CAPITOLO IX. (continued 2)
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Lo storico Bonfadio, cui io non saprei a che cosa paragonare, ove non fosse ai rei scrittori di diari che oggidì appellansi officiali, narra come, durante i quindici giorni passati da Filippo a Genova, ogni cosa procedesse quietissimamente (adesso direbbesi regnò l'ordine più perfetto) e dovunque con plauso infinito lo accogliessero; però nacque un tumulto; dunque le cose non passarono quietissimamente; di fatti non uno, due furono i tumulti. La notte del 3 dicembre, levatosi allo improvviso romore, si udì il grido: ammazza! ammazza! e il popolo traendo fuori imperversato irrompe al molo, dove per le taverne cerca gli Spagnuoli, gli sostiene prigioni, li minaccia, e trascorreva a peggio; se non che a comporre il disordine accorse prontissimo con gente armata il colonnello Spinola, e subito dopo il Doria stesso, i quali, riscattati non senza molta fatica gli Spagnuoli dalle mani del popolo, li fece scortare alle navi; troppo più grave fu il caso che avvenne tre giorni dopo.
Essendo giunto a notizia del Principe come si trovasse rifuggito a Genova don Antonio d'Arze gentiluomo spagnuolo, condannato a morte per avere affogato dentro la vasca del suo giardino il proprio nipote, fanciullo di otto anni, per iniqua ingordigia della sostanza di lui, mandò a mettergli le mani addosso il suo Auditore Migliacca o Minciacca, il quale chiese in grazia al Senato di pigliarlo in deposito nella torre del palazzo, cosa che gli venne di leggieri consentita: il giorno dopo il Migliacca, sotto pretesto di andarlo a levare per ispedirlo a Vagliadolidde, dove gli avevano a mozzare la testa, ci si condusse in compagnia di ottanta archibusieri, i quali portavano le micce accese. Forse l'Auditore cotale adoperò per sospetto che gli amici del gentiluomo non glielo cavassero di sotto, ma i Genovesi per natura acerbi, dal vecchio odio inviperiti, e tuttavia mareggianti per la fresca ingiuria, nonmenochè ombrosi di qualche nuova violenza, vista tanta gente, chiusero i rastrelli del palazzo e fecero sapere, che dentro non avrebbero messo che pochi, gli altri aspettassero alle porte; e avevano ragione: gli archibusieri, arrecandosene, si avvisarono fare impeto, e i Genovesi, non meno risoluti, aspramente li respinsero. Dapprima schiamazzi e minacce, poi, come suole, batoste, e per ultimo archibugiate con ferite e morte di parecchi Spagnuoli. In un attimo la terra andò sossopra: le strade asserragliansi, il popolo subito abbranca le armi allestite, queste mancate, quelle che il furore ministra. — La scattò proprio di un pelo che la città non corresse sangue; tuttavia anco questa volta i maggiorenti, versandosi per le strade con preghiere e con lacrime giunsero a placare il popolo. Furono visti avvolgersi fra la plebe il Doge e Andrea Doria, che inetto per la troppa età ai solleciti moti, si faceva trasportare in lettiga là dove il pericolo stringeva maggiore.
La mattina di poi il Senato fu sollecito di mandare una solenne ambasceria al Principe perchè scusasse l'accaduto, la quale dopo avere dato amplissimo torto al popolo, e alla guardia del palazzo, con promessa di cavarne quel castigo esemplare, che pur troppo meritavano, non mancò di riprendere i modi adoperati dagli archibusieri nel fare violenza al palazzo. Siccome da un lato e dall'altro a bisticciarsi la perdita era sicura, il negozio presto si accomodò. Dopo pochi giorni Filippo, con molta istanza supplicato, visitava Genova. Anco qui taccio gli arazzi, le donne, i drappi, i patrizii sciorinati, e i fiori, e le iscrizioni, e le statue, e i sonetti, proprio nel modo che si costuma anche oggi, perocchè la piaggeria come cosa goffa non sa inventare nulla di nuovo[34], e Dio, che volle senza confino la generosità del cuore, mise un termine all'abiezione. Solo però tornerà curioso ricordare come Filippo, appunto su la entratura della porta di Vacca, incontrasse poste in luogo eminente due statue, una delle quali rappresentava la Fede, e l'altra la Libertà, entrambe in atto di raccomandarsi a lui, ed erano bene raccomandate per Dio! Alla Fede ci provvide con la Inquisizione; alla Libertà troncando il capo alla Giustizia di Arragona[35]. Però se non lava, attenua la ignominia italiana il vituperio di Fiandra, imperciocchè delle terre di cotesto paese, che Filippo empì di ruina e di morte, quando egli prima le visitò, una, Arras, scrisse sopra la porta donde Filippo entrava: Clementia firmabitur thronus eius, ed un'altra, Dordrect, ci pose la seguente non meno strana: Te duce Libertas tranquilla pace beabit! — Filippo scortato da duegento archibusieri recossi in san Lorenzo a messa, carezzò le femmine, se le gratificò co' doni, e piacque; nè veramente ei fu a quei giorni di sgradevole aspetto: biondo, e pallido, con occhi cerulei, sopraccigli quasi uniti, il labbro inferiore tumido, e la mascella sporgente, entrambi segni, dicono, di superbia e di lascivia; di persona ottimamente formato, danzatore egregio, giostratore non imperito.
Andato a male il tiro della fortezza a Genova, non gli rimaneva a farci altro; però se ne partiva; e vuolsi credere che i Genovesi gli mandassero dietro un subbisso di benedizioni. Andrea ebbe merito, se non di avere ributtato sempre la proposta della fortezza e del presidio, certo poi di avere sconcio il disegno un po' con la resistenza aperta, e un po' coll'accortezza, conciossiachè se egli si sbracciava a sedare i tumulti, questo non significa mica che egli non gli avesse sottomano eccitati; il fare fuoco nell'orcio, tra le arti di governo, fu in ogni tempo giudicata facilmente la prima.
Poco dopo successe l'altro caso di Giovambattista Fornari ch'era stato doge, sostenuto per accusa di pratiche segrete con la Francia, allo scopo di ribellarla allo Imperatore. Don Ferrante Gonzaga, tenendole addirittura per provate perchè estorte per via di tormento di bocca ad un Clemente provenzale, frate francescano, e perchè gli tornava crederle, imponeva si decollasse il Fornari, e su la necessità di costruire la fortezza in Genova, e metterci dentro presidio spagnuolo, tornava più pertinace che mai. Contro la pertinacia del Gonzaga ostava quella del Doria, lima contro lima, il quale alla ricisa gli fece sapere, che insomma di fortezza e di presidio spagnuolo non ne voleva sapere, ed avesselo per inteso. Poco dianzi io giudicai avere mosso Andrea a cosiffatta risoluzione l'antico concetto, che mi parve norma delle sue azioni; voglio dire, tenere sì Genova sottoposta allo Impero, ma a mediazione dei suoi e sua: forse ci entrò rinterzato un po' di amore di non vedere la Patria del tutto serva, e forse in maggior copia l'odio contro gli Spagnuoli ladri, che già gliel'avevano manomessa; ma comunque di ciò fosse, io mi confermo nella opinione, che di questa corda il maggior filo era l'utile proprio. E qui mi occorre ammonire, che il Prescott, storico americano di virtù insigne, nella storia del regno di Ferdinando il cattolico e d'Isabella riprenda i politici italiani, massime quelli del secolo decimosesto, perchè inclinarono a riferire le cause degli atti umani piuttosto alle ree ed interessate, che alle generose passioni, donde ricava indizio infelice per la morale del nostro paese. Ciò parmi non retto, chè porre la utilità propria a principio delle nostre azioni è cosa naturale, e meno d'ogni altro l'arebbe a contrastare un americano, e questo non merita biasimo nè lode finchè lo studio della propria utilità così proceda, che alla utilità altrui non giovi nè noccia: merita all'opposto commendazione grandissima quando procura ed ottiene procedere congiunta con la utilità altrui; degna è di biasimo se la utilità dei terzi od offenda o distrugga. Nel secolo sedicesimo i costumi perversi persuadevano per ordinario, che un principe, di tanto si credesse avvantaggiato, di quanto danneggiava popoli e stati, sicchè i nostri storici e politici, quello che videro notarono: non creavano già essi la morale pubblica; solo ne porgevano testimonianza, pur deplorando che tanto la fosse scaduta, e molti adoperandosi a migliorarla.
Terminerò questo capitolo toccando della riforma introdotta per opera di Andrea Doria nelle leggi statuite da lui nel 1528: di cattive ei le rese pessime, e dall'aristocrazia tirò lo Stato all'oligarchico. Se ci avverrà di dettare la Vita di Ambrogio Spinola, ne chiariremo a parte a parte le colpe, e gli errori, imperciocchè, e lo avvertimmo di già, lo Spinola le avversasse con tutti i nervi nel 1575 contro i conati non meno estremi di Giovannandrea Doria a mantenerle. Lasciato stare il modo della composizione del Consiglio grande, e il numero dei componenti, il Doria gli tolse la facoltà di dare il Doge alla Repubblica secondo le forme consuete; il Consiglietto di ora in poi non estrassero più a sorte dal Consiglio grande, bensì elessero a voti fra i membri del medesimo, con l'arroto degli otto Priori del Banco di San Giorgio, dei Sette del Magistrato degli Straordinari, e dei cinque Sindacatori, o Censori supremi, ossia da quattrocentoventi cittadini. Il Consiglietto mandava a partito ventotto uomini fra i suoi componenti, e a questi davano balía di nominare il Doge e i Governatori. Tale la riforma nota col nome del Garibetto, perocchè Andrea costumasse servirsi di cotesta voce per significare come egli alle antiche leggi decretate da lui, o a sua insinuazione, egli avesse compartito garbo e grazia; e ad Andrea aristocratico fino alla cima dei capelli doveva parere così; ma noi, che torniamo sopra le orme della storia per emendare i giudizii che ci compaiono errati, ne caveremo argomento per confermarci nella sentenza che Andrea non si piacque mai della libertà, nè mai la largiva al suo popolo: Genova amò come l'accorto colono ama il podere.