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Una partita a scacchi; Il Trionfo d'amore; Intermezzi e scene

INTERMEZZI E SCENE

Reading edition

INTERMEZZO.

Recitato da Giuseppe Pietriboni, la sera del 23 marzo 1875 a Torino (teatro Gerbino) in occasione della rappresentazione datavi dalla Compagnia Pietriboni, in favore della sottoscrizione per un monumento a Carlo Goldoni.

Signori — Io vorrei chiedere al pubblico indulgente Di trattenermi alquanto seco direttamente. Forse l'occasione mi dà soverchio ardire, Ma dacchè tante volte voi mi state a sentire Allor che in me favellano or questi or quei poeti, Mi pare che nessuna convenienza mi vieti Di parlarvi una volta in mio nome e che sia Il dirvi grazie, un debito per me di cortesia. Per me che dall'omaggio al sommo Veneziano Quasi ricavo un bricciolo d'orgoglio paesano E figlio di quell'arte che fu per noi sua figlia Sento all'interna gioia che la festa è in famiglia. Vi dirò di Goldoni, Signori. Tuttavia Non ne farò l'elogio nè la biografia; L'elogio, il vostro accorrere lo fa meglio di me E la biografia se l'è scritta da sè. Più modesto proposito ho nella mente accolto. Cercherò la sua vita dal dì che fu sepolto. Anzi, a scansar le piccole bugie cui s'abbandona Chi racconta di tempi che non vide in persona E a far che non si svegli qualche critico arguto, Comincierò dai giorni in cui l'ho conosciuto. Ero un bambino, quando venni la prima volta A teatro e rammento che ci vidi raccolta Un'intiera bottega di rigattier. Codini. Nêi, guardinfanti e fibbie e parrucche e spadini E con essi il moderno abito a coda e seco La toga dei Quiriti ed il coturno Greco. Era una lunga scuola a quei tempi la scena E una scuola difficile. Daccanto alla serena Commedia dei maestri del riso, allor s'udìa Sonar del verso classico la solenne armonia. Solean Goldoni e Alfieri, di poi quasi sepolti, Darsi la mano e insieme destar su tutti i volti O l'allegria festosa che vien dritta dal cuore, O i pallor subitanei dell'ansia e del terrore. La Pamela dell'oggi, era doman Medea. Così, dai multiformi aspetti dell'idea Sgorgava per novello vigor ringiovanita, Un'arte viva, ricca, varia come la vita. S'era ingenui, convengo, e sentivate dire Che il teatro ad esempio dovesse divertire. Non erano risolti i problemi sociali, Non erano i teatri mutati in ospedali Di malattie dell'anima. Pare esagerazione, C'eran persino, in scena, delle oneste persone. Ma in cambio, superata la ribalta, correa In giro, per i palchi, per tutta la platea Qualche risata schietta, qualche lacrima vera, E il pubblico batteva le mani e buona sera. Allora di Florindo e Rosaura il festivo Amor blandiva gli animi.... e Goldoni era vivo. Ma un giorno giù dall'Alpi precipitò su noi Una lunga falange di non più visti eroi. Eran pallidi e belli, avean le furie in seno, Parlavan sorridendo di pugnal, di veleno, Sorridendo morivano fra un bacio ed un singhiotto E la luna faceva loro da Galeotto. Uditi i re discorrere come gli altri mortali, Il verso di Agamennone tace e ripiega l'ali; Affogato dall'impeto della nuova invasione Florindo si rannicchia tremando in un cantone, Rosaura agli spasmodici deliri s'impaura E domanda rifugio a qualche cella oscura, Il vecchio Ottavio parte, grattandosi l'orecchia, Lisetta abbrividisce.... e Goldoni sonnecchia. E parrucche e spadini e ricami e gorgiere, E tutta la bottega del vecchio rigattiere, In un guasto cassone pigiata alla rinfusa, Borbotta il miserere della gioconda musa. Balda ai fresco venuti sorrideva la vita. Erano figli anch'essi della varia, infinita Arte che dagli affetti dell'uom ritragge e crea. Anch'essi eran rampolli dell'universa Idea. Ma nati di artifizio e lontani dal vero, Ratto com'era sorto, ne dileguò l'impero. E un nuovo mutamento di scena s'apparecchia, E nuovi eroi s'affacciano.... e Goldoni sonnecchia. Solamente, una sera, stanco del lungo sonno, Guidato da un nipote.... degno figlio del nonno, L'occhio di nuovo pieno di vita e la fronte alta, Fu veduto in persona tornare alla ribalta. La schiera dei suoi comici era con lui rinata, Rifece il capitombolo l'Erede fortunata, Ed ei, di una sconfitta fra l'ire e il tramestìo Tocco novellamente dal carbone di Dio, Ripromise le sedici commedie nuove e poi Lasciò libero il campo ai sopraggiunti eroi. L'arte novella sale in cattedra e pretende Governare il cammino delle umane vicende. La commedia ha deposto il suo gaio berretto E sdegna il facil riso ed il semplice affetto; Fatta seria e matrona, le snelle membra affoga Dentro le magistrali ampiezze di una toga. Sermoneggia coll'aria di una nonna pentita.... Il diavolo era vecchio e s'è fatto eremita. Ha per ragion suprema la pubblica morale.... La tesi è molto bella.... e molto originale. Qui ci sta una parentesi. Può darsi che taluno Vanti famosi intingoli.... e ne parli a digiuno. Può darsi che taluno lanci la pietra e a lui Il rimprovero tocchi ch'egli rivolge altrui. Egli è che un buon rimedio i mali umor disvia E chi di fresco n'esce odia la malattia. Voi, se qualcun vi secca, gli insegnate il latino E i cronisti gli danno il resto del carlino, Ma ai buoni insegnamenti chi ha cervello s'inchina; Can che scottò la cenere non tocca più farina[4]. La parentesi è chiusa. Il proscenio ribocca Di moralisti in coda e lì.... bazza a chi tocca. La donna è fatta il grande problema d'occasione. S'inventa una parola: Riabilitazione. Gli anatomisti accorrono a farne l'autopsia: Questi cerca il rimedio, quegli la malattia. Uno accusa la moglie di un Sì male assortito, Un altro più galante dà la colpa al marito, E come sempre avviene in mezzo al pandemonio, Arriva un terzo il quale condanna il matrimonio. Gli affetti casalinghi non son degni di nota, Passa sul palco scenico l'almanacco di Gotha. Si canta in cento mila toni che il mondo invecchia, E invecchiando peggiora.... e Goldoni sonnecchia. Ma il guaio è che, malgrado tante scoperte rare, Il pubblico ancor esso comincia a sonnecchiare. Un giorno, un capocomico che se ne avvede, va Ruminando ove possa trovar la novità. E mentre seco stesso propone e dispropone, Capita senza addarsene in faccia ad un cassone. È un cassone a cui scappano cento anni da ogni lato, Logoro, mal connesso, sferrato, impolverato. Ci soffia su, e attraverso la polvere che il cela Uno scritto sbiadito debolmente trapela. Son due nomi — Florindo e Rosaura. Egli pensa: Chissà, poveri amanti, quanta muffa s'addensa Su voi! Come sarete ridotti al lumicino! Florindo avrà disfatto il nodo del codino, Rosaura avrà di funghi piena la collaretta. Apre il cassone.... e un grato profumo di violetta Si spande intorno e tosto Florindo arzillo e sano N'esce e porge a Rosaura sorridendo la mano. Rosaura gli sciorina l'inchino di prammatica. Ha l'alito che aulisce di fragola selvatica, Ha le guancie di rosa e la voce d'argento. Il nostro capocomico ci si rimette a stento; Ma alla fine, sedotto da una subita idea, Li porta sul proscenio.... e i palchi e la platea A: bravo, a battimani, ad accoglienze oneste E Goldoni si sveglia.... e con esso rideste Tornano le gaiezze onde i nonni fur lieti, Tornan dei sani amori i colloquii discreti, Tornan le maldicenze, bevendo il cioccolatto, E tornano gli applausi dieci volte per atto.

La mia storia è finita, Signori. Il tempo vola. Al Cavalier di Spirito ritorno la parola.

PROLOGO.

Recitato dalla signora Annetta Campi-Piatti, la sera del 17 febbraio 1877, nel teatro Carignano di Torino, in occasione della prima recita della Compagnia Drammatica della Città di Torino, diretta da Cesare Rossi.

Signori amabilissimi! Se il nostro direttore Si tolse il privilegio della parte migliore Per dirvi quanto ognuno di noi, nel cor, vi dice, Lasciate che del massimo grado di prima attrice Io mi valga a mia volta per ridir quel che sento Nel pormi a questo nobile e terribil cimento. E poi, se il tentativo attecchirà per bene E se invece del solito rimutare di scene Su queste antiche tavole farem stabil dimora, È giusto ed opportuno il cominciar fin d'ora A conoscerci alquanto, poichè le buone intese Fanno l'attor voglioso e il pubblico cortese. La troppa timidezza non è di mia natura, Tuttavia, lo confesso, questa sera ho paura. Nè siete voi, signori, che paura mi fate. Anzi, da quelle seggiole così ben popolate, Da quei palchi ridenti per così vaghi fiori, Dalla platea, speranza e terror degli autori, Se non mi fa cadere in inganno la mia, Parmi qui salga un alito di vera simpatia, Che m'incuora, mi affascina e mi fa più gradita L'arte cui consacrammo, voi l'affetto, io la vita. M'impaurisce il cumulo delle grandi memorie Che in questa sala tornano così vive. Le glorie Del passato son stimolo ed inciampo ai presenti. I nomi che ci fanno pensosi e riverenti. Vanto dell'arte e lume di sogni orgoglïosi, Qui nacquero, qui crebbero, qui diventâr famosi. Giovinetta ed inconscia dei futuri splendori, Qui dei suoi primi applausi palpitò la Ristori. Qui passò la Marchionni, qui rise e pianse Vestri, Qui, studïoso insieme degli antichi maestri E dell'aperta vita, Rossi, nel suo secreto, Maturava le collere del pensieroso Amleto. Che splendida corona di glorie han queste scene! Alberto Nota in tele scorrevoli e serene, Pellico nella mite effusione del cuore, Brofferio nella satira, Marenco nel dolore, Giacometti nel fascino di favole involute, Stampavano il pensiero di queste genti argute E oneste, e sopra tutti, irti il verso e i pensieri, Sfolgoreggiava il genio solitario d'Alfieri. Buon per noi che ci corsero degli anni e fur parecchi, Che gli uomini maturi d'allora ora son vecchi, Che i giovani d'allora son uomini maturi: Se no quel troppo grido ci farebbe più oscuri Che non siamo, e la luce di quel sole crudele Offuscherebbe il raggio delle nostre candele. Chi succede ad un grande ingegno, in faccia ai mille Dev'esser grande, a costo di parer imbecille. E quanto più l'altezza necessaria si vede, Tanto è il salir più arduo, tanto più lento è il piede. Io, per quanto mi tocca, vi domando licenza Di non essere un genio in spirito e presenza. Sarò docile, assidua, piena di buon volere, Tenterò che sull'arte non soverchi il mestiere, E se dai vostri applausi avrò lena e coraggio, Se non le penne al dorso ed alla fronte il raggio, Me ne verrà maggiore fiducia di me stessa E di future glorie la feconda promessa. D'altronde, non vi pare che ormai troppo sovente Noi s'inneggi al passato a danno del presente? Questo povero onesto presente ha il grave torto Di non essere ancora sotterrato.... nè morto E noi ci adoperiamo coi piedi e colle mani A ucciderlo quest'oggi.... per cantarlo domani. È vecchia usanza: ai grandi che or vi ho nominati Si oppose un dì il fulgore degli ingegni passati E forse ai nostri figli un giorno si opporrà Il senno e la grandezza dell'odïerna età. La memoria è una fata che coi suoi filtri arcani Fa più belli gli oggetti quanto più son lontani. Chi non vide talvolta tornar non evocato Siccome un luminoso guizzo del suo passato? E da quella ideale vista chi non ha tratto Maggior compiacimento che non ebbe dal fatto? Chi non ricanta in mente qualche dolce canzone Udita in giovinezza e schiva l'occasione Di riudirla ancora, per non fugar la gaia Coorte dei ricordi che a quell'uno si appaia? Tolga il Cielo che io voglia sminuire il rispetto Dovuto a quei maestri che furono. Vi ho detto Queste cose, temendo, nella mia reverenza, Che i morti non ci facciano soverchia concorrenza. Il proverbio egoista patisce un'eccezione: Gli assenti, in fatto d'arte, hanno sempre ragione. E poi, dacchè ci sono, confesso ingenuamente Che alla stretta dei conti, voglio bene al presente. Il diavolo non parmi brutto come lo fanno. Non mi pare che il vizio sia peggiore tiranno Che non per lo passato, che madonna virtù Invecchi e si raggrinzi ogni giorno di più. L'arte nostra non parmi, come vogliono tanti, Che cammini alla cieca, con passi zoppicanti, In cerca di una forma idëal che non trova. Non credo all'arte vecchia e non credo alla nuova; Credo all'arte che il tempo senza danno accarezza E cui splende nel volto l'eterna giovinezza. Mi han detto che se fosse mortal l'avrebbe uccisa Il soverchio discorrerne che fanno in varia guisa Tanti dotti filosofi in veste di censore, Che vorrebbero imporle idea, forma, colore E governarla a modo di un fantoccino in fasce. Ma si divien filosofo e poeta si nasce E la virtù nativa più che ogni altra conquide. Il filosofo brontola e il poeta sorride. Mi han detto che la guardano con occhio di livore Tanti arguti filosofi in veste di censore, I quali per ridurla alla propria portata, Predicandola vera, la vorrebber sguaiata. Ma la spada che impugnano, essi soltanto uccide. Il filosofo brontola e il poeta sorride. Mi han detto che ne provano salutare terrore Tanti puri filosofi in veste di censore, I quali le contendono il vïaggio infinito E la vorrebber sempre fanciulla da marito. Ma l'arte è donna saggia che molto visse e vide. Il filosofo brontola e il poeta sorride. Mi han detto che le negano i voli e lo splendore Tanti freddi filosofi in veste di censore, Che abborrono del verso la serena armonia, Che le oscure tempeste del cor chiaman pazzia. Per costoro Desdemona è pazza da catena, Amleto un forsennato, Fausto un scemo in pena, E se ne avesse tanta virtù l'animo basso, Legherebber Prometeo un'altra volta al sasso. Ma Dio per farli fiacchi, saggiamente provvide. Il filosofo brontola e il poeta sorride. Le idee sono di genere femminile. È destino Che quanto è bello e instabile quaggiù, sia femminino. Il pensiero, che è maschio, è frutto del volere, Lo correggo, lo suscito, lo volgo a mio piacere. È di una pasta docile, tagliato alla carlona, Che fa quello che gli ordina la mente sua padrona. L'idea, per sua natura vagabonda, non vuole Patir nessun inciampo di metri o di parole. È una donnina fragile, vispa, fresca, imperiosa, Che sorride, che stuzzica, che fa la permalosa, Che vi arriva in un attimo, che fugge in un momento, Che non si lascia cogliere due volte ad un cimento, Che l'amante più assiduo corbella, e a chi s'avvede Di sue grazie non curi, le sue grazie concede. Lasciamola padrona di far quello che vuole, Questa, che i nostri padri chiamâr: figlia del sole! Signori, perdonatemi il lungo chiacchierio, Benchè non figlia al sole, sono donna ancor io. Quel che vi ho detto, forse non lo saprei ridire, Ma lasciatemi aggiungere un motto per finire. Sono molto contenta di trovarmi fra voi. Se voi di me lo siate, me lo direte poi. Per ora l'impazienza de' miei compagni attori Mi chiama alla commedia. Buona sera, signori.

PROLOGO

ad una rappresentazione della Serva Amorosa fatta con le maschere di Pantalone, Arlecchino e Brighella.

PERSONAGGI.

Pantalone

Arlecchino

Brighella.

Pantalone (viene alla ribalta a sipario calato). Pubblico modernissimo. Son passati molt'anni Dacchè più non ti venni innanzi in questi panni, Dacchè insiem colla maschera, col pizzo e il zimarrone Anche il vecchio deposi nome di Pantalone. Il nome, la zimarra, la maschera ed il pelo, Non le virtù, nè i vizii, nè la persona. Al cielo Mi levasti più volte, o pubblico sagace, Scambiandomi con altri. Ieri ancor, con tua pace T'ebbi e t'avrò domani plaudente spettatore Di mie smanie barbogie, del mio avaro furore Paterno, di mia lunga tremula tabaccata. E già ti parvi, e certo ti parrò, di covata Recente, e avesti e avrai per novo il mio sembiante. Perchè, vedi, tu suoli, o pubblico costante, Mutar gusto ogni giorno, ma gli autor te la fanno E come avviene al povero che ha rivoltato il panno Del logoro pastrano e per nuovo lo spaccia, Essi mi mutan nome, mi imbellettan la faccia Con diversi colori, mi fan magro o paffuto, Mi vestono alla foggia del giorno, e chi n'ha avuto Ne ha avuto, io sembro un altro e son sempre lo stesso. Così un pollo coriaceo che resistette allesso Ai morsi laceranti d'affamato avventore, Venti volte ritorna al banco del trattore, Di venti spoglie nuove si veste e ne riparte Venti volte bugiardo. Vedi, il trattore è l'arte, Io sono il pollo e tu l'avventore affamato. Chi mi saprebbe dire quando e da chi son nato? È un'antica prosapia quella dei Bisognosi E andrà lungi. Io già vidi i teatri famosi Di Atene e Roma, e quivi fui sgomento di amori Giovanili e zimbello di furbi servitori. Già Plauto, già Terenzio mi chiamavano vecchio Senex nel lor linguaggio, e mi facevan specchio Degli stessi difetti, delle stesse virtù Che mostro al giorno d'oggi. Ho due mill'anni e più Sul groppone, e li porto, parmi, con faccia lieta. Il mio scrigno conosce più conii di moneta Che non visi d'amanti la luna badïale. Io, dal sesterzio all'ultimo biglietto consorziale, Pesai con ogni peso, scrutai con ogni lente Ogni forma, ogni titolo di moneta corrente. Ne misurai del panno a diverse misure! Ne allevai di pupille destinate alle pure Gioie del maritale mio talamo, ed aimè Rapite dal galante! Ne fiutai del Rapè! E ne diedi a fiutare.... troppo. — Insomma, cortese Pubblico, d'ogni tempo son io, d'ogni paese. Perciò non ti dispiaccia se, per fare contento Il gran babbo Goldoni, indosso il vestimento Ch'egli mi diè in sua vita. Già, se lo vuoi sapere, Una maschera al viso ce l'ho tutte le sere; E stassera la parte che faccio è modernissima: Sono un babbo modello, e la tua felicissima Età, pubblico austero, non ha che babbi savi E più savi figliuoli. Tu sei miglior degli avi, Tu sei lo specchio d'ogni rara virtù, io trasecolo Pensando alla sublime civiltà del tuo secolo. — Pubblico intelligente — mi batterai le mani. Già se ti vuoi sfogare sfogati con quei cani Di Brighella e Arlecchino. (Arlecchino e Brighella sollevano il telone uno da una parte della scena e l'altro dall'altra, e mettono fuori la testa). Arlecchino (fra sè). Oh! Brighella (fra sè). Cosa dice? Pantalone (seguitando senza avvedersi di loro). Quelli Non son tipi moderni; di simili flagelli È perduta la stampa. Mostreranno la nera Maschera, o il bianco saio o l'abito a scacchiera, Ma l'aspra, irriverente, cinica gherminella Di che si compiacevano Arlecchino e Brighella Nessun più la conosce per fortuna. (prende una presa di tabacco). (Arlecchino e Brighella vengono pian piano alla ribalta, e si accostano a Pantalone, non avvertiti. Tutti e due vestono il costume tradizionale, ma lo coprono con un soprabito moderno. Arlecchino non ha maschera. Il pubblico capisce che non rappresentano il tipo della maschera antica, ma bensì dei personaggi moderni travestiti. Perciò non parlano in dialetto). (Brighella, mentre Pantalone prende la presa, gli dà un colpo sotto la tabacchiera che gli manda il tabacco negli occhi). Pantalone (cogli occhi pieni di tabacco). Che è ciò? E pciù. E pciù. Che è stato? (vedendo i due) Voi birbi! Arlecchino. Io no. Brighella. Io no. Pantalone. Chi mi ha buttato in viso quel tabacco? Brighella. Mah! Pantalone. Mostri! Brighella. È andato da per sè. Arlecchino. Le par che ai tempi nostri Si tendan tali trappole? Brighella. Mancar di educazione Con un vecchio balordo? Arlecchino. Un vecchio bietolone, Mancargli di rispetto! Una volta magari. Ma oggi si riveriscono i taccagni suoi pari. (gli prende di saccoccia senza ch'egli se ne avveda il fazzoletto e lo passa a Brighella). Pantalone. Oh basta! Ho gli occhi pieni di Rapè. Il fazzoletto (cerca il fazzoletto e non lo trova). L'avevo: son sicuro che l'avevo. Oh cospetto! (ad Arlecchino). L'hai tu! Arlecchino. Non l'ho. Pantalone (a Brighella). Tu dunque, brigante? Brighella. Io non l'ho tolto. Arlecchino. Le pare? A questi chiari di luna! Ci vuol molto Coraggio a dir che al secolo del progresso ci sia Dei ladri o borsaiuoli. Pantalone. Tu menti. Brighella. Una bugia! Brighella ed Arlecchino ne tessevan l'ordito. Arlecchino (imitando l'accento di Pantalone). Ma di quelli è perduta la mostra. Pantalone. Già; ho capito, Voi state ad origliare dalle tende. Arlecchino. Oh padrone! Origliar! Brighella. Noi! Pantalone (prendendoli a braccetto). Compari belli, avete ragione, Quel che dissi, l'ho detto.... zitti!... per far piacere Al pubblico;... ma io, se il volete sapere, Credo che di Brighella e d'Arlecchin ce n'è Più che di Pantaloni, assai di più, perchè Questo gli è sempre vecchio, mentre di questi qua Se ne trova a bizzeffe e di tutte le età.

(Cala la tela).

IL TRIBUNALE DI PROUDHON[5].

Proudhon siede in cattedra giudice. (Agli uscieri). Entrino gli accusati. (Entra un paladino armato di tutto punto). Proudhon. Come ti chiami? Il paladino. Orlando. Proudhon. Il padre? Orlando. Per qual vita, signore? Proudhon. Ti domando Da chi nascesti. Orlando. Nacqui due volte; la men bella Vita mortal mi diede Berta che fu sorella Di Carlo Magno. Vissi fra l'armi e fui tradito E ucciso a Roncisvalle. Proudhon. Codesto scimunito Mi beffeggia. Per morto ha un aspetto gioviale. Orlando. Vivo or la mia seconda vita lieta immortale. Proudhon. Onde l'avesti? Sei tu sangue di potenti Un'altra volta? Orlando. Assai più nobile. Le genti Chiamarono mia madre: poesia. Proudhon. Tristo nome Di vagabonda. E il padre? Orlando. Furono molti. Proudhon. Come? Orlando. Nè so nomarvi i primi; solo in mente mi reco Luigi Pulci, e il conte Matteo Boiardo, e il Cieco Di Ferrara e il canonico Francesco Berni e il frate Folengo mantovano e messere.... Proudhon. Segnate Quella donna per mali costumi. Orlando. Ma di questi Uno mi fece ornato di sì splendide vesti E di sì chiara fama che a me si volse amico Il mondo intero. Proudhon. E il nome? Orlando. Messere Ludovico Ariosto. Proudhon. Ora che oprasti in tua vita? Rispondi. Orlando. Feci trillare intorno i sonagli giocondi Del riso. Alla più armonica delle umane favelle Diedi nuove armonie, nuovi ritmi; le belle Favole che dormivano sorsero al nostro invito. Tessei con filo d'oro il trasparente ordito Dell'ottava e le posi come vivagno in cima Il frastaglio festevole della facile rima. Chiusi l'idea nel vetro chiaro della parola. Suonò d'armi e di baci per me il vento che vola, Cercai le vive immagini al vivo mondo e quelle Mi scherzarono intorno come vispe gazzelle. Proudhon. Costui parla un linguaggio ch'io non intendo. E quale Bene recasti agli uomini? Orlando. Ho allegrato il Ducale.... Proudhon. Non parlar dei gaudenti. E agli umili hai giovato? Orlando. Chiedetene i viali suburbani. Tornato Appena il dolce tempo primaverile, intorno Van le coppie amorose cercando ove del giorno Fia men chiara la luce e la gente più rada. La giovinetta forse gualcisce ora per strada L'opera della notte che reca alla sartora, Ed egli inganna in ozio delizïoso l'ora Dovuta alla scïenza. Parlan piano, egli umile Chiedendo, ella negando fiera. Giunti al sedile Sostano e nel mio libro cercan l'animo loro. Egli vi legge i lagni degli amanti, il tesoro Sempre mal vigilato di virtù femminine. Sul suo labbro il mio canto trova armonie divine. Ella s'accosta trepida, insciente, rapita Duplicando per tutti quanti i sensi la vita. Finchè come d'entrambi il vivo amor collima Un desïato bacio mette al verso la rima. Proudhon. Ah! mezzano d'amori, così giovi alle genti? Orlando. O badate, messere, malgrado i suoi tormenti L'amore è ancor per gli uomini la più saggia follia. Proudhon. Al rogo, al rogo. Orlando. E quando mi avrete arso e ne sia Tutta ridotta in cenere la mia veste, badate Al pulvischio che vola in groppa alle folate Del vento. Andrò pel mondo o memoria o rimpianto. L'aria che tante volte risonò del mio canto Ne riterrà le dolci cadenze, e quando i nuovi Amanti torneranno agli usati ritrovi Vi sentiranno olezzi di fiori acri e procaci, Parrà loro di udirvi un cinguettar di baci. Opra della mia cenere saran cresciuti i fiori. Opra del mio ricordo della mente gli errori. Ed io sarò nell'animo loro vivo e giocondo. Proudhon. Al rogo il primo pazzo e chiamate il secondo. (Entra una donna vestita a bruno in aspetto addolorato). Il tuo nome? La donna. Desdemona. Proudhon. E la tua vita?... Ah! Senti: Avrai come quell'altro un mucchio di parenti. Lasciamoli da parte. Che hai fatto? Desdemona. Ho amato. Proudhon. Belle Prodezze! E poi? Desdemona. Null'altro. Proudhon. Ti portano alle stelle Per questo? Desdemona. O no, signore. La mia povera gloria Mi viene dalla morte. Proudhon. Su, racconta la storia E spicciati. Desdemona. Son nata in Venezia. Proudhon. Non preme. Desdemona. Andai sposa ad Otello il moro e vissi insieme Con lui la dolce vita, finchè un dì per fatale Inganno egli mi uccise. Proudhon. Apposta? Meno male. Qui c'è forse un esempio. Tu l'avevi tradito?... Desdemona. Oh signore; io l'amavo.... Proudhon. Come s'ama un marito! Desdemona. No, vi giuro pel cielo.... Proudhon. Dunque non servi a niente? Colpevole ti assolvo, ti condanno innocente. Ah se tu lo tradivi, la tua morte era scola Alle mogli infedeli. Ti bastava una sola Colpa a farti morale pei secoli! Che errore Fu il tuo! Donna impudica, insegnavi il pudore, Donna casta e infelice, il folle amor tu insegni. Vanne al rogo coll'altro pazzo, non siete degni Dell'ordine civile ch'io vagheggio. Chi resta? . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . E passa nel cospetto del giudice la mesta Fila dei pensierosi che han scrutato il secreto Della vita mortale; passa il giovine Amleto, Passa Adelchi e Consalvo e Aroldo e don Giovanni. Vi passano le belle dolorose negli anni Giovanili rapite dall'amore alla vita: Dona Sol, e Giulietta e Clara e Margherita. Van lente e riluttanti, come giovenche al giogo, E la voce del giudice ripete: al rogo, al rogo. Passano i pazzi savi dall'ingegno bislacco, Passano Calandrino e Bruno e Buffalmacco. E Gargantua porgendo mano a Pantagruello. Jourdain rifa gl'inchini e i ghigni Sganarello. Ecco sir Gianni Fàlstaff, dai poderosi lombi, E la paffuta faccia del marchese Colombi. E seguita la voce nasal del pedagogo, La tedïosa nenia che grida: al rogo, al rogo.

I GIUDIZI DEL PUBBLICO[6].

PERSONAGGI.

Giorgio Dandin

Il signor Travetti

Otello, moro

Un Pittore, amante corrisposto della Donna Romantica

La Donna Romantica

Veneranda

Fiammetta

Margherita.

(La scena segue in un caffè. Tutti i personaggi tornano dalla rappresentazione del dramma Diana di Lys di Alessandro Dumas figlio).

Travetti. L'ha inteso, signor Giorgio, il dramma di stassera? Giorgio. Sì. Travetti. Che ne dice? Giorgio. Bello. Che la storia sia vera? Travetti. Oibò, pretta invenzione, tutto quanto.... Giorgio. Peccato! Credevo un fatto storico. Io l'avrei raccontato In paese. Travetti. Le pare che si ammazzi la gente Così in un batter d'occhio? Giorgio. Sa, non ci ho posto mente. Credevo un fatto storico, le ripeto, e lei sa, La storia è sempre stata piena di atrocità Senza nome, ma è scritto e non ci si ragiona. Travetti. Vede, io per giudicare se una commedia è buona O cattiva, mi metto ne' panni dell'attore E domando a me stesso: Che avrei fatto? Giorgio. E già! Travetti. Il cuore Mi dà il meglio giudizio, perchè, dice il giornale Che il teatro ci deve far l'uomo al naturale, Io sono un uomo, penso, m'investo, vaglio il sì Ed il no, poi conchiudo: Ecco, l'uom fa così. Giorgio. È chiara. Travetti. Ora vediamo, un uom che avrebbe fatto Nei panni di quel conte. Giorgio. Mah! Travetti. Intanto nel primo atto Sarebbe stato un bravo e solerte marito E non un bighellone, non uno scimunito Come quello. La caccia certo è uno sfogo onesto Benchè abbia i suoi pericoli anch'essa, ma per questo Un uom non lascia in casa la moglie abbandonata. Caccia nei suoi poderi a caccia riservata. Le pare? Giorgio. Certo. Travetti. Allora non sarebbe seguìto Nulla affatto ed il dramma era bello e finito Prima di cominciare. Ma veniamo al finale. La moglie ama il pittore. Giorgio. Bel giovane. Travetti. Fa male, S'intende; il conte arriva e li coglie in flagrante. Che avrebbe fatto lei? Giorgio. Io? Travetti. Supponga un istante Non è un uomo anche lei? Giorgio. Mi meraviglio! Travetti. Ebbene, Che fa un uomo in tal caso? Giorgio. Le dirò: Queste scene Le conosco; mia moglie, ormai tutti lo sanno, Fa uno strappo al contratto trecento volte l'anno. Travetti. Bravo, dunque lei parla per esperienza; approva La condotta del conte? Giorgio. Oibò. Travetti. Vede? La trova Naturale? Giorgio. Ma che! Il conte, in tal frangente, Aspettava che il caso fosse chiaro e patente, Perchè in scena quei due non facevan del male Poi chiamava qualcuno: prova testimoniale! E una volta convinti la moglie ed il pittore Di aver fallito a tutte le leggi dell'onore. Di chi restava il torto? Del marito? Mai più. Egli dei tre era il solo fedele alla virtù. Travetti. Ah no, scusi, lei va troppo blando. Giorgio. Ma ho sempre Fatto così. Travetti. Non basta. Ci sono delle tempre D'uomo che non sopportano una simile offesa. Perchè il talamo è luogo sacro, come la chiesa. Il reo che lo contamina dev'essere punito. L'onore è il sommo bene e l'onor d'un marito È in poter della moglie — Ma ci son tribunali, C'è la legge e davanti la legge siamo eguali Tutti: non v'ha contessa che tenga, lo statuto È lì che parla. Or bene un uomo pervenuto A quelle strette, vince il brutale furore E a costo di morirne doman di crepacuore.... Otello (che si è a gran stento contenuto fin'ora, non ne potendo più, scatta, urlando). Li ammazza tutti e due, sull'attimo. Giorgio (spaventato). Chi è quello Scomunicato? Travetti. Piano. È il generale Otello. Otello. Non è la legge offesa, non è il patto giurato Che gridano vendetta. È il cuore insanguinato Che vuol disseminare la morte in sulla terra. Chi mi ha tolto il mio bene? Tutti e due. Nella guerra Dei neri affetti, l'uomo non pondera, non vaglia. Ma si gitta perduto per dentro nella battaglia. Un uomo il vostro conte? Un fantoccio! L'uom vero Uccide l'uno e l'altra e l'universo intero E quanti sospettarono l'oltraggio e (guardando i due con aria di collera sprezzante) i goffi musi Che ne fanno discorso. Giorgio. Misericordia! Travetti. Scusi, Generale, ad uccidere si fa presto, ma fanno Presto a metterlo in gabbia pure. Lo assolveranno, Ma e l'impiego? Otello. Quel conte non era un impiegato. Travetti. Lo crede un disonore lei servire lo Stato?! Pittore. Io poi quel che non posso mandar giù è quell'idea Di pigliarsela contro l'amante. Ero in platea E a quella vista il cuore mi si è rivoltato. Passi, ammazzar la moglie. È sua. Ma gli ho giurato Fede io mai? L'ho tradito? Ho detto la bugia? O se una donna mi ama e viene in casa mia A dirmelo, ci ho colpa forse? La Donna Romantica. Lasci. La vita Non va come il teatro; nè v'ha più scimunita Catastrofe di quella. L'uom corregge il destino. La legge è un fatto umano e l'amore divino. Sa nel mondo reale che sarebbe seguìto? I due si combinavano per freddare il marito. E sulla tomba ultrice, sotto il cielo stellato, Sfidando gli elementi e gli uomini ed il fato.... (piano al pittore). Domani sera all'otto. Pittore. Non mancherò. Veneranda (giunge ansimando e va a sprofondarsi sul divano più largo e morbido della sala). Garzone, Una marena subito. Oh Dio che agitazione Mi ha dato quella loro commedia! Travetti. Donde viene, Signora Veneranda? Veneranda. Di teatro. Che scene! Ha inteso? Travetti. Ma è finito da un'ora. Veneranda. Già! Dovrei Scalmanarmi per correre! Travetti. Non c'è Taddeo con lei? Veneranda. È rimasto un momento di fuori. Il poveretto È ancora sbigottito. Camminando mi ha detto Che se il mondo reale fosse come lo fanno I commedianti, egli morirebbe entro l'anno. Quei comici han l'argento vivo dentro le vene. Di su, di giù, si sbracciano, si fingon delle pene Immaginarie, piangono, si danno un movimento Di scoiattolo in gabbia. A vederli è un tormento. E il colpo di pistola in fine, le par bello? Dovrebbero annunziarlo almeno sul cartello, Che si sappia. Ho creduto morirne di paura. Insomma quella gente in scena hanno figura Di scimmie ammaestrate che fan le capriole A suon di frusta. A un tratto quando il padrone vuole Quetarle, dà un gran colpo di tamburo e interrotte Le gambate, ogni scimmia rincasa e buona notte. Fiammetta. Io non curo degli uomini, ma se cerco in me stessa Non ravviso per donna quella vostra contessa. Non ha che la miseria di un solo unico amante, E lascia che lo sposo te lo colga in flagrante! Eh! Baie! Travetti. Che ne dice, signora Margherita? Margherita. Che dire? Ho riso e ho pianto. Riconobbi la vita.

IL FINALE DI UN DRAMMA.

Una volta che stavo da un mese in val d'Aosta Per finirvi un mio dramma, giunto all'ultima scena Mi trovai colla mente così gaia e disposta Al comico, che nulla potea mettermi in vena Di tristezza. L'eroe, inghiottito il veleno, Non voleva saperne di morire o moriva Come fanno i brillanti da farsa, e nondimeno Bisognava ammazzarlo. Bellotti m'inseguiva Con lettere, e il cartello tenea le cantonate. Disperavo d'uscirne allorchè mi sovvenne Di un luogo triste ed arido chiuso fra desolate Pareti di macigno, deserto, da perenne Ombra oscurato, e solo di cinque ore discosto. Risolvetti d'andarci; era il tocco e fui tosto In cammino. In quel luogo sorge un vecchio castello Di tristissimo nome; io che vesto l'orpello Romantico, e che metto in scena il Medio Evo, Fra i ruderi corrosi e muscosi dovevo Certo trovare il bandolo della tragica azione. La strada che vi mette segue un buio vallone, Traversa due villaggi, si biforca, a diritta Sale al castello, e a manca giunge per una fitta Abetaia al maggiore borgo della vallata Dov'è un ottimo albergo dovuto alla passata Di un gran valico alpino. Era il fine d'aprile; Sui castani brillava la gialliccia e sottile Verdura delle foglie nuove, correan sui prati Dei brividi cangianti, i noci eran gemmati Di cartocci rigonfi, lucentissimi e neri. I monti per le forre, pei seni, pei sentieri Eran tutti rigagnoli, le erbe del pendìo Sudavan luccicando e un vivo chiacchierìo D'acque empiva la valle d'indistinte parole. In alto le ghiacciaie crogiolavano al sole Molli e lascive, e i culmini eran tutti di fiamma. Immaginate voi se pensavo al mio dramma Più che alla quadratura del circolo, se avevo Mente al vecchio ciarpame del vecchio Medio Evo In tanta giovinezza di cose! Appena appena Mi tornasse un lontano ricordo della scena Lo discacciavo tosto, infastidito, armato Dei codardi sofismi dell'uom pigro e beato. Al secondo villaggio la via corre da canto Il basso muricciolo che cinge il camposanto. Un uom stava scavandovi la breve fosserella Capace appena appena d'un bimbo alla mammella. Si sa, il becchino è scenico. — Shakespeare lo fa parlare Da filosofo, gli altri gli van dietro: — Compare, Che fate lì? — Una fossa, signore. — E di che male È morto quel bambino? — Vive, ma tanto vale; Se n'andrà questa notte, egli è bello e spacciato. — Ma perchè tanta fretta? — Domani c'è mercato Al borgo, io debbo scendervi e ci voglion dell'ore. — Buona sera, compare. — Buona sera, signore. Ma quella fossa stretta non mi usciva di mente. Oh poveri parenti e povero innocente Bambino, eccolo aperto il letto che non muta, Io l'ho vista la terra ferace ed imbevuta Dei succhi densi e viscidi che rigonfiano i rami. Richiuderà le vostre speranze ed i tuoi grami Resti. La cuna è ancora calda, il dolce malato Volge ancor gli occhi in giro..., ma domani è mercato: La fredda cuna è presta ed il muto ospite invoca. Bastaron quelle poche parole e quella poca Terra smossa per mettermi in più gravi pensieri. E poi su dalle cime spuntavano dei neri Nuvoli. Per la valle corse il vento gelato E fu un ciel di burrasca. La via traversa un prato Torboso, indi s'inerpica per un colle cosparso Di gran massi grigiastri dove, pigri, sull'arso Terreno crescon rovi e ginepri e s'affila Qualche gracile abete. — Sulla vetta, una fila Di catapecchie logore sonnecchia intirizzita, Le finestre sbarrate non dan segno di vita. Non v'han donne sugli usci, e non bimbi fra l'erba; Intorno la montagna leva, ostilmente acerba, Lisci scoscendimenti del colore del rame, E sui dirupi, e dentro le gole e sulle grame Piante passava il vento sibilando. La sera Cala presto fra i monti; quel giorno la bufera L'anticipava. Il vecchio castello era vicino, Ma non mi dava l'animo d'andarci; quel bambino Malato mi teneva la mente; ne vedevo Le labbra smorte e gli occhi lucidi ed il rilievo Ossuto delle guancie scarne, e il fronte sudato. Pensavo le accoglienze festose al neonato E le prime poppate colla famiglia in giro Estatica al miracolo. Che tristezza il respiro Faticoso di un bimbo che ha la febbre! Ma in fasce L'uomo ha vicende rapide, agonizza e rinasce In poche ore. Solo quella fossa mi dava Paura. — Se tornassi, se spianassi la cava Terra? — Me ne pigliavano dei desiderii acuti Che poi volgevo in ridere. Intanto eran caduti I rabbuffi del vento ed una calma greve Stagnava nella valle; poi cominciò la neve A barellare intorno lenta e fine. In Gennaio La neve è allegra, cova le semenze, dà il saio Alla terra che ha freddo, ma in Aprile è nociva, Mette i fiocchi maligni sopra la piaga viva D'onde le viti piangono ed il pesco s'ingomma, Copre le nuove gemme colla gelida gromma Che le brucia, assalisce gl'insetti a tradimento, Essica i germi, ruba e ferisce. Al tormento Inatteso le gracili erbe piegan la testa. La strada ora correva per entro la foresta D'abeti. I rami scuri si schiarivano in cima Per le messe di un verde tenero; come prima Il fiocco le toccava, si spegneva squagliato Dall'umido calore, ma il ramo contristato Non durava alla lotta e i fiocchi fitti e asciutti Vi facevan cuscino. M'eran passati tutti I grilli di poeta drammatico e perfino Il pensier della fossa aperta e del bambino. M'ero lasciato dietro il castello, e per vero Nell'umor nero c'ero, v'assicuro che c'ero. Non sentivo altra voce che di freddo e di fame. Come piacque al Signore, la puzza di letame Che annunzia i borghi alpini mi avvertì ch'ero giunto. L'albergo biancheggiava luminoso nel punto Più elevato del borgo, e fui tosto in cortile. Da un uscio a pian terreno uscìa con un sottile Fil di fumo un odore d'incenso e il mormorio Di sommesse preghiere. Strano! Dove son io Capitato? Son questi gl'inni dei bevitori? Che mai cuoce al fornello che ne esalano odori Di Chiesa? Dov'è l'oste? E la serva? — Un vicino Grugnito mi fa volgermi. Che stupendo cretino! Immaginate un mostro alto tre palmi, chiuso Il collo dentro un sacco di lanaccia, ed un muso Anzi un grifo, anzi un grugno orribile, la bocca Vi s'allaccia alle orecchie, dissotto il labbro tocca Il mento imberbe, e sopra va rimondando un naso Piatto e largo. Quel poco di mento che è rimaso Visibile è sorretto da tre gozzi imperiosi E potenti, tre gozzi da gigante, tre cosi Autonomi e fioriti, con il cuoio rigato Di venaccie rigonfie, e in essi entrando il fiato Ribolle e raspa. Il mostro mi guardava contento Dimenando la testa ed il busto con lento Moto uguale e gracchiando una grassa risata. Fissava scioccamente la porta spalancata Onde usciva l'incenso, poi giungeva le mani In grave atto compunto. Il viso e gli atti strani, L'ora, la solitudine, il tempo, la stanchezza Combinavano a mettermi in una svogliatezza Dolorosa. Infilai l'uscio e entrai nella stalla. Cinque o sei donne in cerchio sotto la luce gialla Di una lucerna oravano; in mezzo allo strame Giacea morta una vecchia, magra come la fame. Uscii correndo, in corte il cretino seguiva A dondolarsi, presi per la scala; una viva Paura mi serrava la gola; oh finalmente! Ecco l'oste, un ometto panciuto e sorridente. E che liete accoglienze, che saluto festoso! — Benvenuto, signore, salga presto al riposo Alla vampa del fuoco, è freddo intorno, date Un bricco di vin caldo. Desina? Due patate Fritte, un buon pollo arrosto, quel che fa la cucina. — S'inchinava e rideva con una parlantina Sciolta ed esilarante. — Chi è morto qui? — Ah il signore Ha visto? — Nei suoi occhi guizzò come un bagliore Di dispetto, e la faccia si fe' scura e l'accento Lamentoso. — È mia madre; è morta in un momento, Senza male. Che angoscia, signore! Le daremo La stanza più lontana, là nell'angolo estremo Della casa; la povera mia madre! Aspetto il prete Che la venga a pigliare. — Portate vino, ho sete E spicciatevi. — Il tristo mi diè uno sguardo avaro E freddo. Quella morta gli rubava il danaro Dell'alloggio e del pranzo. Bevuto appena il vino, Così solo com'ero mi riposi in cammino Pel ritorno. La notte era scesa; le forme E i colori sparivano e la montagna enorme Mettea nel cielo nero una riga più nera. La neve di poc'anzi s'era fatta bufera. Il vento mi sbatteva i grani sulla faccia. Ogni passo era rischio, ogni voce minaccia. Nei ristagni del vento sentivo a quando a quando Come il cader d'un peso molle che rendea un blando Suono, ed era la neve ammontata sui pini Che piombava per terra. Dai cespugli vicini Uscivano fruscii sùbiti come scatto. Io scendevo correndo, a salti, esterrefatto, Ed alternavo in mente le maledizïoni Del Re Lear là nel bosco e le dolci canzoni Della cuna. Passai senza avvertirlo a canto Il basso muricciuolo che cinge il camposanto, Giunsi a casa affannato, spossato e inebetito. E l'indomani sera il dramma era finito.

Fine.

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