LIBRO SETTIMO (continued 2)
Reading edition
CAP. LVII. Come il re di Francia fu menato in Inghilterra.
Tornando nostra materia a’ fatti del re di Francia, ch’era in prigione a Bordello in Guascogna, i Guasconi, a cui e’ s’era accomandato, non volendo acconsentire al re d’Inghilterra di mandarglielo nell’isola com’e’ volea, si pensò il re di fare per ingegno quello che per sua autorità, senza indegnazione de’ Guasconi co’ quali avea vinta la sua guerra, nol potea fare. E però fece venire i legati al figliuolo in Guascogna, e mandovvi i maggiori de’ suoi baroni a trattare la pace colla persona del re e co’ legati. E recata la cosa per lungo dibattimento a concordia, per dare più fede al fatto, fu ordinata e bandita nell’uno reame e nell’altro triegua per due anni; e’ patti della pace recati in iscritture private, con patto, che per fare onore al re d’Inghilterra, e per maggior bene della pace, il re dovesse andare nell’isola, e con lui i legati di santa Chiesa e tutti i baroni ch’erano presi, acciocchè la pace nella presenza de’ due re e de’ legati avesse la sua intera e piena fermezza. E per questo ingegno, acconsentendo i Guasconi alla volontà del re e de’ legati, fu il re di Francia e gli altri baroni liberati al duca di Guales, i quali con gran compagnia di baroni e di cavalieri inghilesi gli condussono in Inghilterra, dove furono ricevuti con quella festa e onore ch’al suo tempo innanzi diviseremo: e questa partita da Bordello fu fatta d’aprile del detto anno.
CAP. LVIII. Come la gente della Chiesa entrò in Cesena.
Dappoichè il cardinale legato ebbe preso partito di rimanere a fornire la guerra di Romagna, come detto è, ordinò la sua gente d’arme a cavallo e a piè, e tutti i sudditi richiese d’aiuto; e fece pubblicare la sentenza contro al capitano di Forlì e contro a chi gli desse aiuto o favore, e a dì 24 d’aprile anno detto fece scorrere la sua gente intorno a Forlì, e presono Castelvecchio, e predarono il paese facendo assai danno, e il capitano a questa volta si stette dentro alle mura. Avea, come detto è, Francesco Ordelaffi, detto capitano, mandato alla guardia di Cesena la valente sua donna madonna Cia, figliuola di Vanni da Susinana degli Ubaldini, con dugento cavalieri e con assai masnadieri, e comandato a tutti che l’ubbidissono come la sua persona; e per suo consiglio l’avea dato Sgariglino di.... suo intimo amico. Questa mantenea la guardia della città con grande sollecitudine: ma i cittadini sentendo la molta gente d’arme ch’avea il legato, e che contro a loro s’apparecchiavano le percosse, e non si vedeano potenti alla difesa, quasi in subito movimento ordinarono di ricevere nella terra di sotto la gente del legato; il quale subitamente vi mandò millecinquecento cavalieri, e senza contasto furono messi pe’ terrazzani nelle prime cinte delle mura. La donna colla sua forza per l’improvviso caso non potè riparare a’ nemici, ma ridussesi in quella parte più alta della terra che si chiama la murata e nella rocca, all’uscita d’aprile predetto, con tutte le sue masnade da piè e da cavallo. E presi tre cittadini ch’erano stati al trattato, in sulla murata li fece decapitare e gittarli di sotto a’ nemici; e con animo ardito e franco più che virile prese la difesa del minore cerchio e della rocca con sollecita guardia di dì e di notte, mostrando di poco temere cosa ch’avvenuta le fosse.
CAP. LIX. Come il legato con sua forza andò a Cesena.
Come il legato ebbe la sua gente in Cesena, di presente mandò tutta l’altra sua cavalleria e fanti a piè a Cesena per assediare la donna e la sua gente nella murata e nella rocca, innanzi ch’ella potesse avere altro soccorso, e fece pigliare un monistero ch’era in un colle al pari della rocca, e fecevi stare gente a cavallo e a piè sì forte, che da quella parte la rocca non potesse essere soccorsa, e nella terra di sotto provvide d’afforzarsi per modo che maggior forza che la sua non gli potesse nuocere: e’ soldati del cardinale avendo contro a’ patti rubati i terrazzani, avea fatto cambiare loro gli animi, per la qual cosa la guardia della terra convenia essere grande e forte, e in questo per tenerli forniti ebbe il legato somma sollecitudine. La valente madonna Cia dalla sua parte facea francamente dì e notte buona guardia, tenendosi in grande ordine alla difesa.
CAP. LX. Abboccamento e triegua fatta dal re di Spagna al re d’Araona.
Del mese d’aprile anno detto, il re di Castella avendo oltraggiato in mare e in terra quello d’Araona, come abbiamo contato, temendo che il re d’Araona non venisse sopra le sue terre colla sua oste, s’avacciò, e accolse tra Spagnuoli, e infedeli Giannetti, e Mori, cinquemila cavalieri e grandissimo popolo, e vennesene in sulle terre d’Araona; e pose campo intorno a Samona, la quale poco innanzi avea tolta a’ Catalani, e ivi attese il re d’Araona affine di combattersi con lui. Il re d’Araona avea fatto suo sforzo, e venne contro a lui con tremilacinquecento cavalieri catalani, e con moltitudine di mugaveri a piè con loro dardi, e pose il suo campo assai presso a quello degli Spagnuoli; e catuno s’ordinava per venire alla battaglia. E perchè il re d’Araona non avesse tanta gente a cavallo quanta il re di Spagna, non avea minore speranza nella vittoria, perocchè avea buoni cavalieri, e tutti d’una lingua, e animosi contro gli Spagnuoli, e dove abboccati si fossono, non era senza effusione di sangue grande, ma, come a Dio piacque, baroni di catuna parte si misono in mezzo, e mostrarono a’ signori come di lieve cagione non si convenia a’ due re essere operatori di tanto male, e presono ordine di trattare la pace, e in quello stante feciono fare loro due anni di triegua; e del mese di maggio del detto anno catuno si tornò addietro con tutta sua gente nel suo reame.
CAP. LXI. Come Rezzuolo si diede a’ Fiorentini.
I terrazzani del castello di Rezzuolo, dappoichè furono liberati dall’assedio del conte Ruberto da Battifolle per comandamento del comune di Firenze, s’intesono insieme, e recaronsi in guardia e ubbidiano male Marco di messer Piero Sacconi, perchè si pensava non poterlo tenere. Nondimeno vi mandò, gente d’arme per guardare la rocca, dando boce che ’l volea dare al comune di Firenze, perchè sentiva della volontà de’ terrazzani; ma quelli del castello non li vollono ricevere, ma feciono loro sindaco con pieno mandato, a darsi liberamente e farsi contadini di Firenze, e Marco mandò ancora suo procuratore a Firenze colle ragioni ch’avea nel castello per darle al comune. I Fiorentini presono prima le ragioni di Marco, e appresso quelle degli uomini del castello, e questo fu fatto a dì 29 d’aprile anno detto. E recato Rezzuolo col suo contado a contado di Firenze, e aggiunto colla montagna fiorentina con cui confinava, e già per questo Marco non si fece amico de’ Fiorentini, nè i Fiorentini, di lui.
CAP. LXII. Come i Pisani vollono torre Uzzano a’ Fiorentini.
I Pisani veggendosi privati del porto, e della mercatanzia, e de’ mercatanti forestieri, della qual cosa seguitava alla loro città mancamento delle rendite del comune, e incomportabile danno agli artefici e a’ mercatanti, e scandalo e riprensione tra’ cittadini, coloro che reggeano lo stato con grande astuzia pensavano di trovare modo con loro vantaggio, ch’e’ Fiorentini si movessono contro a loro in guerra, stimando, se guerra si movesse, i cittadini di Pisa, che sono animosi contro a’ Fiorentini, dimenticherebbono ogni altra cosa di mercatanzia e di loro mestieri; e però cominciarono certo trattato in Uzzano di Valdinievole per torlo al comune di Firenze, non avendo il detto comune per tutta l’ingiuria della franchigia tolta a’ loro cittadini voluta rompere la pace. Il trattato si scoperse, e Uzzano e tutte l’altre terre si rifornirono pe’ Fiorentini di migliore guardia, e presesi per consiglio di dissimulare l’ingiuria. È oltre a questo usarono un altro scalterimento. Il doge di Genova era singulare loro amico, e sotto la sua baldanza mandarono ambasciadori a Genova, i quali fermarono compagnia e lega col doge per un anno, e co’ Genovesi, a tenere certe galee in mare per non lasciare andare mercatanzia a Talamone, ma farla scaricare in Porto pisano; e dierono a intendere a’ Genovesi, che quest’era di volontà de’ Fiorentini ch’aveano voglia di tornarsi a Pisa, ma non voleano mancare a’ Sanesi per loro fatto la promessa del porto di Talamone. E fornita la lega, con moltitudine di stromenti la feciono bandire, e nel bando dire, che i Fiorentini potessono colle persone e colle loro mercatanzie andare, stare, e navicare, e mettere e trarre del loro porto, e della città e distretto, sani e salvi, e franchi e liberi d’ogni dazio, e gabella e dirittura. E con questa loro provvisione credettono levare i Fiorentini dalla loro impresa di Talamone, ma trovaronsi ingannati, come appresso diviseremo.
CAP. LXIII. Come i Pisani armarono galee per impedire il porto.
I Fiorentini sentendo i maliziosi agnati de’ Pisani, infinsono, come detto è il fatto d’Uzzano, e mandarono ambasciadori a Genova per avvisare il consiglio e il popolo di quella città l’inganno col quale i Pisani gli aveano indotti a fare lega contro al comune di Firenze. Il doge per la singolare amistà ch’avea co’ Pisani non lasciò avere loro il consiglio, sicchè non poterono fare quello perchè andati v’erano, e tornaronsi addietro non senza mormorio de’ cittadini che ’l seppono contro al doge. I Fiorentini conoscendo quanto danno tornava a’ Pisani il perdimento del porto e della mercatanzia più l’un dì che l’altro, aggravarono l’ordine del divieto, e aggiungono, che chi consigliasse, o procurasse o trattasse, o in segreto o in palese, che a Pisa si tornasse, fosse condannato nell’avere e nella persona; e mandarono in Proenza a fare armare galee per conducere la mercatanzia, e’ mercatanti si procacciarono cammino di Fiandra a. Vinegia ed a Avignone per terra, non curandosi, di maggior costo, e ogni cosa comportavano lietamente, acciocchè ’l comune mantenesse l’impresa. I Pisani si sforzarono tanto ch’ebbono sei galee armate, e più volte cercarono di prendere e ardere Talamone; la cosa si rimase in questi termini lungamente, tanto, ch’e’ Fiorentini, procurarono di ributtarli in mare.
CAP. LXIV. L’aiuto mandò messer Bernabò al capitano di Forlì.
Il capitano di Forlì, sentendo le masnade del legato in Cesena, e posta la bastita alla rocca, e racchiusa la moglie e i figliuoli nella murata, mandò per soccorso a messer Bernabò signore di Milano in cui riposava tutta sua speranza, il quale incontanente intese ad apparecchiarli il soccorso. Ma perchè scoprire non si volea allora nemico di santa Chiesa, trattò col conte di Lando caporale della compagnia, e segretamente si convenne con lui per li suoi danari; e fece servigio a se del levargli a’ nemici, e mandogli in Romagna contro al legato, perchè atassono il capitano di Forlì suo amico. E innanzi che la compagnia si partisse, per dare speranza agli amici, e raffrenare le imprese del legato, mandò in sul Modenese duemila barbute della sua propria cavalleria, e ivi si stavano senza fare guerra, tenendo in sospetto i Lombardi e ’l legato. In questo tempo il legato si studiava di strignere e forte quelli della murata di Cesena, dando loro il dì e la notte gravi assalti, e rittivi più trabocchi, gli fracassava d’ogni parte; e oltre a ciò, tentava con trattati e con spendio d’avere la murata innanzi che la compagnia venisse. Di questo nacque, che madonna Già avendo alcuno sentore, che senza sua saputa l’antico amico del capitano, il quale era in sua compagnia, Sgariglino, trattava alcuno accordo col legato per salvezza di tutti gli assediati, di presente il fece prendere e tagliargli la testa, del mese di maggio anno detto. Ella sola rimase guidatore della guerra e capitana de’ soldati, e il dì e la notte coll’arme indosso difendea la murata dagli assalti della gente del legato sì virtuosamente, e con così ardito e fiero animo, che gli amici e’ nemici fortemente la ridottavano, non meno che se la persona del capitano fosse presente.
CAP. LXV. Come il conte d’Armignacca da Tolasana per gravezze fu cacciato.
Di questo mese di maggio, essendo venuto il conte d’Armignacca capitano di quelli dei reame di Francia di Linguadoca, ed essendo venuto alla città di Tolosa, e trattando di fare gravezze per accogliere danari per la comune bisogna della guerra, il popolo si levò a romore e furore contro al conte, dicendo, ch’egli era sturbatore della pace, e voleali mettere in disusate gravezze; e corsono al palagio ov’egli abitava, e non potendovi entrare per forza, l’assediarono, e cominciarono ad affocare le porte. E soprastando la difesa, i gentili uomini di Tolosana si misono in mezzo, e feciono promettere e giurare al conte, che non renderebbe mal merito al popolo di Tolosa di ciò ch’aveva fatto contro a lui, e che non farebbe alcuna gravezza alla villa. E fatti i patti, il conte s’assicurò nelle mani de’ gentili uomini: e quetato il popolo, sano e salvo il condussono in suo paese colla sua gente.
CAP. LXVI. Conta dell’onore fatto al re di Francia in Inghilterra.
Avendo il duca di Guales e gli altri baroni d’Inghilterra condotto il re di Francia, e ’l figliuolo, e gli altri baroni presi nella battaglia, nell’isola d’Inghilterra, feciono assapere al re Adoardo la loro venuta. Il re di presente fece assembrare in Londra di tutta l’isola baroni, e cavalieri d’arme, e gran borgesi per volere fare singulare festa in onore del re di Francia per la sua venuta; e fece ch’e’ cavalieri si vestissono d’assisa, e li scudieri e’ borgesi, e per piacere al loro re catuno si sforzò di comparire orrevole e bello; e ordinato fu che tutti andassono incontro al re di Francia, e facessongli reverenza, e onore, e compagnia, e ’l re Adoardo in persona vestito d’assisa, con alquanti de’ suoi più alti baroni, avendo ordinata sua caccia a una foresta in sul cammino fuori di Londra, si mise là co’ detti suoi baroni; e mandato innanzi incontro al re di Francia tutta la sopraddetta cavalleria, com’egli s’approssimò alla foresta, il re d’Inghilterra uscito dalla foresta per traverso s’aggiunse col re di Francia in sul cammino, e avvallato il cappuccio, inchinatolo con reverenza, gli disse salutandolo: Bel caro cugino, voi siate il ben venuto nell’isola d’Inghilterra. E ’l re avvallato il suo cappuccio gli rispose, che ben foss’egli trovato. E appresso il re d’Inghilterra l’invitò alla caccia, ed egli lo merciò dicendo che non era tempo: e ’l re disse a lui: Voi potete e a caccia e riviera ogni vostro diporto prendere nell’isola. Il re di Francia glie ne rendè grazie. E detto, addio bel cugino, si ritornò nella foresta alla sua caccia, e ’l re di Francia con tutta la compagnia degl’Inghilesi con gran festa fu condotto nella città di Londra, essendo montato in sul maggiore destriere dell’isola spagnuolo adorno realmente, e guidato da’ baroni al freno e alla sella, con dimostramento di grande onore fu guidato per tutte le buone vie della città, ordinate e parate a quello reale servigio, acciocchè tutti gl’Inghilesi piccoli e grandi, donne e fanciulli il potessono vedere. E con questa solennità fu condotto fuori della terra all’abitazione reale; e ivi apparecchiata la desinea con magnifico paramento d’oro, e d’arnesi, e di argento, e di nobili vivande, fu ricevuto e servito alla mensa realmente, e tutti gli altri baroni, e il figliuolo del re, ch’erano prigioni, furono onorati conseguentemente in questa giornata, che fu a dì 24 di maggio del detto anno. Per questa singolare allegrezza e festa si diede più piena fede che la pace fosse ferma e fatta; ma chi vuole riguardare la verità del fatto, conoscerà in questo processo accresciuta la miseria dell’uno re e esaltata la pompa dell’altro, e quello che si nascose nella simulata festa si manifestò appresso ne’ fatti che ne seguirono, come seguendo, ne’ tempi racconteremo.
CAP. LXVII. Trattato tenuto per li Fiorentini in accordare il capitano di Forlì con il legato.
In questi medesimi dì, vedendo i Fiorentini la durezza del capitano di Forlì, e temendo che l’avvenimento della compagnia e d’altra nuova gente d’arme in Romagna non rimbalzasse in loro dannaggio, mandarono ambasciadori allegato, i quali voleano essere mezzani a trovare accordo e pace intra lui e ’l capitano di Forlì; e intesisi col legato, il trovarono grazioso per amore de’ Fiorentini alla concordia, e con buona speranza andarono al capitano di Forlì, il quale li ricevette onorevolmente; e udita l’ambasciata, ringraziò gli ambasciadori, e disse ch’era contento d’avere pace col legato e con santa Chiesa, rimanendo egli signore di Forlì, e di Cesena, e di tutte le terre che tenea, volendole riconoscere da santa Chiesa, e per omaggio pagare ogni anno quel censo alla Chiesa che fosse convenevole; per altro modo non voleva che se ne parlasse, e a questo era fermo; e per questo modo si tornarono a Firenze senza frutto alcuno.
CAP. LXVIII. Come il legato ebbe la murata di Cesena.
Trapassate le parole del trattato, il legato, ch’avea l’animo sollecito a vincere sua punga, innanzi che ’l soccorso giugnesse a’ nemici, a dì 28 di maggio anno detto, ordinata sua gente e molti dificii da combattere la murata, fece d’ogni parte cominciare la battaglia aspra e forte, e avendo provveduto alcuna parte del muro si poteva per cave abbattere, il fece rovinare, e que’ dentro subitamente ripararono con steccati; e aggravando la battaglia d’ogni parte, rinfrescandosi spesso per quelli di fuori nuovi combattitori, e dove il muro era caduto, quivi senza arresto si continova va sì aspra battaglia, che quelli ch’erano alla difesa, per lo soperchio affanno di loro corpi, senza potere avere rinfrescamento, conobbono di non potere sostenere, e l’altre parti erano ancora sì strette da’ combattitori che non poteano soccorrere alle più deboli parti; e vedendosi non potere più resistere, benchè assai avessono morti e fediti e magagnati de’ loro avversari, diedono segno tra loro, e abbandonarono la murata, e ridussonsi nella rocca, e la gente del legato di presente vittoriosamente la si prese. Madonna Cia avendo fatto maravigliosamente d’arme e di capitaneria alla difesa, si ridusse con quattrocento tra cavalieri e masnadieri nella rocca, acconci a’ comandamenti della donna per singulare amore infino alla morte.
CAP. LXIX. De’ fatti di madonna Cia donna del capitano di Forlì.
Racchiusa madonna Cia nella rocca con Sinibaldo suo giovane figliuolo, e con due suoi nipoti piccoli fanciulli, e con una fanciulla grande da marito, e con due figliuole di Gentile da Mogliano e cinque damigelle, ed essendo cinta stretta d’assedio, e combattuta da otto dificii che continovo gittavano dentro maravigliose pietre, non avendo sentimento d’alcuno soccorso, e sapendo che le mura della rocca e delle torri di quella per li nemici si cavavano, maravigliosamente si teneva, atando e confortando i suoi alla difesa. E stando in questa durezza, Vanni da Susinana degli Ubaldini suo padre, conoscendo il pericolo a che la donna si conducea, andò al legato, e impetrò grazia d’andare a parlare colla figliuola, per farla arrendere al legato con salvezza di lei e della sua gente. E venuto a lei, essendo padre, e uomo di grande autorità, e maestro di guerra, le disse: Cara figliuola, tu dei credere ch’io non sono venuto qui per ingannarti, nè per tradirti del tuo onore. Io conosco e veggo, che tu e la tua compagnia siete agli stremi d’irremediabile pericolo, e non ci conosco alcuno rimedio, altro che di trarre vantaggio di te e della tua compagnia, e di rendere la rocca al legato. E sopra ciò l’assegnò molte ragioni perch’ella il dovea fare, mostrando, ch’al più valente capitano del mondo non sarebbe vergogna trovandosi in così fatto caso. La donna rispose al padre, dicendo: Padre mio, quando voi mi deste al mio signore, mi comandaste, che sopra tutte le cose io gli fossi ubbidiente, e così ho fatto infino a qui, e intendo di fare infino alla morte. Egli m’accomandò, questa terra, e disse, che per niuna cagione io l’abbandonassi, o ne facessi alcuna cosa senza la sua presenza, o d’alcuno segreto seguo che m’ha dato. La morte, e ogni altra cosa curo poco, ov’io ubbidisca a’ suoi comandamenti. L’autorità del padre, le minacce degl’imminenti pericoli, nè altri manifesti esempli di cotanto uomo poterono smuovere la fermezza della donna: e preso comiato dal padre, intese con sollicitudine a provvedere la difesa e la guardia di quella rocca che rimasa l’era a guardare, non senza ammirazione del padre, e di chi udì la fortezza virile dell’animo di quella donna. Io penso, che se questo fosse avvenuto al tempo de’ Romani, i grandi autori non l’avrebbono lasciata senza onore di chiara fama, tra l’altre che raccontano degne di singulari lode per la loro costanza.
CAP. LXX. Novità fatte in Ravenna.
Essendo venuta in Ravenna la novella, come la gente del legato aveano per forza vinta la murata di Cesena, il signore di Ravenna, ch’allora era all’ubbidienza del legato, comandò che i cittadini ne facessono festa di fuoco e di luminaria. E però domenica, a dì 28 di maggio, i cittadini si radunarono insieme per le contrade e per le piazze, e festeggiavano: e nelle loro radunanze cominciarono a mormorare contro a messer Bernardino da Polenta loro signore per le gravezze che faceva, perocchè in breve tempo avea fatto pagare dell’estimo loro in tre paghe libbre sette soldi dieci per libbra, onde generalmente i cittadini erano mal contenti. E cominciato il bollore negli animi, riscaldato col fuoco della festa, e facendosi alcuno caporale, cominciò a gridare: Viva il popolo, e muoia l’estimo, e le gabelle. E crescendo la boce, e multiplicando la gente al romore, il popolo corse all’arme, e cominciossi a riducere in sulla piazza, e multiplicare le grida. Il signore sentendo le grida mandò là due suoi famigli, l’uno appresso l’altro, i quali giunti alla piazza furono morti dal popolo. Il tiranno sentendo procedere la cosa da mala parte s’armò con sua famiglia, e montato a cavallo corse alla piazza. Il popolo si rivolse coll’arme contro a lui per modo, che per campare la persona si ritornò nel castello; e accolto maggiore aiuto, da capo tornò alla piazza per modo di volere acquetare il popolo: ma crescendo più il furore, fu costretto per altra via ritornare a una postierla del castello; ma i vili servi di quello popolazzo, avendo la libertà nelle proprie mani, non la seppono per propria pigrizia seguitare, che al tutto erano signori. E però, come si venne facendo notte, senza ordine e senza capo cominciarono ad abbandonare la piazza, e tornarsi a casa, come si tornassono da uno giuoco, e pochi furono quelli che vi rimasono, e male provveduti. Per la qual cosa nella mezza notte uno fratello bastardo del signore con venticinque masnadieri sì fedì di subito in quel popolo stordito, e il signore con pochi a cavallo stava alla porta del castello per riscuotere i suoi; ma i vili popolari, essendo ancora in grande numero, senza fare resistenza si lasciarono percuotere, e uccidere, e cacciare da que’ pochi assalitori, e abbandonata la piazza, si tornarono a casa. La mattina vegnente il signore mandò per certi cittadini, i quali come usciti d’ebrietà, e assicurati v’andarono; e avendo i primi, mandò per anche, e raunonne in sua forza, centoventi e più, i quali messi in prigione corse la terra; e appresso per diversi modi gran parte ne fece morire, e degli altri fece danari. E da indi innanzi fu più fortemente dal suo popolo ubbidito, temuto, e ridottato.
CAP. LXXI. Novità di Grecia, e presura di loro signori.
In questo medesimo tempo, Orcam grande signore de’ Turchi, avea lasciato in Gallipoli un suo figliuolo primogenito per guardare le terre dell’imperio di Costantinopoli, ch’egli avea acquistate quando furono i grandi tremuoti nel paese. Il giovane prendendo vaghezza di vedere pescare, follemente si mise in una barca, e valicando legni armati di Greci, presono la barca; e conosciuto il figliuolo d’Orcam, il condussono a Foglia vecchia, una terra che l’imperadore avea data a un suo barone, e ’l figliuolo l’avea tolta al padre; capitando questi Greci a lui, e sapendo cui eglino aveano preso, il ritenne a se, e a’ marinai diede cinquemila perperi. L’imperadore volle il prigione, e non lo potè avere. E però prese accordo col Cerabì, uno de’ signori de’ Turchi, che ’l verno appresso venisse per terra con sua forza ad assediare la città di Foglia, ed egli vi verrebbe per mare, con patto, che racquistata la terra l’imperadore farebbe rendere a Orcam il suo figliuolo che ivi era preso. Il Cerabì vi venne con grande oste, e l’imperadore con sei galee e con assai legni armati. E stati lungamente all’assedio, e non potendo vincere la terra, l’imperadore per consiglio di messer Francesco di.... di Genova suo cognato, a cui egli avea dato in dota l’isola di Metelino, stando l’imperadore in un’isoletta che fa porto a Foglia, invitò il Cerabì ed egli fidandosi dell’imperadore andò a lui; e trovandosi tradito, innanzi che altra novità gli fosse fatta, disse all’imperadore: Io so ch’io sono prigione, ma tu non fai quello che fare ti credi se tu non seguiti il mio consiglio. Se questo s’intende tra’ miei Turchi, uno mio fratello prenderà la signoria, e sarà contento ch’io sia prigione, e troppo più ch’io fossi morto; ed io so che tu hai bisogno di moneta, e per questo modo non avresti mai una dobla. Ma fa’ com’io ti dirò, e arai la tua intenzione. Fa’ palese ch’io abbi tolta la tua sirocchia per moglie, e facciamo di ciò festa; e io manderò per lo mio fratello e per otto miei grandi baroni, i quali si sforzeranno di venire alla festa per farmi onore, e come ci saranno, terrai loro tanto ch’io ti mandi i danari di che saremo in accordo. E fatta la convegna della moneta, l’imperadore conoscendo ch’e’ diceva il vero, fece come il Cerabì il consigliò, ed ebbe di presente gli stadichi venuti sotto il titolo della festa del parentado, e lasciato il Cerabì, come fu nelle terre della sua signoria di presente mandò la moneta promessa, e liberò il fratello e’ suoi baroni dall’imperadore, e per savio provvedimento liberò se dal fortunevole caso di perdere la sua signoria, e per lo poco senno della sua confidanza, aggravando però nondimeno la vergogna dell’infedele imperadore.
CAP. LXXII. Come il re Luigi assediò Catania in Cicilia.
Essendo il re Luigi a Messina, per attrarre a sè gli animi de’ paesani, diede loro intendimento di dimorare nell’isola sei anni, e di tenervi la corte di tutto il Regno; e per dimostrare, coll’opera quello che promettea colla bocca, richiese i baroni del Regno per volere assediare il figliuolo di don Petro, ch’era in Catania, per riducere tutta l’isola in sua signoria, e prenderne la corona. I baroni furono ubbidienti per modo, che del mese di maggio detto col debito servigio de’ suoi baroni si trovò nell’isola millecinquecento cavalieri, e commise la bisogna a messer Niccola Acciaiuoli di Firenze suo grande siniscalco; il quale co’ cavalieri e col popolo cavalcò a Catania e misesi ad assedio, strignendola fortemente per modo, che senza gran forze non potevano gli assediati per terra avere entrata o uscita d’alcuna gente, e per mare fece stare nel porto quattro galee armate e due legni le quali assediavano la città per mare, e nondimeno recavano ogni dì rinfrescamento all’oste, perocchè, per, terra non v’era modo d’andarvi la vittuaglia per lo cammino ch’era lungo, e’ passi malagevoli e stretti. Nella terra avea centocinquanta cavalieri catalani di buona gente d’arme, i quali bene apparecchiati si stavano nella città senza fare alcuna vista o sentore a’ loro nemici di fuori. La gente del re Luigi non trovando contasto, baldanzosamente cavalcavano il paese, e mantenevano loro assedio.
CAP. LXXIII. Della materia medesima.
Stando l’assedio di Catania in questo modo, occorse per caso non provveduto che due galee di Catalani ch’andavano in corso arrivarono a Saragozza in Cicilia, e sentendo ivi come quattro galee e due legni del re Luigi erano nel porto di Catania, come valenti uomini, e grandi maestri de’ baratti del mare, innanzi che lingua venisse di loro a quelli dell’oste, di subito feciono armare due legni ch’erano in quel porto, e fornirli di trombe, e di trombette, e nacchere e altri stromenti più che di gente da combattere, e fatta la notte si mossono, e improvviso con gran baldanza le due galee de’ Catalani, lasciatosi dietro i due legni che facessono gran rumore e grande stormeggiata, entrarono nel porto, e con molto romore cominciarono ad assalire le galee del re: le due ch’erano del Regno, temendo del romore di fuori che non fossono assai galee, senza intendere alla difesa uscirono del porto, e andaronsene a Messina, e l’altre due ch’erano genovesi stettono alla difesa; ma perocch’e’ non erano provveduti nel subito assalto furono vinte, e presi le galee e’ legni; e questo fu la notte della Pentecoste, a dì 29 di maggio del detto anno.
CAP. LXXIV. Come l’oste del re Luigi si levò da Catania in isconfitta.
L’oste del re Luigi più baldanzosa che provveduta, sentendo prese le due galee e’ legni, e l’altre fuggite, per le quali veniva loro il fornimento della vittuaglia, ed essendo di lungi da Messina quaranta miglia per terra, e i passi stretti in forza de’ nemici, sbigottirono forte, e conobbono che se’ soprastessono quivi tanto che i nemici mandassono gente a’ passi elli erano senza rimedio tutti perduti; e vivanda non aveano da mantenere il campo, tanto che il re li potesse soccorrere, e però diliberarono d’abbandonare il campo e gli arnesi, e di campare le persone; e a dì 30 del detto mese si misono a cammino senza ardere il campo, a fine di non essere da’ cavalieri incalciati. I centocinquanta cavalieri catalani di presente uscirono fuori, e avvrebbono avuto de’ nemici ogni derrata, ma la cupidigia della preda del campo li ritenne alquanto. I nemici che fuggivano avanzavano loro cammino per quella via ond’erano venuti, nondimeno i Catalani li danneggiarono alquanto alla codazza. Ma quello che peggio fece loro furono i villani ridotti a’ passi colle pietre, ch’altr’arme non aveano. In questa caccia fu morto il figliuolo del conte di Sinopoli, che per l’antichità del padre si dicea conte, e preso il conte camarlingo, e morti da quaranta a cavallo e assai di quelli da piè. Il gran siniscalco campò per lunga fuga sopra di un buono destriere, perduto grande tesoro di suoi gioielli e arnesi, e così tutti gli altri baroni e cavalieri, che molto v’erano pomposi. E nota, come un’oste reale di più di millecinquecento cavalieri e gran popolo, con quattro galee in mare e due legni armati, per troppa baldanza, e mala provvedenza intorno alle cose che si richieggono a un’oste, dal provveduto scalterimento di due corsali con due galee furono sconfitti e rotti, abbandonando il campo a’ nemici vituperevolmente.
CAP. LXXV. Come la compagnia venne sul Bolognese.
La compagnia del conte di Lando mossa di Lombardia co’ danari di messer Bernabò Visconti e con quelli del capitano di Forlì, per venire al soccorso di Cesena, a dì 18 di giugno del detto anno venne in sul Bolognese con licenza del signore di Bologna, senza far danno al paese di ruberie o di prede, ma prendeano derrata per danaio, e accampati al Borgo a Panicale, intendeano più a’ loro propri fatti che ad andare a soccorrere la rocca di Cesena, perocchè vi sentivano il legato forte da non potere vincere la punga; e stando quivi, accrescevano la loro brigata, che secondo l’usanza d’ogni parte vi veniano uomini d’arme a mettersi in quella per vaghezza della preda, e non di trovare nemici in campo, che quasi tutti i soldati d’Italia v’aveano parte; e stando coperti di loro movimenti, feceano paura a tutti i popoli di Toscana e dell’altre provincie circustanti, e attraevano a loro ambasciadori da quelli per prendere accordo; e così sospesi usavano la loro mercatanzia molto sagacemente. E bench’e’ tiranni e’ popoli d’Italia avessono la compagnia in odio, tant’era la divisione delle parti e la gelosia de’ popoli contro a’ tiranni, che catuno volea piuttosto ubbidire al servigio della compagnia co’ suoi danari che contastare con quella, e però ora era condotta per l’uno ora per l’altro, rimanendo continovo l’ordine della compagnia. E in questi dì era già durata più di quindici anni questa tempesta in Italia.
CAP. LXXVI. Come il comune di Firenze afforzò lo Stale.
I Fiorentini vedendo che la compagnia era in parte che in un dì potea valicare l’alpe ed entrare nel Mugello, per certa piaggia dell’alpe assai aperta che si chiama la via dello Stale, richiesono gli Ubaldini, i quali s’impromisono d’essere co’ Fiorentini alla guardia del passo; il comune vi mandò di presente tremila balestrieri, e bene altrettanti fanti e ottocento cavalieri, e gli Ubaldini vi vennono con millecinquecento fanti di loro fedeli, e diedono il mercato abbondantemente a tutta l’oste, e co’ capitani insieme de’ Fiorentini feciono fare una tagliata che comprendea i passi di quello Stale per spazio d’un miglio e mezzo tra’ due poggi, e sopra la tagliata feciono barre di grandi e grossi faggi a modo di steccato, e vi feciono loro abitazioni, e stettonvi alla guardia de’ passi mentre che la compagnia dimorò sul Bolognese, desiderando ch’ella si mettesse nell’alpe per volere passare, com’erano le loro minacce, ma sentendo la provvisione de’ Fiorentini, conceputo maggiore sdegno tennono altro cammino.
CAP. LXXVII. Come s’arrendè la rocca di Cesena al legato.
Sentendo il legato la compagnia soggiornare in sul Bolognese, abbandonato ogni altra cosa, con sommo studio si diè a volere vincere la rocca di Cesena, facendola cavare per abbattere le mura e le torri, e traboccarvi dentro grandi pietre con otto trabocchi, e oltre a ciò spesso la faceva assaggiare di battaglia; ma tanto era la severità di madonna Cia, e la sua sollecitudine di dì e di notte alla difesa, che per cosa che si facesse quell’animo non si cambiava; e già essendo per le cave caduto parte delle mura e l’una delle torri, la donna in persona facea riparare con isteccati e con fossi, oltre alla considerazione de’ più fieri e de’ più valenti uomini del mondo, non dimostrando alcuna paura. Ma i valenti conestabili ch’erano con lei, sapendo che la mastra torre della rocca si mettea in puntelli, e vedendo la pertinace costanza della donna, ebbono madonna Cia a consiglio, e dissono: Madonna, e’ si può sapere e conoscere manifestamente che per voi è mantenuta la difesa della murata e della rocca infino agli ultimi stremi, e di noi avete potuto conoscere intera e pura fede, mentre che alcuna speranza s’è per voi e per noi potuta conoscere, ma ora non ne resta via da potere campare la sepultura de’ nostri corpi sotto la ruina di questa rocca. E perocchè questo non dobbiamo comportare per alcuna ragione, siamo disposti, o di vostra volontà, o contro al vostro volere, rendere la rocca per salvare le nostre persone. La valente donna per questo non cambiò faccia, nè perdè di sua virtù, e conobbe ch’e’ soldati aveano ragione di così fare, e però disse a’ conestabili: Io voglio che lasciate fare a me questo accordo; e i conestabili conoscendo il grande animo della donna, dissono che di ciò erano contenti; e mandato al legato, e avuti da lui uditori con pieno mandato secondo la sua volontà, trattò che tutti i conestabili colle loro masnade, e tutti gli altri soldati fossono franchi e liberi, e potessonne portare ciò che volessono in su’ loro colli: ed ella rimanesse prigione del legato col figliuolo, e con una sua figliuola, e con due suoi nipoti madornali e uno bastardo, e con due figliuole di Gentile da Mogliano, e cinque sue damigelle. Per sè e per la sua famiglia non cercò grazia, potendo salvare i soldati che lealmente l’aveano atata. E fatti e fermi i patti, a dì 21 di giugno gli anni domini 1357 rendè la rocca al legato, e fu signore di tutto con gran gloria della sua punga, ma non con mancamento di chiara fama del forte animo di quella donna: la quale per alcuno caso avverso, per alcuna intollerabile fatica, mentre ch’era in sua libertà, mai non cambiò faccia, o mancò di consiglio o d’ardire. E menata in prigione dov’era il legato nel castello d’Ancona, così contenne il suo animo non vinto e non corrotto, e in aspetto continente come se la vittoria fosse stata sua. E il legato maravigliandosi della costanza di questa donna, benchè la ritenesse prigione a fine di piuttosto domare l’alterezza del capitano, assai la fece stare onestamente, e bene servire.
CAP. LXXVIII. De’ fatti di Costantinopoli.
L’imperadore di Costantinopoli avendo perduta la speranza di vincere la città di Foglia vecchia, mutò consiglio, e trattò con quello Greco che la tenea, e confermogliele in feudo, e aggiunseli alla baronia, e diegli sessantamila perperi; e la primavera vegnente ebbe da lui il figliuolo d’Orcam signore de’ Turchi, il quale egli avea prigione, come addietro abbiamo contato. E per costui l’imperadore riebbe tutte le terre che Orcam gli avea tolte, e oltre a ciò molti danari, e stadichi per mantenere la pace che feciono insieme quando gli rendè il figliuolo.
CAP. LXXIX. Come il legato prese Castelnuovo e Brettinoro.
Vinta la punga di Cesena, i cavalieri del legato baldanzosi per la vittoria di subito cavalcarono a Castelnuovo di Cesena, e trovandolo male provveduto alla difesa, vi s’entrarono dentro. E appresso si dirizzarono al nobile castello di Brettinoro, il quale era fornito di suoi terrazzani, e d’assai soldati a cavallo e a piè, e di molta vittuaglia, sicchè poco se ne potea sperare o per forza o per assedio. Nondimeno la gente del legato vi s’accampò intorno: e poco stante vi si cominciò un badalucco tra quelli della terra e la gente della Chiesa, della quale messer Galeotto Malatesta era capitano; il badalucco durò molto, e per questo s’ingrossò da ogni parte, e per lo soperchio della gente della Chiesa, quella del castello fu rotta. Messer Galeotto, ch’era in ordine co’ suoi cavalieri, perseguitò quelli che fuggivano verso la terra, e mescolossi con loro per modo, che giunti alle porte, entrarono con quelli del castello insieme, combattendo continovamente; e avendo seguito presso de’ loro cavalieri e masnadieri, presono la porta e le guardie di quella, per la qual cosa la loro gente vi s’ingrossò di subito, e venne bene a bisogno, perocchè tutti i terrazzani e’ soldati che v’erano francamente li combatteano, e colle pietre delle case per difendere la terra. Ma il soperchio che vince ogni cosa, dopo la lunga e aspra battaglia, essendo multiplicata la gente della Chiesa, e molti morti dall’una parte e dall’altra, i terrazzani e i loro soldati furono costretti a fuggire nella rocca; e la gente del legato presa la terra e rubata, la tennero vittoriosamente, essendo tenuta grande maraviglia per la fortezza del castello. Alcuni dissono, che tra’ terrazzani ebbe divisione, che se fossono stati interi alla difesa non si potea perdere. E questo fu l’ultimo dì di giugno detto. Presa la terra, il legato mandò di presente molti dificii a tormentare la rocca, e cavatori per cavare e abbattere le mura, com’altra volta avea fatto il capitano; ma avea molto rafforzati i fondamenti con gran pietre, e molte stanghe e cinghie di ferro, ma poco valse, che in assai breve tempo quelli della terra feciono i comandamenti del legato, come appresso racconteremo.
CAP. LXXX. Di processi fatti contro la compagnia per lo legato.
Avendo a questi dì la compagnia tentato di volere entrare in Toscana, e trovati tutti i passi dell’alpe occupati e in guardia de’ Fiorentini, e il più largo dello Stale afforzato da non mettersi a prova, con molto sdegno contro al comune di Firenze valicarono in Romagna, e a dì 6 di luglio furono a Villafranca a tre miglia di Forlì con quattromila cavalieri, i più bene armati e bene montati, e milleseicento masnadieri e balestrieri, e grandissimo numero di ribaldi e di femmine al comune servigio, seguitando la carogna della compagnia, e ivi a pochi dì si misono al ponte a Ronto e posono il campo e afforzarlo. Il legato vedendosi la compagnia presso, ristrinse tutta la sua gente in Cesena e in Brettinoro, senza mettersi a campo o fare assalto contro a loro. E per avere aiuto da’ fedeli di santa Chiesa, fece sopra la compagnia il processo ch’avea fatto sopra il capitano di Forlì come suoi fautori, e pronunziolli incorsi in quella medesima sentenza; e fece in Italia bandire la croce sopra loro con maggiore istanza, e con maggior mercato dell’indulgenza, e con minore termine del servigio che dato avea contro al capitano, e mandò di nuovo i predicatori e gli accattatori a sommuovere i popoli, e fece grande commozione, e raunò tesoro e gente assai, come al debito tempo racconteremo,
CAP. LXXXI. Della gravezza facea il tiranno a’ Bolognesi.
Quando la compagnia fu valicata in Romagna, i duemila cavalieri che messer Bernabò tenea sul Modenese, e appresso a Sassuolo in su quello di Bologna, senza fare alcuna novità di guerra pur facea stare i collegati in sospetto, e anche il legato, e però i Lombardi della lega accolsono gente, e ’l tiranno bolognese fece a’ suoi Bolognesi, per avere danari, sconvenevoli gravezze sopra l’usate. Perocchè ogni mese volea da catuno de’ suoi sudditi soldi cinque di bolognini per bocca di sale, e soldi quattro per macinatura la corba del grano, oltre all’usata mulenda, e per ogni tornatura di terra soldi venti di bolognini l’anno sopra l’altre gabelle delle porti, e del vino, e dell’altre cose ch’entravano con some e con carra, che tutte erano gabellate, e per questo modo traeva loro delle coste e de’ fianchi libbre seicentomila di bolognini l’anno. E oltre a ciò, avendo tolto loro l’arme, in questo tempo mandò bando, che chiunque l’amava andasse nell’oste. Il popolo sottoposto al duro giogo, per ubbidire il tiranno, si mosse con bastoni e con lanciotti in mano, ch’altr’arme non avea, e andò dove fu il comandamento del tiranno, e nel campo stette due dì senza mercato di vittuaglia a grande stretta di loro vita, e non osò fiatare. La gente della lega era uscita fuori, e ingrossatasi, per contastare la cavalleria di messer Bernabò, che si stava a Sassuolo, avvenne, a dì 21 di luglio del detto anno, che trovandosi insieme parte dell’una gente e dell’altra per scontrazzo, si combatterono tra loro, e furono rotti quelli di messer Bernabò; gli altri suoi cavalieri, sentendo quella rotta, si partirono, e tornarsi sani e salvi a Milano. Dappoichè furono partiti si scoperse un trattato, che dovea essere data loro la porta del castello di Bologna, e furono presi i traditori, e giustiziati.
CAP. LXXXII. Come i Veneziani domandarono pace al re d’Ungheria.
I Veneziani vedendo che il re d’Ungheria gli guerreggiava in Trevigiana, e in Ischiavonia e in Dalmazia con grave guerra, e ch’egli avea preso ordine da poterla senza spesa e senza pericolo della moltitudine degli Ungheri, usati di generare confusione, continuare, conobbono che a loro era cosa incomportabile; e però elessono solenni ambasciadori, e mandarli al re per addomandare pace, volendosi ritenere Giadra, e renderli l’altre terre della Schiavonia, e darli per tempi danari assai per l’ammenda; e fra l’altre terre che dare gli voleano, nominarono Trau e Spalatro. I cittadini di quelle terre sentendo ch’e’ Veneziani gli voleano dare al re d’Ungheria per loro vantaggio, si accolsono insieme, e presono per consiglio di volere accattare la benivolenza del re, e non attendere ch’e’ Veneziani ne volessono fare loro mercatanzia; e però liberamente si diedono al re, e ricevettono la sua gente e’ suoi vicari con grado in pace, e’ rettori e la gente che v’era pe’ Veneziani rimandarono a Vinegia sani e salvi, e il re con gli ambasciadori non volle accordo se non riavesse Giadra e l’altre terre del suo reame.
CAP. LXXXIII. Come il legato ebbe la rocca di Brettinoro.
Il legato, ch’avea presa la terra di Brettinoro, e stretti quelli della rocca per modo che poco si poteano tenere per la molta gente che dentro v’era racchiusa, non ostante che vedessono l’oste della compagnia da cui attendeano soccorso presso a tre miglia, feciono accordo, e diedono stadichi, che se la domenica vegnente, a dì 23 di luglio anno detto, e’ non fossono soccorsi, s’arrenderebbono, salvo le persone, e l’arme e ’l loro arnese. Il capitano che v’era per lo legato, messer Galeotto, provvide sì sollicitamente il dì e la notte che ciò non si potesse fare, che non valse ingegno del capitano di Forlì, nè forza ch’avesse la compagnia, che fornire o soccorrere la potessono; e valicato il giorno, la sera medesima, ch’era il termine, s’arrenderono, con onorevole vittoria del legato, e abbassamento della fallace fama della compagnia, e della pertinace superbia del capitano.
CAP. LXXXIV. Come si bandì la croce contro la compagnia.
Seguita, che per tema della compagnia, la quale ogni dì crescea, il legato avea oltre al processo della croce bandita mandato a richiedere aiuto contro alla compagnia a tutti i Toscani, e più confidentemente dal comune di Firenze, e mandovvi suo legato un vescovo di Narni Fiorentino chiamato frate Agostino Tinacci de’ frati romitani, buono Altopascino; costui con grande solennità fece tre dì ogni mattina in Firenze processione, e acconsentitagli da’ signori, per reverenza della Chiesa sonate tutte le campane del comune a parlamento, in sulla ringhiera de’ priori fatta sua predica, pubblicò il processo fatta contro alla compagnia, e pronunziò l’indulgenza a chi prendesse la croce, e allargò che dodici uomini potessono concorrere al soldo d’uno cavaliere, e raccorciò il tempo del servigio in sei mesi ov’era in dodici; e ancora più, che prenderebbe ciò che gli uomini e le femmine gli volessono dare, e dispenserebbe con loro; e divolgato il fatto, tanto fu il concorso degli uomini e delle donne della nostra città, che senz’altra provvisione di suo mandato gli portavano i danari per modo, ch’e’ non potea resistere di potere ricevere e di porre la mano in capo: e trovossi di vero, ch’e’ ricevea per dì mille, e milledugento, e millecinquecento fiorini d’oro, e in non molti dì raunò più di trentamila fiorini d’oro, i più dalle donne e dalla gente minuta. Il comune per sè avea diliberato di volere mandare aiuto al legato, ma avvedendosi tardi per gli suoi cittadini ch’aveano già piene le mani agli accattatori, vide co’ savi, che ’l comune per tutto il popolo potea avere l’indulgenza, volendo servire di prendere l’aiuto della Chiesa, per avere il beneficio dell’indulgenza; e però convertì la sua gente a fare il servigio per tutto il comune, acciocchè ogni uomo avesse il perdono; e così fatto, il detto vescovo, a dì 26 di luglio anno detto, pronunziò il perdono a tutti i cittadini, e contadini e distrettuali di Firenze, i quali fossono confessi e pentuti de’ loro peccati, o che fra tre mesi avvenire si confessassono. E nota, che in nove anni tre volte si concedette questo perdono; nel 1343, quando fu la generale mortalità, e l’anno del cinquantesimo, e in questa guerra romagnuola.
CAP. LXXXV. Aiuti mandarono i Fiorentini al legato.
Il comune di Firenze, a dì 20 di luglio anno detto, fatto capitano messer Manno di messer Apardo de’ Donati, e datogli il pennone del comune, il mandarono in Romagna con settecento barbute di buona gente, e con ottocento balestrieri, affinchè la battaglia si prendesse colla compagnia; e oltre a ciò v’andarono singulari masnade di cittadini e’ contadini crociati, che furono dugento a cavallo e duemila a piè. E contando la raccolta de’ danari, e la spesa del comune e de’ singulari uomini, più di centomila fiorini costò la beffa al comune di Firenze a questa volta. È vero che ’l tutto s’intendea a combattere la compagnia, e però vi mandò il comune un confidente cittadino popolare, il quale in segreto si dovesse strignere col legato, e con autorità di promettere ventimila fiorini d’oro per lo comune a’ soldati se vincessono la compagnia; ed era tanta la buona gente ch’avea il legato, e quella del comune di Firenze, e de’ crociati che v’erano di volontà, ch’assai se ne potea sperare piena vittoria. Il legato n’avea dato di prima al comune buona speranza, e ancora poi il suo ambasciadore, ma appresso, o che il legato invilisse, impaurisse di mettersi a partito, o che non si confidasse de’ soldati, dissimulò il fatto, e tennelo pendente, e mantennesi in riguardo, dando ardimento agli avversari, e viltà alla sua parte che gli tornò in poco onore.
CAP. LXXXVI. Come i Genovesi ebbono Ventimiglia.
Di questo mese di luglio, tenendosi la città di Ventimiglia per i figliuoli e consorti di messer Carlo Grimaldi, e non ubbidivano il comune nè ’l doge di Genova, per la qual cosa il doge diede boce di volere fare guerra a’ Catalani, e per questo fece armare venti galee: e avendo alcuno trattato in Ventimiglia, costeggiando la riviera, come furono a una punta di mare presso alla terra di Ventimiglia feciono scendere masnade e balestrieri con un capitano, il quale gli menò copertamente sopra la città da quella parte dove era il trattato, e dove non si prendea piena guardia, e le galee andarono per mare; e giunte nel porto, volendo prendere una galea armata di quelli di Monaco che v’era dentro, i terrazzani per difendere la galea tutti trassono alla marina; e in questo, l’aguato de’ Genovesi ch’erano smontati sopra la terra scesono alla porta, e senza contasto entrarono nella città, e presono la guardia della porta, e feciono il cenno ordinato alle galee, le quali si strinsono alla terra. I cittadini di presente conobbono ch’alla difesa non avea riparo, e però ricevettono i Genovesi come maggiori, ed eglino, senza alcuna novità fare nella città, presono la signoria della terra per lo comune di Genova e per lo doge, e’ Grimaldi che la teneano se n’andarono colle persone e coll’avere a Monaco, e le galee si ritornarono a Genova.
CAP. LXXXVII. Come l’arciprete con compagnia entrò in Provenza.
Essendo in alcuno sollevamento delle guerre il reame di Francia per la presura del re e de’ baroni, molti uomini d’arme non avendo soldi, per alcuna industria, secondo che la fama corse, del cardinale di Pelagorga zio del figliuolo del duca di Durazzo, i quali erano dal re Luigi e da’ suoi fratelli male stati trattati, essendo messer Filippo di Taranto fratello del re Luigi in Provenza, mosse l’arciprete di Pelagorga, uomo bellicoso e di mala fama, il quale si fece capo d’una parte de’ Guasconi acconci a fare ogni male, e di volgo il nome di fare compagnia. E con lui s’accostò messer Amelio del Balzo e messer Giovanni Rubescello di Nizza, e molti uomini d’arme ch’aveano voglia di rubare s’accozzarono con loro, sicchè in pochi dì accolsono ed ebbono nelle contrade di Ponte di Sorga di là dal Rodano più di duemila cavalieri, e stesonsi inverso Oringa e Carpentrasso, standosi per le villate e a campo senza rubare o far danno al paese, ma per paura i paesani davano loro vittuaglia. Messer Filippo di Taranto, ch’era in Provenza, volendo riparare che non entrassono nella Provenza del re di qua dal Rodano, accolse suo sforzo di Provenzali, e fece, capo a Orgona, e stese la guardia sua su per lo fiume della Durenza. Ma la sua gente era poca, e mancava, e la compagnia cresceva, perchè il papa e tutta la corte ne cominciò forte a temere. Ma i capitani della compagnia ammaestrati della corte medesima, mandarono ambasciadori al papa per assicurarlo, che contro della corte e alle terre della Chiesa non intendeano fare alcuno male, e per sicurtà offeriano i saramenti de’ caporali, e stadichi, se gli volesse, ma la loro intenzione era d’andare contro a messer Filippo di Taranto, il quale aveano per loro nemico, e di guerreggiare le sue terre e del re Luigi. E ivi a pochi dì valicarono il Rodano ed entrarono in Provenza, che messer Filippo, non avea forza da campeggiare con loro, e cominciarono a correre il paese, e a guastarlo, e a uccidere e a predare in ogni parte; e presono Lallona buona terra e piena d’ogni bene, e poi andarono infino a san Massimino, e anche il presono, e più altre castella. Le buone terre s’armarono alla difesa, e ’l papa fece afforzare Avignone, e guardare la città, e d’altro non s’intramise: e così tutta la state consumarono quel paese.
CAP. LXXXVIII. Come il conte di Fiandra rendè Brabante alla duchessa facendo pace.
Noi dicemmo poco addietro che la duchessa di Brabante era tornata, e ’l conte di Fiandra pazientemente l’avea comportata, perocchè era sua cognata, e perchè sapea la natura de’ Brabanzoni, che non si potrebbono tenere sotto la signoria de’ Fiamminghi, e già parecchi buone ville aveano accomiatati gli uficiali del conte; e avvegnachè fortuna l’avesse fatto signore di Brabante, la sua intenzione non era di volere altro che Mellino, ch’egli s’avea comperata con giusto titolo. E però, essendo trattato della pace nella festa che fece l’imperadore, il conte si dichinò benignamente alla cognata, e rendelle la signoria di tutto Brabante, con patto, ch’alcuno lieve omaggio ella ne facesse alla compagna sua sirocchia, e che a lui rimanesse libera la signoria di Mellino. E fermata la concordia, con gran piacere de’ Fiamminghi e de’ baroni si pubblicò la pace del mese di luglio del detto anno.
CAP. LXXXIX. Come il legato s’accordò colla compagnia per danari.
Tornando a’ fatti della compagnia, seguita a contare poco onore di santa Chiesa e di due comuni di Toscana. Messer Egidio cardinale di Spagna legato avendo, com’è detto, da sè molta buona gente d’arme, e accoltane per l’indulgenza della croce maggior quantità, sicchè assai si trovava più forte che non era la compagnia per poterla combattere, e promesso l’avea alle comunanze di Toscana e nelle prediche della croce, e se alla fortuna della battaglia non si volea abbandonare per senno, almeno standosi a riguardo si conoscea manifesto, che dov’elli erano poco poteano soggiornare che non aveano vivanda, e volendosi partire, avendo tanti nimici a petto, male il poteano fare senza loro gran danno. Tanto invilì la loro vista l’animo del legato, che infino allora era da pregiare sopra gli altri baroni, ch’e’ si mise in trattato col conte di Lando capitano della compagnia, e fecelo più volte venire a sè: e in fine prese accordo, ch’e’ si dovesse partire colla sua compagnia e tornarsene in Lombardia, e liberare tre anni le terre della Chiesa, e la città di Firenze, di Pisa, di Perugia, e di Siena, avendo la compagnia dal legato e da’ detti comuni cinquantamila fiorini d’oro, e cominciasse il termine di calen di novembre 1357. Il comune di Perugia e quello di Siena se ne feciono beffe, e non vollono attenere quello che il legato n’avea ordinato. I Fiorentini furono contenti, e pagarono per la loro rata sedicimila fiorini: e’ Pisani anche s’acconciarono, e pagarono la loro rata e il legato la sua. E avuto il tributo della Chiesa, e de’ maggiori comuni di Toscana, ove si conoscevano essere a mal partito, baldanzosi e lieti si tornarono in Lombardia, in grande abbassamento dell’onore del legato; e se senno fu, troppa codardia vi si nascose dentro.
CAP. XC. Ricominciamento dello studio in Firenze.
Del mese d’agosto del detto anno, i rettori di Firenze s’avvidono, come certi cittadini malevoli per invidia, trovandosi agli ufici, aveano fatto gran vergogna al nostro comune, perocchè al tutto aveano levato e spento lo studio generale in Firenze, mostrando che la spesa di duemila cinquecento fiorini d’oro l’anno de’ dottori dovesse essere incomportabile al comune di Firenze, che in un’ambasciata e in una masnada di venticinque soldati si gittavano l’anno parecchie volte senza frutto e senza onore, e in questo si levava cotanto onore al comune; e però ordinarono la spesa, e chiamarono gli uficiali ch’avessono a mantenere lo studio; e benchè fosse tardi, elessono i dottori, e feciono al tempo ricominciare lo studio in tutte le facoltà di catuna scienza. E di questo mese nacquono in Firenze due leoni.
CAP. XCI. Come si trovarono l’ossa di papa Stefano in Firenze.
In questo mese d’agosto, cavandosi a lato all’altare di san Zanobi nella chiesa cattedrale di Firenze, per fare uno de’ gran pilastri per la chiesa nuova, vi si trovò uno monumento verso tramontana, nel quale erano l’ossa di papa Stefano nono nato di Lotteringia, e così diceano le lettere soscritte nella sua sepoltura; e in sul petto gli si trovò il fermaglio papale con pietre preziose e con lo stile dell’oro, e la mitra in capo e l’anello in dito; e raccolto ogni sua reliquia, si riserrarono appo i canonici per fargli al tempo onorevole sepoltura. Questi sedette papa mesi dieci; e morì gli anni 1088.
CAP. XCII. Leggi fatte sopra i medici.
Cominciossi di questo mese d’agosto nel Valdarno di sotto, e in Valdelsa, e in Valdipesa, e in molte parti del contado di Firenze e nel suo distretto, un’epidemia d’aria corrotta intorno alle riviere che generò molte malattie, le quali erano lunghe e mortali, e grande quantità d’uomini e di femmine mise a terra, e assai cavalieri di Firenze stati in contado morirono, che fu singolare cosa, e durò fino a mezzo ottobre; e in Firenze morirono assai uomini e donne, ma de’ cinque i quattro tornati di contado malati. Fece allora il comune per riformagione, che niuno medico dovesse andare a vicitare alcuno malato da due volte in su, se il malato non fosse confessato, avendo di ciò degna testimonianza, sotto pena di libbre cinquecento, e che di ciò catuno medico dovesse fare ogni anno saramento alla corte dell’esecutore. La legge fu buona, ma l’avarizia de’ medici e la pigrizia de’ malati, mescolata colla cattiva consuetudine, fece perdere l’esecuzione di quella, che se fosse messa in pratica, e tornata in consuetudine, era gran beneficio dell’anime e santa de’ corpi.
CAP. XCIII. Come i Genovesi ebbono Monaco.
Avendo avuto il doge di Genova onore d’avere racquistata la città di Ventimiglia, fece armata di quattordici galee, e sei ne mandarono i Pisani ch’erano in lega col loro comune; e queste venti galee misono nel porto ch’è sotto il castello, e sopra Monaco di verso la montagna misono quattromila fanti armati, tra’ quali avea di molti balestrieri, che di notte guardavano i passi della montagna; e tenutolo così assediato un mese, e tentatolo con loro danno alcune volte di battaglia, perocch’era troppo forte, vi si stavano. I Grimaldi che ’l teneano pensarono che a lungo andare e’ non potrebbono contastare al comune, ed essendo preso in Genova un figliuolo di messer Carlo Grimaldi, trattarono di volere dare il castello di Monaco al doge e al comune per danari, e riavere il figliuolo di messer Carlo libero di prigione, ed essere ribanditi; e venuti a concordia, ebbono contati fiorini sedicimila d’oro, e quattromila ne scontarono per la prigione, e renderono Monaco al comune di Genova; il quale aveano tenuto trentadue anni in loro balía, che rade volte aveano ubbidito al loro comune, e sempre corseggiato e tribolato i navicanti di quel mare, e fatto del luogo spilonca di ladroni; e questo fu il dì di nostra Donna a mezzo agosto del detto anno.
CAP. XCIV. Come il cardinale assediò Forlì.
Avendo, come detto è, il cardinale fatta partire la compagnia di Romagna, e trovato il capitano di Forlì ostinato e indurato di non volere venire all’ubbidienza di santa Chiesa, e volendo il cardinale tornarsene a corte; innanzi la sua partita ordinò coll’altro legato, ch’era l’abate di Giugni, d’assediare la città di Forlì, e all’uscita d’agosto vi posono il campo con duemila cavalieri e con gran popolo, e cominciarono a dare il guasto intorno alla città, e ’l capitano con grande animo si ristrinse con pochi soldati a cavallo, e co’ suoi cittadini alla guardia della terra, e provvedutosi delle cose bisognevoli alla vita, si mise francamente alla difesa: e spesso a sua posta usciva fuori con sua gente, e assaliva i nemici al campo e danneggiavali, e per savia condotta si ricoglieva a salvamento. E a suo diletto inducea i giovani garzoni all’esercizio della guerra, e tornando nella terra, tutti li facea venire innanzi, e giocandosi con loro dicea delle loro valantrie, e raccontava com’eglino avien fatto, e a quelli ch’erano più iti innanzi dava a catuno uno grosso, o due o tre bolognini. E per queste lusinghe, e per queste lievi provvisioni, movea i giovani a seguitarlo senza richiesta di grande volontà, e per sperimentarli nell’arme. E con questo si faceva tanto amare da loro, che non gli bisognava guardia per alcuno sospetto, e ’l tedio dell’ozio degli assediati mitigava con alcuno diletto del continovo esercizio; e guida vali sì saviamente, ed era sì ubbidito da loro, che niuno ne perdea, e poca speranza dava a’ nemici di vincere la città.
CAP. XCV. Come il re d’Inghilterra ruppe i patti della pace.
Tornando alquanto nostra materia al fatto de’ due re, ed avendo narrata la festa che fu fatta a Londra quando vi giunse il re di Francia, credendosi per tutti che la pace fatta tra’ legati e ’l duca di Guales a Bordello per lo re Adoardo si dovesse confermare, essendo però valicati nell’isola i cardinali e molti baroni di Francia, strignendo il re e ’l suo consiglio a dar fine e fermezza all’opera, il re d’Inghilterra, mostrandosi a ciò volonteroso, mantenea la cosa sospesa, oggi con una cagione e domani con altra, e però non rompea il trattato; e spesso infingea cagione a’ Franceschi, e dimostrava che ’l fallo fosse loro, e poi l’acconciava, a facevane muovere un’altra. E per questo modo maestrevolmente e per sua astuzia ritenea il re e ’l figliuolo, e’ baroni e’ cavalieri ch’avea prigioni in Inghilterra, come egli desiderava; e tanto avvolse questa materia, che straccò i legati e i baroni ch’erano di là valicati; i quali vedendosi menare al re con queste simulazioni senza frutto, all’uscita del mese d’agosto anno detto abbandonarono il trattato, e tornarsi nel reame di Francia, e per tutto la boce corse che la pace era rotta, e che al primo tempo il re d’Inghilterra dovea venire a Rems e farsi coronare del reame di Francia, e non fu senza cagione revelata del segreto: ma indugiossi più, e il trattato della pace senza il suo effetto poco appresso si riprese, e tornarono nell’isola i legati.
CAP. XCVI. Della mostra fatta a Avignone di cortigiani per tema della compagnia.
Di questo mese d’agosto, nella compagnia dell’arciprete di Pelagorga, ch’era in Provenza, s’aggiunse il conte d’Avellino e cinque nipoti di papa Clemente sesto, e trovaronsi più di tremila barbute, e scorsono predando e guastando la Provenza infino a Grassa, e non trovarono contasto fuori delle terre murate. Vedendo il papa crescere questa tempesta, volle vedere in arme tutti i cortigiani, e fece ordinare di fare la mostra, che fu grande e bella, perchè catuno si sforzò di comparire in arme, e trovaronsi in questa mostra quattromila Italiani tutti bene armati, ch’erano due cotanti o più che tutti gli altri cortigiani. E come furono armati e raunati insieme, gridavano e volevano correre sopra i cardinali nipoti di papa Clemente, dicendo, ch’erano autori di quella compagnia, che conturbava la corte e tutta la mercatanzia, e a gran pena furono ritenuti da’ loro capitani. Il papa, veduta la mostra, ordinò di fare rifare le mura e’ fossi d’Avignone, e riparare le porti per tenere la città sicura; altro rimedio di fuori contro alla compagnia non prese, ma stava continovo la corte in gran paura, e in vergognosa vacazione di tutti i mestieri.
CAP. XCVII. Come il re Luigi da Messina tornò a Napoli.
Il re Luigi avendo con danno e con vergogna levata l’oste sua da Catania, come narrato abbiamo, e non trovandosi in mare nè in terra potente da rifare oste, e i suoi avversari aveano ripreso ardire della loro vittoria; e sentendo il regno di qua dal Faro in molta discordia per la ribellione di messer Luigi di Durazzo e del conte di Minerbino, i quali teneano in guerra la Puglia, e molti caporali di ladroni rompevano le strade e’ cammini; non ostante ch’egli avesse promesso a’ Messinesi di stare alcun tempo risedente a Messina, cambiò proposito, per non correre in peggio, e a dì 30 d’agosto del detto anno si partì da Messina in su una galea d’Ischia, e pose a Reggio, ov’era prima venuta la reina. E in Messina lasciò suo vicario un figliuolo del gran siniscalco con trecento cavalieri alla guardia della terra, confidandosi sopra tutto in messer Niccolò di Cesaro e nel suo seguito, ch’aveano cura alla guardia per loro medesimi, ch’aveano di fuori i loro avversari. E poi da Reggio per Calavria e per Puglia se ne tornarono a Napoli, del mese di settembre del detto anno.
CAP. XCVIII. Come si perdè Governo a’ Mantovani.
I signori da Gonzaga, essendo uomini savi di guerra, avendo lungamente tenuta la signoria di Mantova, vicini e in mezzo tra’ signori di Milano e quelli di Verona, avean provveduto di tenere salvo gran parte del loro contado in questo modo. La loro città è posta nel mezzo d’un lago di fiumi correnti, e di questo lago di verso levante alla città esce un fiume, che si stende correndo verso mezzo dì ed entra in Po; e dov’egli entra in Po è un castello e un ponte: il castello si chiama Governo: e dall’uscita del fiume al detto castello ha dieci miglia di terreno, e per i Mantovani è alzato e fortificato un argine sopra il fiume dal lato d’entro, e fattovi forti steccati e molte bertesche a potere fare ogni gran difesa. E dall’altra parte del lago, di verso ponente alla città e di lungi tre miglia, esce un altro fiume, e corre verso mezzo dì anche al Po, e stendesi ancora per dieci miglia di terreno, e l’argine di questo fiume è fatto maggiore e più forte che l’altro, e steccato e imbertescato a ogni difesa, e in sul Po s’aggiugne a un forte castello de’ Mantovani che si chiama Borgoforte, e anche a questo castello è un ponte sul Po. Tra queste due fiumare si stende un gran contado tutto piano, e di buono terreno da lavorare, e ubertuoso di frutti e di vittuaglia. Questo contado per infino a qui per forza ch’avessono i tiranni vicini non avien mai potuto noiare, e viveanne i Mantovani in grande sicurtà, e chiamavano questo contado la Serraia. In questi dì era guerra tra’ signori di Milano e quelli di Mantova, e però i Mantovani avieno mandate masnade di fanti a piè alla guardia del ponte e anche di Governo, e anche de’ loro soldati a cavallo, tra’ quali era un conestabile che avea ricevuta ingiuria da’ signori da Gonzaga. Costui ordinò, che là venisse la gente de’ signori di Milano per suo trattato, e diede loro il passo del ponte, mostrando a’ suoi, che come ne fosse passati una parte darebbono loro addosso, e tutti gli avrebbono a mansalva; ma innanzi che il traditore si mettesse al contasto ve ne lasciò tanti venire, che a’ suoi per necessità convenne abbandonare il campo e ’l castello; e per questo modo fu preso il forte passo di Governo, da potere correre ed entrare nella Serraia; e questo fu all’uscita del mese d’agosto anno detto.
CAP. XCIX. Come i signori di Milano presono Borgoforte, e assediarono Mantova.
Messer Bernabò e messer Galeazzo di Milano, avendo novelle come ’l ponte e ’l castello di Governo era preso per la loro gente, ebbono grande allegrezza, e lasciandosi addietro i fatti di Pavia e di Novara, subitamente accolsono tremila cavalieri di loro soldati e gran popolo, e l’una parte mandarono a Governo, e l’altra per la riva del Po a Borgoforte. Quelli ch’andarono a Governo feciono di loro due parti; l’una si dirizzò, verso Mantova, e misonsi a campo in capo del ponte onde i Mantovani della terra veniano nel contado della Serraia, e ivi di presente dirizzarono una bastita con torri e con bertesche, e tolsono il passo e la speranza a’ Mantovani, che per forza ch’avessono nella Serraia non poterono entrare per soccorrere Borgoforte, e l’altra parte cavalcò per la Serraia dentro a Borgoforte, e così dentro e di fuori subitamente fu assediato Borgoforte. E vedendo coloro ch’aveano la guardia della terra che soccorso non poteano avere da niuna parte, s’arrenderono salve le persone; e così in pochi dì ebbono i signori da Milano l’uno castello e l’altro, e la signoria di tutto il contado della Serraia, infino al lago che cigne la città di Mantova. Avuto Borgoforte, feciono maggiore e più forte la bastita a capo del ponte del lago, e mantennonvi l’oste grande, perocchè per niente avevano loro vita; e dall’altra parte fuori della Serraia misono l’oste presso della città, il lago in mezzo, e tutto l’altro paese mantovano corsono e rubarono. E per questo assedio speravano tosto avere libero la signoria di Mantova, e sarebbe venuto fatto, se non fosse il soccorso degli allegati, come nel suo tempo diviseremo. I signori di Milano, ch’aveano il castello e ’l passo di Borgoforte ch’era verso il loro terreno, abbandonarono Governo ch’era molto lontano al loro soccorso e presso a’ nemici, e’ Mantovani il ripresono, e fecionlo più forte, e misonvi buona guardia.
CAP. C. Come il cardinale Egidio passò per Firenze.
Il cardinale di Spagna messer Egidio legato, avendo lasciato successore l’abate di Clugnì, e assediata la città di Forlì, a dì 14 di settembre anno detto fu ricevuto in Firenze a grande solennità, andandoli incontro a processione tutto il chericato, e le religioni, e ’l popolo, sonando le campane del comune e delle chiese a Dio laudiamo, e messo sopra la sua persona fuori della città un ricco palio di baldacchini di seta e d’oro adorno intorno riccamente, tutti i cavalieri di Firenze gli furono intorno, ed addestrarlo al freno e alla sella, e’ grandi cittadini portavano il palio; e guidatolo con questo onore per la città, il condussono al luogo de’ frati minori, ove fece suo albergo; e ivi fu visitato con grande reverenza da’ priori e da tutti i collegi, e dagli altri buoni cittadini; e dopo la vicitazione i priori gli mandarono doni di cera lavorata e di confetti d’ogni ragione in gran quantità, e uno grande e ricco destriere fornito di nobili arredi e coverto di scarlatto, e per vestire la sua persona due pezze di fini panni scarlatti di grana, e una cappella doppia di baldacchini d’oro e di seta fini. Il cardinale ricevette graziosamente ogni cosa, e poi fatto suo sermone, magnificò molto il comune di Firenze e sopra tutti gli altri di divozione e di fede alla santa Chiesa, offerendosi sempre protettore del comune; e fatto un solenne convito a’ signori e a’ collegi e a molti altri gran cittadini, a dì 19 di settembre si partì di Firenze e mandato a’ Pisani per la licenza di potere passare per la città di Lucca, i Pisani vi mandarono dugento barbute e molti balestrieri alla guardia, e feciono serrare le porte, e per loro ambasciadori gli feciono dire, che se la sua persona con alquanti compagni senz’arme volesse entrare per la città, ch’egli il potea fare; il cardinale non volle quella grazia, e cavalcando di fuori, vide le porte serrate e le mura fornite di molti balestrieri colle balestra tese, per la qual cosa si dilungò dalla città, sdegnato forte della vergogna che da’ Pisani gli parve ricevere. Questo legato per suo senno, e per grande e sollecita provvisione di guerra, racquistò a santa Chiesa il Patrimonio e Terra di Roma, e ridusse il prefetto occupatore alla sua misericordia. Vinse per forza e per ingegno tutte le terre della Marca d’Ancona, abbattendo la signoria di messer Malatesta da Rimini, e di Gentile da Mogliano, e ’l nuovo tiranno d’Agobbio; e per forza vinse in Romagna Cesena e Brettinoro e racquistò Faenza, e lasciò Forlì assediata, e’ Malatesti tutti riconciliati all’ubbidienza di santa Chiesa; e contastò assai colla compagnia, avvegnachè nell’ultimo, o per paura, o per fretta ch’avesse della sua partenza, s’accordò a levarlisi d’addosso con danari, con poco suo onore e di santa Chiesa; e tutte queste cose fece in termine di quattro anni e un mese dal suo avvenimento in Italia.
CAP. CI. Come per i cardinali non si fè nulla della pace de’ due re.
Chi potrebbe senza fallare scrivere le movitive degl’Inghilesi? il re d’Inghilterra da capo fece tornare i legati per dare termine al trattato della pace, e dichiararono i patti e le terre che al re d’Inghilterra si doveano dare, e la quantità de’ danari e’ termini quando per diliberare il re, e ’l figliuolo, e’ baroni, e rimanere in buona pace; e questo accordo si divolgò per tutto, per conferma fatta del mese di settembre. Questa concordia tornò addietro, perocchè per sicurtà delle cose il re all’ultimo domandò di volere tenere per stadichi il Delfino di Vienna, e l’altro figliuolo del re di Francia e ’l conte di Fiandra, tanto che ’l re di Francia tornato nel suo reame fornisse le cose promesse; la qual cosa non potea aver luogo, che ’l Delfino per lo fallo commesso non si fidava, e ’l conte di Fiandra non era debito al re di Francia di cotanto servigio; e però rotto il trattato, il re di Francia e ’l figliuolo con altri baroni furono mandati in prigione a Guindifora, per addietro detta la Gioiosa guardia. In questo medesimo tempo il re d’Inghilterra avea anche in prigione nell’isola il re David di Scozia; sicchè di tenerli prigioni non abbassava l’ambizione della vanagloria alla quale i mortali volentieri attraggono, e ’l tenere i trattati della concordia rompea gli animi de’ Franceschi dell’apparecchio della guerra, e riteneali in divisione e fuori del loro antico reggimento, e di ciò pensava non meno che dell’arme il re d’Inghilterra potere avere suo intendimento. E però traendo sperienza dal fatto, piuttosto si può ritrarre ch’e’ trattati sono stati fatti finti, che di vero intendimento.
CAP. CII. Come fu impiccato il conte di Minerbino.
Il conte di Minerbino, detto Paladino, di cui tanto avemo addietro parlato, essendo da natura incostante e senza fede, tratto egli e ’l fratello di prigione dopo la morte del re Ruberto, appresso come fu morto il duca Andreasso se n’andò in Ungheria, e col re d’Ungheria tornò nel Regno, e col re stette mentre che gli mise bene, e non gli tenne fede. E venuto alla misericordia, e ricevuto perdonanza da lui, dopo la partita del re si riconciliò più volte col re Luigi, e da lui ebbe provvisione e doni per tenerlo in pace: ma la sua incostanza non glie le consentia, ma stava in rubellione, e accogliea rubatori e soldataglia, e correa in Puglia per pazzia non meno che per ruberia; e vedendo messer Luigi di Durazzo in discordia col re, s’accostava con lui; altra volta il lasciava, e prendea a suo vantaggio, e stava sì forte e avvisato, che in palese non potea ricevere impedimento. Il prenze di Taranto, chiamato l’imperadore, vedendo quanto costui tribolava la Puglia, commise a messer Betto de’ Rossi suo cavaliere, che segretamente avesse cura a’ suoi andamenti. Costui sentendolo in Matera, trattò con certi masnadieri che ’l seguitavano alla sua provvisione, e corruppeli per moneta per modo, che cavalcatovi colla gente dell’imperadore, di subito fu lasciato entrare nella terra. Il conte vedendosi tradito da’ suoi, ricoverò nel castello. Il prenze vi fu di presente intorno con molta gente, e cinselo dentro e di fuori per modo che non poteva uscire della fortezza, e da vivere non v’avea, sicchè fu costretto da necessità d’uscirne in camicia con uno capestro in collo, e gittossi a’ piè del prenze, come altra volta avea fatto a Trani al re d’Ungheria; ma la cosa non succedette a quel modo. Il prenze il fece prendere, e menollo ad Altemura; e fattosi dare il castello, a uno de’ merli il fece impendere per la gola nel detto castello.
CAP. CIII. Come fu preso Minerbino.
Sentendo messer Luigi fratello del conte come il prenze avea morto il fratello, essendo uomo di grande ardire e di seguito, di presente accolse soldati e caporali di ladroni, e misesi in Minerbino loro castello, il quale era forte a maraviglia, e credette poterlo tenere in rubellione. I terrazzani sapendo che il conte loro principale signore era morto, non assentirono di volere prendere arme contro a’ reali; e però messer Luigi elesse i compagni che volle, e fornita la rocca, ch’era inespugnabile, vi si racchiuse dentro, senza paura di forza che noiare lo potesse di fuori. Ma la fede corruttibile de’ soldati tosto l’ingannò. Che avendo seco dentro un conestabile lombardo, per danari e per larghe impromesse ricevette dentro, nella rocca colle sue mani uccise messer Luigi, e il corpo suo e la rocca diede al prenze, del mese di dicembre del detto anno. L’altro fratello, ch’era conte di Vico, con poca virtù e semplice uomo, vedendo lo sterminio de’ fratelli si partì del Regno, abbandonando le sue castella e la sua giurisdizione. E così prese fine ne’ successori il dominio di messer Gianni Pipino, il quale di piccolo notaio per la sua industria fatto de’ maggiori signori del reame al tempo del re Carlo vecchio, e colui ch’avea maggiore mobole fatto dell’avere de’ saracini di Nocera, quand’egli con sagacità e con inganno trasse i saracini del Regno, e acquistò al re Carlo la forte città di Nocera in Puglia. Costui comperò a’ figliuoli, e poi i figliuoli a’ nipoti, grandi e larghi baronaggi, miserabili per la loro fine.
CAP. CIV. Come i Genovesi mandarono in Sardigna venti galee per racquistare la Loiera, e non poterono.
Avendo il doge di Genova con l’armata di venti galee racquistato al comune Ventimiglia e Monaco, come poco innanzi abbiamo contato, coll’empito di quella vittoria le mandò di subito in Sardigna, acciocchè per forza vincessono la Loiera. E giunti là improvviso, scesono con molti balestrieri e con altri dificii a combattere la terra, sforzandosi di vincerla con ogni forza e ingegno che seppono. Ma i Catalani che dentro v’erano alla guardia valentemente si misono alla difesa, e ripararono sì francamente, che i loro nemici perderono ogni speranza d’acquistarla per forza. E lasciatovi di loro morti, e molti fediti e magagnati, raccolti a galea si tornarono a Genova, e disarmarono di novembre anno detto.