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Virgilio nel Medio Evo, vol. II

Volume 2 — TESTI DI LEGGENDE VIRGILIANE (continued 2)

Reading edition

Fece due doppieri che senpre ardevano e non si potevano ispegnere e niente si logoravano.

Fece una lanpana che senpre ardeva sança mettervi olio o altra cosa.

Fece una testa d'uomo di rame con tanta maestria ch'ella rispondeva acciò ch'egli domandava, e una volta fra l'altre la dimandò d'uno viagio ch'egli doveva fare e come ne dovesse arrivare; la testa gli rispuose: se guardi bene la testa arriverai bene. Virgilio intese di quella testa e non della sua, onde per lo chammino il sole chaldissimo gli percosse la tessta tutto giorno e gravollo sì ch'egli se ne puose a giaciere, e crescendo il male ordinò d'essere soppellito a uno castello fuori di Roma, nel quale poi che fu morto per la detta cagione fu soppellito, e ivi sono ancora l'ossa sue; le quali si soleano molto guardare, però che una volta i Romani le vollono rechare irroma, e com'elle furon mosse il mare si turbò maravigliosamente e ghonfiò sì forte chel chastello e Roma ne fu a pericolo; e riposte l'ossa nel luogo loro tornò in bonaccia, e poi non si toccharo mai. E tutte le dette cose e molte magiori fece Vergilio per l'arte della stronomia; e questo fu quello Vergilio sopra il chui dire Dante si fonda, e di chui disse così:

«Or se' ttu quel Vergilio e quella fonte.... . . . . . . . . . . . . . . . . . . lo bello istile che mm'à fatto onore.»

(Dal cod. Riccardiano 1922 a c. 135ª).

XIV. BUONAMENTE ALIPRANDO

(Ved. vol. II, pag. 147 sgg.).

Di Virgilio Mantovano gran Poeta, dalla sua natività fino alla morte.

Mantova un suo cittadino avia, Per dritto nome Figulo chiamato; Ricco e pieno tra gli altri si tenia. Era in natural molto riputato. La donna sua Maja chiamava, Ch'era nata da un uomo scienziato. Una notte la donna se sognava, Che fuor del corpo suo producia Un ramo lauro, che fior si portava. E quello ramo poi pomi facia. E una verga le parea di vedire Che fiore e frutto assai si se avia. Questa donna pur si volea sapire Quel, che questo suo sogno le indicava Innanzi che venisse al partorire. Un astrologo grande domandava, Che 'l suo sogno le dovesse spianare. E quello a lei molto la confortava. Dicea: «voi vi dovete confortare Di questo sogno: che vi so ben dire, Che voi v'avete molto a rallegrare. Un figlio maschio avete a partorire. Sarà saggio, e di scienza ben'imbuto. Non si troverà simil', al ver dire. E perchè 'l sogno vostro sia compiuto, Per segno della verga de li fiori Virgilio per suo nome sia mettuto. Il figlio alleverete con amore. Simil di lui alcun non sarà al mondo. Per lui avrete ancora grand'onore. La donna fece l'animo jocondo. E quando venne lei al partorire: Nacque il figlio maschio tutto, e tondo. Grande allegrezza si fe' con desire Per lo padre, e per lo suo parentado. Di quel figlio ciascun si avia a dire. Virgilio per suo nome fu chiamato. Cresciuto al tempo a la scola 'l mandava, Allo maestro molto accomodato. Più degli altri poi s'imparava. Da tutta la gente era desiato. E da i scolari, che in scola usava. Nella scola si fu pronominato, Per la testa grossa che lui avia, Da' scolari Marone era chiamato. Le fattezze dirò che lui seguia: Grande di persona, livido colore, La faccia quasi a rustican trasia. Omo fu saggio, e di gran valore. In suo tempo undici libri compose. I quali al mondo gli fan grande onore. Farotti lo nome con chiara vose: Bucolica e Georgica fece. E lo terzo chiamato Eneidose. Ancor Moretum libro si comprese, Con fabulazion d'Egitto ancore, Æthnam, et Culicem ancor distese. Priapeja e Catalecton di valore, Epigrammata ancor compiloe. Coppam, e Diras gli fan grande onore. Altre gran cose, che menzion non foe, Lui fece, che poi fur de grande fama. D'assai gran fatti per scritture trattoe. Al mondo ciaschedun molto si brama Le sue opere ciascun si desia. Per la virtù di quelle ogn'omo l'ama. Torniamo ora a Virgilio, che stasia Alla scola per voler'imparare, E tutto l'animo a quello si mettia. Venne saputo, che non era suo pare. Scienza di medicina s'imparoe. Quella sapea molto ben'oprare. D'apprender'oltre molto desidroe. Nel Studio de Milano e de Cremona Stette tempo. Poi partirsi curoe. Tornò a Mantova con la sua persona. Non li piacea ben voler lì stare. La terra e li suoi beni si abbandona. E pur'in Grecia si se mise andare, Dove de ogni scienza s'imparava. Volle ad Atene andare a studiare. Stette buon tempo, e poi si ritornava; A Mantova ritornò scienziato. Di sua venuta ciaschun s'allegrava. Dietro a questo pochi anni stato, Gran guerra fue tra lo Imperatore, E Antonio grande Romano chiamato. Di vittoria Ottaviano ebbe l'onore. A Roma con sua gente si tornava. Gran festa fu per Roma fatta allore. Ottaviano subito pensava Rimunerare li suoi Cavalieri. E in questo modo lui si se ordinava, In Lombardia fece suoi pensieri, Che quelli che servito lui avia D'ogni gente cavalieri e scudieri, Per meritar le terre li scrivia, Che di ben d'altri fosse dato allore, Di case e possessione darli balia. Chè quando quella guerra fu tra lore, Cremonesi con Antonio tenia, Contro d'Ottavian con suo valore. Per lo simil la città di Pavia, Piacenza, Parmigiani, e Modenesi, E anco Mantova pure ne sentia. E per questo Ottavian sì fesi, Che i ben di que' cittadini tolese; Per vendicar le ricevute offesi, De' suoi mandò, che stribuir devese Tutti li beni, come a lor piacia. Compito fu, chè non ci fur difese. Tutto quel di Cremona dato avia. Ario Centurione fu mandato. Venne a Mantova con sua compagnia. Tutti li beni di Virgilio dato Furono ad Arrio integramente. E Virgilio ne fu molto turbato. Notabilmente verso scrisse di presente: Mantua vae miserae nimium vicina Cremonae! Di Mantua partì immantinente. Verso di Roma si prese ad andare, Per voler esser dallo imperatore, Con speme de' suoi ben recuperare. In Mantova si era gran dolore. Li cittadini rubar si vedia. Gran pianti per la terra furo allore. Arrio con sua grande tirannia, Consentia a ciaschun ogni malfare; Dando loro e alturia e balia. La Torre del Comun fece ammezzare, Che Campanil ad esso si se chiama Di Santo Pietro, come ad esso pare. Ritorniamo a Virgilio che si brama D'essere a Roma con Ottaviano Male contento e con la mente grama. Giunto a Roma pensier fece non vano, Dimestichezza d'alcun non avia; Pur la prese di un valente romano. E con quello parlava, e li dicia Del suo fatto, e come gli era stato, E quali modi a lui si paria Tener dovesse. Lui ebbe pensato, Che supplicanza a Ottaviano desse, E per tal modo lui saria ascoltato. A Virgilio non parve che piacesse. Da lui partito, termina altro fare, Che a Ottavian voglia venisse Di volerlo conoscere, e parlare. Così nella sua mente ebbe pensato Di voler tempo un poco aspettare. Lo Imperatore ordin'avia dato, Di voler l'altro giorno cavalcare Fuor della terra, dov'era ordinato. La notte gran pioggia con gran tonare. Lo giorno fatto 'l tempo si chiaria. L'Imperator si mise a cavalcare. Virgilio due versi si facia Li quali aviano questo tenore. Sulla scranna imperial li mettia. Nocte pluit tota: redeunt spectacula mane, Divisum Imperium cum Jove Caesar habes. Questi versi vide lo Imperatore. Volle sapere chi fatti gli avia. Egeus poeta si dava l'onore. Gran vergogna dietro ne ricevia.

Come Virgilio messi nella Catedra imperiale d'Ottaviano altri versi, si fece grande onore.

Quando Virgilio questo sapia, Volle che l'imperator si sapisse, Che de' versi gli era detto bugia. Altri versi di subito lui scrisse, E in questa forma si fu lo suo dire, E alla scranna imperial li misse. Hos ego composui versus: tulit alter honorem. Sic vos non vobis. Sic vos non vobis. Sic vos non vobis. Sic vos non vobis. Lo Imperatore si volle sapire, Qual'era che questo scritto gli avia. Alcuno di Virgilio viengli a dire. Ordinoe che per lui mandato sia. Volle da lui sapere la certezza, Se quelli versi lui pur scritto avia. Rispose, gli parea gran follezza, Ch'alcuno nome si volesse dare Di quello, che non era sua fattezza. E che dovesse per Egeus mandare, Che i versi manchi compire dovesse Chi fece gli altri, lo sapea ben fare. Ordinò che per Egeus si mandesse. Venuto, l'Imperatore gli dicia, Che i versi manchi compire dovesse. Egeus di presente rispondia, Che quelli versi non sapria compire. E Virgilio a lui sì gli dicia. «Imperator, questo vi so ben dire; Chi fece gli altri, saprà anco fare, Se comandate, che si dean compire.» Lo Imperatore si ebbe a comandare, Che quelli versi compir si dovesse. E Virgilio si ebbe a cominciare. Sic vos non vobis vellera fertis oves. Sic vos non vobis fertis aratra boves. Sic vos non vobis mellificatis apes. Sic vos non vobis nidificatis aves. Egeus col suo animo dimesse, Con vergogna disse all'Imperatore. Che di lui misericordia si avesse, Che non guardasse al suo grande errore Di quello che lui si se avea vantato: Aveal fatto per avere onore. Lo Imperatore gli ebbe perdonato. Conobbe di Virgilio 'l gran sapire, Di presente l'ebbe ricomandato. Pollione e Mecenate, al vero dire; Possenti eran coll'Imperatore, E tra di loro si ebbono a dire, Per fare a costui un grande onore, Togliemo a far con lui domestichezza, E a udire nello dire il suo valore. Furon con lui con piacevolezza. Virgilio con loro si parlava, L'ebber'udito, e n'ebber allegrezza. Virgilio ancor si lor contava Di sua venuta la vera cagione; E ambedue molto lo ascoltava. Mecenate dicea a Pollione, L'Imperatore dovesse pregare, Che render gli facesse sue ragione. Di presente si fecero a parlare Allo Imperatore gli dicia Di Virgilio gli viene a recitare. L'Imperator che volontier gli odia, Per Virgilio subito ebbe mandato. Che lui a bocca udire lo volia. Virgilio 'l fatto suo ebbe contato. Lo Imperator'allora comandava, Ch'a Mantova fosse scritto e mandato. E lettere al presente si ordinava, Che gli suoi beni gli fosser renduti. Virgilio comiato si pigliava. Infra certi termini compiuti Promise lui a Roma di tornare. Giunse a Mantova. Furo a lui venuti Tutti gli amici suoi a visitare, Domandando come lui fatto avia. Virgilio a loro gli ebbe a contare. Poscia da Arrio lui si se ne gia, Le sue lettere si gli appresentava. Comandò che i suoi ben renduti sia. Come gli ebbe lui si se ordinava De' suoi fatti come si dovea fare; E verso Roma tosto ritornava. Giunto a Roma si fece appresentare Avanti d'Ottaviano Imperatore. E lui lo fece ben molto accettare. Pollione allora e Mecenate ancore Lo videro con gran piacevolezza, Ciascun di lor mostrando grande amore. Poco stete ch'egli ebbe un'allegrezza. Fatto fu Cancellier d'Imperatore, E 'l maggiore tenuto per certezza. Ciascuno gli facea grande onore. Filosofo, e Poeta di grandezza, Di Rettorica si era lo maggiore, L'avvenimento di Crist profetizoe: Nella Bucolica sua di valore Questi notabil versi compiloe: Jam redit et Virgo, redeunt Saturnia Regna, Jam nova progenies Coelo demittitur alto. La gran scienza di lui si se spande. Pollione e Mecenate lo pregare, Che far lor debba una grazia grande. A lui piacer debba di dover fare Alcun'Opera, che gli renda fama, La qual si sia nello poetare. Voglia far questo, ch'e' n'hanno gran brama.

Come Virgilio compilò tre Libri Poetici, i quali li fanno e faranno al mondo grande onore.

Virgilio, che molto lor si amava. Per Pollion la Bucolica compose, Per Mecenate Georgica apparava. Ancora Ottavian con la sua vose, Volle che d'Eneas si descrivesse. Di farlo volontier lui si dispose.

Come Virgilio s'innamorò in una giovane figlia d'un grande Cavaliero Romano, e come quella lo svergognò.

In questi tempi mostra che nascesse, Che Virgilio si se innamorava D'una giovine, che assai gli piacesse. Quella donna poco di lui curava. Figlia era d'uno cavalier valente. Ma pur Virgilio molto la cacciava. Virgilio era di persona possente. E passati trent'anni si se avia, Quando a quella donna pose mente. Quella Donna allo suo patre dicia Dell'assedio che Virgilio le dava. Quel cavalier dispetto ne prendia. Il suo animo subito pensava, Di vergognar Virgilio grandemente. Colla figliuola modo si trattava. Questo cavalier' in Roma possente, Un Palazzo con una Torre avia, Che di bellezza era appariscente. Alla figliuola ordine dasia, Ch'essa a Virgilio dovesse mostrare Con tutti gli atti, che ben gli volia. E col suo messo dovesse trattare, Lo quale a Virgilio dicesse, Ciò ch'e' volea, era contenta fare. Ma una cosa volea, ch'e' sapesse. Che lo palazzo allora era chiavato. Non c'era modo ch'aprir si potesse. Ma una cosa si avia pensato: Che per la torre lui possiasi andare, Se lui serbasse l'ordin per lei dato. Con una fune si possia mandare Una corba, in la quale lui entrasse, E quella suso si faria tirare. Lo messo andò a Virgilio, che pigliasse Ordin del dì, che ciò far si dovia. Al cavalier grande allegrezza nasse. Venne lo giorno che l'ordine avia. Virgilio andò con quell'ordine dato. Di notte nella corba si mettia. A mezzo della torre fu tirato; E la fune di sopra si firmava. Si rimase Virgilio vergognato. La mattina i Romani se ne andava A veder Virgilio com'e' stasia Nella corba. E ciascuno lo beffava. Ottaviano, che questo sentia Mandò, che giuso fosse assogato. Fu fatto. E molto lo riprendia.

Come Virgilio si vendicò della vergogna ricevuta dalla donzella, e svergognolla.

Virgilio che si vede vergognato, In suo animo subito pensava, Di far vendetta ebbe terminato. Fece che 'l foco tutto s'ammorzava. Non si trovava alcun che foco avesse. Lo popolo Roman si lamentava. Ottaviano, al qual molto rincresse, Per tutti gli suoi savi mandava, Che d'aver foco modo si trovesse. Tutti quanti a lui si se scusava, Che d'aver foco nol saperia fare. E per Virgilio allora si mandava. Lo Imperatore si prese a pregare Virgilio, che modo debba tenire, Che di foco Roma faccia abundare: Virgilio allora si li viene a dire, Che se foco si devia ritrovare, Convien, che 'l cavalier faccia venire Sua figlia in piazza, e quella acconciare In quattro piè col cul scoperto stia; Chi vorrà foco, al cul vada a impizzare. A lo Imperatore quest'increscia, Ch'era figlia di nobil cavaliere. E gran vergogna a lui si ne saria. E pur di foco si facea mestiere. Che senza quello non si possia stare, Fu mandato per quello cavaliere. Lo Imperator sì gli prese a parlare: «Io mi scuso, ma pur convien che sia, Che senza foco non possemo stare. Per tua figliuola si convien fia. Da Virgilio noi così si abbiemo, Altro modo non c'è a ricuperare. E pur vendetta noi ben sì veggemo, Che Virgilio si è ora la cagione; Ma fatto che sia, ben lo pagheremo.» Lo cavalier con mala intenzione Rispose: «Sia pur quello che a voi piace.» Di far vendetta avea cor di lione. La donna in quattro piè posta si giace, Lo culo discoperto si tenia. Per foco va a chi bisogno face. L'uno all'altro dar foco non potia, Perchè e l'uno e l'altro s'ammorzava. Per se ogni casa tor ne convenia. Molti giorni passati già si stava, Anzi che Roma di foco fornesse. Lo cavaliere gran dolore portava. Ma Virgilio che a lui non incresse Per vendicarsi, allegrezza facia. Contento era, che ciascun sapesse, Che quello incanto lui fatto avia, Per voler la sua beffa vendicare, Non curando di quel che si dicia. Di foco fornita senza mancare Che fue Roma tutta a compimento, La donna a casa fu fatta tornare, Lo cavalier facea gran lamento A lo Imperatore, e si dolia, Che fatto gli era sì gran tradimento. Che di questo giustizia far debia; Che la figliuola e lui son vergognati; O che Virgilio a lui dato ne sia. L'Imperator rispose: «Non dubitati, Che questa cosa io lasci passare. Sarà punito de li suoi peccati.» Per Virgilio allora fe' mandare. Presente il cavaliero a lui dicia: «Dura morte hai meritata fare. Voglio che di te giustizia si fia: Questo cavaliere hai vergognato; Gran male è stato per la fede mia.» Quando Virgilio ebbe ascoltato Lo Imperator, sì cominciò a parlare: «Santa corona, dite, che ho fallato? La verità non si può già celare. Qual più di me è stato vergognato? Chi offende, offesa convien portare. Questo gentilomo non ha guardato Nel suo fare se non a vergognarmi. Far lo simile a lui ho proccacciato. E se alcuno colpa volesse darmi Che quello che a me fece fu ragione, Perchè in diletto io volia starmi Con la figliuola, che mi die' cagione D'aver con lei piacere e diletto; Cercava ben di darvi compigione. Lui che del fatto sapea lo effetto, Dovea la sua fiola castigare, Nè vergognarmi con tanto diletto. Se 'l fosse savio, avria saputo fare, Che lui non me non saria vergognato. Al suo voler si volle soddisfare. Tutte queste ragioni v'ho allegato. Voi ben sapete quello, ch'è l'amore: Che molti saggi in quello ha fallato.» L'uno e l'altro udia l'Imperatore. Ma in effetto più duro gli paria La vergogna fatta e lo disonore. E compiacere al cavalier volia. Virgilio in prigion fece cacciare. Lo cavalier contento avia.

Come Virgilio fu imprigionato, e come egli uscì di prigione per incantamento.

Le prigioni di Roma è da notare. Un muro d'intorno alto si gia, E accasato dove li posia stare. Nel mezzo gran cortile si se avia Dove lo dì li prigionieri stava, E lì tra lor piaceri si desia. Virgilio d'andarsene pensava Nel cortile una nave disegnoe. Li prigionieri tutti dimandava. D'andar seco tutti loro pregoe, Dicendo, se con lui volia andare. Alcun per beffa d'andar' accettoe. In quella nave si li fece entrare. A ognun per remo un baston dasia. In sua poppa si se mise assettare. E a ciascuno di loro sì dicia: «Quando comanderò che navigari, Ciascun di voi a navigar si dia; E niente a farlo non ve indusiati Da le prigioni tutti ci usciremo. Condurrovvi. E sarete liberati.» Quando gli parve, disse: «Date al remo.» Ciascun mostrava forte navigare. La nave si levò. Disse: «Anderemo.» Fuor del cortile si vedeva andare; In verso Puglia la nave tirava. Per aria la detta si vedea tirare. I prigionieri, che in prigione stava, Che nella nave non vollero entrare, Veduto il fatto, tutti lamentava. Virgilio la nave fece calare. Quando fu in luogo dov'egli volia, In terra piana la fece assettare. Que' ch'eran dentro tutti fuori uscia. Virgilio con loro si parlava, E da quelli comiato si prendia. La nave subito se disfantava. E quelli ch'eran dentro, se n'andoe. Virgilio verso Napoli tirava. La guardia de la prigione portoe Questa novella allo Imperatore, Di Virgilio fuggito recitoe. De li prigionier gli disse ancore, Ch'in una nave disegnata andoe. Ottavian sì maraviò allore. Contra li suoi baroni allor parloe, Dicendo: «Io credo per la fede mia, Che tutto il cielo seco s'accordoe, Tutte le scienze che nel mondo avia, Di darle a Virgilio integramente Più ch'a alcun altro che vissuto sia, Ch'io lo perda, sì ne son dolente. Se aver lo posso, pur' ancor lo voglio. Non è da perder' uomo sì valente. Se lui torna, più onore che non soglio In mia corte vo' che fatto gli sia. Di sua partita troppo me ne doglio.» Ritorniamo a Virgilio, che sen gia Con un compagno, per volere andare A Napoli: credia tegnir la via. Pur lo sentiero si venne a fallare. Passati li vesperi si se trovava Appo una casa, chiedendo albergare. Lo pover'uomo così gli parlava, «Volentier di quel ch'ho, io vi daroe.» Virgilio e lo compagno accettava. Dentro la casa loro si se entroe. Da ber non c'era, e poco da mangiare. Virgilio la femina domandoe. «Averemo niente da cenare?» La femina allora si respondia. «Del pane avremo, che potrai mangiare. Vino non c'è:» la femina dicia. Disse Virgilio al suo compagno: «Convien che teniamo un'altra via.» Disse al buon'uomo: «Ritrova un cavagno E a quella vigna si te ne va un tratto, Recalo pieno d'uva, nè aver lagno.» E a lui rispose: «Questo sarà fatto. L'uva non è matura. Com farete?» Virgilio disse: «Ben faremo patto.» Disse alla donna: «Un vascel troverete, Dove dentro l'uva farai gittare. Poscia d'acqua voi sì lo impierete.» Ordinato il vino, prese a parlare Virgilio al suo compagno si dicia: «Qualche cosa averemo da mangiare.» Tosto uno spirito ne mise in via, Che a Roma subito lui sen'andasse, E che alla cena d'Ottaviano sia. Che senza fallo lie gli portasse La imbandigione de Ottaviano. Gisse presto, e che tosto ritornasse. Quello spirito non andonne invano. Un gran tagliero di carne allesse Con molti polli si se portò in mano. Di questo a Ottaviano non incresse. E disse allo donzel, che lo servia, Se l'ha veduto chi'l taglier togliesse. Di vergogna il donzel si riprendia. Rispose: «Questo mi par'incantamente. Non so pensar, che cosa questa sia.» Ottaviano senza mancamente Disse: «Virgilio, questo ha fatto fare.» E della beffa rallegrò la mente. Torno a Virgilio, che vuole zenare. Al botticino incanto si facia. L'acqua perfetto vin si fe' tornare. A cena tutti insieme si mettia. Avean molto bene da mangiare, E molto ben da bevere si avia. Andossene la sera a riposare. La mattina per tempo si levava. Virgilio allo villan prese a parlare. E molto lui e le ringraziava. Del vascello del vin gli viene a dire, Che quel per ben'andata gli lasciava. Che non volesser mai loro vedire, Che fosse dentro di quel botticino, E notassero ben tutto il suo dire. «A questo non mancherà mai lo vino: Ma se dentro voi mai ci guarderete, Lo vascel non si renderà più vino.» Virgilio allora: «A Dio, rimarrete.» Col suo compagno a Napoli s'andava. In poco d'ora a Napoli si vete. Fece l'entrata che non demorava. A una osteria poi si se n'andoe. All'albergatore lui si parlava. «In lo tuo albergo io mi staroe Alquanti giorni. Mi farai le spese. Tosto verrà ch'io ti pagaroe.» L'oste la risposta gli fe' cortese; Che parve a lui homo di virtù grande. Rispose: «Son contento; ho ben intese.» Poco stette che la fama si spande. «Questo è Virgilio,» ciaschedun dicia. «Chi l'ha condotto qui?» fan parlar grande. Co' saggi domestichezza prendia. I valenti lo gian' a visitare, E tutti loro grande onor facia. Alcuno lo cominciò a pregare, Che in Napoli memoria lasciasse Del gran saper, che di lui fa parlare, E che questo prego lui accettasse.

Come Virgilio, essendo in Napoli, mandò a Roma per Milino suo discepolo, che gli portasse da Roma un libro de Negromanzia. E come fece in Napoli gran cose, e ivi morì.

A quel tempo si mostra, che avesse Virgilio uno discepolo valente, Che Milino per nome si dicesse. A Roma gli scrisse, che di presente A Napoli da lui debba venire. Del suo venire alcun non senta niente. Melino di Roma si fe' il partire. A Napoli subito si arrivoe. Virgilio a lui sì gli ebbe a dire. Tornare a Roma sì li comandoe: «A Roberto di', che 'l mio libro ti dia.» Di non legger su in quello lo pregoe. Melino tosto si se mise in via. Dì e notte non cessò di camminare, Tanto che lui a Roma si giugnia. Andò da Ruberto a dimandare Lo libro del suo Mastro, che 'l mandava. Gliel die' Ruberto senza dimorare. Avuto il libro in dietro ritornava. Di Roma uscito voglia gli venia Di legger lo libro lui si bramava. Come a legger lo libro si mettia, Di spiriti moltitudine granda Contra di lui tutti se ne venia. «Che voi tu; che voi tu?» tutti dimanda. Melino allor tutto si spaventoe E de morir'ebbe la tema granda. Melino si prese ad argumentare, E di presente a loro comandava, Che quella via debban salegare, Da Roma a Napoli a compimenti, Che sempre quella netta debba stare. Gli spiriti sì furono ubbidienti. Quella strada si fece salegare Di sassi vivi senza mancamenti. Melino a Napoli vien'a arrivare. Virgilio molto forte 'l riprendia. Dicea: «Rott'hai lo mio mandamento; Pena ne porterai per fede mia. Ancora ti dico, e sì non mento. Tu ti messi a risico di morire.» Con lui di questo facea gran lamento. Virgilio lasciò di più non dire. Ricordandosi quel, ch'era pregato Di fare alcuna cosa vuol vedire. E in suo animo ebbe deliberato, Nigromanzia voler operare, E per gran fatti esser nominato, Castel dell'Ovo quello si fe' fare, E nell'aqua quello si fabricoe, Che ancor si vede e per opera pare. Ancora oltra di quello si incantoe, Una mosca in un vetro incantava, Che tutte l'altre mosche si caccioe. Alcuna mosca in Napol non entrava. Questo al popol grandemente piacia. Ma un'altra fece che più si montava. Una fontana d'incanto facia, La quale sempre olio si gittava, E dal gettare mai non s'astenia. E quello olio si continuava A bastamento di quella cittade. Grand'allegrezza il popolo menava. Altre cose e di grandi novitade Virgilio in quella terra facia, Maravigliose e di grande beltade. Ottaviano, che questo sentia, Di Virgilio non pote comportare, Che fuor di Roma lui stare debia. E di presente fece comandare, Che per Virgilio sia rimandato, Che a Roma lui debia ritornare. Virgilio fue a Roma ritornato E appresentandosi allo Imperatore, Da lui fu molto bene accettato. Con Ottaviano si fermoe allore, E da lui grande onore si se avia, E tra li suoi si fu fatto maggiore. Virgilio che troppo si valia, Da tutta la gente era ben'amato, E grande onor da ciascun gli venia. In questo tempo ch'io t'ho recitato, Nacque che Ottavian convien'andare Nell'Asia colla sua gente armato. Si stette grande tempo in armeggiare, E in quella parte si ebbe vittoria. Poscia pensò a Roma ritornare. Virgilio, che avia grande gloria Del suo Signore ch'a Roma tornava, E che ottenuto avia tanta vittoria, Incontro fino a Napoli si andava, Come se non l'avesse mai veduto. In quel tempo lo sol molto scaldava. Dallo gran caldo si fu combattuto. Infermo a Brindisi si fe' portare. Poscia a Napoli ancor si fu riduto. La morte che a nessun vuol perdonare, L'anima dal corpo si se partia. Tutta la gente facia lamentare. In Napoli sepelito venia In via Puteolana a grand'onore. Di sua morte quel popol si dolia. Anni cinquantasett'avia allore; Ben quindici anni trapassati era, Quando nacque lo nostro Creatore. Ottavian, che venia con sua schiera, De la morte di Virgilio udia; Di gran dolor fe' lamentanza fera. A i suoi Baroni allora si dicia: «Di scienza è morto lo più valente; Non credo che nel mondo il simil sia. Prego Dio, che grazia gli consente, Che l'anima sua debba accettare. Le sue virtudi non m'usciran di mente. Ben mi dolgo. Non posso io altro fare.»

XV. LES FAICTZ MERVEILLEUX DE VIRGILLE

(Ved. vol. II, pag. 163).

Cest bien raison que je vous compte des histoires de Virgille de Romme, lequel en son temps fis moult de merveilles. Vous pouvez bien sçavoir que Romme a esté de grant auctorité et les habitans dicelle ont esté bien prisez durant le temps Romulus, qui fut empereur de Romme, et qui son frere occit par envie pource quil luy sembloit qui valloit mieulx que luy, Celuy frere avoit nom Remus, lequel quicta à son frere toute Romme et tout le palays, quil avoit avant comme luy; mais il emporta les tresors en lentrée d'Ardenne sur une petite riviere qui a nom Veille, et fonda une cité qui estoit riche, noble et de grant ouvrage; car elle estoit toute enclose de pierre et les murs estoient tous fais en ymages par dedans et par dehors, et toute la ville estoit creuse par dessoubz la terre, si que toutes les ordures dicelle cité sen alloient par dessoubz la terre en la riviere de Veille qui estoit au plus prés. Que vous en devise de la façon dicelle cité, ce fut la plus belle que deviser on pourroit, et tant que aucuns la nommerent la seconde Romme. Mais il la fit appeler Remus et ainsi eut nom seconde Romme Remus.

Comment Romulus occit Remus son frere, et comment le filz de Remus occit Romulus son oncle.

Quant Romulus son frere ouyt parler de Remus, des faictz quil faisoit en la dicte cité de Remus, il en eust si grant dueil pource que les murs de Remus estoient tant haulx que une arbalestre pourroit à peine tirer jusques aux carneaulx du fons des fossez, et les murs de Romme estoient bien bas et navoient point de fossez, et ne demoura gueres que Remus dist quil yroit voir Romulus. Si y alla et laissa sa femme quil avoit prinse à Ardenne, et ung petit enfant, en sa cité de Remus et amena assez autre mesgnée. Et tant alla quil vint à Romme, et quant il vit les murs de Romme, si dit quilz estoient trop bas de la huitiesme partie, et dit encore quil sauldroit oultre à pied joint. Si osta son mantel et saillit oultre pour la bassete qui estoit. Quant Romulus louyt, si dit que mal avoit fait de saulter par dessus les murs et quil en perdroit la teste. Quant Remus vint à son frere à son palays à Romme, son frere le fit prendre et luy mesmes luy couppa la teste, et puis assembla ses gens à grant erre et sen vint à Remus, en Ardenne, et entra dedans et la fit toute destruire et abattre les tours, le palays et les murs et tout autant quil y avoit de edifices. Mais il ne pouvoit trouver la femme de Remus, son frere, qui sen estoit fuye à tout son enfant par dessoubz terre en son pays en Ardenne, et fut icelle de haulte lignée. Si eut assez fait Romulus, quant il eut le palays ainsi destruict et la dicte cité de Remus ainsi fondue, il sen retourna à Romme. Et quant la femme de Remus sçeut que retourné sen estoit, se conseilla à ses amys et à ses parens et sen vit bien accompagnée à Remus à laquelle avait serré ung grant tresor en terre. Si le fit ouvrir, et puis manda maçons et toutes manieres d'ouvriers et fit refaire la cité de Remus moult belle et moult riche à son povoir; mais ne la fit pas de si grant noblesse comme par avant avoit esté, ne si haulte, ne si riche. Etant garde la bonne dame son enfant quil devint grant, fort, puissant à porter armes. Si lui dist sa mere ung jour: Mon filz, quand vengerez-vous la mort de votre père, que Romulus, Impereur de Romme, occit? Mere, dit-il, est-il vray? Et croyez que men vengeray dedans trois moys, s'il plaist à Dieu. Lors assembla tous ses parens et amys de par sa mere, et sen alla à Romme, à grant puissance, et entra dedans Romme sans nulle deffense, et commanda à ses gens que à nulz des Rommains, mal ne feissent et quilz estoient tous à luy. Si sen allerent au maistre palays où lempereur estoit, lequel entendit et ouyt dire que le filz de son frere venoit à gran puissance, et dit à ses hommes: que pourray-je faire! Et que voulez-vous faire? dit un de ses barons qui estoit ung des senateurs de Romme, vous occistes son pere, aussi vous occira il. Ainsi le damoyseau entre dedans le palays sans de nul estre contredit, par la grant force des gens quil avoit avec lui. Et quant il fust entré dedans, il vit son oncle Romulus devant son siege. Il s'approcha près de luy et le print par les crains, que oncques ne contredist, et lui couppa la teste; puis demanda aux barons silz luy vouloient porter guerre, lesquels luy respondirent que non; ains luy octroyoient lempire comme au droit hoir et seigneur. Ainsi fut fait empereur de Romme. Si manda sa mere et ses parens quilz venssent à Romme, et ilz y vindrent et agrandirent moult Romme, et fut fermée à murs et a fossez, et fut Romme de grant renom et le sire Remus grandement honoré. Et quant aucuns etrangiers y venoient, ilz faisoient faire moult dedifices belles et riches et y demouroyent. Et fut le filz Remus fort et puissant de corps et riche de chevance et conquit bien presque tout le monde luy et son hoir. Celluy Remus eut ung chevalier de par sa mere, moult preux et sain, qui estoit venu devers Ardenne. Si print à femme une moult belle damoiselle qui estoit du plus hault lignage de Romme, et estoit fille à ung des senateurs. Si advint que Remus quis estoit empereur mourut, et son filz quil avoit fut empereur après luy. Et celluy chevalier qui avoit espousé la fille du senateur meut une grant guerre qui moult le greva et fit despendre du sien. Celluy chevalier eut ung filz de sa femme qui à grant peine nasquit, ne naistre ne vouloit, et fut contendue grant temps la nature de la mere, et après nasquit et le convint longuement veiller. Et pourtant fut il nomme Virgille.

Du naissement de Virgille et comment il fut mis à lescolle.

Et quand Virgille nasquit si crousla toute la cité de Romme de lun des boutz jusques à lautre bout. Et si tost que celuy enfant eut entendement, son pere le fit aprendre à lire. Mais petit luy dura son pere, et sa mere ne voulut oncques puis retourner à mariage, tant ayma son seigneur, ne oncques puis ne voulut autre amy avoir. Toutesfois les siens mesmes lui vouloient ses rentes, ses chasteaulx et heritages tollir, quelle avoit entour Romme, et ung des plus fors et vertueux qui fust en toute la cité. Et la dame par maintesfois se clamoit à lempereur qui estoit parent à son mary; mais il estoit dur et maulvaix et nestoit pas aymé des barons de Romme. Celluy empereur mourut, et ung sien filz, nommé Parcides, fut empereur après lui et ne tarda guaire longuement quil ne soumist tous ceulx de Romme soubz lui, si durement qu'ils ne se osoient trouver devant luy. Virgille sen estoit allé à Tollette pour apprendre, car il apprenait trop voluntiers, et moult fut sage des ars de nigromance. La mere de Virgille estoit devenue faible et ne se pouvoit ayder des torts quon lui faisoit. Si dit un jour à ung sien serviteur: Je te prie, vaten à Tollette et dis à Virgille mon filz quil vienne ordonner de son heritage de dedans la ville de Romme et de dehors, et quil laisse lescolle et la clergise; si fera que sage, car il deveroit estre lun des plus grans hommes et des plus riches qui soient en toute la dicte ville de Romme. Adonc le messagier sen partit et vint à la cité de Tollette où il trouva Virgille qui apprenoit des plus grans seigneurs du pays et dailleurs et estoit bel homme et saige de toutes sciences; mais plus savoit de nigromance que nul homme vivant.

Le messaigier luy raccompta les besongnes de sa mere et comment ses parens lui avoient tout tollu. Virgille, qui fut moult de grant savoir et de grant couraige et de grant autorité, ne se desconforta de chose quil ouyst. Si print robbes, deniers et richesses tant comme il lui pleut, à son plaisir, et fit la charge de quatre sommiers et les envoya a sa mere, et ung petit palefroy blanc. Le messaigier revint à Romme avec tout lavoir et le presenta à la mere de Virgille, qui pourchassoit moult pour avoir le sien contre ceulx qui luy avoient tollu. Et Virgille, qui fut demouré à la cité de Tollette, se pensa quil envoyroit tout son avoir à Romme, puis sen yroit après. Et ainsi quil le pensa il le fit et sen vint à Romme et avec luy des clercz de grant arroy, et vint veoir sa mere qui moult voluntiers le reçupt, car il y avoit plus de douze ans quelle ne lavoit veu.

Comment Virgille sen vint à Romme et se complaingnit à lempereur.

Virgille vint à Romme et fut moult honorablement reçeu de ses parens et amys, et non pas de ses plus riches parens qui avoient le sien tollu et à sa mere, lesquelz ne firent compte de sa venue; ainsi en estoient dolens et ne mangerent point avec luy. Et Virgille donna à tous ceulx qui navoient detenu du sien contre la volonté de sa mere, robbes, chevaulx, deniers en or, ou en monnoye, et joyaulx moult riches. Et pareillement fit moult de biens à ses voisins à sa venue; puis sejourna grant piece avec sa mere et ses compaignons, tant que le jour des grandes assises de lempereur fust venu. Si convint que tous ceulx de lempire qui tenoyent de luy y fussent, si que Virgille et ses compaignons et grant foison de ses parens y fussent. Si vint Virgille devant lempereur et fist sa clameur de ceulx qui desherité lavoyent, et requist que ses choses luy fussent rendues. Lempereur dist quil en auroit conseil; si se conseilla à ceulx qui naimoyent pas Virgille et lui dirent: Sire, vous ne devez pas vos bons amys qui bien vous peuvent ayder à vostre besoing desheriter pour ung clergastre voise gaigner à tenir les escolles. Adonc lempereur dit à Virgille quil avoit enquis de ce quil luy demandoit et quil navoit point droit, et quil endurast encores quatre ou cinq ans, et lors il seroit plus certain. Mais Virgille vit bien quil estoit forgé et qu'il ployoit la courroye. Si en fut trop ire et dist quil sen vengeroit bien. Lors alla Virgille à son hostel et manda tous ses bons amys et leur livra de beaulx manoirs qu'il avait à Romme et les fit incipez et aises tant que vint à la Saint Jehan, que blez devoient estre meurs aux champs. Lors atourna si bien les biens de ses ennemis, que quand ilz furent meurs, ilz ny pouvoyent advenir ne à toucher, car il les couvrait de laer en telle maniere que ceulx à qui ilz estoient neurent rien de leurs vignes, ne de leurs vergiers, et fist leur fruyt cueillir, moyssonner et mener à ses manoirs. En telle maniere gouverna Virgille ses ennemys, et fist recueillir leur bien aux champs et à la ville, si que de tous leurs fruytz qui estoyent advenus en icelle année nen eurent la vaillance de ung denier. Quant ilz virent celle chose, se assemblerent a puissance et dirent quilz arderoyent tous les manoirs de Virgille et lui prendroyent tant quil avoit, et à luy mesme couperoyent la teste. Et quant ilz furent assemblez grant route, et bien puissans, combien que petit de chose ilz firent tant quilz firent issir lempereur hors de Romme tant estoient, car ilz etoient douze senateurs obeys par tout le monde; mais ilz tenoient tous honneurs et tant quilz avoient de par lempereur. Et Virgille en devoit estre ung des douze; mais pource quilz lavoyent desherité, ilz lavoient debouté et sa mere, pour cause quilz detenoient leurs biens et quilz le vouloient occire. Et luy qui sçeut bien leur venue si fist clore ses manoirs et ses maisons et ses possessions de laer, si que nulle creature vivante ny peust entrer ni habiter contre la voulenté de Virgille.

Comment lempereur de Romme assalit Virgille en son chastel.

Quant ceulx qui pour Virgille grever, guerroyer vindrent devant la closture, ils ne peurent aller avant et si noserent. Parquoy ilz furent moult esbahis et esmerveillez et dirent lun à lautre: Il nous conviendra arriere retourner, de rien ne pourrons grever nostre ennemy. Et Virgille vint bien près deulx et leur dist: Vous me voulez detenir le mien, et si nen puis avoir raison, si vous en garderay, que jà nen aurez pouvoir, et si vous fais sçavoir que jamais tant que je viveray, vous ne cueillerez ne leverez aucun bien de terre tant que aurez ung denier du mien, et pouvez dire à lempereur que doresnavant je attendray bien pour son conseil lespace de quatre à cinq ans et ne demanderay à playder; mais recueilleray le mien jusques à ung seul denier. De sa guerre ne de la vostre, je nen tiens compte. Atant, retourna Virgille avec ses parens, qui avaient esté bien poures furent bien aises et eurent tout ce quil leur convenoit, et ses ennemys retournerent arriere honteusement, si ne sçeurent que faire, ne quel conseil prendre. Si vindrent à lempereur et se clamerent de Virgille et luy dirent comment Virgille avait dit de luy, et que riens ne le doubtoit, ne tout son pouvoir. Quant lempereur ouyt ce que Virgille avait dit, si le manda et en fut si fort troublé, et en eut si grant dueil quil en perdit toute contenance. Si leur dist: Or sachez que je luy confondray son manoir, et si luy couperay la teste. Lors ne tarda plus; ainsi manda ceulx quil pouvoit avoir et assembla les ungz par prieres, les autres pource que venir devoient à son mandement; et quant lempereur eut tout assemblé les ungz par amytié et les autres par mandament, si sen alla et chevaucha tant que ses gens vindrent devant la closture que Virgille avoit fait à lenviron de ses manoirs, et eulx là venus ne peurent plus aller avant, pour chose quilz peussent, et quant ilz furent là, Virgille sen alla derriere lost et fist closture de laer en telle maniere quil les encloit, quilz ne pouvoient reculler, ne retourner, ne aller avant vers le chastel pour chose quils sçeussent faire.

Comment Virgille avoit enclos lempereur et son ost de murs.

Lors fist Virgille un enchantement quil sembloit à lempereur et à tous ceulx qui avec luy estoient que grant eaue environ de lost estoit et si en telle maniere estoient pris quilz navoient pouvoir daller avant, ne de retourner arriere. Et quant lempereur se vit ainsi enclos, luy et tous son ost, et quilz navoient puissance de remuer, ne de partir, ne nulz, que dehors fust, ne pouvoit à eulx venir, se ne cetoit par le consentement de Virgille, et en cestuy enchantement, vint Virgille à lempereur et lui dit: Sire empereur, vous ne avez pouvoir de moy grever pour chose quil en adviengne, et se vous etiez saige, vous feriez bien de moy, car plus vous pourroys ayder que tous les autres. Et lempereur luis dist: Certes, faulx cafart, je vous honniray, sentre mes mains je vous tiens. Par mon chief, dit Virgille, je ne vous doubte; mais bien sachez que je vous chastiray, car vous me deussiez aymer et honorer comme celuy qui est de vostre lignage, et vous me voulez desheriter et ma mort pourchasser. Adonc sen alla Virgille à son hostel et fit venir, cuyre et appareiller ses viandes entre son manoir et lost en telle maniere, que tous ceulx qui le voyoient, lodeur en avoient, et non autre chose avoir nen pouvoient, pource que laer et la closture leur defendait le passage. Ainsi fist Virgille à lempereur et à tous ceulx qui avec luy estoient souffrir faim et soif et mainte autres malaise, et ny avoit homme en lost qui sen peust destourner, ne qui an peust conseil donner pour y remedier.

Comment lempereur fit paix avec Virgille.

En celle maniere et en celluy point, Virgille tint lempereur et tous ceulx qui avec luy estoient en lost que onc ne beurent, ne mangerent en deux jours et une nuyt. Et vint Virgille à lempereur et luy dist: Sire empereur, en ferez-vous plus, garderez-vous toujours ce chemin, et nyrez-vous ne avant ne arriere? Et lempereur luy dist: Virgille, oste-moy dicy et je te rendray et te delivreray ta terre et si aura du mien à ta voulentè. Et Virgille luy dit: le promettez-vous à garantir comme empereur de Romme? Ouy, dit-il, vrayement, et vous recongnois de mon lignage et vous retiens de mon amytiè. Lors diffist Virgille sa closture et emmena lempereur et ses gens à son manoir, et habandonna son or et son avoir et si les fist servir au disner de tant de manieres de viandes que oncques nen eurent autant. Et fut lempereur servy à si grant estat, que oncques navoit esté et ne fut depuis, et donna Virgille joyaulx et plusieurs autres choses à tout chacun selon son estat. Quant ilz eurent disné bien aise et à loysir, si prindrent congié de Virgille moult reveramment et sen retournerent chacun en son repaire, et incontinent lempereur luy fit rendre et delivrer tout ce quil demandoit; et fut maistre conseiller de lempereur par dessus tous. Et tant advint que Virgille ayma une damoiselle, fille dune grant dame des plus grans gens de Romme, et la fit requerir damour par une vieille sorciere. Quant la damoiselle sçeut quil estoit assote delle, si se pensa comme elle le tromperoit et decevrait, et au commencement luy dist quil y avoit grant dangier, et en la fin luy dist quelle navoit peur de luy octroyer sa voulenté fors que en une maniere, et que si vouloit coucher avec elle, il convenoit venir tout quoy auprès de la tour où elle gisoit, quant toutes gens seroient couchez, et elle luy avallerait une corbeille à terre bien encordée, et il entreroit dedans, et elle le tireroit à mont jusques en sa chambre. Et luy accorda, et dit que voulentiers le feroit.

Comment la damoiselle pendit Virgille en la corbeille.

Le jour fut prins quil devoit aller en celle tour qui seoit au marché de Romme. En toute la cité navoit si haulte tour. Virgille alla à la tour où la damoiselle lattendoit et de la grant haste quil eut dy fouyr, il sen alla tout nud en pure chemise, sans robbe, sans chausses ne brayes; et quant il trouva la corbeille descendue, il entra dedans, et la damoiselle le fist tirer amont jusques au second estage de la tour, et quant il fut ainsi que à dix piedz de la fenestre, ilz attacherent la corde et le laisserent pendu là à plus de cinquante piedz de hault. Lors luy dist la damoiselle: Maistre, vous estes trompé, car demain sera jour de marché; vous serez de tous regardé et verrà chacun vostre ribaudise qui cuydez avec moy coucher; sire ribault, clerc enchenteur, vous demourez là. Et elle clouyt la fenestre et sen alla. Et Virgille demoura toute nuyt là pendu et lendemain, tant quil fust sçeu par tout Romme, et lempereur, qui dolent en fut, manda la damoiselle quelle fist avaller Virgille, qui moult en fut hontoux. Si dit par son chief quil sen vengeroit briefvement, et vint à son palais qui estoit le plus bel de Romme, et lavoit embelli depuis qu'il fut revenu de Tollette. Si print Virgille ses livres et fist tant que tout le feu de Romme fut esteint et ny avait nul qui en peust apporter en la cité de dehors Romme, et dura ce temps une journée que sans feu Romme estoit; mais Virgille en avoit assez et nulz des autres nen avoient point et si nen pouvoient faire.

Comment Virgille estaingnit le feu de Romme.

Lempereur et tous les barons et toute Romme estoient tous esbahis et emerveillez que ce pouvait estre, et dirent à lempereur quilz cuidoient que Virgille leust fait estaindre. Si le manda lempereur et luy pria quil les conseillast comment ilz pourroient recouvrir du feu. Et par ma foy, dist Virgilles, vous en aurez se vous voulez, et par tout Romme. Sire, font-ilz, dictes-nous comment. Et Virgille leur dist; Vous ferez ung escharfault au marché, et en iceluy escharfault vous ferez monter toute nue en sa chemise la damoiselle qui devant hier me pendit en la corbeille, et ferez crier par toute Romme que qui vouldra avoir du feu viennent à lescharfault en prendre, et allumer à la nature dicelle damoiselle, ou autrement ilz nen auront point. Et sachez que lun nen pourra donner à lautre, ne vendre, ne prester, ne autrement nen pourra allumer.

Comment la damoiselle fut mise en lescharfault et y allait chacun allumer sa chandelle ou sa torche entre ses jambes.

Lempereur et tous les barons de Romme virent bien que faire leur convenait, dont ilz furent moult dolens, et firent faire lescharfault et venir la damoiselle. Si fut montée sur lescharfault en pure chemise, et tous ceulx qui du feu avoient besoing en venoient querir à sa nature entre ses jambes. Les riches y boutoient des torches et les pauvres des chandelles ou de lestran. Trois jours convint à la damoiselle y estre, ou aultrement ilz neussent point eu de feu, tant que Romme en fut garnie. Lors sen alla la damoiselle honteusement et ben sçavait que Virgille luy pourchassoit ceste villennie. Puis ne tarda guaires quil ne se mariast et print femme. Et ung jour dist à lempereur quil faisoit faire ung beau palays moult merveilleux et tout quarré, et quant il fut fait et lempereur dedans, il oyoit tout ce que lon disoit en la quarte partie de Romme en un des quarrés, et sil alloit en lautre, il oyoit ce que lon disoit en lautre partie, et ainsi des deux autres quartiers, et par ainsi oyoit il tout, si bas ne sçavoit on parler les ungs aux autres.

Comment Virgille fist une lampe qui tousjours ardoit.

Encores fist il autres choses, car il fist ung grant pilier de marbre et une arche qui alloit jusques au palays. Et du palays alloit bien Virgille sur le pillier. Le palays et le pillier estoient assis tout au millieu de Romme, et sur ce pillier fist une lampe de voirre qui tousjours ardoit sans destaindre; car pour riens estaindre ne la pouvoit on. Et allumoit la dicte lampe la cité de Romme tout entieremente depuis ung bout jusques à lautre. Et ny avoit rue si estroite peut elle estre que lon ne veist aussi cler comme qui eust mis ung sierge tout ardant. Encores fist il bien autre chose, quant en la voye des meurs du palays en hault, sur ung des cameaux mist ung homme de cuivre, moult grant et gros, et fort bien moullé, et tenait en ses mains une arbalestre de cuivre et visoit celuy villain à la lampe estaindre, jusques à ung jour que Virgille ne demouroit plus au palays pource que Romme fut destruite, et ne fut pas refaicte si grande comme elle avoit esté. Et tousjours ardoit la dicte lampe et allumoit par tout Romme.

Ung jour alloyent le filles des bourgeois sesbattre parmy le palais, à vint une delles au villain de cuivre qui tenoit larbalestre, et visait tout droit à la lampe ferir. Si lui dist par gabbes: Ha, sire villain, que ne tirez-vous? à quoy tient-il? puis fiert du doyt sur larbalestre, et la vire eschappe qui fiert la lampe que Virgille avoit faicte. Bien trois cens ans avoit duré auprès sa mort. Et à peu quelles nen yssirent hors du sens pour la grant hideur et peur quelles en eurent; car elles virent fouyr le villain de cuivre soubdainement, ne oncques puis ne fut veu.

Cy apres parle du vergier que Virgille fist à la fontaine de lestang.

De grants merveilles fist assez Virgille en son temps, et sçachez qu'il fist ung vergier derriere le palays où il mist de toutes manieres darbres portant fruits, et aussi dherbes portant fruits et dherbes croissantes sur terre. Et en tous temps vissiez au vergier fruits. fleurs et semences. Au millieu de ce beau vergier avoit une fontaine que oncques de plus belle ne fut veue en tout le pays de Rommanie ne ailleurs, et estoit le jardin peuplé de toutes manieres doyseaulx, lesquelz chantoient tout le jour et toute la nuyt. Et en celui jardin navoit paint de closture fors que de laer, si ny eust sçeu rien entrer dedans ne aussi saillir dehors. Et oyoit on les chants des oyseaulx qui estoient seans dedans chantans, et si ne les veoit on point, au moins ceulx qui estoient par dehors ledit jardin. Et aussi de toutes manieres de bestes sauvaiges et privées qui proffitables estoient, vous en eussiez trouvé et veu leans dedans icelluy beau jardin.

Encores fist Virgille de leaue qui sailloit de celle belle fontaine qui estoit dedans le vergier, ung bel estang tout autour du vergier, le plus cler que oncques fut, et nestoit maniere de poissons deaue doulce que dedans icelluy estang ny en eust et faisoit tout ce beau veoir.

Autre chose il fist bien encores, car il fist une voulte en terre où il avoit son tresor et y mit deux grans hommes de cuyvre pour garder lhuys, et chacun deulx tenoit ung maillet en son poing et en frappoient lun après lautre sur une enclume si druement que nulz oyseaulx ny eussent sçeu passer entre deux quilz ne fussent mors. Autre garde ny mist pour son tresor garder.

Lymage que fist Virgille à sa femme.

Encores fist il bien autre chose, car il fist ung ymage hault en laer qui ne pouvoit nullement cheoir, et si ne pouvoient ceulx de Romme ouvrir huys ne fenestre quilz ne veissent celluy ymage. Et estoit de telle vertu que toute femme qui lavoit veu navoit voulenté de faire le pechè de fournication. Et de ce furent moult courroucées les dames de Romme qui aymoyent par amour, quand elles ne peurent mettre le pied hors de leurs maisons quelles ne veissent celuy ymage, et si ne pouvient avoir soulas de leurs amours. Puis le dirent à la femme de Virgille que ainsi perdoient leurs esbattemens et deduytz, et elle leur promist quelle mettroit peine de le faire descendre; si espia Virgille, car aucunes fois il alloit par le pont fait en laer. Et ung jour advint que Virgille n'estoit pas au pays, mais estoit allé dehors de la ville de Romme pour son esbat. Si alla ladicte femme de Virgille à lymage et le prit par lepaulle et le fit trebuscher la teste dessoubz, et de là en avant firent les dames de Romme à leur voulenté et à leur plaisance, et furent bien ayses de lymage qui fut abattue.

Comment Virgille refist lymage et trabucha sa femme, et comment il fist ung pont sur la mer.

Adonc quant Virgille revint et il ne trouva point son ymage, si en fut dolent et dist quil le remettroit et jà rien ne leur vauldroit ce quilz avoient fait, et jura quil sauroit qui abattue lavoit. Si la releva et remist comme devant et demanda à sa femme si elle avoit lymage abattue, et elle dit que non. Puis vindrent les dames à la femme de Virgille et dirent quil valoit pis que devant, et elle leur dist quelle labattroit encores, et Virgille, qui vouloit sçavoir qui lavoit abattue, se mist en ung lieu secret et espia sa femme, et vit aucunes femmes qui se complaignoient à elle dicelle ymage. Et la dicte femme de Virgille y vint et y monta elle mesme et la print par la teste et fit trebuscher. Et Virgille, qui caché estoit, y vint et print sa femme et la trebuscha et au dyable la commanda et dist: Pour bien je lavoye faicte, mais plus ne men mesleray et facent les dames à leur voulenté. Lors prit Virgille sa femme en haine et autrefois avoit ouy parler dune damoiselle qui estoit fille du souldan et la tenoit on la plus belle du monde. Si fist tant Virgille quelle se consentit a sa voulenté, et si ne lavoit veu que de nuyt. Ung jour dist la damoiselle quelle vouloit aller en son hostel sçavoir quel homme il estoit et quelz manoirs il avoit, et il dist que voulentiers luy meneroit et passeroit maintz pas de terre et ne marcheroit sinon par laer, car il avoit fait ung pont en laer par dessus la mer. Si la prist incontinent et la mena à Romme parmy laer, et la garda que oncques homme ne la vit et ne parla sinon à Virgille. Et Virgille luy monstra son palays et son vergier, et sa voulte, et son tresor, et le villain qui fist semblant de ferir. Et luy monstra tout son tresor et toute sa richesse, et luy en presenta, mais oncques nen voulut rien emporter avec elle, car elle en avoit assez en garde qui à son pere estoit. Et la tint Virgille longtemps en son vergier. Le pere à la damoiselle fut courroucé et sesmerveilla de sa fille, car il ne sçavoit quelle estoit devenue, si fut à guetter partout, mai elle ne fut pas trouvée.

Comment Virgille reporta la damoiselle en son pays.

Lors si advint que la damoiselle dist à Virgille quelle sen vouloit retourner en son pays devers son pere. Lors la print entre ses bras et la porta sur le pont en laer et la mit en la chambre de son pere, puis la commanda à Dieu et sen revint à Romme. Quant vint le lendemain, le grant souldan de Babilone qui moult courroucé estoit de sa fille, par une damoiselle sçeut que venue estoit, et estoit couchée en son lict. Et incontinent alla par devers elle et luy demanda dont elle venoit, et de quel pays, et qui lavoit ramenée. Sire, dist la damoiselle sa fille, ça esté ung tres bel homme; parmy laer memmena en son pays, et quant nous fusmes là il me monstra son palays le plus beau du monde, ainsi comme je crois, et puis après il me monstra son tresor, lequel est grant à merveilles, et puis il me monstra son vergier, lequel est si tres beau quil ne fault rien. Mais je ne parlay oncques à homme ne à femme sinon à luy, et si ne sçay quel pays cest. Or entendez, ma belle fille, la premiere fois quil vous emportera plus, demandez luy des fruictz de son pays et men apportez, si sçauray par adventure de quel pays il est. Sire, dist la damoiselle, voulentiers. Puis après ne demoura gueres que Virgille sen retourna en Babilone, puis print la belle damoiselle sa dame par amours, laquelle nen fit pas grand frime et lemporta en son pays, et la tint tant quil luy pleut, et quant elle se voulut retourner, elle print noix gauges et des autres fruictz ce quil luy en pleut prendre, et quant Virgille leut retournée là ou il lavoit prise, elle monstra à son pere ledict fruict. Si luy dist: Ha, belle fille, il est de devers France celuy qui ainsi vous demaine.

Comment Virgille fut pris avec la damoiselle et comment il eschappa et emmena la damoiselle.

Lors dit le souldan à sa fille: Regardez quant il viendra; mais avant que le faictes coucher à vostre lict, vous luy ferez semblant de grant amytié, et je vous donneray ung breuvaige de quoy vous luy en donnerez à boire; mais gardez que nen beuvez. Et tantost quil en aura beu il sendormira. Lors le faictes sçavoir, si le prendrons et sçaurons quel homme cest. La damoiselle fist ainsi comme son pere luy avoit commandé, et Virgille fut pris, lyé et gardé jusques au lendemain matin quil fut admené devant le souldan, et devant tous les barons de sa terre qui y furent. La fille du souldan fut aussi menée au palays, et là monstra à veoir à toute la baronnerie celuy qui menée lavoit et emportée par plusieurs fois en sa contrée, mais ne sçavoit dire où cestoit. Par mon chief, dist le souldan, tu es mal venu qui ainsi as ma fille emblée et deçeue et fait delle à ton tallent. Tu en seras demené à nostre loy et de toy fait justice à nostre voulenté. Sire souldan, dist Virgille, se jeusse voulu, jamais ne leussiez veue; laissez-moy retourner à mon pays, jamais verse elle ne retourneray. Nous nen ferons rien, dist le souldan à tous ses barons; vous avez encouru et desservi mort villaine et ne pouvez eschapper. Seigneur, dist la fille, si vous le mettez à mort, je mourray avec lui. Par mon chief, dist le souldan, nous avons assez dautres amys meilleurs que toy, tu seras arse et bruslée avec luy. Par la foy que je dois, dist Virgille, sire souldan, vous mentirez.

Comment Virgille eschappa et ramena la damoiselle et fonda la cité de Naples.

Adonc commença Virgille ung enchantement tel quil sembloit à tous ceulx qui là estoient, que le fleuve de Babilone couroit parmy et nageoyent tous, ce leur sembloit advis, et se gettoyent à ventrillons et pouldrilloient comme grenouilles; et Virgille print la damoiselle, si lemporta par laer, et quant il fut sur le pont avec sa mye, si fit faillir ses enchantemens et le virent aller parmy laer, dont le souldan et tous ses barons furent tous esmerveillez et dolens oultre mesure; mais autre chose nen sçavoyent que faire. Ainsi sen revint à Romme avec sa mye et furent bien ayses et bien heureux de la damoiselle, car cestoit la plus belle creature que lon sçeust regarder. Et pensa quil la mariroit bien haultement, car il avoit de moult grandes possessions, terres et heritages sur la mer, et estoit moult riche en sa terre. Si pensa quil feroit une cité en fonds de mer. Si y ficha ses enchantemens et fonda cette cité moult riche et noble, et toute fut assise sur ung œulf, et fit une tour carrée et au couplet dicelle tour fist une empolle et y mist ung travail de fer par enchantement si que tout le monde ne leust sçeu oster sans le briser, et en icelluy traveil mist ung tref, et en celluy mit ung œuf et y pendit celle empolle par le col en une chaine, et encore y pent il; et qui croulleroit icelluy œuf, toute la cité trembleroit, et qui le briseroit la cité fondroit. Quant Virgille eut fait celle cité il lappela Naples, et y mist de son tresor une grande partie, et y mist sa dame par amours, la fille du souldan; et luy donna la cité et la terre dalenviron à elle et ses hoirs, et puis ne tarda point longtemps quil la mariast à un chevalier d'Espaigne. Lors advint que lempereur de Romme luy voulut tollir sa cité de Naples, pource que cestoit la plus belle et la plus noble que en celuy temps fust en toute la contrée et province du pays, et si estoit assise en la meilleure marche de toute Rommanie. Si sen alla lempereur de Romme dehors couvertement à petite compagnie; mais avant quil partist il avoit envoyé devant ses lettres à ses barons quilz se assemblassent devant la cité de Naples. Mais celuy à qui Virgille eut donné la damoisselle fut bon chevallier et hardy et tint bien sa cité et le fit sçavoir à Virgille.

Comment lempereur de Romme assiega la cité de Naples.

Quant Virgille le sçeut, si gecta ses sors et ses enchantemens en telle maniere, que toutes les eauls douces qui estaient entour Naples se retirerent ensemble tout ainsi comme pluye, et si nestoit homme ne femme de lost de lempereur qui peust avoir une goutte pour besoin quil eust, et ceuls de Naples en avoient assez. Et en ce temps Virgille assembla son pouvoir et sen voulut venir à Naples. Mais lempereur ne pouvoit plus demourer en lost, car les chevaulx et autres bestes mouroient par faulte deaue, et sen retourna tout confus.

Ainsi que lempereur devoit entrer à Romme et Virgille en yssit et tous les siens, et vint à lempereur, si luy dist; Sire, pourquoy avez vous jà laissé le siége de Naples? Lors sçeut bien lempereur que Virgille le gaboit, si en fut moult yre, et Virgille à tout sa route sen vint à Naples faire serment aux seigneurs et borgeois de la cité que jà nentreroit en leur ville homme Rommain, ne jamais tribut ne rendroient à seigneur terrien, ains seroient francs et la cité franche

Comment Virgille fist peupler la cité descolliers et de marchandises.

Quant Virgille eut ce fait, si sen revint à Romme et print ses livres et de ses meubles grant partie, et fist tout mener à Naples et le tresor quil avoit enfermé laissa à Romme, car bien sen cuydoit revenir et son manoir laissa en garde à ses amys. Et quant il eut toutes ces devises ordonnées et il fut retourné à Naples, si manda clercz et fist crier escolles, et les clercz fist il venir à Naples et leur assist rentes à la ville pour tenir escolliers en telle maniere que qui lescolle laisseroit sa rente failloit. Quant il eut bien peuplé la ville descolliers, si y fit ung baing bien peuplé, communs, chaulx, où chacun se baignoit qui vouloit, et ilz sont encores à present et furent les premiers baingz que oncques furent. Et après il fist le plus beau pont qui oncques fust et y pouvoit-on veoir toute beaulté comme nefz marchandes et tous vaisseaulx de mer, et si fut la ville tant belle et tant gente et si riche que tout le monde navoit pareille, et estoit tant renommée que de toutes autres y venoient, et Virgille lisoit de la science de nigromance, car plus en sçavoit que les autres qui y avoient esté devant luy et après luy. Sa femme estoit pieça morte et navoyent nulz enfans, et sur toutes gens il cognoissoit les clercz et leur faisoit grant feste, et leur donnoit de ses richesses pour avoir des livres, et moult noblement se demenoit comme il pouvait faire, et estoit lun des plus puissans hommes du monde, car sil eust voulu, il eust estè le plus grant seigneur du monde et le plus honoré de toutes gens.

Comment Virgille fist ung serpent à Romme.

Par art de nigromance Virgille fist ung serpent d'airain, et quiconque boutoit sa main en sa gueulle par cause de serment, sil se parjuroit il perdoit sa main, et sil faisoit vrai serment il la ramenait toute saine et sans peril. Advint que ung chevalier de Lombardie mescrut sa femme dun sien varlet chartier, mais bien s'en deffendoit et se offroit à faire serment à la gueulle du serpent à Romme comme dit est. Le chevalier luy accorda, et quant ilz furent en la voie, le chartier, par le conseil de la dame, en guise de fol leur alla au devant de tous ses gens, et Virgille qui par lart de lennemy sçavait bien leur malice, si pria à la dame quelle se voulist deporter de jurer; mais elle nen voulut rien faire, mais bouta sa mains avant dedans la gueulle du serpent, et elle jura devant son mary en faisant serment quelle navoit eu affaire au chartier dont on chargeoit, non plus que à celuy qui au plus près delle se tenoit, et pource quelle disait vray, elle retira sa main toute saine de la gueulle du serpent. Lors en ramena le chevalier sa femme, et oncque puis ne la mescrut. Et Virgille par grant despit abattis son serpent pource que la dame deçeut son seigneur, et Virgille dist ainsi que les femmes sont sages en leur malice. Aussi sont les preudes femmes là où elles sont desirantes de leur salut.

Comment Virgille mourut.

Quant Virgille eut fait toutes les choses devant dictes, il sen entra en ung basteau et sen alla esbattre sur mer luy quatrieme par compagnie; et ainsi quilz alloient devisant sur leau, vint ung estourbillon de vent si merveilleux et tant horrible, quil fist lever les ondes de la mer en telle maniere, quilz ne attendoient que lheure de la mort. Si furent enlevez en haulte mer, puis apres nul deulx ne fut veu ne aperçeu, ne oncques homme mortel ne vit telle aventure, et deulx ny avoit creature qui sçeust dire quilz estoient devenus. Combien que depuis on a dit que aucuns furent par tous les portz de mer et aulx isles, mais nullement nen fut trouvé nouvelles et furent ravis soudainement. En tous les clerz et escolliers de la cité de Naples et Romme et toutes nations et contrées en furent moult troublez et dolens. Lempereur et tous ses barons, ennemys et amys de Virgille, et tous autres bourgeois et autres manieres de gens grans et petis, en furent tous esmerveillez et en firent grant dueil, et par especial ceulx de Naples que ainsi les avoit faitz et sainctement establis. Lempereur cuydoit prendre le tresor quil avoit à Romme; mais il ne peut, et ny avoit homme si hardy quy osast toucher; ainsi en furent tous esperdus et estoit advis à chacun qui y alloit que les hommes de cuivre les occiroient. Et par ainsi ne sçeut nul que le tresor que Virgille avoit à Romme estoit devenu. Et qui de ce ne croira dampné jà ne sera. Si fist Virgille des faitz merveilleux, qui point tous ne sont escriptz en ce livre.

LEGGENDA DI PIETRO BARLIARIO

(Ved. vol. II, pag. 126).

Mille cinquantacinque anni volgea La mentitrice etate in lieta calma Vittorio Secondo il soglio avea, Alla Chiesa portando amica palma, Enrico Quarto il scettro allor reggea Con fausta sorte, fortunata, ed alma; Chè se eserciti contro altrui già spinse O vincente o perdente ei sempre vinse. Ma prima di solcar i flutti e l'onde Febo che mi raggiri entro l'ingegno Per scriver le voragini profonde, Acciò non si sommerga il fragil legno; Tu infondi al mio cantar luci gioconde E vegga pur de' tuoi favori un segno; Chè se sol da un tal raggio io sarò scorto Bacio l'amica terra e giungo in porto. Or ritornando alla mia storia ordita, Correa la sesta età quando in Salerno, Che fra l'altre cittadi è più fiorita, Di Partenope alzando il nome eterno, Nacque con gran ricchezze, e stirpe avita Che già mise terrore al cieco Averno, Nacque Pietro Barliario, e fu allevato Dal suo nobile e ricco parentato. Cresciuto poscia in tenerella etade Fece tutti gli studi, un gran portento, Tanto che ai genitori persuade Di un futuro sperare alto e contento; Ma come in petto giovanile accade Tentar ciò che si vuol con ardimento, Di desir arse (e mostra mente ria) Per dotto diventar nella magia. Ma l'inimico dell'umana gente Che sol per nostro male è destro ognora E così fa nascere sovente, Come a Pietro fe senza dimora, Fece un dì che il garzone afflittamente Dalla natia città n'uscisse fuora, E a spasso andasse ove di verdi erbette Eran dipinte vaghe collinette. E trovò quivi a caso una caverna Che avea oscuro e sotterraneo ingresso. Egli benchè la via qui non discerna, Vuol penetrar nel rustical recesso. Spintovi pur da cupidigia interna Pose le piante e non pensò a sè stesso, Come il guerrier che tanto si rinoma Col suo precipitar liberò Roma. E giunto colaggiù vidde una stanza Con due altre da quella separate. Un vecchio qui facea sua dimoranza Sotto dell'empie soglie disperate; Qual subito l'accolse con istanza Di cerimonie e con parole grate, Gli domandò chi in quelle stanze ombrose L'avea condotto; a cui Pietro rispose: La mia curiosità, dicea, m'ha spinto; Non cercherò altra cosa in questo mondo Se non che il saper vero e distinto, Il modo di magia sommo e profondo; E perchè venni in questo laberinto, Sperando di trovar in questo fondo... Volea pur dir, ma il vecchio tutto umano In quell'istante il prese per la mano. Si volse a tergo e tosto gli ha additato Un colosso inalzato in quel soggiorno Qual in mano tenea libro serrato, D'indegne note e stigi nomi adorno. Gli disse il tuo pensier pago è restato Di ciò che mi chiedesti in questo giorno; Prendilo, disse; e il prese, e una sol banda Da lui fu aperta, e udì tosto: comanda. Lieto lui gli soggiunse: io vi comando Che fuor da questo centro mi portiate, Senza insulto però vi raccomando, E che danno nessuno mi facciate. Siccome avesse dato al suono bando Fuori si ritrovò delle incantate Mura, per forza solo empia e nefanda. Aprì di nuovo il libro e udì: comanda. Comanda che in città volea andare, Ed in piazza trovossi immantinente Con gli altri cavalieri a passeggiare, Come solea fare continuamente. A casa se ne andiè senza tardare, Sicuro già di sua virtù potente. Riaprì il comando e con sua voce propria Disse di tutti i libri voler copia. Di tutti i libri sparsi in questo mondo Che trattin di magia voglio portiate, Ossian in mar ossian in cupo fondo Ossian in terre occulte o inabitate. Finì appena di dir, che con gran pondo Di scritture diaboliche segnate Venner molti; d'Averno in quell'istante Molti libri gli portaron davante. Barliario allor vedendosi arricchito Di quella scienza che cotanto amava E che il suo desiderio era compito, Con fervor grande notte e dì studiava, Talchè così perfetto era riuscito In quella scienza maledetta e prava Che fece cose di tal maraviglia, Che inarcherete al mio cantar le ciglia. Trovavasi in quel tempo abitatrice Donna in Salerno di sovrana bellezza E celebre e famosa incantatrice, Come la fama a noi ci dà contezza. Per questa Pietro ardea mesto e infelice Al cor portando avvelenata frezza. Porta Pietro nel sen immenso ardore, Angelina per lui di gelo ha il cuore. Angelina chiamavasi la bella Che di un vago garzon viveva amante. Quanto Barliario l'ama, altrettanto ella Crudel gli si dimostra ed inconstante. Così il suo cuor si strugge, mentre quella Del suo diletto adora il bel sembiante. Di questo accorto Pietro fu ripieno Di geloso timore, e di veleno. Stava a diporto un giorno la crudele In un giardin con il suo drudo a lato; Pietro vi apparse e fece all'infedele Veder l'amante in sasso trasformato, E per sfogar della sua rabbia il fele Fece a colei, che tanto l'ha sprezzato, La sua persona e il volto così bello Trasformar in un florido arboscello. Ritrasse poi le piante da quel loco; Mentre Angelina tutta a parte a parte Ricolma il seno di rabbioso foco, Per liberarsi opra la magica arte. Tanto disse e parlò e di lì a poco Ripigliorno ambedue le forme sparte. Ritorna nella sua sembianza adorna Angelina e l'amante ancor ritorna Ritornò Pietro, e vide liberati I due amanti e ripieno di furore Mormorò allora con terribil fiati Che spaventò sino di Pluto il cuore, E comandò agli Angioli dannati Che in un punto l'amata e l'amatore Diventino, con forma assai più strana, L'amante un tronco, ed ella una fontana. Finta così vedendosi la bella Ricorse indarno dai Stigi numi. Con singhiozzi interrompe la favella E di lagrime fa scorrer due fiumi; E tanto si lamenta e si querela Che la sua gran bellezza li consumi; Pietro, mosso a pietà, più non comanda, Scioglie l'incanto e liberi li manda. Attuffato i corsieri in grembo al mare Avea di Delo il nume e tolto il giorno, Quando portossi Pietro a ritrovare Un cavalier amico, al suo soggiorno. Facea costui vago festino fare Di canti, suoni, balli in moto adorno. Qui donna vi trovò di vago aspetto Che l'alma gli passò per mezzo il petto. Pietro la mira, ed arde nella mente E gli stimola in cuore un santo onore. O non s'avvede o non si cura niente Che per lei nutre in seno un vast'ardore. Di lì Pietro partissi di repente E la bella aspettò che uscisse fuore. Giunse la donna, a casa, che non pensa Che abbia Pietro per lei l'anima accensa. Era la porta chiusa e ben serrata, Perchè la donna allor volea dormire E degli abbigliamenti era spogliata, Quando Pietro si vidde comparire Che con voglia proterva ed infiammata Scopriva li suoi affetti e il suo desire. Tutta irata colei con gran baldanza Gli dice, che abbandoni la sua stanza. E in vece in lei di tema entrò lo sdegno E: importuno, gli disse, ed arrogante Scaccia di mente pure il tuo disegno E dalla vista mia torci le piante. Pietro si parte, e con turbato ingegno Dicea tra sè, mi schernisti amante Mi troverai fiero nemico e rio, Chè brama sol vendetta il pensier mio. Adirato si parte, indi comanda Ai demoni che tosto abbino spento Tutto il fuoco che fosse in ogni banda, Fosse da loro estinto in un momento. Onde, per compir l'opera nefanda, La donna fe pigliar con gran tormento E in piazza fu portata di repente Nuda, parea ch'ardesse in fiamma ardente. Correa il popol tutto in folta schiera Per provveder di fuoco le lor case, Fra le piante di quella in tal maniera Sorgea la fiamma, onde ciascun rimase, E l'uno all'altro darlo invano spera Chè presto si smorzava; intanto spase La Dea ch'ha cento bocche un gran rumore E l'avviso n'andò al Governatore. Il qual di un tal misfatto molto irato Il Bargello chiamar fece ben presto E pena il viver suo gli ha comandato Pietro imprigioni senza alcun pretesto; In altro modo non sarà scusato. Partì il meschin, ma molt'afflitto e mesto Pensando se l'andava a carcerare, Poco guadagno vi poteva fare. E, per fuggire un sì fatal comando Dalla città si risolvè partire; Ma pria di far un volontario bando, Volle Pietro Barliario riverire A lui l'ordine imposto dichiarando, Dirgli come per lui volea fuggire, E se di vendicarsi egli desira Contro il Governator rivolga l'ira. Ma Pietro già per infernale avviso Era stato informato del successo E vedendo il Bargel, dicea con riso: So che il Governatore appunto adesso Che mi mettessi in prigion t'ha commiso. Disse il Bargello allor tutto dimesso: Vero è Signor, ma per fuggir tal sorte Or di Salerno vuò lasciar le porte. Soggiunse Pietro allor: per mia cagione Tu giammai farai questo, così spero; Va corri, e di' a colui che io son prigione Che d'andarvi giur'io da Cavaliero. Scacciò allor il Bargel tanta afflizione E corse a darne avviso a quell'altiero Il qual, con volto minaccioso e tetro, Discese alla prigione e trovò Pietro. E incominciò: quanti misfatti io sento Di voi che siete un Cavalier di pregio! Perchè così oscurate in un momento Di vostra antica stirpe il nome egregio? Un Signor siete voi di gran talento Che racchiudete in sen animo regio; Tanti richiami in tribunal ci sono Che luogo non vi trovo di perdono. Volea più dir ma Pietro, interrompendo Disse, che se voleva predicare Andasse altrove, pur di lì partendo, Chè gran gente lo staria ascoltare: Chè sentir correzioni io non intendo, Diceali, il tuo mestiero è giudicare, Pensa d'amministrar d'Astrea l'impero Con giustizia, con senno e cor sincero. Tanto studio che posso in quel che vuoi Darti senza fallir gran correzione Non solo a te, ma alli ministri tuoi Empi ministri di un crudel Nerone. Più non volle ascoltar li detti suoi Il giudice adirato e la prigione Abbandonando, in stanza s'era messo Per fabbricar di lui il processo. Qual seppe ordir con tanta crudeltade La sentenza scrivendogli di morte; Quando a un tempo si vider spalancate Delle prigioni le serrate porte, E delle afflitte genti carcerate, Si fa lui condottiere, mago forte, Mirando ognuno e di letizia pieno Il ciel scoperto e l'aere sereno. Indi, aperto il comando, in quell'istante Alzar fur viste le prigion da terra Come se niuna fosse scossa innante L'insidioso seno al ciel disserra; Così per vendicarsi il dotto Atlante Fe veder sì rovinosa guerra, Ma se prestate al mio cantar orecchia, Udite quel che far poi s'apparecchia. Sorgea la notte oltre l'usato oscura Cinta di orride nubi in fosco velo; Ma pria di proseguir l'impresa dura Prestami aita, biondo Dio di Delo; Tu le nubi al mio dir discaccia e fura E d'un vile timore un freddo gelo; Sorgea, dico, la notte allora quando Aprì Pietro il terribile comando. E disse agli empi spiriti: adesso voglio Portiate questo rio Governatore, Ignudo come sta, sopra quel scoglio Che fra l'onde del mar spunta più fuore. Fu ubbidito il suo cenno e con orgoglio Pietro mirava quello in gran dolore Sopra quel sasso esposto in mezzo al mare Che non meno di un sasso ignudo pare. Ma intanto poi nel liquido elemento Ei disserra dai suoi chiostri i venti E nasce gran tempesta in un momento Con soffi d'Aquiloni empi e tremendi; Parea che contro il ciel con ardimento Del gran tridente i numi più possenti Mostri marini, gregge, la canaglia Insultasse per fare aspra battaglia. Un dì e una notte la tempesta algente Durò pria che tornasse in lieta calma Il mar furioso; il misero dolente Al Creator stava per render l'alma, Quando poi fu veduto dalla gente E ognun correa per riportar tal palma E acciò che in terra si conduca in fretta Fu spedita dal lido una barchetta. S'accostò il legno al rilevato sasso Et in terra buttollo immantinente, Ripien di doglia tutto afflitto e lasso, Con somma maraviglia della gente. Fu condotto al palazzo a lento passo, E sulle piume posto incontanente E qui gli si appresenta, in varie forme, Cose di gran spavento, allor che dorme. Pareagli ad or ad or che in aria eretto Fosse gran fuoco, e in cenere temea Spesso che il suo nobile e bel tetto Che rovinar volesse gli parea; Così di gran timor riscosso il petto In tal mestizia, in tal dolor cadea Che in quattro dì, ahi disperata sorte! Poichè temea morir, ebbe la morte. Poichè Pietro si vidde vendicato Di quel Governator che l'avea offeso Di Salerno la patria ebbe lasciato, Verso Palermo il suo cammino ha preso. Quivi giunto un compare ebbe trovato Che gran sospir fuor del suo petto acceso, Lagnandosi ad ognor, mandava all'aria, Per aver la fortuna empia e contraria. Avea fornaci il miser'uom più d'una E molta robba avea del suo lavoro Ma la sua minacciosa e ria fortuna Gli dava di miserie un gran martoro. Pietro trovollo ch'era l'aria bruna E dando ai suoi lamenti un gran ristoro, Gli dicea: non temer, ch'io son venuto Per riparar tuoi danni e darti aiuto. Pietro intanto si parte e il cieco orrore Già dispiegato avea la notte, quando, Per consolar del suo compare il cuore, Aprì Pietro il terribile comando E costrinse il Demon, che per quattr'ore Venga in giù dal ciel precipitando Grandine tale e tanta (ahi fiero scempio!) Che rovini ogni casa ed ogni tempio. Non vuoto andò il desio, e gran spavento Di repente Palermo avesti in seno, S'ode l'aria fischiare e in un momento Manca di stelle amiche un sol baleno, E grandine sì grossa con fier vento Spinse dal ciel, e ognun di tema pieno, Colla sua famigliuola accolta intorno, Pensò che fosse allor l'estremo giorno. Dopo tanto travaglio e tanta guerra Portò l'aurora il bel mattin rosato; Quando scorse l'infelice terra D'ogni casa il suo tetto rovinato, E ai pianti ognun le luci sue disserra Vedendo quegli tutto al suol prostrato Il suo tugurio, e per destin infido Piange quell'altro il caro antico nido. Per rimediar dunque a tal danno allora E di tevole i tetti ricuoprire, Dal compare ne andiè senza dimora Qual volentieri ebbe tal sorte a udire, Nè passasse cred'io neppur un'ora, Che il miser fornaciar s'ebbe arricchire, Spacciando la sua robba; in un momento Pigliò gran quantità d'oro e d'argento. Ma divulgò la fama in un istante La venuta di Pietro e la sua scienza, Onde ogni cittadino ed abitante Stima per opra sua tal violenza, E altri dispetti ricevuti innante Fanno che Pietro sia di scusa senza E per sfogare la mente lor sdegnata, Fecero un stuol di molta gente armata. Già benissimo Pietro lo sapea Come a suo danno armata era la gente, Ma dentro del suo cuor se ne ridea, Che alla giustizia avea già posto mente E disegnando nella propria idea Una burla di fargli assai valente, In piazza si trovava allora quando Venne la turba contro lui infuriando. E di crudel ritorte circondato Pietro guidorno in tenebrosa stanza In un fondo di torre rinserrato, E qui facea penosa dimoranza. Con rigor fu il processo fabbricato, E conclusero alfin, senza speranza Di esser dalla pena liberato, Senza indugiar che sia decapitato. Venne l'ora fatal che dee morire E al patibolo giunto immantinente Già salito sul palco s'udì dire: Datemi un poco d'acqua amica gente. Un vaso d'acqua ebbe apparire; Ma prima che bevesse, lietamente: Signori di Palermo, gli ebbe detto, Io vi saluto e a Napoli vi aspetto. Ridea il popolo al dir del sventurato E che allor vaneggiasse ognun pensava. Dopo bevuto, al ministro voltato, Che presto oprar volesse lo pregava; Ma quel, tutto atterrito e spaventato, Temea di qualche scherzo e dubitava; E discacciato alfin qualche timore, Il colpo gli vibrò con gran furore. Ma chi potria ridir con molti accenti, Lingua non ho da raccontarvi appieno In ridire il sussurro delle genti Se tu Calliope non m'aiuti almeno Tanto che per più avvenimento (sic) Ne cant'io sol di meraviglia pieno. Sparì Pietro; il ministro in quell'istante Un asino trovossi in tra le piante. Alza la testa, e con furore tanto Si mise in un gridar che spaventava. Ma a Pietro, ch'è sparito, io torno intanto Che già disse che in Napoli aspettava. Pria che la notte spicchi il nero manto Di Partenope al lido si trovava, Quando ad un spirto di valletto in forma Gli dà una lettera e del suo dir l'informa. E che in Palermo vada indi gl'impone, Che la consegni a quel Governatore, Chi la mandi però non gli ragione. Sparve a quel dir allora il rio latore Ed in Palermo giunto in conclusione La lettera presenta a quel Signore; Vi giunse che la gente ancor ridea Di quel gran caso che veduto avea. Diede dico la lettera al superbissimo Giudice che ripieno era di furia La qual dicea: o Signor riveritissimo, Dottore come voi non ha l'Etruria, Nella vostra città vedo benissimo Che non ci avete d'asini penuria; Nel mondo mai s'intese tal notizia Che si facesse d'asini giustizia. Imparate però, e avvertite bene A conoscere prima le persone; Perchè darvi potrei tormenti e pene, Se conoscessi in voi senno e ragione; E se voi camminate queste arene Credete che è la mia bontà cagione, Chè potria ben farvi pagare il fio. Questo vi sia d'eterno avviso. Addio. Diè appen la lettera lo spirito immondo Che dispiega verso dell'aria i vanni E il giudice lasciò che con gran pondo Rimase d'afflizion, e di altri affanni. Per il dolor fu per uscir dal mondo E sempre mesto poi condusse gli anni E come di quaggiù fosse diviso In bocca sua non si vedea più riso. Or Pietro per Lisbona s'incammina E in un momento giunse a quelle porte Per virtù di sua magica dottrina Che avvien che altrui tante ruine apporte; E camminando in Lisbona una mattina Vidde dentro una casa un pozzo a sorte E ad un uom domandò con forme liete Un poco d'acqua per smorzar la sete. Ma rispose colui che se ne vada E ritirossi entro sue stanze allora. Pietro irato si parte e senza spada E senz'altre armi il rio punito fora. La mattina seguente nella strada Avanti quelle case il pozzo fuora Fu ritrovato; per far l'empio umile, Udite che trovò nel suo cortile. Le forche si vedeano ben piantate Nel luogo ove già il pozzo si vedea; Il figlio di colui con crudeltate A un demon da carnefice facea; Il capestro e l'altr'armi apparecchiate Il provido suo figlio allora avea. Tal spettacol vedendo il padre intanto Forte gridò spargendo un mar di pianto. Gli sgridava lasciar l'uffizio rio, Ma quel sorridendo e non curando La dura impresa lui già proseguia E sopra il rio demon giva montando. A tante strida a tanto mormorio Gran popolo concorse rimirando Lo spettacolo enorme e ognuno presto Per farlo alla giustizia manifesto. Che sia magico incanto ognuno crede, E per virtude d'infernal magia; Ma il tribunal che lo spettacol vede La cosa vuol sapere come stia. Il padron della casa che si avvede Che questo è solo per vendetta ria, Fu mandato a chiamar afflitto e mesto, Il qual fe alla giustizia manifesto Che in casa un forestier era venuto Per chieder acqua e gliel'avea negato E come la mattina avea veduto L'obbrobrio, l'ignominia, il duro fato. Gli disser se l'avesse conosciuto Se per città l'avesse riscontrato; Lui rispose di sì con gran duolo; E presto armar fu fatto un grosso stuolo. Qual seguitando allor le sue pedate, Giunsero in piazza e quivi ritrovorno Il forestiere, e quelle genti armate A quel subito corsero d'intorno, E la vita e le mani incatenate, In un oscuro carcer lo guidorno, Dove, senza di vita amica speme, Sei banditi di vita erano insieme. Entrato Pietro disse a quelli allora Cosa in quel luogo ci volean fare. Ma quelli, rispondendo; e voi ancora Per qual cagion veniste qui abitare? Credon che Pietro sia di mente fuora A quella gran stoltezza di parlare, E benchè dica liberar li vuole Non però danno fede a sue parole. Già il sol coi suoi bei raggi fatto il giorno Avea del nostro mondo come appare, Che Pietro cominciò con viso adorno Con quelli carcerati a ragionare. Gli domandò che cosa in quel soggiorno Gli dava la giustizia da mangiare. Rispose un di coloro in modo irato: Sol che pane, ed acqua ci vien dato. Rispose Pietro allor: povera gente Così trattati male ora voi siete; Ma vi prometto lesto qui presente Che tutti consolati resterete. Si vidde in quella grotta immantinente Circondare di lumi le parete E una mensa si vide apparecchiata, Di preziose vivande era adornata. Cena Pietro con gli altri carcerati Ed era ognun di maraviglia pieno, E sazi delli cibi che portati Furon dai Spiriti in quell'oscuro seno, Quando Pietro gli disse: amici grati, Io partir vuò e non fia laccio e freno; Se volete venir, io sarò scorta Per fuora uscir dalla serrata porta. Preso un picciol carbone a disegnare Incominciò una barca in quell'istante, Indi poi i compagni ebbe a chiamare Che ponessero in quella le lor piante; Ridevan quelli e pur per soddisfare Il suo pensier, che a liberarli è amante, Di sei ch'erano entrar un sol non vuole, Perchè fede non presta sue parole. Ma lo stolto n'avrà doglia e rancore. La barca è presto in aria sollevata E se ne uscì dalla prigione fuore, Benchè la porta fosse ben serrata. Per l'aria se n'andava, o gran stupore! Ed in parte lontana è già arrivata; E come l'aurora i raggi spase Ognun di quei trovossi alle loro case. Ma è d'uopo tornare alla giustizia, Che Barliario volea esaminare. Al carcere ne andò molta milizia Per farlo avanti il giudice parlare, Ma pieni i Saraceni di tristizia, La porta apriro e nol poter trovare; Sol trovato a dormir quel così stolto Che per far da sapiente in lacci è avvolto Il qual, interrogato, disse come E quanto fatto avea quell'uom straniero Il qual non sa chi sia, nè sa il nome Ma che lo stima il rio Plutone invero. Arricciorsi ai ministri allor le chiome Sentendo raccontar il caso intero; Condusser quello dal Governatore Per fargli raccontar tutto il tenore. Udito il tutto, il giudice in persona Andiè a vedere se rottura v'era, E la porta trovò valida e buona Sol v'era scritta una leggenda altiera. Dicea: Pietro Barliario s'imprigiona, Ma lui, per isfuggir tal sorte fiera, Con le porte serrate osò scappare; Andate un'altra volta a ben studiare. Tornò confuso nella sua maggione, Mentre Pietro in Salerno è già tornato, Che si sentia nel cor tanta afflizione Udendo un suono giorno e notte allato Che in cor gli favellava: empio fellone, In questa estrema età tu sei arrivato Nè ancor vuoi contemplar con luci vaghe Del Crocifisso le pietose piaghe Sicchè Pietro ogni giorno, benchè rio, Cinque Pater dicea inginocchione Pensando alla bontà del sommo Dio, Che per l'uomo patì tanta afflizione, Era buono il voler, ma il cor restio, Perchè a morbo invecchiato invan si pone O da chirurgo o da persone astute Erba ed impiastro ad apportar salute Ammaestrando i suoi alunni un giorno, Di celeste voler o gran portento! Li suoi nipoti in una stanza entrorno, Che due lustri compiti aveano a stento; E Fortunato, e Secondino osorno, Che con tai nomi rinomar li sento, Entrorno dico in quella libreria Un libro aprire d'infernal magia. E per scherzo pueril givan passando, Con una penna, quelle note atroci, Quando uno stuol di spiriti minacciando, Con urli apparve o con terribil voci; Sbigottiti i fanciulli allor tremando A quei gridi diabolici e feroci, Sorpresi dal timor, caddero spenti E dal numero uscir delli viventi. Corse Pietro e i parenti alla vicina Stanza e mirando l'infelice caso, L'infausta morte e la fatal ruina Delli nipoti suoi giunti all'occaso, Barliario tocco allor da man divina, Già dentro del suo cuor è persuaso Detestando abborrire in tutti i modi L'inganno di Satanno e l'empie frodi. Tutti portando i libri incontanente Ove a S. Benedetto è sacro tempio, Fe con proprie sue man un foco ardente E quei libri vi pose a fare scempio Pluto con i libri arse repente; Il suo gridar fu sì crudel ed empio Che il gran Tartareo, sbigottito e lasso, Guardava indarno il maledetto passo. Così Pietro rivolto ad un altare Che vi era un Crocifisso, assai divoto Cominciò si forte a sospirare E per tre giorni fu sempre immoto; Con un sasso alla mano a lacerare Incominciossi il petto e con gran core Di contrizione fe in un momento Che ondeggiasse di pianto il pavimento. Dicea: Signor di schiavitù comprare Col tuo prezioso sangue ti è piaciuto Me peccatore e somigliante fare A chi del ciel dagli Angeli ha saluto. Dal niente mi creasti, ed aspettare In questa estrema etade m'hai voluto; Or pentito a te vengo, o Redentore, D'ogni mia colpa e d'ogni altro errore. Lavar può solo il prezioso Sangue Le bruttezze ch'il cor m'hanno macchiato; Pietà, Signore, all'anima che langue Considerando ogni primier peccato; Pietà, se già di Stige all'orrid'angue Più d'un alma, d'un cor ho consagrato, E per giustizia io già incapace sono Di ricever da te grazia e perdono. Ma perchè tu Signor c'insegni a sorte Che non vuoi che si perda un peccatore, Ma che ben si converta e pianga forte, Che detesti ogni passato errore, E perchè avemmo sì felice sorte Che dell'anime foste il Redentore, Confido che non già tra' maledetti Ma scrivermi vorrai fra li tuoi eletti. La tua pietà la mia miseria implora, Nel tuo santo costato me nascondi, Nelle viscere tue fa ch'io muora, Tu che per noi di compassione abbondi Non far ch'io sia di redenzione fuora Condannato fra i spiriti empi ed immondi; Solo per mia cagione, ahi core atroce! Sei conficcato in quella dura croce. Con li misfatti miei ti ho flagellato, L'osceno fui che ti sporcai il bel viso, Di spine col mio oprar t'ho coronato, I piè, le mani t'inchiodai, m'avviso, Ho riaperta la piaga al tuo costato, Nè ancor per il dolor restò conquiso; Ben cieco fui che sin ad or non venni Ubbidïente dei divini cenni. Risguarda me, o Signor, con luci grate, Come già festi degna Maddalena; Rimira me con luci dispietate, Come già nella deserta arena Alla gran penitente fur mostrate, Che per voler di tua grazia serena S'ode ad esempio ognor alto ed invitto, La pazienza sua vantar l'Egitto. A questo suon di sì dolente voce Che allor usciva da un contrito cuore Il Santo Crocifisso dalla croce Ferì dagl'occhi il lucido splendore. Signor, non basta, il mio fallire è atroce, Pietro vorrei, dicea, segno maggiore. E ad un tal dir con voce mesta, Il Crocifisso allor chinò la testa. Vanne, o alma felice, all'alto regno A goder tra le schiere alme beate E di contrizion tu lascia un pegno, La fama il narri alla futura etade, E a me di Pizzo abitatore indegno Che già cantai di te l'opre incantate Intercedi da Dio tal dolce sorte Che alla tua paragoni la mia morte. Di ricche pietre e di marmoree foglie L'urna in quel tempio fu subito eretta, Al tumulo vicino della moglie, Estinta un tempo ed Agrippina detta. Ed appresso un sepolcro, il quale accoglie Di tenerella età coppia diletta, Delli due nipoti io parlo intanto Che causa fu del fortunato incanto. Anni novantatrè, sei mesi e giorni Visse nel maggio quel forte Atlante E mille quarantotto e cento adorni Anni gridava allor l'età volante. Morì di marzo allorchè pene e scorno Cristo soffrì per noi, pene cotante; La Settimana Santa estinto giacque, Ma all'occaso suo presto rinacque. Della Chiesa reggeva allora il freno Eugenio Terzo e con felice impero Di pace scintillava il bel sereno, Era lungi Bellona e Marte fiero, Nè percoteva a Teti il molle seno Con legni armati il timido nocchiero; In lieta calma allor l'età correa Come quando Ottaviano il scetro avea. Corrado Terzo Imperatore egregio Li suoi popoli avea fidi e costanti E del suo forte ardir mostrò gran fregio Debellando ad ognor nemici tanti, Regnava con valor, con spirito regio. Troppo sariano a dir sue glorie e canti, E di alloro ornandogli la chioma L'elesse per suo Re l'inclita Roma. Beato chi di divozione armato A questo mondo porta il seno e il cuore! Chè l'eterno martoro avrà scampato; Perchè dopo il goder alfin si muore.

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