Metempsicosi. (continued 2)
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Un giorno, mentre eravamo soli, mi posi improvvisamente al piano e cantai quella romanza, come l'avevo imparata.
Vidi mio marito trasalire dapprima; poi, con un impulso subitaneo di volontà, frenare il tradimento di quel fremito. Vidi alcune goccie di sudore imperlare la sua fronte, mentre le palpebre calate si dilatavano come in un disperato sforzo per spalancarsi.
Continuai a cantare; mentre sentivo il cuore morirmi in seno... Egli s'era calmato, un vago sorriso d'estasi errava sulle sue labbra.
Quand'ebbi finito mi alzai, mi feci accanto a lui e gli presi la mano, in silenzio. Egli alzò la mia mano a livellò delle sue labbra e lentamente, con dolcissima passione.... la baciò.
Io non parlai... per una vaga pietà del suo sogno, poi perchè nulla irrompesse della confusa bufera d'odio che si scatenava nell'animo mio!»
Lady Helvellyn tacque, strinse le mani una nell'altra. Forse soffriva ancora, al solo ricordo della tortura di quel momento.
— Da quel giorno, — continuò dopo un istante — cominciò la mia aperta lotta col fantasma di Mrs Alloys. Come Giacobbe coll'angelo, lottavamo in silenzio, nella notte, nella sua notte, contendendocene il possesso. M'intendi?
Assentii, chinando gravemente il capo. La intendevo allora, in quel luogo, in quel momento.
Ella proseguì:
— La mia rivale fu più forte di me.... mi vinse. Forse lo credetti soltanto, forse tutto ciò non era che un sogno febbrile del mio amore. Sia come vuolsi, io credetti che nella tenebra di Alano ella imperasse, escludendomi. Per qualche tempo giacqui in un'inerte disperazione. Poi pensai ad andarmene, a scomparire. Ma egli si era abituato alle mie cure. Aveva bisogno di me. Io non avevo ancora avuti figliuoli. Ora nell'amore vero della donna c'è sempre qualcosa della madre... nevvero?
Assentii di nuovo. Poichè così è veramente, per quanto sembri strano ed incredibile.
— Egli era cieco, aveva d'uopo di cure amorose, aveva d'uopo di me. Rimasi al suo fianco, con una pietà infinita di lui. Forse egli pure lottava, nell'isolamento della sua notte... Ammalò in quel tempo e temetti di perderlo. E allora fu che per la prima volta balenò nella mia mente un'idea, l'idea d'incarnarmi nella sua illusione, di risuscitare per lui in quella morta, alla quale non avevo saputo sostituire me stessa...
Le afferrai violentemente la mano.
— Tu?... — gridai — tu?
— Io... — rispose sorridendo e con volto dolce, indulgente. — Povera Ninì Montelmo, nevvero? Dapprima, non voleva morire. Si ribellò a lungo. La sua agonia fu lunga, stentata. Rammenti quanto era tenace, vigorosa in lei la vita personale... il sentimento del proprio essere? Pure, acconsentì...
— Ma come? — interruppi con impeto — come hai potuto...
— Non me lo chiedere.... Lo ignoro. Questo so, che raggiunsi lo scopo, perchè lo volli, perchè amavo Alano, perchè lo volevo felice, a qualunque costo.
Successe una pausa. Ella anelava alquanto. Ma subito proseguì:
— Volevo una completa metempsicosi. Volevo diventar lei... quella morta. Non mi limitai a rappresentare il personaggio, una parte di commedia non sarebbe bastata. Bisognava che mi tramutassi nell'esser suo, quale era stato. Recisi della mia vita tutto ciò che non era il mio intento, non pensai più al paese, al passato, agli affetti di Ninì Montelmo. Acquistai quanti ritratti potei trovare di quella donna, la copiai nelle sue acconciature un po' eccentriche, ne' suoi gesti, nelle attitudini descrittemi da chi l'aveva conosciuta. Lessi, rilessi, studiai a mente tutte le sue biografie, quanto i giornali avevano pubblicato sul conto suo. Seppi di una governante, vissuta lunghi anni con lei, e tanto feci ch'ella venne ai miei servigi. L'aveva molto amata. Grace Alloys era una di quelle donne che, anche senza volerlo, si fanno amare universalmente. Dall'affetto che le aveva poetato quella donna, dai suoi minuti e garruli ricordi, io ebbi tutte le nozioni giovevoli al mio scopo, essa fu il mio pubblico di prova, quando volli tentare il primo effetto della mia metempsicosi. E il giorno in cui ella, guardandomi attonita, commossa, mi disse che le rammentavo tanto la sua povera signora, quel giorno trionfai e piansi... piansi a lungo.
— E tuo marito — chiesi — non s'avvide?...
— No, non s'avvide. Guarì, e mi parve che a misura ch'io m'addestravo alla mia nuova parte, egli fosse più sollevato, meno oppresso dalla sua sventura. Cantavo di frequente ed egli me ne pregava talvolta. Osservai che a poco a poco egli tralasciò di chiamarmi per nome; diceva semplicemente: mia cara. Il nome di quella donna non varcò mai le sue labbra, ma egli non parlava mai dell'Italia, nè delle circostanze del nostro matrimonio. Gradatamente, tutto ciò che riguardava il passato venne meno nelle sue parole. Vidi che l'illusione sorgeva tacita, insinuante, attorno a lui... che lo cullava delle sue segrete dolcezze. Avevo prese tutte le abitudini della vita inglese, vivevamo con una grande intimità soli, nel solo presente, nell'orbita dell'illusione che entrambi alimentavamo, vivendola in silenzio, come in un sogno.»
La voce di lady Helvellyn s'era fatta debole ed inespressiva, pareva che ella stessa parlasse come in sogno e il suo sguardo aveva la fissità languida di quello di una persona che sta per addormentarsi.
Si scosse però tosto e un'espressione perplessa, quasi angustiata, mutò, ad un tratto, la sua fisionomia.
— Ci fu un tempo terribile, — proseguì — un tempo di mortale angoscia, dei giorni in cui, non ancora ben divelta dal mio primo ente, non riuscivo a penetrare che in parte nello spirito del secondo. Lo spirito mio oscillava spaventato fra quelle due frazioni, avverse, ostili una all'altra, di scissa personalità. Mi accadde talvolta, tant'ero presa all'amo della mia menzogna, di non sapere più precisamente chi io fossi... Ma non posso spiegarti tutto ciò... non posso...
Si torceva le mani, compresa del suono assurdo, incredibile delle sue parole. Pure io la credevo, allora, come noi donne crediamo a ciò che non possiamo intendere, per una misteriosa simpatia del solo sentimento.
Si calmò e mi sorrise.
— Ma quel tempo passò, e venne la quiete, il senso della mia entità di un tempo si assopì gradatamente in me e la ribellione si acquetò. Divenni madre e scordai il tempo in cui non lo ero stata. Le circostanze, l'ambiente, l'isolamento, tutto contribuiva a favorire la fantastica esistenza che ci eravamo fatta. La seconda delle mie bambine era alquanto delicata, i medici consigliavano l'aria di mare. Alano acquistò il yacht e volle chiamarlo Lux, dicendo che veramente in esso si conterrebbe la sua luce... Cominciammo a viaggiare, contenti di questa esistenza che perpetua ovunque il nostro isolamento e che giova alla salute di tutti noi. Da sei anni erriamo così... veri zingari dal mare. Egli non mi propose mai di navigare verso l'Italia. Nè io glielo chiesi. Ora andremo a visitare i porti della Scandinavia. Ed egli è felice... credo.
— E tu? — chiesi per un impulso irresistibile, pentendomi subito dell'indiscreta domanda.
Ma ella non parve trovarla tale.
— Io pure, — disse con fermo accento. — Mi sono fatta al mio destino, l'ho accettato in tutta la sua incredibile anormalità. Non ho rimorsi... Nè Dio, nè gli uomini potrebbero chieder più da una donna. Ho amato, e non a modo mio. Ti ricordi dei consigli che mi desti un tempo, d'esser docile, di amare come si può, non come si vuole? Ebbene, così ho fatto. Ho rinunziato alla mia ed ho assunta l'entità di un'altra persona, perchè il ricordo di questa persona era più caro di me stessa all'uomo che io amavo. Ti pare ora ch'io sia abbastanza semplice... elementare?
La guardai, ma non la vedevo bene; avevo gli occhi velati di lagrime.
— Perchè piangi? — mi disse con grande semplicità. — Sono felice adesso: l'amarezza della morte è passata. E, chiunque io sia.... egli mi ama!
Ora aveva finito e si riposava. Mi alzai e mi feci presso ad uno dei finestrini. I piccoli spettri solari danzavano sempre sulla parete e le cortine si torcevano, folli e musicali, nella stretta del vento. Il Mediterraneo palpitava sfolgorante di sole, movendo verso la infinita luminosità dell'orizzonte celeste. Ed io pensai che più profondo, più luminoso, più infinito del cielo e del mare riuniti è talvolta l'amore.
Una voce risuonò sul ponte.
— Boat... ooh!
Lady Helvellyn si alzò e venne a raggiungermi. Le accennai una lancia che pareva dirigersi alla volta del yacht.
— I bambini — disse — ora li vedrai.
Suonò un campanello ed impartì alcuni ordini. Poco stante, si udì sul ponte un gaio brusìo di vocette infantili e un momento dopo la brigatella irruppe nel salotto, seguita da un piccolo stuolo di governanti. Tre amori di creaturine! Si aggrupparono attorno alla madre con visibile adorazione, ed ella me li presentò tutti e tre, con mal celato orgoglio. Poi chiese alle governanti dei loro diporti.
Parlava inglese, ora, un inglese stretto, genuino, che mi parve mutasse ad un tratto il suono stesso della sua voce. Sul suo volto non rimaneva traccia alcuna della recente emozione; era un'espressione al tutto calma, impassibile, quella che il giorno prima, al Cercle, mi aveva resa sì crucciosamente incerta. La persona aveva nuovamente assunta l'attitudine che non le conoscevo. Compresi che Lady Helvellyn era tornata, volontariamente o no, ad immedesimarsi della sua seconda esistenza. E, stranissima cosa, la mia stessa emozione si era calmata in quel frattempo, mi pareva di essere accanto ad una persona che avessi da poco conosciuta, quasi un'estranea. Pure, dopo un istante, ripensando intensamente a Ninì... la ritrovai in quella estranea.
Mi sentivo turbata, affaticata. Tutto ciò mi faceva male. Quella vicenda sì rapida, sì balenante d'impressioni urtate, stancava nervosamente il mio spirito, come la perpetua danza dei riflessi acquei stancava il mio sguardo. Dissi che bramavo far ritorno a casa.
Ella non si oppose, ordinò che fosse approntato il canotto. All'ultimo momento, mentre eravamo sul cassero, presso la scala d'approdo, ella si chinò al mio orecchio, e mi susurrò una strana parola:
— Scordami.
Ma poi, con subito impeto appassionato, mi strinse al seno, in un veemente abbraccio. La sua mano afferrò un lembo della mia giacchetta, come se volesse trattenermi, il suo sguardo acceso, bramoso, mi avvolse tutta, mi afferrò, mi ricercò, m'impregnò di un'onda magnetica di rammarico, di scongiuro, d'incertezze folli... Fu un lampo. Lasciò andare la mia giacchettina, ci sorridemmo scambievolmente con un sorriso vago... come stanchissimo.
Scesi, e subito rivolsi il capo all'insù, per guardarla, per vederla ancora una volta. Ma ella aveva già lasciato il cassero.