SELVA SECONDA
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DISTICHON
Unus adest triplici mihi nomine vultus in orbe; tres dixere Chaos, numero Deus impare gaudet.

HEXASTICHON
Mintiadas inter fulicas mihi sueta phaselus currere, nunc tumidis aequore fertur aquis. Quonam tanta animi fiducia? Nobile sidus adstitit en capiti quae praeit Ursa meo. Ursa potens mundi, firmo quem torquet ab axe, ursa potens pelagi, qua duce nauta canit.
PREFAZIONE
Or pervegnuti siamo al centro confusissimo di questo nostro[129] Caos, lo quale ritrovasi ne la presente seconda «selva» di varie maniere d'arbori, virgulti, spine e pruni mescolatamente ripiena, cioè di prose, versi senza rime e con rime, latini, macaroneschi, dialoghi, e d'altra diversitade confusa, ma non anco sí confusa e rammeschiata che, dovendosi questo Caos con lo 'ntelletto nostro disciogliere, tutti gli elementi non subitamente sapessero al proprio lor seggio ritornarsi.
TRIPERUNO.
D'errori, sogni, favole, chimere,[130] fantasme, larve un pieno laberinto, ch'un popol infinito, a larghe schiere, assorbe ognora, tien prigione e vinto, voglio sculpir non ne l'antiche cere, non ne le nove carte; anzi depinto di lagrime, sudor, di sangue schietto avrollo in fronte sempre o 'n mezzo 'l petto. In fronte o 'n mezzo 'l petto, ovunque io perga, terrò qual pellegrino mie fortune; datimi, o muse, una cannuccia o verga, ch'io, scalzo e cinto ai fianchi d'aspra fune, veda come 'l sol esca e poi s'immerga ne l'Oceàno, e come ardendo imbrune qua li etiòpi e lá di neve imbianchi tartari e sciti del bel raggio manchi. Ma poi che di mia sorte il duro esempio mostrato abbia del mondo in ogni clima, fia cosí noto, appeso in qualche tempio[131] od in polito marmore s'imprima, che chi mirando 'l cosí acerbo ed empio, considri ben qual sia buon calle, prima che l'un d'ambi sentieri d'esta vita si metta entrare a l'ardua salita. Oh, ben saggio colui che 'l suo dal mio voler avrá diverso ne' prim'anni di nostra sí dubbiosa etade, ch'io volendo scorsi ne' miei stessi danni, travolto in vie sí alpestri dal desio, ch'anco ne porto il viso rotto e' panni, fin che mia sorte, poi che assonto in alto m'ebbe, giú basso far mi fece un salto!
TRIPERUNO.
D e l'innocente ninfa l'aurea etade,[132] I l bel giardino, le colline, i fonti V annosi omai, ché 'l tempo invidioso[133] I n un istante quelli s'ingiottisse. B andito dunque sol per l'altrui fallo, E rrava quinci e quindi ove pur l'alma N atura mi torcea con fidel scorta. E ra quella stagion quando Aquilone,[134] D a l'iperboree cime sibilando, I n vetro i fiumi, in latte cangia i monti; C ácciomi dentro un bosco tutto solo; T anto vi errai, ch'al fine mi compresi I n le capanne de' pastori giunto. R iposto s'era Febo drieto un colle, E la sorella con sue fredde corna G iá percotea le selve ed ogni ripa. V ago di riposarmi su lor fronde, L a porta chiusa d'una mandra i' batto: A l sesto e nono cenno fummi aperto.[135] S tarsene quivi ben rinchiusi e caldi V idi quei pegorari, al foco intorno, B ere acque dolci e pascersi de frutta. Q ual stato mai per che si sia sublime, V'ha pare al pastoral di contentezza? A ltri di strame rifrescar ed altri M onger vidi gli armenti, altri purgarli. I ntenti ancor son altri gli agnelletti P ortar di luogo a luogo e ritornarli S otto lor madri, ed altri con virgulti E gionchi acuti tessono sportelle. M a parte ancora, di piú verde etade,[136] I ntenti sono a giovenili giochi, L otte, salti diversi e slanzar dardi. I n altra parte s'usan dicer versi, T occar sampogne e contrastar di rime. A ltri, de' piú attempati, di lor gregge T rattano, s'han piú spesa che guadagno. V adon e riedon altri, piú robusti, R icercando le mandre, ove ben spesso V olpe, lupi selvaggi e piú gli umani S oglion discommodar lor santa pace. I n ogni lor impresa vanno lieti, A mandosi l'un l'altro con gran fede, M ercé che 'l capo lor sa l'arte a pieno. I vi raccolto fui nel dolce tanto[137] N umero lor e fatto di sua prole. G iá in mezzo al corso di sua lunga via R otavasi la notte, passo passo: E cco, dal sommo d'una capannella, D ove molti pastori guarda fanno I nsieme al grande armento con lor cani, O desi, dentro una mirabil luce, R esonar canti e dolce melodia. P orgon l'udita e sentono che — Gloria I n excelsis — dicean i bianchi spirti; E d avvisati dove 'l Salvatore N asciuto giace, lá, con allegrezza T osto da noi partiti, s'avventaro I n quella banda che fu lor mostrata. S ol io ritratto in parte for de gli altri S edevami pensar tal novitade, I n fin che, ritornati, cose orrende, M ai non udite piú, d'un fanciullino A noi contaron di stupor insani. E cco, senza far motto alcun ad elli,[138] T utto soletto quinci mi diparto, E sollevando gli occhi al ciel sereno V idi una stella rutilar fra l'altre, A nti scorgendo sempre il mio sentero, N é mai fermossi fin che al santo loco G iunto non mi vedesse e poi smarritte; E d una voce ancor dal ciel mi venne, L a qual dicea: — Felice criatura, I o son quella verace e schietta donna C he vai cercando in terra e stommi 'n cielo.[139] A ltea mi chiamo: or entra qui sicuro. — E poi ch'ebbe parlato, un bel concento S'udiva d'arpe, cetre, plettri e lire. T acendo poscia, fu non so chi disse:
TERSICORE
Or tienti fermo e non girar altrove,[140] o spirto avventuroso, di tal guida; ma cauto va', ché un lupo non t'uccida, lo quale altrui dal dritto calle smove. Né da l'antiche leggi, per le nove, sia mai, se non Iesú, che ti divida, lo qual non pur è saggia scorta e fida, ma via che da vertú non si rimove. Ben vedi a quanta gloria il ciel ti degna, ché Dio (qual nome dirsi può maggiore?) volse adempir sua legge in tuo conforto.[141] Egli farsi uomo sol per te non sdegna, e guida tal, che 'n questo uman errore conduceratti di salute in porto.
TRIPERUNO
Io ben intesi di tal voce il sòno; ma, lasso, che servarla fui poi tardo! E so che quanto tuttavia ragiono non vien inteso; ma sotto 'l stendardo de l'Orso grande, ove posto mi sono, spero dir chiaro senza alcun risguardo. Or dunque in una grotta entrai soletto, con passo lento e colmo di sospetto. Qui la piú bella, onesta, saggia, umile[142] donna che mai Natura, col sopremo suo sforzo e col di rado usato stile, finger potesse in questo ben terreno, avea sul strame, in loco abbietto e vile (trovavasi al bisogno troppo estremo) riposto un suo nasciuto allor infante, nudo, a la rabbia d'aquilon tremante. E se d'un bianco e liggiadretto velo, levandosi 'l di testa, non fatt'ella qualche riparo avesse al crudo gelo, pensato avrei che 'l parvolino in quella paglia mancar dovesse, e lui, che 'n cielo volge coi giri soi ciascuna stella, stringesse la stagion orribil: tanto prender gli piacque di miseria il manto! Con quel contratto volto ed alto ciglio ch'alcuno mira cose strane e nove, stavami prono a contemplar quel figlio, sí di me stesso for, che men del bove,[143] de l'asinelio men, ebbi consiglio di riconoscer lui che 'l tutto move essersi carne fatto, non per boi, non altri bruti, no, ma a servar noi. Un for di stile e d'uso uman sembiante, una celeste angelica figura di quel nasciuto allor allor infante fu, ch'al veder mi tolse ogni misura. Ché s'al visibil sol non è costante, or che al divin potea nostra natura? Bench'era in carne ascoso, pur non pote di fora non aver de le sue note. Non che 'ntendessi allora la cagione ch'io fussi in quel fanciullo sí conquiso; ma, vinto da non so qual passione, piú tosto che ritrarmi dal bel viso lasciato avrei non pur le belle e bone[144] cose del mondo, ma anco il paradiso. E finalmente io, sciocco (temo a dirlo!), stetti piú volte in voglia di rapirlo; rapirlo meco in parte ove sol io, nutrendol prima, l'adorassi dopo, sperando non mai fôra ch'altro Dio maggior di lui mi soccorresse a l'uopo; quando che 'l mundo tant'era in oblio, che l'indo, il mauro, il scito e l'etiòpo cingevan il gran spazio, ove chi 'l sole, chi 'l mar, chi un sasso, chi 'l suo rege cole. Ma, forse accorta del pensier mio folle in far tal preda, la pudica donna, levatolo di paglie, sí sel tolle in grembo e 'l ricoperse ne la gonna; ché esser d'uomo veduta giá non volle mentre li porge il latte. Poi l'assonna,[145] ed assonnato il bascia, e tornal anco sul strame, a lato un vecchio grave e bianco. Ma non sí tosto giú posato l'ave, ch'un giovenetto a lato, in veste bruna, qui sotto entrando porta un grosso trave di ponderosa croce, ed altri d'una colonna carco; e dopo loro grave e longa tratta d'angioli s'aduna intorno del presepio, lagrimosa, ciascun in man avendo una sol cosa: questo di spine una corona, quello sopra la canna una spongia bibace; chi un chiodo, chi una sferza, chi 'l martello, chi l'asta, chi la fune, chi la face. La donna, quando i vide, in atto bello presto si leva e vereconda tace. Quelli non men di lei onor le fanno, poi taciti al fanciullo intorno stanno (dorm'egli) in atto di basciarlo mille e mille volte, né esserne satollo:[146] par che nettar, ambrosia e manna stille da gli occhi soi, dal mento, fronte e collo! Eran le cose in modo allor tranquille, ch'al mondo non sentivi un picciol crollo, come se con la notte l'universo stesse nel sonno, co' l'infante, merso. Ma dopo alquanto indugio, ecco 'l piccino subitamente non so chi disturba. Egli alza il guardo e vedesi vicino cinger intorno la celeste turba, ch'ognun sta penseroso e 'n terra chino, con quelle orribil armi; onde si turba nel volto il bel sembiante e di spavento piange, tremando come fronda al vento. Sí come al vento foglia, trema e piange, né 'l viso piega mai da quella croce; e mentre qui si dole, cruccia ed ange, quattro angioletti in lagrimosa voce incomenciar un inno detto il Pange;[147] il qual pensando, ancor m'incende e cuoce de l'amoroso foco, il cui soggetto spezza di fiera non che d'uom un petto. Non fu giá pietra in quelle mura (pensi un cor gentil ch'esser dovea la madre!) che non s'intenerisse ai forti intensi gemiti del fanciullo, a le leggiadre rime di que' cantori. Ond'io con densi sospiri m'avvicino al bianco padre, col qual piangendo mi proposi allotta non mai distormi piú di quella grotta. Grotta gioiosa, che degnossi 'l cielo partir de le sue cose in mia salute! grotta felice in cui di carne il velo intorno vidi aver l'alta virtute! grotta salúbre, ove servato il stelo di pudicizia nacque, tra le acute[148] mondane spine, il fior tant'anni occulto, di terra uscito senza umano culto! Poscia che i quattro spirti bianchi fine poser al Pange lingua gloriosi, quel da la croce, c'ha l'aurato crine, d'avolio il viso e gli occhi sí amorosi, l'ale tessute d'oro e perle fine, dritto si leva in piedi con ritrosi guardi ver' me, stendendo la man destra, e la croce sostien con la sinestra.
GENIO
Uomo, animale — disse — fra gli altri solo de la ragione capace, che de gli eterni piaceri con meco sei ad essere felicissimo consorte (non giá perché né tu né di tua natura alcuno giammai facesse impresa veruna per la cui dignitade ciò guadagnar si potesse, ma l'infinita d'Iddio bontade cosí a dover avvenire nel principio dispose); or odi quale e quanta verso voi uomini sia stata di lui la benevolenzia. Lo quale, da l'antico legame di perdizione per scatenarvi, giá non sofferse aver a schivo se istesso condennare ad essere un simile vostro di carne, una vittima, un sacrificio, un miserabilissimo spettacolo, dovendosi egli sottomettere a la severa legge, di lei non pur conditore ma distretto[149] osservatore, mostrandovi, con esempio prima e con dottrina poi, per quanto piacevole sentiero ciascuno di voi, le sue vestigia seguendo, potrebbe al lume di veritá pervenire. Da la quale, per l'infiata soperbia de gli ignoranti dottori e saviezza mondana, tutti[150] omai sète miserabilmente sotto l'empia potestade d'un tiranno traboccati, lo quale sepolti, non che imprigionati, nel puzzo d'ogni scelleraggine sin ad ora v'ha ritardati. Vedi tu cotesto bellissimo fanciullino, questa leggiadretta sopra ogni altra criatura? questo uomo di spirto e carne testé nasciuto? Lo quale so che ti pare soave tanto, che giá di non voler indi partire tu ti sei fermamente deliberato. Se io, che sol spirito sono, cosí fussi agevole di ragionar la lui potenzia, la lui maiestade, la lui smisurata benignitade, come tu, uomo carnale, manco idonio sei ad ascoltare, potrei quivi acconciatamente dar principio. Ma debilissima è pur[151] troppo de noi angioli la natura, e vieppiú la vostra umana, in comparazione di quella profundissima, incomprensibile e impenetrevole divina. Dilché sciocchi e presontuosi furono pur troppo alquanti dottori, che cosí leggermente a tal cosa isperimentare si sono abbandonati.
Ora dunque saperai prima qualmente la intelligenzia del Sempiterno Padre, la quale noi similemente «prima sapienza e divino sermone» con grandissimo tremore nominamo, tanto di vostra salute le calse, tanto l'incommutabil sua natura si commosse verso di voi a pietade, che non me, non alcun altro di angelica stirpe si elesse per vostro redentore e de l'inferno distruggitore, ma da se medema, volendo oggimai la divinitade sua con la umanitade vostra conciliare, discese occultamente da l'empireo nostro in questo vostro passibile stato, constituendosi ad essere con essi voi fratello, compagno e servitore; quando che non volse il benignissimo figliuolo vestirsi la forma d'alcun potente signore, ma ben gli piacque con perfettissima umilitade sottoporsi a vile servitude per confutare l'alterigia de' sapienti mondani. Eccolo quivi d'una polcella, mediantovi la vertú del Spirito Santo, poverissimamente nasciuto. Dimmi, uomo, dimmi, animal di ragione, qual umiltade di cotesta maggiore potriasi unqua imaginare? Páronti forse quelli duo animaluzzi vilissimi, fra li quali sul feno lor egli giace, convengano a la omnipotenzia di sua profundissima maiestade? parti ch'un diversorio immondo, un presepio de bovi, la diroccata stanza, lo notturno pellegrinaggio, la freddissima stagione siano al divino trono, a la celeste beatitudine, a le ierarchie d'infiniti spiriti convenevoli e corrispondenti? parti che questa diminutezza d'un infante a la grandezza del criatore e fondatore de l'universo s'adegui? Ma quanto piú di maraviglia prenderai tu, se mai fia tempo che l'instrumenti orribili, li quali con questa croce intorno a lui miri essere portati, tu veda crudelmente adoperati ne la innocentissima sua persona! O gran fortezza di pietade, la quale puote l'altissima giustizia[152] cosí piegare, che 'l padre, per riscotere il servo, traditte l'unico figliuolo, che avesse ad essere tra gli suoi domestichi un bersaglio di mille onte, ingiurie, bestemmie, derisioni, contumelie, scorni, guanciate, battiture, flagelli, sputi, lanciate e finalmente un vituperoso spettacolo, tra li doi scellerati, su la contumeliosa croce inchiavato! O affocato amore, o benivolenzia verso noi uomini ardentissima! Iddio fassi omo per te salvar, o uomo: offende sé, difende te; ancide sé, vivifica te! O mansuetissimo agnello! Vedi, vedilo lá, uomo, vedi lo tuo salvatore, vedi la via, la veritade, vedi come lagrimoso dal presepio ti mira e guata, vedi come gestisse d'abbracciarti in foggia di caro germano! Egli ben sa che per te, uomo, solo in questa miseria fu dal Padre mandato, discese in terra per guidarti al cielo, s'ha fatto famiglio per costituirti signore! Or dunque chi renderá mai guiderdone a tanto[153] beneficio eguale? qual grazie, qual lode a tanto premio? fia forse di oro, di gemme, di porpora, di altri beni temporali cotesto premio? anzi del preciosissimo suo sangue. Con questo ti laverá, ti monderá de le peccata, de le tante scelleraggini; con questo ti pascerá e nudrirá, lasciandotilo, con la carne sua propria, ad essere tuo cibo di vita eterna. Sfattene dunque, uomo, nel santo proposito in cui testé amorosamente ti ritrovi; e quando pur sotto 'l gravissimo peso di questa tua carne avverrá che ne trabocchi, lévati presto, chiama dal ciel aiuto, non ti addossar in terra, non vi far le radici. L'abito solo è quella peste, quel morbo se non per grandissima misericordia d'Iddio sanabile, quell'inferno d'ignoranzia, quel laberinto d'errori, ove dubito non sii finalmente per tua inavvertenzia dal sfrenato desio tirato.
TRIPERUNO
Finitte appena l'angelo divino questo sermone, che quattro de gli piú vaghi angioletti cantando cosí dolcemente incomenciaro:
Un aspro cuor, un'empia e cruda voglia, una durezza, impresa giá molt'anni, se altrui depor contende, non s'affanni sperar ch'altri ch'Iddio mai vi 'l distoglia. E s'uomo stesso il fa, dite che spoglia non riportâr tirannide tiranni di questa mai piú bella e che piú appanni ogn'altra gloria, ch'uomo al mondo invoglia. Ma il ciel di stelle e d'acque il mar fia manco,[154] qualor accaschi in uomo tanta forza, ch'ei vecchio stile da sé levi unquanco. Però convien ch'al bon Iesú si torza, mercé attendendo, ed anco il prieghi ed anco, fin che qual serpe lásciavi la scorza.
TRIPERUNO
V enuti al fine de l'orribil metro E ran li cantator empirei, quando R uppesi un sòno fuor de la capanna, U n sòno di percosse e battiture M eschiate con minacce ed altri gridi. I n quell'instante (ah mio crudel destino!) G iunsevi un altro frettoloso genio N on senza gran spavento, e disse: — Or presto A ffrettati, Iosefo, prendi 'l figlio: T u, con la madre sua, scampa in Egitto; I nsta giá 'l tempo ch'un fier mercenaro I nsanguinar si vol di questo agnello.[155] F ra gli pastori ha ricondotto d'empii L upi cotanta rabbia, che gli agnelli O morti verran tutti o lacerati. R isse, discordie, gare, aspri litigi[156] E sser fra lor non odi ancor diffora? N on piú dramma d'amor, non piú di pace T ra quelli omai si trova; di che scampa I n altre bande ove giá nacque Móse. N é quindi fa' ti parti, fin che a tempo I o venga darti avviso del ritorno. — T aciuto ch'ebbe il nunzio, vidi gli altri A ngioli su le penne al ciel salire,[157] N é pur un solo a dietro vi rimane: T anto le liti, le contese e zuffe A la corte d'Iddio son odiose! — A rme, arme! — cosí chiaman tuttavia; M a stavami sol io ne l'antro ascoso, B attendomi gran téma sempre il cuore. I n su quel punto similmente un'atra T empesta, con gran vento e spessi lampi, I ncomenciò tonando farsi udire O ve 'l contrasto cresce ognor piú acerbo.[158] V inse una parte finalmente, e l'altra[159] T rassesi ne la grotta per suo scampo. I o mi discopro e la cagion di tanta L ite fra loro cerco di sapere. — L asso! — rispose un vecchio — non m'accorsi A vvolto in un agnello esser un lupo!
LAMENTO DI CORNAGIANNI
P iangeti meco, voi fiere selvatiche, V oi sassi alpestri, voi monti precipiti, R ipe, virgulti e stipiti: I esú da noi si parte, ché le pratiche T rovate fra pastori tanto crebbero, A imè! ch'al fin non ebbero S e non forza di far le gregge erratiche. A hi mercenaro e lupo insaziabile,[160] N ato d'inganno e mantellata insidia! I n cui tanta perfidia M ai puote luogo aver? O incommutabile, O giustissimo Dio, perché non subito R isguardi a noi? deh! dubito V ani sian nostri prieghi, ché stoltizia M aggior non è s'un reo chiede giustizia.
TRIPERUNO
P arlava il vecchio lacrimando forte, E poi le labbra cosí chiuse, ch'egli N on mai piú volse aprirle; ma co' gli occhi I n un parete fissi, geme e piagne T anto che fece l'ultimo sospiro. — V attine al ciel, alma d'ogni ben carca! — S'udí una voce dir — vanne felice! — C osí di que' pastori giacque il padre, O rbato d'esta vita, ma in ciel suso R apito a l'altra; e l'empio mercenaro R imase de gli armenti possessore, V olgendo e' be' costumi de gli antichi[161] P astori audacemente in frode e furti, T anto che le sampogne e dolci rime A ndati sonsi e d'arme sol si parla. D eposto dunque fu lo gran pastore E ntro d'un cavo sasso; e a quello sopra, C armi leggiadri e rime di gran sòno I nscritte fûrno da pastori e ninfe. D ond'io piangendo ancor questi vi posi:
TUMULO DEL CORNAGIANNI
«E cco, del monte congrega — ciò nella R uppe — gran pianto pel suo cor Narciso. I l fior anti no fu sua morte fella». T al fu 'l mio verso, ma, per téma, scuro.
TRIPERUNO
Io da' pastori alquanto dilungato, con quali esser mai giunto ancor mi dole, d'un monticello in largo e verde prato mi porto, giú, fra rose, gigli e viole; poi dentro ad un antico bosco entrato, tanto vi errai che sul montar del sole si m'appresenta un'ampio e bel palaccio: cerco l'entrata e presto vi mi caccio. Nòve cose giammai non anti viste veggio fra quelle mura in un vallone,[162] di urtiche, vepri, spine e lappe miste densato sí, che mai non vi si pone piede senza lacciarlo a l'erbe triste, e farsi, o voglia o no, di lor prigione; ma sí mi preme l'ira d'una donna, ch'io scampo e lascio a squarzi la mia gonna. Perocché, ne l'entrar, quella soperba,[163] pallida in volto, magra e macilente, con voce altéra minacciante acerba seguivami gridando: — Mai vincente uomo non fia, se l'animo non serba a' miei flagelli forte e paziente! — Io allor m'offersi al suo comando, e presto scorro di qua di lá, né unqua m'arresto. Dov'ir mi deggia segno non appare di bestial non che d'uman vestigio: di che sovente fammi traboccare de panni co' miei passi gran litigio, fin tanto che, sul lido accosto il mare giunto, m'assisi stanco a gran servigio di nostra fragil vita, e poi mi levo, e del cammin doppio pensier ricevo. Se al dritto o manco viaggio me ne vada non so, ché nòve m'eran le contrate. Ma, tra ambi doi mentre 'l voler abbada, ecco a le spalle, co' le labbra infiate di sdegno, m'è la donna tutta fiada quanto mai fusse nuda di pietate. — Tu vòi pur anco — dice — chi t'accolga, rubaldo, e ne' capei le man t'involga! — Io, dal spavento piú che mai commosso, lungo la manca spiaggia formo e stampo miei passi, lor frettando quant'i' puosso, sin che dal suo furor mi fuggo e scampo. Cosí infelice non piú aver riposso giammai vi spero; e d'uno in altro campo, qual timidetta lepre, uscendo, un fosco antro di spine trovo e vi me 'mbosco. Ma ne l'entrar (ah quanta mia sventura!), ecco si mi raffronta un uomo strano, anzi doi, sgiunti fin a la cintura: piú mostro assai che finto non fu Giano o Proteo falsator di sua figura; tal anco è scritto Castor e 'l germano, ché sol due gambe quel corporeo peso di duo persone tengono sospeso. Ei, quando avanti lui giunto mi vide, scosse le membra e tutte si li ruppe. Stupido, il guardo ch'ei digrigna e ride e par che 'n altri volti s'avviluppe. I non era né Teseo né anco Alcide o chi nel ventre il gran Piton disruppe,[164] che fronteggiar bastassi un mostro tale; onde spiegai pur anco al corso l'ale. Per un sentier (sol un sentiero v'era) sferzo me stesso, e gran téma mi punge. Ma poi che da l'incerta e 'nstabil fiera esser mi vidi al trar d'un arco lunge, fermo mi volgo; ed egli, sua primera[165] forma cangiando, in doi corpi si sgiunge: questo di donna, vago, pronto, ameno; quel d'un formoso e bianco palafreno. Oh qual mi feci a l'apparir di loro sí grata vista e dolce leggiadria! Mill'altre prime facce assai mi fôro moleste in cui cangiato egli s'avia, ché né orso né leon né pardo o toro né cervo né animal chi chi si sia, gradir mi puote, anzi mi fe' spavento: di questi doi sol ne restai contento. Ella, succinta in abito gentile,[166] tra fiori a l'aura si rendea piú degna. Vidi anco intorno lei (sí 'l feminile aspetto valse) con lor verde insegna, stesi per l'erbe e fronde, Marzo e Aprile la terra far d'assai colori pregna, e su per folte macchie lieti e snelli facean cantando errar diversi augelli. Piú bello, altero, candido e vivace[167] nullo animal di questo vidi mai; tanto mi piacque allora, che 'l fugace e timido desio presto frenai, volgendol tutto ove sperava pace in duo begli occhi, anzi potenti rai, ch'umilemente alzati sol d'un cenno quanto temea davanti obliar mi fenno. Tratto dal mio voler giá torno in dietro e di mai non partirmi da lei bramo. Ella quel bel destrier c'ha 'l fren di vetro è giá salita, e d'un frondoso ramo di mirto il tocca e contra un folto e tetro bosco lo caccia. Io che pur troppo l'amo, correndo a tergo, me ne doglio e strazio, e luntanato son da lei gran spazio. Per un sentier, colmo di tòsco e fèl va battendo sempre il palafren da tergo, tanto che scórse ne l'oscura selva e mi si tol di vista; ond'io sol m'ergo de l'orme ai segni (ché si vaga belva[168] perder non voglio), e tutto mi sommergo, non, pur d'averla, ne le insane voglie, ma ne' intricati rami, sterpi e foglie. Tanto durai nel corso a quella traccia, ch'al fin del bosco, fra tre alte colonne, la via par che 'n duo branchi vi si faccia, qual oggi e' greci fingon l'ipsilonne; di che dubbio pensier l'andar m'impaccia, fin ch'una turba di polite donne[169] mi fûr in cerco, e losingando parte di loro a manca man mi tranne ad arte. Quivi d'accorte e ladre parolette foggia non è che non mi circonvenga; ma l'altra parte di luntano stette pensando in quale guisa mi sovvenga. Io, che fra tanto sono entro le strette d'abbracciamenti e garrula losenga, irmene al manco viaggio mi delibro;[170] ma donna mi vietò, c'ha in man un cribro. Un cribro in mano la dongella tiene, d'acqua ripieno, e goccia non si versa, che di la turma luntanata viene, gridando forte: — Non far, alma persa, non far; se 'l fai, tu sol n'avrai le pene, ché non sai quella via quant'è perversa. Ma qui piuttosto volge a la man destra, che da l'errante volgo altrui sequestra. — A la cui voce giá lo entrato piede[171] ritrassi al modo di chi un serpe calca. — Deh! saggia ninfa, dimmi per mercede, — risposi a lei — dove 'l mio ben cavalca? Perché fra voi questo altercar procede? perché tanto di tempo mi diffalca? Quella sen fugge e tuttavia non cessa, onde non spero mai piú veder essa. — Lascila gir — diss'ella, — ché la truce[172] e pestilente donna, tuo malgrado, de l'improba Fortuna ti conduce al seggio incerto ed a l'instabil guado. Ma se tu segui me, ti sarò duce nel destro calle, ove di grado in grado montando, e non col volo di fortuna, vedrai quel ben che 'n sé vertú raguna. Or viemmi dopo, ché su l'alte cime di sapienza trovarai l'ascesa. Fuggi costoro, perché al fin de l'ime valli d'errore mostran la discesa. — Allor io per costei lascio le prime e seco me ne vo; ma gran contesa ecco nascer fra l'una e l'altra turba, che 'l mar, la terra e sin al ciel disturba. E prima di parole tanta rabbia si sullevò tra quelle donne e queste, che non bastò menar con scura labbia la lingua e denti, ma l'ornate teste[173] vengon a scapigliarsi, e su la sabbia giá molte veggio, per l'orrende peste de' calci e pugna, traboccar avvolte. Ma presto vien chi via l'ebbe distolte. Ché a l'apparir di donna antica e grave[174] tosto la pugna fu da lor divisa: chi si racconcia il sino e chi le flave chiome si annoda e chi di dar sta in guisa. Ma la matrona con parlar soave voltossi a me dicendo: — Qui s'avvisa per me qual porta entrar deve chi brama o quinci o quindi racquistarsi fama. Quinci Vertú, quindi Fortuna alloggia, i' ti l'ho detto: va', ch'ambo le porte[175] ti mostro aperte. — E detto ciò, s'appoggia sul petto il viso di Vertute e sorte fra le colonne. Ed io ne stava in foggia di chi non sa de le dua porte apporte quale si prenda, s'una prender deve; e mentre dubbia, gran duolo riceve. La destra via mi elessi finalmente: cosí movea di Nursia il saggio spirto. Ma le sinistre donne, triste e lente, trasser a l'ombra insieme d'un suo mirto. Quivi tra loro un lupo immantenente comparse (onde non so) minace ed irto, del quale una di lor, se ben rimembro, svelse sdegnando il genitale membro. Poscia chi per il piè, chi per l'orecchia lo tranno a terra giú quelle fanciulle, mentre l'altare e 'l foco una apparecchia. Ciascuna par che 'n quello si trastulle svenarlo, e qui s'accoglie e si sorbecchia tanto del sangue suo, che 'n tante mulle[176] le vidi esser cangiate a me davante, e 'l foco stesso le arse tutte quante. E 'l mirto similmente in altra forma mutarse vidi, ch'ogni suo rampollo contrasse al tronco dentro, e si trasforma in bella donna, e gambe e braccia e collo; e 'l lupo, il qual sul lido par che dorma, prende a l'orecchia, e dritto sullevollo, cangiato omai di lupo in un destrero: sáltavi addosso e sgombra via 'l sentiero. Io la conobbi, aimè! nel sguardo acuto, acuto sí, ch'anco smovermi puote dal bel proposto e farmi sordo e muto a le preghiere d'ogni effetto vòte de l'altre donne; anzi mi faccio un scuto[177] d'infamia contra il ben che mi percuote, e gridami nel capo, mi urta ed ange, ma nulla fa, ché 'l suo voler si frange. Onde le donne insieme neghittose, poi ch'e' soi prieghi gittaron a l'aura, in un pratel de gigli, viole e rose, sott'ombra de la petrarchesca Laura, stetter in cerchio contra me sdegnose; ed un quadrato altare qui s'instaura, sul qual, mentr'arde un tenero licorno, ivan quelle piangendo intorno intorno. Io pur, quantunque l'ascoltassi invito, la fin volsi veder del sacrificio, ch'un nuvol bianco su dal ciel partito sí mi l'ascose, e per divin giudicio tal tono seco fu, che tutto 'l lito tremò d'intorno, e sparve lo edificio, le donne, la matrona e 'l nuvol anco, restando pur la via del lato manco. Stavami, su quel punto che la terra tutta tremò, non men for di me stesso che 'l viandante, il quale mentre ch'erra cercando un tetto, perché un nimbo spesso li tona in capo, il fulmine si sferra dal ciel gridando e piantasigli appresso, ché un'alta pioppa in sua presenzia tocca e tutta in foco e fumo la dirocca. — Non temer d'alcun ciel che ti minaccia, ché bella botta non mai colse augello! — [178] A cotal voce rivoltai la faccia, ed ecco un uomo lieto, grasso e bello mi sovraggiunge e stretto a sé m'abbraccia. S'io gli fussi figliol, padre o fratello, io l'addimando vergognosamente. Chi fusse, egli rispose immantenente.
LA CAROSSA
MERLINUS COCAIUS
Ille ego qui quondam formaio plenus et ovis quique, botirivoro stipans ventrone lasagnas, arma valenthominis cantavi horrentia Baldi, quo non Hectorior, quo non Orlandior alter, grandisonam cuius famam nomenque gaiardum terra tremit baratrumque metu se cagat adossum, at nunc Tortelii egressus gymnasia, postquam tanta menestrarum smaltita est copia. Baldi gesta maronisono cantemus digna stivallo. Huc, Zoppine pater, tua si tibi chiachiara curae,[179] si tua calcatim veneti ad pillastra Samarchi trat lyra menchiones bezzosque ad carmen inescat, huc mihi cordicinam iuncta cum voce rubebam flecte soporantem stantes in littore barcas, ut dorsicurvos olim delphinas Arion. Tuque, Comina, tene guidam temonis, et issa issa, Pedrala, mihi ad ghebbam tuque alta sonantem ad cighignolam velamina pande levanto, Berta, grego, postquam salpata est áncora fundo. Non ad muscipares voltanda est orza canellos, non ad fangosas ladrorum daccia Bebbas, Bebbas, cui nomen tum splenduit, aequore postquam Cingar anegavit pegoras, saltantibus illis una post aliam, nullo aiutante Tesino, dumque trabuccabant, «bè bè» sonuere frequenter: hinc Bebbas dixere patres, quod nomen ad astra surgitur, et lunge soravanzat honore Popozzas. Non mihi Fornaces per stagna viazus ad udas, perque Padi gremium ad Stellatam Figaque rolum undantem contra et retro cava ligna ferentem, seu sit Bondeni seu sit mage Francolini piatta, vel Argentae, vel burchius Sermidos audax. Bramai Alixandrae portus mea barca tenere.
NARRATIO
Thebanis fabrefacta viris, antiquior altris urbibus Italiae, dum Mantua rege sub uno, nomine Gaioffo, quasi iam dispersa gemebat, viderat in somnis venientem a Marte baronem mozzantemque caput Gaioffo, seque gridantem libertatem urbi et populo praestasse vetusto. Hinc aliquod confortum animi conceperat illa speranzamque omnem Baldi ficcaverat armis. Non erat huic toto quisquam affrontandus in orbe forcibus aut potius destrezza corporis ipsa. Nil illum (tanta est hominis baldanza gaiardi!) arma spaventabant, nil coelum, nilque diavol. Vir iuste membrosus erat, mediocriter altus, largus in expassis relevato pectore spallis, at brevis angustos stringit centura fiancos; nerviger in gambis, pede parvus, cruribus acer; rectus in andatu, levibus qui passibus ipso vix sabione suas poterat signare pedattas. Aurea iungebat faciei barba decorem, vivacesque oculos huc illuc alta rotabat frons, quae spaventat quando est turbata diablos, sed ridens noctemque fugat giornumque reducit; spadazzam laevo semper gallone cadentem portabat, guantumque presae mortisque daghettam. Saltando legiadrus erat, qui pleniter armis indutus montabat equum sine tangere staffam. Ipse gubernabat terram, quam diximus olim nomine Cipadam, gentemque illius habebat ad cennum prontamque armis habilemque bataiae. Praecipuos hinc tres elegerat ille sodales, quorum Cingar erat strictissimus alter Acates. Is veterem duxit Margutti a sanguine razzam, qui risu, quondam simia cagante, crepavit. At Cingar trincatus erat truffator in arte Cingaris, aut vecchium segato dente cavallum per iuvenem vendens, aut bolsum fraude barattans. Scarnus in aspectu, reliquo sed corpore nervis plenus erat nudusque caput rizzusque capillos. At sassinandi poltronam exercuit artem, in machiis quandoque latens mala guida viarum, namque viandantes ad boscos arte tirabat spoiabatque illos, sibi nec restante camisa. Sacchellam semper noctu post terga ferebat, sgaraboldellis plenam surdisque tenais; is mercadantum reserabat saepe botegas compagnosque ipsos pannis finoque veluto tornabat caricos ad ladrorum antra Cypadam, officioque boni compagni, quisquis aiuttum porrexisset ei, tolta sibi parte botini ibat contentus. Precibus sed denique Baldi destitit, et savius forcam lazzumque soghetti scansavit, iam iam illorum compresus ab orma. Huic tanto coniunctus erat Falchettus amore (Falchettus qui ortum Pulicani ab origine traxit), quod sine Falchetto poterat nec vivere Cingar, nec Falchettus idem faciens sine Cingare vixit. Non fuit in toto cursor velocior orbe, namque erat a cerebro ad cinturam corporis usque semivir, et restum corsi canis instar habebat. Hic cervos agilesque capras leporesque fugaces captabat manibus saltuque (stupibile dictu!), saepe grues tardas se ad volum tollere coepit. Multi illum reges, reginae, papa, papessae ducere tentabant, donantes munera, secum. At ille, incagans papae regumque parolis, cum Baldo semper dormit mangiatque bibitque. Inde gigantonem Fracassum Baldus amabat, progenies cuius Morganto advenit ab illo, qui iam suetus erat campanae ferre bataium. Huius longa fuit cubitos statura quaranta, grossilitate stari aequabat sua testa misuram, andassetque trimus per buccam manzus apertam; in spatio frontis potuisses ludere dadis auriculisque suis fecisses octo stivallos; spallazzas habuit largas, schenamque decentem ferre boves carrumque simul pesosque ducentos; arripiens quandoque bovem per cornua grassum ad centum passus balzabat, more quadrelli. Marmoreos etenim pillastros atque columnas tergore gestabat, nulla straccante fadiga; streppabat digitis quercus stabilesque cipressos, ac si fortificam foderet tellure cipollam. Castronem mediumque bovem denasque menestras, trenta simul panes coena mangiabat in una. Tanto ibat strepitu, libras ter mille pesoccus, tota sub ipsius pedibus quod terra tremebat. At viltatis homo crudeltatisque minister,[180] Gaioffus, Baldum Baldique timebat amicos. Imperii zelosus erat, noctesque diesque masinat in cerebro, lambiccat, fabricat altos aëre castellos, velut est usanza tiranni, suspectumque super Baldum plantaverat omnem. At quia grandilitas animi generosaque virtus tum gratum patribus tum plebi fecerat illum, stat regno metuens, ut vulpes vecchia quietus. Verum mille modos fingit groppatque casones,[181] summittitque homines falsos, nugasque silenter seminat in populo; Baldi bona fama, gradatim malmenata, fluit, iam facta infamia crescit bacchaturque omnem coelo montata per urbem, deque viro illustri canto straparlat in omni, quod ladronus erat, quod fur, quod mille diablos corpore gestabat, quod forcas mille merebat.[182] Hinc nactus causam patres Gaioffus adunat, conseiumque facit, pensans comprendere Baldum, mittaturve suo capiti firmissima taia. Maxima patricii generis convenerat illuc squadra, repossato disponens cuncta vedero. Est locus in quadro, «salam» dixere moderni, bancarum populique capax sibi iura petentis: illius ad frontem, inter multa sedilia patrum, aurea Gaioffi solio est errecta levato scrannea, spadiferis semper circumdata bravis. Hic sedet ille, minax vultu sitiensque cruoris. Non delatores unquam longantur ab illo, non giottonorum bardassarumque potentum copia, non ladri, furfantes mille, parati condonare suam minimo quadrante balottam. Inter eos garrit centum discordia linguis, minibus et zanzis populi complentur orecchiae, semper ut offendant proni referuntque per urbem ambassarias, quibus arma repente menantur. Ergo ubi nobilium cumulata caterva resedit claudunturque fores plebisque canaia recedit, imperat annutu prius ille silentia dextrae, talia dehinc solio parlans commenzat ab alto:
ORATIO
Vos, Domini patriaeque patres circumque sedentes consiliatores, qui nostrae ad iussa bachettae praesentati estis, causamque modumque sietis quare ad campanae bottos huc traximus omnes.[183] Quippe (diu nostis) vestra non absque saputa omnia semper ego dispono, tracto, ministro, non quia me pactus vel lex magis obliget ulla, verum solus amor vestri et dilectio regis, id quod amicitiae, tamquam sit iuris, adoprat. Hactenus insimulans tacui, grossumque magonem pectore nutrivi, saepe ut prudentia reges expetit; at, vobis veluti experientia monstrat, tegnosum fecit mater pietosa fiolum. Nostis enim pridem quae, quanta et qualia Baldi sint probra, nec modus est in furtis atque rapinis. Incoepit postquam aetatem intrare virilem, incoepit secum mariolos ducere bravos, quos «mangiaferros» vocitant «taiaque pilastros», aut «taiaborsas» melius quis dicere posset. Non fuit in mundo giottonior alter, et ipsum rex ego sustineam? patiar? fruiturque ribaldus sic bontate mea? quid non pro pace meorum cittadinorum tolero, postquam improbus iste urbis in excidium, novus ut Catilina, pependit? Nostra illum patres patientia longa ribaldum[184] fecit, ut in ladris non sit ladronior alter. Quid me vosque simul bertezat, soiat, agabbat? ad quam perveniet sua tandem audacia finem? non illum facies tanta gravitudine vestrae maiestasque mei removent, non guardia noctis, non sbirri zaffique simul, non mille diavoi spaventat, tanta est hominis petulantia ladri! An sentit coelo, terrae baratroque patere iam caedes gladiosque suos? an contrahit omnem, quae sassinorum semper fuit arca, Cipadam, ut cives populumque meum gens illa trucidet? illa, inquam, gens nata urbem pro struggere nostram? Quis, rogo, scoppatur nostrae sub lege cadreghae, quisve tenaiatur mediaque in fronte bolatur, berlinaeque provat scornum forcaeque soghettum, ni Baldi comes et villae mala schiatta Cipadae? doctoratur ibi robbandi vulgus in arte,[185] estque scholarorum Baldo data cura magistro. Hinc docti iuvenes sub praeceptore galanto blasphemare Deum variis didicere loquelis; mox sibi boscorum ladri domicilia quaerunt, expediuntque manus furtis stradasque traversant, assaltant homines, amazzant inque paludes omnia spoiatos buttant pascuntque ranocchios. Quum simul albergant, squadraque serantur in una mille cruentosas roncas teretesque zanettas, spuntonesque, alebardas, quae sunt arma diabli, dantque focum schioppis, tuf taf resonante balotta. Semper habent foedas barbazzas pulvere, semper cagnescos oculos nigra sub fronte revolvunt. Protinus ad cifolum se intendunt esse propinquum quem faciant robbas pariterque relinquere vitam. Praesidet his ergo Baldus caporalis, ab ipso tot mala dependent: Baldo cessante, quid ultra mercator timeat? quid gens peregrina? quid urbs haec? Ad caput, o patres, est ad caput ensis habendus, membra nihil possunt quum spallis testa levatur: frange caput serpae, non amplius illa menazzat! Dixi: nunc vero quaenam sententia vestra est expecto, ut cunctis sit larga licentia fandi. Dixerat, et sdegnum premere alto in pectore fingit. Confremuere omnes, aut quae contraria Baldo pars erat, aut vafri quos longa oratio regis spinserat in coleram, tollentesque ora manusque, iustitiam clamant: — Quid adhuc mala bestia vivit, quid nisi iacturas, homicidia, furta, rapinas, o rex, a ladro poterit sperarier unquam? picchentur fures, brusetur villa Cipadae, ipseque squartatus reliquis exempla ribaldis praestet, amorbator coeli terraeque marisque! — Tum vero ingemuit strictis pars altera buccis compescens digito, Gaioffo adstante, labellum. At Gonzaga pater, quo non audentior alter iustitiae in partes et linguae et robore spadae, omnium ut aspexit vultus firmarier in se, stat morulam, dehinc quantus erat de sede levatus apparet, solvitque ingentem ad dicere linguam:
RESPONSIO
Inclyte rex, regisque viri, vosque urbis honori instantes proceres, quamvis locus iste soluta labra petat laxasque velit sine vindice linguas, attamen, aut iure hoc aut quadam lege rasonis, quam natura docet, ne me angat culpa tacendi, incipiam. Baldi animum Baldique valorem, Baldi consilium novi a puerilibus omne. Ingenium est homini, quum prima aetate tenellus luxuriat, facili scelerum se inferre camino, si incustoditus fuerit nulloque magistro: cursitat huc illuc, ceu fert ignara voluntas. At puer ingenuus, quamvis retinacula brenae non tulit, illecebras seguitans, si forte virum quem maturum semel audierit leviterque monentem[186] principio, ne virga nimis tenerina, potenti contrectata manu, media spezzetur in opra, deposita sensim patitur feritate doceri, seque hominem monstrat, quem humana modestia tantum retrahit a vitio iurisque in glutine firmat. Cernimus indomitos plaustro succumbere tauros, quorum duriciem removet destrezza biolchi; semper idem saeviret equus cozzone carente, nec venit ad pugnum sparaverius absque polastro. Ne, rogo, conscripti patres (id forsitan unquam rex sensit), pigeat miras audire prodezzas quum fanciullus erat Baldus baculumque sbriabat. Gallicus, ut fama est, e Franzae partibus olim in Lombardiae, gravida cum uxore, paësum straccus arivavit, nostramque hanc ductus ad urbem albergavit agro tantum una nocte Cipadae, donec ibi gravidata uxor sub fine laboris ederet infantem, qua Baldus prodiit iste, qui nascens oculos (veluti dixere comadres huic circumstantes) coelo tendebat apertos, quem nemo, ut mos est infantum, flere notavit. Hinc vox e summo fuit ascoltata solaro: — Nascere macte, puer, cui coelum, terra fretumque ac elementa dabunt tot afannos totque malhoras; non terrae sat erit centum superare travaios, ense viam faciens inter densissima tela, verum quam citius pelago tu intrare parabis, cinctus ab undosis montagnis nocte dieque fortunae ingentis patiere tonitrua, ventos, fulmina, corsaros ac centum mille diablos. Sed tandem, haud dubites, gaiarditer omnia vinces. Vocis ad hunc sonitum, mater meschina, vel ipso supplicio partus vel sic pirlamina fusi finierant Parcae, puerum pariterque fiatum sborravit: puerum vulva, pulmone fiatum. Vos meditate suo qualis tunc doia marito ingruit, ut mortam uxorem natumque puellum ante oculos proprios tractu sibi vidit in uno! Ergo infantillum villano tradidit uni, mox abiit tacitus nec post apparuit unquam. Nescitur, fateor, qui sit, verum alta gaiardi forcia si Baldi, si animi prudentia, si frons[187] gentilesca alacris, si tandem forma notatur, non nisi fortis erat, prudens, gentilis et acer formosusque pater, licet huic sors aspra fuisset, namque bonum semper fructum bona parturit arbor. Interea villanus (adhuc cum coniuge vivit) infantem ad gesiam causa baptismatis affert. Quem dum pretus aqua signat, terque ore gudazzum compadrumque rogat quod debet nomen habere, en quoque ter facta est summo responsio templo: — Baldum, vos Baldum fantino imponite nomen! — Constupuere omnes: devenit murmur ad urbem, hic testes centum tantae novitatis habentur. Lactiferam Baldus tantum bibit ergo madregnam, ut iam carriolum, quo imprendit ducere gambas, linqueret ecussis rotulis cantone refractum, et pede firmatus nunc huc, nunc cursitat illuc, quem pater, ignarum veri patris, instruit omni rusticitate, docens villae poltronus usanzam. Post merdulentas iubet illum pergere vaccas, sed gentilis eam reprobat natura facendam: non it post vaccas; at saepe venibat ad urbem, atque ad villani despectum praticat illam. Solis in occasum villae tamen ipse redibat, atque reportabat testam quandoque cruentam; magnanimus quoniam puer, ut solet esse per urbes, semper pugnorum guerris gaudebat inesse, sive bataiolis bastonum sive petrarum. Nec pensetis eum quod certans ultimus esset; at ferus ante alios squadram exortabat amicam, et centum lapides saltu reparabat in uno. Quum villanus eum villam abhorrere notavit, experimentum aliud, puerum quo exturbet ab armis in quibus immersum cognoverat esse, provavit: nam neque villanus sese cum milite confat. Comprat ei fortem tabulettam roboris (illam rupisset subito), qua sculptum addisceret «a, b»: ille scholam primo laetanter currere coepit, inque tribus magnum profectum fecerat annis, ut quoscumque libros legeret sine fallere iotam. At mox Orlandi grandissima bella nasavit, non vacat ultra deponentia discere verba, non species, numeros, non casus atque figuras, non Doctrinalis versamina tradere menti. Regula Donati, prunis, salcicia coxit; ivit et in centum scartozzos Norma Perotti. Quid Catholiconis malnetta vocabula dicam, quae quot habent letras tot habent menchionica verba, et quot habent cartas tot culos illa netarent? Orlandi tantum cantataque gesta Rinaldi agradant puero, quamdam in cor dantia bramam, ut cuperet iam vir fieri spadamque galono cingere et auxilio rationis quaerere soldum; ut legit errantes quondam fecisse guereros. Viderat Ancroiam, velut orlandesca necarat dextra, gigantissam, vel quum de funere Carlum dongellettus adhuc rapuit, tractoque guainis ense durindana secat alto e tergore testam ingentem Almontis, Franzamque recuperat omnem. Viderat ut miris Agricanem forcibus atque mille alios fortesque viros fortesque gigantos, arce sub Albracchae, giorno truncavit in uno. Viderat ut nimias scoccante Cupidine stralas, ipse gaiardorum princeps, ipse orbis acumen[188] duxerat ad mortem, rupto gallone, cusinum; at manus Angelichae, dum coelo brazzus ab alto mortalem ferret colpum, succurrit, et ipsum orlandescum animum tenuit spadamque pependit. Saepius his lectis puer instigatur ad arma, sed gemit exigui quod adhuc sit corporis, annos praecipites cupiens, ut vir se denique posset vestire ingentemque elmum ingentemque corazzam. Is tamen hispanam semper gallone daghettam dependentem habuit, qua plures saepe bravettos terruit inque fugam solettus verterat omnes. O pueri audentes animos agilemque prodezzam! At video e vobis hinc plures volvere testam, nasutosque mihi parlanti ostendere nasos. Quam bene nunc vestri pensiria nosco magonis! An subsannatis quia nostra oratio tandem finiet, ut mores videatur in hasce favorem porgere sbriccorum? veluti si Baldulus infans tum bene fecisset quum Lanzalotta vigazzum traiecit gladio? sic divi nonne sbisaos castigare solent? sic nonne superbia nostra cogitur interdum vilem portare cavezzam? Quid, rogo, quid?...
TRIPERUNO
V olea seguir ancora il vecchio grasso, N é molto mi spiacea di starlo udire: I l dol, nulladimanco, il troppo indugio C h'era di ricercar la vaga ninfa, A ndarmi allor da lui luntan mi astrinse. Q ueto mi stoglio, senza dirli «_vale_», V olgendomi d'un rio lungo a la ripa, E pur egli mi segue passo passo. F iumi di latte, laghi di falerno,[189] V alli di macaroni e lasagnette, E cco mi veggio intorno, e poggi ed alte R upi di cacio duro e sodo lardo, A cque stillate de capponi grassi, T orte, tortelli, gnocchi e tagliatelle. — B eata vita — dissi allor mirando — È questa, che di tante trippe abbonda! N on mai quinci partire mi delibro. — [190] E con questo pensier, mentre ad un fonte D i moscatella malvasia m'abbasso, I o tolsene, bevendo, in quella copia C h'un bove sitibondo d'acqua sorbe. — T rinch trinch! — con altro vaneggiar tedesco I ncomenciai balordo a proferire. R otavasi giá 'l mondo a gli occhi miei, E sottosopra il mar, la terra, il cielo G iran intorno e fannomi qual foglia V olar al vento, e gli arbori, le ripe, L e spiagge mi parean cotanti veltri A i fianchi de le capre gir correndo. S altano ad alto l'erbe e gli virgulti, A lpe con monti e 'nsieme con poggetti C orreno in rota e danzano leggiadri. R apito poi con elli il mio cervello, I n un momento scorse l'universo S enza posarsi mai, senz'ulla tregua. M entre cosí danzava a la moresca,[191] O do dir: — Triperuno! — Ed ecco in mezzo R atto mi vidi posto d'una turba. I o contemplai non so che volti grassi B ere sovente e poi cantar sonetti, V otando zaine, fiaschi e gran bottazzi; S altavan poi chi su chi giú d'intorno, I n quella foggia che vili fasoli[192] G irano, a spessi tomi volteggiando, N el caldaio su fiamme ardenti posto. A llor con quelli insieme canto in gorga[193] T utta tremante: — Bacco evoé! — I ncomenciando poi cosí dir versi:
FUROR
— S urgite trippivorae, Merlini cura, Camoenae: «T rinch trinch» si canimus, quid erit? cantate, bocali! E cce menestrarum quae copia quantaque stridet R ostizzana super brasas squaquarare bisognat. C urrite, gnoccorum smalzo lardoque colantum O conchae, plenique cadi plenique tinazzi! R umpite brodiflues per stagna lasagnica fontes, E rrantesque novo semper de lacte ruscelli! F estinate meam per buccam intrare, foiadae E t vos formaio tortae filante sotilum; D um canimus trippas, trippae sint gutture dignae A tque altis cubitum calchetur panza fritadis! P ande tuae, Merline, fores spinasque catinae, V ernazzam gregumque simul corsumque bevandae T rade todescanae, donec se quisque prophetam R erum cognoscat venientum qualis et ipse est, E t quisquis cyatosque levat vodatque caraffas! — T alia dum loquimur, somno demergimur alto. V enit at interea mihi trippiger ille Cocaius, I lle, inquam, cui panza pedes cascabat ad imos R umpebatque uteri multa grassedine pellem. — T une — ait — o Triperune tener, Triperune tenelle, V enisti? venisti etiam, Triperune galante? T une ades? o mi lac, mi mel, mi marzaque panis, E ya age, zuccarate puer, ne, puppule, dormi, S urge oculosque leva! hui, sbadacchias? surge, gaiarde! A n, mellite, fugis sic me? me, ingratule, scampas?[194] B astardelle levis levisque cinedule, sic sic I ndignatus abis? Sta mecum, argutule, semper: E n paradisus adest, en hortus deliciarum; R elligio quaenam melior, quae tam bona lex, quam E sse hac in vita, qua vivimus absque travaio? O vitam sanctam, o ritus moresque beatos! M ellis molle mare est, illud travogabimus ambo,[195] N os ambo travogabimus, ambo errabimus, ambo E t simul ad poggiam simul et veniemus ad orzam. S urge, poëta novelle, cane, heus, puer, accipe pivam! D ic improviso macaronica gesta cothurno, I ncipe, parve puer: qui non suxere fiascos, I lli, consumpto lardo, sonuere carettam.
TRIPERUNO
V ano ha il pensier ed il desir inutile, E sser chi crede un cielo a questo simile.[196] R idi, cor mio, ché cosa verisimile T ornar un'alma a Dio non è, ma futile. I tene, leggi, e voi scritture ambigue, T empo ch'eterno sia gli dèi s'appropriano, E pel nostro sperar di risa scoppiano.
MERLINUS
S unt tibi tortificae faciles ad carmina musae, O mi belle puer, sic sic bene concinis? an sic R ecte recta canis? iam iam macaronicus esto. T ale tuum carmen nobis, quale ocha plena E st aio mensis, quale est damatina todesco M alvasia recens, sus caulae, melque fritellis.
TRIPERUNO
N é per speranza d'altri beni, né[197] V oglio per alcun pregio for di qui R eddurmi ad altri piú felici dí. S ciocco sperar il ben ch'anco non è! I o nacqui solo per gioir qua giú: N oi dunque in terra e Dio nel ciel si sta; I ndarno altrui sperarvi chi non sa!
MERLINUS
V era ais! O corsi, o admiranda potentia greghi! T antula ne in puero doctula lingua meo?
TRIPERUNO
R iposte cime, poggi ombrosi e colli, E voi di lardo e di persutto ripe, D ensi antri d'onto e tripe, E mpíti noi, che pieni e ben satolli A vostro onore scoppiaremo versi, T a' forse, che non mai sonôr sí tersi!
MERLINUS
P annadae hinc abeant, aqua coctaque febribus apta! R adices herbaeque habiles in pascere capras, I te ad menchiones, ite ad saturare legeros, S tant qui per boscos, per montes perque cavernas[198] T essere sportellas, tenuatum battere corpus, I nglutire favas, giandas ac millia quae fert N atura et porcis et asellis atque cavallis! A t nos hic melius starnae turdoque studemus.
TRIPERUNO
N on sia cagion che mai da te mi scioglia, O mio maestro e guida, R iposo, oggetto mio, mia scorta fida! M angiamo dunque e rallentamo i fianchi, A cciò ch'un bon castron da noi si franchi.
MERLINUS
P ersutti accedant primo, bagnentur aceto,[199] A pponatur apri lumbus, cui salsa maridet, T ripparumque buseccarumque adsit mihi conca, R ognones vituli lessi sapor albus odoret, I nsurgant speto quaiae, mostarda sequatur! S ic vivenda vita haec: veteres migrate fasoli!
LA MATOTTA
TRIPERUNO
Stavami un giorno fra li altri col mio maestro Merlino su la ripa d'un rapidissimo fiume di latte, lo quale, impetuosamente le fragil sponde di pane fresco diroccando, un suavissimo talento di mangiar suppe di cotal mistura porgevaci. Ma io talmente trovavami esser allora di frittelle compiuto e satollo, che (in mia laude vo' dirlo!) col dito per la gola quelle toccare averei potuto: laonde mi fu mistero la cintura, se scoppiare non vi voleva, rallentarmi su' fianchi. Vero è che 'l mio precettore, assai di me non[200] pur meglior poeta, ma bevitore, mangiatore e dormitore, tutto che di quelle istesse frittelle dovea ripieno essere, niente di meno erasi pur anco apposto agiatamente a l'impresa di espugnare un capacissimo vaso di lasagne, non giá di pasta per zappatori usata, ma di pellicole de grassi capponi, li quali de l'istesso colore, c'hanno la testa li giudei, erano. E mentre io, con seco favoleggiando, mi trastullo in veder un porco col griffo nel caldaio di broda lí guazzare, ed egli per non perder il tempo mi ascolta solo e mai nulla risponde, ecco vi sovraggiunse un damigello, d'aspetto, per quel che mi ne parea, molto gentile e saputo, lo quale una sua cetra soavemente ricercando, cosí accomodatosi con la voce al sòno e appoggiatosi ad un lauro a lui vicino, disse:
LIMERNO
La fama, il grido e l'onorevol suono di vostra gran beltá, madonna, è tale, che 'n voi tanto 'l desio giá spiega l'ale, che non mi val s'addrieto il giro o sprono. Di che s'al nome sol l'arme ripono con cui spuntai d'Amore piú d'un strale, or che fia poi vedendo l'immortale[201] aspetto vostro, a noi sí raro dono? Ma, lasso! Mentre i' bramo e 'nsieme tremo vederlo, piú s'arretra la speranza quanto l'ardor piú cresce col desio. Però di quella omai poco m'avanza; e pur s'un riso vostro aver poss'io, resorto fia da voi sul punto estremo.
TRIPERUNO
Al soavissimo canto e suono di quel giovene tacquero sí le selve, racquetatosi ogni vento, che le fronde niente si moveano, non giá perché nel contado del mio maestro fusse de fioriti prati, ombrosi boschi, verdi poggetti amenitade veruna (quando che la vaghezza di quel luogo era solamente di lardo, botiro, cagiate, brode grasse ed altre simili leccardie), ma quella fiumara, che dissi essere di latte, eravi confine di tre molto differenti regioni, come se fussero la Europa, l'Africa e l'Asia. La prima regione, ove io col mio maestro abitavamo, giá pienamente dessignata avemo, la quale Carossa fu nominata. La seconda, tutta vaga[202] e ripiena di vive fontane, frondosi lauri, mirti, faggi, abeti, frassini, olive, querze, e d'altri assai bellissimi legni addombrata, chiamavasi Matotta, ove questo Limerno dimorava. La terza, per[203] il contrario, tutta sassosa, rigida, secca, sterile ed arenosa, Perissa[204] fu appellata, ne la quale un eremita detto Fúlica, senza ch'altrui lo invidiasse, abitava. Or dunque m'accorsi quel giovenetto dover essere del paese di Matotta, lo quale, cosí polito de vestimenta e perfumato di muschio, sapeva dolcemente a l'instrumento concordare la voce; onde io tratto in quella parte celatamente, che né egli né Merlino se n'avvedesse, trapassai lo fiume di latte in quella verdura di lá e, drento uno cespuglio di rose e spine appiattatomi non troppo da lui remoto, stetti ad ascoltarlo. Lo quale, dopoi un lunghetto ricercare di quelle sonore corde, in queste rime cosí proruppe, dicendo:
LIMERNO
So ben che 'l mio lodarvi, donna altera, quando che non vi giunga, avete a sdegno; so ben che 'l mio avvezzato in fiumi legno trovar porto nel vostro mar dispera. Ma de' vostr'occhi se quell'alma spera[205] mi si scoprisse alquanto, forse al segno uguale mi vedrei, che 'l nostro ingegno ascende amando e piú oltra gir non spera. Non è barchetta cosí lenta e frale, ch'avendo voi, e vosco Amor, in poppa, per ogni ondoso mar non spieghi l'ale. Onde la musa mia va pegra e zoppa, se schiva udite lei; ma se vi cale il suo cantarvi, allor lieta galoppa.
TRIPERUNO
Tosto che finito ebbe di dire, eccovi sprovvedutamente un augelletto, o per caso o tratto dal suo concento, si ripose appresso d'un arbore sopra un ramo secco, ove, taciuto ch'ebbe Limerno, con un dirotto gemito faceva la selva intorno richiamare: di che egli, alzata la fronte a quella, cosí a l'improvviso incominciò con seco a ragionare:
LIMERNO
— Vaga, solinga e dolce tortorella, ch'ivi sul ramo di quell'olmo secco ferma t'appoggi ed hai pallido il becco, spennata, pegra e men de l'altre bella; dimmi, che piagni? — Piango mia sorella perduta in queste selve, e lei dal stecco di questo antico legno chiamo, ond'Ecco miei lai riporta a la piú estrema stella. — Lasso! ch'anco la mia pennando i' chero per questi boschi, e 'ndarno quella abbraccio,[206] fingendo lei quell'albero, quel pino. Ma acciò che 'l nostro affanno men sia fiero, partiamo a l'uno e l'altro il suo destino, ché altrui miseria al miser è solaccio.
TRIPERUNO
Piacquemi sommamente quella foggia di dire, senza ch'avessevi egli, come si sòle, faticosamente avanti ripensato. Ma, levandosi quella un'altra fiata su le penne, giuso in una valle portata, da gli occhi di quello si tolse. Ed esso, rallentata la corda del canto piú de l'altre affaticata, mettesi a passeggiare accanto il fiume, tutto sopra di sé, come penseroso, levandosi, non avendo ancora scorto lo mio maestro di lá dal fiume, su la ripa del pane fresco, agiatamente disteso. Ma vedutolo cosí sprovveduto, ritenne il passo e, tutto il viso in riso cangiatosi, cominciò ad interrogarlo in questo modo.
DIALOGO PRIMO
LIMERNO E MERLINO
Limerno. Che fai, Merlino?
Merlino. Empiomi lo magazzeno.
Limerno. Avvantaggiato mercadante sei tu! mangi tu forse?
Merlino. Non hai tu gli occhi da vederlo?
Limerno. Ben veggio con gli occhi, ma non comprendo.
Merlino. Per qual cagione mi domandi tu adonca s'io mangio, non lo potendo chiaramente vedere?
Limerno. Io so che i fabbri trattano solamente cose da fabbri:[207] laonde parrebbemi cosa disusata e nova veder Merlino far altro che mangiare.
Merlino. Io so ben far altro ancora.
Limerno. Credolti troppo; ma che ne facci testé la prova, non molto mi cale.
Merlino. Perché cosí?
Limerno. Vi faressi sentire d'altro che zibetto e acqua nanfa!
Merlino. È cosa naturale.
Limerno. Via piú asinale.
Merlino. Da quanto tempo in qua sei tu cosí delicato e schivoso devenuto? non ti fai, se mi rammento bene, chiamar Limerno?
Limerno. Limerno son per certo.
Merlino. Limerno Pitocco?
Limerno. Io son pur desso.
Merlino. Dimmi adonca, Limerno Pitocco, per qual cagione tu ti mostri ora tanto schivo e ritroso d'udir nominare quella cosa con cui lordamente hai sconcacato quel tuo Orlandino?
Limerno. Da te solo ne tolsi lo esempio, Merlino.
Merlino. E dove?
Limerno. Ne la quinta fantasia del tuo volume.
Merlino. Piú questo in un Zambello potevasi tollerare che in un cavallero e paladino di Franza, e piú col mio stile macaronico che col vostro tanto onorevole toscano.
Limerno. Adonca, se ben comprendo, appresso di te lo stile toscano è avuto in riverenzia, che «cosí onorevole» lo chiami?
Merlino. Perché no?
Limerno. Che ne so io? mi pare di stranio ch'un uomo macaronesco voglia magnificare l'eloquenza toscana.
Merlino. La cagione?
Limerno. Perché lo bove si rallegra nel suo puzzo.[208]
Merlino. Ed a te quanto la lingua toscana viene in grazia? in che openione l'hai tu?
Limerno. Sopra tutte le altre quella reputo degna, laudo, magnifico, e contra li detrattori di essa virilmente lei deffendo; ché, quando talora per sotto queste ombre mi trovo le belle rime del mio Francesco Petrarca aver in mano ovvero quella fontana eloquentissima del Boccaccio, uscisco, leggendo, fora di me stesso, devengone un sasso, un legno, una fantasma, per soverchia maraviglia di cotanta dottrina! Qual piú elegante verso, limato, pieno e sonoro di quello del Petrarca si può leggere? qual prosa orazione si può eguagliare di dottrina, di arte, di arguzia, di proprietade a quella del facondissimo Boccaccio? Dilché io reputo gli uomini litterati, li quali nulla delettazione di questa lingua si pigliano, essere non pur di lei ma di cortesia, gentilezza ed umanitade privi.
Merlino. E quali sono questi detrattori di essa?
Limerno. Alquanti persianisti pedagogi o pedantuzzi.
Merlino. Che cosa dicono?
Limerno. Cotesta lingua essere cagione di lasciar la romana.
Merlino. Ed io nel numero di costoro mi rallegro essere, ché di te e d'altri toi simili ignoranti maravigliomi, li quali, non intendendo dramma de la tulliana facondia e gravitade virgiliana, vi sète totalmente affisi ed adescati al «quinci», «quindi», «testé», «altresí», «chiunque», «unquanco», «altronde», ed altri dal tosco usitati vocaboli.
Limerno. Ah volto di tavolazzo, ubriaco che tu ti sei! presumi tu forse di tanta sufficienzia essere che tu poscia la sublimitade de la toscana lingua diminuire?
Merlino. Ah muso di giottone e forca che tu ti sei! ardisci tu dunque cotanto lodare lo stile petrarchesco e boccacciano, che la romana eloquenzia, non essendo da te nominata, da te riporti infamia?
Limerno. Tu ne menti molto bene, ché non biasmo io la romàna lingua.
Merlino. Tu ne stramenti molto piú, ché, mentre innalzi[209] quella troppo, questa abbassi e deonesti molto.
Limerno. Deh, vedi cotesto poetuzzo macaronesco in che modo non pur giudice ma advocato di Tullio e Virgilio da se medemo si constituisse!
Merlino. Deh, mira cotesto zaratano lombarduzzo come si mette al rischio di saper ragionar toscano, ove egli non men si affá d'un asino a la lira!
Limerno. Che zaratano? che lombarduzzo? Come se un conte di Scandiano, un Ludovico Ariosto, un Tebaldeo, un Lelio, un Molza ed altri molti valentuomini non fussero in Lombardia nasciuti!
Merlino. Non sei tu giá del numero loro?
Limerno. Desidro esserne: onde ogni mio studio è di, se non eguarmi, almanco appressarmi a loro.
Merlino. Molto luntano tu li vai!
Limerno. Lo bon animo non vi manca. Ma tu come hai bene osservato le divine vestigia di Virgilio in quel tuo perdimento di tempo!
Merlino. Quale?
Limerno. Quel tuo volume dico, nel cui sobbietto le prodezze de non so chi Baldo cachi e canti.
Merlino. Quanto al cantare non ho io giá da imitare Virgilio, quando che del mio idioma, lo quale sopra tutti li altri appresso di me vien reputato nobile, io non mi tegna aver superiore alcuno; ma quanto al cacare, non voglioti rispondere altrimente, perché, se ne l'opera mia son stato io sin a li galloni in quella tal materia puzzolente, tu, Limerno mio, sin a gli occhi ti vi sei lordamente voltato. Però lasciamo, pregoti, questo soprabbondevole ragionamento in disparte, ché tu ed io abbiamo in ogni modo strabocchevolmente errato.
Limerno. Io tolsi lo nome solamente di Pitocco per dire un tratto lo mio concetto.
Merlino. Ed al soggetto, qual è quello, non accascava se non malagevolmente il nome di Pitocco, ed anco dedicarlo a un signore non si doveva.
Limerno. Orsú dunque, lasciamo, Merlino caro, le dette tra noi ingiurie, e siamo amighi come prima.[210]
Merlino. Fa' come ti pare.
Limerno. Ma vorrei da te una grazia sola, caro mio Cocaio, impetrare: non mi la negare, pregoti, se 'l bottazzo non mai ti si parti dal gallone.
Merlino. Tu non pòi fallire di domandarmi, ché a me stará poi, parendomi, darti.
Limerno. Non ti voler piú oltra con esso meco turbare se un mio concetto, aúto giá molti mesi, ora sono per scoprirti....
Merlino. Con la lingua di' pur ciò che ti pare, ma tacciano sopra tutto le mani.
Limerno. Non vi è pericolo, mediante fra noi lo fiume, di conflitto alcuno, Merlino caro. Ma taci, prego: non odi? Conosco la dotta mano, conosco lo novo Anfione, conosco lo mio Marco Antonio, o mirabilissimo musico, ché ben quella virtude a la gentilezza d'un tal animo degnamente conviene. Non odi tu lo accomodatissimo ricercare d'un laúto? Costui discese da Vinegia, di tutta Italia nutrice. Egli per doi giorni s'è dignato[211] qui fra noi dimorare. Or ascoltamolo, ti prego: egli ancora non ci ha veduto, e men voglio che ci lasciamo da lui vedere, acciò lo rispetto suo verso de noi cessare noi faccia da sí dolce impresa.
A l ciel or triunfando spiego l'ale; N on ho di sorte ch'io piú tema l'onte, D a poi ch'anti sí altera e degna fronte[212] R agiono, ed ella udirmi assai le cale; E perché del suo nome alto immortale A lzar piú non potrei le note cònte, S crissile in capo de' miei versi al monte, D ove salir vorrei con piú alte scale. G loria del mondo non che d'un sol stato R egna costui, ch'ai fatti egregi e ad essa I ntegra forma ogni mortal eccede. T urchi, mori, tedeschi, e d'ogni lato V ien gente al grido; e mentre l'ode e vede, S ovra la fama esser il ver confessa.
LIMERNO
A l'eccellenzia e magnanimitade d'un cotal principe meglior tuba, che lo sollevi e innalzi, non si potria giammai trovare di questa. E se d'intender brami lo nome del lodato signore, li capoversi del cantato sonetto chiaramente quello ti appresentano. Ma ecco si move a dirne appresso: sta' queto.
Voi che soavi accenti, alte parole, rime leggiadre e pronti sensi ognora impetrate dal ciel, deh! perch'un'ora ei non me 'nspira esser di vostra prole? Direi che d'un tal principe non sòle giá 'l mondo esser adorno, il qual onora non pur Vinegia bella, ma di fora[213] le genti sotto l'uno e l'altro sole. Cantate 'l dunque voi, ché, a me se diede benigna udienza (onde lieto ringrazio l'inclita sua virtú), l'atto gentile quanto piú voi di dire avrete spazio! Ma ben v'annunzio che stolt'è chi crede poter tant'alto porger uman stile.
LIMERNO E MERLINO
Limerno. Or ecco, Merlino, che a tempo questo gentil musico porsemi bona cagione di dirti lo giá mio promesso a te concetto. Per qual dunque ragione tu, omai attempato, di questo tuo paese di Carossa, paese dico da ubriachi, parassiti,[214] lurconi, crapuloni, oggi mai non ti svelli? perché pur anco vi dimori tu? Qual foggia di vita potrai tu forse in questa regione de lupi adoperare, la quale posciati con la utilitade insieme recarti qualche onorevol fama in questo mondo e removerti finalmente quel nome di Cocaio; nome, dico, di somma leggerezza, sí come il nome di Pitocco ancor io spero di lasciare?
Merlino. De l'onorevol fama tanta io me ne acquisto col mio botiro e lardo, quanto tu con quelli toi zibetti e ambracani. Ma de l'utilitade io t'ho saggiamente da rispondere: niuna cosa essere piú utile che 'l mangiare e bere. Non dicoti le antiche giande da tutti lodate e non toccate se non da' porci, anzi parlo di questi miei delicatissimi liquori, ove la vera e dritta via di ben vivere giá molti anni passati mi ricondusse.
Limerno. Qual immortalitade di animo vi consegui tu per bere o mangiare?
Merlino. Or come potrai tu, grossolano che tu ti sei, vivere senza queste due parti?
Limerno. Anzi tu vivi allora sol per mangiare, e questa è vita bestiale.
Merlino. Va' al diavolo! Vivi tu forse senza mangiare?
Limerno. Ben mangio, ma sol per vivere.
Merlino. Ed io vivo per mangiare.
Limerno. Grandissima differenzia è cotesta.
Merlino. Anzi è una istessa cosa, ma non la comprendi.
Limerno. Ben io la conosco, ché assai ti fôra meglio mangiare per vivere che vivere per mangiare.
Merlino. Ed io quell'istesso ti replico: che meglio sarebbeti mangiare per smaltire che smaltire per mangiare.
Limerno. Qual fama, qual gloria, qual immortalitade ne averai poi? non ti reuscirebbe meglio mangiar per vivere e, vivendo, acquistarti perpetuitade di gloria?
Merlino. Di qual gloria intendi tu?
Limerno. Di questo mondo.
Merlino. Aspettava che mi parlassi del cielo.
Limerno. Mi pensi tu forse cosí pazzo ch'io creda sopra la luna?
Merlino. Ed io di te assai manco credo; ché, volendo una fiata salir un arbore di fico ad empirmene de le sue frutta, per mia sventura venendovi abbasso, ruppimi una spalla, onde d'allora in qua non ho mai voluto piú credere sin a l'altezza de li arbori. Ma qual è questa gloria del mondo c'hai detto?
Limerno. Innamórati, raccendati, affócati, impazzisceti di qualche bella donna!
Merlino. Con diavolo impazzirmi? dòlti forse d'essere solo pazzo che me in compagnia cerchi di aver ancora? Ben doppia saria cotesta mattezza, che io omai vecchio ribambito mi cacciassi in cotal impresa. E quando pur io lo facessi, qual fama onorevole, come hai tu detto, ne conseguisco poi?
Limerno. O dolce, o soave mattezza di questo tenero Cupidine, lo quale di tanta virtude si rende ne gli amanti cagione! Voglio primeramente che a grande contento siati lo gire non[215] pur de fini e strafoggiati panni ma de costumi e gesti lascivi ornato, perfumarti le mani, lo viso, le labbra, li capelli sovente di zibetto, muschio ed altri unguenti con acque di grato odore, sforzarti di sapere ogni arte, ogni astuzietta con qualche simulata invenzione di farti o pur conservarti grato a la tua madonna, non perdonar a la borsa in feste, danze, conviti, notturne, mattinate, e qualche dono per truzzimani a lei celatamente dricciato. Ma sopra tutto per il sprono e dolce incarco di questo amoroso affetto tu sempre averai lo componer arguti versi pronto e dilettevole; laonde voglio che totalmente a la musica vocale tu[216] ti abbandoni, cantando le cortesie, gli sdegni, gli atti, le parole, o in lira o in laúto o in altro soave strumento, de la tua diva.
Merlino. Non mi fa mistiero lo giá perfettamente imparato imparare di novo. Pensi tu forse, o Limerno, ch'io non sappia le passioni di quello arciere, per cui giá tanto cantai ch'ora ne son roco e imbolsito?
Limerno. Troppo til credo, ché 'l fiasco per soverchio bere[217] consuma un corpo.
Merlino. Anzi lo bere fa bona ed espedita voce.
Limerno. Ed anco li quattro fa parerti otto. Ma dimmi: soni tu d'altro instrumento che di fiasco?
Merlino. Ecco lo sacco.
Limerno. Per la croce di Dio! tu déi essere un boia.
Merlino. Che voi dir boia?
Limerno. Un mastro di giustizia, al quale si dá per sua mercede tre libre di piccioli e un sacco.
Merlino. Ma non gli dánno però la piva drento.
Limerno. Tu dunque vi tieni drento la piva?
Merlino. Eccola.
Limerno. Gonfia, ti prego!
Merlino. Lirum bi lirum. Vuoi ch'io ti mostri s'io so meglio di te cantare?
Limerno. Aspetta, prego, ch'io prima dirò ne la cetra, e tu con la piva mi succederai.
Merlino. Io ne son molto ben contento. Ma dimmi in lombardo stile, ché non t'intenderei toscano.
Limerno. Farollo veramente. Odi un endecasillabo del sonno:
Huc, huc, noctivage pater tenebrae; huc som.....
Merlino. Taci lá! questo mi par latino, e non lombardo.
Limerno. Anzi e' lombardi fanno pessimamente, partendosi elli da gli antiqui soi maestri di lingua latina, quando che lo materno parlare tanto rozzo e barbaro gli sia. Onde s'io considero chi di Mantoa, chi di Verona e altri luoghi di Lombardia nacque,[218] dirò che 'l proprio parlare de' lombardi saria lo latino.
Merlino. Or ben conosco che sei uomo vano e smemorato,[219] ch'ora contradici a la openione tua innanzi detta. Anzi lo proprio de' lombardi è lo barbaro, da' longobardi derivato: ma di' meglio (forsennato che tu ti sei!), che 'l proprio idioma de gli abitatori di Lombardia sarebbe lo latino, perché Lombardia non fu Lombardia se non dapoi che i longobardi la barbarie cosí del parlare come de' costumi portarono in quelle parti. Li costumi se ne sono in sua malora partiti, e lo parlare vi è restato; e però confermarotti quello che giá sopra dissi: che tu, essendo lombardo, piú presto avvezzarti doveressi a la paterna tua lingua latina che a la pellegrina a te toscana; ché molto piú di fama e gloria conseguiranno per lo avvenire li scrittori latini che li toscani, quantunque oggidí a molti lo contrario appaia, servando però sempre la dignitade de la mia macaronesca. Or dunque, mentre io m'apparecchio responderti, di' suso quel tuo promesso endecasillabo: o latino o lombardo che si sia, non voglio di cotesto piú teco disputare.
LIMERNO
Huc, huc, noctivage pater tenebrae; huc, Somne; huc, placidae sator quietis Morpheu; huc, insiliens meis ocellis amplexusque thorum, cuba aut pererra totum hoc populeo madens liquore corpus, tum gelidum bibens papaver. Hinc hinc mordicus intimis medullis haerentes abeant cadantve curae, ut grato superum fruar sopore, mox grates superis feram diurnas.
MERLINUS
Post vernazzi flui sugum botazzi, post corsi tenerum greghique trinchum, et roccam cerebri capit fumana et sguerzae obtenebrant caput chimaerae. O dulcis bibulo quies todesco, seu feno recubat canente naso, seu terrae iaceat sonante culo! Mox panzae decus est tirare pellem, mos est sic asino bovique grasso.
LIMERNO E MERLINO
Limerno. Ah! ah! ah! tu mi rumpi de le risa il petto con questa tua gentil Camena. Veridico filosofo ben fu quello che disse: lo ranocchio non sapersi comportare del suo fango fora.
Merlino. Non mi dar piglio a la coda, Limerno, ch'io so meglio mordere che tu pigliare.
Limerno. Non ti adirare, prego, ché d'adirarti causa non è. Giá cotal proverbio non dissi per biasmo tuo, anzi contra me solo volsi accennare, che via piú sono manco agevole a dir latino che toscano.
Merlino. Ed io similemente trovomi essere manco idonio ad ascoltare toscano che bergamasco, e questo men aggradiscemi del romano o vòi latino. Dilché se hai pur a dirne piú, ecco ai nomeri latini mille orecchie ti spalanco e sbaratto.
Limerno. Di qual nome fassi degno, Merlino mio, un uomo che ingrato sia?
Merlino. Dilli ragionevolmente «bestia».
Limerno. Cosí da bestia te ne voglio trattare uno. Or odi:
Iam geris humanos nec quidquam, perfide, vultus, iam cole cum nemorum stirpe, ferine, nemus, immemor accepti qui muneris infremis instar belluae, et in nostrani saevis, inique, fidem. Prodis amicitiae foedus, nec te pudor ullus arguit! i, pete (vir non eris inde!) feras.
Chiamavasi costui per nome Urbano; e male convenivagli veramente, ché mai né il piú scortese né il piú rozzo né il piú aspro si puote vedere di lui fra quante ville di Padoa o Vicenza si trovano. Del quale fu giá composto quella similitudine contraria:
Lucus luce carens nomen de luce recepit; bellum, quod bellum sit minus, inde venit. Hinc quoque te Urbanum merito appellamus, ut isto nomine rusticitas sit tua nota magis.
Deh! pregoti, amantissimo Merlino, lasciami ch'io canti di Amore in toscano idioma, ché veramente non so io piú che dirti latino.
Merlino. Non lo farò io giammai: tu canti a me e non a te.
Limerno. Non voglio per niuna guisa esserti ritroso; e perché di cotesta materia latina ho molta penuria, e tu vi hai pur piantato ostinatamente lo chiodo ch'io non debbia se non latinamente cantare, non mi ritraggo a dirti alquanti versi da me ancor fanciullino composti, trovandomi su quello di Ferrara in certa villa, mandatovi da mio padre per imparare lettere appresso d'un prete, lo quale molti scolari teneva soggetti, e piú li belli che li brutti; nel qual luogo, per corruttela di grosso aere, soprabbondavano tante biscie, rane, zenzale e pipastrelli, che uno inferno mi pareva di tormentatori. Laonde, ritrovandomi ogni sera in guisa d'un Lazzaro mendico tutto da le punture di quelli volatili animaluzzi impiagato, cosí al mio maestro puerilmente recitai:
LIMERNUS
O mihi Pieriis liceat demergier undis, o veniat votis dexter Apollo meis! Quidquid ago, fateor, sunt carmina, carmina sed quae non sapiunt liquidas Bellerophontis aquas. Hic nisi densa palus iuncis et harundine tordet, hic nisi stagnanti me Padus amne lavat.[220] Advoco sic musas: pro musis ecce caterva insurgit culicum, meque per ora notat! Dum cantare paro fletu mihi lumen inundat, factaque per culices vulnera rore madent. Hic quoque noctivagae strident ululantque volucres, ac ventura nigrae damna minantur aves. Quid referam pulices, agili qui corpore saltant? Utraque quos caedens iam caret ungue manus!
MERLINO
Questi toi versi quantunque mi sappiano di puerizia, pur non vi manca l'arte e, per dir meglio, la veritade. Imperocché io molto piú voluntieri abitarei su lo contado di qualunque altra cittade che su quello di Ferrara, non giá perché ella non abbia tutte le bone condizioni che si ricercano in una simil terra, cosí di reggimento come di nodrimento, ma baldamente dirò che causa veruna non le occorre perché de l'aere o sia del cielo ella si debbia lodare, ché, quando la industria piú de la natura non vi avesse provveduto, guai a le sue gambe! Laonde, essendovi non so qual poeta mantoano, per un eccesso non piccolo, destinato dal signore a partirne in onesto esiglio, e giá pervenuto su l'entrata di essa, in queste parole sospirando ruppe:
MERLINUS
Insperata meis salve. Ferraria, curis, tale sis exilium ne, rogo, quale daris! Me non parva reum fecit tibi culpa: reatum ex te num luerit congrua poena meum? Noster, ais, veni; nostros quoque suscipe ritus; vivitur humano sanguine, trade cibum! Mantous culicis funus iam lusit Homerus;[221] mantous culicum tu quoque gesta cane.
LIMERNO E MERLINO
Limerno. Che quelle bestiuole siano causa per cui lo usar in Ferrara non ti aggrada, malamente te lo credo.
Merlino. Poco errore è questa tua mescredenza.
Limerno. Perché dici tu dunque la menzogna?
Merlino. Se per mezzo de la menzogna tu intendi la veritade, perché mentitore mi fai?
Limerno. Mentitore sei per certo.
Merlino. Sí, ma verace.
Limerno. Qual veritade ho io giá inteso per la bugia testé fatta?
Merlino. Perché Ferrara cortesa non per mosche o tavanelle mi è a noia, ma perché ivi raccoglionsi lor vini su le groppe de le rane. Pensa mò tu qual eccidio, qual ruina sarebbe del mio stomaco!
Limerno. Ferrara e Mantoa di molte qualitadi si corrispondano. Ma voglio che, sí come ora ti concessi lo mio cantar latino, cosí non manco tu ti comporti ne l'ascoltarmi un breve capitolo.
Merlino. Chi fu lo autore di esso?
Limerno. Perché ciò mi domandi tu?
Merlino. Quando che non mi dilettino molto le cose tue, e consequevolmente non ti presto udienza se non sforzato.
Limerno. Non è mio veramente: io giá fora d'un scrigniolo quello rubbai dentro di Lementana, o Nomentana meglio diremo,[222] luntano da Roma diece migliara; castello nobile sí per la vecchiezza di esso sí per la generosissima famiglia de Orsini, di quello ed altre assai terre posseditrice e madonna. E benché io molte volte l'abbia per mio recitato, nulla di manco (mi confesso a te) non esser egli mio son certo, ma d'un Gian Lorenzo Capodoca secretario del signore del loco.
Merlino. Ora incomincia, ed io frattanto un sonetto voglioti comporre.
LIMERNO
Sia pur contrario a noi l'aspro furore d'ogni stella crudel, d'ogni elemento, ché l'ira sua non piega un stabil cuore: latri chi vol latrar, io gli 'l consento,[223] ché tanto si alza piú la fiamma accesa quando lei spegner vole un picciol vento. Qual piú lodevol, qual piú chiara empresa d'una costante, d'una fede pura, ch'odio non teme né di sorte offesa? Un fermo scoglio d'onde non ha cura né un stabil cuore di qualunque oltraggio, ché fede intorno a lui piú allor s'indura. Sol ne gli affanni si conosce il saggio, lo qual, per ch'un bersaglio sia di sorte, non parte mai dal cominciato viaggio. Né di ferro minacce né di morte, mentre animosamente spiega l'ale di fede, mai paventa un uomo forte. Però la forza lor in noi che vale? Giá chi congiunse il ciel altrui non scioglie perché non svaria mai corso fatale. Lasciali pur empir lor empie voglie: livido cuor sol di se stesso è pena, e chi semina tòsco, tòsco accoglie. Pingon in ghiaccio e solcan ne la rena, e quelli de le pugna al vento dánno, che rodon la fidel nostra catena. Ma tu la lor malizia, il loro inganno impara di conoscer, e lor fraude, ché bello è l'imparar a l'altrui danno. Se ride 'l tuo nemico, se 'l t'applaude, tu similmente applaudi e ridi ad esso, ch'esser falso co' falsi è somma laude. Se ancora ti minaccia e morde spesso, contienti d'ira, ché ti fia gran palma: summa vittoria è 'l vincere se stesso. Non dé' turbarsi un'incolpevol alma, s'ognor in lei piú l'odio si rinforza, ch'un gir leal non sa peso né salma. Ma se considri ben sua debil forza, tu riderai di lor invidia ed onte: ardor di paglie subito s'ammorza. Sian dunque lor insidie occulte o cònte,[224] osserva quelle e queste ridi e sprezza, ché 'l bon nocchier, se tien la fronte a fronte di sorte accortamente, mai non spezza.
MERLINO E LIMERNO
Merlino. Oh quanto m'è giovato questa dolcezza!
Limerno. Or vedi tu dunque che sin a te la soavitade di rime toscane sono aggradevoli?
Merlino. Per qual segno conosci tu in me cotal effetto essere?
Limerno. Come! tu non hai giá detto questa dolcezza averti non poco gradito?
Merlino. Sí, del sonno che ho fatto.
Limerno. Tu dormevi dunque mentre io cantava?
Merlino. Che maraviglia! non sei tu giá di minor vigore d'una sirena!
Limerno. Dormevi tu, caro Merlino?
Merlino. Domine, ita. Ben ti lo dissi da prima.
Limerno. Che cosa?
Merlino. Di componerti un sonnetto.
Limerno. Or baldamente t'intendo: grandissima è la differenzia tra lo «sonnetto» e «sonetto».
Merlino. Quanto è tra 'l persutto e lo schenale.
Limerno. Io ti voleva domandare lo giudizio tuo sí de lo verso come del recitatore; ma, per quello che me ne pare, ho ragionato con le mura.
Merlino. Anzi, e la campana e lo campanaro mi è piaciuto, ma...
Limerno. Ma che?
Merlino. Aggradito m'averia piú, se...
Limerno. Se che?
Merlino. Se piú lungo fusse proceduto.
Limerno. La cagione?
Merlino. Per piú dormire.
Limerno. E pur gran torto me fai non ascoltarmi cosí come io voluntieri ascolto te, non giá per fasto e vanagloria, ma per avere solamente qualche avviso da gli uditori, se dicendo nell'instrumento mi sconcio troppo nel volger il capo, nel girar de gli occhi, nel finger caldi sospiri, se graziosamente o no tengomi sul braccio la cetra, se abbasso oppur troppo innalzo la voce,[225] e altri simili particulari effetti d'un amante, acciò che per l'altrui avviso piú ragionevolmente avvezzare mi sapessi, dovendomi egli poscia essere a molto accrescimento de lo amore di mia donna.
Merlino. Se queste parti non hai, ben ti le poscio mostrar io, se mi ascolti per una pezza; e forse lo sonno ti stará luntano per vigor de la mia piva. Or odi una oda in loda d'una mia amorosa detta la Mafelina, ed impara da me gli affettuosi gesti.
Limerno. Comincia, ch'io mi sento voglia di mangiar riso!
MERLINUS.
Aspra, crudelis, manigolda, ladra, fezza bordelli, mulier diabli, vacca vaccarum, lupaque luparum porgat orecchiam, porgat uditam, Mafelina, pivae; Liron o bliron, coleramque nostri dentis ascoltet, crepet atque scoppiet, more vesighae! Illa stendardum facie scoperta fert puttanarum, petit et guadagnum illa, marchettis cupiens duobus saepe pagari. Semper ad postam gabiazza, rosso[226] plena belletto, sedet ante portam, chiamat, invitat, pregat atque tirat mille famatos; mille descalzos petit ad cadregam, perque mantellum faciens carezzas, intus agraffat, quid habent monetae prima domandat. Quis mihi credat quod avara stabit salda ad unius pagamenti bezzi? Quis bagassarum similem scoazzam vidit Arena? Nulla Veronae meretrix Arenae peior Ancroia reperitur ista, heu! tapinelli poverique amantes, ite dabandam, ite luntani, moneo! Provator ipse crustarum putridae carognae ibit in Franzam. Pochi pendit istum[227] quisquis avisum.
LIMERNO E MERLINO
Limerno. Merlino mio, questa tua foggia di cantare non si domanda «cantare», ma un abbagliare, un muggire, un tonare su per le ripe del Pado.
Merlino. Sonano li pifari su per li argini del Pado.
Limerno. E raggiano, come dice il mantoano, li asini.
Merlino. Tu vòi dunque dire che in questa mia chiusura fra tanti asini io canto?
Limerno. Ed anco peggio ti direi, s'io sapessi.
Merlino. Piú rozzo cantore di lui non saperei io giá mai trovare.
Limerno. Sí, di canto figurato.
Merlino. Cantano forse altramente che di figurato?
Limerno. Lo suo naturale e nativo.
Merlino. Qual è?
Limerno. Canto quadrato, largo, sonoro e molto di gorga, e piú de le volte fannoli drento un strano contrappunto.
Merlino. In qual modo?
Limerno. Con la musica di drieto, la quale mantengono con la eguale battitura de' calzi, non mai alterandovi la misura.
Merlino. Dunque lo asino ha una parte da natura piú de gli altri animali.
Limerno. Come cosí?
Merlino. Che l'asino con due voci in una istessa musica può cantare.
Limerno. Anzi può cantare, sonare e battere insieme.
Merlino. Annòdavi un altro groppo a questa virtú.
Limerno. Quale?
Merlino. Messer lo asino sa chiudere una borsa senza serraglie.
Limerno. Maravigliavimi se da gli asini si potesse guadagnare altro che calzi e corregge e da un Merlino altro che sporche e stomacose parole. Or stattine, tuo mal grado, in questa tua lordura, porco da brotaglie che tu sei, ché ben di me medemo non possio fare che non mi maraviglia, standomi quivi ad altercar con un devorone di lasagne, nemico di gentilezze e cortesie.
Merlino. Vanne tu, vanissimo ed effeminato cinedo! ché gli odori de quelli toi unguenti e impiastri fumentati per altra cagione non porti tu, se non per ammortare e spegnere lo fetore de le sozze bagascie fra le quali giorno e notte sempre tu dimori.
LIMERNO
Forsennato e pazzo che son io! essermi raffrontato a favoleggiare con questa destruzione di rafiòli! O meschino me! se la unica mia signora e divinissima dea giammai presentisse lo suo Limerno aver dimorato una bona pezza con un lordissimo porco, or che direbbe? or che farebbe ella? Per lo vero, non mai piú se non con torto sembiante mi guardarebbe. Voi adunque, chiari fonti, cristallini ruscelli, porporei fiori, amene piagge, riposti antri; voi, gai augelletti, lascivetti conigli, guardativi che alcuno di voi non presumi lo folle mio errore a lei manifestare; a lei dico, la cui presenzia tutti con un sol riso vi abbella, che molte volte dégnavi de l'angelico suo conspetto, appoggiando le belle membra or su quella fiorita sponda del vivo ruscello or sotto quel speco inederato di allori, mentre l'ardente sole a gli animali rende l'ombre aggradevoli. Deh! pregovi, tenetimi dal mio sole coperto; ché dubbio non è, quando ella non piú si degnasse di comportar le mie lodi, lo mio ver' lei amore, io ne morirei, io da me istesso di quell'olmo al vecchio tronco mi sospenderei. Ma, inanti la miserabil morte mia, annunziovi che crudel vendetta di tutti voi ne pigliarei: non è fiore, non è pianta, non è fonte, che impetuosamente non stracciassi, svellessi e disturbassi. Statene dunque, o de' miei secreti consapevoli, statene taciti e quieti, ma non sí taciti e quieti che le rime mie, le quali ora sono cantando per isfogare, non subito le riportati e recantati a le sue divine orecchie. E perché voi avete ad essere miei fidelissimi compagni, consequevolmente voglio che d'ogni mio secreto voi siate participevoli.
Io dunque meritar puotei la entrata di questo santissimo giardino allora quando la fama sola d'una non pur bellissima ma prudentissima madonna mi cocque le medolle, lo cui bel nome voi ne' capoversi di questo succedente sonetto potreti conoscere, lo quale giá lo fido mio Falcone nel scorzo di quel frassino intagliando scrisse:
G loriosa madonna, il cui bel nome I n capo de' miei versi porrò sempre, V orrei pur io saper de quali tempre S ian que' vostr'occhi neri ed auree chiome! T rema ciascun in lor, mirando come[228] I vi sia la virtude, che distempre N ostra natura e 'n ferro i cuori tempre, A cciò piú di leggier lor tiri e dome. D i calamita dunque se non sète, I n voi di cotal pietra è forza almanco V ivace sí, ch'ogni materia liga. I o tragger vidi de' vostr'occhi al rete N atura, Amor e 'l Sol di sua quadriga. A ltra simile a voi chi vide unquanco?
LIMERNO
Mirabilissima è per certo di costei la beltade e cortesia, la cui fama sola (or che fa poi la presenzia?) puote di luntane contrade altrui ricondurre a vedere e contemplare la tanta lei vaghezza, la tanta lei graziosissima onestade. Laonde chiunque al primier assalto la vede, subitamente vien constretto a prorumpere in coteste simili parole:
Or non piú fama, or non piú 'l sparso grido l'unica sua bellezza mi dichiara; ché, mentre agli occhi nostri non fu avara,[229] vidila sí, che cosí ardendo i' grido: — Per l'universo non che 'n questo lido piú bella, accorta, pronta, onesta e rara donna chi vide mai? quivi s'impara nata beltá d'Amore ad esser nido. — Però se questo e quello od altri l'ama, maraviglia qual è? ma ben saria, s'uom è che lei mirando non s'impetra! Quel guardo pregno d'alta leggiadria, quel dolce riso anco nel cuor mi chiama: — Costei sola del ciel le grazie impetra!
LIMERNO
Ma sí come dal ciel ogni grazia in lei discese, cosí ella in me non dedignossi la sua impartire, contentandosi ch'io di lei faccia resonare voi, sollevati colli e ombrosi poggetti. Or dunque abbassativi, o verdi cime de voi, faggi ed abeti; de voi, lauri e mirti; de voi, querze ed ilici; de voi, viti ed olmi: abbassativi, dico, ad ascoltare questa mia sonora cetra, ma non bastevolmente sonora a l'altezza di quella madonna; ad udire queste mie leggiadre rime, ma non leggiadre al merito di quella dea; a sentire lo mio dirotto pianto, ma non sí dirotto che poscia l'ardentissime faci spegnere de l'affocato core! E se troppo baldanzosamente vi paio di fare mentre io dico di lei d'ogni alto stile degna, incolpate sol Amore, lo quale mi fa sovente dire quello che di tacere assai mi fôra meglio, e, sognandomi piú volte, movemi a vaneggiare quanto ora sète per udire in questa mia debil cetra:
LIMERNO
Questa madonna, che sí dolce, altiera, un sol di tante stelle in mezzo asside,[230] dimmi, dond'è che austera in volto ride scoprendo insieme il verno e primavera? Vedi se di vertú donna sí intera fu mai, ch'un cor a un sol riso conquide! Ma lui tropp'alta speme non affide, ché fugge 'l riso ed egli piú non spera. Cosí l'alta guerrera e sferza e freno tien di chi l'ama, ed ama chi la vede, anzi chi l'ode, anzi chi dir ne sente. Cosí 'l regno d'amor costei possede, ove tanti be' spirti, saggiamente bella, nudrisce al dolce suo veleno.
LIMERNO
Quando l'alma gentile, per cui sola moro la notte e poi rinasco 'l giorno, venne dal ciel, per farvi anco ritorno, in questa vita ch'è d'errori scola, Amor, che 'nqueto quinci e quindi vola, si le fe' contra di sue spoglie adorno, qual fier tiranno ch'al suo carro intorno ha tanti uomini e dèi, ch'al mondo invola. Ma, lei di sé maggiore e d'altre frezze vista luntan alteramente armata, stette smarrito e dal triunfo scese. Quella da sue virtú, da sue bellezze, di che l'ornò natura e 'l ciel, levata nel carro stesso, in noi l'arco si tese.
LIMERNO
Alluntanato è 'l sole, e noi qui manchi del suo bel raggio (fan piú giorni) lassa. Io, pur spiando s'altri quindi passa, spesso alzo gli occhi, di mirar giá stanchi! I' dico, s'alcun passa, che rifranchi noi d'esta valle del suo lume cassa, narrando il suo ritorno; ma trapassa con speme l'anno, e morte abbiamo ai fianchi.[231] Sleguasi 'l tempo né pur anco appare chi dica: — Annuncio a voi grande allegrezza: ecco torna colei che 'l mondo abbella! — Lasso! non so che piú mi speri, ché ella per su que' monti con Diana, pare, va solacciando e noi qui giú non prezza.
LIMERNO
In quelle parti, ove di poggio in valle, di valle in poggio va scherzando aprile, madonna or giace e in atto signorile sovente in l'erbe pon su' fior le spalle. Zefiro intorno baldamente válle spirando in quella faccia, in quel gentile[232] sino d'avorio schietto, e chiama vile di Borea l'Orizia e biasmo dálle. Talor ella si parte al loco, dove giá di sua Laura sí altamente disse colui che 'n rime dir ha 'l piú bel vanto. Quivi s'inchina umíle al sasso e move a l'ossa ch'entro stanno un dolce pianto, ch'Amor sul marmo di sua man poi scrisse.
LIMERNO
Quando 'l tempo, madonna, a noi sí parco, dramma di sé concedami talora di vosco ragionar, i' grido allora: — Dolci fiamme d'amore, dolce l'arco! — Ma quando invidia le piú fiate il varco mi serra ai lumi, ove convien ch'io mora, vo richiamando mille volte l'ora: non è amarezza a l'amoroso incarco! Qui poi la fede, che di par col sole[233] certar solea, s'annebbia di sospetto, fulgura il sdegno e zelosia tempesta. Però scusar si deve se, d'un petto scacciato 'l cor dal vermo che l'infesta, non giá d'invidia ma d'amor si dole.
LIMERNO
Invido ciel che tante stelle e tante in grembo hai sempre e di lor vista godi, a che per cento vie, per cento modi,[234] la mia levar contendi a me davante? N'hai mille e mille di splendor prestante, e pien d'invidia pur t'affanni e rodi! Per cui? sol per colei che, acciò mie lodi sianle piú belle, starmi degna innante. Bastar ti deve il tuo, lascia 'l sol mio, che 'nfiamme i spirti e sopra sé l'innalzi, come 'l tuo nutre i corpi, l'erbe, i fonti. Ma 'l mio perché piú bello, in tal desio rancor ti sferza, che ne trai de' calzi, e 'n su le cime tue vòi ch'egli monti.
LAMENTO DI BELLEZZA
I o tratto a l'ombra d'un gentil boschetto V idi, giacendo su la piaggia erbosa, S tarsi donna solinga e penserosa, T urbata in vista, col mento sul petto. I n tal vaghezza stava, ch'ivi intorno N é fu pianta né augel che non movesse A lei mirar e seco ne piangesse. I' mi le appresso e per veder m'abbasso. V idila troppo, aimè! ché, alzando il viso, S i mi scoperse in lei tal paradiso, T al, dico, che mi fece d'uom un sasso. I n me si volse e disse: — Fa' ritorno, N é star qui meco ove star sola deggio A pianger quel che, tarda, in me correggio. I l dolo amar che piú sempre si acerba V ien d'alterigia molta e troppo orgoglio;[235] S on bella, come vedi, e mi raccoglio T utta sovente in donna, ma soperba I nalzo lei cosí, che 'n questo scorno N e son rimasta, onde l'alta bontade A ma suppor l'orgoglio ad umiltade. I n queste bande su dal primo cielo V ols'egli in scherno mio, ch'un'alma stella S cendesse umile assai di me piú bella. T ant'ella è piú gentil quant'ha piú 'l velo I n cerco de ligustri e rose adorno. N acque non per mostrar quant'è bellezza, A nzi, benché sia bella, lei disprezza. I o son (perché ti miro star sospeso) V ana beltá, ch'orno di gigli e rose[236] S ol de le donne i volti, ma ritrose T utte le faccio e di cuore scorteso I n lor amanti, cui di giorno in giorno N udrendo van di speme, e mai non giunge A lor il patto, ma si fa piú lunge. I n questo l'alto padre piú adirato V er' me ch'abbello i visi e i cuor inaspro S culpendo lor di porfido e diaspro, T olse 'l bel spirto e l'ebbe incatenato I n quelle belle membra ove soggiorno. N on fa soperbia mai, non schivo sdegno, A nzi è d'alte virtudi un vaso pregno. I l nome suo dal ciel in terra stette. V olendolo saper, fa' che misure, S cendendo d'alto, le maggior figure: T re volte e quattro il trovarai di sette I n sette versi. — Allor indi mi torno, N é possio piú di lei dolermi fina A tanto che sei nosco, alma divina!
CENTRO DI QUESTO CAOS, DETTO «LABERINTO»
CLIO
Qual gode in carne perché in carne viva e, in terra stando, l'animo da terra non leva al ciel (onde si parte) unquanco, colui d'umana spezie, in cui si serra l'alta ragione, ad or ad or si priva, sí come di candela il lume stanco vedesi, giunto al verde, venir manco. Di che, giá spento, non che morto, il sole de la giustizia, resta cieco e palpa la circonfusa nebbia e, come talpa sotterra errando, uscir né sa né vole; tanto che 'l miser sòle un nuvol d'ignoranzia farsi tale[237] che mai del ciel non sa trovar le scale. Se mi deggia pensar o in terra dentro o sotto 'l ciel, fra terra e l'aer puro, esser in pene stabil altro inferno d'un core ne' peccati antico e duro, non so, sássel pur Dio! Mi par un centro, l'abito nel mal far, di foco eterno; quando che né d'estade né di verno forza veruna o sia losinga d'uomo (questo sperar dal cielo sol si debbe!) quell'infelice misero potrebbe indi ritrarlo piú di bestia indomo. Però tal vizio nomo l'orribil ombre del Caós deforme, cui sempre a morte in grembo un'alma dorme.