LIBRO SETTIMO
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CAPITOLO PRIMO. Il Prologo.
Chi potrebbe con intera mente nel futuro ricordare i falli, e gli orribili peccati che si commettono per la sfrenata licenza de’ principi e de’ signori mondani (lasciando le minori e le mezzane cose che per loro spesso senza giustizia si fanno) se la brevità del tempo dell’umana vita non togliesse l’esperienza, che per giustizia si dimostra nel mondo? Si maravigliano eziandio i savi quando avvenire veggono traboccamenti di potentissimi re e d’altri grandi signori, de’ quali avendo memoria de’ commessi mali non ammendati per tempo conceduto dalla divina grazia, ma piuttosto aggravati da que’ medesimi signori e da’ loro successori per disordinata presunzione, non recherebbono a maraviglia quello ch’avviene, ma a misericordievole gastigamento dalla divina mansuetudine e giustizia, che per non perdere l’anime eternalmente, temporalmente percuote e flagella, acciocchè per le loro rovine, e pe’ loro trabocchevoli casi si riconoscano, e correggano e ammendino. E apparecchiandosi al nostro trattato il cominciamento del settimo libro, alcuna particella di quello torneremo addietro, per dimostrare esempio delle cose qui narrate, per la successione che seguita a raccontare del grave caso occorso al re Filippo di Francia e al suo reame, e appresso al re Giovanni suo figliuolo.
CAP. II. Come il re di Francia prese la croce per fare il passaggio.
Non è nascoso in antica memoria a’ viventi del nostro tempo, che per l’operazioni inique e crudeli, nate da invidia e da somma avarizia de’ reali di Francia dello stocco anticato nella successione reale, onde fu il re Filippo dinominato il Bello, coll’aggiunta della sfrenata libidine delle loro donne, che a Dio piacque di porre termine a quello lignaggio. Rimasene sola la reina d’Inghilterra madre del valoroso re Adoardo di quell’isola, per la cui successione il detto re d’Inghilterra fece la guerra co’ Franceschi, come per lo nostro anticessore nella sua cronica, e appresso per noi in questa è in gran parte raccontato. Essendo venuti meno tutti i reali, messer Filippo, figliuolo che fu di messer Carlo di Valois detto Carlo Senza terra, prese la signoria, e fecesi coronare re di Francia. E trovandosi re di così grande ricco e potentissimo reame, e senza alcuna guerra, e trovandosi in grande amore del sommo pontefice e de’ cardinali di santa Chiesa, il detto re Filippo, simulando singulare affezione di volere imprendere e fare il santo passaggio d’oltremare per acquistare la terra santa, di suo movimento prese con molti baroni di suo reame la croce in pubblico parlamento, e sommosse a pigliarla altri re, prenzi, duchi e baroni, conti e gran signori, e per esempio di loro molti altri fedeli cristiani presono la croce con animo di seguire il detto re; e per tutta la cristianità, ed eziandio tra’ saracini, si divolgò la novella di questo passaggio; e dando vista il detto re di grande apparecchiamento, avvenne, che negli anni 1334 il detto re di Francia mandò a corte di Roma a Avignone per suoi ambasciadori l’arcivescovo di Ruen con altri grandi baroni a papa Giovanni di Caorsa vigesimosecondo e a’ suoi cardinali, il quale arcivescovo fu poi papa Clemente sesto, e in pubblico concestoro avendo fatto l’arcivescovo predetto un bello e alto sermone sopra la materia del santo passaggio, e confortato il sommo pontefice, e’ prelati di santa Chiesa, e tutto il popolo cristiano che si manifestassono a dare consiglio e aiuto al serenissimo re di Francia, il quale si movea per zelo della fede di Cristo a così alta impresa, per seguire e fare e per accrescere la sicurtà a’ fedeli cristiani, giurò nell’udienza di tutti nella maestà divina, al santo padre, e alla Chiesa di Roma, e a tutta la cristianità, nell’anima del detto re di Francia, che l’agosto prossimamente seguente, gli anni 1335, e’ sarebbe uscito fuori del suo reame in via colla sua potenza, e con gli altri principi del suo reame crociati per andare oltremare al santo passaggio; e per questo impetrò da santa Chiesa le decime del suo reame per molti anni, e altre promissioni del tesoro di santa Chiesa, e quante altre cose domandò per parte del detto re al papa di tutte ebbe da lui piena grazia; e io scrittore, fui presente nel detto consistoro, e udii fare il saramento, come detto a verno.
CAP. III. Le parole disse frate Andrea d’Antiochia al re di Francia.
Essendo divolgata la novella di questo passaggio in Egitto e in Soria, i cristiani del paese che sono sottoposti al giogo de’ saracini, ed eziandio i viandanti mercatanti ch’allora erano in quelli paesi, ricevettono gravi oppressioni e diversi tormenti, e molti ne furono morti da’ signori saracini, e tolto il loro avere sotto false cagioni d’essere trattatori del passaggio; per la qual cosa un valente religioso italiano, il quale era chiamato frate Andrea d’Antiochia, in fervore del suo animo dolendosi dell’ingiuria che riceveano gl’innocenti cristiani, si mosse di Soria e venne a corte di Roma a Avignone; e là giunse, quando il re Filippo di Francia era tornato di pellegrinaggio da Marsilia a Avignone, passato di lungo il termine della sua promessa, e non essendo di ciò nè dal papa nè da’ cardinali ripreso; e già avea presa la licenza dal santo padre, e avea valicato il Rodano, e desinato nel nobile ostiere di sant’Andrea, il quale avea fatto edificare messer Napoleone degli Orsini di Roma a fine di ricevervi il re di Francia e gli altri reali, il re era già montato a cavallo per prendere suo cammino verso Parigi, il valoroso frate Andrea, avendo accattato dagli scudieri de’ cardinali che l’atassono conducere al freno del cavallo del re, com’egli uscì dell’ostiere così li fu condotto al freno. Il religioso avea la barba lunga e canuta, e parea di santo aspetto, e per la reverenza di lui il re si sostenne, e frate Andrea disse: Se’ tu quello Filippo re di Francia, c’hai promesso a Dio e a santa Chiesa d’andare colla tua potenza a trarre delle mani de’ perfidi saracini la terra, dove Cristo nostro salvatore volle spandere il suo immaculato sangue per la nostra redenzione? Il re rispuose di sì; allora il venerabile religioso gli disse: Se tu questo hai mosso, e intendi di seguitare con pura intenzione e fede, io prego quel Cristo benedetto che per noi volle in quella terra santa ricevere passione, che dirizzi i tuoi andamenti al fine di piena vittoria, e intera prosperità di te e del tuo esercito, e che ti presti in tutte le cose il suo aiuto e la sua benedizione, e t’accresca ne’ beni spirituali e temporali colla sua grazia, sicchè tu sii colui, che colla tua vittoria levi l’obbrobrio del popolo cristiano, e abbatti l’errore dell’iniquo e perfido Maometto, e purghi e mondi il venerabile luogo di tutte l’abominazioni degl’infedeli, in tua per Cristo sempiterna gloria. Ma se tu questo hai cominciato e pubblicato, la qual cosa resulta in grave tormento e morte de’ cristiani che in quel paese conversano, e non hai l’animo perfetto con Dio a questa impresa seguitare, e la santa Chiesa cattolica da te è ingannata, sopra te e sopra la tua casa, e i tuoi discendenti e ’l tuo reame venga l’ira della divina indegnazione, e dimostri contro a te e’ tuoi successori, e in evidenza de’ cristiani, il flagello della divina giustizia, e contro a te gridi a Dio il sangue degl’innocenti cristiani, già sparto perla boce di questo passaggio. Il re turbato nell’animo di questa maladizione disse al religioso: Venite appresso di noi; e frate Andrea rispose: Se voi andaste verso la terra di promissione in levante, io v’anderei davanti; ma perchè vostro viaggio è in ponente, vi lascerò andare, e io tornerò a fare penitenza de’ miei peccati in quella terra, che voi avete promesso a Dio di trarre delle mani de’ cani saracini.
CAP. IV. Molte laide cose fece il re di Francia.
Da questo tempo innanzi cominciarono le commozioni del re d’Inghilterra già narrate per lo nostro antecessore; e prima il detto re di Francia vedendo sommuovere gl’Inghilesi contro a sè, con grande armata si mise in arme contro a loro, e di trentadue migliaia d’uomini che reggeano il suo navilio, perduto il navilio, ventotto migliaia d’uomini di sua gente furono morti dagl’Inghilesi. E poi appresso venuto il re d’Inghilterra in Francia con piccolo numero di gente, rispetto della moltitudine de’ cavalieri e di sergenti ch’avea seco il re di Francia a seguitarlo, fu sconfitto, come narrato abbiamo addietro; e campata la sua persona con pochi per grazia della notte, e tornato a Parigi, avendosi veduto nel giudicio di Dio, non ricorse alla virtù dell’umiltà, ma aggiugnendo male a male, per avere moneta assai, in cui era la sua fidanza, licenziò e sicurò tutti gli usurai del suo reame, dando loro licenza di prestare pubblicamente, pagando alla corte cinque per cento di quello che catuno era tassato dagli uficiali del re ogni anno. E aggiugnendo alla sua avarizia, fece battere nuova moneta d’oro e d’argento per tutto suo reame di molto meno valuta che quella che prima correa, e subitamente la fece correre per buona, e la buona fece disfare, in gran danno e confusione de’ suoi baroni, e di tutti i paesani e de’ mercatanti ch’aveano a ricevere mercatanzie nel suo reame; e dopo questo, con ordine dato a’ suoi ministri, per tutto il reame in una notte fece prendere in persona e arrestare l’avere a tutti gli usurieri del reame; e aggiugnendo male a male, fece gridare per tutto, che chi avesse accattato sopra pegno l’andasse a riscuotere per lo capitale, stando del capitale al suo saramento, e così dell’accattato a carta; per la qual cosa coloro ch’aveano accattato, per la larga licenza, vinti da avarizia, si spergiurarono, e pochi furono secondo la fama che stessono in fede; e tutto ciò che pagavano di capitale s’appropriò alla corte, che fu grandissimo tesoro, in disertagione di molte famiglie, ch’ogni cosa s’appropriò alla corte, dicendo, ch’aveano forfatto di aver messi più danari a usura che non doveano. Appresso, dopo la sua affrettata morte per disordinata lussuria, essendo di tempo, e dilettandosi nella sua giovane e bella donna, seguitarono più gravi persecuzioni di guerra nel suo reame, in fine il re Giovanni suo figliuolo e uno de’ suoi figliuoli furono presi nella grande battaglia ch’appresso racconteremo; conchiudendo, che come a inganno fu presa la croce, e promesso il santo passaggio per lo re di Francia, così nel suo reame fu passato per divino giudicio da’ suoi nemici, e com’egli volle arricchire il suo reame indebitamente de’ beni di santa Chiesa, e degli altri stranieri mercatanti e usurieri del suo reame, così per giusta retribuzione impoverì il re, e il reame consumato da’ soldi e dalle prede; e volendosi per ambizione esaltare sopra gli altri signori della cristianità, veduti furono entrare in servaggio di prigione, vinti maravigliosamente da più impotenti di loro, secondo la forza e ’l numero della gente.
CAP. V. Come il re di Francia uscì di Parigi con suo sforzo, e andò in Normandia.
Seguita, tornando a nostra materia, che ’l re di Francia vedendo assalire il suo reame ora dal conte di Lancastro con quelli di Navarra, ora dal duca di Guales coll’aiuto de’ Guasconi, e che per soperchia baldanza aveano preso sopra lui e sopra la gente francesca; vedendo al presente il conte di Lancastro e messer Filippo di Navarra ridotti in Normandia a Bertoglio, come poco innanzi abbiamo narrato, si propose in animo di perseguitarli, e di tutto il reame raunò a Parigi i suoi baroni e tutto il fiore della sua cavalleria, ed eziandio i ricchi borgesi di Parigi e dell’altre buone ville, i quali tutti si sforzarono di comparire bene in arme per accompagnare la persona del re; il quale era già ito in Normandia, e fatto fuggire di notte il conte di Lancastro e messer Filippo di Navarra ch’erano in Normandia a Bertoglio, e il re, come detto è poco addietro, avea vinto il castello, e cacciati i nemici del paese. E stando in Normandia, i baroni, e’ cavalieri e’ borgesi del reame che smossi erano traevano d’ogni parte a lui, e all’entrata del mese di settembre si trovò più di quindicimila armadure di ferro ben montati e bene acconci a’ servigi del re, e con esso gran novero di sergenti in arme. E vedendosi aver vinto il castello, e avviliti i nemici, e cresciuta la sua forza, prese speranza di cacciare gl’Inghilesi al tutto del suo reame innanzi che ritornasse a Parigi. E con tutta questa cavalleria stava alle frontiere de’ suoi nemici per non lasciarli scorrere per tutte le sue terre al modo usato, e per prendere sopra loro suo vantaggio, stando apparecchiato alla fronte de’ suoi avversari.
CAP. VI. Quello faceva il prenze di Guales.
Il valente duca di Cornovaglia prenze di Guales, primogenito del re d’Inghilterra, il quale avea in sua parte per guereggiare tremila buoni cavalieri bene montati, tra Inghilesi e Guasconi, e da duemila arceri inghilesi a cavallo, e altri masnadieri a piè da quattromila tra con archi e altre armadure, tutti bene capitanati; avendo sentito che ’l conte di Lancastro colla sua parte di gente d’arme avea cavalcata la Normandia ed entrato nel reame presso a Parigi a sedici leghe, parendogli avere vergogna se non facesse dalla sua parte, si mosse di Guascogna e vennesene in Berrì, ardendo e divorando con ferro e con fuoco ciò che innanzi gli si parava. E già avea fatta smisurata preda, perocchè assai ville di cinquecento e di mille fuocora, e di più e di meno, avea vinte, e rubate e arse senza trovare contasto; seguitando appresso avea costeggiato il fiume dell’Era infino ad Orliens, e fattole intorno grave danno, passò a Pettieri; e trovandosi presso alla grande oste del re di Francia, fu costretto di fermarsi ivi tra le due fiumora coll’oste e colla preda che raccolta avea, che di quel luogo, avendo di presso la gente del re di Francia ch’andava contro a lui, a salvamento non si potea partire nè con suo onore.
CAP. VII. Come il re di Francia pose il campo presso al prenze.
Il re Giovanni di Francia, ch’era presso colla sua grande oste, e baldanzoso per lo duca di Lancastro che l’avea fuggito, e per la vittoria del castello, sentendo il duca ristretto tra le due fiumare, che l’una tramezzava a volere andare a lui, di presente si mosse con tutta la sua gente e appressossi a’ nemici, e pose il campo suo di costa a Berrì, e’ nemici erano dall’altra parte, la fiumara in mezzo, e’ ponti erano i più rotti, e alcuno ve n’avea rimaso in guardia de’ Franceschi: il duca non potea passare innanzi a prendere suo vantaggio di terreno, e ’l tornare addietro di lungo viaggio, per lo stretto de’ loro nemici, e avendo chi gli perseguitasse, non se ne potea pensare alcuna salute, e però la necessità gli accrescea in quel luogo l’ardire. Il coraggioso duca di Guales vedendosi a questo stretto partito, non dimostrò a’ suoi segno d’alcuna paura nè viltà, ma francamente provvide il suo campo, e mostrossi a tutta sua gente, confortandoli che non dovessono temere di quella gente cui eglino tante volte avevano fatta ricredente, e ammaestrandoli di buona e sollecita guardia il dì e la notte, dicendo, come tosto avrebbono in loro aiuto il valente conte di Lancastro con tutta la sua gran forza. Gl’Inghilesi e’ Guasconi presono gran conforto della valentria e buona voglia del loro signore, e intesono a fortificare loro campo, e a fare buona e sollecita guardia il dì e la notte. E questo fu a dì 17 di settembre anno detto.
CAP. VIII. Due conti del re di Francia rimasono presi da un aguato.
Saputo che ’l re ebbe la condizione de’ suoi nemici, e come il loro campo stava, segretamente con alquanti de’ più confidenti baroni prese consiglio di valicare alla mezza notte, venendo il sabato, per un ponte della riviera, che gli dava più certo il cammino ad aggiugnersi co’ nemici, e più atto il cammino alla gran gente che l’avea a seguitare. Il duca di Guales, o che sapesse il segreto del re, o che per avviso di guerra avesse che così dovesse seguire, la notte medesima venne con sua gente eletta, e misesi in un bosco presso al cammino che ’l re dovea fare, e veniagli fatto d’avere il re con buona parte della sua compagnia per lo presto avviso. Il re si mosse con duemila cavalieri, e con quelli baroni a cui s’era manifestato: e appressandosi al passo del bosco, mandò innanzi dieci cavalieri sperti e bene montati a provvedere se aguato vi fosse. I detti cavalieri scopersono il guato, e di presente ritornarono al re, il quale conoscendo il pericolo prese una volta, e dilungossi da quel passo, e girò verso Pittieri, e valicò a salvamento con tutta sua cavalleria: ma addietro non mandò all’altra sua gente che ’l seguiva ad avvisarli di quello aguato, onde avvenne, che seguitandolo il conte d’Alzurro, e quello di Clugnì con altri baroni e cavalieri, avendo sentita la sua subita partita, non però con tutta l’oste, ma colle loro masnade facendo la via che dovea fare il re del bosco, credendo che per quella fosse andato, gl’Inghilesi maestri di baratti avendo mandati cavalieri de’ loro a ingegno che tornassono la notte per quel cammino, e dimostrandosi essere de’ Franceschi che seguissono il re, come se per quel cammino fosse passato, e scorgendo i conti questi cavalieri, e facendoli domandare, risposono in Francesco che seguivano monsignor lo re, e però con più sicurtà si misono a cammino; ed entrati nell’aguato senza ordine, essendo d’ogni parte assaliti, non v’ebbe resistenza altro che del fuggire e del campare chi potea; il conte d’Alzurro valente barone, e quello di Clugnì rimasono presi con quattrocento compagni di buona gente, e menati prigioni nel campo, il duca e tutta la sua oste ne presono assai conforto: e questo fu il sabato a dì 17 di settembre del detto anno.
CAP. IX. Puose il re di Francia il campo suo presso agl’Inghilesi.
Valicato il re di Francia con duemila cavalieri a Pettieri, e scoperto l’aguato degl’Inghilesi, come detto abbiamo, di presente tutta l’altra oste de’ Franceschi seguirono il loro re per lo sicuro cammino, e giunti a lui, si trovarono più di quattordicimila cavalieri e molti sergenti, e non v’era però tutta la sua forza, che al continovo vi crescea gente a cavallo e a piè, sperando avere degl’Inghilesi buon mercato; e misonsi a campo presso al campo del duca a meno di due leghe parigine, in parte che gl’Inghilesi non si poteano allargare; ed erano per venire in pochi dì in gran soffratta di vittuaglia, e ancora erano condotti in parte, che ’l conte di Lancastro non li potea venire a soccorrere per lo campo preso per i Franceschi, avvegnachè troppo era di lungi a quel paese; per la qual cosa al re di Francia pareva avere la vittoria in mano, e così era per ragione di guerra, ove fortuna e mala provvedenza non avesse mutata la condizione del fatto, come seguendo immantinente racconteremo.
CAP. X. I legati cercarono accordo tra’ due signori.
Come addietro avemo narrato, in questa guerra la Chiesa di Roma continovo tenea suoi legati che trattassono la concordia e la pace tra’ due re, e al presente era nella compagnia del re il cardinale di Bologna suo confidente, e il cardinale di Pelagorga confidente del duca e degl’Inghilesi, i quali continovo cercavano di recarli a pace; e vedendo la cosa a questo stremo condotta e ultimo partito, acciocchè tra questi due signori de’ maggiori della cristianità non si venisse a mortale battaglia, di concordia furono con lo re di Francia, mostrandoli quanto erano vari e non sicuri gli uscimenti delle battaglie, pregandolo, che dove con suo onore potesse venire a buona pace, non volesse ricercare per vantaggio ch’avere li paresse il dubbioso fine delle battaglie. Il re diede udienza al savio consiglio; e però incontanente il cardinale di Pelagorga cavalcò al duca nel suo campo; e ricevuto da lui graziosamente, con savie parole gli mostrò il pericolo dov’era egli e tutta la sua oste, e ricordogli le grandi ingiurie per lo suo padre, e per lo suo zio, e per lui fatte alla corona di Francia, e conchiudendo disse, che acciocchè Dio non giudicasse la sua causa per disordinata presunzione e superbia in cotanto pericolo quanto egli era di sè e di tutta la sua gente, ch’e’ volea ch’e’ si dichinasse a volere restituire e rendere al re di Francia il suo onore e le terre ch’avea occupate delle sue, e l’ammenda del danno che fatto gli avea nel suo reame, acciocchè buona e ferma pace si fermasse tra loro. Il giovane duca, conoscendo il forte caso dove la fortuna l’avea condotto, e avendo reverenza a santa Chiesa, avvegnaché ’l suo animo fosse fermo e sicuro di grande sdegno, acconsentì innanzi di pigliare concordia, che tentare la pericolosa parte della battaglia; e data speranza al legato, il fece ritornare al re di Francia, per ordinare i patti e le convenenze della concordia.
CAP. XI. I patti che si trattarono e quasi conchiusono.
Tornato il cardinale al re di Francia, il re fece raunare il suo consiglio, per fare assentire a tutte l’offerte che ’l cardinale avea portate al re da parte del duca per avere buona pace; e l’offerta era, ch’e’ volea restituire al re di Francia tutte le terre prese per gl’Inghilesi e’ Guasconi nel suo reame ne’ tre anni prossimi passati, e che renderebbe liberi tutti i prigioni, e che per ammenda de’ danni fatti darebbe al re di Francia dugento migliaia di nobili, che valeano cinquecento migliaia di fiorini d’oro; e domandava per fermezza di buona pace per moglie la figliuola del re di Francia, quando a lui piacesse, e per dote la duchea d’Anghiemem facendosi suo uomo, e a questo non si fermava oltre alla volontà del detto re; e in preghiera domandava, che ’l re di Navarra fosse lasciato e restituito nel suo reame. A queste cose il re e il consiglio s’acconciavano assai bene, e conosceano senza pericolo il loro vantaggio. È vero che queste cose non si poteano fermare senza la volontà del re Adoardo d’Inghilterra suo padre, ma il duca impromettea in termine di pochi dì fargliele attenere e confermare; e andato e rivenuto più volte il cardinali per recare a fine di buona pace questo trattato, e avendo ogni libertà dal duca che domandare si seppe, e che per lui si potea fare, avendo che la concordia fosse fatta, ritornò al re di Francia; ma la cosa ebbe tutto altro fine che non si sperava, come incontanente racconteremo.
CAP. XII. Come il vescovo di Celona sturbò la pace.
Essendo venuto con pieno mandato il cardinale al re di Francia, il re avendo veduto per esperienza i pericoli della battaglia, e parendogli venire a convenevole ammenda dell’ingiuria ricevuta, si disponea alla pace, e per darle compimento, fece raunare i baroni e ’l suo consiglio: tra gli altri quegli in cui il consiglio del re più si posava per piena confidanza era il vescovo di Celona; costui udite le convenenze e’ patti della pace raccontati per lo cardinale di Pelagorga, e come il re d’Inghilterra gli avea infra certi giorni a confermare, stigato dal peccato non purgato nè ammendato da’ Franceschi si levò in parlamento, e molto arditamente disse al re di Francia: Sire, se io mi ricordo bene, il re d’Inghilterra e ’l duca ch’è qui presso suo figliuolo, e ’l conte di Lancastro suo cugino, v’hanno fatto lungamente grande onta e sconvenevole oltraggio a tutto vostro reame per molte riprese, sconfiggendo in campo vostro padre con perdita di re, e di gran baroni, e in mare hanno tagliate le vostre forze, e arso e dipopolato il vostro reame in diverse parti; ditemi sire, che vendetta v’avete voi fatta, che senza vostra onta, e di tutto vostro reame, questa pace si faccia? Avendo voi qui il vostro corporale nemico, con gran parte de’ baroni e de’ cavalieri inghilesi e guasconi c’hanno contra voi e contro al vostro reame fatti tutti i grandi mali, e oltre a quelli ch’io v’ho contati, e ora gli ha Iddio ridotti e rinchiusi nelle vostre mani per modo, ch’addietro non possono tornare, nè a destra nè a sinistra si possono allargare. Da vivere hanno poco, e soccorso non attendono: voi siete signore di fare altamente la vostra vendetta, e veggovi trattare di lasciarli andare; ed eziandio per non certa fede o fermezza delle loro promesse, ma piene d’aguati e d’inganni, come è loro antica usanza, che sotto i patti di fare confermare la pace al re, intende di subito avere il suo soccorso e quello del conte di Lancastro, ch’è apparecchiato con grande oste, come tutti quanti sapete; e se questo avviene, chi v’accerta che la vostra vittoria non possa tornare in mano de’ vostri nemici, con vituperoso inganno della vostra reale maestà? E però consiglio, che a’ vinti non si dia più dilazione, e che la vendetta delle vostre ricevute offese e la piena vittoria, che Iddio v’ha apparecchiata, non vi scampi per tardamento de’ vostri trattati e de’ vostri consigli. Le parole dell’ardito prelato feciono cambiare la volontà del re e di tutti i baroni del consiglio, e catuno s’inanimò alla battaglia, e al cardinale fu risposto precisamente che più non si travagliasse della concordia; e deliberato fu di strignere il duca alla battaglia la mattina vegnente, e questo consiglio fu preso domenica a dì 18 di settembre anno detto; operando fortuna, per lo franco consiglio di quel prelato, la materia dell’occulto giudicio di Dio contro al detto re di Francia.
CAP. XIII. Diceria che fece il prenze di Guales a’ suoi.
Il cardinale di Pelagorga avuta la risposta dal re di Francia e dal suo consiglio contradia al suo trattato e alla sua opinione, avendo singulare affezione al giovane duca, in cui avea trovato molta liberalità, parendogli sconvenevole se colla sua bocca non gli rispondesse, il dì medesimo valicò nel suo campo: ed essendo innanzi al duca ch’attendea la fermezza della pace, il cardinale gli disse: Sire, io ho assai travagliato per poterti recare pace, ma non ho potuto per alcuna maniera; e però a te conviene procacciare d’essere valente prenze, e pensare alla tua difesa colla spada in mano, perocchè alla battaglia ti conviene venire co’ Franceschi, rimossa ogni altra speranza d’accordo o di pace. Udendo questa parola il magnanimo duca, non perdè in atto o in segno sua virtù, anzi disse: Voi ci potete essere testimonio, che dalla nostra parte non è mancata la concordia alla quale con pura fede ci recavamo; ora che da’ nostri avversari manca, prendiamo fidanza che Iddio sia dalla nostra parte. E dato con reverenza congio al cardinale, di presente ebbe i suoi baroni e’ suoi capitani de’ cavalieri e degli arcieri inghilesi e guasconi, e manifestò loro l’intenzione del re di Francia e del suo consiglio, e come al mattino attendessono la battaglia, con franche e signorili parole dicendo, come Iddio e la ragione era dalla loro parte, e che però catuno prendesse cuore e ardire, e inanimasse sè e’ suoi a ben fare; e ricordassonsi come i Franceschi vinti e sconfitti più volte da loro, non avrebbono cuore di sostenere la battaglia. E oltre a ciò disse: Signori e compagni, non dimenticate il luogo ove fortuna ci ha inchiusi, nel quale se noi vogliamo stare alla difesa, avendo la forza de’ nemici nostri a petto, in breve ci manca la vittuaglia, e di niuna parte ci può venire, perchè noi e’ nostri cavalli verremo meno di fame, e saremo vilissima preda a’ nostri nemici. E nel partire non si vede salvamento, avendo al fuggire lungo il cammino per le terre de’ nostri nemici d’ogni parte, e così gran forza qui, e de’ nemici alle spalle, anzi possiamo essere molto certi, che dando loro le reni, ci faranno morire a gran tormento; e però niuna speranza di salute rimane dalla nostra parte, se non di combattere francamente, e procurare colla virtù dell’indurata fortezza delle nostre braccia abbattere la delicata e apparente pompa de’ nostri avversari; e quanto la loro potenza e numero di cavalieri e di sergenti è maggiore, tanto conviene in noi più accendere l’animo a dimostrare nostra virtù: e se fortuna ci pur volesse abbattere, facciamo sì ch’a’ nostri nemici rimanga dolorosa vittoria, e a noi eterno nome di valorosa cavalleria. E confortata e inanimata la sua gente, comandò ch’al mattino tutta la preda loro delle cose grosse fosse recata nel campo, e messa fuori tra loro e’ nemici, e fattone tre monti, e che la notte stessono in buona guardia, e confortassono loro e’ loro cavalli, sicchè al mattino si trovassono forti e acconci alla battaglia;
CAP. XIV. Come i Franceschi s’apparecchiarono alla battaglia.
Avendo il re di Francia preso per partito nel consiglio di combattere la mattina vegnente, fece il dì raunare tutti i suoi baroni e’ capitani della sua cavalleria e dei sergenti, e con allegra faccia manifestò loro il consiglio di combattere la mattina vegnente gl’Inghilesi e’ Guasconi, i quali erano pochi alla loro comparazione, i quali tutti si mostrarono allegri, stimando che non li dovessono attendere conoscendo il soperchio, e che si dovessono fuggire come fatto avea poco innanzi il conte di Lancastro. E diedono ordine alle loro schiere, e la gente che in catuna dovesse essere, e quale andasse prima ad assalire i nemici e quale appresso, e chi fosse nella schiera grossa del re. E avvisato catuno capitano della sua gente e di quello ch’al mattino avea a fare, tutti intesono per quello resto della giornata a provvedere le loro armi e’ loro cavalli, per essere presti la mattina innanzi il giorno alla battaglia.
CAP. XV. Le schiere e gli ordini de’ Franceschi.
Venuto il lunedì mattina, il maliscalco di Dina, a cui toccava il primo assalto, fece per tempo la sua schiera co’ cavalieri di Spagna e d’altri circustanti a quella lingua, ch’erano venuti e condotti al servigio del re, e a questa schiera vi s’aggiunsono masnadieri italiani e spagnuoli, sperti delle battaglie, e buoni assalitori. A costoro fu commesso d’assalire prima i nemici, ed essendo apparecchiati in sul campo, e le spianate fatte, appresso a lui fu fatta la schiera del conestabile di Francia, ch’era il duca d’Atene, e in sua schiera ebbe molti valenti baccellieri di Francia, provenzali e normandi, e questa schiera dovea percuotere appresso i feditori. Dopo questa il Dalfino di Vienna figliuolo primogenito del re di Francia, e ’l duca d’Orliens fratello del re, furono fatti conduttori della terza schiera, ove aveano più di cinquemila cavalieri franceschi e del reame, e questa dovea fedire appresso al duca d’Atene. La quarta e ultima schiera era quella del re di Francia, nella quale avea più di seimila cavalieri con molti grandi baroni, e questa era per fermezza e riscossa di tutte l’altre. Avendo i Franceschi così fornite e ordinate le loro schiere: essendo lungo spazio di terreno tra loro e’ nemici, innanzi che s’aggiungano alla battaglia, ci conviene narrare l’ordine che prese il duca di Guales nella sua gente.
CAP. XVI. L’ordine degl’Inghilesi con le loro schiere.
Avendo il duca di Guales fatto, come detto è, raunare fuori del campo innanzi al suo carreggio, verso la frontiera de’ Franceschi per buono spazio, in tre monti tutto il grosso della loro preda, vi fece aggiugnere legname la mattina innanzi dì e mettervi entro fuoco, acciocchè l’avarizia della preda non impedisse l’animo a’ suoi, e non fosse speranza agli avversari di racquistarla. E fatti i fuochi grandi tra loro e’ nemici, i fummi occuparono la pianura a modo d’una grossa nebbia, sicchè i Franceschi non poteano scorgere quello che gl’Inghilesi si dovessono fare. E in questo tempo il duca e ’l suo consiglio feciono due parti de’ loro arcieri, che n’aveano intorno di tremila, e nascosonli in boschi e in vigne, a destra e a sinistra inverso dove i Franceschi potessono venire per assalirli, sicchè al bisogno d’ogni parte potessono ferire la gente di Francia e’ loro cavalli colle saette; e ordinarono fuori del loro campo innanzi al carreggio una schiera, che sostenesse il primo assalto, e ’l duca con tutta l’altra cavalleria in un fiotto erano armati, e schierati nel campo dentro al loro carreggio, per provvedere il portamento de’ loro nemici. E in questo modo fu apparecchiata l’una e l’altra oste di venire alla battaglia.
CAP. XVII. La battaglia tra il re di Francia, e il prenze di Guales.
Il maliscalco di Dina colla sua schiera de’ feditori, come poco avveduto e assai baldanzoso, vedendo i fuochi che gl’Inghilesi facevano, pensò che ardessono il campo, e che per paura se ne fuggissono, e per questa folle burbanza, non attendendo d’avere appresso la seconda e terza schiera, levato un grido, se ne vanno con matto ardimento, e avacciarono il loro assalto, e dilungaronsi subitamente tanto dall’altre schiere, che per lo lungo terreno non poterono essere veduti da loro, e con grande ardire si misono ad assalire la schiera degl’Inghilesi, ch’era di fuori del carreggio, e fedironli per tal virtù, che li feciono rinculare a dietro, e perdere assai terreno. Il duca e’ suoi, che conobbono la mala condotta che aveano fatta gli Spagnuoli, e che non aveano la riscossa appresso, mandarono per costa millecinquecento cavalieri de’ loro, e inchiusonli, combattendoli dinanzi e di dietro, e sbarattaronli, facendone grande uccisione in poca d’ora. Seguendo appresso l’altra più grossa schiera del duca d’Atene conestabile di Francia, gli arcieri ch’erano riposti uscirono d’ogni parte per costa a saettare a questa schiera, e sollecitando le loro saette, molti uomini e cavalli fedirono e assai n’uccisono; e ’l duca di Guales, vedendo questa schiera già impedita e magagnata dagli arcieri, uscì loro addosso colla baldanza della prima vittoria, e dopo non grande resistenza furano tutti morti e presi, innanzi che ’l re ne sapesse la novella. Il Delfino di Vienna, e ’l duca d’Orliens, che aveano più di cinquemila cavalieri, e il re appresso con seimila in sua compagnia, avendo sentita la rotta delle due prime schiere, come vilissimi e codardi, avendo ancora due tanti e più di cavalieri e di baroni freschi e ben montati, ed essendo i nemici stanchi per le due battaglie, tanta paura entro ne loro animi rimessi e vili, che potendo ricoverare la battaglia, non ebbono cuore di fedire a’ nemici, nè vergogna d’abbandonare il re, ch’era presso di loro sul campo, nè l’altra baronia di Francia, e senza ritornarsi a dietro a far testa col re insieme, e senza essere cacciati, si fuggirono del campo, e andaronsene verso Parigi, abbandonando il padre e’ fratelli nel pericolo della grave battaglia; degni non di titoli d’onore, ma di gravi pene, se giustizia avesse forza in loro.
CAP. XVIII. La sconfitta del re di Francia e sua gente.
Avendo il valoroso duca di Guales già sbarattate le due prime schiere de’ nemici, e veduto che la terza schiera, ov’era il figliuolo e ’l fratello del re con cinquemila cavalieri, per paura s’erano fuggiti senza dare o ricevere colpo, prese speranza dell’incredibile vittoria, e con molta baldanza tutti in uno drappello fatto s’addirizzarono ad andare a combattere la grossa schiera del re. Il quale re, avendosi messe innanzi l’altre schiere, si pensò, per ritenere più ferma la baronia, di scendere a piè, e così fece. E vedendosi venire addosso gl’Inghilesi e’ Guasconi con gran baldanza, e avendo saputa la fuga del figliuolo e del fratello non invilì, ma virtuosamente confortando i suoi baroni che gli erano di presso, si fece innanzi a’ nemici per riceverli alla battaglia coraggiosamente. Il duca co’ suoi franchi cavalieri, e sperti in arme a quel tempo più ch’e’ Franceschi, e cresciuti nella speranza della vittoria, si fedirono aspramente nella schiera del re. Quivi erano di valorosi baroni e di pro’ cavalieri; e sentendovi la persona del re, faceano forte e aspra resistenza, e mantennono francamente lo stormo, abbattendo, tagliando e uccidendo di loro nemici; ma perocchè fortuna favoreggiava gl’Inghilesi, molti Franceschi come poteano ricoverare a cavallo si fuggivano, senz’essere perseguitati; che la gente del duca non si snodava, e la schiera del re al continovo mancava; e ’l re medesimo, conoscendo già la vittoria in mano de’ suoi nemici, non volendo per viltà di fuga vituperare la corona, fieramente s’addurò alla battaglia, facendo grandi cose d’arme di sua persona; ma sentendosi allato messer Gianni suo piccolo figliuolo, comandò che fosse menato via e tratto della battaglia; il quale per comandamento del re essendo montato a cavallo con alquanti in sua compagnia, e partito un pezzo, il fanciullo ebbe tanta onta di lasciare il padre nella battaglia che ritornò a lui, e non potendo adoperare l’arme, considerava i pericoli del padre, e spesso gridava: Padre, guardatevi a destra, o a sinistra o d’altra parte, come vedea gli assalitori; ed essendo appresso del re messer Ruberto di Durazzo della casa reale di Puglia, ch’avea aoperate sue virtù come paladino, e lungamente con altri baroni difesa la battaglia, e morti e magagnati assai di quelli ch’a loro si strigneano, in fine abbattuti e morti intorno al re, il re fu intorniato dagl’Inghilesi e da’ Guasconi, e domandato fu che si dovesse arrendere; ed egli vedendosi intorneato de’ suoi baroni e nimici morti e de’ nemici vivi, e fuori d’ogni speranza di potere più sostenere la battaglia, s’arrendè per sua voce a’ Guasconi, e lasciò l’arme sotto la loro guardia: e ’l suo piccolo figliuolo di corpo, e grande d’animo, non si voleva arrendere, ma pregato, e ricevuto comandamento dal padre che s’arrendesse, così fece; e questo fu il fine della disavventurata battaglia per li Franceschi, e d’alta gloria per gl’Inghilesi.
CAP. XIX. Racconta molti morti e presi nella battaglia.
In questa battaglia furono morti il duca di Borbona della casa di Francia, il duca d’Atene, il maliscalco di Chiaramonte, messer Rinaldo di Ponzo, messer Giuffrè di Ciarnì, il conte di Galizia, messer Ruberto di Durazzo de’ reali del regno di Cicilia, il sire di Landone, il sire di Crotignacco, messer Gianni Martello, messer Guglielmo di Montaguto, messer Gramonte di Cambelli, il vescovo di Celona, cagione di questo male, il vescovo d’Alzurro, tutti alti e gran baroni; e furono morti in sul campo oltre a costoro più di milledugento altri cavalieri a sproni d’oro, e banderesi, e cavalieri di scudo e borgesi, tutta nobile cavalleria, perocchè non v’erano quasi soldati; tutti erano famigli di gran signori, e uomini ch’erano venuti al servigio del loro re. I presi furono messer Giovanni re di Francia, messer Giovanni suo piccolo figliuolo, il maliscalco da Udinam, messer Iacopo di Borbona, il conte di Trincia villa, il conte di Monmartino, il visconte di Ventador, il Conte di Salembrucco Alamanno, il sire di Craone, il sire di Montaguto, il sire di Monfreno, messer Brucicolto, messer Bremont della volta, messer Amelio del Balzo, e ’l castellano d’Amposta, messer Gianni e messer Carlo d’Artese, l’arcivescovo di Sensa, il vescovo di Lingres, e molti altri baroni che qui non si nominano; e oltre a questi caporali, vi rimasono presi più di duemila cavalieri franceschi tutti uomini di pregio, e grandi e ricchi borgesi, e scudieri e gentili uomini. Questa battaglia fu fatta lunedì la mattina, a dì 18 di settembre, gli anni 1356, presso a Pittieri a due leghe, in una villa che si chiama Trecceria, la quale per questo caso piuttosto confermò il suo nome che altra mutazione le desse.
CAP. XX. Come il re di Francia n’andò preso in Guascogna.
Seguita, che vedendosi il giovane duca sì altamente vittorioso, non ne montò in superbia, e non volle come potea mettersi più innanzi nel reame, che lieve gli era a venirsene fino a Parigi, ma avendo la persona del re a prigione. e ’l figliuolo, e tanti baroni e cavalieri, per savio consiglio diliberò di non volere tentare più innanzi la sua fortuna; e però raccolta la preda e tutta la sua gente, e fatto fare solenne uficio per li morti, e rendute grazie a Dio della sua vittoria, si partì del paese, e senz’altro arresto se ne tornò in Guascogna alla città di Bordello. E giunto là, fece apparecchiare al re nobilemente il più bello ostiere, ove largamente tenea lui e ’l figliuolo, facendo loro reale onore, e spesse volte la sua persona il serviva alla mensa. È vero che lo volle al cominciamento menare in Inghilterra per più sua sicurtà, ma i Guasconi, a cui il re s’era accomandato, non acconsentirono, e però si rimase in Guascogna alcun tempo innanzi che condotto fosse in Inghilterra, che si fece con grande ingegno, come innanzi racconteremo.
CAP. XXI. I modi tenne il re d’Inghilterra sentendo la novella di sì gran vittoria.
Corsa la fama dell’incredibile vittoria in Inghilterra, e avendo il re Adoardo di ciò lettere dal figliuolo che li contavano il pericolo dov’egli con tutta la sua oste era stato, e l’alta e la grande vittoria che Iddio gli avea data, il savio re contenente nella faccia e negli atti, senza mostrare vana allegrezza, di presente fece raunare i suoi baroni e ’l suo consiglio, e con belle e savie parole dimostrò a tutti che questo non era avvenuto per virtù nè operazione di sua gente, ma per singulare grazia di Dio, e comandò a tutti che niuna vana gloria o festa se ne mostrasse; ma per suo dicreto fece ordinare e mandare per tutta l’isola, che in catuna buona terra, castello e villa, otto dì continovi si facesse in tutte le chiese ogni mattina solenne sacrificio per l’anime de’ morti nella battaglia, e che si rendesse a Dio grazia della vittoria ricevuta. E fuori di questi esequi non si udì nè vide alcuna festa in tutta l’isola, strignendo catuna l’esempio e il comandamento del re. La quale mansuetudine fu al re maggiore laude, che al figliuolo la non pensata vittoria.
CAP. XXII. Battaglia fra due cavalieri, e perchè.
Fu vero, avvegnachè non in questi dì ma poi, che due grandi e valorosi cavalieri, l’uno Guascone e l’altro Inghilese, vennero a quistione, perocchè catuno si vantava ch’avea preso il re. E venne tanto montando la loro riotta, che s’appellarono per questo a battaglia, la quale con grande pompa e riguardo feciono a Calese, e il Guascone fece ricredente l’Inghilese. E al Guascone ch’ebbe la vittoria furono fatti gran doni dal re di Francia e dal prenze di Guales, ma poco appresso gl’Inghilesi per invidia il feciono morire. Avendo raccontate l’oltramontane fortune, le italiane con sollecitudine addomandano il debito alla nostra penna.
CAP. XXIII. Processo fatto contro a’ signori di Milano per lo vicario dell’imperadore.
Narrato abbiamo nel sesto libro, come messer Marcovaldo vescovo augustinese vicario in Pisa per l’imperadore, era fatto capitano della compagnia, e dell’altra oste de’ Lombardi ch’erano collegati contro a’ signori di Milano; ed essendo raunati tutti in Lombardia e acconci d’andare verso Milano, il vescovo fece esaltare nell’oste l’insegna imperiale ne’ campi di Modena, e ivi dichiarò a tutti, com’egli era vicario dell’imperadore, e formò un processo sotto il titolo del vicariato contro a messer Bernabò e a messer Galeazzo signori di Milano, il quale in effetto contenea: come in derisione e in contento della santa Chiesa e’ davano l’investiture de’ beneficii ecclesiastici a cui voleano, togliendoli a cui la santa Chiesa gli avea investiti, e a’ legati del papa non lasciavano in tutta loro tirannica giurisdizione fare uficio, e alquanti n’aveano fatti morire crudelmente; e come aveano trattato con messer Palletta da Montescudaio di tradire l’imperadore, e di torgli la città di Pisa, e come per loro violenta tirannia aveano occupate le città e’ popoli di Lombardia pertinenti al santo imperio, e come in vergogna della maestà imperiale, tornandosi l’imperadore in Alamagna, valicando per Lombardia, gli feciono serrare le porte delle città e castella di loro distretto, e guardare le mura con gente d’arme, come da loro nemico, avendo titolo di suoi vicari; e formato il processo, mandò per sue lettere a richiedere i tiranni, che a dì 11 del presente mese d’ottobre del detto anno comparissono personalmente dinanzi da lui a scusarsi del detto processo, altrimenti non ostante la loro contumace contro a loro pronunzierebbe giusta sentenza. E di quella, coll’aiuto di Dio, e del santo imperio e del suo potente esercito, tosto intendea fare piena esecuzione.
CAP. XXIV. Risposta fatta per li signori di Milano al vicario.
«Avendo per alcuni nostri fedeli notizia delle tue superbe e pazze lettere, colle quali noi, come fanciulli, col tuo ventoso intronamento credi spaurire, noi, avvegnachè dell’età giovani, molte cose avendo già vedute, al postutto il mormorio delle mosche non temiamo. Tu immerito del preclarissimo nome del santo imperio ti fai vicario, dei quale noi fedeli vicari ci confessiamo. Contro dunque a te non vicario dell’imperio, ma capo de’ ladroni, e guida di fuggitivi soldati, infra’ l termine che ci hai assegnato, acciocchè non t’affatichi venendo sopra il milanese, piagentino ovvero parmigiano tenitorio, pe’ nostri precussori idonei, acciocchè non ti vanti ch’a tua volontà le nostre persone abbi mosse, co’ tuoi guai, forse ti risponderemo. Noi adunque promettiamo a te, che con nefaria mano di ladroni a depopolare e ardere i nostri pacifichi confini con pazzo campo se’ mosso, non come vescovo ma come uomo di sangue, se la fortuna ministra, della giustizia nelle nostre mani ti conducerà, non altrimenti che come famoso ladrone, e incendiario ti puniremo.»
CAP. XXV. Risposta fatta, per lo vicario, alla detta lettera.
«Rallegriamo delle lettere che mandate ci avete, quali mostrano la superbia della quale voi vi gloriate. Della nostra ingiuria intendiamo soprassedere, ma della bugia scritta nelle vostre lettere non ci possiamo contenere. Scriveste dunque, che co’ vostri precursori, innanzi ch’entrassimo nel vostro tenitorio, ci rispondereste minacciandone di battaglia. E ora con la grazia di Dio e col suo aiuto, nel quale solo è la nostra speranza, non occultamente a modo di predoni, ma palesi, passati Parma, siamo in sul campo presso a cinque miglia a Piacenza, e col detto divino aiutorio intendiamo procedere innanzi, e co’ vostri precursori non ci avete ovviati, in vituperio della vostra vana superbia. Data a Ponte miro, a dì 10 d’ottobre.»
CAP. XXVI. Come i soldati de’ tiranni non vollono venire contro all’insegna dell’imperadore.
Era in questo mezzo avvenuto, ch’e’ signori di Milano, temendo l’avvenimento de’ sopraddetti loro avversari, aveano mandato a Parma il marchese Francesco con quattromila barbute di gente tedesca e Borgognoni ivi raunati altri cavalieri e gran popolo per uscire a campo, e non lasciare i nemici entrare sul terreno de’ signori di Milano, e di combattere con loro. Quando il marchese volle uscire fuori a campo, i conestabili de’ Tedeschi e de’ Borgognoni tutti di concordia dissono al marchese loro capitano, che contro al vicario dell’imperadore e alla sua insegna non anderebbono, nè in campo non farebbono resistenza contro al loro signore. Questo fu il titolo della scusa, ma più li mosse non volere fare resistenza alla compagnia, perocchè aveano parte in quella non istandovi, e il refugio e il soldo quand’erano cassi in altre parti; ma dissono, ch’erano apparecchiati di stare alla guardia delle città e delle castella lealmente. I signori sentendo l’intenzione de’ soldati, ch’acconsentivano d’essere cassi innanzi che uscire contro al vicario dell’imperadore, pensarono che a cassarli era aggiugnere forza a’ loro nemici, e pericolo di loro stato: e però dissimularono con loro, e ritrassonli a Milano, lasciando in Parma e in Piacenza buona guardia per difendere le mura.
CAP. XXVII. Come il vicario puose campo.
Il vescovo d’Augusta, ch’era prod’uomo in fatti d’arme e bene avveduto, sentendo ch’e’ soldati de’ signori di Milano non erano per uscire in campo contro a lui, con più ardire valicò Parma, cavalcando con tutta sua oste presso alle porti, e così Cremona, e ristette alquanto in sui Piacentino, ove fece la risposta della lettera sopraddetta. E predando il paese d’intorno per alcuno dì, si partì di là, ed entrò sul contado di Milano; e facendo in quello grandissime prede, trovando la gente male provveduta, si mise a fermare suo campo a una grossa villa che si chiama Rosario, presso a Milano a quattordici miglia di piano, intorno alla quale a due, e a tre, e quattro miglia sono altre grosse villate, raccolte a modo di casali, piene di molta vittuaglia e bestiame, e per l’abbondanza l’oste vi stette a grande agio; e indi cavalcarono per tutto il Milanese, facendo danno grave a’ paesani, che per lungo tempo non aveano sentito che guerra si fosse; e con tutta la forza de’ signori di Milano, niuna resistenza trovarono in campo in molti giorni: e però lasceremo alquanto questa materia, tanto che le grandi cose che ne seguirono abbiano il tempo loro, non partendoci però dall’italiane tempeste, che prima si vogliono raccontare.
CAP. XXVIII. Ordine del re d’Ungheria alla guerra con i Veneziani.
Tornato il re in Ungheria, avvisato che la moltitudine degli Ungheri non si può mantenere in Italia come ne’ diserti, ebbe suo consiglio, ed elesse trenta suoi grandi baroni per capitani, ciascuno di cinquemila Ungheri a cavallo, con ordine che catuno il servisse tre mesi, come sono tenuti per omaggio. E per questo modo deliberò di continovare la guerra a’ Veneziani, succedendo l’uno barone all’altro di due in due mesi, perocchè ’l terzo aveano per la venuta e pel ritorno. E a dì 15 d’ottobre del detto anno giunse l’uno de’ baroni a Colligrano con quattromila Ungheri, i quali di presente si misono a scorrere e a predare il paese infino a Trevigi. In campo non trovavano contasto, perocchè come questo signore era sopra Trevigi, così altri signori erano a Giara e nella Schiavonia sopra le terre de’ Veneziani, sicchè i Veneziani aveano tanto a fare a guardare le mura delle loro terre, che non sapeano come pur quello si potessono fornire, sicchè gli Ungheri al tutto signoreggiavano i campi di Trevigiana, e assediavano le castella.
CAP. XXIX. L’aguato misono gli Ungheri a gente de’ Veneziani.
Il doge di Vinegia col suo consiglio, vedendo la soperchia baldanza degli Ungheri, per tenerli più a freno si sforzarono di conducere un gran barone della Magna con seicento cavalieri tedeschi, per mandarli a Trevigi, e pagaronlo per quattro mesi innanzi; e datogli a compagnia un gentile uomo di Vinegia, all’uscita d’ottobre li mandarono a Trevigi, e per loro la paga per gli altri soldati a cavallo e a piè ch’erano a Trevigi. Costoro con poca provvedenza de’ loro nemici faceano la via per lo Vicentino. Gli Ungheri da Colligrano sentirono la via che costoro faceano; e di subito eletti mille Ungheri, li feciono cavalcare la notte contro a’ Tedeschi; e venne loro si contamente fatto, che innanzi ch’e’ Tedeschi avessono novella di loro, gli ebbono addosso nel cammino; ed essendo male armati, chi si mise a difendere fu morto, gli altri tutti ebbono a prigioni, e tolti loro i danari, e l’arme, e’ cavalli; e le robe, in camicia gli rimandarono a Vinegia. Per questo i Veneziani perderono molto vigore, e a’ nemici baldanza grande ne crebbe, e quasi come paesani sicuravano i villani, e faceano lavorare le terre per la nuova sementa.
CAP. XXX. Come il re Luigi trattò d’avere Messina in Cicilia.
Addietro avemo fatta memoria nel quarto libro, come messer Niccola di Cesaro rientrò in Messina e caccionne i suoi nemici, e con assentimento del re Luigi riprese Melazzo, e fecesene maggiore, ma non tanto ch’avesse ardire di scoprirsi a’ Messinesi, se non si sentisse più forte. E però s’accostò alla setta di que’ di Chiaramonte, e fece tornare da Firenze a Messina certi cavalieri ch’erano stati cacciati quando fu cacciato egli. E vedendo morto colui che dovea essere loro re, si mise in trattato col gran siniscalco del re Luigi di dargli Messina, e per questa cagione il re Luigi, e la reina Giovanna andarono in Calavria, e stettono parecchi mesi a Reggio, innanzi che l’accordo avesse il suo effetto. E facendo suo sforzo d’avere galee armate a questo servigio, con gran fatica ve n’erano sette, e alquanti legni armati in questo tempo. Lasceremo al presente questa materia tanto che venga a perfezione, e seguiremo quello che prima ci occorre a raccontare.
CAP. XXXI. Come si trattò pace fra il conte di Fiandra e i Brabanzoni.
I Brabanzoni vedendosi sottoposti al conte di Fiandra e a’ Fiamminghi, cosa molto strana al loro costume, non potendo più sostenere il giogo, e non volendosi rimettere in guerra, che n’erano mal capitati e mal destri, per savio avvisamento presono consiglio tutte le comuni di Brabante, fuori che la villa di Mellina ch’appartenea al conte, che la duchessa, ch’era cognata carnale del conte, tornasse in Brabante: e fattala venire, la ricevettono in Loano, affinchè tra lei e ’l conte si trovasse accordo. E per questa cagione, niuna vista o sentimento mostrarono di pigliare arme: e ’l conte, sentendo tornata la cognata in Brabante, non ne prese turbazione come avrebbe fatto del duca. E di presente che la duchessa fu in Brabante, si levarono baroni e amici di catuna parte, a trattare tra loro concordia per riposo de’ Fiamminghi e Brabanzoni. Per lo quale trattato, avvegnachè durasse lungamente, in fine, come trovare si potrà appresso nel suo tempo, vennero a final pace e concordia; ma questo principio fu del mese d’ottobre del detto anno.
CAP. XXXII. Come i Fiorentini si partirono da Pisa, e andarono a Siena con le mercatanzie.
Seguita, per non lasciare in silenzio lo sdegno preso pe’ Fiorentini contro a’ Pisani, i quali, come narrato è addietro, aveano loro rotta la pace, togliendo a’ Fiorentini la franchigia, della quale appresso seguitò grande materia di guerra, come leggendo per li tempi si potrà trovare. I Fiorentini avendo ritratta la loro mercatanzia e’ danari, in calen di novembre anno detto, tutti i cittadini e distrettuali di Firenze furono partiti di Pisa; e come questo fu fatto, e le strade sbandite per divieto fatto a tutte le mercatanzie, arnese e roba, i Genovesi, e’ Provenzali, e’ Catalani, e tutti altri mercatanti se ne partirono, e rimase la città di Pisa ne’ luoghi della mercatanzia solitaria; e allora si cominciarono a avvedere i Pisani che non aveano fatta buona impresa, e grande repetio ebbe nella città de’ loro maggiori nel reggimento, che dato avea a intendere, che per gravezze ch’e’ facessono a’ Fiorentini non se ne partirebbono, tant’era l’agiamento del porto, e la comodità del cammino e dell’altre cose, e’ non pensavano che lo sdegno dell’ingiuria ponderasse contro alla loro comodità. La cosa andò tutto per altro modo. I Fiorentini presono porto a Talamone, e pertinacemente si disposono a volere vedere se fare potessono la mercatanzia senza i Pisani. Per questo i Pisani ch’erano amici di Simone Boccanegra doge di Genova, si misono a fare lega con lui, e armare galee, per impedire che la mercatanzia non ponesse a Talamone. Onde seguitarono non piccole e disusate novità, come leggendo innanzi a loro tempo si potrà trovare.
CAP. XXXIII. Come il capitano di Forlì si provvide.
Essendo la compagnia valicata in Lombardia, il legato intendea a riprendere la guerra contro al capitano di Forlì il signore di Faenza, e apparecchiavasi d’assediare la città di Forlì. Il capitano ch’era coraggioso e avvisato, innanzi che l’assedio gli venisse addosso, ebbe trecento suoi cavalieri e cinquecento masnadieri, e di subito e improvviso a’ Malatesti cavalcò con questa gente a Rimini, e accolse una grande preda d’uomini, e d’arnesi, e di bestiame, e data la volta, senza contasto con tutta la preda si tornò in Forlì; e fatto questo, fece ardere e disfare tutti i casali e terre da non potersi bene difendere, e intese a votare la terra di tutta la gente disutile alla guerra, e a fornirsi copiosamente di vittuaglia, acciocchè più lungamente potesse fare sua difesa contro al legato, ch’era per farlo assediare, come appresso avvenne, ma più tardi ch’e’ non s’avvisava.
CAP. XXXIV. Come Faenza s’arrendè al legato, e’ patti.
Messer Giovanni di messer Ricciardo de’ Manfredi signore di Faenza, conoscendo la sua forza debole a resistere a santa Chiesa, si mise a trattare accordo col legato, mediante gli ambasciadori del re d’Ungheria, che a stanza di messer Giovanni se ne travagliavano, e in fine del mese di Novembre anno detto, a dì 10, vennero a questi patti: che al legato si dovesse rendere liberamente la signoria di Faenza, e delle castella e del contado, e messer Giovanni dovesse avere tutto suo patrimonio salvo, e la terra di Bagnacavallo. E per attenere i patti diede due suoi figliuoli stadichi, e mandolli co’ detti ambasciadori alla guardia del signore di Padova. E appresso, del mese di dicembre vegnente, il legato attesi d’ogni parte i patti, fece prendere la tenuta della città di Faenza e di tutte le castella. E innanzi che la terra si desse al legato, il tiranno fece a’ cittadini gravi oppressioni, e tolse loro molti danari, e di quelli cui egli odiava per sospetto fece uccidere. E a questo modo prese fine la tirannia di messer Giovanni sopraddetto, la quale per lo suo principio fu cagione, come addietro avemo contato, di molti mali avvenuti in Italia.
CAP. XXXV. Che fece la gente della lega de’ Lombardi in questo tempo.
Tornando a’ fatti di Lombardia, essendo stato lungamente il vicario dell’imperadore colla gente della lega e della compagnia a oste in sul contado di Milano senza avere trovato contasto, si ridussono a una villa chiamata Margotto in sul Tesino, e ivi si rassegnarono tremilacinquecento cavalieri bene armati e bene a cavallo, senza l’altra cavalleria da saccomanno, e seimila masnadieri: costoro prendeano molta fidanza, non temendo ch’e’ soldati tedeschi e borgognoni venissono contro a loro. Il marchese di Monferrato trasse dell’oste cinquecento cavalieri per un trattato ch’egli avea tenuto della città di Novara, e a dì 9 di novembre anno detto entrò nella terra, e presela, e assediò il castello, ch’era grande e forte e bene fornito di gente alla difesa, e di molta vittuaglia da potere lungamente attendere il soccorso, e francamente manteneano la difesa.
CAP. XXXVI. Della materia medesima.
Avvenne, che presa Novara per lo marchese prosperamente, avendo egli e messer Azzo da Correggio un altro trattato in Vercelli, si sforzarono d’avacciare la cavalcata, e per tema di riparo che pensavano vi si metterebbe per esempio di Novara; e per questo messer Azzo trasse dell’oste anche settecento barbute di buona gente, e andando per entrare in Vercelli, a dì 11 di novembre detto, quelli che v’erano dentro per lo signore di Milano avendo udita la novità di Novara ripararono alla guardia di Vercelli, sicchè la cavalcata fu invano. Nondimeno pensando il marchese e messer Azzo che da Milano non potesse venire loro soccorso, vi si misono a oste, ove stettono più dì; e in questo mezzo fortuna cambiò la faccia a coloro che troppo si fidavano, come spesso avviene in fatti di guerra, che fa vinti i vincitori avere a schifo il suo nemico.
CAP. XXXVII. Come l’oste della lega fu rotta dalla gente di Milano.
I signori di Milano che riceveano cotanto oltraggio per la malizia de’ loro soldati, non si ruppono da loro, ma carezzaronli in vista e in opere, e massimamente certi conestabili più confidenti, e tanto seppono fare, che una parte ne recarono a loro volontà; e nondimeno per tutte loro città raccolsono arme de’ soldati de’ loro sudditi e degli altri Italiani intorno di quattromila cavalieri, e altrettanti n’ebbono de’ loro soldati; e questo fu fatto per modo, che poco avvisamento n’ebbono i loro nemici. E sentendo tratti dell’oste del vicario milledugento barbute per lo fatto di Novara e di Vercelli, subitamente feciono capitano messer Loderigo de’ Visconti valente cavaliere, ma di grande età. Costui uscì subito con bene seimila cavalieri e molto gran popolo di Milano, e andatosene verso i nemici, ch’erano col loro campo a Margotto in sul Tesino, puosesi a campo a dì 12 di novembre predetto, presso a’ nemici a tre miglia, e mandò a richiedere il vescovo di battaglia, la quale richiesta il vicario mostrò d’accettare allegramente, e ’l termine fu per la domenica mattina vegnente, a dì 13 del mese. Ma vedendosi il vescovo sfornito il campo di milledugento buoni cavalieri, si provvide la notte di fare valicare il Tesino a tutta la sua oste, a fine di riducersi con essa presso a Pavia, per avere il sussidio della città, che troppo gli parea avere grande disavvantaggio. In questo movimento prigioni si fuggirono ch’avvisarono messer Loderigo del fatto: il quale di subito la notte mandò messer Vallerano Interminelli, figliuolo che fu di Castruccio, con trecento cavalieri, e comandogli che si strignesse co’ nemici francamente, sicch’egli impedisse la partita loro, tanto ch’e’ giugnesse colla sua oste, della quale incontanente ordinò le battaglie, e seguitò appresso. Messer Vallerano fece coraggiosamente il suo servigio, e innanzi dì assalì il campo ora dall’una parte ora dall’altra, per li quali assalti molto impedì il valico del Tesino alla gente del vicario. Ma schiarito il giorno, per lo soperchio della gente del vicario fu preso colla maggiore parte de’ suoi cavalieri. Nondimeno il carreggio del campo, e la salmeria, e ’l popolo, e parte de’ cavalieri valicavano continovamente, e di qua alla riscossa erano rimasi col vicario dell’imperadore il conte di Lando capitano della compagnia, e messer Dondaccio di Parma, e messer Ramondino Lupo, e quasi tutti i migliori conestabili dell’oste con millecinquecento barbute e co’ sopraddetti prigioni. E avendosi messa innanzi tutta l’altra oste, innanzi che potessono conducersi al passo, messer Loderigo colla sua cavalleria, tutti schierati e ordinati alla battaglia, fu loro addosso la mattina al chiaro dì. I cavalieri del vicario, ch’erano uomini di gran virtù in fatti d’arme, vedendosi allo stretto partito, tutti s’annodarono insieme, e feciono testa, e ricevettono l’assalto de’ nemici francamente, non lasciandosi di serrare, facendo d’arme gran cose contro al soperchio ch’aveano addosso: e combattendo continovamente per spazio di tre ore sostennero l’assalto d’ogni parte, danneggiando molto i nemici loro. Infine la fatica e ’l soperchio della moltitudine de’ loro avversari li ruppe. Allora molti, che temettono più la paura che la vergogna, si misono alla fuga e camparono. In sul campo ne rimasono presi seicento e più, tra’ quali fu il vescovo già detto, vicario dell’imperadore, e ’l conte di Lando, e messer Ramondino Lupo, e messer Dondaccio. È vero che ’l conte venne a mano de’ Tedeschi, che ’l celarono e camparono, e due cavalieri tedeschi camparono messer Dondaccio, e fuggironsi con lui, e fidaronsi alle sue promesse, e per diversi cammini il condussono a Firenze, e poi in Lombardia. Tutta l’altra oste, che avea valicato Tesino, sani e salvi si ricolsono in Pavia con tutto il carreaggio e l’altro arnese. E questa fu la fine della nuova impresa del nuovo vicario dell’imperadore, ma non de’ fatti della lega.
CAP. XXXVIII. Il consiglio prese il capitano di Forlì.
Veduto che Francesco degli Ordelaffi ebbe, che Faenza, e tutta l’altra Romagna, e la Marca, e ’l Ducato era venuta all’ubbidienza di santa Chiesa, e che al legato ch’avea gran potenza di danari e d’uomini d’arme, non restava a fare altra guerra che contro a lui, ragunò a consiglio tutti i buoni uomini di Forlì, e domandò consiglio da loro di quello ch’avesse a fare. Costoro consigliati insieme, di concordia feciono dire al capitano in quel consiglio, che la fede e l’amore ch’e’ Forlivesi aveano sempre portato alla sua casa e a lui non era in loro mancata; e come altre volte de’ loro propri beni nelle fortune loro gli aveano atati e mantenuti, tanto ch’elli erano ritornati nella signoria; così intendeano di fare quando il bisogno incorresse, di che Iddio il guardasse. Nondimeno conoscendo al presente la gran forza della Chiesa contro a lui solo, e niuno soccorso, consigliavano che col legato si trattasse accordo il migliore che avere si potesse. E di questo avverrebbe, ch’eglino suoi amici non perderebbono i loro beni, e potrebbonlo sovvenire e atare. Quando egli ebbe udito il loro consiglio, disse: Ora voglio che voi udiate la mia intenzione. Io non intendo fare accordo colla Chiesa, se Forlì e l’altre terre ch’io tengo non mi rimangono, e quelle intendo mantenere e difendere fino alla morte. E prima Cesena, e le castella di fuori, e Forlimpopoli, e appresso perdute quelle, le mura di Forlì, e perdute le mura, difendere le vie e le piazze, all’ultimo questo mio palazzo, e in fine l’ultima torre di quello, innanzi che per suo assentimento alcuna n’abbandonasse; e però volea che tutti sapessono in palese la sua intenzione, pregandoli con minacciamento di gravi minacce che catuno li fosse fedele amico e leale: e di presente mandò la moglie e’ figliuoli con buona compagnia di gente d’arme a cavallo e a piè, e raccomandolle la guardia di Cesena; e fornì di vantaggio tutte le castella, e di Forlì trasse da capo femmine e fanciulli, e gente disutile in tempo d’assedio, e soldati mise nelle case e masserizie di certi cittadini meno confidenti; e così disposto, intendea a difendersi dal legato.
CAP. XXXIX. Messer Niccola prese Messina per lo re Luigi.
Tornando nostra materia a’ fatti di Messina, essendo il re Luigi a Reggio, messer Niccola di Cesaro avea procurato d’avere in sua guardia il castello di Sansalvadore in sulla marina, e aggiuntosi i cavalieri di sua setta, ch’avea fatti ritornare da Firenze, si provvide che non era sicuro a fare sua impresa col re Luigi, s’e’ non avesse il castello di Mattagrifone sopra Messina, che era fortissimo, e dava l’entrata e l’uscita della città per la montagna; questo procacciò per ingegno, che per forza non avea luogo. Il castellano non prendea guardia de’ suoi cittadini, e’ cavalieri tornati da Firenze erano amici, e per modo d’andarlo a vicitare con alquanti loro famigli, furono con festa ricevuti da lui; e tenendolo in novelle, com’era ordinato, messer Niccola sopravvenne con altri suoi compagni, e non gli fu contradetta l’entrata per mala provvisione del castellano; e trovandosi dentro forte, cortesemente ne trasse il castellano, ch’era male provveduto alla difesa. Fornito questo messer Niccola vi mise il castellano e le guardie a suo modo; e avendo fermo il trattato col re Luigi, il re del mese di novembre vi mandò messer Niccola Acciaiuoli da Firenze ch’avea menato questo trattato, con sette galee e un legno armato cariche di grano, e con lui cinquanta cavalieri e trecento masnadieri di Toscana; e giunti a Messina, furono ricevuti da messer Niccola di Cesaro e da’ suoi seguaci a grande onore; e ’l popolo ch’avea necessità grande di vittuaglia, sentendo le galee cariche di grano, fu molto contento, e incontanente per sicurtà del re fu consegnato al gran siniscalco la guardia di Sansalvadore, ch’è la forza del porto, e Mattagrifone, ch’è la guardia della città; e fatto questo, e lasciato in catuno masnadieri e balestrieri alla guardia, fu condotto il gran siniscalco e l’altra sua gente d’arme all’abitazione del re, ove trovò due figliuole del re Petro, le quali ritenute cortesemente mandò poi al re e alla reina ch’erano a Reggio, e da loro furono ricevute graziosamente, come appresso racconteremo, e la reina le ritenne con seco onorevolemente. Qui si desti la memoria della reale eccellenza del re Ruberto: qui s’agguagli la sua sollecitudine, la sua grande potenza, l’armata di cento, e di centosessanta, e di dugento galee per volta, e di molte armate colla forza grande de’ suoi baroni, e della sua cavalleria e delle sue osti, per acquistare alcuna terra nell’isola di Cicilia non che Messina, ch’è la corona dell’isola, e non potutolo fare, acciocchè per esempio si raffreni l’impotente ambizione degli uomini, e non si stimi alcuna cosa per forza avere fermezza, nè potere fuggire a tempo le calamità innate nelle mortali e cadevoli cose del mondo.
CAP. XL. Come si ribellò Genova a que’ di Milano.
Seguitasi, che in questi dì i Genovesi, i quali di natura sono altieri, vedendosi sì vilmente sottoposti a’ tiranni di Milano, e che vendicati s’erano de’ Veneziani e de’ Catalani, per la cui fortuna s’erano sottoposti al tirannesco giogo, avendo sentito che ’l marchese di Monferrato avea rubellato a’ tiranni Asti in Piemonte, e che i signori di Pavia s’erano accostati con lui, e ’l vicario dell’imperadore era colla gente della lega e colla compagnia a oste in sul Milanese, innanzi che sapessono della sconfitta del vicario, parendo loro avere tempo da rubellarsi senza pericolo, a dì 15 di novembre anno detto, il popolo si levò a romore, e prese l’arme, e corse la terra, gridando: Viva libertà, e muoiano i tiranni; e corsi al palagio, dov’era il vicario de’ signori, senza contasto furono messi dentro, e trassonne il vicario e tutta sua famiglia, e tutte le masnade de’ soldati a cavallo e a piè con lui misono fuori della città e del loro distretto, senza fare loro villania o altro male. E incontanente mandarono a Pisa per messer Simone Boccanegra, ch’era prima stato doge di Genova, il quale essendo molto amico de’ Pisani, e avendo secondo l’opinione di molti trattata questa rivoltura, coll’aiuto de’ cavalieri di Pisa e per loro consiglio si mise per terra, e andò a Genova, e prese la signoria dal popolo. E per questo modo fu libera la città di Genova dalla signoria de’ Visconti di Milano, della qual cosa i signori di Milano rimasono indegnati contro al comune di Pisa, aggiugnendo allo sdegno, ch’aveano dato aiuto al vicario dell’imperadore quando andò contro a loro, e la morte di messer Paffetta loro confidente amico; ma tutto comporta nel tempo l’animo della parte.
CAP. XLI. Come fu disfatta la chiesa di santo Romolo.
Era la chiesa di santo Romolo in sulla piazza de’ priori, e impedia molto la piazza; entrò un uficio al priorato ch’aveano poco a fare, e però, come fu loro messo innanzi di rallargare e dirizzare la piazza, preso di concordia tra loro il partito, subitamente la sera e la notte feciono mettere in puntelli la chiesa e le case sue, e a dì 20 di novembre tutto feciono rovinare, e ivi presso volgendo le loggie verso la piazza, ordinarono che si redificasse maggiore e più bella, e ordinaronvi i danari, e fu fatto. Costoro, a dì 3 di dicembre del detto anno, volendo fare una gran loggia per lo comune in sulla via di Vacchereccia, non bene provveduti al beneficio del popolo, subitamente feciono puntellare e tagliare da piè il nobile palagio e la torre della guardia della moneta, dov’era la zecca del comune, ch’era dirimpetto all’entrata del palagio de’ priori in sulla via di Vacchereccia, e quella abbattuta, e fatta la stima delle case vicine fino al chiasso de’ Baroncelli e de’ Raugi (biasimati dell’impresa, e che loggia si convenia a tiranno e non a popolo) vi rimase la piazza de’ casolari, e la moneta assai debole e vergognosa a cotanto comune. Questo medesimo uficio comperò da’ Tornaquinci la grande e bella torre ch’aveano sul canto di mercato vecchio e in sul corso del palio, la quale strignea e impediva la via del corso; questa feciono abbattere e cadere in sul mercato all’uscita del loro uficio; e fu molto a grado a’ cittadini, e utile alla via e al mercato.
CAP. XLII. Quello fece messer Filippo di Taranto e di Vercelli.
Era in questi dì a corte di Roma a Avignone messer Filippo di Taranto fratello carnale del re Luigi, il quale aspettava che ’l papa dispensasse con lui e con la moglie che s’avea tolta, sirocchia della reina Giovanna, quella che fu moglie del duca di Durazzo e appresso di Ruberto del Balzo, ed era sua nipote, figliuola del fratello carnale; e ’l papa, per l’irreverenza ch’ebbono al sagramento matrimoniale di copularsi prima ch’avessono la dispensagione, tardava di farla, e mostrava di non volerla fare: e in questo aspetto messer Filippo sommosse certi baroni e cavalieri provenzali, e raunò quattrocento barbute, e tenne segreta la sua cavalcata, avendo boce ch’andava in aiuto a’ signori di Milano o al marchese; ma egli ch’avea suo trattato cavalcò a Carasco in Piemonte, e ripresesi la terra, e lasciolla in ordine di guardia, e se ne tornò a Avignone del detto mese di novembre. In questo medesimo mese, non ostante la sconfitta del vicario dell’imperadore, il marchese di Monferrato, e messer Azzo da Correggio, e ’l conte di Lando, ch’era lasciato, accolsono tutto il rimanente della loro gente, e que’ di Milano, avendo la vittoria, ne cassarono, e assediarono di fuori il castello di Novara, e anche dalla parte della città, e assediarono Vercelli, e tutto il verno mantennero gli assedi, tanto che vinsono la punga del castello di Novara, come seguendo nostro trattato al suo tempo diviseremo.
CAP. XLIII. Come si fuggì di Milano la donna che fu di messer Luchino col figliuolo.
Di messer Luchino Visconti tiranno di Milano era rimaso uno figliuolo nudrito per la madre, ch’era di quelli dal Fiesco di Genova. I tiranni di Milano, per tema della signoria, l’aveano assottigliato delle possessioni e del tesoro che ’l padre gli avea lasciato, e il giovane crescea in aspetto d’essere valoroso e in amore de’ cittadini, e questo gravava l’animo a’ signori per gelosia dal loro stato. La madre, ch’era savia e accorta, temea forte che messer Bernabò e messer Galeazzo nol facessono morire, i quali teneano lui e lei in guardia, ch’uscire non poteano di Milano. La donna ordinò molto saviamente con danari e con grandi promesse, con certi conestabili di cavalieri ch’aveano a fare la guardia, che ’l dì ch’ella disse loro la donna fu provveduta, e montata in su buoni cavalli, e con parte di loro tesoro furono tratti di Milano, e avviati con cavalieri in verso Pavia. La cosa fu tosto manifestata a’ signori; i quali li feciono perseguitare insino presso a Pavia, e arebbonli ritenuti, se non che gente uscì di Pavia, e ricevettonli, e tutti condussonli sani e salvi nella città di Pavia.
CAP. XLIV. Come il Re Luigi e la reina andarono a Messina.
Dappoichè per la gente del re Luigi fu presa la tenuta delle fortezze della città di Messina e del porto, i cittadini ordinarono di comune consiglio di mandare per lo re e per la reina a Reggio, acciocchè venissono in Messina a ricevere il saramento e la reverenza come loro signori; ed elessono undici cittadini i maggiori per ambasciadori, i quali tutti si vestirono di scarlatto foderato di vaio, e con le due figliuole di don Petro valicarono a Reggio, del mese di dicembre anno detto; e giunti là, e fatta la reverenza al re e alla reina, furono da loro ricevuti con grande allegrezza e festa; e sposta la loro ambasciata, e pregato il re e la reina che dovessono andare a Messina, incontanente mandarono a far tornare le loro galee: e ricevute le damigelle a grande onore, la reina l’ordinò di sua compagnia, trattandole caritatevolmente in tutte le cose; e venute le galee, il re e la reina e le damigelle vi montarono suso con tutti gli ambasciadori, e valicarono a Messina, a dì 24 di dicembre la vigilia di Natale, ove furono ricevuti con grande solennità di festa, fatta per tutti i cittadini, e collocati nelle case reali: e fatta la solenne festa del Natale, ricevettono il saramento e l’omaggio da tutti i cittadini, e a richiesta de’ cittadini promise il re di risedere colla corte di là, cosa che poi non attenne.
CAP. XLV. Come fu murato il borgo di Fegghine.
Ricordandosi i cittadini di Firenze, come in tutte le gravi guerre ch’al loro comune erano sopravvenute, il borgo di Fegghine ricevea le percosse, e veggendo quanto il porto di quel luogo era utile al fornimento della città, per la grande abbondanza della vittuaglia che a quello mercato continovamente venia, diliberarono che ’l borgo si murasse di grosse mura e di buone torri, e facessevisi una grossa terra alle spese del comune con l’aiuto delle circustanti vicinanze; e dato l’ordine del mese di dicembre del detto anno, e chiamati gli uficiali del mese di gennaio, cominciarono a fare i fossi e le porte principali, e appresso a fondare le mura e le torri. Penossi a compiere questa terra lungamente, ma fornita fu d’essere circundata di mura da difesa l’anno 1363, e compiuta e perfetta del mese di.....: Furono le mura in fondamento grosse braccia .... e sopra terra grosse braccia ... e alte con merli braccia ... con un corridoio dentro in beccatelli largo braccia ... e con torri alte braccia .... senza le porte, catuna alta sopra le mura braccia ... E con due porte maestre, l’una verso Firenze chiamata porta fiorentina, e l’altra verso castello Sangiovanni chiamata porta aretina, catuna Con gran torri, alte sopra le mura braccia ... la faccia delle mura di verso Firenze è per lunghezza braccia ... e diverso l’Arno è braccia ... e quella verso castello Sangiovanni è braccia ... e quella di verso il poggio è braccia ... E così in tutto girano le mura di quella terra braccia ... E innanzi che la terra fosse murata, fu ripiena di molte case nuove edificate da’ cittadini di Firenze, e da’ paesani d’intorno. Costò al comune di Firenze fiorini .... e a’ terrazzani e circustanti fiorini.... E in questo medesimo tempo ne fece porre il comune una di nuovo al Pontassieve di costa ove si dice Filicaia, la quale è più per ridotto d’una guerra, che per abitazione o per mercato che vi si potesse allignare.
CAP. XLVI. D’un parlamento fece l’imperadore in Alamagna.
L’imperadore Carlo convocati i prelati e’ baroni d’Alamagna alla festa della natività di Cristo a Mezza nello Reno, vi si trovò con bene ventimila cavalieri, e in abito della maestà imperiale fu servito a mensa dal duca di Brandimborgo, e dagli altri baroni ordinati per consuetudine a quel servigio. E a quella festa vennero ambasciadori del re d’Inghilterra, e due figliuoli del re di Francia per trattare pace intra ’l re di Francia e ’l re d’Inghilterra, ma gli Alamanni poco vi seppono trovare modo, ma trattovvisi la concordia, che poi ebbe compimento, tra ’l conte di Fiandra e ’l duca di Brabante per l’opera di Mellina. In quella festa fu molto ubbidito e reverito l’imperadore da’ prencipi d’Alamagna, e con tutti si mostrò in buona pace. In questi medesimi dì, a dì 23 di dicembre, papa Innocenzio sesto fece più cardinali di suo movimento, fra’ quali fu il vescovo di Firenze, ch’avea nome messer Andrea da Todi valente uomo, il cancelliere di Parigi uomo di grande autorità, e il generale de’ frati minori e quello de’ predicatori, che niuno l’avea procurato.
CAP. XLVII. Come il marchese di Monferrato ebbe il castello di Novara.
Il Marchese Francesco di Monferrato, come narrato abbiamo addietro, avea assediato il castello di Novara, ma per via d’assedio o per forza non si potea avere, ch’era inespugnabile e fornito per molti anni: ma il valente marchese avea presi e facea guardare i passi del Tesino per modo, che ’l soccorso più volte mandato pe’ signori di Milano più volte ributtò addietro, e la rocca fece cavare; e avendo gli assediati recati a partito, che le mura erano in puntelli nella maggiore parte, e non attendeano altro che d’arrendersi o di mettervi entro il fuoco; la gente de’ signori di Milano passò Tesino, per andare a soccorrere quelli del castello. Il marchese colla sua gente francamente si fece loro incontro, e nella prima affrontata gli mise in rotta, e fece loro danno ma non grande. E tornato colla vittoria, fece vedere a quelli del castello le cave e le mura tagliate, e il loro soccorso sconfitto: e però, a dì 21 di gennaio s’arrenderono al marchese, salve le persone, e diedongli il castello fornito d’armadura, e di saettamento, e d’ogni bene da vivere maravigliosamente. Ed è da notare, non senza ammirazione, come la famosa potenza de’ signori di Milano, essendo vittoriosi, come avemo contato, in termine di due mesi e mezzo non poterono soccorrere il castello di Novara; e tutto avvenne per la franca e buona sollicitudine del buono marchese. Di questo mese, a dì 22, in sull’ora della terza trapassò di verso settentrione in meriggio un grande bordone di fuoco, e valicato per l’aria alla vista de’ nostri occhi, essendo il tempo chiaro e cheto, s’udì a modo d’un tuono tremolante avvisato dal movimento del grosso vapore. Videsi la state singulare e grandissimo caldo, e lungamente secco e sereno, e molte terzane nell’arie grosse e presso alle fiumare, con seguito di morti oltre al consueto modo; altro non ne sapemmo notare se da lui procedette.
CAP. XLVIII. Come messer Bernabò volle uccidere messer Pandolfo Malatesti.
Messer Pandolfo figliuolo di messer Malatesta da Rimini giovane cavaliere, franco e ardito e di grande aspetto, era andato per esperimentare in arme sua virtù a Milano, fatto capitano di tutta la cavalleria di messer Galeazzo Visconti: ed era venuto tanto nel piacere del suo signore, che tutto il consiglio e la confidanza di messer Galeazzo riposava in messer Pandolfo. Avvenne di questo mese di gennaio, essendo messer Galeazzo malato di podagre e d’altro, comandò a messer Pandolfo che cavalcasse per Milano colla sua cavalleria, e messer Pandolfo fece come comandato gli fu dal suo signore. Questa cosa parve che generasse sdegno a messer Bernabò, ma non lo volle dimostrare contro al fratello; ma ivi a pochi dì mandò per messer Pandolfo, il quale di presente andò a lui e per reverenza gli s’inginocchiò davanti. Messer Bernabò, avendo in mano una spada dentro alla guaina, il percosse con essa senza dirgli la cagione: il giovane sostenne alquanto, ma menandogli sopra la testa, parò il braccio, e in quella percossa il fodero della spada uscì del ferro; e rimase il ferro ignudo nelle mani del tiranno, incrudelì forte, e menogli un colpo di punta, che l’avrebbe passato dall’uno lato all’altro (e fu bene l’intenzione del tiranno d’ucciderlo) ma per schifare il colpo, il giovane cavaliere si lasciò cadere in terra, e ’l colpo andò in vano. Intanto la moglie di messer Bernabò, ch’era presente, con gli altri circostanti cominciarono a riprenderlo, dicendo, che non era suo onore in casa sua colle sue mani volere uccidere un gentile uomo. E per questo si ritenne, e fecelo prendere e legare, e comandò che fosse decapitato. Messer Galeazzo sentendo il furore del fratello, mandò a lui prima la moglie, e appresso due suoi cavalieri, pregandolo che gli rimandasse il suo capitano. Allora disse messer Bernabò: Dite al mio frate, che questi ha offeso lui come me, e io gliel rimando, acciocchè ne faccia giustizia, e non perdoni a costui la nostra onta. Come messer Galeazzo il riebbe, senza alcuno arresto in quell’ora il fece accompagnare per le sue terre, e rimandollo in suo paese. La cagione che messer Bernabò disse palese della sua ingiuria fu, che ’l giovane dovea usare con una donna colla quale usava egli, e che conobbe a messer Pandolfo in dito un suo anello. La cagione segreta, a che più si diede fede, fu, perchè gli parea che costui facesse troppo montare il suo fratello nella consorte signoria. Pochi dì appresso si mostrò di ciò un altro segno; che essendo venuti a parole due scudieri, l’uno di messer Bernabò, e l’altro di messer Galeazzo, e dalle parole a mischia, ove fu fedito il famiglio di messer Bernabò, e quello di messer Galeazzo rifuggito in casa il suo signore, di presente messer Bernabò vi cavalcò in persona; e vedendo il fratello alle finestre, gli disse, che gli mandasse giù quello scudiere che avea fedito il suo. Messer Galeazzo glie le mandò; e lo scudiere gli si gettò a’ piedi domandandogli misericordia. La misericordia che gli fece fu, che negli occhi del fratello il fece tutto stampanare, e lasciolli il corpo senza anima così forato all’uscio, e tornossi a casa. Avvenne ancora in questi dì, che un giovane di buona famiglia di Bergamo, essendo richiesto da uno messo per la signoria, il prese per la barba, e confessato in giudicio il fallo suo, fu condannato in venticinque libbre. Sentendolo messer Bernabò, scrisse al potestà che gli facesse tagliare la mano. E avendolo il potestà preso per seguire il comandamento, i buoni cittadini della città comparenti del giovane, parendo loro troppa dura cosa questo giudicio, operarono tanto con il potestà, che sostenne l’esecuzione tanto ch’eglino andassono per avere grazia dal signore. Come il tiranno sentì per questi ambasciadori ch’al giovane non era tagliata la mano, comandò che al giovane le due, e al potestà l’una fossono tagliate, e a fare questo vi mandò gli esecutori. La potestà sentendo il crudele comandamento, col giovane ch’avea preso si fuggirono in uno castello ribello al tiranno. E non molto di lungi da questi dì uno lavoratore uccise con una mazza una lepre, che gli occorse per caso tra le mani, e portolla all’oste suo, ch’era grande cittadino di Milano, e dimestico di messer Bernabò. Vedendola costui sformatamente grande e grassa la presentò a messer Bernabò; il quale veduta la lepre, si maravigliò, e domandò ov’ell’era nudrita: fugli detto, ch’ell’era stata presa per lo cotale lavoratore. Mandò per lui, e domandollo come l’avea presa. Il lavoratore lietamente gli raccontò il caso intervenuto. Il tiranno, perchè avea comandato che il salvaggiume non si pigliasse con alcuno ingegno, fuori che co’ cani o uccelli, non avendo compassione alla semplicità del villano, nè al caso occorso, incrudelì contro al semplice; e mandato per li suoi cani alani, nella sua presenza il fece morire e dilacerare a quelli. Le crudeltà sono poco degne di memoria, ma alquanto ci scusa averne raccontate delle molte alcune, per esempio del pericolo che si corre sotto il giogo della sfrenata tirannia.
CAP. XLIX. Come i Genovesi racquistarono Savona.
Messer Simone Boccanegra doge di Genova, avendo ripresa la signoria per lo popolo, mandò per avere tutte le terre e castella della riviera di levante e di ponente e fra terra, e in breve tutti feciono i suoi comandamenti, fuori che Savona, Ventimiglia, e Monaco; i quali essendo in forza de’ Grimaldi, e d’altri gentili uomini di Genova, non vollono ubbidire il doge. E però il doge commosse il popolo, e per mare e per terra fece assediare Savona, e strignerla per modo, che tosto venne in soffratta; e quelli che la teneano avendola di poco rubellata al Biscione, non erano provveduti a potere avere soccorso, e però trattarono certi patti, e del mese di febbraio del detto anno feciono i comandamenti del doge, e ricevettono la sua signoria e del popolo di Genova.
CAP. L. Guerra dal re di Castella a quello d’Araona.
Pella guerra incominciata, come addietro è narrato, tra ’l re di Castella e quello d’Araona, il re di Castella essendo apparecchiato con sua gente, improvviso al suo avversaro cavalcò sopra le terre di quello d’Araona, e danneggiò assai il paese, e per forza vinse e prese la città di Saragozza, e arse la terra, e ritennesi la rocca, e misevi gente alla guardia. Di questo nacque l’abboccamento che appresso ne seguitò de’ due re con tutto loro sforzo, come seguendo al tempo racconteremo. E questo avvenne del mese di febbraio del detto anno.
CAP. LI. Come messer Filippo di Navarra cavalcò presso a Parigi.
Messer Filippo fratello carnale del re di Navarra, ch’era preso dal re di Francia, si mise in compagnia del conte di Lancastro, e con molti cavalieri e arcieri cavalcarono verso Parigi, scorrendo e predando il paese, senza trovare in campo alcuno contasto, e accostaronsi presso a Parigi a quindici leghe, e di là elesse messer Filippo mille cavalieri Franceschi, navarresi e normandi, e con essi cavalcò all’uscita di gennaio del detto anno infino presso a Parigi a tre leghe, ardendo ville casali e manieri in grande quantità, e uccidendo e predando bene alla disperata; e sì avea in quell’ora in Parigi cinquemila cavalieri armati, e non ebbono ardire d’uscire della città, tanto erano inviliti. E avendo per questo modo danneggiato il paese, e fatto onta e vergogna al vilissimo Delfino, raccolta sua preda, con tutta sua gente sano e salvo si tornò al conte, e di là tutti insieme carichi degli arnesi e de’ beni de’ Franceschi, e di loro prigioni si tornarono, senza vedere viso di nemico, in loro paese. In questi dì il Delfino s’era rimesso nel consiglio e nelle mani di certi borgesi, i quali erano stati eletti per comune consiglio del popolo di Parigi, e avea giurato nelle loro mani di fare pace e guerra come per loro si diliberasse. E molti stimarono che questa fosse la cagione perchè non uscì contro a messer Filippo di Navarra, potendolo fare con molta maggiore forza per numero di cavalieri che non avea egli.
CAP. LII. Come si cominciò le mulina del comune di Firenze.
Del mese di marzo, anno 1356 all’entrante, diliberò il comune di Firenze di far fare la gran pescaia in Arno sopra la città, dalla torre del Renaio alla porta di san Niccolò, e ’l canale che prende di sopra a san Niccolò infino al Ponte rubaconte da san Gregorio, nel quale ordinarono e poi fornirono due case a traverso al canale, l’una di sopra e l’altra di sotto, catuna con sei palmenta per lo comune molto bene edificate, e ancora per ordine vi se ne dovea fare quattro penzole. Provvide questo il comune per fatti delle guerre di fuori, che faceano alcuna volta venire di farina la città in gran soffratta, e queste vengono nella guardia dentro alle mura della città, e spesso hanno d’acqua grande abbondanza.
CAP. LIII. Come il reame di Francia ebbe gran divisione.
Detto abbiamo poco addietro come i borgesi di Parigi doveano guidare il Delfino e ’l reame, ma il mestiere di tanto fascio non era loro; e per la presura del re Giovanni, e per la codardia del Delfino suo figliuolo, l’ordine del consueto corso del reame era rotto, e’ baroni e’ popoli si governavano a loro senno, e’ borgesi di Parigi non poteano nè sapeano riparare. Gl’Inghilesi tennono con loro trattati d’accordo, e a mano a mano gli cavalcavano, facendo loro gran danni; e però, credendosi potere meglio riparare, ordinarono di comune concordia del reame che la balía e ’l consiglio del reggimento in quelle fortune fosse di tre prelati, e di tre baroni, e di tre borgesi, con piena balía di potere fare pace e guerra, e leggi e comandamenti come a loro paresse; e convenne che ’l Delfino acconsentisse a questo reggimento, e promettesse reggersi per loro consiglio. Dall’altra parte tutti quelli di Linguadoca feciono loro conducitore il conte d’Ormignac, dandoli due altri cavalieri per suo consiglio per certo termine, e ’l Delfino convenne che glie le confermasse; della qual cosa nacque lo sdegno del conte di Fucì, che fu poi cagione di gran guerra tra loro, come innanzi si potrà trovare. Nel principio di questo nuovo reggimento al tutto si mostrarono strani di non volere udire trattato di pace, e cominciarono a dare ordine d’accogliere danari per fornirsi di cavalieri soldati, e parve in questi principii dovessono fare gran cose; ma in poco di tempo, come catuno ebbe fornite sue spezialità per virtù dell’uficio, lasciarono in abbandono il consiglio del comune reggimento, e senza ordine trascorsono alla figura della ruina dello sviato regno. I Piccardi prima avvedendosi di questo, presono da loro di reggersi per sè, e non conferire nè ubbidire alle colte, nè agli ordini de’ detti uficiali, e così feciono molte altre provincie e ville del reame; e di questo nacquono poi cose di gravi danni di tutto il reame, come seguendo nostra materia si potrà trovare.
CAP. LIV. Morte del conte Simone di Chiaramonte in Cicilia.
Essendo il re Luigi in Messina, vi venne il conte Simone di Chiaramonte; e parendogli avere fatto al detto re gran cose, perocchè era principale cagione d’avergli fatto avere Messina, e l’altre terre e castella dell’isola, parendogli dovere avere dal re ogni grazia, gli addomandò di volere per moglie dama Bianca una delle figliuole di don Petro che fu re di Cicilia, e oltre a ciò si mostrava in atto e nel suo parlare più superbo che altiero. Al re e al suo consiglio non parve convenevole la sua domanda, che tant’era come dargli il regno, e però entrò in trattato con lui di volergli dare la figliuola del duca di Durazzo. E in questo stante al conte venne male, che in sette dì si trovò morto. Sospetto fu, che ’l consiglio del re avesse aoperato nella sua morte, per tema ch’e’ non movesse novità grandi nell’isola, come potea, non avendo dal re la sua intenzione. Se natural fu, assai fu a grado al re e al suo consiglio. E questo avvenne di marzo, anno detto 1356.
CAP. LV. Come si liberò il Borgo a Sansepolcro da tirannia.
Francesco di Nieri da Faggiuola essendo come tiranno signore del Borgo a Sansepolcro, e per tenere quello avea perdute certe delle sue proprie castella, e vedendosi debole in quello reggimento, trattò co’ terrazzani d’avere da loro seimila fiorini d’oro, e lasciarli in libertà; e avendone già avuti tremila, e data la fortezza a guardia de’ terrazzani, certi Boccognani, ch’erano in bando di Perugia e riparavansi con lui, il ripresono di viltà, e dissono che nol dovea fare, ma se avarazia di danari il movea, elli gli farebbono dare quindicimila fiorini in tre dì al comune di Perugia dando loro la terra. Costui stretto dalla cupidigia della moneta diè il suo consentimento a que’ Perugini. Ed egli avea ancora il titolo della signoria, e le masnade de’ forestieri a piè da poter mettere i Perugini nella terra, s’e’ borghigiani non se ne fossono accorti, ma sentirono il fatto; e senza attendere il dì, la notte furono tutti sotto l’arme, e per forza trassono Francesco e tutti i soldati del Borgo, e accompagnandoli, gli ebbono condotti in sul terreno di Città di Castello. Ivi il lasciarono co’ suoi soldati, i quali il ritennono tanto, ch’e’ tremila fiorini ch’avea avuto da’ borghigiani vennono nelle loro mani; e avuti i danari, e de’ suoi arnesi, il lasciarono andare povero e mendico, com’egli avea meritato. I borghigiani usciti delle mani del tiranno ghibellino si riformarono a popolo e a parte guelfa, tenendo di fuori tutti i Boccognani ghibellini ch’aveano tradita la loro terra, come addietro contammo, e’ loro seguaci.
CAP. LVI. Come l’abate di Clugnì succedette al cardinale di Spagna.
Avea, come si può vedere addietro, il cardinale di Spagna legato del papa con prospera fortuna racquistato a santa Chiesa tolte le terre, ch’erano state occupate lungamente a santa Chiesa nel Patrimonio, nella Marca, nel Ducato e in Romagna, salvo quelle che tenea il signore di Forlì, e contro a quelle s’era apparecchiato di vincerle. In questo il papa, o che fosse movimento suo o de’ cardinali, o fatto a richiesta o a motiva del legato, la Chiesa mandò successore a fornire le guerre, che restavano, e a mantenere le ragioni di santa Chiesa in Italia, per successore del valoroso cardinale di Spagna l’abate di Clugnì con piena legazione; il quale giunse a Faenza all’entrante d’aprile anni 1357. E come l’abate fu giunto, la gente della Chiesa in una cavalcata fatta sopra Forlì, alla quale il capitano uscì incontro per riscuotere la preda, e’ cadde in un aguato ove perdè da cento uomini di suo i più a cavallo. E come il nuovo legato fu posato, il legato fece venire a Fano tutti i maggiori caporali del Patrimonio, e del Ducato, e della Marca e di Romagna, e ambasciadori delle comunanze, e in quel parlamento il cardinale fece suo sermone, commendando coloro ch’avea trovati fedeli e leali a santa Chiesa, e ammonì e pregò tutti generalmente che dovessono stare in ubbidienza e in fede di santa Chiesa, e a servire il nuovo legato lealmente come aveano fatto lui, commendando largamente in tutte le virtù il suo successore, e dicendo come sua intenzione era di voler tornare a corte di Roma di presente; e questo fu a dì 27 d’aprile del detto anno. I savi uomini ch’erano in quel parlamento, che conoscevano il pericolo che correa il paese ancora in guerra partendosi il legato cardinale, ch’avea l’amore di tutti e le cose aperte nelle mani, il pregarono di comune consiglio che non si dovesse partire del paese insino al settembre prossimo: l’abate medesimo con ogn’istanza per sua parte e per beneficio di santa Chiesa il ne richiese: ond’egli conoscendo la necessità, affinchè l’acquisto fatto per lui prendesse più fermezza, acconsentì di stare alle loro preghiere questo tempo. E quello che principalmente più l’indusse, fu l’impresa ch’avea ordinata contro all’aspra rubellione del capitano di Forlì, che per vantaggio che ’l cardinale gli avesse voluto fare, non volea a santa Chiesa restituire in pace le città di Forlì e di Cesena.