti gli ubriaconi, e di costumi onestissimi; la sua unica passione, dopo quella per i liquori, fin dall'adolescenza, quando la sua famiglia era venuta ad abitare nella casa nuova, era stata Giovanna. Essa allora aveva quindici anni; era d'una bellezza e d'una freschezza ammirabili. Ogni volta che la vedeva, Brontu arrossiva fin sulle mani, ed ella se ne accorgeva e non si offendeva; ma egli taceva sempre, e quando finalmente s'era deciso a mandar sua madre dalla madre di Giovanna, il posto era preso. In quei tempi Giovanna, fiera ed ardente come una puledra, non sapeva il valore del denaro, e come avrebbe sposato Brontu Dejas soltanto per i suoi bei denti, non avrebbe tradito Costantino neppure per il Vicerè, se in Sardegna vi fosse stato ancora.
Il crepuscolo addensavasi. Il cielo diventava sempre più cristallino, profondo quanto uno specchio, e la nuvola violetta prendeva un color lividognolo, opaco, lunga e squamata come un enorme pesce di bronzo. Le voci degli animali e delle cose si facevano più intense nel grave silenzio dell'ora; ed a Brontu parve sognare, udendo, in quel luogo ed a quell'ora, la voce di zia Bachisia.
— Santu Iuanne Battista meu, — esclamava la voce, rude e dolente nello stesso tempo. — Se non mi sbaglio tu sei Giacobbe Dejas?
— Per servirvi, — tonò alquanto meravigliata la voce del servo. — Chi vi ha fatto piovere da queste parti, uccellino di primavera?
— Ah! Ah! Finalmente! Dove è Brontu Dejas?
Brontu balzò fuori della capanna: gli tremavan le gambe, la testa gli girava, e vide a pena la figura nera di zia Bachisia, che teneva le scarpe in mano e un involto sul capo.
— Zia Bachisia, — cominciò a chiamare, commosso, — sono qui, venite qui, venite, buona sera.
Ella gli si precipitò quasi addosso, — seguita premurosamente dal servo.
— Ah, Brontu Dejas, caro figliuolo, se non sono morta stasera non muoio più. Son tre ore che cammino. Mi sono smarrita. Ho bisogno di parlarti, abbi pazienza.
Altro che pazienza! Egli era commosso fino alle lagrime; la prese per mano, la condusse entro la capanna. Giacobbe capì che non poteva prender parte al colloquio e ritornò dietro la capanna, tendendo l'orecchio, aggirandosi intorno a sè stesso come una belva rinchiusa.
Non udì nulla. D'altronde il colloquio fu breve e zia Bachisia non volle neppure sedersi. Diceva di essersi smarrita, in cerca dell'ovile di Brontu, e che Giovanna doveva aspettarla ansiosamente, credendo che fosse andata nei campi per cogliere erbe mangerecce. Pur troppo, sì, erano costrette a vivere di erbe, tanto la povertà le stringeva; e zia Bachisia veniva per chiedere a Brontu dei denari in prestito. Sì, Dio sia lodato, in prestito. Se non potevano restituirglieli, ella e Giovanna avrebbero lavorato per conto dei Dejas fino a scontare il debito. Erano più mesi che non pagavano il fitto di casa, della casa loro, e l'avvocato minacciava di sfrattarle.
— Dove andremo noi, Brontu Dejas, — diceva zia Bachisia, giungendo le mani adunche e gialle, — pensa dove andremo noi, Brontu, anima mia!
Egli si sentiva tremare il petto; avrebbe voluto abbracciare la vecchia e gridarle: — Verrete a casa mia! — ma non osava.
Egli non aveva denari con sè, ma decise di ritornare subito in paese, tanto più che voleva accompagnare la vecchia; e uscito fuori gridò a Giacobbe di sellargli il cavallo.
— Che è accaduto? — chiese il servo. — È morta tua madre, Dio l'abbia in gloria?
— No, — rispose Brontu, senza alterarsi, — non è accaduto nulla che t'importi.
Giacobbe cominciò a sellare il cavallo, mentre smaniava dalla curiosità di sapere perchè zia Bachisia era venuta e perchè Brontu tornava in paese.
— Che ella voglia del denaro? Egli non ne ha qui, e ritorna per procurarselo e darglielo. — Senti, Brontu? — chiamò, e quando l'altro gli fu vicino gli disse:
— Se quella donna vuole del denaro e tu qui non ne hai, te lo do io...
— Sì, ella vuole in prestito del denaro, — rispose Brontu a voce bassa, tutto allegro. — Ma io ritorno, e se anche ne avessi qui, ritornerei lo stesso, perchè stasera posso veder Giovanna, posso entrare in casa sua. Voglio parlare finalmente. Farò da me ciò che voi asini non avete saputo fare.
— Uomo! — esclamò Giacobbe, irritato, — tu diventi pazzo!
— Ebbene, lasciami diventar pazzo. Ecco, stringi quella cinghia. Ah, tu gonfi la pancia, cavallino, — disse poi, rivolto al cavallo; — non ti va un viaggio di sera? Che dirai quando la vecchia siederà in groppa?
— Anche ciò? — gridò Giacobbe.
— Anche ciò, si, che t'importa? Non è mia suocera?
— Tu corri troppo, in verità: bada di non romperti il collo, uccellino di primavera... Ah! Ah! Ah! Tu vuoi davvero far sul serio? — cominciò a borbottare il servo. — Tu vuoi sposare quella pezzente, quella donna maritata? Tu che potevi sposare un fiore? E Costantino Ledda è innocente. Ah, ma egli tornerà, ti dico io che tornerà.
— Lasciami tranquillo, Giacobbe. Pensa ai fatti tuoi. Metti una bisaccia sulla groppa. Zia Bachisia?
Giacobbe corse dentro la capanna, e urtò nella donna che veniva fuori.
— Vergognatevi! — le disse egli, tremante. — Siete peggio d'una pezzente! Ah, parlerò io con Giovanna, parlerò io...
— Tu sei pazzo, — rispose zia Bachisia, e poi pronunziò a bassa voce una atroce insolenza. E uscì fuori.
Poco dopo ella e Brontu partirono. Giacobbe li vide allontanarsi nell'estrema luce della tanca solitaria, via via pel sottile sentiero, dietro i cespugli, dietro le macchie, dietro il fumo della brughiera incendiata. Preso da un impeto di rabbia impotente si strappò dal capo la berretta e la buttò lontana, poi andò a riprenderla, poi bastonò il cane, che cominciò a guaire lamentosamente, riempiendo d'una voce stridula e straziante l'immenso silenzio della sera. L'eco ripeteva quella voce indescrivibile, che sembrava il pianto di un fantasma disperato.
E la notte calò. Giacobbe andò a coricarsi sul giaciglio poco prima lasciato da Brontu; sentì l'odore dell'acquavite, si alzò, cercò il fiaschetto del padrone e bevette. Poi tornò a coricarsi, ed anch'egli sentì qualche cosa bollirgli entro il petto, inondargli il cuore, salirgli gorgogliando al capo, bruciargli le palpebre. L'ira gli cadde dal cuore, ma un sentimento di tristezza lo vinse tutto. Dall'apertura della capanna vedeva il chiarore sanguigno delle macchie bruciate vincere gradatamente l'ultimo barlume azzurro del crepuscolo: fusi assieme i due chiarori assumevano una tinta violacea d'una indescrivibile tristezza. Il cane, di tanto in tanto, guaiva ancora. Ah, che dolore, che dolore! Perchè aveva egli, Giacobbe, bastonato il povero cane? Che gli aveva fatto? Nulla. Ne provava un rimorso acuto, tenero e inconcludente; un rimorso da ubbriaco; e nello stesso tempo il guaire del cane lo irritava, dandogli il desiderio di alzarsi e bastonare ancora la povera bestiola.
Ad un tratto si ricordò di Brontu e di zia Bachisia, che da qualche momento aveva dimenticato, e trasalì tutto. Che sarebbe accaduto quella sera? Avrebbe Giovanna dato il suo consentimento? Ah! Ah! Ah! Uccellino di primavera! Perchè quel cane guaiva ancora? Pareva la voce di un morto. La voce di zio Basilio Ledda, del vecchio avoltoio assassinato. Poh! Poh! I morti non parlano più. Quello era l'urlo d'un cane, null'altro che l'urlo d'un cane.
Giacobbe rise piano piano, fra sè, cominciando ad addormentarsi; le palpebre pesanti gli si chiusero, non videro più quello sfondo violaceo e opaco che gravava come una tenda sull'apertura della capanna. Gli parve che un sacco colmo d'una materia molle ma pesante gli cadesse addosso; non poteva più muoversi, ma quell'immobilità aveva un non so che di dolce e di gradevole. Poi cominciò a far mille sogni confusi: fra le altre cose sognò di esser morto a causa d'un morso di vipera, e la sua anima era entrata nel corpo d'un cane e questo cane, piccolo, scarno, giallo, s'aggirava nella cucina di zia Bachisia in cerca d'ossa. Costantino sedeva accanto al focolare; era vestito di rosso, con una grande catena ai piedi: ad un tratto vide il cane e gli lanciò la catena; la testa dell'animale rimase presa, cerchiata stretta da un anello di ferro, e Giacobbe invaso da terrore si sforzò di parlare per farsi riconoscere. Si svegliò sudato, gridando:
— Uccellino di primavera!
La notte regnava. La tanca deserta, sotto il limpido cielo pieno di grandi stelle gialle, rosseggiava tutta nel chiarore delle macchie incendiate.
Giacobbe stette a lungo senza riprender sonno, voltandosi e rivoltandosi; la piccola sbornia gli era passata lasciandogli la bocca salata e arida. Si alzò e bevette; poi ricordò che la sera prima non aveva mangiato e stette a lungo ritto, pensieroso, sull'apertura della capanna, col viso illuminato dal chiarore dell'incendio.
— Mangiare, non mangiare? — si domandava senza accorgersi della sua domanda. Guardò le stelle. Era vicina la mezzanotte. Che aveva concluso quella piccola bestia del padrone? Giacobbe fu ripreso da un impeto d'ira specialmente contro zia Bachisia che era impudentemente arrivata fin lì per sollecitare il pazzo progetto del giovane proprietario. Giacchè, si capiva bene, il prestito non era che una scusa della vecchia arpia per attirare Brontu, per deciderlo e convincerlo. Ah, era odiosa quella donna. Non aveva coscienza? Non credeva in Dio? A queste domande Giacobbe Dejas si rifece pensieroso: poi tornò a coricarsi chiedendosi se aveva fame e se doveva mangiare.
No. Non aveva fame, nè sete, nè sonno. Non poteva trovar pace nè coricato, nè seduto, nè in piedi; e per distrarsi alquanto cominciò a sbadigliare forzatamente ed a parlare a voce alta dicendo cose inconcludenti. Pensava però ostinatamente a quella cosa. Era orribile, orribile! Maritare una donna già maritata! E se Costantino tornava? Chi sa: tutto nel mondo è possibile. E anche se il condannato non tornava, ebbene, e il figlio? che avrebbe detto il figlio, giunto alla età della ragione, sapendo che sua madre aveva due mariti? Chi aveva fatto quella legge? Ah! Oh! Erano ben stupidi gli uomini della legge! Giacobbe rise in alto; ma dentro, ben dentro il cuore ebbe tutt'altra voglia che di ridere.
Tornò ad alzarsi, riprese il fiaschetto dell'acquavite e pensò:
— Se Brontu chiede chi ha bevuto l'acquavite, peggio per lui, gli dirò che l'hanno bevuta i sorci. Ah! Oh! Ah!
Rise di nuovo, bevette, tornò a coricarsi. Si riaddormentò e sognò di trovarsi presso una sua sorella, alla quale raccontava il sogno del cane, di Costantino, della catena.
Si svegliò che il sole era già sorto sul confine dell'altipiano, dietro una linea di vapori azzurrognoli. Il mattino era un po' freddo e velato; tutte le macchie, i cespugli, le stoppie, le erbe tenere e chiare scintillavano di rugiada ai raggi obliqui del sole; e di nuovo gli uccelli frusciavano fra i cespugli, cantando, slanciandosi a gruppi, volteggiando elegantemente per l'aria vaporosa. Talvolta il loro canto susurrante e compatto diveniva così intenso che sembrava uno scroscio cristallino di pioggia metallica. Qualche fischio acuto, qualche strido rauco di corvo risuonava sullo sfondo di quel coro tremulo e metallico come un velo d'argento; poi tutto svaniva nell'intenso silenzio del piano.
Giacobbe uscì, stiracchiandosi e sbadigliando. Sbadigliava talmente che le sue mascelle scricchiolavano; tutto il suo viso nudo si raggrinziva intorno al circolo della bocca spalancata, e gli occhietti obliqui, gialli al sole, lagrimavano come quelli d'un cane.
— Ebbene, — pensò, stringendosi le mani allo stomaco, — mi sento dei crampi qui: che ho fatto iersera?
Andò e aprì le mandrie: l'ariete dalle corna ritorte uscì, fiutando il suolo, e un gruppo giallognolo di pecore lo seguì, incalzandosi e fiutando il suolo. Altri gruppi seguirono; le mandre si vuotarono, ma Giacobbe restò immobile, aspettando pensieroso, vicino alla siepe.
— Sì, ier sera non ho mangiato. Ho bevuto l'acquavite del padrone ed ho sognato. Ah, sì! sì! Costantino, il cane, mia sorella Annarosa. Ebbene, che egli sia dannato, perchè non torna, il piccolo rospo? — pensò scuotendosi. — Mi sono ubriacato come una bestia. L'uomo ubriaco, — pensò poi, ritornando presso la capanna, — è come una bestia; non si accorge più di nulla, dice a voce alta i suoi pensieri. Ciò è dannoso, Giacobbe Dejas, cocuzzolo spelato, mettitelo bene in mente. Ah no, no, non berrò mai più, che il Signore mi castighi.
Poco dopo ritornò il padrone: Giacobbe lo guardò fisso e sorrise. — Ah, — disse andandogli premurosamente incontro. — Tu hai una ciera da uomo bastonato. Cosa ti è accaduto, uccellino di primavera?
— Niente. Levati di lì.
Ma l'altro non l'intendeva così; e cominciò ad aggirarsi intorno a Brontu, carezzevole e saltellante come un cane, chiedendo, insistendo per sapere. E il giovane si sfogò, tanto più che ne aveva gran bisogno. Ebbene, sì, Giovanna lo aveva scacciato come si scaccia un pezzente molesto; gli aveva chiesto se non sapeva che ella aveva un figlio il quale un giorno poteva sputarle in volto dicendole: «Perchè hai due mariti?»
— Anima mia, lo sapevo! — gridò Giacobbe trasalendo di gioia.
— Che sapevi tu?
— No, che ella ha un figlio.
— E questo lo sapevo anch'io. Ecco, ella mi ha scacciato, ecco tutto. Dalla strada ho sentito madre e figlia litigare acerbamente.
Dopo di che Brontu cercò il suo fiasco di acquavite. Giacobbe si sentiva allegro, aveva voglia di ridere.
— Ecco, — disse, — stanotte i sorci hanno bevuto la tua acquavite: ah! ah! ah! Ma ce ne deve essere ancora. Ce n'è ancora.
Brontu bevette avidamente, senza rispondere; poi gettò irosamente il fiasco contro il servo, che lo prese a volo. E come Brontu aveva bevuto per dolore, Giacobbe bevette per gioia.
VIII.
Circa tre anni dopo la sua condanna, una mattina in sul finir dell'estate, Costantino si svegliò di cattivo umore. Il caldo era opprimente e nella camerata gravava un odore nauseabondo. Un condannato russava sbuffando come una pentola in ebollizione.
Costantino aveva dormito con l'ultima lettera di Giovanna sotto il capo; e questa lettera era laconica e triste in sommo grado: diceva che Giovanna e sua madre si trovavano in grande povertà e che il bambino stava gravemente malato.
Costantino non pensava neppure che era ben crudele scrivergli in quel modo: egli voleva la verità, fosse pur triste, e gli sembrava che dividere i dolori di Giovanna e spasimare per la disperazione di non poterla soccorrere, fosse uno dei suoi doveri. Dovere sterile, ahimè, egli lo sentiva, e ciò aumentava il suo dolore.
Egli s'era fatto abile nel lavorare da calzolaio, e lavorava alacremente, ma guadagnava pochissimo, e tutto il guadagno, — tolto ciò che pretendeva il re di picche per i suoi buoni servigi, — lo mandava a Giovanna.
— Parola d'onore, — gli diceva l'ex-maresciallo, — tu sei un babbeo. Mangiateli, i denari. Dovrebbero mandartene loro.
— Sono così povere.
— Eh, no! Hanno il sole, loro. Che vogliono di più! — diceva l'altro. — Se tu mangiassi e bevessi faresti opera di carità. Sei uno stecco, vedi, caro amico. Poco male io. Eh, io, mio caro, io ingrasso. Il mio lardo è fatto di vento; fa nulla, ma ingrasso.
Infatti egli oramai sembrava una pallottola; ma la sua pinguedine era vuota, cascante, gialla. Costantino invece s'era fatto scarno, con gli occhi infossati e le mani quasi trasparenti.
— Il sole! — pensava con amarezza. — Ah, sì, esse hanno il sole! Ma a che serve anche il sole quando non si ha da mangiare, quando si è malati e si soffre in tutti i modi?
Era una stupidaggine, sì, ma egli qualche volta pensando così piangeva come un fanciullo.
Eppure sperava sempre. Gli anni passavano, i giorni cadevano lenti ed eguali, uno dopo l'altro, come goccie d'acqua in una grotta, dalla pietra sulla pietra. Quasi tutti i condannati, specialmente quelli che scontavano pene non troppo lunghe, speravano nella grazia, si divagavano contando i giorni passati e da passare, con chiarezza sorprendente, senza mai sbagliarsi di un giorno.
Alcuni spingevano la loro abilità fino a contare le ore. Costantino diceva che ciò era una cosa stupida, e sorrideva pensando che si poteva morire o si poteva venir liberati prima dell'ora. Tutto stava nelle mani di Dio. Del resto anche egli contava d'esser liberato prima dell'ora, ma quest'ora era così lenta, così lenta a venire! Lo sentì bene quella mattina, allo svegliarsi palpando la carta calda della lettera di Giovanna.
Si alzò e si vestì sospirando. Il suo compagno di destra cessò di russare, aprì un occhio velato e stette a guardare Costantino come se non lo riconoscesse. Poi richiuse l'occhio.
— Ti senti male? — chiese, udendo Costantino sospirare. — Ah, è vero, tu hai il bambino malato. Perchè non lo dici al Direttore?
— Perchè devo dirlo al Direttore? Egli mi metterebbe in cella, ecco tutto, se sapesse che ricevo notizie così.
— Ed a pane e pollastro — disse una voce ironica. Voleva dire a pane ed acqua.
Un altro rise. Costantino sentì tutta l'indifferenza di quelli uomini tra cui viveva, e gli parve di esser solo, smarrito in un deserto ardente, dall'aria nauseabonda.
Andò al lavoro, aspettando con ansia l'ora dell'aria per poter parlare col re di picche. Quell'uomo grasso e giallo, che egli non stimava per nulla, gli era tuttavia indispensabile. Era il suo solo conforto. Egli solo lo capiva, lo compassionava, lo aiutava. Si faceva pagare, è vero, ma che importava? Ciò non toglieva ch'egli fosse indispensabile a molti condannati, e specialmente al suo compatriota, il quale pensava già con egoistico dolore all'ora in cui il re di picche, scontati i suoi anni di pena, se ne sarebbe andato.
Quel giorno fu introdotto nella camerata dei calzolai un nuovo condannato, un settentrionale sottile e lungo, dal viso grigio tutto rugoso e due piccoli occhi bianchi. Era di un'età indecifrabile, ma i compagni risero quando egli disse di avere ventidue anni. Subito si lamentò del caldo e della puzza di pece che ammorbava l'aria.
Ah, egli non era un ciabattino, no. Era figlio unico d'un ricco negoziante di scarpe all'ingrosso: infine anch'egli era un signore. E subito cominciò a raccontar la sua storia dolorosa: aveva ucciso un suo rivale in amore; era stato provocato e gli aveva sparato addosso; null'altro. La donna, causa prima del delitto, era malata di petto ed ora, per il dolore, moriva. Moriva; null'altro. Ah, c'era poi questo, che il condannato aveva lasciato un figlio, un bambino di pochi anni, suo e della donna malata. Se ella moriva, il bimbo restava orfano e derelitto.
Costantino trasalì, non perchè il racconto del condannato lo commovesse, ma perchè quel bambino e quella donna gli ricordavano Giovanna e Malthineddu ammalato.
Il nuovo venuto, che subito aveva cominciato a lavorar destramente tagliando un paio di suole, taceva finalmente, a capo chino, intento al lavoro, col labbro inferiore scosso da un tremito, come i bambini che stanno per piangere. Costantino lo vide e pensò che quell'uomo doveva soffrire assai. Ma come gli altri restavano indifferenti al suo dolore, così egli non poteva prendere parte al dolore altrui. Soltanto si sentì ancora più triste, più smanioso di uscire.
Quando vide il re di picche lo attirò presso il muro caldo, in un angolo d'ombra, ma non seppe dirgli nulla di ciò che soffriva. A che pro?
Gli raccontò invece la storia del nuovo condannato; l'altro alzò le spalle, poi si voltò, sputò sul muro e disse:
— Se vuole può scrivere anche lui, ma raccomando prudenza. C'è qualcuno che fiuta l'aria.
— Come faremo, — chiese poi Costantino, pensieroso, — come faremo quando lei non sarà più qui?
— Tu vorresti che io restassi sempre qui, cialtrone? — disse l'altro scherzando.
— Dio me ne liberi! No. Io anzi le auguro di andar via presto, domani...
Il re di picche sospirò. — Ahimè! i suoi nemici — egli diceva, — scovavano sempre nuove arti diaboliche per tenerlo dentro. Non sperava più nella grazia, ma ad ogni modo il tempo della liberazione s'avvicinava. Allora, — proseguiva, — egli sarebbe andato dal re, gli avrebbe raccontato come stavano le cose. Il re ordinerebbe subito la revisione del processo e al re di picche, riconosciuto innocente, verrebbe subito ridonato il posto. Chissà, forse anche una medaglia, da tener compagnia alle altre.
Inoltre egli prometteva a tutti, e specialmente a Costantino, di farli graziare appena ritornato in libertà.
— E va bene! — concludeva, approvandosi da sè. A furia di far promesse finiva col credere di doverle mantenere.
— Domani! Magari fosse! Sarebbe un bene per tutti.
— Bene o male! — rispose Costantino.
— D'altronde, — proseguì l'altro, — quando io sarò fuori tu forse non avrai più bisogno di me.
Tosto si pentì di quelle parole, ma vide Costantino scuotere il capo dubbioso, pensò: — forse egli crede che io alluda alla grazia, — e lo guardò con sincera compassione.
— Ma tu sei innocente, tu sei veramente innocente? — gli chiese. — Oramai puoi dirmi tutto, amico caro. Ricordati che quando te lo chiesi la prima volta tu mi dicesti: ch'io non possa riveder mio figlio se sono colpevole!
— Questo è vero! Ed ora lei vuol dire che forse non rivedrò mio figlio? Sia fatta la volontà di Dio, ma io sono innocente.
Il re di picche si volse nuovamente verso il muro, sputò ancora.
— Abbi pazienza, mio caro, abbi pazienza. Abbi pazienza, — disse a Costantino. E la sua voce era calda e sincera.
Il re di picche si credeva uomo superiore, e aveva una grande stima di sè stesso perchè stimava le persone oneste: per tale ragione aveva preso ad amare a modo suo Costantino, conoscendolo tanto buono, dall'anima semplice, fatta d'un metallo così puro che neppure la grande corruzione del penitenziario poteva intaccarla.
Orbene, l'ex-maresciallo si permetteva di leggere le lettere che gli pervenivano per il condannato. Ultimamente gliene era arrivata una, anonima, scritta malissimo, con certi grandi caratteri che sembravano insetti e piccoli mostri. Ma quegli insetti velenosi e quei piccoli mostri incutevano terrore; dicevano che Giovanna, la moglie del condannato, si lasciava corteggiare da Brontu Dejas, e che zia Bachisia voleva fare un viaggio a Nuoro per proporre ad un avvocato la causa di divorzio di sua figlia.
L'ex-maresciallo s'arrabbiò come un cane, e il suo amico Delegato, che lavorava intorno alla sua grande opera, l'udì mugolare gonfiando enormemente le guancie giallognole.
— Essi sono stupidi. Stupidi! Sardi asini! — pensava il re di picche. — Perchè glielo scrivono? Che può far egli se non battere la testa contro il muro?
Non consegnò la lettera, ed ogni volta che vedeva il condannato lo guardava con profonda compassione, felice, per conto suo, di sentirsi così buono.
Il bambino morì tre giorni dopo, e Costantino ne ricevette direttamente la notizia. Pianse in silenzio, nascondendosi, e davanti ai compagni di lavoro e di sventura volle mostrarsi forte. Arnolfo Bellini, quello che aveva l'amante ammalata, saputa la disgrazia del condannato sardo, cominciò a piangere in modo strano, con certi strilli da gallina; e il suo visetto grigio di bambino vecchio era così ridicolo nel pianto, che l'abruzzese, quello che litigava sempre col fratello, si mise a ridere. Un altro condannato punse con la lesina la coscia dell'abruzzese. Costui cessò di ridere e trasalì, disse — ahi! — e non protestò.
Costantino guardò meravigliato il Bellini, scosse il capo, si mise a lavorare. Tutti tacquero, e il settentrionale si calmò perfettamente. Sotto la volta bassa biancheggiava una luce cruda, proveniente dal cortile ombreggiato: il caldo intenso traeva un acuto odore dal cuoio, dalle mani sudate e dai piedi dei condannati.
Questi condannati erano tredici, continuamente sorvegliati da un guardiano alto, dai baffi rossi, che non parlava mai. Per la divisa, per i capelli ed il viso raso, per la stessa espressione un po' attonita del volto, i condannati si rassomigliavano, parevano fratelli o almeno parenti; eppure mai come in quel giorno Costantino si era sentito più estraneo, più lontano dai suoi compagni di pena.
Egli cuciva, cuciva, curvo, con una scarpa fra le gambe, sul grembiale di cuoio. Di tanto in tanto guardava attentamente la scarpa, poi tornava a cucire, tirando lo spago con ambe le mani, quasi rabbiosamente. Ah, sì, bisognava lavorare, ora che il bambino era morto. Aveva egli amato molto il bambino? Non sapeva; forse non molto. L'aveva veduto una volta sola a Nuoro, attraverso la rete metallica della stanza dei colloqui, in braccio a Giovanna piangente. Il bambino aveva un visetto rosso, un po' scabroso come certe albicocche mature, e gli occhietti lucenti e violacei come due acini d'uva, velati dalla frangia dello scuffiotto. Durante il colloquio aveva pianto e strillato, pauroso dei guardiani immobili e rigidi, e di quella rete metallica alla quale si aggrappavano le sue manine rosee convulse.
Costantino non serbava altro ricordo del figliuolino. Gli anni erano passati, ed egli se lo immaginava sempre piangente, rosso, con gli occhietti violacei nascosti dalla frangia dello scuffiotto rosso. Ma aveva sempre pensato all'avvenire, quando Malthineddu sarebbe stato grande e avrebbe saputo condurre il carro, montare a cavallo, seminare, mietere; conforto ed aiuto della madre sua. Ah! egli, il condannato, sperava sempre di tornar presto al suo paese; ma se qualche volta sentiva che questa speranza era vana, pensava tosto a suo figlio. E lo amava per amor di Giovanna più che per quell'affetto egoista che nasce dall'abitudine e dalla vicinanza.
Ora il bimbo era morto. Il sogno morto. Sia fatta la volontà del Signore. Ma Costantino soffriva profondamente pensando al dolore di sua moglie.
Il re di picche, quando quel giorno rivide il suo caro compatriota, all'ombra calda del muro, s'avvide subito che Costantino soffriva più per sua moglie che per la morte del bimbo. Ma, strano conforto, cominciò a dirgli con ironia:
— Ebbene, mio caro, tu sei pazzo a desolarti così. Pensa a te, pensa che se il Signore, come tu dici, ha richiamato a sè l'anima innocente, lo ha fatto forse per il suo bene.
— Perchè? — chiese Costantino, col capo curvo, le braccia penzoloni e le mani aperte. — Perchè era povero?
Quel giorno il re di picche voleva filosofare e disse che la povertà non era un male, tutt'altro, forse anzi un bene, anzi un bene addirittura.
— Ci sono altri mali, caro amico. Pensa a te; tua moglie si conforterà.
— Ah già, essa ha il sole! — disse Costantino, chiudendo le mani. — Questo sole che scotta! Ah, che se ne farà essa del sole, ora?
— Pof! Pof! Pof! — canterellò l'altro, gonfiando tre volte le guancie grasse e giallognole; poi si distrasse, si guardò bene bene l'unghia del dito mignolo destro, e infine disse a voce alta:
— Dimmi tu, caro amico, e se tua moglie prendesse un altro marito?
Costantino non comprese bene, tuttavia le sue braccia s'irrigidirono.
— Ella farebbe bene a non dirmi queste cose, oggi — disse con voce accorata.
— Pof! Pof! Pof! — ricantò e rigonfiò l'ex-maresciallo.
Breve silenzio. Poi:
— Ecco, caro compatriota, tu non mi hai capito bene. Tua moglie è onesta, non ne dubito. Ma io dico: se riprendesse marito davvero? Tu non capisci ancora? Questo cristiano è d'una semplicità sorprendente! Parola d'onore, tu sembri un uomo libero, tanto sei ancora innocente. Possibile, — gridò poi, — che tu non sappia che ora c'è il divorzio? Una donna che ha il marito condannato a più di dieci anni di pena può fare divorzio e sposarsi con un altro uomo.
Costantino sollevò il capo; i suoi occhi infossati s'aprirono rotondi, grandi; ma subito tornarono a socchiudersi.
— Giovanna non lo farà, — disse.
Un altro breve silenzio.
— Giovanna non lo farà! — ripetè fra sè il condannato; ma intanto sentì una cosa strana, come se un freddo coltello gli tagliasse il cuore in due parti. Ed una di queste parti sentiva un dolore atroce e l'altra urlava: — Non lo farà! — Entrambe le parti, poi, s'erano completamente dimenticate del bambino morto.
— Non lo farà! — urlava sempre una parte del cuore. L'altra si lasciò convincere; si riunì all'altra e insieme tornarono a ricordare il precedente dolore.
— Ecco, — diceva il re di picche, — credo anch'io che non lo farà. Ma dimmi una cosa, carissimo amico, ora che il figlio è morto, ora che la madre non ha più speranza nè in lui nè in te, non farebbe bene a far quella cosa? Ecco, io dico che sarebbe stupida se le si presentasse l'occasione e non la facesse.
— Brontu Dejas! — pensò Costantino, ma ripetè: — No, non lo farà.
— Ma tu sei un cretino, mio caro. E se ella lo facesse non sarebbe giusto?
— Ma io tornerò.
— Cosa ne sa lei?
— Ma io glielo scrivo sempre, glielo scriverò sempre.
Il re di picche ebbe voglia di ridere, ma s'arrabbiò contro sè stesso per questa sua voglia, e rimase pensoso; poi disse, come rispondendo ad una sua intima domanda:
— È una sciocchezza.
— Sì! — rispose pronto Costantino. Ma intanto pensava a Brontu Dejas, alla sua casa col portico, alle sue tancas e alle sue greggie, alla miseria di Giovanna; ed ahimè, entrambe le parti del suo cuore, ora, sentivano il dolore della ferita.
La notte stessa egli scrisse a Giovanna, confortandola, ripetendole che egli sperava sempre nella misericordia divina. «Forse Dio — scriveva egli, col suo buon senso, — ha voluto provarci ancora, togliendoci il frutto che noi avevamo concepito nel peccato. Sia fatta la sua volontà. Ma ora un presentimento mi dice che si avvicina l'ora della mia liberazione».
Poi meditò lungamente, chiedendosi se doveva scrivere di quella cosa orribile accennata dall'ex-maresciallo. Ma no. Egli si credeva abbastanza furbo per non accennarla neppure; Giovanna doveva ritenere che egli ignorasse persino l'esistenza di quella legge infernale.
Dopo averle scritto fu più tranquillo; ma un piccolo tarlo inesorabile cominciò a rodere e stridere nel suo cervello, e dopo quel giorno il re di picche con pietà crudele non cessò di instillargli nel sangue il terribile veleno.
— Bisogna che si abitui, — pensava l'ex-maresciallo, — altrimenti quest'anima semplice muore di crepacuore.
Qualche volta pensava che forse era meglio lasciarlo morire, poi ricordava d'avergli promesso la grazia, e sembrandogli di poter arrivare ad ottenergliela, tornava a tormentarlo per impedirgli di morire allorquando Giovanna avrebbe chiesto il divorzio. Era certo che ella pensava già a ciò, e si stizziva quando Costantino parlava amorosamente di lei.
— Caro, carissimo, — gli disse sbuffando, un giorno d'ottobre. — Tu non conosci le donne. Anfore vuote, ecco, null'altro che anfore. Una volta io sono stato fidanzato. Ti pare impossibile? Sì, pare impossibile anche a me, guarda! E poi? Ecco tutto, ella mi tradiva già, ancora prima di sposarla. Ecco tutto. Tu mi fai stizzire, del resto: ora tua moglie trovasi in un caso diverso, è povera, è giovine, ha del sangue nelle vene. Ha sì o no del sangue nelle vene? Se questo Dejas la vuol sposare, ella è un'oca a non prenderselo.
— Chi, Dejas? Chi le ha detto?... — domandò Costantino maravigliato.
— Oh, non me lo hai detto tu?
A Costantino pareva di non averne parlato mai. Ma aveva le idee tanto confuse, da qualche tempo in qua! Oh Dio buono, o San Costantino bello! Come aveva fatto a parlare di colui?
— Ebbene sì, — proruppe, — ho paura. Egli le ha fatto la corte, la voleva in isposa. Ah, è un ubbriacone, scipito come il fango. No, essa non farà mai quella cosa orribile. Parliamo d'altro, per carità.
E parlarono d'altro, sempre in dialetto sardo per non farsi capire dagli altri condannati; parlarono dello studente tisico che andava sempre più avvicinandosi alle porte dell'altro mondo, di Arnolfo Bellini che piangeva stupidamente ogni volta che vedeva lo studente, del Delegato che passeggiava intorno alla fontana, della gazza che dimagriva e perdeva le piume per vecchiaia.
Pettegolezzi, odii, rancori, amori, vigliaccherie, scherzi, stringevano, univano, spingevano i condannati, fra loro, coi guardiani, coi superiori. Costantino rimaneva insensibile a tutto. Egli, lo studente e il Delegato, parevano vivere in disparte da tutti gli altri, avvicinandosi soltanto all'ex-maresciallo, che era il pernio di quasi tutti gli avvenimenti segreti del penitenziario, e che rimaneva superiore a tutti, indispensabile a tutti.
Molti invidiavano la famigliarità che egli concedeva a Costantino, e pregavano costui d'interporsi presso il re di picche per certi favori. Il condannato alzava le spalle. Alcuni gli offersero denaro, ed egli fu tentato di prenderlo, vinto dalla smania angosciosa di sovvenir Giovanna il più che potesse: non pensava ad altro.
Il re di picche, con le sue continue insinuazioni, pungenti come spilli, gli diventava sempre più odioso: un giorno litigarono sul serio, e per qualche tempo non si scambiarono il saluto. Ma Costantino si sentiva soffocare; gli pareva di essere in cella, diviso per sempre dal mondo esteriore: e fu il primo ad umiliarsi, chiedendo pace.
L'autunno s'inoltrava; l'aria s'era rinfrescata, il cielo sembrava di velluto azzurro, tenero, lontano, dolce come un sogno. Qualche giorno il vento recava un profumo di frutta mature.
Costantino si sentiva meno oppresso, ma pieno di melanconia; cominciava a diventar anemico perchè si privava di tutto per mandare i denari a Giovanna, e mentre tutti gli altri condannati ricevevano denari, chi più chi meno, egli soltanto si privava anche dei soldi che guadagnava.
— Io non capisco, — diceva l'ex-maresciallo, — tu diventi rosso e pare che ringiovanisca; ma sei trasparente, mio caro.
Talvolta Costantino si sentiva ardere il viso e il sangue tuonargli entro il capo: poi cadeva in prostrazione e soffriva la nostalgia come neppure il primo anno l'aveva sofferta. Vedeva il grande altipiano addormentato nella quiete autunnale, giallo sotto il cielo chiaro; e le montagne battute dal tiepido sole; e sentiva la fragranza delle poche frutta e delle vigne che tardavano a maturare in quel paese di pastori e di api. Vedeva le volpi, le lepri, gli alveari, gli uccelli selvatici, i cavalli, le siepi coperte di more, tutte le cose che avevano interessato e riempito la sua infanzia infelice, ribelle, eppure rallegrata da gioie selvaggie. Ricordando lo zio, il vecchio avoltoio crudele, che l'aveva tormentato in vita, ed anche dopo morte lo tormentava così, sentiva un impeto d'odio contro il morto; poi pensava: — ora non esiste più nulla! — e si pentiva e pregava per l'anima sua.
Altri non odiava; nessuno, nessuno: neppure il vero assassino, neppure Brontu Dejas, al quale del resto non aveva ancor nulla da rimproverare; neppure il re di picche che lo martoriava continuamente. Non aveva forza di odiare. Sentiva una dolcezza triste nel sangue, come uno che sta per addormentarsi, e da questa dolcezza triste e snervata sorgeva solo un sentimento d'amore, tenero, dolce, vellutato, melanconico come il cielo d'autunno. E quel sentimento era tutto per lei, era lei. Egli pensava sempre a lei, sempre a lei, sempre a lei.
Più il tempo passava, più egli sentiva di amarla: essa era la patria lontana, la famiglia, la libertà, la vita: tutto, tutto era in lei; la speranza, la fede, la forza, la serenità, la gioia di vivere. Era l'anima sua.
Quando il crudele re di picche gli minacciava quella cosa orrenda, lo minacciava di morte. Pur di non perder Giovanna egli sarebbe rimasto volentieri quarant'anni in reclusione; e nello stesso tempo anelava la libertà appunto per non perder Giovanna.
Quell'inverno soffrì assai il freddo; aveva il volto livido, le unghie livide: nelle ore di aria si metteva al sole e batteva i denti come un vecchierello. Voleva confessarsi spesso, e diceva al giovine cappellano tutte le inquietudini che provava.
— Chi vi ha messo in testa queste idee, caro figliuolo? — chiese il confessore; e gli occhi neri lampeggiavano.
— Un mio compatriota, l'ex-maresciallo Burrai, il re di picche infine.
— Che Dio te strabenediss... — mormorò il cappellano, facendosi pensieroso. Egli conosceva bene il re di picche!
Cercò di confortare il condannato, poi gli chiese se e cosa Giovanna gli scriveva. Ahimè, essa ora scriveva raramente, poche righe. Dopo la morte del bimbo pareva non avesse più nulla da dire. Ultimamente aveva scritto che al paese faceva gran freddo: la neve era caduta due volte e l'ultima volta un uomo era morto assiderato attraversando le montagne. Inoltre, aggiungeva Giovanna, una grande carestia opprimeva il paese.
Tutto ciò dava a Costantino un'angoscia insopportabile. Spesso sognava d'esser condotto a Nuoro e liberato: di là s'avviava a piedi al suo paese; egli aveva freddo, non poteva andar oltre, moriva, moriva... E si svegliava gelato, col cuore oppresso da un'angoscia suprema.
Il confessore gli disse:
— Voi siete tanto debole, caro fratello; è la debolezza che vi fa venire questi brutti pensieri. Vostra moglie è una buona cristiana; non vi farà mai alcun torto, via, levatevi di mente le brutte idee. Avete bisogno di rafforzarvi; mangiate, bevete qualche cosa. Guadagnate?
— Un poco; ma mando tutto a mia moglie: è così povera. Oh, io mangio abbastanza. No, non sono debole. Bere, poi, non mi piace; mi nausea.
— Ebbene, state tranquillo; parlerò io col Burrai... Vi lascierà tranquillo.
Egli infatti parlò col re di picche e lo rimproverò per le idee melanconiche che metteva in capo al Ledda.
— È un povero ragazzo, è anemico; lasciatelo in pace o si ammalerà.
Il re di picche lo guardò tranquillo, coi piccoli occhi porcini socchiusi furbescamente; poi sbuffò; infine scosse il capo e disse:
— Lo faccio per il suo bene.
— Macchè bene! Macchè bene! Voi...
— Io dico, ecco, caro amico, pardon; per questo inverno ancora c'è poco da temere, riguardo alla giovine, perchè fa freddo assai. Per ora, mi immagino, sarà soltanto la vecchia, la suocera di Costantino, che sbraiterà consigliando alla figlia, anzi imponendole di acciuffar la fortuna. Ma poi verrà la primavera, ecco tutto.
Il cappellano faceva il viso lungo, s'agitava tutto, non capiva, mentre l'altro, continuando a guardarlo con gli occhietti porcini pieni di malizia, credeva opportuno spiegargli la cosa in termini più chiari, descrivendogli l'avidità della suocera, la gioventù della moglie, i pericoli della primavera... Il cappellano si stizzì sul serio.
— Catt... — disse, balzando di qua e di là, battendo le mani, fiammeggiando negli occhi, — voi siete insopportabile! Perchè andate a immaginarvi queste cose? Perchè tormentate quel povero ragazzo? Perchè la donna ebbe un pretendente vuol dire che...
— Caro amico, non vada in collera, ecco! — disse il re di picche. E gli fece vedere la lettera anonima giunta dal paese di Costantino.
Il cappellano si fece serio; pregò l'ex-maresciallo di lasciargli la lettera; poi gli chiese:
— Voi prendete denaro dal Ledda?
— Certo: qualche piccola cosa. È forse disonesto? Non arrischio io la cella col favorirlo?
— E voi credete compiere il vostro dovere facendo ciò che fate?
— Cosa è il dovere? Se far del bene al prossimo è il nostro dovere, io lo faccio.
L'altro rileggeva attentamente la lettera.
— Io lo faccio; e questo è niente. Quando sarò libero, se le persone influenti di cui dispongo non mi faranno rimettere al mio posto, conto di occuparmi appunto della corrispondenza clandestina di tutti i condannati d'Italia. Una specie di agenzia...
— Non tarderete a ritornar qui...
— Eh! Eh! farò le cose a dovere: agenzia segreta, caro amico. E poi...
— Le grazie anche! — disse l'altro, ripiegando la lettera. — Perchè lusingate così questi poveri disgraziati?
— Le grazie anche! — rispose freddamente il Burrai. — Ebbene, anche fosse soltanto una lusinga, se è loro di conforto, non è opera buona? Che altro abbiamo noi se non la speranza?
— Allora, — disse l'altro, con voce raddolcita, — fatemi il piacere di non tormentare oltre quel povero ragazzo: fatelo piuttosto sperare; altrimenti finirà con l'ammalarsi.
L'ex-maresciallo promise, ma a malincuore. Ah, quel metodo non gli sembrava buono.
— Egli morrà d'un colpo, in fede mia! — pensava. — Oh, verrà la primavera! Oh, allora si vedrà se chi conosce il mondo ha o no ragione. — E si metteva una mano sul petto.
Quando si incontrarono, Costantino gli chiese sorridendo se aveva visto su preideru (il prete) come fra loro chiamavano il cappellano, e cosa gli aveva detto. L'ex-maresciallo stava appoggiato al muro scuro ed umido, con le mani sulla schiena, ed imprecava in sardo, a bassa voce, non si sa contro chi.
— Balla chi li trapasset sa busacca, brasciai... (che una palla gli trapassi la saccoccia, volpe...).
— Che ha? Con chi l'ha?
— Ebbene, niente. Sì, ho visto il prete, mi ha sgridato come un bimbo. Che bimbo grasso! Un porcellino, un porcellino addirittura. Ma il lardo è giallo, rancido. Sai, ho letto che in Russia è pregiato il lardo rancido.
— Che le ha detto, mi dica...
— Cosa mi ha detto? Mi ha detto... chi se ne ricorda più! Ah, sì, mi ha detto che quella cosa è una mia fantasia. Sì, io ho la fantasia ricca... Sì, caro amico, perdonami; tua moglie non ti tradirà mai, come è vero che siamo qui.
Costantino lo fissava avidamente. No, quell'uomo non lo burlava, no, non lo burlava affatto. Diceva la verità.
— Ah, lo ha sgridato dunque! Oh, bella!
— Questo muro, — disse il re di picche, scostandosi e guardandosi le mani rossastre solcate di pieghe per la compressione della schiena, — vedi, mio caro, questo muro sembra di cioccolato. È umido e caldo. Fosse almeno! Avremo due vantaggi: rosicchiarlo e scappare. Ah, hai tu mangiato mai cioccolato?
— E come no? Sì, piaceva assai a Giovanna. Ma è caro, tanto caro. Ebbene?...
— Ebbene? — gridò l'altro. — Tu mi fai arrabbiare. Sì, ti aspetterà per altri ventitre anni, non dubitare!...
— No, io uscirò prima. E poi, caso mai... (e canzonava alquanto) non andrà dal re, lei, non mi farà la grazia?
— Sì, dal re. Proprio dal re! Tu non ci credi? Io andrò dal re: egli riceve tutti gli ufficiali; ed io non sono un ufficiale? Egli ama l'esercito: egli è giovine; ho letto che si è ingrassato. Ah, ma non ingrasserà come me... — E rise.
Costantino tornava sempre sul suo argomento; l'altro sfuggiva sempre; ad ogni modo però non lo tormentò più.
In quei giorni furono deposte cinque lire sul libretto di Costantino.
— È lui, è lui! — disse il condannato, — È il prete. Che uomo buono! Ma io non le voglio. No. Non le voglio.
— Tu sei stupido come un montone, — gli rispose il re di picche. — Prendile, altrimenti egli si offende. Non le voglio! Si risponde così ai benefizi?
— Ma io ho vergogna. E poi che devo farmene?
— Bere, mangiare. Ne hai di bisogno, credilo pure. Tu vorresti mandarle là, laggiù, che il diavolo ti liberi? Se fai quella bestialità ti sputo sul viso. Vedi, essa non ti scrive più, neppure...
— Che ha da scrivermi? — disse Costantino, cercando rassicurarsi. — Ora avrà del lavoro, l'inverno finisce.
— Ah, sì, finisce! E verrà la primavera! gridò l'altro, quasi minaccioso.
— Verrà.
— Verrà!
— Quando comincia il caldo al tuo paese? Da noi, in marzo fa già caldo.
— Oh, da noi in giugno. Allora è tanto bello, da noi. L'erba si fa alta, alta; si tosano le greggie, le api fanno il miele.
— Che idillio! Ah, tu non sai cosa vuol dire idillio? Ebbene, vuol dire... ... un corno! E aspettiamo giugno! È da molto che non ti confessi?
— Sì. Da quindici giorni.
— È da molto davvero! Ah, come sei cretino, mio caro! Io non mi sono confessato mai: ho la coscienza pura come specchio. Ecco, — disse poi, additando lo studente, che aveva il viso cereo e i capelli rasi così bianchi che sembravano incipriati, — quello ha davvero bisogno di confessarsi. Egli batte alle porte dell'eternità.
Infatti poco dopo lo studente fu messo nell'infermeria e morì agli ultimi di marzo. Il Bellini, quello dell'amante tisica, s'informava ansiosamente dello stato dell'infermo, e quando lo studente morì, pianse puerilmente tutta la giornata. E piangeva non per il povero morto, ma per l'amante malata. Poi si confortò, e non vedendo più lo studente e non udendo più parlare di lui, pensò meno alla malattia della donna amata. La morte dello studente mise nell'anima del re di picche una strana melanconia. Egli cominciò a filosofare sulla vita, sulla morte, e intavolò lunghe discussioni col Delegato, nelle quali quest'ultimo rispondeva a voce bassa, stralunando gli occhi. Con Costantino, poi il Burrai s'abbandonava ai ricordi nostalgici della patria lontana.
— Sì, — diceva, — una volta io passai vicino al tuo paese, o nei dintorni, non so. C'era un bosco di soveri, di cisti e di corbezzoli; su questi pareva fosse piovuto del sangue. E un odore, caro mio, un odore così forte che pareva di tabacco. Bada, c'è una croce sopra una pietra; si vede il mare lontano.
— Ah, ecco, è la foresta di Cherbomine[5]. Ah, se la conosco! Una volta un cacciatore vide là dentro un cervo con le corna d'oro. Sparò, l'ammazzò. Nel morire, il cervo mise un grido umano e disse: La penitenza è finita. — Si crede avesse in corpo un'anima umana che, dopo morte, scontasse così grandi delitti. Fu messa la croce.
— E le corna, mio caro?
— Dicesi che il cacciatore, avvicinatosi, s'avvide che le corna s'erano fatte nere.
— Pof! Pof! Come siete sciocchi voi altri paesani! Ah, ecco che la primavera viene! — disse poi il re di picche guardando il cielo. — A me la primavera dà ai nervi. Sì, una volta ero anch'io cacciatore.
— Oh!
— Cacciavo negli stagni, vicino a Cagliari: ah, gli stagni! Parevano i frantumi d'uno specchio buttati qua e là dall'alto. Intorno c'erano tanti gigli violetti. E i fenicotteri passavano in lunghe file sul cielo così splendente che non si poteva guardare. Io chiudevo un occhio. Pum! Pum! Cadeva un fenicottero. Gli altri continuavano a volare, silenziosi, in fila. Io mi buttavo anche in mezzo allo stagno per prendere il fenicottero. Ero agile, sai, agile come un pesce: avevo diciotto anni.
— A che servono i fenicotteri?
— A niente: s'imbalsamano: hanno le gambe lunghe e sembrano di velluto. Hai tu veduto quei paesi? Ah, sì, è vero, tu sei stato nelle miniere e sei passato per Cagliari. Io tornerò laggiù per morire in santa pace.
— Lei è malinconica questi giorni!
— Che vuoi, caro amico? È la primavera; è così triste passar la Pasqua in prigione! Quest'anno farò il precetto pasquale.
— Io l'ho già fatto.
— Ah, tu l'hai già fatto!
Dopo di che i due condannati tacevano e ricordavano.
E passò aprile, maggio, giugno: i desolati muri del carcere tornarono a infocarsi, gli insetti immondi e tormentosi si svegliarono ricominciando l'opera crudele di tortura sopra i condannati; odori nauseabondi ricominciarono a infettare l'aria, e nella camerata dei calzolai, sempre vigilata dal guardiano taciturno e rosso, il cuojo, la pece ed il sudore esalarono un puzzo acuto.
Costantino, sempre più anemico, cominciò a patire assai per le punture degli insetti: gli altri anni dormiva profondamente e non si accorgeva delle punture, ora invece aveva il sonno leggiero e certe trafitture lo svegliavano di soprassalto, dandogli un brivido per tutta la persona: allora cominciava l'insonnia, o un dormiveglia peggiore dell'insonnia, che talvolta assumeva i caratteri dell'incubo. Punture acute, e non sempre di insetti, gli trafiggevano tutta la persona; egli si voltava e rivoltava, soffocava, gemeva. Era una cosa orribile. Spesso la luce aranciata dell'aurora giungeva prima ch'egli avesse potuto chiuder occhio; allora veniva colto da un grande spossamento, da un sonno invincibile, e doveva alzarsi!
Giovanna non gli scriveva più: soltanto, agli ultimi di maggio, aveva scritto pregandolo di non mandarle più denari, poichè guadagnava abbastanza per vivere discretamente. Poi più nulla.
Ma oramai egli era tranquillo sulla fedeltà di lei: quell'ultima lettera gli era sembrata anzi una prova di affetto.
Il re di picche ogni giorno, all'aria, lo aspettava con certa ansia; lo fissava coi suoi occhietti diabolici, scintillanti in quel grosso testone raso, tutto giallo; gli chiedeva con premura: — che nuove? — e siccome Costantino si meravigliava di questa domanda, anche l'ex-maresciallo si meravigliava, non diceva di che. Solo osservava:
— Fa caldo.
— Sì, fa caldo.
— La primavera è passata.
— Altro che passata!
— La carestia al tuo paese sarà cessata, ora.
— Sicuro che è cessata. Mia moglie non vuole che le mandi più nulla.
— Ah! Lo so bene, caro amico.
L'ex-maresciallo non sapeva che pensare, e quasi quasi si stizziva che la sua profezia non si avverasse.
Ma un giorno Costantino non venne all'aria. L'ex-maresciallo, saputo che il suo compatriota si trovava all'infermeria, si sentì stringere il cuore in modo strano, e siccome la vecchia gazza svolazzava intorno, e quando si posava scuoteva la testolina mezzo spelata, mezzo arruffata, chiamando con voce nasale: — Cos-tan-tì — Cos-tan-tì... — il re di picche le rispose a voce alta:
— Su Costantino è caduto un fulmine.
Tutti i condannati gli si aggrupparono intorno, curiosi di sapere; ma egli stese le mani avanti, facendo atto di respingerli e disse:
— Io so nulla. Lasciatemi stare.
Fino alle nove, — disse il Bellini, — Costantino aveva lavorato con loro: poi un guardiano era venuto a prenderlo, non si sapeva perchè: egli s'era alzato di botto, con gli occhi spalancati, pallido; aveva seguìto il guardiano e non era più tornato.
Per quanto visse, Costantino ricordò quel giorno. Era una mattina calda, annuvolata, e l'ombra delle nubi pareva gravasse sulla camerata dei calzolai, gettando fino alla metà delle pareti una cupa penombra. I condannati emergevano lividi da quella penombra, coi grembiuli di cuojo puzzolenti; ed erano di cattivo umore.
Uno di essi, che aveva paura dei morti, raccontava che nel suo paese si vedevano, nelle notti scure, correre entro l'acqua del fiume lunghi fantasmi liquidi e biancastri, e chiedeva al Bellini se egli ne avesse visti mai.
— Mi no! Io non credo a queste stupidaggini!
— Ah, tu le chiami stupidaggini? — disse l'altro con voce monotona, guardando entro la scarpa che lavorava.
Un altro disse, piano, lavorando:
— Testa di montone...
Allora quello che credeva ai morti sollevò il viso e s'arrabbiò, offeso; ma l'altro protestò.
— Oh che non posso parlare fra di me? Posso dire: testa di montone, testa di vitello, testa di cane... Chi ti cerca? Non posso parlare con la scarpa?
Giusto in quel momento venne il guardiano che chiamò Costantino. Costui, che aveva passato una brutta notte insonne, spalancò gli occhi assonnati, s'alzò di botto e impallidì.
— Chi mi vuole? — domandò, e seguì il guardiano.
Fu condotto in una stanza polverosa, ingombra di scaffali pieni di cartaccie: i vetri sporchi eran chiusi; dietro i vetri s'incrociava una inferriata rossa; dietro l'inferriata si vedeva il cielo nuvoloso che pareva pur esso coperto di polvere. Nella stanza, seduto davanti una scrivania alta e polverosa, un uomo scriveva. Aveva tante, tante carte davanti; spariva quasi fra le carte e la polvere. Vedendo il condannato sollevò il viso, un corto viso roseo col piccolo mento interamente coperto da due spioventi baffi biondi. Fissò Costantino con gli occhi grandi, d'un azzurro latteo, rotondi ed immobili, ma parve non vedere il condannato perchè si rimise a scrivere rapidamente.
Costantino, che conosceva già quell'uomo, rimase in piedi, col cuore che gli batteva forte forte. Nella sua inquietudine ricordava la storia dei fantasmi entro il fiume, la voce del condannato che diceva: testa di montone e si domandava se l'altro s'era offeso a torto od a ragione. Nella stanza udivasi solo lo stridìo della penna sulla carta aspra.
I due occhi rotondi e chiari fissarono nuovamente il condannato, e tornarono ad abbassarsi: Costantino trasalì, si guardò attorno, stette in ansiosa attesa.
L'uomo scriveva sempre. Il condannato si sentì battere il cuore con veemenza; mille pensieri bui, quasi direi afoni, deformi, gli passavano per la mente come una torma di nuvole incalzanti. L'uomo scriveva sempre. Ad un tratto, improvvisamente, nella mente di Costantino, quei mille pensieri bui, informi, svanirono come nuvole per dar posto ad uno splendore così abbagliante che faceva male.
— Che si riconosca la mia innocenza?
Era questo lo splendore. Passò, ma lasciandosi dietro una vaga luce. E l'uomo scriveva sempre, e continuando a scrivere domandò con voce alta e grossa:
— Vi chiamate?...
— Costantino Ledda.
— Di dove?
— Di Orlei in Sardegna, provincia di Sassari.
— Benissimo.
Silenzio. L'uomo scriveva sempre. Ad un tratto raschiò forte, sollevò il volto roseo, fissò il condannato coi grandi occhi chiari, rotondi, immobili. Costantino abbassò i suoi occhi.
— Va bene. Avete moglie?
— Sì.
— Figli?
— Ne avevamo uno ed è morto.
— Volete bene a vostra moglie?
— Sì, — rispose Costantino, e sollevò gli occhi spauriti. Vide nella mano grassa e rosea del signore un anello con pietra violetta; e fra l'indice e il pollice la punta della penna nera, girante, ritta. Non sapendo dove posar gli occhi smarriti, Costantino fissò il movimento della penna: e sentì qualche cosa di supremamente angoscioso, come quando in sogno si aspetta un cataclisma. La voce grossa ora parlò in tono basso, lentamente.
— Voi sapete bene che vostra moglie è stata da voi rovinata. Giovine, bella, innocente, ella dovrebbe trascorrere la sua vita in lutto continuo, piangendo. Nulla più le sorride nella vita, ed ella non ha commesso mai alcun male. Pazienza quando aveva il figliuolo. Sperava in lui. Ma ora che il bimbo è morto che più le resta? Quando voi tornerete, se Dio vi concederà tale grazia, sarete vecchio, affranto, inabile. Anch'ella sarà tale. Ella quindi vede davanti a sè un terribile avvenire: dolore, vergogna e miseria. Una vecchiaia orribile. Andrà a mendicare: la sua vita, in tal guisa, è una pena peggiore della vostra...
Costantino, pallido come un morto, ansante, sofferente, voleva protestare, dire che sperava tornare presto; ma non poteva parlare, e d'altronde l'altro proseguiva, suggestionandolo con quei due occhi tondi, chiari, immobili: — ... peggiore della vostra. Voi dovreste pensare a ciò e disperarvi, e doppiamente pentirvi del vostro delitto. Ehi là! (L'uomo sospirò, raschiò ancora, cambiò tono di voce). La legge, però, oramai provvede a questa enorme ingiustizia. Voi sapete bene che c'è il divorzio, il quale rende libera la donna il cui marito ha una certa condanna. Se vostra moglie... sedetevi, state tranquillo... se vostra moglie chiedesse il divorzio sarebbe vostro dovere accordarlo subito. So che voi, dopo tutto, siete o dimostrate di essere un buon cristiano...
Costantino s'era appoggiato alla tavola, e tremava, senza sforzarsi alla calma.
— Lo ha già chiesto? — domandò.
— Sedetevi, sedetevi, ehi là! — esclamò l'altro, e con la penna gli faceva atto di sedersi. Voleva continuar la predica, ma Costantino disse con voce ferma, che contrastava col tremito di tutta la sua persona:
— So il mio dovere. Non darò mai il mio consentimento, perchè devo tornare fra poco in libertà, e mia moglie si pentirebbe...
Due solchi profondi sollevarono le guancie rosee del signore; un atroce sorriso gli animò gli occhi immobili: poi si fece pensoso.
— Sentite. Il consentimento del condannato viene richiesto solo per formalità. Suo dovere è darlo, e si tiene conto della sua buona intenzione. Ma fa lo stesso, anche se egli non lo dà... ehi là! Che... che... che... avete?...
Costantino svenne, cadde al suolo come uno straccio.
Fine della parte prima.