Dei pregj della Lingua Italiana. CAPO III.
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Ma tempo è ormai che lasciamo la nostra lingua nascente, e la osserviamo adulta considerandone i pregj. Di questi ha scritto il Signore Napione[23] e lo ha fatto in modo, che ogni leggitore dee rimaner dubbioso, se debba in lui commendar più la dottrina, che è grandissima, o le belle qualità del cuore, che alla sua dottrina non sono inferiori. Certo è che mentre egli si mostra amantissimo della patria, e dell'Italia, e cerca di promuoverne la gloria, espone i pregj di nostra lingua, e accenna come si possa e convenga diffonderne l'uso fra le gentili e colte persone di tutta Italia. Colla ragione adunque, e colla testimonianza de' più celebrati scrittori delle straniere nazioni ne mostra i pregj, e ribatte le meschine obiezioni, che fece già il P. Bouhours, e pochi altri prima, e dopo di lui. E siccome uno de' principali suoi pregj a confessione di tutti è l'armonìa, da che ne viene, che essa abbia una facilità grandissima per esprimere ciò, che si chiama armonìa imitativa, non debbo quì tacere, che il Signor Cesarotti avendo asserito nel suo saggio, che tutte le lingue si prestano ad un'armonìa imitativa, ne' rischiaramenti apologetici poi disse, che l'armonìa imitativa si trova in una lingua, quando essa sia tanto armonica quanto il comporta la sua struttura e il rapporto tra gli oggetti e i suoni della detta lingua[24]. Queste parole però ristringono tanto la proposizione, che non le lasciano più luogo di comparire. Io dubito molto, che scrivendo il saggio egli non avesse nell'animo tanta restrizione, che se l'avesse avuta par probabile, che avrebbe giudicato inutile d'esporla. Segue poi dicendo non esser cosa agevole nè sicura di giudicar dell'armonìa di una lingua straniera; il che ognuno gli concederà generalmente parlando. Egli però dovrà concedere altresì, che talvolta vi sono almeno due mezzi per rendere agevole e sicuro questo giudizio. Il primo è quando più e diverse nazioni antepongono l'armonìa di una lingua straniera a quella della propria: il secondo quando più e diverse nazioni, mentre lodano l'armonìa della propria lingua, fra quelle poi che ad essa sono straniere si uniscono tutte o quasi tutte a dar la preferenza ad una. E tale è il caso della lingua Italiana. Finalmente contro coloro i quali opinano le lingue de' paesi freddi dover essere più aspre oppone il Sig. Cesarotti l'opinione dell'Ab. Denina, il quale disse la Svezzese esser più dolce della Tedesca, e tanto esser più dolce quanto più si estende verso il settentrione, la Polacca esser piacevole ad udirsi, e la Russa accostarsi più d'ogni altra alla soavità della Greca. Io non credo, che l'opinione intorno all'asprezza delle lingue settentrionali sia vera, ma certo non è l'autorità dell'Ab. Denina, che mi muove punto a crederla falsa. Egli non ha dato prove di saper molto la lingua Tedesca, benchè abbia dimorato qualche anno in Germania, ed è permesso di dubitare che non sia più dotto nella Svezzese, Polacca, e Russa. Sentii un giorno cantare una canzonetta Polacca dal Principe Poniatovvski, e quando egli si fu rimasto dal cantare gli dissi, che la sua lingua mi pareva molto dolce. Egli però mi rispose, che quella dolcezza era solo apparente, e che la lingua è molto aspra, ma qualche artifizio usato cantando, e l'accompagnamento del suono copriva gran parte di quell'asprezza. Così mi è pure avvenuto assai volte di non sentire eccessivamente l'asprezza della lingua Tedesca nelle opere in musica, ma sentirla però moltissimo nei familiari colloquj. Ma torniamo al Sig. Napione.
Mostra egli, che vuolsi usare della nostra lingua piuttosto, che della Latina scrivendo d'ogni scienza e d'ogni facoltà, ed espone i vantaggi, che da ciò debbono derivare. Indi esamina quali siano le cause, per cui la lingua Italiana, che fu già un tempo Lingua universale abbia or cessato d'esser tale, indica le sue vicende, e l'attual suo stato, e propone i mezzi, che reputa più acconci a far sì che popolare, e comune divenga la colta lingua Italiana.
Altri prima di lui avea tentato di ricordare i pregi della lingua Italiana, come Castruccio Bonamici in una orazione accademica, il Salvini in alcuni discorsi, e simili; ma in niuno si trova quella copia di ragioni e d'utili osservazioni, quella giudiziosa critica, quell'ampia erudizione, quell'amor di patria, che quì si vedono ad ogni pagina. Di questi perciò non dirò più lungamente. Dovrei bensì far parola del ragionamento del Sig. Ab. Velo.[25] Se vogliamo prestar fede agli editori delle opere del Cesarotti, in poca o niuna stima lo dovremo tenere. Ma se ascoltiamo il Signor Napione[26] ne giudicheremo altrimenti.
In questa disparità di giudizj crederò di non errare preferendo quello del secondo, il quale non solamente colla celebrità del suo nome, ma ancora colla minuta analisi, che ne fa, persuade il leggitore. Ma non m'è riuscito di vedere quel ragionamento, onde non posso dirne più oltre.
Prima di questi scrittori avea trattato l'argomento medesimo il P. Girolamo Rosasco.[27] Egli però con moltissime parole non dice molte cose, e per ogni riguardo nella sua trattazione deve ceder la palma al Sig. Napione. Ricerca in prima l'origine della lingua e condannando l'opinion di coloro, che il volgo di Roma l'usasse anticamente, la reputa nata dal corrompimento del latino per l'inondazione de' Barbari in modo però, che le lingue di costoro poco influissero su la Toscana Romana e Veneziana, molto su la Bergamasca, Bresciana Lombarda Piemontese e Genovese. Parla poi dell'abbondanza sua, della dolcezza, brevità, ed armonìa paragonandola colla Greca e colla Latina. Parla altresì del modo, che si dee tenere scrivendo nella nostra lingua, ma di ciò ragionerò altrove. Prima ancor del Rosasco, anzi al cominciamento del secolo scrisse Anton Maria Salvini una lezione su questo argomento:[28] ne scrisse però brevemente in modo, che la sua celebrità, non l'utilità dell'opera mi ha indotto a nominarlo.