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Caos del Triperuno, Opere Italiane Vol. 1

SELVA PRIMA

Reading edition

DISTICHON

Unus adest triplici mihi nomine vultus in orbe; tres dixere Chaos: numero Deus impare gaudet.

Stemma con le lettere M L F T; ai lati FE. GO.
Stemma con le lettere M L F T; ai lati FE. GO.

HEXASTICHON

Quae nat aquis coeloque interdum attollitur ales, vel nat amore aquilae vel volat icta metu. Nam quae solis adit, veluti Iovis ales, acumen? est Fulicae ut Minti ludat in amne sui. At, si illa huc humile ad stagnum descenderit ales, quae nat aquis, aquilis digna erit esca suis.

TRIPERUNO.

Voi, ch'ad un'alta e faticosa impresa vedete or me salir audacemente per via mai forse da null'altro intesa, piacciavi d'ascoltare queste lente mie corde in voce lagrimosa e mesta,[19] ch'altro non s'ha d'un'anima dolente. E, bench'i' veda alzandovi la testa mia virtú debil al salir tant'alto,[20] di che sovente per viltá s'arresta; pur spiego l'ale, e quanto so m'exalto lá 've m'accenna il lume d'ogni lume, per cui non temo alcun spennato salto. Ché, mentre su con le 'ncerate piume[21] tolgomi de le nubi sopra 'l velo, d'un Dedalo megliore sotto 'l nume, vedrò ch'immobil stassi e volge 'l cielo,[22] sostien la terra, e l'universo a 'n cenno, volendo, pò cangiar o 'n foco o 'n gelo. Or dunque, di piú sana audacia e senno ch'Icaro mai non ebbe, a l'ardua via ambo gli piedi, ambo le braccia impenno. E cantovi di questa nostra ria[23] prigion che «vita» nominar non oso, le frode di essa, il volgo, la pazzia; e di quel Re, che 'n un presepio ascoso vidi fra le duo bestie a gran bisogna, ver' se stesso crudel, ver' noi pietoso,[24] che svelse il mundo tutto di menzogna con sua dottrina colma di quel foco, ch'arde sí dolce in alma che non sogna. Io dico te, Iesú, lo qual invoco mio Febo, mio Elicona, mio Parnasso, ov'ogni bel pensier al fin collòco. So ben che di te dir via piú t'abbasso, che tacendo non alzo; e pur m'offersi, ecco, a dricciar nel tuo bel nome il passo. Ché, come vedi, son questi miei versi[25] d'amor almanco e caritade in cima, se non toscani, ben sonori e tersi.

TRIPERUNO.

Di quella spera piú capace ed ima[26] del ciel, ove l'Artefice soperno fabbrica ognor quanto mai finse prima, io novamente usciva, fatto eterno candido spirto leggiadretto e bianco, che bianca piú non vien neve d'inverno; quando 'l mio stesso fabbro un calzo al fianco vibrommi tal, che giú ne venni a piombo in loco basso e d'ogni posa manco. E come vago e timido colombo[27] vola quando si parte da la torma, del ciel tonante al subito ribombo; tal io vi errava tanto che, d'un'orma uscendo in l'altra, mi trovai sul porto, dove l'oblio nostro 'ntelletto addorma. Guardomi intorno paventoso e smorto,[28] ché teso in ogni parte vedo un rete, onde ch'entrarvi debbia mi sconforto. Quivi spicciando fora d'un parete largo cosí, ch'ampio paese cinge, chiara fontana porsemi gran sete. La qual fra sassi mormorando astringe al dolce ber qualunque vi s'applica; ma tosto se ne pente chi lei tinge, perch'ella il senso e lo 'ntelletto intrica. Però non men a un vischio tal m'accolsi,[29] tratto dal bere e da l'usanza antica. Quivi cum brame tanto me ne tolsi, che tutto 'l bene che capisce in noi non pur lasciai, ma nel contrario avvolsi. Acque maligne, acque di tòsco, voi piú del mèle soavi, piú che manna, scoprite il fele al nostro error dopoi: ché chi vi gusta pur, non che tracanna,[30] presto ne gli occhi, anzi nel cor s'annebbia: dura cagion, che a questo ci condanna! Cangiasi d'un bel raggio in scura nebbia, né qual era pur dianzi non ricorda, né su quel punto sa che far si debbia. Io dunque, alma di bere troppo ingorda, le parti mie d'alti pensieri dotte perdei qual cieca forsennata e sorda. Perché non so: sássel colui, che notte far giorno e giorno notte pote solo, e dá sovente a noi d'amare bòtte. Per fallo d'uno preme tutto 'l stolo,[31] e vedesi alcun padre umil e domo irsene giú per colpa del figliuolo. Or chi l'intenderebbe, che d'un pomo succeda tanto incomodo, ch'ognora sostegna il ceppo uman l'error d'un uomo? Ben fu di acerbe tempre, poi ch'ancora foggia non è la qual digesto l'abbia, né mai (tant'esser deve crudo!) fôra, se chi nostr'alme spinge in questa gabbia,[32] col raggio di pietá nol dissacerba e tempra di giustizia in sé la rabbia; né stomaco di struzio né onto né erba, mentre da noi per quest'ombre si viva, è per smaltir un'esca tanto acerba. I' non fu' mai di tal cibo conviva, e pur padirlo, anzi patirlo, deggio, per cui vien ciascun'alma del ciel priva. La qual ir non dovria di mal in peggio,[33] se, al priego d'una femina, colui morse 'l mal frutto e pèrsevi 'l bel seggio. A che unqua nascer noi, se per altrui fallir par ch'anco l'ira non s'estingua divina in noi, per loghi alpestri e bui? Ahi miser! taci e morditi la lingua, ché maladetto fie chi in ciò s'adira: giá Dio mai d'uman sangue non s'impingua; anzi ama l'opre sue, contempla e mira, e studia l'uomo a sé fatto simile scampare dal suo stesso foco ed ira. Ma non pensar, non che cercar, suo stile[34] via troppo da l'uman pensier rimoto, ché alto pensier non cape in senso vile. Dunque dirò che quanto chiaro e noto m'era dinanzi al ber de l'acque sparve, onde fui d'ombra pieno e di sol vòto. Eccomi sogni intorno, fauni e larve, che mi facean per quella notte scorta, né mai piú 'l bel ricordo dianzi apparve. Pur mi raffronto a quella orribil porta[35] fiso mirando, e qui fermai lo piede com'uom ch'entrarvi drento si sconforta, e, fin ch'altri vi passi, dubbio sede.

GENIO.

«Alma, che per altrui difetto al varco dubbioso arrivi e Dio ti vi destina, or quivi entrando inchina l'orgoglio, alzando gli occhi al ciel che carco gira di stelle e mostrasi luntano! Di lá scendesti, e piú non ti rimembra[36] qual eri avanti 'l poculo di Lete! Ma se tornarvi brami, quelle membra, ove tu déi corcarti a man a mano, fa' che raffreni fin che 'n lor s'acquete l'uman desio che le conduce al rete sí di legger, ove ne resti presa. Ma strenua contesa non sa fatica, finalmente, o carco».

TRIPERUNO.

Queste parole, in man d'un vecchio bianco, vedendo appese di quell'uscio in fronte, io tremai forte e tremone pur anco. Anzi n'ho, rimembrando, a gli occhi un fonte: ché allor, mentre per me giá si delibra non ir piú innanzi e volgomi dal ponte, donna m'appar accanto, che mi vibra[37] un pugno al fianco e drieto mi flagella, ch'avea ne l'altra man un'aurea libra. Ritornomi a la porta, dove quella mi piega col temone di sue pugna, drieto chiamando sempre: — Alma rubella, alma proterva, fa' che non ti giugna scamparti da colui che qui ti move ad una faticosa e strana pugna, ch'avrai con esso teco e non altrove,[38] e per vincer leoni, tigri ed orsi, vincendo te, minori son le prove! — I' non mil fei ridir, ma via trascorsi, qual timido cavallo che s'arresta ne l'apparir d'un'ombra e sta su' morsi; poi, vòlto in fuga, soffia ad alta testa, ma chi gli sede addosso presto il torna, stringel ai fianchi e fra l'orecchie il pesta; ond'egli per le bòtte si ritorna in quella parte onde lo smosse l'ombra, di passo no, ma corre e non soggiorna. Traggomi drento, al fine, ove me 'ngombra[39] notte ch'ancor piú m'ebbe ottenebrato, in luogo cui la terra intorno adombra. Ed io ne stetti non d'abisso al lato, ma in centro d'ombre grosse denso e folto, qual talpa preso in gli occhi e smemorato. Cosí piú mesi in quella tomba involto,[40] io, pronto spirto ne la carne inferma, stetti non pur prigione, ma sepolto, fin che, o Natura, l'opra tua fu ferma.

MELPOMENE.

Mentre piangendo l'alte strida ed urli, sorelle mie, sí duramente innalzo (da me sol viene il tragico costume),[41] lasciáti i crin al vento, ché ridurli qui non bisogna in trezza né 'l piè scalzo guidar per vaghi fiori e verdi piume de' prati lungo al fiume, anzi, sdegnando quella piaggia e questo poggetto ameno, statine qui meco in solitaro speco, fin che mie rime udite sian di mesto e lagrimoso canto, il qual risulte da quei sassosi monti e valli inculte. Depon, Urania mia, la tua siringa,[42] che settiforme ha in sé del ciel il tipo; e tu, Clio, la lira, ove 'l mantòo al greco vate fai ch'egual attinga; e mentre i lauri e l'edere dissípo, spargi quei fior del corno, che l'eròo giá svelse ad Acheloo, Erato mia: né tu, Polinnia, il plettro, né, Calliope, l'arpa, né la cetra, Talia (s'unqua s'impetra[43] grazia da voi!), pulsate, ch'ora il settro tengo fra noi, cessando ancor le stanze di Euterpe, e di Tersicore le danze. Ahi! di qual gioia e quanto bella effige traboccar vidi l'uomo in tanto scorno! Miráti 'l ciel come, di grado in grado, sol per causarli util piacer, s'afflige[44] volgersi tra duo moti adversi intorno! Miráti 'l Gange, l'Istro, Nilo e Pado, ogni altro fiume e vado tornarsi d'onda in onda al vecchio padre! Pioven le nubi e la porosa terra dal centro si disserra, sorbendo il dato umor, onde giá madre fassi di questo fior e di quel pomo, per aggradir ed aggrandir un uomo: l'uomo che, ingrato a Dio non ch'a Natura,[45] per antiporre un fral desire al dolce suo fermo stato, giustamente abietto fu d'alta gloria in infima iattura, la cui durabil colpa in ciel si folce, che mai non parte dal divin aspetto. Però sta fermo e stretto destin, a penitenzia d'un tal fallo, che l'uomo in grembo a morte quivi nasca: cosí dal cielo casca[46] l'alma di novo fatta in scuro vallo, dove se stessa oblia cieca ed inferma, giá devoluta in sterco, fango e sperma. Indi Natura, per supplicio degno, men se gli mostra madre che noverca; la qual ogni animal provvede contra l'onte del tempo, dandogli sostegno. Nasce pur l'uomo ignudo, il quale cerca[47] schermirsi d'un agnello, volpe o lontra, dal gelo in cui se 'ncontra, ché di scampo megliore non ha copia. Ma di squame coperti, penne e lane per fiumi, selve e tane van pesci, augelli e fiere. In somma inopia sol nasce l'uomo, cui cadé per sorte pianger nascendo e, nato, gir a morte. Non cosí tosto un augelletto spunta de l'uovo fora, quando a tempo nasce: ecco s'addriccia e, con soppresso grido, del becco l'esca piglia in su la punta, e senza documento di chi 'l pasce su l'orlo estremo tirasi del nido, donde giú funde al lido ciò che smaltisce per servarsi netto. Non cosí l'uomo, no, ché d'ora in ora[48] convien di fascie fora cavarlo, in cui legato stassi stretto, e trarlo di sozzura e puzzo lordo, al misero suo stato e cieco e sordo. Or dite, prego, quand'egli mai s'erge[49] co' l'aspetto nel ciel onde si parte, che pria carpone de le braccia gambe non faccia, mentre in foggia d'angue perge? Ché se al contrasto di natura l'arte, l'industria in suo ripar non fusser ambe, mentr'egli sugge e lambe lo sin materno, peggio de le belve ne rimarrebbe, tanto l'odia e sdegna e fassigli matregna colei ch'abbella monti, valli e selve, e d'un sí gentil figlio non tien cura[50] pel torto del primier; dico Natura! Solo la donna artifice e la industre parton de le sue membre l'officina; ma quant'è 'l pianto e quante le percosse anzi ch'ancora il misero s'industre saper su piedi starsi! onde ruina sovente sí, che molte fiate mosse di luogo porta l'osse, restandone d'un mostro piú deforme. Cosa non giá, che ne li armenti caschi: cercate e' verdi paschi, le nubi, i fiumi, quante sian le forme che, nate appena, chi 'l nòto, chi 'l volo, chi prende il corso; e l'uomo casca solo! Deh! perché nasce lo 'nfelice dunque[51] di tanti strali ad esser un versaglio? Ogni tempesta in lui s'aggira e scarca, ogni virgulto se gli attacca, ovunque move di questa selva nel travaglio. S'avvien ch'egli pur goda, ecco la Parca[52] rumpelo al mezzo, e varca la vita, al sol qual nebbia o fumo al vento: stato penoso e miserabil tanto! Ch'altro che affanni e pianto, travagli, sdegni, lagrime, scontento attende uomo che nasce? e se lo move fortuna a qualche onor, morte vi 'l smove. Queste parole in capo voglio sculpite sian d'ogni tiranno, lo qual non esser Dio, ma fumo e nebbia[53] s'intenda, e che non debbia farsi adorar al mondo, perché vanno e vengon tutti eguali di fral seme, ma tal le piume, tal le paglie preme.

TRIPERUNO.

Dapoi li giorni e mesi, che 'n tal centro sí lordo il mio destin crescer mi fece, donna m'apparse a quel girone dentro,[54] ch'indi sciolto mi trasse d'orbo in vece, poi molto altiera disse: — Or tienti in mente, mortal, che piú tornar qui non ti lece! — E ciò parlando, l'empia ed inclemente,[55] nudo fanciul ne la stagion piú acerba lasciommi solo e sparve incontanente. Sparve costei d'aspetto alta e soperba, ed ove allor passava, in ogni canto seccar facea con fior e frondi l'erba, fin che di neve col gelato manto mi ricoperse intorno e monti e selve; di che tremavo con dirotto pianto. Miravami da lato e fiere e belve con ogni augello d'alcun pel guarnito, qual sia che 'n grotte alberghi o qual s'inselve; ma sol io nudo sopra il nudo lito stavami d'Aquilone sotto 'l fiato, né fui per tanto da pietade udito. Il qual piangendo mover quel spietato[56] avrei potuto, ch'ogni fanciullino uccise per mal zelo del suo stato. Chi vide mai d'inverno un cagnolino tremar su l'uscio chiuso di chi 'l tiene usato starsi di madonna in sino; cosí veder potea me con le rene in terra nude, vòlto in quella parte del ciel ove 'l suo moto si conviene, ed ove 'l Serpe tortuoso parte[57] l'orribil Orse, dove nasce il spirto del fier Boote che non mai si parte (qual fiume e lago, ch'aspro duro ed irto non ferma il corso) di Callisto in braccio. Ma non vidi poi sí d'un lauro e mirto, anzi con altri assai di quell'impaccio lor vidi sciolti, e con bella verdura starsen di neve in mezzo e presso al ghiaccio, mercé le calde gonne, che Natura[58] lor diede per servarli eterna vita: a lor sí mite, a noi maligna e dura! Ma una dongella, non so d'onde uscita, presta ne gli atti e d'abito succinta, m'accolse in grembo, di servir spedita: poi lunga fascia intorno m'ebbe cinta, portatomi giá dentro una spelonca ben chiusa intorno e di fuligin tinta. Ver è che, d'uomo come statoa tronca di braccia e gambe, in que' legami resto, e cosí giacqui stretto in picciol conca. Onde col capo sol (ch'un'oncia il resto mover non poscio) vòlto a lei parlava, con quell'istesso di fanciullo gesto qual fece altrui con Dio, quando d'ignava[59] lingua mostrossi e proferir non valse, dovendo predicar a gente prava. — Chi fu la donna — dissi — cui sí calse gittarmi in terra nudo al vento e pioggia, onde 'l mio corpo di gran gelo n'alse? — Ella sorrise, lagrimando, in foggia di chi nel petto amaro e dolce copre; poi disse: — Eternamente non s'alloggia in questa terra, né si cela e scopre il sol eternamente: sol un franco e fermo stato è molto al ciel dissopre. Di lá cadesti e sei per montarvi anco, se 'n questa umana vita di due strade[60] dritto sentiero pigli e lasci 'l manco. Però ch'al fin de la piú molle etade ti trovarai sul passo di Eleuteria, che per doi rami è guida a dua contrade. Quinci ratto si viene a la miseria, quindi al pregio acquistato per lung'uso, che s'ha quanto di aver si dá materia. Ovver fia dunque tempo che 'n ciel suso ritornarai vittor di questa giostra o cascarai, di quel che sei, piú giuso. La donna, che sí cruda ti si mostra, fidel ancilla de l'Eterno Padre, non odiar, perch'è la madre nostra, nostra non pur, ma d'ogni pianta madre, Almafisa chiamata, che riceve sua fama in variar cose leggiadre.[61] E s'or il mondo t'ha cangiato in neve, non d'aspettar t'incresca, perché i lidi rinnovellar de' fiori ancor ti deve. Né sia perch'animale alcun invídi uomo per piume o squame o pel che s'abbia, né perché sappian tesser antri o nidi; e tu sol, nudo, isposto a l'empia rabbia di Borea, veda ogni vil canna e legno armato contra 'l freddo ed atra scabbia. Questo forse ti pare d'odio segno; pur sta' sicuro e fa' che ti conforte, ch'odio non è, ma sol un breve sdegno.[62] S'odio tal fusse, ti darebbe morte, né avrebbeti produtto Dio giammai né fatto del suo regno al fin consorte. — O me felice — dissi allor — non mai esser nasciuto e, senza altra vittoria di carne, gioir sempre in gli alti rai! — Ne' rai — quella rispose — de la gloria, de cui ragioni, per gioir non eri, se pria non dato avessi qui memoria. Alma non fu né fôra mai che speri, innanzi d'esta vita i vari affanni, viver del ciel in que' lunghi piaceri. Guarda, figliuol, che forse tu te 'nganni, s'esser for che 'n idea ti pensi eterno, nanti la forma de' corporei panni. Li quali ebber principio dal soperno Padre, con l'alma scesa in questi guai, ove, de la vertú se col governo[63] di questo vento l'onde sosterrai, che non ti caccia quinci e quindi a voglia, oh lode, oh fama, oh pregio che n'avrai! Però d'esser nasciuto non ti doglia, né di Almafisa il sdegno oltra ti prema, ché 'n ciel déi riportar felice spoglia, e salirai sopra la cinta estrema, che le soggette del suo moto avvisa e molto di lor proprio moto scema. Anchinia industre sono, sempre fisa[64] supplir ai mancamenti con bell'arte, se mancamento è in quella d'Almafisa. Né son, quand'ella cessi, per mancarte[65] di pronti avvisi e di sagaci modi, scoprendoti mie prove in ogni parte. Fra tanto cosí stretto in questi nodi voglio tenerti, fin che a tempo ritto ti sosterrai su piedi fermi e sodi. Ma viene ecco mia sore, che 'n Egitto[66] uscita, da' caldei l'uman dottrina portò de le scienze a tuo profitto; ed anco è audace sí, ch'assai vicina[67] sovente a Dio poggiando si ritrova e vede lui d'una persona e trina. Costei l'altezza di natura prova,[68] distingue, insegna in argomenti fermi,[69] ma sopra lei sol contemplar le giova,[70] ché sa quanto sian debil ed inermi gli sensi umani e la divina altura, non che i ragionamenti ottusi e 'nfermi. Costei la terra, il mar, il ciel misura,[71] nómera le cagion di piogge e venti[72] con l'osservar di stelle ogni mistura.[73] Costei qua giú gli armonici concenti[74] seppe cavar su dal soave moto, per levamento de l'afflitte genti. Costei, de' spirti con vigor, l'ignoto[75] cognito fa, li quali sotto l'etra pendon ne l'aere piú dal ciel rimoto. Costei sa le virtú d'ogni erba e pietra,[76] orando persuade il giusto e il torto,[77] e canta e' gesti altrui ne l'aurea cetra.[78] Senza costei non è stabil conforto[79] di questo mare al travagliato corso: da lei tu sempre avrai securo porto. Ed io con lei ti mostrarò quell'Orso[80] con l'Orsatino suo, che sian tuo guida per ogni spiaggia e periglioso dorso. Non sará vento mai che ti divida, stanne sicuro, dal governo loro, che la sua luce altéra nol conquida. Quel di Vinegia sommo concistoro muove sotto costei lo gran stendardo e pose in man de l'Orso il leon d'oro: Orso non men di senso che di guardo,[81] pronto a le imprese, liberal e schietto, veloce al perdonar, a l'onte tardo. — Parlava la dongiella e gran diletto favoleggiar di quello si prendea, quando l'altra, giungendo a lei rimpetto, con voce e viso altier cosí dicea:

TECNILLA.

Su, presto, Anchinia, su, che tardiam noi?[82] Esca d'impaccio omai, né piú si lasce tanto bel spirto avvolto in quelle fasce, ché aver eterni in ciel dé' i giorni soi!

ANCHINIA.

Far una impresa tostamente e bene, che d'alto pregio ed eccellente sia, nostra vertú non è, Tecnilla mia, ma solo al Re celeste ciò conviene. Egli sol è, che tra 'l pensier e l'atto non cape tempo, quanto esser può, breve; che producendo un fior non ha men leve fatica, ch'ebbe a far quanto è mai fatto. Quest'animal è di maniera tale,[83] che, qual sia per venir, non vien sí presto; cosa non giá d'altro animal, ché questo vive dapoi, quell'è caduco e frale. Però gran tempo, ove l'arte s'impaccia, va tanto piú quant'è l'opra piú degna: tu stessa el sai, né alcun altro te 'nsegna, se non la prova e le tue stanche braccia.

TECNILLA.

Non le dir stanche, ove 'l sudor gradisce,[84] ché un dolce incarco mai non fa stracchezza; onde, quanto lo indugio, la prestezza perfettamente ogni opra sua compisce; ché, ove intervien de nostri alti pensieri volunteroso ed avido consenso, sí pria l'affetto e poi l'effetto immenso[85] cresce, ch'al fin non ha che piú alto speri. Io sola in l'uomo tutti e' miei concetti lieta riposi, e non in altra cosa; e tu, Almafisa, benché neghittosa gli sei, non temo giá che 'l sottometti.

ANCHINIA.

Taci, non dir cosí, germana sciocca, ch'error di lingua va né mai ritorna;[86] troppo sei baldanzosa; e chi le corna in ciel vòl porre, al fin giú si trabocca. Natura non pur l'uomo, ma, piú d'uomo se cosa altéra nasce, per la chioma la tien al segno; egli la grave soma, volendo o no, sen porta, umile e domo.

TECNILLA.

Sí; quando l'arte mia non vi s'arrisca[87] opporsi a quante passioni ed onte fargli può mai quella soperba fronte, ch'ei sotto soi flagelli s'invilisca.

ANCHINIA.

Tu fermamente, se non tutta, in parte sei fatta stolta e garrula, Tecnilla, la qual in foggia d'arrogante ancilla a tua madonna crediti agguagliarte. So ben ch'ogni pensier hai d'imitarla[88] e, vòlta in tal desio, sempre la invídi; onde, perché non mai la giugni, gridi e latri come chi d'altri mal parla. Ma sta' sicura che senz'onda il mare, senza splendor il sole, senza belve e nanti senza augelli fian le selve, ch'un picciol nevo mai lei poscia equare. E ciò saper non m'è durezza alcuna, quando ch'io d'ambe voi son l'aiutrice, ed anco Pirra, donna ferma, altrice[89] di tutte prove, vien meco in quest'una sentenza: che Natura, in un momento formando un picciol vermo, eccede tanto l'arte operante al sforzo estremo, quanto ogni vil cosa l'ampio fermamento. Di che qui darti intendo un sano avviso: se alcuna è in te virtú, la riconoschi sol d'Almafisa, che se i monti e boschi ci nega, l'opre nostre son un riso.

TECNILLA.

Non far, Anchinia, piú di ciò parole; so ben ch'Industria in losingar Natura fu sempre vaga, onde non ha misura[90] lo giudice che tien la parte sola.

ANCHINIA.

Se d'adular son vaga nostra madre, tu adulterarla piú; ché 'n l'altrui vista fai natural quel ch'opra è di sofista,[91] né men le mani hai de le voglie ladre.

TECNILLA.

M'allegro ben che te stessa condanni! O scema d'intelletto, non t'accorgi quanto di scorno, me biasmando, porgi a te medema e 'l tuo veder appanni? Son io ne l'opre mie piú da ragione che da l'industria mossa, e 'n l'aspra imago de la viril Etía ben piú m'appago,[92] che 'n la tua, ornata sol di fizzione; ché quanto avanzar puoi de le nostr'opre,[93] t'industri porlo in grembo d'avarizia, e fai cosí, che l'empia tua malizia col manto mio ne gli occhi altrui si copre. Però qual maraviglia se la fraude di veritá sta involta ne la pelle e se imputate a l'arte sian le felle[94] tue astuzie, onde Almafisa ride e plaude? Sen ride e plaude in foggia di chi, altrui odiando, il vede scorso in qualche scherno. E tu quella pur sei, che ne l'inferno t'ingegni penetrar ai luoghi bui e trarne la cagion di tante risse, furti, omicidii, stupri e sacrilegi: dico 'l metallo, con cui adorni e fregi le menti umane sí, che 'n quel stan fisse né piú s'innalzano a specchiar il lume,[95] ch'io di Natura posi oltra la cima, e men d'un'arca d'or' si prezza e stima un atto generoso e bel costume! Ma perché l'ingordigia di quel mostro, c'ha ventre e morso d'adamante e foco, empir non puoi, ché ogni esca gli par puoco e va fremendo in questo mortal chiostro; tu che levarmi d'Arte il nome cerchi e quel che Alchimia si dimanda pormi, altri metalli in or' par che trasformi: oro non sono ed esser pur alterchi! Misera che tu sei, non vedi chiaro[96] ciò che fai senza l'arte sa di froda? non vedi ben che non si rumpe o snoda il laccio che a la gola tien lo avaro? Quanto meglio farai non dipartirti dal primo nostro rito e modi antiqui, e 'nvestigar in ciel qua' sian li obliqui, e qua' gli dritti segni, e piú alto i spirti che causan e' duo moti e tante fiamme scoperte a l'uomo nostro, che 'n la culla qui tieni avvolto come cosa nulla, cui rumper giá s'affretta Cloto il stamme!

ANCHINIA.

S'io sí rubalda qual or m'hai depinto io teco fusse, o maldicente donna, rubalda anco sarei con mia madonna,[97] c'ha fatto l'uomo e non, come tu, finto. Tu fingi l'uomo, anzi tu 'l stempri e spezzi, tu 'l snervi, tu 'l disossi, guasti e spolpi, e poi, se mal gli vien, Natura incolpi,[98] che piú d'un uomo una formica apprezzi. Dimmi, insolente donna, perché resti con quella forza tua, che d'Almafissa passa l'altezza (sí la sai prolissa!), oprar che mal alcun non l'uomo infesti? Se ferreo è il nervo, se d'azzale è il braccio, se tant'è 'l tuo valor ch'aver ti vanti, perché non smovi le cagion de' tanti uman affanni, febre, caldo e ghiaccio? perché non freni (se la Grecia tua, ove sí splende, parla sempre il vero) quell'Eolo, de' venti c'ha l'impero, e fa sentir altrui la forza sua? perch'anco in cielo, d'Orion a tergo latrando, un picciol Cane tanta rabbia sparge d'ardor, e tant'umor e scabbia diffunde il Drago dal suo eterno albergo? Oltra dirò: per qual cagion non svelli de le sanguigne mani di Tanéta[99] la falce, che giammai non si racqueta troncar gli umani e farne polve d'elli? Tanéta i' dico, sí, atra ninfa e cruda, che i tuoi Platoni e Socrati non scelse; anzi, quanto le teste son piú eccelse, lor spezza, e d'elli tu ne resti nuda!

TECNILLA.

Quanto a le dua stagioni a l'uomo infeste, non ti rispondo, perché giá la impresa ti diedi di ciò degna: far la spesa,[100] contra lor, d'ombre, tetti, piume e veste. Ad altri morbi assai per te si occorre, c'hai simil esercizio, né vergogna ti paia impreso aver da la cicogna un ventre adusto foggia per diporre. E come a la mia ninfa Filomusa[101] la tibia per isporre il canto usata trovasti giá, cosí ha Farmacia grata la tromba che al purgar un ventre s'usa. Di ta' remedi al miser uomo e schermi contra l'offese di Natura certo studio ti vien, e poi la laude e 'l merto, perché sollevi, Anchinia mia, gl'infermi. Ma quanto a quel che l'invincibil ferro[102] de l'improba messora frenar debbia, voglio non puoter farlo, ché di nebbia, per mezzo suo, gli alti intelletti sferro. La morte a miei seguaci è un'esca dolce e di Natura for del fango i purga, ed è cagion ch'un'alma d'ombra surga ne l'alta luce, di che 'l mondo folce. «Qual è chi viva e non vedrá la morte?», David cantava lieto ne la cetra, bramoso il gentil spirto d'esta tetra prigion uscir a la celeste corte. Però di' meglio, ch'io puotendo tiri tanti miei figli tosto d'esta tomba, ché un cor non piú s'incende al son di tromba, d'un'alma santa a gli ultimi sospiri, né farle può Natura piú grand'onta che 'n questa vita sua menarla in lungo, la qual pò invidiar un fior, un fungo, che nasce e mor fra un sol ch'ascende e smonta.

ANCHINIA.

Stolto parlar se non stolta risposta potrebbe aver; onde chi sempre tacque a gli insolenti detti, sempre piacque: dico quanto al clistero o sia sopposta. Ben si potrebbe un portico, un palagio, un vestal tempio ed un anfiteatro addurre in loda mia, l'arme, l'aratro, la nave e tante cose; ma 'l malvagio rancor t'accieca e légati la lingua, che non pò dir quel che ragion la sferza. Tu non sei prima né seconda e terza, quando che l'ordin nostro si distingua, se ti credi esser, non di te son quarta. Roditi pur, se sai, che non ti cedo; e s'attendermi vòi mentre ch'io riedo, possio condur chi tal dubbio diparta.

TECNILLA.

O temeraria ed arrogante! mira come si gonfia questa fabbra vile! Qual giudice sará tanto sottile, che nostra lite concia? dimmi, è Pira?[103] dico quell'altra de le prove mastra, che, come tu, vantandosi va ch'io cosa che vaglia senza lei non spio, e di Almafisa appellami figliastra.

ANCHINIA.

Vantarsi drittamente può qualunque trovasi aver servito qualche ingrato; ché quanto ben è in te non l'hai trovato se non per il suo mezzo. E pur, ovunque esser ti trovi, ch'altri non conosca l'astuziette tue donde prevali, ti fai sí grande che, s'avessi l'ali cosí d'ogni altro augel com'hai di mosca,[104] egual salir vorresti al gran Monarca; lo quale sol vòl essere, che senza sian l'opre sue d'alcuna esperienza, ove egli pienamente e ratto varca.

TECNILLA.

Di me medema meco mi vergogno, trovandomi altercar con essa teco! Hai forse il capo tepido di greco, ubriaca che tu sei? ch'ancor bisogno farotti aver del tempo, c'hai qui speso in dirmi oltraggi, meretrice lorda!

ANCHINIA.

Non mi toccar, Tecnilla, questa corda, ché peggio sentirai quel c'ho sospeso di lingua in cima. Or taci e fia tuo meglio! Dir onte altrui né udirle voler poscia,[105] è di pazzo costume; ma, d'angoscia mentre sei pregna, va' mirarti al speglio, se vergognarti vòi piú del tuo volto fatto di mostro per soverchia furia, che litigar qui meco e dirmi ingiuria, le quali di te meglio forte ascolto.

TRIPERUNO.

Eran le dua sorelle omai sí d'ira,[106] per la puntura di sue lingue, in cima, che fu tra lor per esser pugna dira. Ma grave donna di molt'altre prima, dolce cantando, fuvvi sopraggiunta, la cui beltá non quanta sia s'estima. Un'arpa con sua voce ben congiunta fece che da le dua giá in arme prone la gara venne tostamente sgiunta. Latte di tigre o sangue di dragone[107] ben mostrarebbe aver beuto infante, chi non saltasse udendo sua canzone! Non è di pietra cor, non d'adamante, non di Neron, Mezenzio, Erode, Silla, che non si dileguasse a lei davante. Onde non pur Anchinia con Tecnilla lasciâr l'ingiurie fattesi, ma sono e questa e quella piú che mai tranquilla; anzi leggiadre, al numerabil sòno di diece corde, mosser una danza, dandosi un bascio ad ogni sbalzo nono.[108] Quivi Almafisa venne con l'onranza, fra mille ninfe d'arbori e de fiumi, ché ognun concorre a quella concoranza:[109] né men scherzan in cielo e' chiari lumi, nel mar e' pesci, e 'n cielo quei dal volo, le fiere in terra e i serpi ne' lor dumi. Stavami ne le fascie stretto e solo, sí come l'augelletto, il qual distende l'ale, ma non s'innalza e n'ha gran dolo. Chi su, chi giú quel tutto che s'intende da l'uom, se non a pieno, almen in parte, va, vien, traversa, corre, monta e scende. — Ciascun mai d'Omonía non si diparte! — [110] cosí la cantatrice udi' chiamare, che i passi altrui col canto suo comparte. Io che l'errante macchina danzare, per quel dolce concento, vidi al moto[111] universal e poi particolare, di quei legami tutto mi riscuoto, come colui che lungo indugio annoi, dovendosi asseguir qualche suo voto. Svelsi di quelle scorze un braccio e poi, con quella svelta man che i nodi sterpe, tanto cercai ch'usciron ambi doi. E con quel modo ch'un immondo serpe, vedendo, ov'era 'l ghiaccio, nato il fiore, si sbuca lieto d'un'angosta sterpe, dove si spoglia il vecchio corio fore tutto d'argento, ed or fassi piú cinte[112] del ventre al capo ed or segue 'l suo amore; tal io, poi che le spoglie risospinte m'ebbi d'addosso, per danzar su m'ersi; ma fûrno dal desio mie forze vinte. Ché surto in piede starvi non soffersi, anzi cascai, donde corse a comporre Anchinia un carro, il qual meco si versi. Su tre rotelle il carriuolo corre, ed è, sí come io son di lui, mio guida che al passo infermo e debile soccorre. Di ciò par ch'Almafisa se ne rida, che 'l legno arguto poggia ovunque poggio, e che l'industre Anchinia è che m'affida. Ma con le mani a lui mentre m'appoggio ed ir con seco quinci e quindi bramo, ecco me 'ntoppo in qualche adverso poggio; di che sossopra il carro ed io n'andiamo: quel resta intégro ed io n'ho rotto 'l naso, e che ritto mi torni Anchinia chiamo. Anchinia mi rileva, e d'ogni caso per le percosse ch'atterrato piglio presta ricorre de l'onguento al vaso. Ed io, ch'oltra 'l dolor esser vermiglio comprendo il lito del mio sangue, invoco lei con la mano posta al pesto ciglio. Ma quella mi risana, ed anco al gioco[113] di quel mio tal destriero mi riduce, in fin che da me stesso, a poco a poco, ir poscia senza il carro ed altro duce.

SESTINA LI CUI CAPIVERSI DICONO QUELLA SENTENZIA: «CONCORDANTIA — DVRANT — CVNCTA — NATURE — FEDERA».

URANIA.

C ome 'l primo veloce mobil cielo, O pposto a quei che volgono le stelle, N on li distempra e sé tramuta in foco? C om'è sospesa? e chi sostien la terra? O nde con lei forma ritonda il mare R itien, e mai posando non ha pace? D'una concorde e ragionevol pace[114] A vvinse l'alta causa cielo a cielo, N é men con pace in maggior cerchio il mare T iensi a la terra, e giran sette stelle I n sette sfere, il cui centro è la terra, A nti da l'aer cinta e poi dal foco. D ubbio non è che 'l mondo o in acqua o 'n foco V errá sommerso, quando la lor pace R otta sará, per sfare il mar, la terra,[115] A llor che dé' fermarsi il nono cielo N é piú rotarsi 'l sol con le sei stelle, T rarsi nel centro de la terra il mare. C rebbe, fu tempo giá, su l'alpe il mare; V orar il mondo deve ancor il foco; N on fia perpetuo il giro de le stelle, C he al fin col cielo avran quiete e pace; T ratto giá il ceppo uman o su nel cielo A starvi sempre, o 'n centro de la terra. N on t'invaghir dunque, omo de la terra. A nzi contendi (ove di gloria il mare T u lieto solcarai) salir in cielo, U' sempra t'arda l'amoroso fuoco, R iposto d'alma in alma in somma pace, E sotto i piedi ti vedrai le stelle. F ece l'alto fattor, sopra le stelle E giú nel piú profundo de la terra, D ue stanze, l'una detta eterna pace, E l'altra, di perpetuo foco mare. R inchiuso entro la terra, a l'ombre, è il foco; A l'alme, gioia eterna su nel cielo. Fe' Dio l'uomo di terra, che 'n le stelle avesse pace; ma chi nacque in mare[116] trallo dal cielo in sempiterno foco.

TRIPERUNO.

Poscia che vide, per Industria ed Arte, Natura finalmente l'uomo in piede correr veloce in questa e 'n quella parte, ed esser l'animale, il qual possede alto saper e di ragion dottrina, che fôra poi d'eterna vita erede, con lieto e dolce aspetto a me s'inchina, qual mansueta madre che al figliolo prima di sdegno fu cruda e ferina. D'innumerabil figli dentro il stolo da lei fui ricondutto al bel giardino dove altrui vive lieto e senza dolo. Quivi sotto 'l pacifico domíno ed aurea stagione di Akakía,[117] vissi gran tempo semplice bambino, fin ch'indi mosso poi, per lunga via, fui ricondutto a ritrovar Altèa[118] e l'altra donna che 'n nostra balía commette ambe le strade e bona e rea.

DE LA PUERIZIA ED AUREA STAGIONE

EUTERPE.

Giá rinnovella intorno la stagione, ch'eternamente verdeggiar solea prima ch'avesse Astrea[119] gli uomini a sdegno e sé tornasse ai dèi, lasciando in lor quell'altra cosí rea che li arde, mentre Febo alto s'impone al tergo di Leone, o quella che dai monti iperborèi riporta il gielo a gli afri e nabatei. Or che l'occhio del ciel aggiorna in Tauro, or che 'l fior spunta ove 'l ghiaccio dilegua,[120] or che 'l scita co' l'indo vento tregua[121] fatt'hanno e dato è in preda il tempo al Mauro, Zefiro torna incolorar i lidi,[122] e i pronti a tesser nidi vaghi augelletti, per lor macchie errando, natura van lodando, c'ha ricondutto cosí lieti giorni, d'aura gentile, d'erbe e fronde adorni. Férmati, Apollo, pregoti, nel grado, ch'oggi ascendendo e poggi e selve abbelli, e gli aurei tuoi capelli tempratamente spandi a l'universo; onde amorosi, leggiadretti e snelli[123] ne vengon gli animali tutti al vado non d'Istro, Gange o Pado, ma del suo natural obbietto verso, c'ha l'un de l'altro, quand'è 'l ciel piú terso, verde la terra, il mar tranquillo e piano. Férmati, Apollo, e 'n sí bel trono sedi, fin che a le mani, al collo, a l'ale, ai piedi del Tempo (egli scamparse a man a mano[124] s'asseta, tant'è vano!) Pirene ed Appennino sian appesi, che non si parta e i mesi porti con seco e l'aura e 'l dolce umore, ch'or monta in ogni foglia, in ogni fiore. L'aureo, gioioso e mansueto aprile, ch'or sparger d'ombre i verdi campi veggio, piacciali eterno seggio qui prender nosco, ch'altri non succeda. Partito lui, si va di mal in peggio;[125] mentre vi spira l'ausura a gentile, Parca non sia, che file umana vita, e Morte a Pluto rieda, sol ombre ove posseda; rinverdasi da sé omai la terra; valete aratri, marre, falci e zappe! non più vepri saranno, cardi e lappe. Quella natia vertú che 'n lei si serra, senza ch'altri la sferra, uscendo stessa ci dimostra quanto sia di natura il manto piú bello senza l'arte e piú verace,[126] ch'opra di voglia piú de l'altre piace. Ecco di latte scorreno giá i fiumi, sudano mèle i faggi, olio li abeti, e su per que' laureti celeste manna ricogliendo vanno le virgin ape; e i rosignoli lieti, c'han d'or' le penne, entro purpurei dumi nidi d'argento e fine perle fanno, securi di rapina o d'altro danno.[127] L'impaventosa lepre lato al cane, l'agnella presso al lupo queta dorme, ché tutti li animal, giá in lor conforme, natura tiene in sue medeme tane: securi pesci e rane, questi da lontra, quelle da le biscie: non è chi strida o fiscie l'un contra l'altro per stracciarsi 'l pelo, ché l'aurea etade giá scese dal cielo. Date quiete, posti li aspri giovi, a' vostri armenti omai, duri bifolci, ed a que' fonti dolci lasciateli appressare! né quel rivo di voi sia alcun che piú 'l sostegna o folci, né chi di loco a loco lo rimovi, ché 'n questi giorni novi non è di libertá chi venga privo. Cantate anco, pastori, ché l'estivo e freddo ardore non privar piú deve di latte od appestar e' vostri greggi! Non piú clamosi fòri, non piú leggi, ché ciò vita gioiosa non riceve. O giovo dolce e leve a l'uomo ancora, il qual sprezza fortuna,[128] siagli pur chiara o bruna, ché chi vivendo non fa oltraggio altrui securo di l'aurea stagion è in lui. E simplicetta e pueril canzone, come richiede il suo stesso soggetto, fu questa mia, dottissime sorelle; di che a voi chiama: — Non son io di quelle che, Urania, scrivi con sí bel soggetto e n'empi il sino e petto ai duo novi Franceschi, l'un ch'agnelli canta, lupi e ruscelli, l'altro del Senator l'alta pazzia! Ma chi fa il suo poter con gli altri stia.

FINISCE LA PRIMA SELVA DEL TRIPERUNO.

DIVVS VATES OPTIMA QVAEQVE DIES MISERIS MORTALIBVS AEVI PRIMA FVGIT SVBEVNT MORBI TRISTISQVE SENECTVS ET LABOR ET DIRAE PARIT INCLEMENTIA MORTIS

Notes in this chapter

Note 1 · In moerore animae deicitur spiritus.Note 2 · Pusillanimitati virtus succumbit.Note 3 · Utitur metaphorice fabula Icari et Dedali.Note 4 · In perpetuis non differt posse et esse.Note 5 · Coecum quid et miserum hominibus vita.Note 6 · «Proprio filio non pepercit, ut nos redimeret». Paul.Note 7 · «Summa Providentia carere fuco voluit ea quae divina sunt». Lact.Note 8 · Tangit idearum opiniones.Note 9 · «Nil sine magno | vita labore dedit mortalibus». Horat.Note 10 · Rationalis anima, quae ad corpus accedit, oblivionem sui quam primum incurrit.Note 11 · Dulce quidem est poculum per quod praeteritorum fit bonorum oblivio.Note 12 · Difficillimum omnium rerum est mortalibus Dei consilium.Note 13 · De caeco nato scriptum est: «Quid peccavit? Hic aut parentes eius?». Responsum est: «Ut manifestentur opera Dei».Note 14 · «Sicut in Adam omnes moriuntur, ita et in Christo omnes vivificabuntur». Paul.Note 15 · «Adam obtemperans mulieri habet tipum rationis voluptati succumbentis». Aug.Note 16 · «Plato in libris Legum quid sit omnino Deus inquiri oportere non censet». Cic.Note 17 · Utitur periphrasi circa id quod in instanti agitur.Note 18 · «Cum igitur statuisset Deus ex omnibus animalibus solum hominem facere coelestem, cetera universa terrena, hunc ad coeli contemplationem rigNote 19 · Iustitia Dei est, ut nullum malum transeat impunitum.Note 20 · Summa et omnium difficillima est victoria sui.Note 21 · Hic uterum matris intelligit.Note 22 · «Decem mensium tempore coagulatus sum in sanguine». Sap.Note 23 · «Melpomene tragico proclamat moesta boatu». Virg.Note 24 · Asperitatem rythmorum ipsa haec materies deposcit.Note 25 · «Non facit ad lacrimas barbitos ulla meas». Ovid.Note 26 · Summum erga hominem Dei beneficium.Note 27 · Peccatum originale, quod in Adam fuit personale, in aliis naturale.Note 28 · Anima rationalis hanc in miseriam devolvitur, ut mox altius se ipsam recognoscat.Note 29 · «Principium iure tribuetur homini, cuius causa videtur cuncta alia genuisse natura, magna saeva mercede contra tanta sua munera; non sit ut Note 30 · «Oh quam contempta res homo nisi supra humum se erexerit!». Arist.Note 31 · «Prima roboris spes primumque temporis munus quadrupedi similem facit». Plin.Note 32 · «Non quidem certe est aliquid miserius homine». Homer.Note 33 · «Itaque multi extitere qui non nasci optimum censerent aut qui ocissime aboleri». Plin.Note 34 · «Oh fallacem hominum spem fragilemque fortunam et inanes nostras conceptiones, quae mediocri in spatio saepe franguntur et corruunt!». Cic.Note 35 · «Pallida Mors aequo pulsat pede pauperum tabernas | regumque turres». Hor.Note 36 · Natura.Note 37 · «Natura ceteris animantibus testas, cortices, coria, spinas, villos, setas, pilos, plumam, pennas, squamas, vellera tribuit; hominem tantum Note 38 · Erode.Note 39 · Polus quod centrum est circuli arctici. «Arctos oceani metuentes aequore tingi». Virg.Note 40 · «Truncos arboresque cortice interdum gemino a frigoribus et calore natura tutata est». Ex Plin.Note 41 · «Ah, Domine Deus, ecce nescio loqui, quia puer ego sum». Hieremias.Note 42 · «Littera Pythagorae discrimine secta bicorni». Virg.Note 43 · Pulchrum naturae varietas est.Note 44 · «Teneamus ut nihil censeamus esse malum quod sit a natura datum hominibus». Cic.Note 45 · «Aequaliter se in adversis gerere quid aliud est quam saevientem fortunam in adiutorium sui pudore victam convertere?». Val. Max.Note 46 · Industria.Note 47 · Industres homines, ubi dormitare videtur natura, exiliunt.Note 48 · Ars liberalis.Note 49 · Teologia.Note 50 · Fisica.Note 51 · Logica.Note 52 · Metafisica.Note 53 · Geometria.Note 54 · Aritmetica.Note 55 · Astrologia.Note 56 · Musica.Note 57 · Magia.Note 58 · Medicina.Note 59 · Arte oratoria.Note 60 · Poesia.Note 61 · Filosofia morale.Note 62 · Sotto metafora del navigar sotto tramontana parla di Camillo e suo figliuolo Paolo di casa Orsina.Note 63 · Arte militare.Note 64 · «Praestantissimum animal est homo in terris existens». Apuleius.Note 65 · Homo omnium animalium excellentissimus difficiles habet ortus incrementaque tarda.Note 66 · «Generosos animos labor nutrit». Sen.Note 67 · Ab affectu perficitur effectus.Note 68 · «Nescit vox missa reverti». Hor.Note 69 · Naturae humanae incommoda qui recte philosophantur non magni faciunt.Note 70 · Ars, in quantum potest, naturam imitatur.Note 71 · «Per varios usus artem experientia fecit». Manil.Note 72 · «Qui iudicat voluntati suae obtemperare non oportet». Amb.Note 73 · Ars sophistica apparens sapientia est, et non existens.Note 74 · Ragione.Note 75 · Hominum industria metallorum conversionem (quod est naturae) ob avaritiam quaerit.Note 76 · Liberalis ars culpa manualis industriae saepe calumniam patitur, ut patet de alchimistis.Note 77 · «Magnitudo pecuniae a bono et honesto in pravum abstrahit». Sallust.Note 78 · «Semper discentes et numquam ad scientiam veritatis pervenientes». Paul.Note 79 · Multa sunt quae natura industriae nostrae reliquit facienda ut domina ancillae.Note 80 · Natura enim quae hominis vitio corrupta est multa incommoda generi humano parit.Note 81 · Mors omnium naturalium incommoditatum terribilissima homini est.Note 82 · Industria quippe humana dicimus temporis iniurias ferre.Note 83 · Duabus sed diversis tibiis utuntur musica et medicina.Note 84 · «Mors est munus necessarium naturae iam corruptae, quae non est fugienda, sed potius amplectenda et iterum fiat voluntarium quod futurum estNote 85 · Omnium artium experientia iudex videtur.Note 86 · Ars comparatione naturae musca est ad aquilam.Note 87 · «Quod ab alio odis fieri tibi, vide ne alteri tu aliquando facias». Tob.Note 88 · «Furor arma ministrat». Virg.Note 89 · Feritas ad harmoniae concentum facile mansuescit.Note 90 · Novem doctrinae atque scientiae nodos intellige sub novem musarum figura.Note 91 · Non sine maxima proportione et harmonia orbes coelestes invicem locati sunt.Note 92 · Concordantia.Note 93 · Deus noster gloriosus omnia in numero, pendere et mensura creavit.Note 94 · «Nihil non tam proprium humanitatis est quam remitti dulcibus modis astringique contrariis». Boët.Note 95 · Nutrix itaque fidelissima datur homini industria.Note 96 · Discordi quadam concordia coelos elementaque Deus omnipotens astrinxit.Note 97 · «Ipse quoque in fatis reminiscitur affore tempus | quo mare, quo tellus correptaque regia coeli | ardeat et mundi moles operosa laboret». OvNote 98 · Venus, quae maris e spuma nata est, pro voluptate carnali accipitur.Note 99 · Innocentia.Note 100 · Veritas et Libertas.Note 101 · «Et virgo caede madentes | ultima coelestum terras Astrea reliquit». Ovid.Note 102 · Boreas.Note 103 · Auster.Note 104 · Zephirus.Note 105 · Amore.Note 106 · «Sed fugit interea, fugit irreparabile tempus». Virg.Note 107 · Aureae pueritiae succedunt libidinosa iuventus, ambitiosa virilitas, curiosa senectus, stomachosa decrepitas.Note 108 · Per se fert omnia tellus.Note 109 · «... fede e innocenza son reperte | solo ne' pargoletti, poi ciascuna | pria fugge che le guanze sian coperte». Dante.Note 110 · «Vitam beatam efficiunt tranquillitas conscientiae et securitas innocentiae». Greg.
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