LIBRO SESTO (continued 2)
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CAP. LVIII. Come il conte di Lancastro cavalcò fino a Parigi.
Del mese di luglio del detto anno, il conte di Lancastro con due fratelli del redi Navarra, con quattromila cavalieri e molti arcieri inghilesi, per fare maggiore onta al re di Francia, sentendo s’apparecchiava di molta baronia, si misono a cammino, scorrendo i paesi inverso la città di Parigi, facendo col fuoco gran danno alle villate di fuori e predando in ogni parte, e misonsi tanto innanzi, che a una giornata s’appressarono a Parigi. Sentendo che ’l re s’apparecchiava di venire contro a loro con diecimila cavalieri e grande popolo, diedono la volta girando il paese, e facendo continovi danni e gravi si ridussono in Normandia a un castello che si chiamava Bertoglio, innanzi al quale fermarono loro campo per difenderlo, avvisando che ’l re di Francia il dovesse fare assediare, perocchè tribolava col ricetto degl’Inghilesi tutta Normandia.
CAP. LIX. Come il re di Francia andò in Normandia.
Il re di Francia infocato di sdegno più contro a messer Filippo di Navarra che gli era venuto addosso, che contro al duca di Lancastro, sentendo che s’era ridotto nel Castello di Bertoglio sotto la guardia degl’Inghilesi, di presente in persona si mosse da Parigi con quella cavalleria ch’avea accolta, lasciando d’essere seguito dagli altri, e dirizzossi in Normandia verso Bertoglio; e trovandosi con più di diecimila cavalieri, e con grande moltitudine di sergenti, si mise a campo presso a’ suoi nemici, a intenzione di combattere con loro. Il conte di Lancastro avvisato guerriere, sentendosi il re appresso con molto maggior forza che la sua, ebbe un suo avvisato scudiere e ben parlante, il quale mandò al re di Francia, e fecelo richiedere di battaglia. Il re allegramente ricevette il gaggio della battaglia, facendo allo scudiere larghi doni; il quale volendo dimostrare ch’avesse amore al re, in sul partire gli disse, che la venuta del conte alla battaglia sarebbe innanzi dì, dicendogli, che per tempo si dovesse apparecchiare. Il re mucciando gli disse, che di ciò non si curava; venisse quando volesse, pure che venisse alla battaglia; ma le parole dello scudiere furono molto piene di malizia, perocchè sapendo che ’l conte la notte si dovea partire, disse questo acciocch’e’ Franceschi sentendo il movimento credessono che ciò fosse apparecchio di battaglia e non di fuga, e così avvenne, che ’l conte di Lancastro, e messer Filippo di Navarra in quella notte, facendo fare gran vista nel campo e gran romore, chetamente si ricolsono, e partirono colla loro gente. Il re la mattina scoperto il baratto degl’Inghilesi si mise a oste al castello con proponimento di lasciare gli altri assalti degl’Inghilesi, e attendere a racquistare le terre che rubellate gli erano in Normandia. In questo tempo il duca di Guales faceva alle terre del re di Francia grandi guerre in Guascogna, ma però il re non si volle partire dall’assedio di Bertuglio infino a tanto che l’ebbe a’ suoi comandamenti, arrenduti al re salve le persone, e così fu fatto; avendo il re vittoria d’avere cacciati con vergogna i nemici, e vinto il castello.
CAP. LX. Come il papa e l’imperadore diedono titolo al re d’Ungheria.
In questi tempi mostravano il papa e’ cardinali grande affezione al re d’Ungheria, o che fosse procaccio del detto re, che spesso avea in corte suoi ambasciadori, o che motivo fosse della Chiesa per fargli onore, a dì quattro del mese d’agosto del detto anno, il papa e i cardinali di concordia in consistoro il pronunziarono e dichiararono gonfaloniere di santa Chiesa contro agl’infedeli. In questo medesimo tempo, essendo il detto re all’assedio di Trevigi, l’imperadore il fece suo vicario nella guerra de’ Veneziani, ed egli levò nel campo la sua insegna, e tutte le terre che per lui s’acquistavano riceveva in nome dell’imperadore.
CAP. LXI. Come i Fiorentini s’accordarono di fare porto a Talamone.
Avemo narrato addietro, come il comune di Firenze per lo torto ch’e’ Pisani faceano a’ suoi cittadini, d’avere levata loro la franchigia contro a’ patti della pace, essendo venuto il termine che i mercatanti s’erano partiti da Pisa, e ritrattone le mercatanzie e’ danari, del presente mese d’agosto del detto anno, avendo i dieci del mare lungamente trattato col comune di Siena di volere far porto a Talamone, recato l’acconciamento del porto e del ridotto in terra, e della guardia, che da loro parte era a fare, e del dirizzamento del cammino, e dell’albergherie, e appresso di quello che per dazio e gabelle la mercatanzia de’ Fiorentini avesse a pagare, in piena concordia, per riformagioni de’ consigli di catuno comune, si fermò per dieci anni di fare i Fiorentini porto là e ridotto a Siena, e i Sanesi di conservare i patti promessi. È vero, che tra gli altri patti era promesso di sbandire le strade da Siena a Pisa per divieto d’ogni mercatanzia, ma questo non osservarono i Sanesi, anzi correa il cammino dall’una città all’altra in grande acconcio de’ Pisani. Avvedendosene i Fiorentini, se ne dolsono, ma ’l reggimento del comune di Siena non se ne movea. Vedendo de’ cittadini che voleano s’attenesse la fede al comune di Firenze, e che i loro rettori non lo faceano, ordinarono, che certi sbanditi loro cittadini rompessono e rubassono la strada e la mercatanzia, e forse fu d’assentimento de’ rettori per coprirsi al comune di Pisa. Costoro feciono volentieri il servigio per modo che ’l cammino al tutto per terra fu loro tolto. E i Pisani sopra gli altri Toscani saputi e maliziosi, a questa volta si trovarono presi nella loro malizia; perocchè incontanente che i Fiorentini presono porto a Talamone e ridotto a Siena, tutti gli altri mercatanti d’ogni parte abbandonarono il porto e la città di Pisa, e votarono la città d’ogni mercatanzia, e le case dell’abitazioni, e ’l mestiere delle loro mercerie, e gli alberghi de’ mercatanti e de’ viandanti, e’ cammini de’ vetturali, e ’l porto delle navi, per modo che in brieve tempo s’avvidono, che la loro città era divenuta una terra solitaria castellana; e nella città n’era contro a’ loro rettori grande repetio. Allora s’accorsono senza suscitamento di guerra quanto guadagno tornava al loro comune per avere rotta la pace e la franchigia a’ Fiorentini. Allora cominciarono a cercare ogni via e modo, con ogni vantangio che volessono i Fiorentini, di ritornarli a stare in Pisa; ma i Fiorentini, sdegnati della fede rotta pe’ Pisani cotante volte al loro comune, non poterono essere smossi del fermo proposito di fare col fatto conoscenti i Pisani, che i Fiorentini poteano ben fare le mercatanzie per terra e per mare senza loro, ed eglino male usare il porto, e’ mercatanti, e la mercatanzia, e l’arti, e’ mestieri a utilità de’ loro cittadini, e l’entrate del loro comune senza i Fiorentini. E perchè per indietro non si potessono atare, si fece divieto in tutto il distretto di Firenze d’ogni mercatanzia o roba ch’andasse o venisse verso Pisa, senza rompere il cammino a’ viandanti. E di questo seguitarono appresso maggiori cose per mare e per terra, come leggendo innanzi per li tempi si potrà trovare,
CAP. LXII. Come messer Bruzzi cercò di tradire il signore di Bologna.
Messer Bruzzi, figliuolo non legittimo che fu di messer Luchino signore di Milano, essendo per sospetto de’ signori di Milano cacciato di quella, e per sue cattive operazioni stato in ribellione più tempo, vedendosi messer Giovanni da Oleggio molto solo di confidenti nella sua signoria, e conoscendo messer Bruzzi pro’ e ardito, e bene avvisato in guerra e di gran consiglio, il recò a sè, parendogli potersi confidare di lui, e assegnogli larga provvisione, e facevagli onore, e tutte le maggiori cose di fatti d’arme li commettea; e oltre a ciò in camera l’avea a’ suoi segreti consigli, e mostravagli tanto amore, ch’e’ Bolognesi temevano, che se messer Giovanni morisse costui non rimanesse signore; ma l’animo tirannesco affrettando l’ambizione della signoria li gravava d’attendere, e però cercava di fornirlo più tosto, e trattò di torre la signoria a messer Giovanni, ma non seppe fare il trattato sì coperto che a messer Giovanni, ch’era maestro di buona guardia e di savia investigagione, non li venisse palese. E tornando messer Bruzzi di fuori con molta gente d’arme in Bologna con grande pompa, messer Giovanni mandò per lui, e avendolo in camera, li rammentò l’onore e ’l beneficio che gli avea cominciato a fare, e l’animo ch’avea di farlo grande; e appresso li mostrò il trattato ch’e’ tenea per torli la signoria di Bologna sì aperto, ch’e’ non glie lo potè negare: ma per amore della casa de’ Visconti, dond’era nato, gli disse, che li perdonava la morte; ma per vendetta dello sconoscimento dell’onore che gli avea fatto trovandolo traditore il fece spogliare in giubbetto, e cacciare a piè fuori di suo distretto incontanente, e diede congio a tutta sua famiglia, e ritenne l’arme gli arnesi e i cavalli.
CAP. LXIII. Come i Veneziani cercarono accordo col re d’Ungheria.
Di questo mese d’agosto del detto anno, vedendo i Veneziani essere recati a mal partito nella guerra col re d’Ungheria, signore di così gran potenza, e pensando che per lo cominciamento della guerra i loro cittadini erano per le spese loro premuti dal comune infino al sangue, pensarono ch’altro scampo non era per loro se non di procacciare la sua pace; e però elessono parecchi de’ maggiori e de’ più savi cittadini di Vinegia, e mandaronli al re nel campo a Trevigi con pieno mandato, informati dell’intenzione e volontà del loro comune, e giunti al re, da lui furono ricevuti onorevolemente; ed essendo a parlamento con lui, gli offersono da parte del comune di Vinegia, come quando potessono avere da lui buona pace, che ’l comune lascerebbe la città di Giara, con patto ch’ella dovesse rimanere nel primo stato in sua libertà, e che renderebbono liberamente certe terre nomate della Schiavonia a sua volontà, e certe altre voleano ritenere e riconoscere da lui, con quello convenevole censo a dare ogn’anno al re ch’a lui piacesse, e offerendoli di ristituire per tempo ordinato quella quantità di pecunia per suoi interessi e spese che fosse convenevole, e di che egli giustamente si potesse contentare. Al re parve strano ch’e’ volessono trarre Giara del suo reame e metterla in libertà, e che per patto li convenisse lasciare le sue terre al comune di Vinegia a censo; e questo riputava in vergogna della sua corona, e però non volle consentire a questa pace, nè a questo accordo, se liberamente non gli fossono restituite le terre del suo reame. Molti di questo biasimarono il re, parendo ch’egli dovesse avere preso questo accordo con suo vantaggio, per quello ch’appresso ne seguitò di suo poco onore, ma chi riguarderà al fine e alla potenza reale non li darà biasimo della sua alta risposta.
CAP. LXIV. Come il signore di Bologna scoperse un altro trattato contro a sè.
Messer Bernabò di Milano, avendo sopra all’altre cose cuore a’ fatti di Bologna, come avea ordinato l’uno trattato contro al signore di Bologna, e era scoperto, così avea ricominciato l’altro: apparve cosa maravigliosa, che tutti si scoprivano per sè stessi per non pensati nè provveduti modi. Avea in questi dì messer Giovanni da Oleggio fatto podestà di san Giovanni in Percesena, e datali provvisione in altre terre circustanti, un Milanese, in cui avea grande e antica confidanza. Tanto seppe adoperare messer Bernabò, che corruppe questo podestà milanese, e corruppe il suo cancelliere, il quale dovea fare lettere da parte del signore per certo modo come volea il detto podestà; e già ogni cosa era recata in opera per modo, ch’era mossa la cavalleria che dovea entrare nelle castella sotto il titolo delle lettere del signore di Bologna, e mandò messer Bernabò un suo fidato messaggere innanzi al podestà di san Giovanni colle sue lettere. Avvenne che in quel dì, alcune ore innanzi che ’l fante giugnesse al castello di san Giovanni, il podestà era ito a Bologna; il fante li tenne dietro, e cominciò infra sè a dubitare delle lettere che portava, perocchè sentiva della cagione perch’egli andava; e giunto a Bologna, trovo che ’l podestà era col signore, e allora li montò più il sospetto, immaginando che ’l trattato fosse scoperto, e per campare sè, tanto fu forte la sua immaginazione ch’e’ si mise ad andare al signore, e con grande improntitudine fece d’avere udienza da lui, e allora li manifestò il fatto; e per provare la verità li diè le lettere di messer Bernabò ch’e’ portava al podestà, per le quali fu manifesto che san Giovanni, e Nonantola e altre castella, in uno dì doveano essere date per lo trattato del podestà alla gente di messer Bernabò, il quale era ancora in casa del signore; messer Giovanni vedute quelle lettere e disaminato il fante, fece ritenere il podestà e il cancelliere, è ritrovata con loro la verità del fatto, e colpevoli, di presente provvide alla guardia delle terre, e costoro con anche dieci di loro seguito fece morire.
CAP. LXV. Di certa novità che gli Ungheri feciono nel campo a Trevigi.
La disordinata moltitudine de’ cavalieri ungheri, che a modo di gente barbara non sanno osservare la disciplina militare, nè essere ubbidienti a’ loro conducitori, come detto è poco addietro, aveano scorso il Padovano, perchè la vittuaglia che di là solea venire non venia, e la carestia montava nel campo. Per la qual cosa al primo fallo n’arrosono uno maggiore, e presono riotta co’ cavalieri tedeschi che v’erano con messer Currado Lupo e con gli altri conestabili tedeschi che fedelmente servivano il loro signore, e per arroganza li villaneggiavano; e fatto questo, corsono con furore alla camera dove il re avea ordinato il fornimento della vittuaglia e dell’altre cose per conservare l’oste, e rubaronla; e così in pochi dì ebbono a tanto condotta l’oste, sconciando l’ordine che la mantenea, che per necessità fu costretto il re di partirsi dall’assedio, come appresso diviseremo: verificandosi quel detto del filosofo il quale disse: che le sopragrandi cose reggere non si possono, e quelle che reggere non si possono, lungamente durare non possono.
CAP. LXVI. Come il re d’Ungheria si levò da oste da Trevigi.
Il re d’Ungheria vedendo l’oste sua sconcia per la sfrenata baldanza della moltitudine de’ suoi Ungheri, e che i difetti della vittuaglia erano senza rimedio, si pentè di non avere presa la concordia che potuta avea prendere con suo onore co’ Veneziani; ed essendo naturalmente di subito movimento, senza deliberare con altro consiglio, improvviso a tutti, a dì 23 del mese d’agosto del detto anno si partì dall’assedio di Trevigi, ov’era con più di trecento migliaia di cavalieri, è passò la Piave raccolta tutta sua gente a salvamento; perocchè quelli della città nè segno nè avviso n’ebbono ch’e’ si dovesse partire, e alcuni dì stettono innanzi che pienamente si potesse credere la loro partita. A Colligrano fu la loro raccolta, e in quella terra lasciò duemila cavalieri ungari alla guardia della terra per fare guerra a Trevigi, ed egli con tutto l’altro esercito si tornò in Ungheria con poco onore della sua impresa a questa volta.
CAP. LXVII. Raccoglimento di condizioni, e movimento del re.
Questo re d’Ungheria, per quella verità che sapere ne potemmo, è uomo di gran cuore, pro’ e ardito di sua persona, e nelle prosperità di grandi imprese molto animoso, rigido e fiero in quelle, e molto si fa temere a’ suoi baroni, e vuole avere presti i loro debiti servigi; è grande impigliatore senza debita provvedenza; e a sua gente in fatti d’arme è più abbandonato e baldanzoso che provveduto, per la soperchia fidanza, che havea in loro ed eglino in lui, perocchè molto è cortese a tutti e di buona aria; assai volte ha mostrati esempi di subiti e lievi movimenti nelle grandi cose, e l’avverse sa meglio abbandonare, partendosi da esse, che stando con virtù resistere a quelle.
CAP. LXVIII. Come la gente della lega di Lombardia sconfisse il Biscione a Castel Lione.
Essendo lungamente stato assediato il forte Castel Leone de’ Mantovani dalla forza de’ signori di Milano, e recato a stretto partito, i signori di Mantova coll’aiuto del marchese di Ferrara e del signore di Bologna raunate subitamente, all’uscita d’agosto anno detto, mille dugento barbute e grande popolo per soccorrere il castello, s’avviarono molto prestamente verso il campo de’ nemici, i quali vedendosi venire improvviso addosso i Mantovani si levarono dall’assedio, e ordinarono una grossa schiera alla loro riscossa e innanzi che la gente de’ Mantovani giugnesse al campo, si ridussono a uno castello ivi presso de’ loro signori di Milano; ma la schiera fatta per la riscossa fu soppressa dalla gente de’ Mantovani e sconfitta, e morti e presi la maggior parte, e ’l castello liberato dall’assedio; e rifornito di nuova gente e di molta vittuaglia con vittoria si tornarono al loro signore, avendo vituperata la gente de’ signori di Milano di quella loro lunga impresa.
CAP. LXIX. Trattati de’ Ciciliani.
Detto abbiamo addietro, come certi potenti cittadini della città di Messina nominati que’ di Cesare cacciarono della città altri cittadini loro avversari, e rimasi i maggiori, s’accostarono co’ baroni di Chiaramonte, i quali teneano col re Luigi del Regno. Nondimeno perchè a loro parea essere nell’isola i maggiori, eziandio senza l’aiuto del detto re, e’ cercarono di riducere a loro Federigo loro legittimo signore, e trarlo delle mani de’ Catalani, e conducerlo a Messina e farlo coronare dell’isola. E per dimostrare che eglino avessono affezione al loro signore naturale dell’isola, messer Niccola di Cesaro in persona, a cui il re Luigi avea accomandata la terra di Melazzo, andò là con gente d’arme, e fece per più di combattere coloro che per lo re guardavano la rocca, tanto che l’ebbe. Per la qual cosa i Messinesi presono molta confidanza di messer Niccola, e don Federigo medesimo prese speranza e diede intenzione di venire a Messina, e per tutto si divolgò che l’accordo di Cicilia era fatto. Ma o che questo trattato fosse fatto ad ingegno di malizia, come si credette, o che la setta de’ Catalani non si fidasse, la cosa si ruppe tra’ Ciciliani, e seguitonne la chiamata a Messina del re Luigi, come appresso al suo tempo, conseguendo nostra materia, diviseremo.
CAP. LXX. Come la compagnia stette sopra Ravenna.
Venuta la compagnia del conte di Lando del Regno in Romagna, il legato per tema de’ baratti di quella gente senza fede si ritrasse dall’assedio di Cesena, e dalla cominciata guerra contro al capitano di Forlì, pensando saviamente i pericoli che occorrere li poteano. Il capitano a quella compagnia dava il mercato, e a’ capitani e a’ maggiori conestabili facea doni per avere il loro aiuto: e la moltitudine di quello esercito si stava in sul contado di Ravenna facendo danno di prede, e minacciando di dargli il guasto, se ’l loro signore messer Bernardino da Polenta non desse loro danari. Ma egli, essendo molto ricco di moneta, chiamò a consiglio i Cittadini di Ravenna; e con loro ordinò il modo dell’ammenda del guasto, e volle in questo caso, come valoroso tiranno, innanzi sodisfare il danno a’ suoi cittadini, che sottomettersi al tributo della compagnia. Onde molto fu commendato da’ savi; perocchè del guasto la compagnia fa danno a sè senza trarne alcun frutto, e il trarre danari da’ signori e da’ comuni è un accrescere baldanza e favore a mantenere le compagnie e servaggio de’ popoli.
CAP. LXXI. Come i Fiorentini ordinarono di fare balestrieri.
Sentendo i Fiorentini la gran compagnia in Romagna, e che ’l termine promesso per quella di non gravare i Fiorentini compieva, si provvidono d’alquanti cavalieri, e mandaronli in Mugello per contradire i passi dell’alpe, e feciono eletta nella città e nel contado di balestrieri, e del mese di luglio del detto anno feciono mostra di duemilacinquecento balestrieri sperti del balestro, tutti armati a corazzine, e mandaronne a’ passi dell’alpe, e senza arresto, ne compresono appresso fino in quattromila, tutti con buone corazzine, della qual cosa le terre vicine ghibelline, e guelfe di Toscana, che allora viveano in sospetto, stavano in gelosia e in guardia, e la compagnia medesima ne cominciò a dottare. Nondimeno il comune, per savia e segreta provvidenza, mandò alcuni cittadini per ambasciadori alla compagnia, i quali teneano ragionamento di trattato, e passavano tempo, e tentavano con ispesa di trarre de’ caporali della compagnia e conducergli a soldo; e per questo modo temporeggiando co’ conducitori di quella, tanto che il grano e i biadi del nostro contado fu fuori de’ campi, e ’l comune fortificato di cavalieri, e masnadieri, e balestrieri, e presi i passi in tutta l’alpe, ove potea essere il passo alla compagnia, si ruppono dal trattato, e tornaronsi a Firenze. La compagnia, sentendo il comune di Firenze provveduto contro a sè, con accrescimento di sdegno perdè la speranza d’entrare a fare la ricolta tributaria in Toscana, e però tenne co’ Lombardi suo trattato, il quale fornì, come innanzi al suo tempo racconteremo.
CAP. LXXII. L’ordine ch’e’ Fiorentini presono per mantenere i balestrieri.
Piacendo a’ Fiorentini molto il nuovo trovato de’ balestrieri, il fermarono con ordine, e nella città n’elessono ottocento, tutti balestrieri provati, partendoli per gonfalone, e a venticinque davano un conestabile, e le balestra e le corazze di catuno inarcavano del marco del comune, e per simile modo n’elessono nel contado, dandone secondo l’estimo cotanti per cento, e appresso nel distretto ne feciono scegliere a catuna comunanza, terra o castello quelli che si conveniano, tanti che in tutto n’ebbono quattromila; e ordinarono per li loro soldi certa entrata del comune, e che catuno de’ detti balestrieri, non andando al servigio del comune, standosi a casa sua avesse ogni mese soldi venti di provvisione dal comune, e ’l conestabile soldi quaranta, e dovessono stare apparecchiati a ogni richiesta del comune; e quando il comune li mandasse o tenesse in suo servigio, dovessono avere il mese fiorini tre di soldo, e ogni capo di tre o di quattro mesi erano tenuti a volontà degli uficiali deputati sopra loro, ch’erano due cittadini per catuno quartiere, colle loro balestra e colle corazze marcate del marco del comune. E oltre a ciò, a ogni rassegnamento gli uficiali facevano fare per ogni gonfalone un bello e nobile balestro e tre ricche ghiere, il quale poneano in premio e in onore di quel balestriere della compagnia del gonfalone, che tre continovi tratti saettando a berzaglio vinceva gli altri; e ancora così faceano ne’ comuni del contado per esercitare gli uomini, per vaghezza dell’onore, a divenire buoni balestrieri; e fu cagione di grande esercitamento del balestro, tanto che tra sè nella città e nel contado ogni dì di festa si ragunavano insieme i balestrieri a farne loro giuoco e sollazzo per singulare diporto.
CAP. LXXIII. Come i Trevigiani furono soppresi dagli Ungheri con loro grave danno.
Tornando un poco nostra materia, a’ fatti di Trevigi, avendo veduto coloro ch’erano per i Veneziani alla guardia di Trevigi la subita partita del re d’Ungheria e del suo grande esercito, cominciarono a far tornare i lavoratori nel contado, e conducervi il bestiame, e sparti per le contrade. Gli Ungheri ch’erano rimasi a Colligrano e per le terre vicine, sentendo il paese pieno di preda, mandarono scorrendo di loro Ungheri fino presso a Trevigi intorno di quattrocento cavalli, i quali raunarono d’uomini e di bestiame una grande preda; i cavalieri e’ balestrieri ch’erano in Trevigi con loro capitani veneziani, per risquotere la preda gagliardamente uscirono fuori più di cinquecento cavalieri e assai masnadieri, i quali di presente s’aggiunsono con gli Ungheri; ed eglino si cominciarono a difendere andando verso i nemici, e voltando e appresso ritornando; e continovo si ritraevano, ove sapevano ch’era l’aguato della loro gente, non facendone alcuno sembiante; e così continuando, e perseguitandoli i Trevigiani, gli ebbono condotti dov’erano riposti in aguato ottocento de’ loro Ungheri, i quali di subito uscirono addosso a’ Trevigiani, e rinchiusi tra loro, più di dugento n’uccisono in sul campo, e presonne più di trecento, e menaronsene i prigioni e la preda, avendo più danno fatto a’ Veneziani e a quelli del paese in questa giornata, che il re nell’assedio con tutto il suo esercito; e questo fu a dì 23 del mese d’agosto anno detto.
CAP. LXXIV. Come il Regno era d’ogni parte in guerra.
Essendo, come detto abbiamo poco innanzi, uscita la compagnia del reame, il re rimaso povero d’avere e di gente d’arme non potea riparare alla forza de’ ladroni che per tutto scorrevano il reame, ricettati da’ baroni ch’erano scorsi a mal fare, e partivano le ruberie e le prede con loro; e di verso le parti di Campagna centocinquanta cavalieri, ch’erano rimasi della compagnia, tribolavano tutto il paese d’intorno, e rubavano e rompevano le strade e’ cammini, e così gli altri caporali de’ ladroni facevano in principato e in Terra di Lavoro; e in Puglia il paladino col favore del duca di Durazzo, faceva il simigliante, e con ottocento barbute avea assediato Sanseverino, scorrendo e rubando tutto il piano di Puglia; e per questo il Regno era in maggiore tempesta che quando v’era la gran compagnia, e niuno cammino v’era rimaso sicuro; catuna parte del Regno era corrotta a mal fare, fuori che le buone terre, per gran colpa della mala provvedenza del re loro signore, che fuori de’ suoi diletti poco d’altro si mostrava di curare.
CAP. LXXV. Come i collegati condussono la compagnia al loro soldo.
La compagnia del conte di Lando stando lungamente sopra il contado di Ravenna, e premendo per via d’aiuto gravemente i Forlivesi, conosciuto che per lo riparo e provvedenza del comune di Firenze a loro era malagevole e pericoloso entrare in Toscana, s’accordarono d’andare a servire i collegati contro a’ signori di Milano in Lombardia; e condotti per quattro mesi per quelli della lega, promisono di stare il detto tempo sopra le terre de’ signori di Milano guerreggiando il paese a loro utilità; e a dì 18 del mese di settembre anni Domini 1356 si partirono di Romagna, e presono loro cammino in Lombardia, e tra Bologna e Modena attesono l’altra forza de’ collegati e ’l capitano ch’appresso diviseremo.
CAP. LXXVI. De’ fatti de’ collegati di Lombardia.
Erano in questo tempo collegati contro a’ signori di Milano il signore di Mantova, il marchese di Ferrara e ’l signore di Bologna, nominati caporali, avvegnachè assai degli altri tacitamente teneano con loro; e avendo procacciato d’avere la compagnia al loro servigio, come detto è, trattarono coll’imperadore d’avere capitano da lui a quell’impresa, e l’imperadore avendo l’animo contro a’ signori di Milano, i quali avea trovati molto potenti, avendo in Pisa per suo vicario messer Astorgio Marcovaldo vescovo d’Augusta, uomo valoroso in arme e di grande autorità, per non volersi scoprire manifestamente contro a’ tiranni, concedette la libertà al vescovo, e in segreto l’ordinò suo vicario, e a ciò li concedette tacitamente suoi privilegi, commettendoli che ciò non manifestasse se non quando sopra loro si vedesse in gran prosperità, sicchè con onore dell’imperio il potesse fare, altrimenti nol facesse, ma mostrasse da sè fare quell’impresa. Costui chiamato dalla lega de’ Lombardi si partì da Pisa e venne a Firenze, ove li fu fatto grande onore; e senza soggiorno se n’andò alla compagnia, e fu fatto loro conduttore, e dell’altra gente de’ Lombardi collegati; il quale valentemente s’ordinò contro a’ tiranni, e fece grandi cose, come appresso narreremo; ma richiedendoci innanzi alcune cose grandi conviene che prima abbiano il debito della nostra penna.
CAP. LXXVII. Come i Brabanzoni ruppono i patti a’ Fiamminghi.
Avendo poco innanzi narrato la concordia che si prese in luogo dell’apparecchiata battaglia tra’ Fiamminghi, e’ Brabanzoni per lo fatto di Mellina, seguita, che gli otto albitri eletti, quattro da catuna parte, sotto la fede del loro saramento, aveano diligentemente vedute, e disaminate le ragioni di catuna parte; e trovando di concordia tutti gli albitri la ragione della villa di Mellina essere del conte di Fiandra, e così essere acconci di sentenziare per osservare il loro saramento; il duca di Brabante, rompendo la fede promessa, mandò per fare pigliare i quattro suoi Brabanzoni ch’erano albitri, acciocchè non potessono dare la sentenza, e due ne presono, e due se ne fuggirono. Per questa cosa il conte di Fiandra, e’ Fiamminghi si tennono traditi da’ Brabanzoni e dal loro duca, e di presente mossono guerra nel paese. Ed essendo alquanti cavalieri fiamminghi entrati in Brabante guerreggiando, i Brabanzoni si misono con maggiore forza contro a loro, e rupponli, e uccisono ottanta cavalieri, e più altri ne imprigionarono. E aggiunto alla prima ingiuria il secondo danno e vergogna de’ Fiamminghi, s’infiammarono tutti di tanto sdegno, che per comune tutti diedono luogo a’ loro mestieri, e intesono ad apparecchiarsi in arme per andare contro a’ Brabanzoni, onde uscirono notabili cose come appresso racconteremo.
CAP. LXXVIII. Come il conte di Fiandra andò sopra Brabante.
È da sapere, per meglio intendere quello che seguita, che non per nuovo accidente, ma per antica virtù, e continovata ambizione, il popolo Fiammingo era più pro’ e più sperto e audace in fatti d’arme che il popolo brabanzone, e i cavalieri brabanzoni più sperti e più atti in fatti d’arme ch’e’ cavalieri fiamminghi. Ma recando a sè il popolo fiammingo l’ingiuria ricevuta da’ Brabanzoni, nell’impeto del furore del suo animo, come un uomo, s’accolsono insieme più di centocinquanta migliaia d’uomini, tutti armati a modo di cavalieri, e con loro il conte loro signore con quattromila cavalieri, e raccolto grandissimo carreaggio carico di vivanda, e d’armadura a dì 9 d’agosto anno detto presono loro cammino per entrare in Brabante, e a dì 12 del detto mese si trovarono sopra la gran città di Borsella, presso a mezza lega, e ivi fermarono loro campo, scorrendo il paese d’intorno, e facendo assai danno a’ paesani.
CAP. LXXIX. Come il duca di Brabante si fè incontro a’ Fiamminghi.
Il duca di Brabante, il quale era Tedesco, fratello uterino di Carlo di Boemia imperadore, avendo in animo di non volere, Mellina al conte rendere attendendo la guerra, avea richiesto d’aiuto l’imperadore, e molti altri principi della Magna, e a questo punto si trovò da diecimila o più buoni cavalieri tedeschi e brabanzoni, e tutto il popolo di Brabante si mise in arme, e trovossi il duca a questo bisogno cento migliaia di Brabanzoni a piè bene armati. E vedendosi i nemici all’uscio, a dì 17 del detto mese d’agosto uscirono a campo fuori della villa di Borsella, e misonsi a campo a rimpetto de’ Fiamminghi presso a un mezzo miglio: e cominciarono a ordinare la loro gente, e disporla per battaglie a piè, e a cavallo; perocchè ben conosceano che l’impresa era tale, che non riceveva altro termine che la vittoria della battaglia a cui Iddio la concedesse. In questo ordinare stettono dalla mattina a nona; mezzani non si poteano in questo fatto tramettere per la fede altra volta rotta pe’ Brabanzoni, catuna parte s’acconciava di combattere, e tanto era presso l’un’oste all’altra, che battaglia non vi potea mancare.
CAP. LXXX. Come i Fiamminghi sconfissono i Brabanzoni.
I Fiamminghi, ch’erano infocati per l’ingiurie ricevute, vedendosi i nemici così di presso, e sentendo tra loro gran romore, avvisandosi che per discordia si dovessono partire, senza attendere che venissono schierati al campo, valicata l’ora della nona, si misono ad assalirgli. E cominciato un grido tutti insieme a loro costuma, che trapassava il cielo vincendo ogni tonitruo, e giugnendo a’ nemici, i quali aveano incominciata alcuna discordia tra’ Tedeschi e’ Brabanzoni, gli assalirono con grande ardimento; e cominciata tra loro la battaglia, avvenne per caso, e non per operazione de’ nemici, che l’insegna del duca di Brabante si vide abbattuta. Veduto questo i Brabanzoni a piede in prima si misono alla fuga, e i cavalieri appresso volsono le reni a’ nemici senza fare alcuna resistenza, e intesonsi a salvare nella città ch’era loro presso; i Fiamminghi affannati per la corsa al primo assalto, e carichi d’arme, non li poterono seguire, e per questa cagione pochi ne morirono in sul campo, ma più n’annegarono, gittandosi a passare il fiume coll’armi indosso; ma tra tutti i morti in sul campo e annegati nel fiume appena aggiunsono al numero di cinquecento, che fu di così grande esercito gran maraviglia, e de’ Fiamminghi non morì alcuno di ferro, cosa quasi, incredibile a raccontare, ma così fu per la grazia di Dio, che non assentì tra loro maggiore effusione di sangue.
CAP. LXXXI. Come il conte di Fiandra ebbe Borsella.
Il duca di Brabante fuggendo co’ suoi cavalieri tedeschi entrò in Borsella, e tanta paura gli entrò nell’animo per la fede rotta a’ Fiamminghi, che non ebbe cuore di ritenersi in Borsella, ma di presente senza ordinarla a difesa o a guardia se ne partì, e andossene in Loano. Il conte, avendo vittoriosamente rotti e cacciati del campo i suoi nemici, vedendo i suoi Fiamminghi per la vittoria baldanzosi e di grande volontà a seguire innanzi, di presente in quel giorno se n’andò a Borsella. I gentili uomini e i grandi borgesi di quella villa aveano per addietro ordinato, che tutti gli artefici de’ mestieri stessono fuori della città in grandi borghi che v’erano, per novità che v’erano di loro riotte alcuna volta avvenute in pericolo della villa, e in questa rotta non gli aveano lasciati rifuggire dentro. I borghi erano grandi a maraviglia cresciuti per li mestieri, ed erano pieni e forniti d’ogni bene. Il conte avendo in fuga i suoi nemici senza contasto s’entrò ne’ borghi facendo alcuna uccisione, e comincionne ad affocare uno, e disse, che tutti gli arderebbe se la terra non facesse i suoi comandamenti. Gli artefici ch’abitavano ne’ borghi, e aveano di fuori e nella villa di loro gente, e avendo già in loro balìa l’una delle porte, dissono a’ borgesi, che non intendeano essere diserti colle loro famiglie per loro, e che se di presente non facessono i comandamenti del conte, che per forza il metterebbono nella villa. Per la qual cosa vedendosi i borgesi dentro a mal partito, elessono di concordia di volere innanzi essere all’ubbidienza del conte, che di lasciarsi prendere per forza da’ Fiamminghi e da’ loro propri cittadini, e guastare la città di sangue e di ruberia; e di presente elessono ambasciadori, e mandaronli ne’ borghi al conte, che voleano ubbidire a’ suoi comandamenti, promettendo salvarli d’uccisione e di ruberie, e così fu fatto; e di presente furono aperte le porte, ed entrovvi il conte e chi volle de’ Fiamminghi, ricevuti con grande onore da tutta la villa, e apparecchiato loro come ad amici ciò che era di bisogno, il conte ne prese la signoria dolcemente, e ordinovvi il reggimento e la guardia come a lui parve; e rinfrescata la sua gente, il terzo dì coll’empito della sua prospera fortuna si mosse da Borsella co’ suoi Fiamminghi, e andò a Villaforte, la quale come che molto fosse forte e difendevole a battaglia, sentendo che Borsella s’era renduta, e che il loro signore si fuggiva e non facea riparo, per non tentare maggiore fortuna s’arrendè a’ comandamenti del conte, il quale la ricevette benignamente. E la villa di Mellina, per cui era stato la cagione della guerra, senza attendere che l’oste v’andasse s’arrenderono al conte, e ricevettonlo per loro signore, e ordinaronsi per tutto a fare i suoi comandamenti.
CAP. LXXXII. Come il conte di Fiandra ebbe tutto Brabante a suo comandamento.
Il duca di Brabante, vilmente abbattuto per la sua corrotta fede, e poco amato perchè era Tedesco, avendo sentito come Borsella e Villaforte aveano fatto i comandamenti del conte, non si fidò in Loana nè in alcuna terra di Brabante, ma colla moglie, e colla sua famiglia, e co’ suoi arnesi s’uscì di tutta la provincia di Brabante e ridussesi in Alamagna, abbandonando così ricco e nobile paese per sua codardia. Il conte sentendo partito il duca, crebbe in ardire co’ suoi Fiamminghi, e dirizzossi verso Anversa: quelli d’Anversa feciono vista di volersi difendere: il conte non volle quivi fare sua pruova, e lasciata Anversa, se n’andò a Loano, affrettandosi prima che potessono mettere consiglio alla loro difesa. Quelli di Loano vedendosi abbandonati dal duca loro signore, e male provveduti alla subita guerra, e che l’altre buone ville di Brabante s’erano arrendute al conte, e che da lui erano bene trattati, per non ricevere il guasto nè maggiore danno s’arrenderono al conte, e con pace il misono nella città con gran festa ed onore; ed entrato in Loano, incontanente Anversa, e tutte le buone ville e castella della provincia di Brabante, si misono all’ubbidienza del conte e feciono i suoi comandamenti; e così in pochi giorni del rimanente del mese d’agosto del detto anno, dopo la sconfitta de’ Brabanzoni, fu il conte di Fiandra messer Lodovico signore a cheto di tutta la ducea di Brabante; e dato ordine a loro reggimento, e fatti uficiali in tutte le terre, e messovi quella guardia ch’a lui parve a conservagione del paese, e fornito Mellina con più sua fermezza e guardia, perchè era propria villa di suo dominio, con allegra e piena vittoria, di letizia e non di sangue, co’ suoi Fiamminghi si tornò in Fiandra, accresciuto altamente il suo onore e la fama de’ suoi Fiamminghi.
CAP. LXXXIII. Perchè si mosse guerra dagli Spagnuoli a’ Catalani.
Era in questi dì il re Petro di Castella giovane, e più pieno di dissolute volontà che d’oneste virtù, e molto era stemperato nella concupiscenza delle femmine; e dilettandosi con una sopra l’altre, non bastandogli le grandi camere e’ nobili verzieri a suo diletto, si mise a diporto con lei in mare in su un legno armato non di gran difesa; e andandosi sollazzando in alto mare, una galea armata di Catalani passava per quella marina, e vedendo il legno armato, si dirizzò a lui, e domandava di cui fosse il legno e la mercatanzia che su v’era carica: il re per isdegno non volea che risposta si facesse; per la qual cosa i Catalani più si sforzavano di volerlo sapere, e non potendone avere risposta, s’appressarono al legno, e cominciarono a saettare; e vedendo da presso che gli uomini erano Spagnuoli, senza mettersi più innanzi si partirono, e seguirono loro viaggio. Il re rimase di questo con grande sdegno; e poco appresso avvenne, che in Sibilia arrivarono galee armate di Catalani, i quali aveano guerra co’ Genovesi, e trovando nel porto alquanti mercatanti di Genova, li presono, e raddomandandoli il re di Spagna, non li vollono rendere. E questa cagione più giusta infiammò più l’animo del re per modo, che immantinente per mare e per terra cominciò a’ Catalani nuova guerra; e incontanente fece armare dodici galee, e mandò scorrendo le marine fino nel porto di Maiolica, ardendo e mettendo in fuoco quanti legni di Catalani poterono trovare per tutta la riviera di Catalogna. E in questi dì, le quindici galee bandeggiate di Genova per la presura di Tripoli, avendo per uscire di bando a guerreggiare tre mesi i Catalani, feciono in Catalogna e nell’isola di Maiolica danno assai. E ’l re di Castella per terra con gran forza di suoi cavalieri venuto alle frontiere di Catalogna improvviso a’ Catalani, fece loro d’arsioni e di prede danno grande. Per la qual cosa d’ogni parte s’apparecchiò grande sforzo di gente d’arme, e catuno richiese gli amici per conducersi a battaglia, come seguendo appresso nel suo tempo racconteremo.
CAP. LXXXIV. Di gran tremuoti furono in Ispagna.
In questo anno 1356 all’uscita del mese di settembre, e alquanti dì all’entrata d’ottobre, furono in Ispagna grandissimi terremuoti, i quali lasciarono in Cordova e in Sibilia grandi e gravi ruine di molti dificii in quelle due grandi città, e nelle loro circustanze, nelle quali perirono uomini, e femmine, e fanciulli in grandissimo numero, facendo sepoltura delle loro case. E questi medesimi tremuoti feciono nella Magna grandi fracassi, che quasi tutta Basola, e un’altra città feciono rovinare con grande mortalità de’ loro abitanti. In Toscana in questi medesimi dì si sentirono, ma piccoli e senza alcuno danno.