← Table of contents
Vita mondana

Metempsicosi.

Reading edition

As you like it.

Questa storia non è accaduta a me. Ho assistito a qualcuna delle sue fasi. Probabilmente, se me l'avessero narrata o se l'avessi letta, ci avrei pensato prima di credervi, tanto essa si allontana dalle solite consuetudini del cuore. Pure non è che la schietta storia di un cuore. Qualcuno l'intenderà.... forse.

Mi trovavo, venti anni or sono, a Firenze, presso alcuni stretti parenti. Ero giovane; il carnevale era brillantissimo, e vedevamo sempre molta gente che si divertiva in cento modi, anche facendo del bene. Ero patronessa d'una lotteria di beneficenza e raccoglievo doni a dritta e a sinistra. A dir vero, ne raccoglievo molti e n'ero lieta pei miei poveri e per me, cioè pel primo amor proprio di patronessa.

Un giorno, mi giunse uno splendido invio. Un gruppo di statuette di Vieux Sèvres, colle due sue brave spade a tergo del piedestallo. Ebbi un grido d'ammirazione e d'entusiasmo.

Chi mandava quel dono principesco, accompagnato dalla più deliziosa e lusinghiera letterina di questo mondo? Lo mandava Ninì Montelmo... — La Duchessina.

Rimasi alquanto meravigliata. Non mi aspettavo da lei un simile dono. Non era certo un oggetto di quelli che sogliono donar le signorine in simili occasioni.

Poi non eravamo affatto intime, io e Ninì Montelmo. Ci conoscevamo da tempo, eravamo coetanee e ci trovavamo spesso assieme in società. Mia zia e la nonna di Diana si scambiavano qualche visita, ma fra noi non esisteva intrinsichezza di sorta. Come tutti, ammiravo Ninì, subivo il fascino della sua bellezza e del suo ingegno; la difendevo talvolta contro i tanti invidiosi che volentieri sparlavano di lei, ma nulla più.

Corsi a mostrare il gruppo alla zia. Essa lo ammirò al par di me; però, quando accennai all'obbligo d'una visita di ringraziamento in casa Sualta, mi rispose tranquillamente: — Ma certo, vacci pure oggi stesso; se vuoi, con Mademoiselle.

La quale Mademoiselle era la governante francese delle mie cuginette.

Avrei preferito e sarebbe stato più corretto (socialmente parlando) che la zia mi accompagnasse dalla Duchessa di Sualta, la nonna di Ninì. Ma mi era nota la poca tenerezza di mia zia per quella vana e frivola vecchietta, che aveva tanto vissuto per il mondo, tanto sciupato di quattrini e di cuore! Perciò non insistetti. Scrissi un rigo di ringraziamento a Ninì e l'indomani ci andai con Mademoiselle; cioè, questa mi accompagnò sino al portone del palazzo, promettendo di passare a riprendermi dopo la passeggiata delle cugine.

Era per l'appunto: il giorno della Duchessa di Sualta, ed essa riceveva in uno straricco salotto di damasco rosso.

C'era ressa di eleganti visitatrici e la padrona di casa era evidentemente soddisfatta di quel concorso. Non stava mai quieta; s'alzava, rideva, tornava a sedere, chiacchierava, gesticolava, con inesauribile vivacità. Era piccola, curva, pareva decrepita nella ricchezza gaia della sua splendida veste da ricevere. Ma una vera contentezza irradiava il suo visetto di scheletro, tutto infarinato di veloutine, pieno ancora d'una futile ed inimitabile grazia, del sorriso di un'incorreggibile civetteria senile. Certo; la vita diventava più intensa per lei in quell'ora di ricevimento, nella soddisfazione di essere centro di quell'accolta tanto mondana. Ell'era, io credo, veramente felice.

Cercai subito Ninì, collo sguardo. Ma il suo posto solito era occupato dalla signora Niuti, la dama di compagnia della Duchessa.

Questa non notò certo, forse non avvertì, l'assenza di mia zia. Fu meco d'una compitezza veramente carezzevole, s'informò di tutti i miei, mi chiese crucciosamente se mi divertivo, se ero stata a tutte le feste. Poi, con quel suo fare rotto, saltellante, escì a dire di Ninì:

— Era su, poveretta, stava nel suo salottino, non le aveva permesso di scendere a nessun patto. Oh! non si scherza colle infreddature! Ci mancherebbe altro che non potesse andare al ballo in costume di casa F.! No, non lo poteva dire, il costume di Ninì. Era un segreto, vedrebbero. Ieri Ninì era stata a letto, oggi no... ma non scendeva. Aveva avute anche lei le sue amiche, tante amiche.

Le nominò tutte, una filza, con grande compiacenza.

Poi mi chiese se volevo salire io pure. Ninì ci avrebbe tanto piacere; era sola.

Assentii di gran cuore, e poco dopo mi trovavo al secondo piano del palazzo, in quel famoso salotto che avevo tanto udito vantare. Lode, però, invariabilmente corretta dall'osservazione che, decisamente, non era un salotto da signorina.

Innegabile! Troppo bello, troppo elegante, troppo raffinato in tutto. Una reginetta non sarebbe stata a disagio in quel nido di peluscio azzurro antico, a riflessi argentei, seminato di rose d'un pallore appassito, nicchiate in un leggero contorno di verde tenero. Una profusione di statuette di Sassonia, tutte bianche, qualche gruppo di antico Capodimonte, qualche gingillo moderno, scelto col gusto più raffinato. Certi mobili strani, piccoli, fragili all'occhio, una biblioteca tutta bianca, colma di libri rilegati in pergamena bianca, una piccola scrivania in certosina, un pianoforte bianco pure, con certi fregi, a colori tenerissimi, nel più puro stile Vatteau, un tappeto bianco di velluto. Tutto ciò era disposto, presentato nel modo più squisito; l'assieme aveva un significato artistico dei più rari, era come una fantasticheria di eleganze candide, di delicatezze supreme. Vedendolo, si pensava: Ma cosa potrà ella avere di più bello e di più squisito in avvenire? Pure era qualcosa di così casto... di così ideale!... La Miranda di Shakespeare avrebbe potuto dimorare colà, ed offrirvi giornalmente una tazza di the ad Ariele. Ciò non avrebbe meravigliato alcuno.

— Buon giorno, cara! — disse a un tratto, dietro a me, una voce melodiosa.

Mi voltai e vidi Ninì Montelmo. Era in veste da camera.

Ora, ai miei tempi (non remotissimi, veh!) le fanciulle non portavano veste da camera. Giustissimo; per cento e una ragioni. Ninì non era dunque vestita da fanciulla, colla sua stupenda vestaglia sciolta alla vita, guarnita d'una profusione di Chantilly, colla sua fila di grosse perle al collo, colle perle alle orecchie, con quel rifulgentissimo brillante che le metteva come un piccolo sole sull'anulare della mano destra. Un'altra, così vestita, sarebbe parsa un figurino teatrale, Mignon quando è pazza, o la figlia di Rantzau quando è malata d'amore, o Violetta quando s'indugia, sì pateticamente, a morire. Ma Ninì non era altro che sè stessa, e nessun pensiero teatrale sorgeva dinanzi alla sua gloriosa originalità di tipo. Anche così vestita, ell'era inesprimibilmente fanciulla e damigella. Io la guardavo rapita, ed ella mi sorrideva dolcemente con un affetto gaio, di compagna, quasi di sorella.

Interruppe subito i miei ringraziamenti. Oh! era stata così lieta di potersi rammentare a me, per mezzo dei nostri poveri! Le avevo sempre ispirato della simpatia.

Certo, uno strano fascino faceva tepido e dolce l'ambiente attorno a noi. Era come se ci fossimo conosciute da un pezzo. Prendemmo subito a chiacchierare, con un grande abbandono, con un piacere squisito e con una confidenza che s'improvvisava, impetuosa quasi, nella schiettezza bizzarra del suo impulso. Io la trovavo un incanto. Glielo dissi e le dissi pure che mi era sempre parsa tanto, tanto diversa dalle altre ragazze!

Ella si mise a ridere. — Infatti, — disse, — sono originale. Cioè, ho il coraggio di esser me stessa. A volte, per gli altri, lo sono troppo. Infatti, non è un merito. È solo un orgoglio, forse. Ma come si può rinunciare a sè stessi? Che ne dite? Lasciate che vi dia del voi, come faccio a Napoli. Più tardi, quando ci ameremo ancora di più, ci daremo del tu. Ma sin d'ora, mi piacete tanto; per questo e per quest'altro.

Disse, a modo suo, con quella sua mirabile e festosa originalità, i perchè della sua simpatia per me. Ripeterli ora, qui, sarebbe alquanto ridicolo, naturalmente. Voi, lettore amico mio, non siete Ninì Montelmo, per esser meco tanto indulgente e chissà se Ninì Montelmo, ella stessa, e le sue idee e la sua storia non vi parranno tutto un assurdo, da cima a fondo?...

Continuavamo a chiacchierare, con vera passione. A un tratto, ella mi chiese tranquillamente:

— V'hanno detto molto male di me, nevvero?

Colta all'improvviso, arrossii, come una stupida e tentai un cenno di diniego; ma ella si mise a ridere.

— No, cara. Per questo appunto mi piacete, perchè nè voi, nè la vostra faccia sanno dir bugie. V'hanno detto... Volete che ve lo dica io, cosa v'hanno detto di me?

— Ma, cara Ninì, vi accerto...

— Oh lo so... nulla di grave. Decisamente, la società non ha per ora il diritto di mettermi in quarantena. Vi avranno detto soltanto che sono sprezzante, vana, eccentrica, capricciosa, spensierata, calcolatrice, maleducata, stravagante, insolente.

Ebbi un comico gesto di disperazione, ma ella proseguì:

— No, no lasciatemi dire, non sapete come ciò mi diverte! So d'aver tanti nemici, e questo forma la mia consolazione. It is the zest of life. Tante trame da sventare, tante insolenze da umiliare, tante bassezze da punire.

Tacqui, ma il mio volto parlò forse per me.

— Ebbene? — diss'ella interrompendosi.

Arrossii... non so perchè, e dissi timidamente:

— Sta bene. Ma mi pare che nella vita ci sia qualcosa di meglio di tutto ciò.

Ella taceva, pensando. Un vago sorriso socchiudeva le altere sue labbra. Continuai.

— Il zest della vita non sta forse nell'animosità.... anche la più nobile, la più equa. C'è qualcosa di meglio, Ninì cara, nella vita.

Ella sollevò il capo, dolcemente.

— C'è l'amore — disse adagio, mentre il suo sguardo assumeva una soavità.

— C'è l'amore — ripetei come un'eco.

Non arrossimmo, nè io nè lei, pronunziando quella audace parola. Entrambe avevamo pensato a quell'infinito dell'amore che, simile ad una madre, culla fra le sue braccia e nutre del suo latte l'anima dell'umanità tutta quanta.

Per un istante rimanemmo entrambe assorte nell'impressione grave di quella parola.

A un tratto ella mi chiese:

— Andrete al ballo in costume?

La guardai.... mi parve strana quella domanda, in quel momento. Pure dissi:

— Credo di sì. E voi?

— Farò il possibile per andarci. Adoro i balli in costume. Quando un costume non è ben scelto o non sta bene, è grottesco, ma quando invece è adattato e dà veramente l'idea del tipo che rappresenta, è una bellissima cosa.... è quasi una metempsicosi artistica. Ma con tutto ciò, non andrò al ballo se non sarò perfettamente guarita. Ho bisogno della mia salute.

— Perchè? — le chiesi ridendo.

— Pel mio avvenire — rispose ella, senza ridere.

Poi tornò a parlar dei costumi e mi descrisse il suo. Doveva esser qualche cosa d'ideale.... La nonna non pensava ad altro, da venti giorni.

— Povera nonna mia!... — disse Ninì con una tenerezza che aveva qualcosa di materno, — È così buona per me, mi ama tanto, sapete?

Lo sapevo, e però assentii. Ma sapevo pure quanto tutti criticassero quel cieco, imprevidente amore di vecchia mondana, che non aveva mai pensato al poi; che all'oggetto delle sue puerili tenerezze non aveva preparato nè un saldo appoggio, nè benessere reale di posizione, per l'avvenire.

— Povera nonna... — disse ancora Ninì, — mi ama tanto. A proposito, cara, non avete mai pensato se veramente sia meglio amare qualcuno a modo suo, anzichè a modo nostro?

— Sì — risposi. — Ma non ho mai potuto trovare una risposta soddisfacente. E voi?

— Neppur io. Credo che dev'essere un sacrifizio supremo il rinunziare alla nostra maniera di sentire l'amore ed assumerne un'altra. Non so se potrei farlo. Non so.

Si faceva tardi, una semi penombra invadeva il salotto, velando i suoi delicati biancheggiamenti. In quell'ambiente tanto sentito, in quell'ora che lo faceva più teneramente bello, io avvertivo fra me e Ninì un'intesa intima e dolcissima.

Ad un tratto ella s'alzò, quasi bruscamente e mi disse:

— Volete vedere la mia camera da letto?

Attonita, mi alzai pure e le chiesi:

— Somiglia forse a questo salotto?

— Vedrete — diss'ella, precedendomi per un ampio corritoio.

Ecco cos'era la camera di Ninì Montelmo. Era uno stanzone grande, basso, col soffitto e le pareti imbiancate a calcina. Due grandi finestre, senza parati nè cortine, lasciavano entrare una cruda luce, senza attenuazione. Il lettino, di ferro, piccolo, senza ornamenti di sorta, con una copertina di percallo lucido a fiori. Una Madonna bizantina e un grande crocifisso nero. Niente tappeto. L'ammattonato senza lucido, qua e là, accanto al letto e sotto il tavolino qualche pezzo di stuoia. Sei seggiole di Chiavari e un tavolo grande, coperto di libri. Tre piccole fotografie incorniciate e appese alla parete. L'ambiente freddissimo. Non potevo credere a' miei occhi. Guardavo, con una specie di sgomento e Ninì sorrideva, raggiante.

— È un capriccio? — le chiesi finalmente.

— Non è un capriccio, — rispose tranquillamente Ninì. — Qui penso a ciò che l'avvenire può arrecarmi e cerco foggiare l'animo mio, in modo che l'eventualità non giunga impreveduta. Mi alzo alle sei, studio sino alle due e mi preparo all'esame che prenderò, ma non qui, per non dar dispiacere alla nonna. Ella non sale mai, e dedica le ore della mattina alla sua toeletta. Dalle due in poi, appartengo alla nonna e abito le sue sale, ovvero il mio salotto; ricevo, esco, vado ai pranzi, alle feste, a teatro.... Conduco di fronte due diverse esistenze, in vista di ciò che può accadere.

Questo poteva accadere: ch'ella sposasse un re di corona, o un principe, o chiunque s'imbattesse ad amare. Ovvero ch'ella non sposasse nessuno e rimanesse sola, senza un tetto e senza un soldo, poichè la Duchessa di Sualta aveva sì gaiamente sperperate la propria e la sostanza dei figli. La rendita ch'ella godeva era vitalizia e non bastava certo alle sue abitudini di lusso e di sperpero. Le ipoteche gravavano il palazzo in città, divoravano la villa coll'accumularsi degli interessi non pagati. In seguito ad un compromesso con certi creditori, gli arredi, gli oggetti d'arte, le mobilie, i giojelli eran lasciati in godimento alla Duchessa, sinch'ella campasse. E toccava quasi settantacinque anni! Ninì era orfana, non aveva altri parenti, all'infuori della nonna e di uno zio che non aveva mai dato segno di vita, nonchè di parentela.

La baciai, con profondo ed amoroso rispetto.

— Studiate per l'insegnamento? — le chiesi, cercando di frenare la mia intima emozione.

— Sì, ma in pari tempo cerco di approfondire i miei studi letterari, temo d'esser troppo artista per la pedagogia.... Un momento ho pensato all'arte... ma non so altro che cantare!

Ebbe un gesto involontario ed altero. La intesi. Il pubblico, l'impresario, il compagno di scena! Oh no. Ninì Montelmo e il teatro!... Impossibile!

— Sarà quel che sarà, — disse. — Ma ad ogni modo, potrò far da me.

L'occhio suo scintillò di un nobile orgoglio.

— Ammenochè... — dissi sorridendo.

Ella sorrise.

— Può essere... — rispose con grande candore. — Non ho delle tendenze nichiliste e amo troppo le cose belle per rinunciarvi facilmente. Poi... lottare colle piccole necessità della vita. Pure preferisco ciò, al rischio d'un matrimonio come si fanno oggi. Sapete... dicono che ho delle idee tanto originali.

— Ebbene; — le dissi gaiamente — farete un matrimonio d'amore, vivrete in mezzo alle belle cose e non darete lezioni a dei bambini dispettosi.

Ella arrossì, qualcosa di incerto, di dolcissimo passò sul suo volto. Non parlò che dopo un istante.

— Come fa freddo qui. Andiamo di là.

Tornammo nel salotto, e poco dopo un domestico venne ad avvertirmi che la signorina mi attendeva. Nel congedarmi da Ninì, la strinsi al cuore, e con effusione vivissima le dissi ciò che pensavo di lei. E fu uno dei più cari momenti della mia vita. Le parlai, come sentivo, di quella sua strana alternativa di modi di vivere.

— Oh — diss'ella ridendo. — È quasi una metempsicosi, nevvero?

Mi trattenni un momento.

— È la seconda volta che sento quest'espressione in bocca vostra. Ci credete forse?

— Oh — rispose ella, ridendo — perchè no? Ma mi dorrebbe troppo rinunziare alla mia personalità, anche per assumerne una migliore. Sarebbe una prova eccessiva pel mio orgoglio, ch'è infinito... in tutto. Sono contenta che mi approviate. Ci rivedremo spesso, nevvero?

M'indugiavo ancora. Ma bisognò pur andare, e andai, recando meco un monte di pensieri nuovi, una salda amicizia e il fascino di quella creatura ideale nella sua vestaglia bianca, nel suo salottino di reginetta, con tutte quelle cose sì belle e sì candide. E ricordavo, entusiasta la mente splendida di lei, la sua mano da fata, la sua voce sì nobile, il suo sguardo sì fiero, mentre ella mi diceva ridendo: — È soltanto una precauzione... — guardando bravamente in faccia al suo crudele avvenire.

Nello scendere, feci una breve sosta al primo piano, per salutare la Duchessa. Era sfollato assai nel salone rosso. Accanto alla padrona di casa e fatta segno delle più premurose gentilezze, stava una signora sulla cinquantina. La sua persona aveva qualcosa di sfinito, il suo volto distintissimo era di un pallore cereo. Essa parlava poco in francese, con un filo di voce, che pareva venir da lontano, con uno stretto e fioco accento britannico. La Duchessa le diceva del raffreddore di Ninì ed ella ascoltava attentamente.

— Chi è? — chiesi alla signora Niuti, mentre, dopo aver fatti i miei saluti, mi allontanavo.

— Mrs. Spear, la madre di...

— Ah sì? la madre di sir Alan Spear? Quella signora sì malata, sì buona, che adora suo figlio, lo segue nei suoi viaggi...

— E vorrebbe dargli moglie... — soggiunse la signora Niuti, con un sorriso suggestivo, ma discreto.

Pensai a Ninì. Naturalmente. Grazie!.. altro che far la maestrina! Uno dei più bei nomi e una delle più belle fortune dell'Inghilterra. È una bellezza. Dio!... come starebbero bene assieme; quei due. Dovrebbe amarlo, oh sì!.. E se per l'appunto... ella lo amasse?

II.

Per l'appunto; essa lo amava.

Credè che nessuno se ne fosse accorto. Pure, quando ella me lo disse, io lo sapevo.

Egli pareva creato pel cuore di Ninì. Era di una bellezza grandiosa, bionda, serena. Pareva un antico Vitikindo. Nel suo aspetto era qualcosa di stranamente semplice e forte. A dir vero, eravamo tutte un po' innamorate di lui. Ma egli, benchè inglese, non flirtava per nulla. Era gentile con tutte, ma si occupava specialmente di Ninì, ciò era visibile, e pareva naturalissimo a tutti quanti.

Inutile negarlo... Ninì era sempre la prima fra noi. Quando ella compariva in una sala, produceva sempre, invariabilmente, una sensazione. Le ragazze si difendevano da quell'effetto, che gettava sempre un po' di ombra attorno a loro, le mamme; in silenzio, ne soffrivano. Si criticavano molto le sue toelette, ma ai balli susseguenti ce n'erano sei o sette imitazioni, e parevano sempre mal riescite. Gli uomini facevan ressa attorno a lei, essa li trattava con una cordialità un po' fiera, tenendoli molto a posto, alcuni dicevano che Ninì Montelmo era insopportabile, altri chiedevano s'ella avesse dote, e udito che no, scomparivano dal suo corteo. Parecchi avevano paura del suo spirito, altri del suo lusso, alcuni s'erano innamorati di lei senza chiedergliene il permesso e poi.... parevano cani scottati. Ell'era sempre brillantissima e trionfante. Ma scontava i suoi trionfi con quella specie di animosità generale ch'ella combatteva, serbandosi calma. Nulla pareva avere il potere di trascinarla. Non faceva pompa alcuna della sua rara coltura; ma le frivole ignoranze dei più restavano sconcertate dal senso intimo di quella sua splendida superiorità. Era acerbamente discussa, criticata e nel modo più contradditorio. Era troppo originale, troppo manierata, fredda, eccessiva in tutto, era vana, era civetta, non lo era abbastanza. Aspirava troppo alto, non pensava al suo avvenire. Si rimproveravano molte cose a Ninì: il passato leggerissimo della sua nonna, la frivolità ed il lusso della esistenza che conduceva con lei. Aveva delle pretese incompatibili colla sua situazione, aveva rifiutato degli eccellenti partiti, non aveva saputo farsi sposare da chi più le sarebbe convenuto. S'era presa il divertimento di umiliare Guarinaldi. Un po' sboccato, a dir vero, quel Guarinaldi... il terrore dei mariti e delle mamme, ma Ninì non avrebbe forse potuto difendersi con garbo, senza dargli una sì acerba lezione? Ma no... gliela aveva proprio voluta dare ed egli era diventato, naturalmente, un nemico. No, ella non sapeva trar partito dei propri vantaggi. Pure doveva premerle di mettersi a posto. Poichè se moriva la nonna... In miseria, mia cara, in miseria! E che farebbe allora, colla sua educazione, colle sue abitudini?

Il cruccio di tutti quanti. Che farebbe Ninì Montelmo quando fosse crollato il suo castello di cartone? Come escirebbe dal suo salottino di peluscio coi mobili bianchi?

Guarinaldi sorrideva cinicamente quando si parlava di questo.

Ma ella pareva vivere solo nel presente. Si difendeva soltanto quando non poteva farne a meno. Allora; puniva. Di scatto, con un frizzo sanguinoso, con uno sguardo, con un subito silenzio, non più; ma il castigo era sempre efficace. Per gli amici e le amiche era cordialissima, leale sempre e discreta; di una lealtà che aveva qualcosa di maschio, di forte e in pari tempo un'affettuosità al tutto femminile.

Quando si vide che Alano Spear si occupava di Ninì Montelmo, la cosa parve ostica a molti, ma a tutti naturale.

Per gli amici fu un'esultazione. Per molte compagne nostre e per le madri loro, fu uno strazio, temperato dalla speranza che fosse l'ultimo di quel genere. Per lui non era certo questione di dote. Tutto un concerto di: sta bene.

Si sapeva positivamente che Mrs. Spear, conscia della gravità del proprio stato di salute, desiderava ardentemente di veder accasato suo figlio. Ella non celava le sue simpatie per Ninì, nè il desiderio di poterla chiamare sua nuora. Ninì non poteva desiderare nulla di più splendido, di più adeguato a lei, alle sue più audaci speranze. Si attendeva di giorno in giorno l'annunzio ufficiale del matrimonio. Ma l'annunzio tardava. Ciò meravigliava alquanto me pure, perchè io sapevo che ella amava Alano Spear.

Io e Ninì avevamo stretta una vera amicizia, benchè le singole nostre occupazioni e il diverso ambiente non ci consentissero un'assoluta e continua intimità. Ma un'intesa esisteva fra noi e quando ci vedevamo, scaturiva subito dai nostri cuori. Stavamo assieme in società e talvolta, la mattina per tempo, la sorprendevo mentre era immersa nei suoi studi e la conducevo meco a passeggio ai Colli, o alle Cascine, ovvero fuori di qualche porta. E allora che gaiezza di passi e di parole, quanti soggetti ora sfiorati, ora approfonditi! E come eravamo bimbe talvolta!...

Me lo disse per l'appunto alle Cascine, in uno di quei grandi boschi remoti che l'umidità vicina dell'Arno serba sì freschi e sì belli. Era proprio una giornata di tempo fiorentino, vario cioè e bizzarro, col sole caldo e l'aria fresca. Gli alti cipressi, le quercie denudate spesseggiavano attorno a noi, rivestite dei loro tenui paludamenti d'edere, salite ad altezze incredibili. Il fiume, non visto, si tradiva, coi suoi odori umidi e coi suoi susurri. Nelle alte siepi ancor rivestite qua e là del velame delle antiche foglie, il vento metteva un piccolo stormire metallico. Laggiù; verso il tempietto dell'Indiano, una coppia d'innamorati s'internava a casaccio nello sfondo del viale, delle bimbe tedesche, bianchissime, ruzzavano poco lungi. Un vecchio leggeva, seduto su un panchetto. Lontano lontano, una fioca eco di scampanìo festoso, una voce di chiesa di villa, giungeva, non so d'onde, sino a noi.

A un tratto, in un viale laterale, riserbato ai cavalieri e serrato fra due alte siepi, s'udì il passo mirabilmente ritmico d'un cavallo fino.

Ninì alzò bruscamente il capo, ma non guardò oltre la siepe. Stette soltanto, con visibile tensione di nervi.

Io guardai, riconobbi sir Alano Spear. Il suo torso potente, la forte testa di re nordico erano soli visibili oltre la siepe. Passò, lentamente, tenendo la mano sull'anca, guardando diritto avanti a sè: Non ci vide. Poco dopo, s'udì il trotto regolare ch'egli aveva fatto assumere al suo cavallo.

— Sir Alano, — dissi alla mia compagna.

Ella chinò il capo. — Lo sapeva. Un lievissimo tremito passò sulle sue labbra, il suo sguardo ebbe un'espressione indefinibile, una specie di vaga estasi... Poi mi sorrise, rossa come una fragola ed era sì bella, sì cara, sì donna in quell'istante, ch'io me le feci accanto, le presi la mano e gliela strinsi forte, così forte da farle male. Ella mi diè un rapido sguardo di gratitudine, poi la sua testina si protese verso il viale ove veniva meno, allontanandosi, lo strepito di quel trotto.

Allora; essa mi disse che lo amava... L'aveva subito amato, appena conosciuto!

Subiva completamente il suo fascino. Tutto le piaceva in lui, la persona, il volto, i modi, quella stessa sua rigidità britannica un po' accentuata, quella sua calma perfetta, non immune di una leggera sfumatura di malinconia. Non sapeva come nè perchè... ma lo amava!... ecco... lo amava!

Oh! com'era dolce ed umile Ninì Montelmo mentre parlava del suo amore, mentre, più ancora a sè stessa che a me, ella veniva narrando ciò ch'era finalmente accaduto nell'altero suo cuore, il turbamento primo, le evoluzioni del dio ignoto, il tremore sì dolce della passione! Ella poteva esser gloriosa di quel sentimento, tutto si conteneva in esso, stima, simpatia, ammirazione! Le pareva così giusto, così semplice di amare quell'uomo! Era come una suprema giustizia, un compenso della Provvidenza. Poichè ella aveva sofferto tanto... sempre... di tutto! Aveva tanto sofferto della mancanza dei genitori, delle circostanze, della censura dei maligni.

Aveva sempre sentito, col suo raro buon senso, l'anormalità della propria situazione, l'ambiguo stato di celata difensiva cui l'astringeva... Ella, sì orgogliosa, sì impetuosa, sì ardente! Ma ora, ora!...

La sua voce aveva delle grandi vibrazioni larghe, musicali. Il suo volto raggiava di quella luce che ogni grande manifestazione accende nei volti sinceri. — Sì... ciò ch'ella diceva era sincero ed umano, era quella sì rara, sì divina cosa: l'accento dell'amore. Ninì era in quel momento d'una bellezza meravigliosa, mentre si abbandonava all'effusione irrefrenabile di un sentimento fatto per lei e che l'investiva tutta ormai, tutta quanta.

— Ebbene; — le dissi, quando, vinta dalla violenza stessa del suo sfogo ella tacque, tremante come le corde d'una lira testè deposta. — Ebbene; Ninì, tutto è per il meglio nel migliore dei mondi. Tu l'ami, egli ti ama.

Con mia grande sorpresa, vidi un'ombra posarsi sulla fronte di Ninì. Qualcosa dell'intensa luce d'un momento prima, venne meno nei suoi sguardi.

— Sì — disse lentamente — l'amo.

— E lui ama te.

Ella tacque.

— Ti ha chiesta in sposa!

— Sì.

— Lo ha detto a te!

— Sì.

— Ma dunque?

Ninì ebbe un gesto vago, dubbioso.

— Hai accettato? — insistei.

— Non ancora, ho chiesto un indugio.

Tutto ciò mi pareva impossibile. La guardai, come si guarda un fenomeno.

— Ma Ninì, tu scherzi.

Ci amavamo molto, ora, e ci davamo del tu.

Ella scosse il capo.

— Non ho mai scherzato coll'amore, ma non posso dir di sì, prima di esser certa.

Esitò, visibilmente turbata. Poi a voce sommessa, come se parlasse a sè stessa:

— E se non mi amasse? — chiese angosciosamente.

Guardai fiso Ninì. Non so come, in quel momento mi parve malata. Cercai a lungo, ma non trovai che una risposta.

— Ma se ti ha chiesta in sposa!

— Sì, — diss'ella, ravvivandosi per un secondo. Ma soggiunse, con infinito scoramento: — E se non mi amasse!

Una fissazione, evidentemente. Assunsi il tono di chi parla ad un fanciullo caparbio.

— Suvvia Ninì, non sciupare, con quelle ubbie senza base, la tua vera, la tua rara felicità. Non essere sragionevole. Sir Alano è padrone di sè stesso, della sua volontà. Nessuno lo costringe a prender moglie. Ti ha scelta fra noi tutte. Se non ti amasse non ti sposerebbe... Tutti lo vedono e lo dicono: Egli ti ama.

Ella sorrise, con un subito ritorno all'estasi di poc'anzi.

Tacemmo alquanto.

— Mi ama? — chiese, ella a un tratto, con un abbandono quasi angoscioso, come un neofito che, malato di scrupoli, chiedesse al confessore: Padre salverò l'anima mia?

Stavolta alzai le spalle; decisamente. Non sta bene, ma le alzai.

Non capivo come ella potesse rivolgermi quella domanda.

— Ma, Ninì mia, si possono chieder queste cose? Non son cose che s'imparino... si sentono. Ogni donna sa se è amata o se non lo è.

— Non sempre, — disse meditativamente Ninì. — Si sa sempre, se si è o no simpatica ad un uomo. Questo è vero. Ma non si sa sempre se egli vi ama, specialmente quando voi lo amate tanto... così!

— Ma qual prova più evidente che il volerti sua?

— Infatti... Ma se non mi amasse!?...

Un grande spavento, un'angoscia nera passò nei suoi occhi. Ella ebbe un lungo fremito.

Non sapevo più che dirle; io stessa ero impensierita da quella strana insistenza di Ninì.

Tacqui.

Allora essa mi disse:

— Sei in collera con me?

— Oh Dio! no... Ma mi duole vederti così turbata e così sragionevole. Mi pare che hai torto, in tutti i modi.

— Può essere — mormorò Ninì, con profonda umiltà. — Ma vedi, cara, in amore il non essere convinti... è terribile. E se sapessi; io ho tanto orgoglio... tanto!

— Troppo, — ribattei prestamente.

Le sue spalle ebbero un piccolo moto nervoso, quasi convulso.

— Dio mi aiuti — disse poscia. — Andiamo.

E si alzò.

Ce ne andammo, senza parole, pel silenzio mattutino dei viali.

Prima di lasciarla, presso al portone dei suo palazzo, le dissi, stringendole la mano:

— Pensaci, Ninì. Non sciupare la tua vita e il tuo avvenire. Non chiedere troppo. Ama più semplicemente.

Ella mi guardò con profonda angoscia.

— Hai ragione, — mi disse.

Le sorrisi, e stavo per lasciarla su quella buona parola, quando ella mi trattenne e mi disse: — Sai quanti sensi abbiamo?

Trasecolavo.

— Tu credi che siano cinque, nevvero? Ebbene, sbagli; sono sei. C'è il senso intimo, ignoto, quello che sta di casa nel cuore della donna e di lì, parla ed avverte.

— E se invece fosse la voce della nostra presunzione, del nostro orgoglio?

— Oh! — gridò quasi Ninì, — se avessi ragione tu!...

Una donnetta che passava udì e si voltò, meravigliata. Ninì si mise a ridere.

— Vedi — mi disse — diamo spettacolo. Ora; addio. Penserò a ciò che mi hai detto. Mi hai fatto del bene. Ci vediamo in casa C. domani sera?

— Sì, certo. Sia ragionevole e non esserlo fuor di luogo. Ti voglio bene. A domani sera.

III.

All'indomani sera c'incontrammo in casa C. Ai ricevimenti di casa C. non c'è mai folla; è forse la società più esclusivamente scelta di Firenze. Una delle spose di casa è inglese ed ha naturalmente recato con se un po' di elemento britannico, assieme ad un nome storico come è storico quello da lei assunto, sposandosi. Due belle armonie aristocratiche. I grandi nomi della nobiltà inglese, di passaggio a Firenze, echeggiano bene nella vastità sonora dei grandi saloni di casa C., ospitali del paro all'aristocrazia del carattere e dell'ingegno. Ma John Büll, istivalato, chiassoso, testè arricchito, che sa di porter, lo sciame leggero delle Mistress e delle Miss erranti per la comoda indulgenza delle città d'inverno e che sembrano incaricate della missione di darci una sì sconfinata idea dell'emancipazione femminile... oh! tutta questa gente ammira moltissimo, passando sul Lung'Arno, la splendida facciata esterna del palazzo C. Più, due volte alla settimana, ha libero l'accesso alla celebre Pinacoteca di casa.

Non folla adunque, ma il fior fiore di Firenze e della società forestiera. Si fa musica, non troppa, nè d'un solo genere, e sopratutto, senza pretesa. Alcune fra le signore C. sono musiciste emerite, mi rammento d'aver udita una volta mirabilmente, classicamente eseguita da un'adorabile tribù di bimbi e bimbe di casa, la sinfonia dei giuocattoli di Haydn. Che cara e squisita cosa e che spettacolo gentile! Ma scusate, divago un pochino, nevvero?

Quella sera venni presto. Ero inquieta, per Ninì, s'intende. Avevo ormai preso ad amare davvero quella strana creatura, tanto tormentata dall'ironia del caso, tanto atta a tormentare sè stessa. La sentivo in pericolo, mi spaventava l'idea ch'ella potesse, per una sì sottile esagerazione dell'amor proprio del cuore, rinunziare ad una sorte che la Provvidenza stessa pareva essersi compiaciuta a creare per lei. Poichè in tutto e per sir Alano era adatto a lei. Non solo per la splendida posizione, oh Dio!... no! quello era il meno. Ma pel carattere serio, dolce, veramente maschio, per lo spirito nobilissimo e colto. Aveva viaggiato molto, pubblicati parecchi volumi di viaggi, rappresentava al Parlamento inglese un'opinione che aveva già notorietà ed autorità proprie. Ed era sì bello! Nessuno avrebbe potuto sognare, nè bramare un marito migliore per Ninì.

Ed ella, amandolo, esitava!

Non veniva mai; quella benedetta Ninì. Il crocchio delle ragazze s'era formato nel primo salotto, io aveva veduto entrare Sir Alano e colto al volo lo sguardo indagatore ch'egli aveva gettato sul nostro gruppo. Ero distratta, rispondevo un po' a casaccio e non m'interessavo punto al cicaleccio delle mie compagne. Parecchi giovani erano venuti a raggiungerci e le chiacchiere si facevano più vive. Finalmente, mentre stavo per farmi visibilmente inquieta, ecco giungere Ninì Montelmo. Venne, s'intende, con quello sfarzoso e lieto cadavere vivente che si chiamava la Duchessa di Sualta.

Chiudo gli occhi e rivedo Ninì, qual'era in quella memoranda sera, colla sua veste in voile de religieuse rosa, senza fiocchi, senza guarnizioni di sorta. La sua persona pareva contenuta in un grande petalo di rosa, perfettamente assestato. La vita non era scollata, saliva a serrare castamente la nuca nobilissima. Ella aveva due piccoli, fulgentissimi brillanti alle orecchie, non penduli ma infissi a perno nel lobo; due salde goccie di rugiada accanto alla sfumatura rosea delle sue guancie. Mi sorrise, passando, gettandomi, con un'affettuosa occhiata, un cenno quasi impercettibile d'intesa.

Una gioia m'invase il cuore. Mi parve che quello sguardo volesse dirmi: — Sono decisa, sai?

E anche ora, dopo tanto tempo e a dispetto di tutto, io ne son certa. Son certa che Ninì, entrando quella sera in casa C., era decisa a sposare sir Alano Spear.

Mentre ella passava, tutti tacquero, per un momento. Ognuno scordò sè stesso, per guardar lei. Quando non si vide più, due o tre di noi mandarono un respiro, come al cessar d'un'oppressione.

Si parlò subito di lei, naturalmente, ma poco, con cautela. Ognuno pensava al probabile domani di Ninì, a quel glorioso avvenimento che avrebbe in sì acerba guisa castigata ogni malevolenza dell'oggi.

L'attenzione fu poscia distratta dall'entrata di una coppia giovanissima, che tutti accolsero con un coro di acclamazioni festose. Dino degli Ardinelli e la sua piccola moglie. Il romanzo dell'anno scorso che tornava dal viaggio di nozze, in Inghilterra. Quanto avevano fatto parlar di loro, quei due monelli, otto mesi prima! Essa era inglese, sedici anni, minutissima, un niente di personcina e di dote. Lui; vent'anni, un nome da trovare ad ogni pagina del Berni o del Boccaccio, ma undecimo figlio nella arcinobilissima casata. Poi; l'età... figurarsi! I rispettivi genitori avevano fatto l'impossibile per impedire il matrimonio, ma sì! avevano fatto tanto chiasso, quei due, lei s'era messa a intisichire con tanta grazia, lui a informarsi sì risolutamente delle navi in partenza per l'America, che s'era dovuto venire a patti e dir di sì... Il bello è ch'erano innamorati davvero, coll'impeto e la crisi d'un'acuta malattia d'amore: qualcosa di assurdo e di reale, sul gusto di Giulietta e Romeo. Appena sposati e per farsi perdonare s'erano andati a nascondere in Inghilterra da una ricca zia della sposa, parente anche degli Spear. Ora tornavano; più bimbi, più spensierati, più felici che mai, con delle visibili novità a palazzo e colla prospettiva di andar a tubare per dieci mesi dell'anno in una microscopica villetta del Casentino. Ma ciò non li sgomentava affatto.

I profeti piagnucolosi, la gente previdente e assennata, tutti coloro che avevano predetta l'imminenza del terribile risveglio, non erano punto soddisfatti. L'imprudenza del piccolo Dino e della piccola Alice non era peranco stata raggiunta dal castigo, zoppo forse od impietosito. Erano anzi tanto felici da riuscire ridicoli, e da disarmare gli avversari; la maternità, nella piccolissima personcina della sposa, contrastava in modo strano coll'inesprimibile gioventù di lei, col suo fare da bimba, coll'espressione fanciullesca del visetto. E lui... che futuro papà per ridere! Erano gloriosi e patetici nel loro trionfo di ragazzi sposati, nella loro enorme avventatezza di cuore, nella temerità della loro presa d'assalto della vita!... Ma come li festeggiavano, com'eran chiamati, canzonati, invidiati a dritta e a sinistra! Si rideva, teneramente, di loro.

Un crocchio di maestose matrone aveva accaparrata la sposa ed essa scompariva quasi, affondata in mezzo ai grevi broccati, ai velluti e alle trine di quelle grandi autorità benevole. Dino, per un subito ritorno alle antiche abitudini, era venuto nel crocchio nostro, tutto di ragazze e giovanotti scapoli. Ci narrava, saltando deliziosamente di palo in frasca, una vera miscela d'impressioni di cuore, di viaggi, di caccie, di concerti, di corse, di usi inglesi, di feste fatte a lui e a sua moglie.

Ah! quante volte tornava in campo il nome di lei, colla carezzevole intonazione toscana che lo faceva diventare: Alisce!

Quel caro Dino, faceva di tutto per esser saggio e prudente, per non parlar troppo a noi, povere ragazze, della sua felicità e di quella di Alisce; ma che!... ogni momento gli pigliava il morso ai denti, quella biricchina di felicità e via!...

Una delle padroncine di casa venne a pregarci di passare nel gran salone. Si faceva musica.

Obbedienti all'invito, ci recammo tutti di là, nella vastissima sala ove si riunivano tutti quanti gli invitati ed il nostro gruppo si scompose; sparpagliandosi qua e là. Accanto a me, non rimasero che due o tre ragazze e Dino, il quale aveva stabilito con Alisce una corrispondenza telegrafica di non dubbio significato. Infatti, tanto armeggiò quella cara Alisce che riescì a sbucar di mezzo alle matrone e procedendo con infinita cautela, evitando scogli ed intoppi, sbarazzandosi gentilmente degli importuni, finì col venir a raggiungere suo marito. Accaparrarono subito, lì accanto, una di quelle duplici e complici poltrone ad S e non giurerei, che pure accogliendo con grazia infinita i nostri affettuosi complimenti, quei due spensierati non si stringessero ogni tanto, celatamente, la mano. Io non vedevo nulla, s'intende. A dir vero, non mi occupavo troppo di loro. Quelle erano le pecorelle sul monte, a me premeva la mia pecorella; quella che si trovava, sola, sull'erto e spinoso sentiero. Parevo prestare la più religiosa attenzione alla bella suite di Moskoswski che la contessa Balzi e Poppino Denzato eseguivano con rara maestria, una sul piano, l'altro col violino, ma in realtà tenevo dietro, attenta e soddisfatta, ad un altro duetto: quello di Ninì e di Alano Spear.

Erano quasi dirimpetto a me e sedevan vicini. Attorno a loro, s'era formato un piccolo vuoto. Egli si chinava ogni tanto a parlarle sommessamente ed ella rispondeva volgendo il capo verso lui, con una mossa soave, quasi docile, con dei sorrisi sereni e paghi, lo sguardo sollevato, aveva una lenta e luminosa dolcezza!... Ah!... così la volevo; senza alterigia, senza sarcasmo, senza ironia, evidentemente soggiogata dal suo sentimento... così ella era degna del suo destino.

Finito Moskoswski; venne la seconda Rapsodia di Liszt, un po' tempestata, a dir vero, su quel povero Erard, da un dilettante semi-maestro, poi la Marcia del Tannhauser eseguita a otto mani, poi vidi una delle padrone di casa dirigersi verso Ninì e rivolgerle qualche frase. Evidentemente; le chiedeva di cantare.

Ninì si alzò tosto.

Non soleva farsi pregare, e non accampava mai le solite scuse delle altre dilettanti di musica. Andò diritto al piano.

Prese a cantare. Il suo maestro, Barbirolli, l'accompagnava.

Scelse la romanza di Melilotti: «Ad una stella.» Dopo tutti i clamorosi pezzi testè eseguiti, dopo quella musica straniera, sapiente e tormentata, quella delicata composizione, sì prettamente italiana e melodica, giunse a tutti inattesa e gratissima. Si sparse per la sala come uno squisito olezzo musicale, parve all'orecchio del pubblico una carezza blanda, una di quelle cose che parlano non a tutti, ma ad ognuno, intimamente.

Ninì non aveva molta voce, ma il suo mezzo soprano era d'una purezza e d'una freschezza grandi. Aveva avuta un'eccellente educazione musicale e il suo squisito sentimento artistico le tornava di grande aiuto. Il timbro della sua voce possedeva una specie di sentimento proprio, genuino, un non so che di appassionato e di commosso ch'ella frenava, velandolo, ma che pur si tradiva. Vocalizzava mirabilmente e le parole sì caste e pur sì innamorate della romanza stavano tanto bene in bocca sua:

La stella è in cielo e non si può toccare!

E mentre così cantava, ella stessa pareva poggiare su una serena altura siderea; era, luminosa e pura come una stella fissa, ma col palpito scintillante d'un pianeta. E dalla terra, la voce dell'intensa brama saliva umile, piena di preghiera, affidando alle nubi il messaggio amoroso:

«Ditele in cortesia gli affetti miei.

Chiedendo che la stella» fatta mortale «scendesse sino a lei; ma subito, quasi correggendosi» implorando l'ali «per salire così, se non altrimenti, a raggiungere l'astro!»

Ninì disse tutto ciò con grande semplicità e con profondo sentimento, modulò colla sua tenera voce, tutte le tenerezze desiose della musica, pareva che la sua voce e la sua anima fossero una cosa sola. Tacevano tutti, sotto l'impero e il fascino di quelle semplici note.

Guardai Sir Alano. Era molto pallido ed ascoltava intensamente, cogli occhi serrati.

Lo sapevo appassionatissimo di musica, e più d'una volta avevo osservato in lui quella strana particolarità di tener chiusi gli occhi, quando cantava Ninì. Li riapriva, non appena ella aveva finito di cantare, ma la sua fisonomia serbava per qualche minuto un aspetto strano, speciale, qualcosa, come s'egli fosse tuttora sotto l'impero d'un sogno.

Quando le note, vibranti e pure, s'ammorzarono nella dolcezza estatica della cadenza finale, l'applauso irruppe spontaneo, più caldo forse di quanto lo consentano le discrete consuetudini della società. Molti furono d'attorno a Ninì, congratulandosi seco lei. Ella era ancor tutta vibrante d'emozione, stordita, confusa da quei battimani; arrossiva, rispondendo con perfetta modestia ai premurosi elogi della padrona di casa e di quanti le stavano attorno. Io m'ero alzata di scatto, impaziente di andarle a dire una calda parola di simpatia. Dino mi tratteneva e in pari tempo interpellava Alisce.

— Alisce... ma senti, bimba... oh non ti par la sua voce, tal e quale? Dio! come canta bene! Ma nevvero, a chiuder gli occhi si potrebbe giurare ch'è lei?

Alisce assentiva, trovava ch'era una cosa stranissima, che Dino aveva cento ragioni, ch'era tal e quale la voce di Mrs. Alloys.

Non udii altro, avevo veduto libero il passaggio e fui in un lampo presso Ninì.

Ella mi strinse la mano, nervosamente. Poi mi disse: — Andiamo.

Voleva involarsi a quella grandine di mirallegro?... Ovvero le pareva d'essere stata abbastanza a lungo con Sir Alano, isolata quasi con lui, dalla complice benevolenza degli amici?

La condussi al mio posto, sedetti accanto a lei. Osservai che Sir Alano non la perdeva d'occhio.

Va bene, disse il mio cuore esultando, tutto va bene!

Ahimè, no!... tutto andava a rotoli.

Dino e Alice s'erano fatti attorno a Ninì e la colmavano di complimenti. Battevano, ribattevano su quel chiodo, la perfetta somiglianza della sua voce con quella di Mrs. Alloys, lo stesso timbro, la stessa intonazione.

Ninì si mise a ridere e si protestò felicissima di questa somiglianza con Mrs. pardon;... avevano detto?...

La piccola copia cascava dalle nuvole.

— Come! Ninì non aveva sentito parlare di Mrs. Alloys, la professional beauty... la great attraction dell'ultima season?... l'artista impareggiabile che aveva fatte le delizie dei concerti di Londra?

— Ah! una cantante — disse Ninì, con un'ombra di gaia canzonatura.

Dino prese fuoco e fiamma. — Ma niente affatto, una cantante!... nevvero, Alisce? Una signora distintissima, di eccellente famiglia che aveva avuto dei rovesci di fortuna; un marito indegno, il quale era morto, per fortuna. Dava concerti e faceva girare il capo a mezza Londra. Una bellezza, per giunta e più bel tipo inglese che si potesse immaginare. Ne chiedessero un po' a Sir Alano Spear!

Trasalii; voltandomi verso Dino, angosciosamente.

Ma egli non sapeva nulla e nulla intese. Ninì era rimasta immobile... d'una serenità glaciale.

— A Sir Alano Spear? — disse dopo un istante e con perfetta calma. — E perchè?

— Perchè n'era innamorato morto — ribattè Dino — nevvero, Alisce?

Alice assentì, energicamente.

— Certo, una vera passione, voleva assolutamente sposarla.

Mi sentivo venir freddo. Feci uno sforzo disperato per stornare quel soggetto di conversazione, ma Ninì m'interruppe alla sua volta, con una dolcezza risoluta.

— No cara, ti prego, lascia che udiamo i dettagli di questa interessante notizia. Allora... lei diceva, Ardinelli...?

Gettai a Dino uno sguardo sì turbato, che egli comprese, così in confuso, d'essere su un terreno scottante. Ma era troppo inesperto per togliersene con disinvoltura.

Esitò un istante ed Alice venne alla riscossa.

— Ma sicuro, la voleva sposare... Sua madre non voleva; per cento ragioni, ma lui... ostinato. Sfido! un uomo del suo carattere ed era una vera passione; una di quelle che si hanno una sol volta in vita.

E guardò tragicamente il suo bel maritino.

Ninì aperse il ventaglio e lo rinchiuse, con una piccola crispazione della mano.

— Perchè non si sono sposati? — chiese con una voce senza accento... stranamente pallida.

— Perchè Mrs. Alloys morì, — s'affrettò a dire Dino, — morì d'una malattia fulminante. Eh! ci furono dei funerali splendidi, i giornali erano pieni di notizie sul conto di quella poveretta. Si susurrò che Sir Alano...

Interruppi stavolta, recisamente; Ma ancora Ninì mi fe' cenno di tacere, ancora si rivolse a Dino. — Ebbene? — disse.

— Sua madre lo condusse via. Vedo che sono qui, ora. Quella povera donna, mezza morta com'è, non lo lascia mai. Poi, siccome chiodo caccia, chiodo, vorrebbe, prima di chiudere gli occhi, fargli prender moglie. Ma è certo che non la prenderà per ora... ammenochè...

— Ammenochè? — chiese Ninì, che s'era fatta assai pallida.

— Ammenochè non trovi una persona che som... Tò!... che si fa ora?

Quel rapido mutamento di parole era cagionato da un movimento generale delle persone riunite nel gran salone. Alcuni valletti avevano allontanato il piano e andavano rimovendo i mobili dal centro della sala.

— Scommetto che si balla! — sclamò Alice entusiasmata.

Si ballava infatti. C'era molta gioventù quella sera, avevan chiesti ed ottenuti i tradizionali quattro salti.

Le vicende di quella danza improvvisata mi separarono tosto da Ninì e dagli Ardinelli. Credo che i miei ballerini furono quella sera assai scontenti di me. Ballavo come un automa, senza prestar loro la minima attenzione, assorta, qual'ero, nell'angoscia del recente e sciagurato episodio. Serbavo bensì una vaga speranza che Ninì non avesse dato gran peso alle chiacchiere di quei due ragazzi, ma in pari tempo pensavo al morboso orgoglio della mia amica, alla sua strana, assoluta idea dell'amore. I miei sguardi erano sempre in traccia di Ninì, cercavo indovinare qualcosa nei suoi moti, nei suoi gesti. Ma nulla traspariva in lei dell'interna tempesta, ella danzava, chiacchierava colla solita sua calma regale.

Il cuore mi battè forte quando vidi che Sir Alano veniva ad invitarla. Essa lo accettò, come aveva accettati gli altri, la coppia bellissima; volteggiante, passò più volte dinanzi a me, seguita da molti sguardi ammirativi.

Mi parve osservare che Ninì danzasse con una specie di rigidità, insolita in lei, che il suo corpo avesse una mossa dura e stecchita.

In un momento di sosta potei raggiungerla. Essa parlava tranquillamente col suo ballerino, il conte Rinaldi. Parlavano delle prossime corse. Stava ritta davanti a una seggiola.. A un tratto; con un brusco movimento, sedette su quella seggiola, poggiò il capo alla spalliera, e per un secondo chiuse gli occhi. Ma subito li riaperse, sorrise e disse: — Che bell'idea, quella di ballare stasera, nevvero?

— Certo — rispose Rinaldi. — Fa molto caldo però. Crede?

Si chinò, offrendole il braccio. Ella s'alzò di scatto, e quei due s'allontanarono assieme, scherzando e danzando.

E così, sino alle due di notte.

Un istante, mentre non vedevo Ninì e la cercavo cogli sguardi, sentii una mano tremante posarsi sulle mie spalle. Mi voltai; era lei. Sola... per un minuto. Il suo ballerino s'era trattenuto poco lungi a combinare con un amico, pel vis a vis della quadriglia.

Ella mi guardava fisso; con degli occhi grandi, esterrefatti, le sue guancie avevano una tinta brillantissima.

Cercai di prenderle la mano, ma ella la ritrasse e disse ridendo — No... no! — E subito; con voce bassa, smarrita, susurrò: il sesto senso! Poi rivolgendosi al suo cavaliere che, lasciato l'amico, veniva in cerca di lei:

— Ebbene, ha combinato per la quadriglia?

— Tutto combinato — disse quegli lietamente. E la condusse nella sala da ballo, ove la musica dava il segnale.

Una volta e non più la vidi ancora con Sir Alano. Stavano ritti, silenziosi, uno accanto all'altra. Ella pareva di marmo. Sentii un gran freddo al cuore e dissi fra me: È finita.

Quando la zia mi chiamò per andar via, Ninì ballava tuttora. Pareva sempre una rosa, ma, non so come, nè perchè, pensai ad una rosa che, brancicata, si sfogliasse. Udii ancora parlare con invidia e ammirazione del suo matrimonio... sicuro ormai.

Nell'atrio, mentre aspettavamo la carrozza, udii da un giovane, che dietro noi scendeva le scale, cantarellare (maluccio a dir vero) la romanza di Ninì:

Mi sono innamorato d'una stella.

Sentii gli occhi farmisi gonfi di pianto. Prima d'entrare in carrozza, guardai il cielo. Era tutto nero di nubi.

IV.

Forse sorriderete, leggendo quanto sono per scrivere. Soffersi crudelmente, in quei giorni, a cagione di Ninì.

Avevo preso ad amarla, con grande e sincero amore, con quella strana sorta di amicizia che assume talvolta, tra fanciulle, un non so che di passione. Impossibile definire questa specie di sentimento, esso si urta necessariamente a troppe incredulità di apprezzamenti, ovvero, peggio ancora, a delle interpretazioni tanto erronee da sconcertare ogni ragionamento in proposito. È una cosa dolce ed acuta, una bizzarra entità di fatti e di cure, è una preoccupazione costante di: lei per lei, un assieme di tenerezze, capricci, crucci, gelosie, sacrifici, anche gravi, se occorre, trasporti, grandi scosse intime, sincere, cementate sopratutto da quell'indispensabile elemento d'ogni forte senso del cuore, la convinzione, che debba durare eternamente.

Più tardi; da lontano, passato qualche anno, passati alcuni dei veri casi della vita, si pensa talvolta a quelle strane passioni, cadute in oblìo o ridotte alle proporzioni reali dell'amicizia, e non si sa più cosa siano veramente state. Chiediamo anche al nostro cuore: Come mai? — Egli non risponde, perchè non si rammenta neppur lui — Pure; così fu!...

Dunque; soffrivo.

Sopratutto: di non sapere.

Dopo quella sera fatale, non avevo più veduta Ninì. Non era più venuta da me ed io non ero più andata da lei. Un senso intimo, un istinto, più che altro, mi diceva che ella, vedendomi, doveva soffrire d'avermi detto: l'amo.

Pure; avrei dato non so che per vederla, per stringerla al cuore!

Per qualche tempo non l'incontrai nè alle Cascine, nè alla Pergola, non venne neppure al concerto di Tofano, il che mi fece un certo senso. E non si videro neppur i Spear. Non osavo chiedere; avevo desiderio intenso e in pari tempo terrore grande di sapere il vero.

Lo seppi, ciò nullameno, in capo a cinque o sei giorni.

Ahimè! il mio terrore era più che giustificato dai fatti.

Ninì aveva formalmente rifiutata l'offerta di Sir Alano e gli Spear avevano già lasciato Firenze per l'Inghilterra. La Duchessa di Sualta era ammalata, e non lievemente.

Non si parlava che di Ninì Montelmo e per biasimarla, con tutta l'asprezza possibile. La reazione del guardingo silenzio, dovuto all'incertezza di prima, si palesava ora, compensandosi e vendicandosi. Tutte le invidiuzze, le basse ire, le segrete animosità si scatenarono, all'unisono, in quella propizia occasione. Oh! il sogghigno di Guarinaldi, il suo breve, sibilante commento del rifiuto, i mal frenati sorrisi che raccolsero! Avrei dovuto fingere di non intender colui, qualcuno sorrise fors'anche del violento rossore che m'imporporò la fronte, quando udii quelle attossicate parole! Capisco; avrei dovuto fingere di non capire o imitare la piccola Maria S. colla sua schietta risata e il suo innocente: Oh bella!... e perchè non poteva sposarlo?

Ma tutto ciò non me lo dissi che più tardi. In quel momento non seppi che arrossire, e deplorare di non essere un uomo, per poter ricacciare nella sozza gola di colui la frase che n'era uscita a proposito di Ninì!

Che giorni furono quelli per me! Non si poteva por piede in un salotto, nè ricevere tre persone senza che quel fatale argomento non tornasse a galla. Aveva prese le proporzioni di uno scandalo. L'amarissima critica, le ingenue meraviglie, il discreto deplorar del fatto, s'alternavano di bocca in bocca. Crudeli, ingiusti quasi tutti, verso quella gloriosa creatura che avevan tanto temuta, tanto invidiata per l'addietro!... Ma ella non era presente, i maligni non subivano il freno de' suoi freddi sguardi, della sua schiacciante ed orgogliosa purezza. I molti suoi amici la difendevano, ma nulla potevano asseverare sui moventi del suo rifiuto e l'interpretazione di questo era libera a tutti; buoni e cattivi. Circolava pure a suo carico un po' di virtuosa indegnazione per la malattia della Duchessa, malattia notoriamente attribuibita al dispiacere da lei provato pel fatale capriccio della nipote. Si davano dei dettagli commoventi, la buona vecchietta s'era gettata ai piedi di Ninì per scongiurarla ad accettare la mano del giovane inglese. Ma Ninì (che ingratuccia... nevvero?) era stata durissima per la sua povera nonna e questa se n'era accorata tanto da ammalarne!..

Il medico aveva bensì detto qualcosa di una bronchite, dovuta al freddo vento insidioso delle Cascine, ma l'altra storia, quella della crudeltà di Ninì, trovava più facili e volenterosi ascoltatori.

Intanto la povera Duchessa peggiorava e tutti accennavano vagamente all'incerto avvenire di Ninì, alla punizione sì pronta delle sue esigenze e della sua cecità. Era in molti come una bassa angoscia di attesa, un parossismo di crudele curiosità. Invano qualche amico di casa osservò che Ninì passava i giorni e le notti al capezzale della sua nonna, che le prestava instancabili, amorosissime cure. Questo non edificò, non meravigliò nessuno. Anzi tutto; era stretto dovere, e poi, specialmente adesso, a chi più che a Ninì Montelmo doveva premere che si prolungasse l'esistenza della buona Duchessa di Sualta?

Ogni tanto, e solo per aver nuove della Duchessa, scrivevo a Ninì. Mi rispondeva, dandomi, breve e preciso, qualche particolare.

Un momento; quei biglietti si fecero vieppiù brevi e angosciosi.

Quella antica facella parve lì lì per spegnersi. Ma la Duchessa di Sualta amava tanto la vita e perciò forse, le venne fatto di non morire. Il piccolo, tenuissimo filo, non si spezzò.

Un bel giorno di quaresima, in una giornata eccezionalmente bella, si rivide alle Cascine, nel solito landeau verde oliva, una nota larva di vecchietta, avvolta in un greve cachemire bianco, col capo coperto d'un amore di cappello bianco, tutto piume svolazzanti, e sotto al quale s'agitava, salutando a dritta e a sinistra, una specie di teschietto sorridente. Era la Duchessa; rediviva e a caccia d'un'altra bronchite. Accanto a lei Ninì, con una toilette primaverile delle più splendide, un vero poema in grigio e celeste. Essa stava molto ritta e figurava gloriosamente, pareva tutta rosea dietro il suo velo di garza maria... sapete, quella garza finissima, lucida, color di perla che getta sul volto dei riflessi così dolci, così freschi!... Sul sedile dirimpetto alle signore stava accoccolata, tutta freddolosa nella sua gualdrappina di velluto celeste, la levriera favorita della Duchessa. Accanto a lei giaceva un enorme mazzo di giacinti bianchi e di lillà.

Tutto ciò sortì un grande effetto; si parlò molto di quella risurrezione, si disse che Ninì era più bella, più fresca che mai. Certo, non aveva sofferto troppo della malattia della nonna; chi mai aveva detto che si fosse tanto affaticata? quello non era viso da veglie nè da fatiche. E che magnifica toilette le aveva regalata la Duchessa!...

Scambiammo un saluto di volo, mentre le nostre carrozze s'incrociavan sul viale, il suo gesto fu tanto affettuoso ma mi parve un po' stanco. L'equipaggio della Duchessa fece una brevissima sosta sul Piazzone, a una certa distanza dalla nostra calèche. Vidi molte persone affollate ai suoi sportelli, era un continuo dimenío delle piume bianche. Ma l'altro cappellino, quello grigio e celeste, stava immobile... Oh non poterla veder da vicino, non poterle parlare!... Avrei pianto di rabbia!

Aspettavo con ansia indicibile il sabato della prossima settimana, perchè si sapeva che in quel giorno appunto, la Duchessa avrebbe ricominciati i suoi ricevimenti. Senonchè, alla sera del lunedì, ebbi un bigliettino da Ninì.

Essa mi pregava di passare da lei alle nove dell'indomani mattina. Voleva salutarmi.

Non dormii quella notte. L'indomani, alle nove, nel salire le scale del palazzo della Duchessa, sentiva quasi mal fermi i passi, tanto mi pulsava il cuore. Come troverei Ninì, che mi direbbe?

La sua cameriera venne a ricevermi e m'introdusse nel famoso salottino di velluto azzurro.

Poi udii una voce dolcissima: — Falla passar qui.

Passai nella sua stanza, quella nuda e povera stanza ove ella soleva vivere, la vita preparatoria per l'ignoto.

S'alzò, con una mossa un po' forzata, dal grande tavolo ove stava scrivendo, e venne ad incontrarmi. Non mi baciò in viso ma mi strinse forte le mani.

Dio! com'era pallida e dimagrata; pareva quasi cresciuta, tanto era lunga ed esile nella sua succinta veste da casa. Ebbi una viva, dolorosa impressione ch'ella fosse stranamente invecchiata. Pensai al velo di garza e al colorito roseo che avevo veduti alle Cascine. Fu meco affettuosissima, ma non trovai più in lei quella specie di effusione brillante, alla quale mi aveva abituata. Due mesi soli erano passati, ma il suo accento aveva tanti anni di più. Pure; sentivo che mi amava sempre, forse più di prima, perchè rappresentavo qualcosa dell'indole stessa del suo dolore. Mi parlò a lungo della malattia di sua nonna. Disse che il medico, impensierito dell'incostanza della stagione, consigliava un clima più caldo. Partivano dunque, in settimana, per Napoli.

Rimasi senza parole; i miei occhi si velarono di pianto. Qualcosa brillò pure nei suoi, ma non piangemmo. C'intendevamo, però; stranamente.

Non mi trattenni molto. Era un soffrire acuto per me, forse anche per lei, quel colloquio in cui le parole suonavano così vane, davanti alla reciproca impressione del pensiero taciuto.

Le chiesi dei suoi libri, dei suoi studi; ella mi mostrò uno stupendo Atlante, testè giuntole. Mentre stava mostrandolo, io guardavo il profilo emaciato di lei, la trasparenza della pelle, la sfumatura azzurra che si stendeva sotto l'occhio, tanto illanguidito; osservai pure quanto fosse smagrita la mano che volgeva i fogli. C'era, in tutta la sua persona, qualcosa d'inesprimibilmente stanco, di vinto, di domato. Ella mi spiegava, colla sua solita forma sì chiara ed elegante, i pregi di quella pubblicazione. La sua voce era sempre pura, soave, armoniosa, ma io evocavo il ricordo d'un accento, d'una vibrazione speciale che mancavano ora, assolutamente.

Le chiesi di scrivermi per darmi notizie della Duchessa. Promise di farlo. Il nostro colloquio era calmissimo, si parlava sempre, sfiorando vari soggetti, pur di evitare i lunghi, consci silenzi di un tempo. Non le parlai nè della sua salute, nè del suo avvenire. Quando mi alzai ella non mi disse: rimani. Ma non gliene seppi male.

Ero certa del suo affetto per me, ma sapevo pure quanto le tornasse doloroso il ricordo di ciò che entrambe sapevamo. Poichè a niun altro al mondo ella aveva mai detto del suo amore.

E d'una cosa appunto io mi feci certa, in quel calmo colloquio, durante il quale non fu mai pronunciato il nome di Sir Alano. Ch'essa lo amava tuttora, più che mai, con quell'amore tenace e prepotente che si addiceva alla sua forte tempera, al suo caldo cuore; coll'amore (sì raro nella fanciulla d'oggi) che non subisce, nè riconosce legge alcuna di circostanze. Pure, ella aveva rinunziato a Sir Alano, e quel rifiuto era forse una superfetazione del suo stesso sentimento. Ovvero l'orgoglio era stato più forte? Chi potrebbe dirlo? Senonchè, la causa persisteva in quanto aveva sopravvissuto a quel mal riescito suicidio del cuore. Ed ella si dibatteva ora coll'assurdo, folle, disperato rammarico del proprio operato. Provava ora cos'è l'amore quando vive e non ha più ragione di vivere; quando sta nel più profondo del nostro cuore e non è più nel limite della nostra azione, quando è in noi e non ci appartiene più, e pure serbiamo chiaro, preciso il senso di ciò che è, di ciò che avrebbe potuto essere nella nostra vita, se non l'avessimo rinunziato.

Ninì mi accompagnò sino all'anticamera. Traversammo assieme il salottino azzurro, idealizzato dai riflessi miti del mattino. Ella mi parlava sempre di cose indifferenti, con quella sua nuova voce, scolorita e stanca. Ci baciammo quietamente e ci salutammo senza indugiarci. Poi mosse una mano senza parlare con un fiacco gesto d'addio, mi sorrise e si ritrasse.

Scesi le scale, tenendomi forte all'appoggiatoio di velluto rosso.

V.

Mi scrisse da Napoli, brevemente. La Duchessa stava meglio e sarebbero partite presto per Castellammare. Risposi, ma stavolta attesi più a lungo la risposta di Ninì.

Strano a dirsi; non sapevo mai che dirle quando mi accingevo a scriverle. L'esclusione di quel soggetto pareva escludere anche il rimanente. Le mie lettere riuscivano miserabilmente vuote e vane e le sue tradivano pure un segreto sforzo. E così, a poco a poco, quasi insensibilmente, la corrispondenza illanguidì e venne meno tra noi.

Ho detto che questa non è la mia storia. Ma ora debbo dirvi qualcosa anche di me. A dire il vero, lo faccio un po' a malincuore, perchè è una cosa più vera che aggradevole e temo ch'essa mi renda un po' antipatica al vostro pensiero. Pure, debbo dirla.

Ecco, questo è: Che coll'andar del tempo, col succedersi di tanti avvenimenti, grandi e piccini, la mia passione per Ninì Montelmo si ridusse gradatamente a delle proporzioni più ragionevoli. Cominciò col cessare dall'essere il pensiero dominante, poi si mescolò cogli altri e visse con loro, d'amore e d'accordo, senza soverchiarli.

Più tardi ancora, si rincantucciò in uno di quei profondi recessi del cuore, ove la memoria scende volenterosa e lieta, ogni tanto, a cercare l'emozione di ciò che non è morto, ma soltanto: passato. Quivi rimase e rimarrà sempre il ricordo di Ninì Montelmo. Anzi, a misura che il tempo passa ed io procedo nella vita, questo ed altri ricordi di quel tempo vanno ritrovando una coloritura e un profumo speciali, una luce normale li illumina e li ravviva, rivelando la grazia e la bellezza reale delle loro proporzioni. Torno ad occuparmene e a sentirli; con quella più serena cognizione della vita che bene spesso, quando è sincera e reale, ci riconduce per l'appunto all'indole primitiva delle nostre sensazioni e alla semplicità elementare delle nostre impressioni.

Non mi fraintendete, ve ne supplico. Io ho sempre, in ogni tempo, amata Ninì Montelmo, anche quando il mio pensiero di lei non fu più unico, nè tanto assorbente. Ogni suo appello mi avrebbe trovata pronta a fare l'impossibile per lei.

Ma ella non mi chiamò, mai, mai, mai!...

Lasciai Firenze e non ci tornai più. Un anno circa dopo la mia partenza, ebbi la partecipazione stampata della morte della Duchessa di Sualta.

Allora fu un risveglio inquieto, turbinoso del mio caldo interessamento per Ninì. Gran Dio! che farebbe ora quella poveretta?

Le scrissi un'affettuosa e lunga lettera di condoglianza. Oh!, di ciò potevo parlarle! Dalla sua risposta compresi infatti tutta l'entità, la tenerezza del dolore di Ninì. Ma ella non mi faceva cenno alcuno dei suoi progetti d'avvenire.

Avevo i brividi pensando a ciò che sarebbe di lei, pensando ch'era venuto inesorabilmente per lei l'istante di tradurre in atto la sua grande risoluzione, di cominciare la sua seconda, terribile vita. La vedevo fra le aride pareti di una scuola, nella solitudine fredda d'una stanzuccia al quarto piano, la vedevo, umile, dinanzi all'autorità pedantesca d'un ispettore scolastico.

Cioè, no; non potevo pensarla umile. Ma che sarebbe di lei!...

Scrissi, per avere informazioni, ad un nostro amico di Napoli. E le ebbi sì strane, sì insperate che ci volle un po' di tempo per decidermi a crederle.

Quasi contemporaneamente alla povera Duchessa di Sualta era morto quel lontano parente di Ninì, che non s'era mai curato di lei. Agli ultimi giorni di sua vita, Dio sa per qual misterioso ragionamento di morente, egli aveva testato in favore della fanciulla, e questa ereditava quietamente oltre a mezzo milione.

Pensai a Guarinaldi e compagni, con un grido di trionfo. Ero elettrizzata da quel grande atto di giustizia del destino! Oh! la Provvidenza lo sapeva bene che Ninì Montelmo non poteva far la maestrina... Oh brava, cara Provvidenza! come aveva colpito nel segno!...

Alcuni mesi dopo quel lieto avvenimento, qualcosa si fe' strada nella mia vita e tutto ciò che a quello non si riferiva impallidì e si ritrasse in silenzio. Pensando allora a Ninì, mi adiravo quasi con lei. Trovavo che aveva avuto tanto torto... non la comprendevo più.

Un bel giorno ch'io mi ero tutta vestita di bianco e coronata di fior d'arancio venne: qualcuno e mi condusse via.

Mandai a Napoli la partecipazione di quel bizzarro evento, ma dopo un mese la busta mi ritornò tutta chiazzata di bolli e illustrata da una laconica frase d'impiegato postale: Sconosciuta al portalettere. Mi rivolsi al solito amico partenopeo. Ninì Montelmo viaggiava, con una dama di compagnia. Si trovava attualmente a Colonia.

— Le scriverò domani, dissi a me stessa. Ma ero sì felice... e sapete che razza di risoluzioni si prendono allora! Fatto sta, che quel domani si protrasse tanto che lo smarrii di vista... (Ora, vi do un po' ai nervi... dite la verità!) Che volete! Pure; questo posso dirvi, che se non scrissi, pensai molto a Ninì con una pietà nuova affatto, profonda. Qualcuno mi parlò di lei e mi parve, con un po' d'invidia. Era ricca, libera ormai!

Sì! Era libera e ricca. Ma tant'è..., povera Ninì... ah! povera Ninì!

Quel tal egli che mi aveva portata via nel giorno in cui m'ero tutta vestita di bianco, cominciava allora, in un colla carriera coniugale, anche quella dei consolati. Bellissima carriera, non scevra però d'alcuni inconvenienti, specialmente in fatto di lontananze.

Mi condusse seco in una sequela di luoghi divini e impossibili, dove ebbimo a risolvere nei più bizzarri modi i più elementari quesiti della vita solita. Tutto ciò ci divertì immensamente, sulle prime, poi cominciai a fantasticare un po' della nostra decrepita prosa europea. La posta capitava di rado in quei paesi; bensì capitava ogni tanto, in vece sua, l'annunzio che s'era persa per via, ed era un grave pensiero quello di ciò che avrebbe potuto recare quella posta perduta. Il ricordo dei parenti, degli amici giganteggiava in quell'infinita latitudine di esiglio. Pure; gli anni passavano, veniva l'abitudine di quella vita orientale, venivano i bimbi. La famiglia nuova non soffriva di nostalgia nè ci lasciava il tempo di soffrirne. Il Ministero era benevolo per mio marito, lo faceva crescer di grado ad ogni mutar di stazione, ma pareva che facesse apposta a tenerci laggiù, isolati a rappresentare l'Italia in certe stupende regioni, ove l'Italia era proprio l'ultimo dei fastidi della brava gente che le popolava. In quei tempi non s'era ancora inventata la politica africana e in mancanza di quella distrazione, l'Oriente ci annoiava senza ambagi, ne avevamo proprio fin sopra ai capelli. Eravamo sempre felicissimi, ma per nostro conto esclusivamente. Infatti; quando in capo ad otto anni qualcuno: fra coloro che ponno, si rammentò dei poveri sposini depositati in Arabia, fu per noi un grande, un faustissimo evento. Mio marito fu richiamato in Europa e destinato a Cadice, previo però un buon permesso di due mesi ch'egli si dispose a passare in casa sua, in Savoia, colla sua vecchia e colla sua nuova famiglia.

Quando giungemmo colà; era d'inverno e nevicava.

La nostra lunga dimora nei paesi caldi ci aveva fatto scordare il freddo e i suoi pericoli. Lo sentimmo tutti immensamente e più di tutti, mio marito il quale non poteva rassegnarsi alle cautele richieste dalla rigida stagione. S'ammalò infatti e di bronchite, fortunatamente lieve però, e della quale guarì in breve tempo. Ma risolvemmo, dopo ciò, di passare a Nizza, anzichè a Torino, quanto rimaneva del suo congedo e del verno.

Il gennaio ci trovò dunque lietamente installati in un delizioso villino del quartiere Carabacel.

Il contrasto era violento e a dirla schietta non mi tornò troppo discaro. Si ha un bel dire, ma non è facile difendersi contro il fascino di quel cosmopolitismo spensierato, giocondo, che sembra darvi l'idea riassuntiva di tutto il cielo delle eleganze europee. Si può, si deve rattristarsi della funesta larghezza d'ospitalità che il vizio trova negli elementi stessi di quel centro, ma per chi sa scordare il male, per chi sa scegliere la società quale gli conviene; dove trovarne una più simpatica, più interessante per la sua varietà, per le sue tante risorse? E se volete isolarvi, quale opportunità trovereste, maggiore della libera esistenza dei grandi hôtels, ove nessuno si occupa del vicino, ove ogni dettaglio di personalità va perso nel mare magnum dell'eterno via vai? E l'azzurro intenso del cielo, il tepore sì dolce dell'aria e le palme sì frequenti e i fiori... Oh! quella sterminata quantità di fiori che costano sì poco e profumano sì acutamente, e nei giorni di corso danzano attorno a voi come una nevicata rigirata dal vento! E quell'altro perpetuo sboccar di ville in seno ai giardini! Quei bei villini bianchi, giocondi, che traspaiono dagli uliveti e si stendono, si disperdono sempre più lungi dalla città invadendo le distese dei campi, accesi dalla fiamma degli aranceti! Quelle casettine misteriose, suggestive che vanno a celarsi nella vaghezza appartata dei colli, sin là dove questi assumono una subita selvatichezza, formando un paesaggio eroico di montagna, un po' scenico e pur sì grandioso, valli tetre e profonde, accatastamenti granitici, misteriosi corritoi che si prolungano stretti ed umidi, nelle viscere dei monti, passaggi segreti, da contrabbandieri e da rivoltosi, ricchi d'una cupa poesia ariostesca, con certe sfuggite d'ombre e di luci quali fa piovere il Dorè sulle sue pagine!

E il porto piccino, delizioso, incassato fra le verdi alture, bello della gloria leggendaria di un'umile casetta, che si addita ai forestieri pronunciando un nome che sembra evocare sovr'essa la folgore di faro di una luce italiana... Oh! Nizza è bella ed è bello il viverci, sopratutto quando si è felici. Se siete tristi, se siete veramente malati, non andate a Nizza, andate piuttosto a Cannes. È lì... a due passi.

Un giorno ci eravamo spinti passeggiando sino al porto, con certi amici italiani che volevano per l'appunto vedere quella casetta, la casetta ov'è nato Garibaldi. Tacevamo, contemplandola, quando la nostra attenzione fu distratta da un incidente, l'arrivo, cioè, d'un bellissimo yacht a vapore che entrava gloriosamente in porto. Recava bandiera inglese e accanto a quella nazionale, una grande insegna bianca, sulla quale stava scritto il nome del yacht: Lux. La stessa parola si leggeva, fiammeggiante d'oro, sulla elegantissima prora. Alcuni curiosi s'erano riuniti sulla riva e, appoggiati al parapetto, guardavano la manovra d'ancoramento, brillantemente eseguita da una frotta di marinai in assisa privata. Accanto a noi, un signore, vecchiotto, col capo coperto d'un berretto a foggia marinaresca, tolse di tasca un cannocchiale a tubo e guardò a lungo il yacht, lasciandosi sfuggire delle esclamazioni entusiastiche. Qualcuno dei circostanti gli rivolse la parola in proposito, ed egli di buon grado e con visibile compiacenza diede alcune spiegazioni tecniche ch'io non intendevo, ma che interessarono mio marito, appassionato ed intelligente amatore di quanto riguarda la navigazione. Egli pure rivolse la parola a quel signore e subito s'intavolò un colloquio di circostanza. Il possessore del cannocchiale lo offerse cortesemente a mio marito, poi, leggendomi forse in viso una curiosità, pregò di passarlo a: Madame.

Madame non aveva mai avuto per le mani un cannocchiale sì meraviglioso. Portava sì vicine le persone e le cose che pareva quasi di poterle toccare colla mano stessa. Senonchè; ella non sapeva fermar bene l'obbiettivo, e le suddette persone e cose danzavano un balletto singolare dietro le lenti. Pure, qualcosa vidi. A bordo c'erano delle signore, vedevo un lusso d'abiti bianchi, vedevo delle testine bionde, dei visetti carnicini di bimbi che transitavano sul ponte, festosi della gioia dell'arrivo. Vidi avanzarsi a prora, con lento passo, un signore alto, massiccio, imponente, con una gran barba bionda, appoggiato al braccio d'un uomo in assisa di capitano.

Il sole batteva sfolgorante sul ponte, e dava forse noia al signore biondo, perchè egli teneva chiusi gli occhi. Poco lungi da lui, stava adagiata in una lunga poltrona chinese, una signora vestita di bianco. Non so come, provai un senso di ardente attrazione, tutte le facoltà del mio pensiero si concentrarono sovra quella signora. Risentii una vaga scossa morale, un'incertezza magnetica che per un istante mi tolse il respiro.

Mi sovvenne tosto ch'io tratteneva soverchiamente il cannocchiale. M'affrettai a porgerlo a mio marito, il quale lo restituì al proprietario. E sempre sotto l'impero di quell'emozione senza capo nè coda, diedi retta agli entusiastici elogi che il vecchio capitano (s'era dato per tale) prodigava alla struttura ed alberatura del yacht. Ma mi pareva ora che l'elegante vascello si fosse bruscamente allontanato dal luogo ov'era venuto ad ancorare. I miei poveri occhi miopi cercavano con uno sforzo quasi penoso, di concentrare ogni loro facoltà visiva su quel punto bianco, della signora seduta e che, piccolissimo ormai, quasi confuso fra i molti biancheggiamenti del ponte, mi attirava sempre da lungi, tormentoso, insistente come una malía!

Avevamo gente a pranzo quel giorno, e si parlava, naturalmente, dell'arrivo dello splendido yacht inglese. Fedor Zarenine, uno dei nostri ospiti, un vecchio amico del Cairo (vecchio per modo di dire, aveva una trentina d'anni) ci favoriva, evidentemente ascoltati, dei dettagli in proposito. Conosceva il bastimento, uno dei più belli fra quanti avessero mai preso a muover l'elice sotto lo sguardo di Minosse del R. M. C. Ce lo descrisse con entusiasmo, narrò dei suoi fasti, del lusso favoloso dell'interno. Conosceva pure il proprietario; Lord Helvellyn. Il più simpatico gentiluomo di questo mondo, ricco sfondato, cacciatore, scrittore, oratore. E, dettaglio curiosissimo, il proprietario di Lux era... cieco!

— Cieco! — sclamai rammentando quell'alta e dignitosa persona che avevo traveduta sul ponte e alla cui vista, un pensiero assurdo, di ricordo, aveva per un semi-secondo urtato alla porta del mio cervello.

— Cieco, — ripetè Zarenine, — irrimediabilmente cieco! Da pochi anni e per un accidente di caccia. Ma il più calmo, il più eccezionale dei ciechi. Sopporta la sua sventura con una rassegnazione, un coraggio che assumono le proporzioni di una letizia. Alcuni sostengono che Lord Helvellyn si mostri non solo, ma sia pienamente felice.

— Felice! — ripetei con accento sì incredulo che Fedor si mise a ridere.

— Sì... Perchè no? È un originale, vedete, e se gli manca la vista, ha, in vece sua, un monte di belle cose ch'io non ho e ardentemente desidero. Una fortuna regale, per esempio, e una moglie adorabile, ch'egli non vedrà invecchiare.

— Quanto siete egoisti, voialtri uomini, — gli dissi ridendo. — Allora; Lady Helvellyn è bella?

— Ecco una domanda che mi aspettavo. Non è bella, bellissima.

— Inglese?...

— Sì. Cioè; scusate, non lo so precisamente. Ci sono dei dispareri in proposito. A prima vista è il più bel tipo inglese che si possa immaginare: conoscendola un pochino più, si direbbe che ha pure qualcosa, un non so che, di meridionale. Ma il male è questo, che non si ha mai il tempo di conoscerla un pochino più del pochino: più. Viaggiano sempre, e sulla propria nave, per cui capirete, a meno d'essere un delfino o un pesce cane...

Diceva, con tono assai comico, queste sciocchezze. Vide che ridevo e proseguì:

— Ho conosciuto gli Helvellyn in Islanda. Viaggiano sempre verso il freddo. Fui invitato ad una colazione a bordo del Lux e non ho mai visto un più perfetto home inglese a fior d'acqua. Lady Helvellyn canta come un angiolo.

— Inglese? — chiesi con un'ombra di malizia, poichè al piano superiore abitavano certe miss miagolanti che avevan fatto talvolta scambiare fra me e Fedor Zarenine degli sguardi pieni di una cupa rassegnazione.

— No. Canta come un angiolo colle ali. La sua voce ha un timbro speciale, tenerissimo. Una volta sola, anni sono, a Londra, in un concerto, udii una voce simile e pensandoci mi chiedo se...

S'interruppe, tacque un istante poi mi chiese, ridendo:

— Dite la verità: avete una gran voglia di vedere gli Helvellyn?

— Sì — risposi candidamente. — Sapete se si trattengono per qualche tempo?

— Non ne so nulla. Andrò oggi stesso a portar le mie carte a bordo e m'informerò se si può visitare il bastimento. E se verrò a capo di saper qualcosa, ne farò immediato omaggio alla vostra curiosità, in premio del vostro candore.

La sera di poi, venne da noi un momento, prima di recarsi a quel malaugurato Cercle Massena, ove, poveretto, lasciava quasi ogni sera, con celebre disinvoltura, sì larghi brandelli del suo patrimonio.

— Si trattengono otto giorni, non si può visitare il bastimento, ma li vedrete lo stesso. Il presidente del Cercle de la Mediterranée li conosce e pare abbia ottenuta la promessa del loro intervento alla matinée di giovedì.

Tutto ciò col più comico mistero di questo mondo; pareva un vero congiurato di operetta. Era divertente, aveva veramente dello spirito e tante buone qualità... Pure, com'è finito presto e male, povero Fedor Zarenine!...

Di pien meriggio, ma al chiarore di innumeri candelabri accesi in un salone sì ricco, sì straricco di dorature che quasi ve ne dolgono gli occhi. In alto, invisibile e irresistibile, un'orchestra delicata suona a ballo. In un angolo del vastissimo locale un glorioso buffet vi invita ospitalmente. C'è folla e la più strana e varia di questo mondo, e ciò che più vi colpisce in essa, è la immensa latitudine lasciata alla gamma dell'acconciatura. Quivi potete studiare l'eterno figurino femminile in tutte le sue più caratteristiche manifestazioni. Vedete delle spalle nude e delle spalle coperte di una spolverina da viaggio, delle teste cosparse di gioielli e di fiori, e accanto a queste delle sobrie testine, coperte di berrettine di pelo. Nello stesso gruppo una signora tutta in nero, che credereste giunta da una grande funzione religiosa, un'altra in toeletta da teatro, una quarta in assetto da gita montanina, una quinta che diresti avviata ad un ballo in costume, una sesta che ti dà l'idea d'essere testè escita da un ricevimento a Corte. Alcune tengono circolo, altre si isolano nella folla, altre guardano, moltissime si fanno guardare.

Le solite regole della toilette, l'indirizzo generale dell'acconciamento qual'è prescritto dall'indole qualsiasi d'una riunione, non esiste in quella bizzarra accolta. È un allagare fantastico dell'iniziativa personale; ritrovate colà le più inattese rivelazioni della coscienza artistica della donna. Incongruità fantasiose dell'assieme, finezze trascendentali d'accessori, squisite arditezze artistiche, stravaganze bene o male riuscite, eccentricità dissonanti, capricci idealmente tradotti, audacie fortunate o punite nella tonalità dell'innovazione. Ogni tanto tocchi rivelatori del rango o della nazionalità; qui lo sfarzo ultra parigino dell'americana, là l'invincibile orientalismo della russa, il preraffaellitismo e la tendenza pratica dell'inglese. Indovinate la francese dal suo infallibile indizio, la grazia perfetta e l'armonia, la svizzera dalla sua semplicità quasi silvestre, complicata da un aggravante di romanticismo vecchio tedesco, mentre la tedesca propriamente detta, è riconoscibile per la modernità mal riescita del suo vestire. Tutte queste rappresentanze femminili si guardano, si criticano, si sorridono, si salutano e si parlano facilmente ma senza mai amalgamarsi. Non è certo l'incongruo pêle mêle che è impossibile evitare, dalle quattro alle sei, sulla Promenade des Anglais... oh no, ogni socio del Cercle de la Mediterranée assume in certo modo la responsabilità delle persone che egli fa ammettere alle matinées, e ciò dà all'ambiente una tonalità bastevole di per bene, ma nessuna intimità reale può sussistere in un luogo ove è sì fluttuante, sì facilmente mutata la maggioranza di quelli che vi intervengono; sono strane feste, senza carattere proprio, ma specialmente interessanti. In quel po' di tutto c'è inevitabilmente del bello; è come una bizzarra rappresentazione di quadri plastici della vita d'oggidì. Se avete un amico paziente e ben informato egli potrà procurarvi anche delle emozioni, vi designerà ogni tanto, nella folla, una faccia che guarderete poscia con meraviglia insaziabile, ripensando al nome testè udito, collegandola al ricordo, all'espressione di fatti che hanno occupato o travagliato il mondo. Ivi un accenno, un campione di tutti i generi di celebrità, pensatori ed artisti, monopolizzatori d'oro o d'idee, trachee trascendentali, scrigni giganteschi, passioni che hanno fatto chiasso e che hanno appassionato il pubblico, stravaganze che l'hanno colpito, audacie che l'hanno conquistato, idoli effimeri e sdegnose vittime dell'opinione, autori applauditi, notabilità appena battezzate che attendono la consacrazione, tutto ciò troverete alle matinées del Cercle de la Mediterranée.

Non era la prima volta ch'io andava al Cercle. Avevo dei ciceroni cortesi ed informati, conoscevo ormai, anche di persona, buona parte delle celebrità che passavano, come meteore, in quel neutro ambiente. Non mi stancavo di quello spettacolo, perchè n'eran sempre mutati i personaggi, e perchè vi trovavo ogni volta qualcosa che colpiva facilmente la mia fantasia. Quel giorno la pazza di casa teneva dietro a due apparizioni che si contendevano gli sguardi del pubblico. Un'africana, nera come la fuliggine, con due vampe di occhi e un pariginismo incensurabile di toilette moderna. Poi, una bellezza di Bordeaux, la figlia d'un ricco armatore, una signorina: très bien. Certo; era bella, idealmente bella, bella in modo trascendentale! Vestita, atteggiata squisitamente, nell'intonazione perfetta di un quadro di Van Dyck. Ne possedeva in tutto i requisiti tradizionali, la posa, il colorito, la forma, le stoffe, i gioielli. Era bianchissima, un po' pallida, come se la poesia del tempo avesse illanguidite le tinte, sulla tela del suo volto. Parlava pochissimo, senza muover le labbra, senza sorridere oltre i limiti del suo vago sorriso permanente, nella coscienza serena, forse annoiata, della sua perpetua rappresentazione artistica. Non arrossiva sotto l'insistenza e la universalità degli sguardi, più curiosi che altro, danzava con perfetta arte di posa, serbando tutto il suo idealismo di splendida immagine anche nella grottesca assurdità di gruppo ch'ella formava col suo ballerino, un giovinotto volgare e brutto. Poco lungi stavano i parenti di lei, grossi, bonari, plateali anch'essi. Solleciti, ma sicuri del trionfo, guardiani amorosi del tesoro, pazienti direttori di quella sacra passeggiata del capo d'arte della famiglia, nella placida attesa dell'amatore intelligente che ne vorrebbe adornare il proprio museo, mentre ella danzava serenissima, sorridendo esclusivamente a sè stessa!

Ero così immersa nella contemplazione del Van Dyck, che non mi accorsi dei ripetuti cenni fattimi da Fedor Zarenine, il quale farfalleggiava poco lungi da me. Tanto che egli mi venne accanto e mi diede un poderoso shake hand, uno dei suoi soliti.

— Ebbene, — mi disse mentre scotevo la mano indolenzita, — non avete veduto?

— La mora? Sì, ma è orribile. Preferisco il Van Dyck. È una signorina; benissimo, sapete?

Egli si mise a ridere.

— Dico se avete veduto gli Helvellyn? Sono testè giunti.

Mi voltai. — Dove?... dove?... — chiesi con ansia.

Egli mi additò un gruppo abbastanza compatto che s'era formato presso uno degli usci d'entrata.

— Là... da quella parte. Fanno sensazione anche loro! Ora li vedrete. Venivano a questa volta, ma egli s'è trattenuto a parlare col Maresciallo Bazaine. Ora ha finito, proseguono.

Proseguivano infatti. Un signore alto, di forme poderose, appoggiato al braccio d'una signora. Davanti all'incerto passo del cieco, la folla riverente e curiosa s'apriva, facendo ala, lasciando libero il varco a lui e alla moglie che lo guidava colla dolcezza guardinga d'un Antigone.

Li vidi io pure, e provai un sentimento impossibile a definire.

— Ma è Sir Alano Spear!? — gridai quasi a Zarenine.

— Sì, — rispose questi meravigliato della mia veemenza, — cioè; era Sir Alano Spear. Da pochi anni, per la morte d'un cugino, è diventato Lord Helvellyn, sapete che in Inghilterra il titolo...

Non proseguì, perchè non gli badavo. Tutte le facoltà dell'animo mio, tutta la potenza de' miei sguardi erano concentrati sulla signora che accompagnava Lord Helvellyn. Era... non era Ninì Montelmo?

Un'incertezza acuta come uno spasimo, mi mozzava il respiro. Per mero istinto, senza sapere quel che volessi fare, mossi all'incontro di quei due... E a caso, pur di sapere, ad ogni costo, quando ella, senza vedermi mi passò d'accanto, io dissi forte, vibrato: — Ninì!

Ella si fermò, e la vidi trasalire. Si voltò e mi vide... ci guardammo. Non pareva lei, pure sentii ch'era lei, che mi aveva riconosciuto. Un pallore venne sul suo volto. Non mi rispose, non mi salutò. Alzò solo la mano, con un cenno lieve, vago, un piccolo gesto che poteva esser comando o preghiera... Poi, chinò gli sguardi, e passò, impassibile.

Non capivo, provavo come una vertigine e un'imperiosa voglia di piangere.

Zarenine mi guardò attonito e mi chiese se mi sentissi male.

Gli dissi di no, ridendo nervosamente. Ma lo pregai di trovar mio marito e di mandarmelo. Volevo andar via, subito, subito. Quell'afa, quella folla, mi soffocavano. Era tutto una confusione, tutto. Non era più certa che quella donna che aveva trasalito e mossa la mano fosse Ninì Montelmo. Ma allora chi era?

VI.

La mattina dipoi, m'alzai per tempo. Non aveva punto dormito ed era giorno di festa, volli dunque recarmi a messa. Passando sotto l'atrio, vidi un marinaio in assisa bianca e col berretto ornato d'un nastro sul quale era la parola: Lux. Pareva attender qualcuno. Infatti; attendeva me e, non appena gli fui accennata, egli venne ad incontrarmi e mi presentò un biglietto: from Lady Helvellyn.

Il biglietto recava queste parole:

«Amica carissima,

Ti attendo oggi alle due per abbracciarti e darti la spiegazione di quanto accadde ieri. Intanto non accusarmi. Troverai al primo scalo del porto una lancia del yacht che ti condurrà a bordo. Vieni.

Ninì Montelmo Helvellyn.»

Risalii e tracciata su un biglietto di visita una laconica frase d'assenso, consegnai il biglietto al marinaio. Poi, andai a messa coi miei bambini. Ogni tanto, quando n'era d'uopo, accennavo loro di non distrarsi. Ma; Dio mi perdoni; quanto ero, in cuor mio, più distratta di loro!...

***

Ci vado ripensando ora e mi par tutto un sogno la gita sul quai sino allo scalo indicato, la elegantissima lancia che mi attendeva cogli otto marinai in bianco, il breve tragitto per l'azzurro del porto sino al yacht... il battere quieto dei remi e quello tempestoso del mio cuore, la visione di Ninì, curva sulla balaustrata della tolda. Mi aspettava, ed io non vidi più che lei. Salii, posi piede sul cassero. Ella mi porse dapprima una mano, poi ci abbracciammo forte, per impulso reciproco, con un'emozione stranissima, con un subito febbrile ritorno a tutto il passato. Ella mi disse rapidamente: vieni, e s'ingolfò per la prima nella scaletta che calava sotto coperta. Le tenni dietro, come se mi avesse trascinata per mano.

Eravamo sotto coperta, a prora, nel suo salottino privato, in mezzo a un mondo di splendidi cose ch'io non guardava. Ricordo solo le ampie sfuggite di luce e d'azzurro che concedevano allo sguardo i vani delle tre finestrine aperte dal lato del largo, di fronte all'immenso orizzonte acqueo. Pareva d'essere in alto mare. Le onde, appena sommosse da un leggero venticello, danzavano carezzevoli attorno alla carena, gettando all'interno una tremula sequela di riflessi dorati e un mormorio festevole d'acqua in pace, cui teneva bordone il gaio e perpetuo sbattere, quasi musicale, di certi freschi cortinaggi di tela russa, calate a mezzo sulle finestrine e sempre accartocciati dalla brezza.

Non rammento altro delle cose esterne. Vedevo solo Ninì e la guardavo con un senso angoscioso, indefinibile della sua dissomiglianza colla Ninì di un tempo. Era bionda ora, ed io l'avevo lasciata castana. Doveva essersi continuamente incipriata, pensai perfino all'auro-come. Era pettinata con una foggia speciale, bizzarra, che le stava bene, ma non somigliava più alla sobria forma greca della testina di Ninì fanciulla. Il personale era bellissimo, maestoso, e il vestire aiutava visibilmente l'effetto, tendente al matronale. Il continuo uso della lingua inglese aveva dato alle labbra un non so che di più energico, di più serrato, ma il sorriso tornava ogni tanto all'antica, indimenticabile espressione. Ninì si teneva in un'attitudine speciale che nulla aveva di manierato e neppure di acquisito, eppure, cercando nei miei ricordi, non trovavo quello di questa attitudine. Essa era nuova per me.

— Siamo sole — mi disse Ninì. — Alcuni amici di mio marito sono venuti a prenderlo stamane e lo hanno condotto a Cannes. I bambini sono a terra e torneranno più tardi. Perchè non hai condotto i tuoi? Parlami di loro, del tuo passato.

Le parlai di tutto ciò a lungo, a cuore aperto. Quando ebbi finito, ella mi prese le mani, le strinse con dolcissimo affetto e mi disse sorridendo: — Cara, sei sempre la stessa!

Le resi la sua stretta con effusione, e stavo per dirle qualcosa, ma m'interruppi a un tratto, sentii quanto ciò che ero per dirle non fosse vero. Ella comprese, mi sorrise ancora e mi disse: — No, è inutile. Sono un'altra persona, ora, lo so. — Poi sussurrò: — Ti ricordi di ciò che ti dissi un giorno della Metempsicosi?

— Se mi ricordo? Ma fu la prima volta che venni da te, Ninì, e...

Ella m'interruppe.

— Non chiamarmi più Ninì. Mi ha fatto tanto male, ieri, l'udire quel nome, il male che si prova udendo il nome d'una persona morta. Sai come mi chiamo ora?

Mi fissava, interrogandomi stranamente, con un'angoscia nello sguardo.

Perplessa, sgomentata all'estremo, tacqui.

— Mi chiamo Grace, — disse Ninì tranquillamente. — Sono lady Helvellyn. Ma prima, un tempo, mi chiamavo Mrs Alloys, Grace Alloys.

Tacque. Le guardai gli occhi; non recavano traccia alcuna di follìa. Erano pensierosi, profondi; nulla più.

***

— Ho bisogno di dirti tutto, — mi disse tranquillamente. — M'intenderai o no; ma ad ogni modo mi crederai. Ci sono dei momenti in cui la percezione delle cose non è esatta in noi stessi e si ha bisogno di dire a qualcuno: — Ditemi, ve ne prego, dormo o son desta? — Questo momento venne ieri per me, quando ti vidi e ti udii. Fu come una voce nel sepolcro. Ed egli non doveva avvedersi di te, nè che alcuno chiamasse, al suo fianco, Ninì Montelmo.

Poi, prese a narrare.

L'ascoltavo. La sua voce aveva un accento speciale e melodioso. L'ora era calda, il sole sfolgorava sul mare. Provavo un vago ritorno all'impressione snervante, semi-assopente dei meriggi orientali.

***

«Quando morì, la mia povera vecchia nonna, compresi una seconda volta che non bisogna discutere l'amore. Questo imparai, quando mi trovai sola, senza il suo affetto. Credetti giunto il tempo di provvedere a me stessa, mercè gli studi fatti. Ma le difficoltà sorgevano inattese, impensate, ed io tentavo di ritemprarmi nella violenza stessa di quegli urti, quando divenni erede di un ricco patrimonio. Non fu una gioia per me, nè, ritengo, un vero beneficio. Le acerbe sensazioni della lotta mi attiravano, erano favorevoli ai miei segreti orgogli. Sia come vuolsi, certo è che nell'ozio, nel vuoto, nella facilità della mia nuova vita, il verme roditore si ridestò.

Ero sola ormai, colla mia libertà, colle ricchezze che tutti m'invidiavano ed alle quali agognavano parecchi.

La società si ravvedeva, tornava a sorridermi, immemore delle spietate lezioni che mi aveva inflitte un tempo. Ma io le rammentavo. Senza rancore, però, con un vago convincimento che non tornava conto di soffrire anche per ciò. Risolsi di viaggiare, colla speranza che una vita attiva, svagata, intellettuale, sarebbe forse stata giovevole a liberarmi dal mio sciagurato amore per Alano Spear.

Perchè quell'amore era un'angoscia, una fiera ed incessante angoscia. Così, come mi aveva presa, incrudeliva meco. Soffrivo di quell'amore in cento modi e nei modi più contradditori. Alcune di quelle sofferenze m'erano ignote nell'indole propria, non ne conoscevo la fonte.... ne soffrivo ciò nullameno. Tutto mi mancava colla sua mancanza, tutto era vano ed enigmatico. Invano cercai di ubbriacare il mio spirito colla contemplazione dei tesori dell'arte. Lo spirito non si poteva scompagnare dal cuore, già immerso nella grande ebbrezza dell'amore. Ricordati; non avevo altri al mondo da amare. Egli era per me, esclusivamente, universalmente: l'amore. E ora, nel grande vuoto, egli tornava, si riaffermava, tornava ad essere l'unico perchè della vita!... Allora... mi pentii.»

Tacque un istante e un pallore si stese sulla sua fronte.

Sì, quella donna doveva aver sofferto!... Era stata punita acerbamente dell'orgoglio suo.

Proseguì.

«Lottavo, sai?... lottavo gagliardamente. Evocavo di continuo, per darmi ragione, l'immagine di quella donna. Ma essa non mi salvava più... ora! Aveva scatenata l'effimera tempesta, bastevole per mandare a picco la mia felicità, ma che non bastava a spegnere l'incendio del mio amore. Avevo tutto sacrificato. Avevo creduto di esser stata forte, mi accorsi d'esser stata vile, nulla più, di aver sacrificato un amore vero ad un fantasma vano. Ma era tardi.

Viaggiavo con una dama di compagnia, vero automa di rispettabile nullità. Percorrevo sbadatamente le più belle città dell'Europa, senza accalorarmi per nulla. Ero infelice, stanca di tutto, oppressa da un'uggia malsana e crudele. E lo amavo sempre, assai più di prima!

M'era balenato un pensiero: chiudermi in un convento e consacrarmi tutta a qualche grande opera di beneficenza. L'avrei forse fatto, se non avessi letto in un giornale, per mero caso, che sir Alano Spear aveva persa la vista, in seguito ad un accidente di caccia. Allora, presi una risoluzione; mi recai in Inghilterra, andai dalla madre dell'uomo che amavo, le dissi tutto... le offersi di sposare suo figlio. Ell'era presso a morire... accettò. Egli pure, forse per farle cosa grata. Ci sposammo al letto di morte di quella povera donna.»

— E fosti felice? — chiesi con impeto.

— Per qualche tempo, sì. Assolutamente felice. Quell'uomo era mio!... Quel cieco mi apparteneva. Poi, a un tratto, divenni ancora gelosa di lei, di quella morta.

Ella mi perseguitava sempre. Il fantasma si vendicava, tornava, si metteva fra noi due. Io era gelosa di Mrs Alloys.

— Ma come, perchè? Egli dimostrava... accennava forse...?

— No, nulla giustificava apparentemente il mio sospetto. Non era forse che una suggestione del mio demone famigliare, il sesto senso. Ma l'antico terrore tornava a dilaniare il mio cuore.... ch'egli potesse amare soltanto lei.

Come combattere nella tenebra? Il mio sguardo non giungeva ad indagarne il fondo, non era in poter mio afferrare le immagini che passavano dietro le spente pupille di mio marito. Lo studiavo con un'attenzione cupida e febbrile. Studiavo le sue immobilità pensose, i suoi silenzi, i suoi pallori, scrutavo l'animo suo nelle sue parole, nei suoi gesti, origliavo a volte, durante i suoi sonni, in attesa della parola inconscia che può tradire il sogno. Nulla mi sfuggiva d'ogni incidente dell'anormale tenor di vita, dovuto alla sua infermità. Un giorno, la sua mano si posò lenta, esitante sul mio volto. Lo chiamai per nome, egli mi accennò con un gesto, quasi involontario, di tacere. Tremai.

La mia parola turbava forse un sogno del suo pensiero, un ricordo, l'immagine che non era la mia?

È terribile, amare un cieco ed esserne gelosa! È una delle più crudeli e difficili posizioni della vita. È sì strana, sì cupa la sensazione che si prova, scrutando il volto privo di luce, di quella luce al chiaror della quale l'animo si svela e si tradisce. È una notte anche per noi e invano, brancolando, cerchiamo di orizzontarci. Mi dibattevo io pure, nell'oscurità di Alano! Unico conforto mio era quello di giovargli!

Ma se invece fossi per lui un tormento, se nelle lunghe visioni della sua cecità egli vedesse un'altra... non me? Ed io l'amavo... non avrei potuto vivere senza di lui...

L'interruppi:

— Ma tu non chiedesti, non cercasti di sapere?...

— No... Fui cento volte sul punto di farlo, cento volte mi trattenne un'invincibile esitanza. L'ultima rivincita cui non volevo rinunziare era appunto questa: il dubbio... la possibilità che non fosse!. Credevo d'aver ucciso il mio orgoglio, ma esso aveva d'uopo, per morire davvero, di una ferita più profonda. Non tardai a toccarla.

«Un giorno, mi venne tra le mani una romanza per canto che l'autore aveva dedicato a Mrs Alloys e che recava sul frontispizio il ritratto della celebre cantante. Era una semplice ballata irlandese ch'ella eseguiva di frequente nei suoi concerti e che incontrava sempre il favore del pubblico. Studiai la romanza di nascosto, coll'aiuto d'un maestro di canto il quale aveva udita più volte Mrs Alloys. Attonito della somiglianza della voce di lei colla mia, egli m'insegnò a cantare quel pezzo, come soleva cantarlo la donna che tanto aveva torturato l'animo mio. Si valse del suo metodo, mi apprese ad imitare i suoi effetti. Allora tentai la prova... rammentando la strana ammirazione che Alano aveva avuta, a Firenze, per la mia voce.

Explore with AITake your curiosity a little further.

Reading settings