SELVA TERZA
Reading edition
Unus adest triplici mihi nomine vultus in orbe: tres dixere Chaos, numero Deus impare gaudet.

F ortuna, con soi larghi e pronti G iri
R otandosi, nel volto ad altri R ide,
A d altri pur par sempre che s'ad I ri.
N on so, Grifalco mio, che me ne F ide:
C ostei veggio ch'a molti spenna le A le
E dal ciel tratti in terra li col L ide,
S i come Borea fa de le ci C ale.
C he temer lei, s'un Dio nel ciel ad O ro
O ver s'in terra un Mecenate o N oro?
Or sbuco giá qual nottula di tomba, ed oltra quella spera, onde la pioggia descende e per augel rado si poggia, date mi son le penne di colomba. Tant'alto salirò, che mi soccomba chi ha 'l giro di trent'anni, e 'n l'aurea Loggia, ove 'n se stesso un Trino Sol s'appoggia, fia tempo ch'al convito suo discomba. Quivi non sotto enimma, non per velo ch'abbia su gli occhi Móse, non per mano posta al forame di l'eburneo ventre, non piú a le spalle no, ma in vista piano l'Altissimo vedrò quanto sia, mentre si turba entro lo 'nferno e ride il cielo.
MAGNANIMVS TEMPLVM HOC MVSIS GRIFALCO LOCAVIT
PREFAZIONE
Lo animale ragionevole, lo quale per vivere o soperstizioso o lascivamente, ovvero che per falsa dottrina avvezzato e abituato non piú sente lo errore suo, ma cieco ed oblivioso nel grembo de la regina de' peccati e difetti, che è la ignoranzia, sede e dorme, costui non pur di bestia peggiore, ma un'ombra, anzi uno niente si pò chiamare, come quello che non ode, non sente, non vede, non tocca piú di se stesso lo essere. Or dunque trovasi egli nel Caos, e a lui non è fatto ancora il mondo: dilché per divina pietade apparegli una fiammella d'intelletto, e cosí a poco a poco entra egli in cognizione di queste cose per lui da Dio criate e talmente vi affigge il core, che distinguendo e scegliendo va lo smisurato beneficio da Dio a lui dato. Ma non troppo egli vien poi rassicurato da questa nostra umana e corrotta natura, che non caschi o poscia egli cadere in alterigia, vedendosi essere di tante belle cose tiranno. Però l'anima, d'ogni macchia purgata, è nello stato che giá fu Adam (intendendosi questo allegoricamente) avanti lo gustato pomo: la natura gli è ancora incorrotta; non vi è lo tempo, non vi è la morte. Vero è che nel paradiso terrestre de la purgata conscienzia potrebbe ella facilmente con lo arbore del libero arbitrio fallire: o sia nel tornare a la soperstiziosa vita lasciando lo vangelo, secondo Livia; o sia per lo tribuire a soi istessi meriti la acquistata grazia, secondo Corona; o sia nel voler comprendere e diffinire la incomprensibil ed infinita potenzia di Dio, dando opera al studio de li nostri moderni teologi infruttuosamente per noi affaticati, secondo Paola.
TRIPERUNO
Quel spaventevol mar, che a' naviganti[266] promette l'Epicuro sí soave, solcai gran tempo in feste, gioie e canti, fin che la gola, il sonno e l'ozio m'ave travolto in bande ove d'acerbi pianti nel scoglio si fiaccò mia debol nave, che aperse a l'acque il fondo ed ogni sponda e 'n preda mi lasciò de' pesci a l'onda. E l'ignoranzia d'ogni ben nemica, tosto che 'n grembo a morte andar mi vide,[267] corsevi come donna ch'impudica con vista t'ama e col pensier t'ancide. Quindi svelto mi trasse ove s'intrica nostr'intelletto in quel sogno, ch'asside fra le sirene, e dormevi egli in guisa, che sua spezie da sé resta divisa. Vago mi parve sí l'aspetto loro,[268] che froda in tal sembianza non pensai; ma ciò che splende poi non esser oro tardo conobbi e subito provai. Un d'angeliche voci eletto coro entrato esser mi parve, e poi mirai cangiarsi e' bianchi volti in sozze larve, e il lor concento in stridi ed urli sparve. Ed una nebbia orribile, che adombra la ragion, lo 'ntelletto e l'altro lume, m'avea offoscato sí ch'inutil ombra io mi trovai for d'ogni uman costume e in stato di color cui sempre ingombra la dolce sete a l'oblioso fiume; ché, come egli son vani e fatti nulla, tal vien chi in ignoranzia si trastulla. D'onde s'ardisco dire che 'n niente m'avea travolto la regina cieca, taccia chi 'n l'altrui fama sempre ha 'l dente né dica il mio cantar favola greca. Ma Dio, com'era fece a me, sua mente svella dal stesso nuvol che l'accieca e scotalo dal sonno (ah troppo interno!) che puoco fummi ad esser pianto eterno. Però ti rendo mille grazie, e lodo, lodar quanto può mai potèsta umana, te, dolce mio Iesú; te, fermo chiodo de l'alta fede ch'ogni dubbio spiana; te, dico, che disciolto m'hai quel nodo il qual ci lega e fanne cosa vana; te, sommo autor di tal' e tante cose, che 'l suo tesor per noi lá suso ascose.[269] Né lingua voci né 'ntelletto sensi muova giammai senza 'l tuo nome sacro, nome, che sempre, o canti o scriva e pensi, spero pietoso e temo giusto ed acro, Iesú, te dunque invoco per l'immensi chiodi amorosi, ch'alto simulacro t'han fatto in terra al popolo cristiano! Or mentr'io scrivo scorgimi la mano; scorgi la man non piú cruda, rapace, non piú del mondo posta in servitute; la man che particella, se 'l ti piace, scriver desia de l'alta tua vertute, la quale d'ogni senso uman capace mi ricondusse al poggio di salute, e nel tuo nome pareggiar vorria mio basso stile un'alta fantasia.
TRIPERUNO
Il grave sonno, in cui m'era sepolto[270] quanto di bono vien dal primo cielo, ruppemi orrendo grido, qual in molto scoppio far sòle il fulgurante telo. Apro le ciglia e, quando ebbi distolto da' sensi un puoco l'importuno velo, dritto m'innalzo, guato e nulla veggio, perch'era il mondo ancora d'ombre un seggio. Anzi né ciel né terra né 'l mar era, né averli mai veduto mi sovvenne; non verno, estate, autunno, primavera, non animai de' peli, squamme o penne; non selve, monti, fiumi, non minera d'alcun metallo; non veli né antenne, mercé ch'era del Caos in la massa d'ogni ombra piena e d'ogni lume cassa. Né piú sapea di me stesso, né manco di chi vaneggia in forza di gran febre,[271] star o insensibil pietra o trar del fianco, aver maschile o sesso muliebre, esser o verde o secco o negro o bianco: sí m'eran folte intorno le tenèbre! Pur sempre non vi stetti, ma ecco d'alto un sol m'apparve, onde ne godo e salto. Perché, sí come il pullo dentro l'uovo, bramando indi migrar, si fa fenestra col becco donde v'entra il raggio nuovo, e poscia da le spoglie si sequestra; tal io, mentre me stesso in l'ombre covo, luce spontar mi vidi a la man destra, ch'empí la notte, onde ratto m'avvento lá col desio che 'l corso far sòl lento. Inusitato e subito conforto ardir m'offerse al cuor ed ale al piede. Lungo un sentier de gli altri men distorto affretto i passi ovunque l'occhio il vede. Oh avventurosa fuga, che a buon porto giunger mi fece d'un tal pregio erede! Ben duolmi che, narrarvi ciò volendo mentre son carne, in van mie rime spendo! Di luce un gioven cinto, anzi un'aurora,[272] ch'appare spesso a l'alma cieca e frale, ecco si mi presenta e mi 'ncolora col viso piú che 'l sol di luce eguale. Onesto e lieto sguardo, che 'namora ogni aspro e rozzo core, onde immortale so ben che a tal beltá l'avrei pensato, se allor io fussi, quel ch'oggi son, stato! Que' soi begli occhi ch'abbellâr il bello, quanto su ne risplende e giuso nasce, raccolsi a la mia vista, e fui da quello non men depinto che quando rinasce[273] Proserpina in obietto del fratello e de' soi rai, benché luntan, si pasce. Né il lume pur, ma un amoroso ardore sentiva entrarmi dolcemente al core. Pur come avvenne a Piero, in sua presenzia la vista persi, il senno e le ginocchia. Chi sopra uman valor si fa violenzia portar tal peso, vinto s'inginocchia. Veggendomi egli a terra, di clemenzia pingesi 'l volto e con pianto m'adocchia: poi, sollevando i lumi al ciel, tal voce muosse, ch'anco m'abbruggia e mai non cuoce.
FIGLIO AL PADRE
O tu, che 'ntendi te, te, qual son io,[274] quant'alto sei, quant'eccellente e saggio, lo qual in nulla cosa mai non manchi, sublime sí, che sotto e sopra quello che sei pensar non puossi, e quest'è 'l mio non mai dal lume tuo smembrato raggio, io non di te né tu di me ti stanchi mirar quanto ti sia e mi sii bello; né quel spirito snello e fuogo che fra noi sempre s'avvampa ed or in dolce lampa or in colomba formasi, minore di noi giammai procede né maggiore. Padre, Figliol e l'almo Spirto un Dio eterno siamo, fuor d'ogni vantaggio. Tre siam un, ed un tre, securi e franchi che l'un vegna de l'altro mai rubello; non cape in noi speranza né desio, non spazio tra 'l comun voler né oltraggio. Io del tuo lume e tu del mio t'imbianchi; né dal nodo che tien l'alto suggello unqua, Padre, mi svello. Però d'ogni bontá nostra è la stampa, che l'amorosa vampa del Paracleto imprime; onde 'l «Motore del Tutto» siamo detti e «Creatore». Or di quel nostro incomprensibil rio, cosí soave a l'umile coraggio (s'umile mai verrá ne' spirti bianchi conoscitor di noi), l'uomo novello nasce d'animo e sangue santo e pio, ch'avrá del mondo in man tutto 'l rivaggio.[275] Né voi verrete in suo servigio stanchi, stellati cieli e tu, nostro scabello, ritonda terra; ma ello s'indura contra noi l'ungiuta ciampa, e giá si finge e stampa di ferro e pietra statue, quell'onore lor dando che a Dio vien, del tutto autore. Nascon insieme l'uomo e l'alto oblio del dritto ed anteposto a lui viaggio: dico 'l sentier, che al fin porge doi branchi, l'un stretto, dolce; l'altro piano, fello. Quinci al gioioso, quindi al stato rio s'arriva, onde giustizia in lor dannaggio a' tristi vegna, e tengali ne' fianchi téma per sprono e morte per flagello: morte che, in un fardello cogliendo tutti, ovunque vòl si rampa. Nullo da lei mai scampa; sia pur bel volto, sia pur verde il fiore, far non può mai che morte nol scolore. Ma guai, chi 'n mal far sempre ha del restio, ché ogni sempre di lá trova 'l paraggio; que' dí che mai di colpa non fûr manchi men fian di pena ove gli rei flagello, in fin a l'ore estreme, quando 'l fio pagar verrammi inante ogni linguaggio, dal ciel i destri e da l'inferno i manchi. Pur stando in carne, lor spesso rappello: — Non son tigre né agnello: chi 'l perso ben per racquistar s'accampa,[276] chi 'l viver suo ristampa, intenda realmente che 'l Signore del ciel in ciel non sdegna il peccatore! Dunque, Padre, mi 'nvio dare suffragio a loro, che non san chi sia pur quello ch'altri da morte scampa, ed esso muore!
TRIPERUNO
A li alti accenti d'un tal sòno eroico, del quale ne tremai com'uom frenetico, vennemi voce altronde: — A che esser stoico, miser, ti giova né peripatetico? che ti val fra l'un mar e l'altro euboico pigliar oracli e ber fiume poetico? a che spiar la veritá da gli uomini,[277] che di menzogna furon mastri e domini? — Io, che sculpito in cuor le note aveami d'un sí bel viso, d'un parlar sí altiloquo, a poco a poco gli occhi aprir vedeami al sòno di colui tanto veriloquo. Pur tal era l'error ch'anco teneami, che a pena svelto fui; perché 'l dottiloquo gioven mi sciolse, onde ciò che anti nubilo mi parve intendo, ed intendendo giubilo. Giubilo perché intendo (intenda e Plinio, ch'or vive morto!) viver sempre l'anima; non sí però, ch'i' stia sotto 'l dominio di chi 'l tegume d'uman spirto inanima. Stetti gran tempo in tale sterquilinio, nel qual concedo ben che l'alma exanima la troppo vaga ed addolcita letera,[278] e molti uccide il canto d'esta cetera. Qual è chi 'l creda, ch'oggi tanta insania la nostra veritá sí prema e vapoli? S'io mi diparto a l'umile Betania per alto mar da Roma o sia da Napoli, ecco a man manca dal Parnasso Urania scopremi l'Elicona, ove mi attrapoli.[279] Ben sa che a lei m'avvento, benché 'l Tevere lasciassi per Giordan, quell'acque a bevere. Acque sí dolci! quanto piú bevémone, piú a la tantalea sete si rinfrescano! Quivi l'argute ninfe lacedemone[280] a gli ami occulti nostre voglie adescano; cosí non mai dal bianco il negro demone sceglier mi so, non mai l'onde si pescano, cui trasser a la destra del navigio Piero e Gioan de' pesci il gran prodigio. Però dal mio Iesú se detto fiami giammai: — Di poca fede, or perché dubiti? — scusarmi non saprò, quando che siami concesso por le dita fin ai cubiti nel suo costato e trarvi 'l ben, che diami fidi pensieri e al vero creder subiti. Non lece dunque piú d'Egitto in gremio starsi, ma gir con Móse al certo premio. Assai d'oro forniti e gemme carichi,[281] di Faraon scampiam omai la furia; né sí men gravi paran i rammarichi e pene che ci dava l'empia curia, che nel deserto alcun de noi prevarichi, dicendo in faccia a Móse questa ingiuria: — Mancaron entro Egitto forse i tumuli, ché morir noi per queste valli accumuli? — Ma non cosí l'alma gentil improvere a chi oltra 'l mar asciutto mena un popolo; ché nel primo sentier, quantunque povere sian le contrate, ove sol giande accopolo per cibo, al fin vedrassi manna piovere, sorger un largo rio di nudo scopolo, che cominciando a ber nostri cristigeni[282] san quanto noccia usar co' li alienigeni. Deh! non ci chiuda il passo ai rivi, ch'ondano di latte e mèle, nostra ingratitudine: rivi che noi di lepra e scabbia mondano, contratta dianzi ne la solitudine. O di qual mèl e' nostri petti abbondano, ch'assaggiâr pria di fèl l'amaritudine! Ma ciò non prima seppi, che 'n cuor fissemi Iesú questi sí dolci accenti e dissemi:
DIALOGO
CRISTO E TRIPERUNO
CRISTO
Pace tra noi, ch'amor ciò vòl, o privo d'amor e pace miser animale, sí bello dianzi ed or sí lordo e schivo! Amor sia, prego, e pace teco, ché ale né augel mai vola senza, né alma, cui amor e pace manchi, ad alto sale. Ma non m'intendi (sí contende i tui[283] sensi la folta nebbia!): u' l'aurea face del cuor spent'hai, né vedi te né altrui. Ahi! misero, che speri? ove fugace te sottraendo a l'ira vai? ché altrove ben giugne al varco l'empio contumace! Le tue (non solle?) mal pensate prove t'han scolorato 'l viso e spento a' piedi la scorta luce. Dove vai? di', dove? Or vegno liberarti: spera e credi, porge la man, né aver, uomo, di téma[284] el spirto sol, d'amor anco 'l possedi. Ma un dono qui ti cheggio, cui l'estrema vertú del ciel, ch'or tu non sai, si pasce, né in lui divina fame unqua vien scema.
TRIPERUNO
Il vago vostro aspetto, onde mi nasce un trepido sperar (qual che voi siate, Signor), deh, in questo errore non mi lasce! O dolce man ed occhi di pietate, (ch'or man i' stringo, ch'or begli occhi veggio), morrò se 'l venir vosco mi negate! Mentre vi guardo e 'nsieme favoleggio, si rasserena e sfassi quella scabbia nel cor giá fatta un smalto e duro seggio. Qual sí fort'ira, qual schiumosa rabbia non ratto cade al viso vostro onesto? E pace mi chiedete in questa gabbia? in questa d'error gabbia chiuso e mesto, privo d'ogni, se non sia il vostro, aiuto, dunque, ch'i' v'ami e doni son richiesto? Amarvi, anzi adorarvi, non refuto; ché, quanto parmi al bel sembiante altéro, amarvi, anzi adorarvi son tenuto.[285]
CRISTO
Oh se co' l'occhio avessi 'l cor sincero, piú che di for me 'ntenderessi dentro! Però di me non hai giudicio intero.
TRIPERUNO
Non pur voi, ma me stesso, e 'n questo centro come 'ntrassi non so. Ben or vi dico: s'uscirne poscio, mai, non mai piú v'entro! Non trovo in lui né porta né postico per cercar chi' mi faccia, e brancolando in guisa d'orbo, piú miei passi intrico. Oggimai tempo è trarsi d'ombra, quando la luce de vostr'occhi essermi scorta non sdegni a l'uscio per voi fatto entrando.
CRISTO
Questa prigion da tutte parti porta non ha, for ch'a l'entrare; ma ritorno far indi e sovra girsen, via piú importa.[286] Questo è quel lungo nel mal far soggiorno: non speri uman valor, chi uscirci vòle; ed io lo guida son ch'altrui distorno. Di che se ben sentissi, o ingrata prole, quanto ti diedi e darti anco apparecchio di questa cieca ed inornata mole, non fôra mai che per alcuno specchio di veritá lasciassi 'l vero lume, avendo al falso pronto sí l'orecchio. Son io la veritá, son io l'acume del raggio che, volendo, sempre avrai: persona i' son de l'inscrutabil nume. Io son l'amor divin, che ti criai uomo simile mio, del ciel consorte, se 'l cor porgi che pria t'addimandai.[287] A te il mio regno, a me il tuo cor per sorte convien. Stolto sarai se darmi 'l nieghi, ché nol facendo ti verrá la morte! Morte, fera crudele, ai lunghi prieghi che le sian fatti acciò non ti divore, immobil sta, non che punto si pieghi. Ma se remetti ne le man mie il core e per altrove porlo indi nol svelli, non fia perché abbi tu di lei timore. Soi tumuli, sepolcri, roghi, avelli e quant'urne s'affretta empire d'ossa non temer, né di forza ch'aggian elli. Lei, di catene vinta in scura fossa rinchiusa, freno; ché, sciôrse volendo, talora si dimena con tal possa, ch'ella, te il cor ritolto avermi udendo, subito rotte lasciaralle a dietro. E, quant'or ti son bello e ti risplendo, questa piú lorda e d'aspro viso e tetro ti assalirá co' l'insaziabil ferro di nervo tal, ch'ogni altro li è qual vetro; e 'n peggior stato, di cui ora ti sferro, respinto ancideratti, e parangone[288] farai del gran destin che altrove serro a te, sol d'intelletto e di ragione bell'alma. Poi ch'ucciso morte t'aggia, in Dio de l'opre tue sta 'l guidardone! Pur speme né timor da te ti caggia, ma l'una e l'altro insieme fa' che libri; ché chi spera temendo alfin assaggia di me quale dolcezza lá si vibri, ove sfrenato amor ragion non stempre, ma sian le due vertú del senso i cribri.
TRIPERUNO
Se per cosa, Signor, di basse tempre da voi sí largo pregio me n'acquisto, ecco, vi dono il cuor! abbiatel sempre! Ma (dirlo vaglia!) non piú bello acquisto far si potria di quel ch'or faccio: averve, o d'ogni ben bellezza, in fronte visto, in quella fronte, onde tal foco ferve[289] in l'alma mia, che ardendo s'addolcisce, mentre che 'l suo del vostr'occhio si serve. Non ho che io temi morte se perisce ogni sua forza, pur che sempre v'ami; e il sempre amarvi troppo m'aggradisce.
CRISTO
Non mancheranno tesi lacci ed ami d'un adversario tuo, che 'nvidioso al don, ch'or ti darò, sotto velami di veritá cerchi farti ritroso a l'amistade nostra; ma piú bassi che puoi gli occhi terrai col piede ombroso. Muovi tu dunque accortamente i passi per questo calle che a man destra miri, onde al terrestro paradiso vassi.[290] Cosa non avvi per cui unqua sospiri, anzi gioisci di quel dolce ch'io t'apporto, acciò che m'ami e toi desiri commetta a me che t'ho svelto d'oblio.
TRIPERUNO
Com'esser può ch'un arbore, ch'un fiume l'un stia verde giammai senza radice, l'altro piú scorra se acqua non s'elice di fonte, o neve a l'austro si consume? Com'esser può che 'ncendasi le piume, mancando il sole, l'unica fenice, o ch'ardi al spento foco cera o pice di natural e non divin costume? Com'esser può, dal cor un'alma sgiunta, che 'n corpo viva, come allor viss'io che 'l cor al car mio dolce Iesú diedi?[291] Ma 'n ciò tu sol, amor, natura eccedi, ch'un corpo viver fai, benché 'l desio sen porti altrove il cor su l'aurea punta.
TALIA
Piú di voi fortunati sotto 'l sole fra quantunque animal non muove spirto, ch'al fin d'esta mortal incerta nebbia migrar ci è dato sovra l'alte stelle! Bontá di lui, che, a man destra del Padre regnando, fassi degna nostra guida. Nostra per cieco labirinto guida, ove smarri de lo 'ntelletto il sole; nostro fermo dottor, che sé col Padre esser c'insegna un Dio co' l'almo Spirto, un Dio, che stabil muove il mar, le stelle, augelli, belve, frondi, vento e nebbia. Ma da l'Egeo mar un'atra nebbia,[292] che a tanti perder fa la dolce guida, levata in alto fin sotto le stelle, ai saggi erranti cela il vero sole: ché piú credon salir di Plato il spirto, che Paolo e Móse, che d'Isacco 'l padre; né Archesilao né de stoici il padre sin qui gli han tolto via del cuor la nebbia, che penetrar non lascia ove sia 'l spirto motor di ciò che muove, mastro e guida. Però van ciechi e bassi, e solo al sole molti dricciâr altari ed a le stelle. O voi dunque, mortali, de le stelle, de l'anime e di noi cercate il sole, e non del dubbio Socrate la nebbia. Meglio è morendo aver Iesú per guida che ad Esculapio offrir d'un gallo il spirto![293] I' veggio trasformato il negro spirto in angelo di luce, per le stelle volando, a noi mostrarsi esser lor guida, se leggo Averois, d'errori padre. Ma l'aquila Gioanni in bianca nebbia sublime affise gli occhi al Sol del sole; al Sol del sole, onde 'l figliuol, dal padre mandato in questa nebbia su a le stelle, si è fatto nostra guida, amor e spirto.
DISSOLUZIONE DEL CAOS
TRIPERUNO
Finito che fu dunque l'alto verbo, benché infinito sempre lo servai, disparve 'l mio Signor in un soperbo triunfo tolto a mille e mille rai; ma nel fuggir un sòno cosí acerbo tonò dal negro ciel, ch'io ne cascai come frassino o pino, il qual per rabbia di vento stride e stendesi a la sabbia. Vidi la cieca massa, in quell'istante che 'l capo m'intronò l'orribil scopio, smembrarsi in quattro parti a me davante, ed elle sgiunte aver giá loco propio, due parti in capo e due sotto le piante: sommmistrarmi sento effetto dopio, qual puro e caldo, qual sottil e leve, qual molle e freddo, qual densato e greve.[294] Vidi anco le 'ncurvate spere intorno de la terrestre balla farsi cerchio, che rotan sempre e mai non fan ritorno: sol'una è fatta a noi stabil coperchio. Ma 'l ciel d'innumerabil lumi adorno (un solo non mi parve di soverchio) m'offerse al fin girando un sí bell'occhio, che lui per adorar fissi 'l ginocchio. Egli, sé alzando, tal mi apparse, ch'io lasciai pur anco 'l fren in abbandono, drieto a l'error del credulo desio, che 'n tal sentier non sferzo mai né sprono.[295] Ma strana voce, onde quell'occhio uscío, mentre ch'assorto in lui sto fiso e prono, scridommi come Paolo ai listri fece, che di Mercurio l'adorâr in vece.
SOLE
Alma felice, c'hai sola quel vanto[296] aver di l'alta mente simiglianza, onde guardar mi puoi frontoso, altero, qual or ti fai, ché 'n me, codarda tanto, piú estimi questo raggio che l'orranza del dato a te sovra ogni stella impero? Non Dio, ma un messaggero di lui ti vegno da quell'una luce, ove ben sette volte intorno avrai di me piú bianchi rai; da Quel senza cui nulla fiamma luce, ma come in vetro egli per noi traluce. Or dunque piú alto e non sí basso adora, ché l'esser mio fu solo in tuo servigio. Mira come ascendendo passo passo, senza mai far in lunga via dimora, di miei cavalli tempro sí 'l vestigio, che l'ampia rota, ove tornando passo, non unqua vario e lasso, finir a la prescritta meta deggio. Vedi come l'estreme parti abbraccio, e quanto puosso faccio sol per accomodarti l'uman seggio, ove di quanto sai voler provveggio. Mira quell'ampia zona come obliqua[297] mi volge a drieto, onde ne vado e riedo[298] insieme, ostando al mio tornar sí ratto. Né di' che tal ripulsa mi sia iniqua; ché risospinto, mentre vi procedo, l'un emisfero aggiorno, l'altro annotto, scorrendo quattro ed otto segni per tanti mesi, e passeggiando causo molta bellezza di natura, c'ha, variando, cura farti piú vago e lieto il mondo, quando d'ambi solstici a l'equinozio scando. Quinci l'arista, e 'l ghiaccio quindi apporto, lá il fior e 'l frutto a piú tua dolce gioia. Ma non usar del ben concesso in male,[299] ché sentiressi quanto è ratto e corto il mio gir lento, e ti darei gran noia solcando il cerchio estivo e glaciale. Poi 'l tempo c'ha cent'ale a gli omeri, a le mani, al capo, ai piedi, ch'ora sotterra giace in le catene, verria stôrti dal bene ch'oggi sí lieto godi e te 'l possedi; e ne faria soi giorni e mesi eredi. Ben tempo fu, che chi sia 'l tempo e morte quello provasti, e questa dir sentisti; e l'uomo Dio, che d'uomo a tempo nacque (ma sempre di Dio nasce, ed or le porte del ciel entrar hai visto), giá servisti, quando per l'uomo farsi uomo li piacque; ché nel presepio giacque nudo, fra l'asinello e bue nasciuto. Ma, d'ignoranzia in grembo, l'hai scordato: però da Dio novato col mondo sei, che dianzi eri perduto, e novo Adamo fatto sei di luto. Luto non sei piú, no, ma novo Adamo per cui ruppe oggi Dio la massa, e d'ella novellamente noi per tuo ben scelse; noi, dico, stelle, ch'anzi ti eravamo co' l'altre cose nulla o quel si appella «Caos», donde 'l bel seclo Dio ti svelse. Ma sovra le piú excelse[300] corna de' monti, onde ti porto il giorno, piantato t'è un terrestre paradiso, che di solaccio e riso onestamente sendo sempre adorno, Iesú spesso vi fa teco soggiorno. Adora lui, se forse quanto sia, (dandogli 'l cor sí come hai fatto), gusti. Quel non son io, perché da te adorato ne vegna, come al mondo errore fia di Manicheo e soi sequaci ingiusti. Cristo non son, perch'egli sempre a lato del Padre sia chiamato «sol di giustizia»; dond'ei dir si puote Cristo esser sole, e 'l sol non esser Cristo. Sol son io 'l sole, visto d'occhio mortal; ma l'altro sol percuote di cieco error chi vòl mirar sue rote.[301] Ora piú non m'attempo, ché senza me vedi ogni errante stella (per trarne frutto, chi testé, chi a tempo), volersi unir indarno a mia sorella, che adultera s'appella[302] d'ogni pianeta, e pur senza noi dua con puoco effetto va la vertú sua.
TRIPERUNO
A l'increpar umíle del mio Apollo, come uom che cade e sú vergogna l'erge, mi rilevai, mirando quanto armollo di sua potenzia Dio, che, ovunque asperge li aurati raggi, il mondo fa satollo[303] di caldo lume, e ratto che s'immerge a l'altro uscito giá d'un emispero, imbianca quello, e questo lascia nero. Ma non sí tosto il giorno fu dal lume solar causato e nanti mi rifulse, che lá una fonte, qua bagnar un fiume vidi le ripe sue da l'onde impulse: parte stagnarsi e mitigar lor schiume, parte volgersi al mar e l'acque insulse far salse, ove l'orribil Oceáno distende l'ampie braccia di luntano. In mille parti ruppesi la terra, donde montagne alpestri al ciel ne usciro. Quinci una valle, quindi un lago serra de' colli e piagge qualche aprico giro. L'alto profundo mar giá non pur erra la sua consorte che rotonda miro, anzi, fatta la via per calle stretto, in grembo a lei si fece agiato letto. Giá d'erbe, fiori, piante e de' virgulti la terra d'ogn'intorno si verdeggia; quai poggi erbosi, e quai lor gioghi occulti han di frondose cime, e qual pareggia monte le nebbie. Ma de' boschi adulti ecco giá sbuca l'infinita greggia de gli animali: chi presto, chi pegro, chi fier, chi mansueto, o bianco o negro. Anco d'augelli un'alta copia vidi sciolti vagar per l'aere, ed altri tanti su per le frondi e macchie tesser nidi o rassettar col becco li aurei manti (non è poggetto e riva, che non gridi lor vari e ben proporzionati canti), altri lasciare il volo e al nuoto darsi e, in acque scesi, d'augei pesci farsi. Stavami affiso, e nel mirar un dolce pensier alto diletto m'apportava: gran cosa il mondo, e piú chi 'l guida e molce troppo mi parve allor, e ch'ei non grava né l'un né l'altro polo che lo folce, e ch'un sí magno artefice l'inchiava! Né fu mirabil men, che de niente pender lo vidi ad alto incontanente.[304] Tra nulla e tutto 'l mondo alcun indugio, quantunque pargoletto, in Dio non cape. Or stracco di stupir non piú m'indugio: ma, vòlto il passo ad un pratel che d'ape tutto risona, dando a lor rifugio sí l'aura dolce come i fior le dape, mi si presenta ratto in bella gonna, ch'esce d'un bosco, sola e grave donna. Presta ne' gesti, e di sguardo matura, ma piú d'augello ne l'andar spedita, ha vesta bianca, gialla e di verdura, e ciò che 'ncontra tocca e dálle vita. Che nulla a drieto lasciasi procura; e sopraggiunta ov'era l'infinita mandra de l'ape, tutte le raguna, e fece lor non so che, ad un' ad una Vago di lei saper, non che la causa perché sí or questa or quella cosa tocchi, vadole contra; e poi, di farle nausa temendo, mi ritraggo e basso gli occhi. Ella che accorto m'ebbe fece pausa con le man giunte al ciel e li ginocchi piegati in terra, e tal parole sciolse, che poi finite, a me lieta si volse:
NATURA
Quell'inclito animale d'alto pregio, ch'ogni altro avanza e tiensil basso e domo, ecco, celeste Padre Santo, il nomo, se da voi porre i nomi ho privilegio! Ma giá trovai nel nostro sortilegio, che nominar il debba «fragil uomo», per quel sí dolce e pestilente pomo cui si nascose il primo sacrilegio. Ben vedo che per me, «Natura» detta,[305] l'eterno oprar che destemi si perde, e nasce ognor che mi persegua il tempo. Onde, per ch'ora sia sempre sul verde, altre stagion verranno assai per tempo, che al fine mi trasportan qual saetta.
DIALOGO
NATURA E TRIPERUNO
NATURA
Spirto immortale, a cui sol alza Dio[306] la fronte in cielo e fattene capace, fa' che a me torni udendo l'esser mio!
TRIPERUNO
Io sospicai di troppo esser audace, volendo e te sapere e l'opre tue: però mi volsi adrieto per mia pace.
NATURA
Anzi dal Padre destinato fue che sol da l'uomo l'esser mio s'intenda fin a la meta de le fiamme sue; ma che l'ottavo cerchio non trascenda, se non quando abbia seco parte in cielo e l'alto pegno, d'onde 'l tolse, renda. Ch'i' sia la tua Natura non ti celo, da Lui fatta del mondo servatrice sempre, se sempre dura l'uman velo.
TRIPERUNO
Dunque sei quella mastra, quell'altrice, quell'onoranda madre, quella grande[307] di Dio ministra e del mio ben radice? Ecco se lunge tua beltá si spande, o causa se non prima, almen seconda, ecco se chiara sei da tutte bande! Verd'è la terra, gialla, rossa e bionda, che 'l tuo pennello intorno mi la pinse e mi la rese agli occhi sí gioconda. E 'l ciel ne lodo, e lui che il mondo avvinse di quel forse non mai solubil groppo, né men chi a l'opra nobile t'accinse.
NATURA
Saggio animal, pur son colei che 'ngroppo le fila ch'altri lá dissopra ordisce:[308] lieta ne vo, ma non sicura troppo. Anzi 'l vivo pensier, che m'addolcisce pensando al tuo, non pur al mio decore, sento che passo passo in me languisce.[309] Deh! non fallir, alma gentil, amore, che ad esser ti degnò suo dolce obietto, dandoli tu, de cui si pasce, il cuore!
TRIPERUNO
Il cuor a lui giá diedi, ed ogni affetto ho di seguir e non lasciarlo unquanco per non privarmi del suo bello aspetto. Non sazio mai, non mai vedrommi stanco[310] mentre mi volgo a contemplar ognora l'amor per cui di gioia mai non manco. E pur se dubbia sei, madre, né ancora ben stabile considri esser il chiodo, battil cosí che mai non esca fora!
NATURA
Figliuol, giá strinsi a l'altre cose un nodo, donde sferrarsi quelle non potranno, se Dio non le ritorna al primo sodo. A te con li altri, che saputi vanno, diede l'alto motor un liber giovo, che o lor in pregio vegna o lor in danno. Però mistier non è ch'io batta 'l chiovo; altro braccio del mio sovente il preme; tu stesso il sai che 'l fatto non t'è novo. Ragion, memoria, e lo 'ntelletto insieme[311] sceser in te da le soperne idee, c'han di tua libertá le parti estreme. Se mai verrá che contra 'l ben si cree pensier in te, non temer, che non senta le voglie entrate se sian bone o ree. Perché la scorta tua sta sempre intenta del cor al varco e sa chi va chi viene, né in darti avviso mai fia pegra e lenta.[312] Però ch'io sol la rabbia in te raffrene! forse tempo verrá che da me impetri de le stagion di foco e ghiaccio piene. Ché quando sia che i dí brumali e tetri volgerti il chiaro ciel sossopra miri, e i monti neve, e i stagni farse vetri, nostra in balía sará che 'l mondo giri, lo qual il tempo adorno riconduca, e l'erbe e' fior novellamente aspiri. Ma non sia ch'alcun serpe mai t'induca de l'arbore vietato a côr il frutto, che ancide altrui se 'l morde o se 'l manuca.
TRIPERUNO
Piú tosto il sol fermarsi e 'l mar asciutto forse vedrò, che mai contra la voglia cosa mi faccia di chi move 'l tutto. Ma scoprimi tu giá (quando che foglia mai senza tuo vigor non penda in ramo) quanto sii vaga e bella sotto spoglia!
NATURA
Qual pianta, qual augel, qual fiera piú amo di te, saggio animal? Però mie cose io piú mostrarti, che tu veder, bramo. Voi dunque, freschi rivi, piagge erbose, opachi colli, cavernosi monti, campi de gigli, de ligustri e rose; voi, rilevate ripe, laghi e fonti, riposte valli, ruscelletti e fiumi, ch'anco miei segni non gli avete cònti; anzi del ciel voi fiammeggianti lumi, quella vertú spandete a l'uomo nostro, ch'omai l'assenni e del mio ben l'allumi! Nel cui servigio mosse l'esser vostro[313] un Dio: però ch'ei sol v'intenda lece, al qual faceste un altro piú bel chiostro; chiostro di tante stelle ornato in vece d'un bel trapunto, ove specchi e gioisca le quattro e sette lá, qua l'otto e diece. E quanto su contempla e giú, sortisca in grazia tal, che lo 'ntelletto pigli non men de l'occhio, e par a lui salisca. Orsi, tigri, leon, lepre, conigli, pantere, volpi, orche, ceti, delfini, aquile, strucci, nottole, smerigli, non sia de voi chi umile non s'inchini a l'assennata forma, ovunque scorre tra voi platani, abeti, faggi e pini. Di tutte vostre cause in lui concorre una dal sommo artefice criata, che a l'uomo suo voi tutti ebbe a comporre. Ma sento giá l'error! Ahi, scellerata soperbia, che pur l'uscio trovi aperto, ben cara costaratti quell'entrata,[314] ch'io vengo il premio compensarti al merto!
TRIPERUNO solo
Se dir volessi a mille e mille lingue, se por in carte a mille e mille penne, col senno ch'ogni groppo ci distingue, dramma del sommo ben ch'allor mi venne, dapoi che l'alta donna con le pingue di sdegno gote al ciel spiegò le penne, direi che tra' mortali l'esser mio saria non d'uomo anzi terrestre Dio. Giá mai sí bel secreto fu di lei né in erbe, fonti, pietre, stelle occulto, ch'al subito girar de gli occhi miei non mi restasse in l'alta mente sculto. So ben che mille Atlanti e Tolomei de l'intelletto, ch'oggi m'è sepulto, non sen trarrebber una particella, perché saliscon d'una in altra stella. Ma, lasso! il chiaro vetro in ch'io solea specchiar da fronte i secli, e poi le spalle, per ch'io 'l trovai sí fosco? perché Astrea piú star non volse meco in questa valle? perché ridir non so quant'io scorgea per un angosto ma soave calle? Lassiamlo dunque; anzi a le cose parve scendiamo, poscia che l'altezza sparve! Sparve Natura molto neghittosa, mercé che volse a Dio l'orgoglio equarse. I' mi fermai sott'una macchia ombrosa,[315] mirando l'ape, quinci e quindi sparse, a sacco porre una campagna erbosa ed a vicenda in loco poi ritrarse, ove locar di cera e mèle vidi per cave querze i tetti lor e' nidi. Se fu ne' grandi corpi molto industre Natura, ove mirabil officina corcò, quanto piú parmi saggia e illustre fingendo l'apa in forma sí piccina! Né l'apa sol, ma ciò ch'umor palustre nudrisce, dico, o riscaldata brina, donde sbucarse veggio tarli e culci, vespe, cicade, mosche, ragni e pulci. Dimmi tu, senso altier che a tutta puossa intender cerchi Dio né mai lo aggiugni, perché, s'han elli sangue, nervi ed ossa sol per sapere, non te stesso impugni? perché sottrarsi da qualche percossa lor presti miro, che morte no 'i giugni? Segno evidente ch'in tal corpicello non men la madre oprò ch'in un gambello. Ch'instrusse mai quella solerte vespa svenar il ragno e trasferirlo al speco, dove co' piedi e rostro pria l'increspa e tienlo poi, qual uovo, in grembo seco, in fin ch'un figlio in quella tana crespa gli nasca d'ale privo, ignudo e cieco, ma di troncate mosche tanto 'l pasce, ch'egli giá vespa salta fuor di fasce? Qual mastro dito a l'errabondo fuso volve di quel del ragno piú bel stame, ch'or suso va cosí veloce, or giuso, nodando, per far preda, l'alte trame? Poi, ne la stanza pendula rinchiuso, attende al varco, per scemar la fame, qual animal vi caschi ne le stuppe, che con prolisse gambe ravviluppe. Né la formica men sagace parmi, ch'ognor s'affanna per schivar il stento. Di quanta forza veggio che co' l'armi[316] e schiene va burlando il gran frumento (cosí nel far teatri grevi marmi sòlsi condur per gli uomini al cimento), poi l'incaverna e fiedelo col rostro, che non s'imboschi dentro l'ampio chiostro! Ecco sen passa d'una in altra forma quel vermo onde la seta for s'elice. O bell'instinto natural e norma, che sanza le sua fila né testrice né aurefice ben soi trapunti forma! Taccio l'ovra del candido bombice che dal svelto per pioggia fior di querza nasce cangiato in fin la volta terza. Mille altre spezie de la picciol greggia pospongo agevolmente or in disparte. Segue ch'io solamente l'ampia reggia de l'ape contemplando chiuda in carte; ché 'l magistrato lor forse pareggia, se non in tutto, il nostro almen in parte, sí come quelle c'han statuti e legge, né manca il duca lor che le corregge. Anzi de la piú parte da' suffraggi lo eletto imperator sostien la verga; satelliti, littori, servi e paggi vannogli sempre appresso ovunque perga. Esso le pene simili a li oltraggi librando va: però non è chi s'erga soperbamente contra lui, ché amando temesi un rege piú che minacciando.[317] Non come l'altre l'umido mucrone (armollo assai sua maiestade) cura. Mentre la plebe strenua compone senza Vetruvio tanta architettura, egli sta sopra e lor case dispone, servando (ove convien) modo e misura. Non esce mai di corte se non quando del popol manda una gran parte in bando. E se a tardarla fusse allor men tosta qualche armonia di ferro o d'altro sòno, l'impulsa torma irebbe assai discosta. Cosí dal rege suo guidate sono: però Natura vòl che senza sosta lor di concento arresti qualche tono, e 'nsieme le raguni a nova tomba, in guisa de' soldati al sòn di tromba. Ma s'io non voglio che 'l mio popol n'esca di sue contrade per migrar altrove, un'ala tronco al capo de la tresca, la qual non senza lui mai fuga move. S'ei langue infermo, dangli bere ed esca;[318] chi 'l porta, chi 'l sostien, chi 'n grembo il fove; s'anche smarrito errando va per caso, vien cònto, qual patron da' cani, a naso. E se di qua di lá trovar nol sanno, allora per consiglio si delibra condurse ad altro duca, e for sen vanno a la cittade altrui, né alcun si vibra de' cittadini contra e fa lor danno, anzi nel tetto si compensa e libra di quanta plebe sia capace; dopo né piú né men li accettan che li è uopo. Tal volta ch'egli morto caschi occorre: pensi chi ama il suo rege qual supplizio! Di tutte bande al corpo si concorre, gittate a terra l'util esercizio; con lagrime non san elle giá sporre lor gran cordoglio al funeral uffizio; dirò ben veramente aver udito strepito d'ale con vocal ruggito. Se d'ordinato e regolar costume giammai l'uso mortal restasse privo, puoterlo aver da l'api si presume, né l'uomo forse l'averebbe a schivo; ché, stando elle di notte ne' lor piume si il stato per servar sí il rege vivo,[319] la vigil guarda sempre a l'uscio ascolta, cascando a queste e quelle la sua volta. Ma de l'augel cristato non sí presto s'annunzia giá spuntarse nova luce, ecco di tromba un sòno manifesto fa dar per le contrate il pronto duce. S'ode di par il sòno: è il volgo desto, al solito lavor che si riduce, o lieto ch'in cospetto al rege primo va fuora e riede carco sol di timo. La verde giovenezza è che sen fugge a la ricolta in bande assai longinque. Chi qua la rosa, chi lá il giglio sugge; chi assale questo fior e chi 'l relinque. Fassi gran preda, ed Ibla si distrugge co' l'altre terre che vi son propinque; la turba d'ogn'intorno succia e lambe, né cessan riportar l'enfiate gambe. Ma de le piú attempate un storno arguto col suo signor in ròcca stassi a l'ombra, cui per ufficio vien locar in tuto la roba che, portata, il tetto ingombra: depor i fasci a parte dan aiuto, parte, giá leve, a la campagna sgombra. Tanto al divin servigio, a l'uman gusto[320] di piacer brama un vermo si robusto! Talora un vento subito (quantunque del tempo sian presaghe) di tranquillo cosí molesto vien, che scossa ovunque si pascon elle in fin l'umil serpillo. Ecco la madre le ha provviste dunque; ché, toltosi ne' piedi alcun lapillo, van elle poco del gran vento in forza, librando qual nocchier il volo ad orza. Ed anco se la notte per la loro molta ingordigia d'acquistar le assale, raccolte insieme quasi in concistoro le gambe al ciel e 'n terra posan l'ale; ché de le stelle il rugiadoso coro le avvinge sí che poco il volo vale, se non s'industran starsene sopine tutta la notte ad aspettar il fine. Taccio le ultrici guerre, ch'a le volte tra l'un vicino rege e l'altro fansi. Tu vedi tante squadre intorno accolte,[321] che poscia a tôr la vita irate vansi, e se ritornan parte in fuga vòlte, ritrandosi lor duci fiacchi ed ansi, parte seguendo vittoriosa gode, né altro che plausi e voci liete s'ode. Indi iattura tal (se non dissolve l'agricola prudente lor litigi co' l'importuno fumo e secco polve) vi nasce, che la morte ai campi stigi la parte vinta e la vittrice involve. O grandi spesso al stato uman prodigi! ché de lor code mandon l'alte spine, cui per grand'ira seguon l'intestine! La vile mandra de' pannosi fuchi trovan sovente starsen al presepe, ove cosa non è che non manuchi; ma poi nel faticarse, pegra, tepe. Tu vedi lor scacciati esser da' buchi, e morti far in cerco folta sepe; e il simil fan de l'apa tarda e pigra, che uccisa vien s'occulta non sen migra. Tra gli diversi lor nemici e morbi come vespe, crabroni e rondinelle, ragni, lacerte, acqua de stagni torbi, puzzo de cancri, culici, mustelle, par che la rana piú le affanni e storbi; perch'ella contra i brandi lor ha pelle non men sicura e di maggior fiduccia, del ferro al colpo, d'una fral cannuccia. Ecco mirabil vermo, che disopre li altri animali (non pur dico insetti, ma quanti piuma, squame e lana copre) esser fatto mirai per santi effetti, tra' quai conobbi le lodevol opre di cera, dentro ai cristiani tetti, ove non ben di notte Dio si cole, se máncavi di cere acceso il sole. D'altri animali, dicovi seguendo, tenni le cause d'infallibil prova; ma quante rimembrar in me contendo e porle inanzi a voi, nulla mi giova. Cosí volse il mio fallo che, s'io spendo, per risaper ciò ch'in natura cova, il tempo invan, ne pianga giustamente e faccia come quel che tardo pente! Di poggio in piano, di campagna in selva, giravami qual spirto che di gioia pascendosi lá su per l'ampio ciel va, né mai cosa v'incontra che lo annoia. Qual orso, qual leon, qual altra belva restò venirmi (non che desse noia) scherzar intorno, e dentro le lor sanne prendermi leggermente ambo le spanne? Palpava il dorso al tigro, come solsi far d'un cagnolo o d'altro picciol pollo. Comai le sete a li apri e mi ravvolsi le vipere a le braccia, al capo, al collo, li augelli al pugno e' pesci al lido accolsi, né de mirarli venni unqua satollo. Poscia mi volsi a la man dritta, come sopra mi disse quel dal dolce nome.[322]
PARADISO TERRESTRE
TRIPERUNO
Dopoi che sopra e sotto 'l ciel usciro l'opre del summo artefice sí belle, né molto spazio andò che l'empio e diro popol de li demón fu da le stelle bandito al centro basso, ove periro con l'ombre eternamente al ciel rubelle, su l'uomo Dio fondò stabil disegno, ch'empir di novo avesse il vodo regno. Né piú son pesci in acque né piú foglie in selve, come in ciel private stanze. Però Michel, poi ch'ebbe l'atre spoglie di Pluto trionfando su le lanze sospese ai tetti ove l'onor s'accoglie, discinto il brando e tolte le bilanze, venne qui giú per farvi non piú guerra, ma sol un paradiso a l'uom in terra. Qui, di soperba fatta invidiosa[323] la greggia de' cornuti negri, quando questo antivede, cruda e neghittosa, ripiglia contra noi l'occulto brando (i' dico «brando occulto» a piú dannosa nostra ruina), e sempre va celando quinci quel vischio, quindi quella pania,[324] tanto che la piú parte avvinge e lania. Piantato dunque in terra un paradiso da l'angiol fu di Dio detto «Fortezza»; luoco non privo mai d'onesto riso, de sòni, canti, giochi a gran dolcezza. Quivi trovai pur anco l'aureo viso di quel Iesú che l'amorosa frezza nel cor m'immerse prima, e seco poscia portollo, me lasciando in dolce angoscia. Su ne le piú levate cime, donde Febo riporta il mattutino giorno, un monte, c'ha l'inaccessibil sponde e cento millia passi volge intorno, vidi che al ciel lunar il capo asconde e par che tocchi i piedi a Capricorno. Lá fui chiamato d'una nebbia scura: — Vieni oggimai, o santa creatura! — Suso mi porto, ed ecco alte muraglie vidi luntano con quadrata cinta serrar de poggi e campi e di boscaglie una provincia in piú parti distinta. Ma quello muro quasi mi abbarbaglia la vista, dal suo lume resospinta, mercé ch'era cristallo ed oro, intorno di perle e tutte l'altre gemme adorno. Or su per quel parete schietto e fino vidi ch'avean Michel e Raffaele (non l'urbinate, dico, o 'l fiorentino, ch'or lascian dopo sé gran lode in tele) depinto per mio specchio il fier destino di Lucibello, a se stesso crudele, che, bello troppo a se medemo, d'alto prese co' gli altri un smisurato salto.
LA PORTA
«Uomo, che vedi a quanto onor ti degna[325] l'altissimo Fattore, or entra ad obbedirlo, acciò che 'l cuore da te giá dato in grazia ti 'l mantegna! Ma ne la gioia tua, ch'avrai sí lieta, fa' che raffreni accortamente; cui non repugnando, provarai col male quant'era il ben, anzi che l'un di dui pomi gustassi. Ché se Dio ti 'l vieta, toccar non déi, per non venir mortale. Dal serpe il piede e dal legno fatale se non vieti la mano, ecco d'un legno more il ceppo umano,[326] e un legno per sua croce Dio non sdegna!».
TRIPERUNO
Queste parole, trapuntate in oro, sopra la porta, in un bel smalto, lessi; ma i fregi e gli archi ed ornamenti loro sono di fine gemme carchi e spessi. Entrovi lieto per sí bel tesoro, e in cerchio con le mani esser rannessi, d'angioli pargoletti e nudi un stolo vidi scherzando volteggiarsi a volo. E su per merli e for de gli balconi, quei di diamante e questi di cristallo, mill'altri con diversi canti e suoni muoveno d'altri tanti un lieto ballo: arpe, laúti, citere, lironi, senza mai farvi punto d'intervallo, addolciscon le orecchie d'uditori al nome c'hanno impresso dentro i cuori: al dolce nome sovra ogni altro grato, nome amoroso, nome aureo e soave, nome del mio Iesú forte, sacrato, nome di grazie ponderoso e grave! Non è macchia sí lorda di peccato, che 'l dolce nome di Iesú non lave; nome che chi noma in spirto, sente mordersi 'l cuore d'un pietoso dente! Quivi se non in danze e giochi stassi, danze pudiche, giochi allegri, onesti: chi su le penne, chi su lievi passi, que' leggiadretti spiriti modesti scorron il bel giardino, or alti or bassi, quelli de' boschi per le cime, questi per le fiorite piagge e verdi prati, succinti o in bianche stole o nudi alati. Altri con reti d'oro i pesci snelli tranne di questo rio, di quello fonte; altri tendon guazzarsi ne' ruscelli chi piè, chi man, chi l'ale, chi la fronte; altri celan archetti ai vaghi augelli per macchie e ripe, o sotto o sopra un monte; altri scaccian de' boschi e folti vepri damme, conigli, cervi, capre e lepri. Vidine molti ancora, con bei freni di seta e d'oro, stringer lioncorni: chi li rallenta il morso, chi 'l sostiene con lievi sbalzi e volgimenti adorni. Franguelli, piche, merli e filomene con pappagalli, rondinelle e storni volan di ramo in ramo, a schiera a schiera, cantando la sua eterna primavera. Eterna primavera qui verdeggia, ché 'n le catene il Tempo giace altrove; aprile quivi e marzo signoreggia, né mai da l'ombre zefiro si move, per cui soavemente sempre ondeggia l'altezza de colline e poggi, dove pini, cipressi, querze, faggi, abeti adombrano vallette e campi lieti. Quivi onoratamente fui raccolto da duo barbati e candidi vecchioni. L'uno fu Enocco, e l'altro che, distolto di terra, ascese in ciel fra spirti boni,[327] quando Eliseo videlo nel molto foco volar a l'alte regioni. Questi con lieto volto m'abbracciaro, mostrando il mio advenir quant'ebber caro. Vado fra loro poscia, lento lento, favoleggiando verso il gran palaccio. Ecco quegli angioletti, a trenta, a cento lascian chi l'arpa, chi 'l danzar, chi 'l laccio, e vengono assalirmi in un momento con un soave intrico e dolce impaccio, perché mi carcan gli omeri, la testa di sua leggiera salma e fanno festa. Entrato ne l'adorna ed ampia stanza non men di quelle del signor mio bella, bella e gioiosa for d'umana usanza (qual oggi a Marmiròl si rinnovella, e qual li ombrosi campi sovravanza in Pietole sul chiaro Minzio, e quella ch'entro l'antiqua terra di Gonzaga mostrasi al viatore tanto vaga), trovamo un spacio quadro d'una liscia piazza de marmi lustri ed altre pietre. Ove nel mezzo la fatale biscia, come sotto acqua fanno le lampetre, sdrucciola quinci e quindi, ma non fiscia; ché 'l capo ha di dongiella e par ch'impetre, col vago suo sembiante, che chi passa subitamente al suo voler s'abbassa. S'abbassi tostamente a la sua voglia di por le mani a quel vietato ramo e dispiccarne il frutto, onde la doglia succede poscia al nostro interno, Adamo; lo qual non mai si vede senza spoglia, se non dapoi che l'esca di quell'amo l'attosca sí, che morto ne rimane, fin che 'l rilevi poi lo empireo pane: quel pane dolce bianco ed immortale che pasce in ciel l'angelica famiglia. Non è morbo né peste sí mortale, che questo pan, salúbre a chi se 'l piglia con salda fede, nol risani, quale fu de' leprosi giá la maraviglia. Ma guardesi chiunque indegnamente a un sí soperbo cibo admove il dente! Soperbo cibo, che d'umilitade profundissima sorse in mia salute; soperbo cibo, ove l'alta bontade cercò d'erger a' morti la virtute; soperbo cibo, il qual con veritade convien che 'n corpo e sangue si trasmute, in corpo e sangue de l'umano Dio, che disse: — Or manucate il corpo mio! — Ma come egli togliesse il grave assonto in sé d'ogni mia colpa su la croce, avrovvi a dir col tempo, s'io m'affronto a un stil piú grave, e non piú che veloce. Ché se d'altri concetti al giogo monto col senso, non sussegue poi la voce se non debile e inferma; come chiaro si vede ch'io non so, ma tardo imparo. Vedrò, se 'l debil filo non si taglia nel mezzo del cammin di nostra vita, quel raggio, ch'ora il senso m'abbarbaglia, con vista piú vivace e piú spedita. De' bianchi e negri spirti la scrimaglia ben tengo de le muse al monte ordita; ma ch'abbia, se non tutto, almen in parte di Lodovico attendo il stile e l'arte. Non piú Merlino, Fúlica e Limerno oltra sarovvi, ma sol Triperuno. Tratto son oggi mai di quell'inferno ove chi faccia ben non vi è sol uno.[328] Per te, Iesú, per te vedo e discerno esser del cibo tuo sempre degiuno; ed «ingannato al fine si ritrova chi lascia la via vecchia per la nova».
FINISCE LO CAOS DEL TRIPERUNO.