IL TRIONFO D'AMORE. LEGGENDA DRAMMATICA IN DUE ATTI IN VERSI.
Reading edition
Rappresentata per la prima volta in Torino al Teatro Gerbino dalla drammatica Compagnia Bellotti-Bon N. 2 la sera del 30 Aprile 1875.
A MIO FRATELLO PIERO.
INTERLOCUTORI.
Diana d'Alteno
Ugo di Monsoprano
Gerberto, vecchio scudiero di Diana
Viscardo, scudiero di Diana
Gastone, paggio
Martino, soldato
Gottifredo, scudiero d'Ugo
Dame, paggi, segniferi, uomini d'arme.
La scena succede in un castello degli Alteno in valle d'Aosta, (Epoca: Secolo XIV).
ATTO PRIMO.
Sala baronale. Alla Sinistra dello spettatore, una porta coll'usciale a bussola: alla diritta, una finestra binata con vetri connessi a piombo filato. Le pareti, per due terzi, cominciando dall'alto, sono coperte di arazzi. La parte inferiore è rivestita di panche corali in legno scolpito, in modo che ne derivino altrettante spalliere, come per sedie distinte. In cima agli arazzi corre una fascia dipinta a grotteschi, sulla quale posa il massiccio soffitto a palco, scompartito in rilievo ed in cavo. Nei cavi è il leone d'oro in campo rosso; nei rilievi, un fiorame sporgente e dorato. Nella parete in fondo, nel mezzo, sta la gran sedia signorile, la cui spalliera in alto si ricurva a baldacchino. Dappertutto, in giro, sui mobili, scolpito, intagliato, dipinto, lo stemma di casa Alteno, che dame, scudieri, paggi, valletti, soldati, recano in petto, in modo che vi campeggi.
SCENA PRIMA.
Diana, Gerberto e Gastone.
Diana (a Gastone). Date largo ristoro al cavalier; gli sia Prodigo il mio castello di aiuti e cortesia, E riposi, ove il brami, le stanche membra. (a Gerberto) Io voglio Domar di quell'audace l'irriverente orgoglio, Non la spossata lena. (a Gastone) E se istanza ne muova, Consento a che protratta gli sia l'ultima prova Fino a domani. (Gastone s'inchina ed esce). Gerberto. È mite il tuo consiglio; eppure Potrebbe esser più mite. Diana. Come? Gerberto. Le sue venture, li suo nome, la balda sicurezza, l'amore Che per gli occhi trapela, testimonio del cuore. Le prove superate, assai lo fanno degno Che il rigore tu allenti per lui del tuo disegno. La fortuna sorrise al suo valore, e invano Speri che lo abbandoni. Diana. Che mi chiedi? Gerberto. La mano Che gli darai costretta, se vince, a lui pietosa Porgi, non vinta, e fatti, te volente, sua sposa. Diana. Mai. Gerberto. Giovinetta! È bello l'amor, la vita è bella: Non uccider la vita. Diana. Bertrada, mia sorella, Amò quanto a cortese anima si concede; E n'ebbe, immeritata e terribil mercede, L'abbandono, — Io, vegliando al suo letto daccanto, Ne ascoltavo i lamenti, ne raccoglievo il pianto, Ne confortavo i giorni estremi. Era la mia Sola e buona compagna, e con lenta agonia, Giovin tanto, l'uccise l'amorosa ferita. O vecchio, ad essa pure era bella la vita. Gerberto. Fu sventura. Diana. Quel giorno che sorressi la stanca Testa l'ultima volta; che la vidi più bianca Della neve del monte; che l'ultimo sommesso Lamento ne raccolsi ed il supremo amplesso; Quel giorno a me promisi per le mie vesti brune Che, per vario mutare di tempi e di fortune, Non avrei schiuso l'animo, in suo rigor sereno, Ai vani allettamenti di un amore terreno. Gerberto. Oh! la dura promessa! Diana. Da quel giorno, Gerberto, Salda nel mio proposto, io respiro più aperto Il vigor della vita. Il mio voler m'incuora, E, donna, mi son fatta di me stessa signora. Chiusa nel mio corruccio e nell'orgoglio mio, O fidato compagno, amo te solo.... e Dio. Gerberto. Breve tratto vecchiezza e gioventù divide, E triste è quella casa dove l'amor non ride. Diana. Vengano gli anni. Sola nel mio vecchio maniero Io li aspetto e non temo. Mi sdegna il lusinghiero Linguaggio delle Corti d'amore; in me si muove Un'anima selvaggia, ed anelo alle prove Che la fiacca natura femminile mi vieta. Talor sogno e vagheggio, con voluttà secreta, I larghi cieli e l'armi degne ed i campi aperti, Le fatiche, le imprese gloriose, ed i serti Della vittoria.... e quando l'occhio stanco si posa Sui segni d'una vita imbelle e ingenerosa, Arrosso di vergogna. De'miei padri l'impresa Reca un mare in tempesta, e sulla fascia accesa Il motto dice: Torbido mi sublimo. Io son figlia Di una schiatta montana e so di mia famiglia. Gerberto. E vuoi che in te si estingua così la lunga schiera Dei forti, onde sei nata? Diana. Sorda alla tua preghiera Non fui, Gerberto; invise mi son le nozze: ebbene Le accetto; ma se è legge legarmi alle catene Di un tiranno, mi vinca e mi avrà. Gerberto. Non fu degno Di corona il valore del conte Ugo? Diana. L'ingegno Mostri pari alla forza. Gerberto. Tre volte io l'ho veduto Bello in volto e in arnese, inchinarti il saluto Dell'armi, e nello sguardo in te fiso era tanto Desiderio d'amore che ne sciolsero in pianto Le tue donzelle. Vinse tre volte; il primo immane Cimento ha superato. Diana. Ma il secondo rimane Di men facil vittoria. Mi affido alla tenzone Degli enigmi. Gerberto. E se perde? Diana. Chiaro è il bando: prigione; Mio prigione, e nessuna via di salvezza. Ah! sete Di mia gemma vi prende? Eccola. A voi. Vincete. Non più. (Gastone entra e s'inchina). Diana (a Gastone). Che cerchi? Gastone. Implora il cavalier la vista Della mia graziosa signora. Diana. Entri. (Gastone s'inchina ed esce). Diana (a Gerberto). Ti attrista La mia fermezza? Ho in odio i superbi, e mi sfida Colui. Gerberto. T'ama. Diana. Io non l'amo. Il suo saper decida Di entrambi.
SCENA II.
Gastone, Ugo e detti.
Gastone solleva la tenda inchinandosi ad Ugo, e rimane sull'uscio in attesa di comandi.
Diana (ad Ugo). Il mio messaggio ti giunse? Ugo. E te ne reco Le mie grazie. Diana. La legge che ogni colloquio meco Ti contende, conosci? Ugo. La conosco, ma tale Cortesia mi tributa la tua casa ospitale Che l'animo commosso ne trabocca. Diana. Il maniero È cortese al mendico non men che al cavaliero, Per legge di famiglia. Ugo. Il tuo messo mi diede Di protrarre la prova degli enigmi. Diana. E la fede Te ne confermo. Ugo. È tuo desiderio che sia Rimessa ad altro giorno? Diana. No, perchè? Ugo. Della mia Stanchezza tanta cura ti prese! Il premio è tanto Che il mettere la vita per ottenerlo è un vanto. Ogni indugio mi pesa più assai della fatica. Diana. Ricusi? Ugo. Non ricuso. Prego. Diana. E tal sia. (a Gastone) S'indica La tenzone e si aduni la mia Corte. (Gastone s'inchina ed esce). Diana (fra sè, guardando Ugo). Il superbo! (a Gerberto) E tu aspettami. (esce).
SCENA III.
Ugo e Gerberto.
Ugo. Vecchio, per vincer quell'acerbo Animo, per piegarlo all'amore, io darei Il mio nome, le mie balde speranze, i miei Venti anni, i miei castelli dalle torri merlate, I miei speroni d'oro e le armi immacolate, Il mio ricco forziere, le mie caccie, i miei balli, Le mie brune foreste, i miei cento vassalli, Il mio pennacchio azzurro più mobil di un paleo, Il dorato orifiamma che va primo al torneo; Darei per un suo sguardo la salvezza infinita, E per un suo sorriso, vecchio, darei la vita. Gerberto. Tanto l'amate? Ugo. Erravo in lontani paesi, In traccia di venture e d'amor, quando intesi, La prima volta, grido di una bella sdegnosa Che a quegli solo avrebbe data la man di sposa Il qual, contesa in armi la palma del valore E fatto vittorioso tre volte il suo colore, Tre enigmi da lei posti scioglierebbe. La nuova Proposta mi sorrise, e a tentarne la prova Cercai la tua signora. La fama la dicea Più nobile di un principe, più bella di una Dea. Ma nè del gentil sangue nè dell'alta bellezza Ebbi pensiero alcuno; sol mi prese vaghezza Di rintuzzar l'orgoglio della superba e farmi Chiaro nelle tenzoni dell'ingegno e dell'armi. Qui venni e nel cospetto di lei fui tratto. Oh quanto La veritiera immagine era maggior del vanto! Avevo corsa Europa; al suon del mio liuto Sovente era mercede di una bella il saluto; Mi eran noti i sorrisi della vecchia Castiglia E le beltà procaci di Granata e Siviglia; Le pallide fanciulle del Reno hanno tesoro Di grandi occhi celesti e di capelli d'oro; Nella terra di Francia pronto, ardente è il desire; Son languide le molli figlie del Devonsire: Ma più bella, più casta, più soave, più vera, Più celeste mi apparve questa bellezza altera. Gerberto. Altera troppo e d'ogni freno umano sdegnosa, Con me, coi suoi famigli, con tutti, essa è pietosa E buona: al mendicante larga di ospizio, e mite Ai falli di chi in basso vive: ma che le ardite Speranze in lei raccolga un cavalier, sia pure Figlio di re, che amore le chiegga: e per oscure Tempeste il solitario cor si solleva. A voi, Signor, posso rivolgere un consiglio? Ugo. Lo puoi, E te ne prego. Gerberto. Facile e vivo arde il pensiero Allorchè sulla fronte il crine è folto e nero; Ma non lento riesce anche l'oblio. Ugo. L'oblio? Perchè? Gerberto. Non è fortuna sempre pari al desio. Ugo. Che vuoi dirmi? Gerberto. Difficile è la vittoria. Ugo. E tale Cento volte più fosse, pur non sarebbe eguale All'altezza del premio. Gerberto. Ma vinto alla tenzone Degli enigmi, vi è forza rimanerne prigione. Ugo. Lo so. Gerberto. Ma sarà lunga prigion senza riscatto. Ugo. Lo so. Gerberto. Ma egli è uno splendido avvenire... disfatto. Ugo. Lo so, lo so. Gerberto. Ma niuno di voi piange, o signore? Non avete, lontano da queste soglie, un cuore Che palpiti, ansioso della vostra fortuna? Non avete uno stemma, non un padre, non una Sorella che vi attenda nel deserto maniero? Non germoglia una rosa sopra il vostro sentiero? Appese alle pareti del castello nativo Non pendono delle armi gloriose? un giulivo Squillo di tromba il reduce cavalier non aspetta? Non vi tiene un ricordo, un giuro, una vendetta? Oh! esser nobile e ricco e bello e forte — avere Sol vincolo l'onore, sol compagno il piacere; Pensar che quanto è vasta la terra, a noi si schiude; Che dovunque c'è un campo per la nostra virtude; Che un re raccoglierebbe dal trono un nostro guanto; Che più di una donzella di noi ragiona in pianto; Che tutti i suoi tesori per noi la sorte aduna; E disprezzar i doni tutti della fortuna! Ugo. L'amo tanto! Gerberto. Ma invano. Ugo. Oh! non dirlo: mi accora Troppo la tua sentenza. Gerberto. Tornan. Viscardo (entrando). La mia Signora.
SCENA IV.
Entra Diana preceduta dal porta stendardo, da sei scudieri, fra i quali Viscardo, da quattro ufficiali di roba lunga, e seguita dalle dame che vestono coi suoi medesimi colori, dai paggi fra i quali Gastone recante su di un cuscino due pergamene rotolate, e da uomini d'arme, comandati da Martino. Gli uomini d'arme, gli ufficiali, gli scudieri ed i paggi si dispongono in ordine ai due lati della sedia signorile. Il porta stendardo a diritta.
Diana (ad Ugo). Sempre nel tuo proposito perduri? Ugo. Sì. Diana (fa cenno a Viscardo di prendere una delle pergamene). Viscardo. (Viscardo obbedisce). Ugo (cercando intorno a sè). Il mio scudiero? Diana (volta alle proprie genti). Alcuno qui lo conduca. (Un paggio esce). Diana (ad Ugo). Tardo, Se più indugi, sarebbe il ravvedersi. Ugo. È scritto Sull'impresa dei forti: Mutar legge è delitto. Diana (dal cuscino che Gastone ad un suo cenno le presenta, prende la pergamena che rimane, e la consegna a Gerberto). Qui stan chiusi gli enigmi. (Gerberto s'inchina, riceve la pergamena, e poi conduce Diana a sedere. Appena Diana è seduta, le dame seggono d'accanto a lei). (Goffredo entra, e per recarsi presso Ugo, il quale si trova alla destra dello spettatore ed a sinistra del trono, passa davanti a Diana, a cui s'inchina profondamente. Egli tiene in mano l'elmo del proprio signore, sul quale è infitto un grande pennacchio azzurro). Gottifredo (ad Ugo). Signor. Ugo. Rimani. Viscardo (svolgendo la pergamena, dalla sinistra del trono dove stava, s'inoltra fin quasi al mezzo della scena). È questa La grida che il volere della mia dama attesta. (Legge). Colui, purchè di nobil sangue, che far sua sposa Voglia Diana d'Alteno, Contessa di Perosa, Marchesana di Fronte, di Quarto e Borgo-Vico, Donna dei cento pari, con feudo franco e antico, Patronessa al secondo altare di Sant'Orso, Dovrà, vinte tre pugne e senza alcun soccorso Di amuleto, di filtro o d'infernal malìa, Sciogliere quei tre enigmi che a lei piaccia, e ove sia Vinto, darsi prigione senza mercede. Il pieno Nostro alto gradimento questo è — Diana d'Alteno — Gottifredo (a un cenno di Ugo s'inoltra come Viscardo). Il mio nobil padrone Ugo di Monsoprano, Conte di Chiusi e d'Orcia, Senatore romano, Duca di Roccastrada e di Pennino, a voi, Regina di bellezza, umil s'inchina, e poi Che della prima prova uscì vincente, e questa Seconda a cui s'accinge della vittoria attesta, La prova degli enigmi domanda, e sè promette Prigione ove fallisca. Ugo (a Diana). Così terrai le indette Promesse, come io quelle terrò del mio scudiero? Diana. La mia fede di dama. Ugo. La mia di cavaliero. Diana. Ardito signore, sai dirmi qual sia Quel falco che corre veloce e non muove? Che ognora è presente ed è in ogni dove, Che nulla barriera trattiene per via? Che vede, non visto, sè stesso alimenta, E più di sè dona, più forte diventa? Ardito signore, sai dirmi qual sia? Ugo (dopo una pausa). Mi sian facili al pari di questa le altre prove. Quel falco che sta immoto e corre, e in ogni dove È presente ad un tempo; che ostacol non paventa; Che non veduto vede; che se stesso alimenta; Che più di sè largheggia, più s'afforza: è il Pensiero. Gottifredo (piano ad Ugo). Signor, l'altera donna impallidisce. Gerberto (dopo aver aperta la pergamena). È vero: È il Pensiero. Gottifredo (c. s.). Coraggio, signore; io vi rispondo Che il Dio d'amor vi aiuta. Diana. Cavaliere, il secondo: Signor di Pennino, sai dirmi qual sia Un'arma spregiata, ma nobile e tersa? Incide assai piaghe, ma sangue non versa: Niun dono ci toglie e doni c'invia. Di regni e d'imperi fu madre e nudrice; Se in lei si confida, è un popol felice: Signor di Pennino, sai dirmi qual sia? Ugo (dopo una pausa). Io penso che si appunti della mente l'acume Dei tuoi begli occhi, o bella insensibile, al lume. Quell'arma dispregiata, ma nobile, che piaga E non ferisce, e doni non toglie e dona, e appaga Chi in lei confida, e d'onde nacque più d'un impero, È l'Aratro. Gottifredo (piano ad Ugo). Signore, essa vacilla. Gerberto (dopo aver cercato nella pergamena). È vero: È l'Aratro. Ugo. Io prometto francar cento prigioni Di guerra, ne dovessero perir tutti i miei buoni Domini, se nel terzo non fallisco. Gerberto (piano a Diana). Son vane Le tue speranze: cedi. Diana. No — Un ultimo rimane. (sorge in piedi). Superbo campione, sai dirmi qual sia La perla che moto, splendore a sè dona? Sovente il suo raggio ne accende, ne sprona Assai più di quello che il cielo le invia. Sta chiusa in suo cerchio, ma in lei si rinserra L'ampiezza del cielo, del mar, della terra. Superbo campione, sai dirmi qual sia? (Ugo non risponde). Gottifredo (dopo una pausa). Per san Giorgio, egli tace. (piano ad Ugo) Oh! coraggio. Viscardo. La sorte Lo tradisce. Gerberto (a Diana). Sii buona, or che sei la più forte. Diana (ad Ugo). Non rispondi? Ti dài per vinto? Ugo (come per subita idea). Ah! (si ravvede) No. Diana. Ti dài Per vinto? Io ti perdono la prigionia. Ugo. No, mai. Diana. A tua posta. E quante ore, dacchè stai così muto, Per maturar l'enigma chiedi? Ugo (prontissimo). Non un minuto. La perla che a sè dona splendor; che l'uomo accende Sovente più del raggio che dal ciel le discende; Che, in suo cerchio racchiusa, racchiude il mondo intero È l'Occhio. Gottifredo (verso Gerberto). Ha colto il segno, Gerberto, ha colto? (Tutti sono attentissimi ed aspettano colla massima ansietà la risposta di Gerberto). Gerberto (dopo aver cercato nella pergamena). È vero: È l'Occhio. (Ugo e Gottifredo danno segni di giubilo, Diana impallidisce; fra gli scudieri, i paggi, gli ufficiali, gli uomini d'arme, corre un mormorio che Diana fa cessare con uno sguardo severo). Diana (scende lentamente dal seggio e si avvicina a Ugo). Hai vinto. — Io sono la tua sommessa ancella, È tua la mia corona, son tue le mie castella, I miei vasti domini son tuoi; la mia milizia, Il mio alto diritto di moneta e giustizia, Il mio seggio al consiglio dei pari, i miei vassalli, I servi della gleba son tuoi. — Cento cavalli Partiranno domani con ricchi doni e molto Giubilo di concenti a bandir che sepolto È il nome degli Alteno, per sempre — Hai vinto — E voi. Imprese dei miei padri, poveri e muti eroi, Che tanti anni lottaste a edificar l'altera Casa e il nome e la gloria, che la vecchia bandiera Faceste in tanti campi di voi stessi vermiglia; Voi, stemmi glorïosi dell'estinta famiglia, Copritevi di lutto. Un solo rimanea Germoglio della quercia robusta e vi tenea, Venerate memorie, pure ed intatte. Or nuova Età succede. Vinta egli ha l'ultima prova. Nuovo stemma sul vostro s'imbranca e vi costringe A patirne il contatto; nuovo color vi tinge. Stringetevi, o leoni dalla fulva criniera, T'inchina, o vecchio cencio, alla nuova bandiera. Fate largo al novello signor. Son tua. Ma al solo Diritto di conquista piego la fronte; il suolo In te passa e son fatta cosa del suolo anch'io. Ma gli affetti dell'anima son franchi. Il core è mio. Ugo. Io metto pegno e giuro per quel cor che non hai, Di propor tale enigma che sciogliere non sai. Sorridi, e a meraviglia beffarda atteggi il viso? Non hai disimparato dunque ancora il sorriso? Diana. Son vinta, è tuo diritto l'oltraggio. Ugo. Vinta? Invero Tale non ti direbbe nessuno. È mio pensiero Offrirti una suprema via di salvezza; e poi Che sei tanto maestra nel porre enigmi, vuoi Tentare il tuo riscatto? Diana. Che!? Gottifredo. Signor.... Ugo. Ti prometto Sciolta la tua parola, se tu me vinci. Diana. Accetto. Ugo. Sai tu dirmi qual sia di tutti i fiori Il fior più ricco di veleno e miel? Egli è, se chiuso ai mattutini albori, Vivo alla sete quando abbruna il ciel. Se man nol coglie, di rugiade invano Gli è il ciel benigno e di tepori il sol. Spesso, ingrato a chi il cura, ad un lontano Spregio, raccoglie degli olezzi il vol. Tu che tanto il conosci, in cortesia Dimmi il suo nome e recami ove sia. (Diana tace meditando intensamente). Ugo (dopo una lunga pausa). Taci? Hai pensoso il fronte tu pure e il capo chino? Non germoglia quel fiore finor nel tuo giardino. Diana. No.... un istante. Ugo. Ti rendo la tua fede, io non voglio Quanto dar non potresti, e mi basta l'orgoglio Di averti vinta. Diana. Ah! Ugo. È triste la tua vita, e pensoso Di tua sorte mi faccio. Hai negato il pietoso Ufficio che t'incombe, non sei donna; nessune Lusinghe ha l'avvenire per te; queste due brune Muraglie non allegra nessun raggio di sole. Qui la dolcezza è morta delle umane parole. Un giorno, e non lontano forse, per queste sale Andrai muta e solinga, ripensando il mortale Tuo cammino, e un sol fiore non troverai per via. Ti rendo la tua fede e ripiglio la mia. Va solitaria, vivi per te. Non hai sentito Il mio amore, potente, senza freno, infinito; Ai tuoi vani ricordi la fredda anima avvinta, La tua stella propizia ti venne e l'hai respinta. Hai respinta la vita, hai respinto il sorriso, Hai respinte le gioie tutte del paradiso; Rimani nel deserto arido dove sei. Le tue grazie ricuso. I tuoi castelli? Ho i miei. La tua corona? Ho quella de' miei padri. I domini? Delle mie vaste terre non conosco i confini. Il mio stemma è glorioso, s'anco il tuo non si svelle. L'Italia è ricca ancora di leggiadre donzelle, E il mio cammin conduce dove sfavilla il sole. Addio. Viscardo (a quelli di sua parte). La nostra dama insulta. (Incitati da Viscardo gli scudieri e gli uomini d'arme, i quali durante tutta la parlata di Ugo mostrarono maraviglia da prima e poi ira, irrompono minacciosi contro di lui). Ugo (ritirandosi di un passo e piantandosi fermo innanzi a loro). Che! Chi vuole Misurar la mia spada, muova un passo. Per Dio! Vi sovvenga che ancora il signor qui son io. Che, vincitore, il premio ricuso — per scerete Mie voglie — ma che tutti servi miei qui voi siete. Che non patisco segni di violenza ed oltraggio. Diana (con voce profondamente commossa). (Nuovo cenno di minaccia fra le genti di Diana). Inchinatevi tutti sommessi al suo passaggio. (Scudieri ed armati fanno ala ad Ugo, il quale, dopo aver gittato a Diana uno sguardo pieno di alterigia, parte seguito da Gottifredo).
Fine del primo Atto.
ATTO SECONDO.
Sala nel castello di Diana. Le pareti dipinte a fresco, a soggetti variati e scompartiti da colonne dipinte che fingono cristallo, coi capitelli e la base dorati. La pittura del fondo è pallida ed il disegno ingenuo, e rappresenta castelli e paesaggio. Le figure hanno colori vivissimi senza mezze tinte ed atteggiamenti, alcuni grotteschi, ma sempre pieni di movimento. Fra l'impiantito e il dipinto, uno zoccolo, oscuro e piuttosto alto. Fra il dipinto ed il soffitto, una fascia a colori vivaci, rappresentante fiorami e foglie intrecciate con somma eleganza e varietà. Il soffitto, a palco, a travi, molto oscuro. A destra dello spettatore, una finestra coi vetrini a piombo filato: in faccia, il camino ampio e massiccio. Nella parete in fondo, una porta coll'usciale a bussola, di legno intagliato; nell'angolo, fra la parete dov'è il camino e quella del fondo, una porta coll'usciale a bussola, di legno intagliato: e nell'angolo, fra la parete dov'è il camino e quella del fondo, una porta binata. Vicino alla finestra, una tavola semplicissima, ed attorno alla tavola parecchi deschetti. Presso il camino, dove arde un gran fuoco, una gran sedia a bracciuoli, alta, colla spalliera intagliata ed ornata in cima di una frangia di legno e dello stemma di casa Alteno.
SCENA PRIMA.
Gerberto, Viscardo e Martino giuocano ai dadi alla tavola presso la finestra. Diana è seduta nella sedia a bracciuoli daccanto al fuoco, in atteggiamento così raccolto che i tre giuocatori non la possono vedere. Su di una sedia pieghevole, presso la bussola della porta in fondo, Gastone dorme.
Dalla finestra viene una luce fioca che appena arriva a mezza stanza, mentre Diana è illuminata dai riflessi della fiammata. Durante la prima e la seconda scena, la luce svanisce a poco a poco, di modo che al fine della seconda scena la stanza non è più rischiarata che a sbalzi da qualche vampa del focolare.
Martino. Metto. Sei. Viscardo. Più sommesso. Non siamo nell'androne Della tua soldataglia. Martino. Non ci siamo, hai ragione, Non ci siamo. Là almeno si grida a squarciagola, E qui, per poco, un sibilo diventa la parola. Bell'onore mi fate! Viscardo (accennando verso il camino). È là. Martino. Chi? Viscardo. La signora. Martino. Sempre accigliata? Gerberto. Sempre. Viscardo. Più del solito ancora. Martino. Se ardesse la foresta intera in quel fornello, Quando c'è lei, si battono i denti! Gerberto. Sul castello È disceso l'inverno come sulla campagna. Viscardo. L'abbiam tutti nell'anima l'inverno, e ci guadagna Ogni giorno. Gerberto. Una grave tristezza è dappertutto. Viscardo. Già nel borgo si muore di freddo. Martino. E qui, di lutto. A te. Metti. Viscardo. Tre. Vinco. Gerberto.... (gli passa i dadi). Martino. Ieri notte La montagna ha mandato il suo regalo, e rotte Ne furono due case di servi. Viscardo. Una valanca? Martino. Terribile! terribile! E Lupo è morto. Gerberto. È bianca Di neve, per l'altezza di una picca, la valle. Martino. La montagna ne porta un'altra sulle spalle. Viscardo. Il letto della Dora si confonde col prato. Martino. Per la soverchia neve il tetto ha scricchiolato. Viscardo (a Martino). Giuoca. Martino. Non ci si vede più a momenti. Gerberto. Una volta, Che vita in queste sale, quando c'era raccolta La famiglia! Eravate in fasce. Era un conforto. Adesso il vecchio Sire è morto.... il figlio è morto. Era bello e valente il figlio! Sono tutti Morti. Povera casa! — La pianta è senza frutti, Il nido è senza rondini, il tetto è senza nidi — Tramonti e non aurore. Viscardo. Che hai, Martino? Martino. Eh! ridi, Se ci riesci! Ho il fistolo. To! la bella domanda! — Di fuori, una nevata come il cielo la manda! Una nevata fitta, che fa le barbe ai rami; E dentro, delle muffe seducenti richiami: Un vecchio che al passato presta sempre l'orecchio, Ed una giovinetta che è più vecchia del vecchio. Viscardo. Medita una vendetta contro il Conte. Martino. Sì. Aspetta. È un anno che la medita omai quella vendetta. Ma già non me lo levano di testa, io l'indovino; Il Moro ama le busse, il Tedesco ama il vino, E la femmina, o tosto o tardi, ama.... (Diana si è levata da sedere). Gerberto (piano a Martino). Sta zitto Una volta. — S'è alzata, non vedi? Martino. Il gran delitto! Diana (s'accosta lentamente ai tre, i quali subito smettono dal giuocare e s'alzano in piedi inchinandola). No.... sedete.... e giocate. (I tre rimangono in piedi). Suvvia, sedete, ho detto. (allontanandosi mentre i giuocatori si rimettono a sedere) Il rispetto! Il rispetto! Nulla, tranne il rispetto. — A me, Gastone. (lo vede dormire in fondo alla scena). Dorme. (Gerberto le si avvicina e s'inchina). Diana (bruscamente). Ho chiamato Gastone E non altri. (Martino va a svegliare Gastone). Diana (raddolcita e con tristezza a Gerberto). Perdonami, mio buon vecchio. Hai ragione. Mi ti faccio ogni giorno più ingiusta. Gastone (a Diana). Mia signora. Diana. Ti hanno svegliato, povero paggio? La tua dimora Forse era il Paradiso dei sogni, ed una bella Mano ti conduceva forse di stella in stella; E quando un importuno ti destò, chi sa quale Riga d'angioli al cielo volse le candid'ale. O forse era una fata che ti rapiva il cuore, O la figlia d'un principe ti ha fatto imperatore.... E a così liete immagini per cagion mia sei tolto. Gastone. Il mio sogno continua, se vi parlo o vi ascolto. Diana. E come? Gastone. Il sonno un'unica visïone m'invia. Diana. Quale? Gastone (guardandola timidamente). La mia signora. Diana. La Madonna? Gastone. La mia Signora. Diana (fra sè). Perchè arrosso così? (a Gastone) Meglio che desto Tu gli ordini ne attenda, anzichè manifesto Farle il tuo puerile sogno. Gastone. Alla mia padrona Son dispiaciuto? Diana. Lasciami. Gastone. Oh, non mi siete buona Come sempre! Diana. Il mio libro dell'Ore. Gastone. Eccolo. Diana. Tanto La man ti trema e gli occhi hai lucenti di pianto? Fanciullo! E presto.... presto ti faremo scudiero; Vestirai l'arme, e allora, addio vecchio maniero, Addio, la tua signora. Andrai cercando intorno Gloria e fortuna, e il cielo ti secondi.... e al ritorno Mi troverai qui, curva dagli anni e dalle cure. Mi dirai le tue gesta, le tue belle venture; Oppur, se avrò raggiunto i miei padri, verrai Sopra l'inglorïosa mia lapide e dirai: Fu superba ai superbi, ma fu con noi pietosa. Piangi, fanciullo? Piangi tu.... che l'avventurosa Libertà di te stesso sull'ampia terra aspetta? Tu, cui non è conteso l'amor.... nè la vendetta? Quanta invidia ti porto! Gastone. La mia bella signora Ignoto duolo affligge. Quando un pensier vi accora, A serenarvi l'animo ch'io vi legga è costume Le dolci Litanie della Vergine. Diana. Il lume Del giorno è spento. Gerberto. Mando pei servi? Diana. No. Rimani. Attraverso le tenebre, volano più lontani I pensieri. Lasciatemi sola. (Viscardo, Martino e Gastone le si inchinano profondamente ed escono per la porta di mezzo. Gerberto li accompagna fino sulla soglia).
SCENA II.
Diana e Gerberto.
(Diana è rimasta assorta in pensieri, Gerberto, il quale già stava per uscire cogli altri, si volta, la guarda, e le si avvicina lentamente).
Gerberto (giuntole dappresso). Che hai? Diana (si scuote per la paura, lo guarda, e gli dice con tristezza dolce) Sei tu? Gerberto. Che hai? Diana. La tua canizie e la mia gioventù Si accordano. Tu sei rimasto. Al mio comando Obbedirono subito gli altri, ed è giusto: quando Il dover non li astringe, a che indurar di questa Solitaria fanciulla la tristezza molesta? Sono altrui fastidiosa e a me stessa. La bella Vita! Gerberto. Perchè ti affliggi così? Non sei tu quella Di prima? I tuoi vassalli non t'inchinano tutti, O ti niegan tributi? Non stanno i ben costrutti Castelli testimonio del tuo nome? Tu imperi. Che più brami? Diana. Gerberto! Gerberto. Te dei miti pensieri La blandizie non tocca; altri cerchi le care Dolcezze onde si allegra di bimbi il focolare, Di tal gioie l'austera tua maestà rifugge. Tu sei forte e selvaggia, come il vento che rugge Nella tua valle. Tutto hai quanto brami. Diana (in tuono di amarezza sprezzante). E deggio Sopportar de' miei servi anche il vile dileggio? Gerberto (si risente come per grave offesa, poi subito si ricompone). Son tuo servo, puoi dirlo. Te non nata, lo fui Di tuo padre, Valfrido il pio; prima di lui, Ebalo Magno, l'avo centenne, aveami, e seco Delle silvestri gole di Chiusella, già speco Di predatori, il tuo retaggio accrebbi. Ancora N'odo la voce quando, venuto all'ultim'ora, Al piangente figliuolo disse: Il dominio mio Pria dal mio saldo braccio, poi lo tengo da Dio, Poi da Gerberto. Sono tuo servo. Alla battaglia Di Castiglione m'ebbi traforata la maglia Per sei lanciate, e quattro non cercavano il petto Di me scudier, ma quello del Sire; onde, al cospetto Di tutta la milizia, dei Conti e dei Baroni, Valfrido, e n'ebbe fama di Pio, scese d'arcioni E m'abbracciò. Ma il tempo in suo saper concilia Coll'amplesso del padre l'oltraggio della figlia. Diana. Ma non lo sai che un anno oggi compie, e mi pesa Sull'anima e l'opprime l'invendicata offesa? Fui reietta! Una figlia d'Alteno! e tacqui. Gerberto. Il saggio Che ne soffre è guardingo nel provocar l'oltraggio. Diana. Anche tu mi rampogni? Gerberto. Non richiesto, un intero Anno tacqui. Ma a Diana d'Alteno io debbo il vero, Qual sia. Diana. Del mio diritto usai. Gerberto. Dritto si noma Sminuir la parola? Diana. Ero vinta e non doma. Gerberto. Oh! la dura sconfitta che ti offerìa d'un prode L'amor! Diana. Tanto mi amava.... che mi respinse. Gerberto. E lode Per me n'ebbe. Diana. Geloso più dell'altrui ti mostri Che della mia ragione. Gerberto. Vuoi ch'io raccolga i nostri Vessilli e l'armi, e dove sia lo giunga? Ti giuro Che ancor mi basta l'animo di farlo, e che sicuro Ho il braccio. — Ma le genti diran: Dai lor castelli Uscivan gli avi in guerra o per domar ribelli O francar terre o ligi all'impero o i ladroni A stanar dal lor covo; uscian, forti dei buoni Usberghi, delle buone spade.... e del buon diritto; N'escono i figli per punir, quasi un delitto, L'amor di chi sè stesso pose in cimento e vinse, Nè la vinta donzella a invise nozze astrinse. Diana. Avvilisci, avvilisci tu pur questa reietta! Gerberto. E se anch'ei maturasse pensieri di vendetta, Non potrebbe, e più giusto sarìa, della tua stella Spegner la luce e tutte spianar le tue castella? Diana. E ben venga. Men dura mi sarebbe l'aperta Guerra che il noncurante disprezzo. Oh che! Non merta Dunque la man di Diana l'onor dell'armi? Oscura Non mi starei, nè imbelle, e salirei le mura Come un arciero, il braccio saldo, sicuro il viso: E forse... Gerberto. Ma del colpo onde cadrebbe ucciso Tu morresti. Diana. Io!? Gerberto. Cerca nel tuo cor, nelle notti Insonni, nei tuoi lunghi silenzi, nei rimbrotti Immeritati a noi volti; cerca nel lento Corso di tue giornate, nell'interno scontento Di te, nella tua sete di vendetta indefessa: Troverai tal pensiero che, arrossendo, in te stessa Riconosci; che orgoglio non è, che non è offesa Dignità di signora, che ti affligge, ti pesa. Ti tortura, e pur tanta parte di ciel ti addita. Non sei crudele, hai l'anima bella, e aneli alla vita E all'amor. Quando al vento svettano i pini, e annera La stanza, e le tristezze piombano colla sera, Allora a bieche immagini la tua mente non vola, Allor ti senti trista, allor ti senti sola, Allor senti che mancano al tuo tetto le bionde Teste dei figli e l'ansie della culla profonde. Taci? Piangi? Ti ho letto nel cor? Non ho te stessa A te svelato? Diana non mente. Or via, confessa.... Diana. No, non è ver, non l'amo. (S'ode uno squillo di corno lontano) Che sia? (un altro squillo più vicino) Mi ha impaurita Quel suon. Gerberto. Qualche mendico che la strada ha smarrita. Diana. Scendi ad udirne. (Gerberto s'avvia). Diana (inquieta). No. — Manda qualcun. Gerberto (chiamando dal fondo). Martino. Diana. Mi hai parlato severo.
SCENA III.
Gastone, Viscardo, Martino e detti.
Diana. Ebbene? Viscardo. Un pellegrino Che chiede ospizio la notte. Diana (rassicurata). Ah! Viscardo. Già provvidi io stesso Perchè degno ristoro a lui venga concesso Di letto e mensa. Diana. Dove? Viscardo. Coi servi. Diana. I servi? A tale Sei tu dunque discesa, o mia casa ospitale, Che al pellegrino, al messo che il Signore t'invia, All'ospite che invoca la vecchia cortesia, Offri de' tuoi valletti la servile dimora, E tanto più l'oltraggi quanto meglio ti onora? Viscardo. Ma.... Diana. Taci. Ti concedo di fare umile ammenda Del tuo fallo. Conducilo a noi, teco discenda Gastone ed in mio nome lo inchini. Egli è mio pari Dacchè varcò la soglia del mio castello, e impari Ognun che sacro è l'ospite come un re. (a Martino) Tu provvedi Perchè rechin le faci, e poi qui tutti in piedi Daccanto a me. (Viscardo, Gastone e Martino escono). Gerberto. Sei bella e generosa. Diana. Almeno, Dacchè spento per sempre è l'onor degli Alteno, L'usata cortesia ne risplenda. Gerberto. L'onore È spento?! Diana. Non cercarmi, Gerberto, oltre nel cuore.
SCENA IV.
Entrano quattro valletti recanti ciascheduno una torcia accesa, poi Viscardo, Gastone, Martino, ed ultimo Ugo, vestito da pellegrino, con sotto il cappello un cappuccio che gli nasconde parte del viso. Egli rimane ritto in fondo, sulla soglia, colle genti di Diana.
Diana (appoggiata a Gerberto — ad Ugo). O qual tu sia, di nobile lignaggio o di plebeo, Tu che vesti il pietoso mantello del romeo, Donde tu venga, il monte a noi ti mandi o il piano, Dove il passo tu muova, o al vicino o al lontano Romitaggio, comunque si nomi il tuo signore, Checchè tu volga in mente o racchiuda nel core, Entra e riposa. È questa la tua casa e il saluto Festoso essa ti porge — Fratello, il benvenuto. — Ugo. Nobil donzella, e voi che le fate corona: Per tutte le dolcezze che la terra ci dona, Per tutte le speranze onde il morir s'allieta, Per tutte le promesse di più vasto pianeta, Io vi dico che l'angiol del Signor stende l'ale Della vostra magione sulla soglia ospitale; Che sovente il mendico non reietto tributa Tai doni onde il bagliore di ricche gemme ammuta; E così possa, meco al vostro desco assiso Se il fronte vi s'imbruni, serenarlo il sorriso. (discende la scena). Diana. Il mio nome ti è noto? Ugo. Tutta lo benedice La valle, per te fatta più ricca e più felice. Diana. È lungo il tuo cammino? Ugo. Non so. Diana. Pietà t'incuora Di nostra alta Signora? Ugo. Sì, della mia Signora. Diana. Dura stagion scegliesti per tentare il viaggio. Ugo. Maggior premio ne attendo al mio pellegrinaggio. Diana. Le strade saran tutte deserte e sconsolate. Ugo. L'inverno è in ogni dove. — Eppure, a due giornate Dal tuo castello, vidi un superbo corteo Ricco di vaio e piume, qual per nozze o torneo. Diana. Un corteo? Ugo. Lo guidava, in armi, un cavaliero Recante: Drago unghiato sul petto, e sul cimiero Pennacchio azzurro. Diana (sorpresa) Oh! Ugo. Azzurri i valletti e, nel segno, Cinto in fiamme, il cortese motto: Servendo regno. Diana (esitando) E il suo nome conosci? Ugo. Nol rammento.... ed ho appresa Fin la cagion del viaggio. Dei conti di Valesa Alla maggior figliuola egli porge la mano. (quasi cercando nella memoria). Ugo di Mon.... Diana (prontissima). .... soprano. Ugo. Ugo di Monsoprano. E udii che raro incontri nodo più avventuroso, Nè la sposa più bella, nè più amante lo sposo. Diana. Meglio assai che al devoto abito non consuona, Sei dotto. Ugo. Udii.... passando. Diana (per interrogarlo). E.... (si ravvede) No. Ugo. Che vuoi? Diana. Perdona Se, a tue novelle intenta, quasi pongo in oblio Che tu sei l'ospitato, che l'ospite son io. (a Gerberto) Gerberto, a lui la stanza darai dei fiordiligi. (ad Ugo) Vi dormì quando fece passaggio il re Luigi, Onde il giglio a nostre armi sposato. Ugo. Al pellegrino Tant'agio non s'addice. Se il concedi, vicino Al fuoco io mi raccolgo a meditar. Diana. La casa È tua. Io, poichè l'ombra della notte l'ha invasa, Mi ritraggo. A tuoi cenni sono i famigli — Addio. (Ai servi) Lasciatelo a sè stesso. (I valletti assicurano due torcie a due anelli infitti nelle pareti laterali, poi escono con Martino e Viscardo). Diana (s'avvia; giunta a mezza scena si arresta e torna verso Ugo, vorrebbe interrogarlo — e poi con uno sforzo violento). No. — Gastone. (Gastone la precede con una torcia ed escono per la più alta delle due porte che s'aprono daccanto al camino).
SCENA V.
Gerberto ed Ugo.
Ugo (appena si vede solo con Gerberto). Son io. Gerberto. Tu! chi? Ugo. Guardami. Gerberto. Il conte di Monsoprano. Voi! Ugo. Taci. Gerberto. Voi qui, signore? Ugo. Ascoltami. Tu puoi Giovarmi. Gerberto. Quelle nozze? Ugo. Bugia con studio ordita. Gerberto. Tornaste...? Ugo. Per vederla, mi costasse la vita. Gerberto. Ma.... Ugo. So quanto vuoi dirmi: ch'essa m'odia, ch'io sono Temerario, che invano spero nel suo perdono, Che l'offesi, che ha muto il cor tranne al pensiero Della vendetta, e che ora sono in sua mano.... È vero? È vero.... e minacciarmi e consigliarmi, e appena Ritorno e la rivedo più bella e più serena Di prima, dirmi: parti, rinunzia alla sua vista, Ripiglia la tua strada, lunga, deserta, trista, Rifatti pellegrino. Questo vuoi dirmi? — Senti: Per tutte le minaccie e per tutti i tormenti, Per tutte le congiure della terra e del cielo, Non mi parto se prima non le parlo e mi svelo. Gerberto (il quale fin qui contenne a stento la propria gioia). Iddio vi manda. Ugo. Che! Gerberto, hai detto...? Gerberto. Iddio Vi manda. Ugo. Non mi scacci? Gerberto. Io discacciarvi! Il mio Sogno per voi s'avvera; ben tornaste, l'atteso Voi siete. Ugo. Come? parla. Gerberto. Udite: io vi paleso Quanto di certa scienza non so, quanto essa stessa O ignora o nel secreto solo del cor confessa; Straniero o nemico più non le siete; a voi Pensa; di voi ragiona, voi rivede nei suoi Tormentosi colloquii seco stessa, le meste Ore sue son vostre; finor combatte e veste Di crudeli propositi l'assidua cura. — Appena Vi riconosca, salda sentirà la catena. Ma guai se impreveduto non le giunge il periglio. Ugo. Sono in tue mani. Gerberto. Ditemi tutto il vostro consiglio. Ugo. Attenderla. Gerberto. Stassera? Ugo. Essa verrà. Gerberto. Qui? Ugo. Al mio Racconto l'ho veduta impallidir: desìo La prenderà di udirne più a lungo; curïosa Del mio stato mi apparve ed era, e peritosa Per voi soli si è fatta. Essa verrà; lo sento; E ne ho il cor traboccante di gioia. Gerberto. In voi l'accento Dell'amore favella, e raro inganna. Ugo. Speri Tu pur? dimmi. Gerberto. Dell'anima son profondi i misteri. Se mai venisse.... insieme qui non ci vegga. Intanto Io la Corte ne aduno.... e.... (porge l'orecchio come se gli paresse di sentire rumore, — poi) No, m'inganno. Oh quanto Il cor mi batte! Ugo (che s'era appressato alla porta bianca, ridiscende in fretta). È qui. Va. (Gerberto esce frettoloso dal mezzo. Ugo si rimette il cappuccio e siede coi gomiti sul tavolo e la testa nelle mani).
SCENA VI.
Diana ed Ugo.
Diana (entra dalla porta per la quale era uscita e rimane un momento esitante). Solo? Ugo (si riscuote e si leva da sedere). Il tuo scudiero Uscì pur ora. Vuoi ch'io lo chiami? Diana. No. Un fiero Turbine si scatena per la valle e non ponno Le ciglia affaticate riposarsi nel sonno. Ugo. Io l'ho da lungo tempo disappreso. Diana. Tu pure? (pausa) Sei giovane, per l'abito che indossi. Ugo. Le sventure Raddoppian gli anni. Diana. Tante ne provasti? Ugo. Una sola: La maggiore di tutte. Diana. Quale? Ugo. Non è parola Che le convenga. Diana. Vuoi raccontarmela, il lento Giro a ingannar dell'ore? Ugo. Hai tu pel mio tormento Un balsamo? Diana. L'ignoro. Strana inchiesta mi fai. Ugo. Lasciami il mio secreto allora, se non hai Potenza di sanarmi. Diana. Amaro parli. Ugo. Quale Mi si conviene, parlo. Diana. Sentila, come sale Per gli archi e come acuta sibila la bufera. È la voce del monte; io ne ascolto ogni sera I gemiti sinistri e le nenie interrotte. Senti?... riddano tutti gli spirti della notte. Ugo. Mai non scendesti al piano? Diana. Come l'abete, ho stese Radici al suolo. Ugo. Oh triste! Diana. Tu che tanto paese Vedesti e genti varie, tu dèi saper di belle Fole. — La notte è lunga ed il sonno ribelle. Narrami. (siede nella gran sedia, ma voltandola in modo da mostrare la fronte al pubblico). Ugo. Vuoi ch'io dica d'Isabella e Zerbino? Ad Isabella insidia invano un Biscaglino: Zerbin, che la perdette, pur la raggiunge e muore. Diana. No, quella non la voglio: è una storia d'amore. Ugo. O vuoi d'Arïodante la pietosa novella? Per dubbio che lo assale di sua Ginevra bella, Si gitta in mar; ma, salvo, riconosce l'errore. Diana. No, quella non la voglio: è una storia d'amore. Ugo. Dirò di Brandimarte e di sua Fiordiligi. Perduto, essa lo cerca invan fuor di Parigi; Morto alfin lo ritrova e l'uccide il dolore. Diana. No, quella non la voglio; è una storia d'amore. Ugo. Tanto ne temi? Diana. Abborro le molli cantilene. Ugo. Più benigno consiglio al tuo sesso conviene. Diana. Nacqui di forti. Ugo. Ai forti è la pietà retaggio. Diana. Chi sei tu che mi parli così ardito linguaggio? Ugo. Tal che il posso. Diana. Mi sdegnano le tue parole impronte. Ugo. E tu chi sei che al cielo levi il gelido fronte Ed all'amor non credi? Diana. L'uomo è oblioso. Ugo. E sia: La suprema dolcezza dell'amor non s'oblìa. Diana. Tu mi cerchi nell'animo il mio secreto. Ugo. Ascolta. È una storia terribile. Diana. Narra. Ugo. Fu già una volta Sulle rive del Reno vaga e nobil donzella, Ma d'animo feroce tanto quanto era bella. Una torre in rovina al suo maniero allato Sorgea, sopra un macigno selvaggio e dirupato Così che a grave stento l'uom ne attingea la vetta. Questa — il Kinast — nomavasi, e la bella era detta Da ognun — la Fidanzata del Kinast. Chi la mano Ne agognasse, contenderla in arcioni allo strano Rivale e guadagnarne la cima avea mestieri. (Diana che stava raccolta ad ascoltare leva la lesta meravigliata e sospettosa). Ugo. Che hai? Diana. Nulla. Prosegui. Ugo. Un dì, due cavalieri Si offersero alla prova, giovani e belli. Il primo, Di poco tratto asceso, cadde e morì nell'imo. Vide il sommo il secondo e lo giungea d'un passo; Quando sotto l'unghiata zampa si smuove un sasso E il cavallo barcolla sul mal fermo terreno. Bel cavalier si aggrappa alla briglia, e col freno E collo spron lo regge; ma il cavallo atterrito Sbuffa, freme, vacilla. Un attimo.... un ruggito D'angoscia.... e nel profondo fossato del maniero Piombano sfracellati, cavallo e cavaliero. Diana. Triste novella! Ugo. Ascolta. Passan più lune, e vana Ogni attesa riesce alla bella inumana. Ma un dì novo campione si offerisce. La cima È annebbiata; e frattanto che ritorni la prima Luce, il manier lo accoglie. Vago e forte in aspetto, Di ricche armi vestito e di linguaggio eletto, Peritoso alla bella egli si mostra, ond'ella, Agli sguardi sedotta e alla mite favella. La terribile prova perdonargli vorrìa. Bel cavalier ricusa perdono e cortesia, E appena in ciel più terso il novo sol risplende, Va, supera la vetta, e vincitor discende. — Tua la mia mano, grida la bella, e la mia fede. Ed egli: la tua mano? e chi te ne richiede, Crudel? Nè la tua mano nè l'amor tuo m'alletta. De' miei morti fratelli qui venni a far vendetta: Tu m'ami, e per me il fiore di tua vita è reciso. Tal favellò e sdegnoso partissi. Diana (con un grido). Ah! ti ravviso: Ugo di Monsoprano tu sei. — Svelati. Ugo (getta il mantello ed appare vestito di un ricco costume di cavaliero). È vero: Son io. Diana. Tu? Sei tornato? Nè ti prese pensiero Del mio sdegno? Ugo. Puniscimi, tanto il viver mi pesa. Diana. Sei tu! Tu che ritorni a ribadir l'offesa! Il ciel m'è testimonio, va, che t'avrei cercato Più lontano. Lo stolto! È tornato. È tornato! Dove sono le spade dei tuoi cento scudieri? Quante milizie hai teco? Se mai ti fu mestieri Spessa cerchia di lance, oggi egli è: nè la bella Corona de' tuoi padri, nè le ricche castella, Nè le tue sconfinate terre qui sono. È mia La casa e in salde mura si cinge e in mia balìa Tu sei.... No, no, mentisco invano, invano il fiero Animo si ribella. Non è ver, non è vero Son codarda: va.... t'amo. Ugo (le si appressa rapidissimo). Ah! Diana. Lasciami. — Avvilita Assai mi vedi, e ignota m'era la mia ferita. Or del mio vituperio trionfa e alla tua sposa Reca, trofeo di nozze, quest'anima angosciosa, E la deridi. Ugo. Fola son le mie nozze. Diana. Ah! Ugo. Amore Mi radduce. Diana. Tu m'ami? Ugo. Quando le tue dimore Mi apparver di lontano, oh tu non sai l'ambascia Che mi assalì! Diana. Tu m'ami! tu m'ami! Ugo. Lascia, lascia Ch'io ti baci la mano, la bianca man; che intera Ti racconti la storia del mio dolor, la nera Mia vita. Tutte l'arti onde il cor si disvia, Tutti gli ammalianti inganni onde s'oblìa. Li ho tentati, ma invano; non fu al mondo un aroma Al mio mal. — Genuflesso al pontefice in Roma, Supplicai mi sanasse l'alta virtù dei cieli: Invano. — Invano in armi affrontai gl'infedeli: Non ebbero potenza d'uccidermi, i codardi! N'ebbi vanto e non pace. Tentai.... perchè mi guardi Così? Gli occhi hai lucenti di pianto. Or la tua mano È mia, sei la mia donna, ti porterò lontano Lontano, sotto un cielo più azzurro, alla fiorita Terra d'Italia, Diana! Com'è bella la vita! Diana. È vero? non m'inganni, m'ami, non hai mentito? Sei tu veracemente che parli? Assai punito Fu l'orgoglio. Saresti ingeneroso. È vero, Signor? per me tornasti, sei il mio cavaliero; È finito l'esiglio, la tristezza è finita; Vecchie pareti, il sole torna e col sol la vita. Anche per me, sai, furono tristi l'ore; il secreto Del mio cor mi stringeva d'angoscia e a me divieto Era d'amarti. È tanto vasta la casa! Ho tanto Atteso. Ignoto mi era, e lo conobbi, il pianto. Senti, è il vento. Or che monta? sei meco e la bufera Non ha terrori. È lungo, sai, l'anno in questa nera Valle; ti dirò un giorno i miei pensier; perdona, Credetti odiarti! Quanto è facile esser buona! Quanto acerbo mi fosti quel dì! Le tue parole Eran lame di fiamma, eran vampe di sole, E mi entraron nell'anima roventi. Vilipesa, Al cospetto di tutti.... (Ugo s'avvia verso il fondo). Diana. Che fai? Ugo. Pari all'offesa Sia l'ammenda. (chiama dalla porta del fondo). Gerberto. Diana. E vuoi? Ugo. La mia signora Voglio onorar, siccome figlia di Re si onora.
SCENA ULTIMA.
Gerberto e detti, poi tutta la Corte.
Ugo (appena Gerberto entra, gli va incontro festosamente). Gerberto. Diana (a Gerberto, indicando Ugo). Ha vinto. Gerberto. Ha vinto? Ben tel predissi; immite Non sei. Ugo. Qui la sua Corte. Gerberto. Ringiovanisco. (Ad un cenno di Gerberto entra tutta la Corte di Diana come nel primo Atto, più i valletti colle torcie; e tutti si dispongono in fondo). Ugo. Udite, Voi, quanti siete. Io, conte, duca e signor di assai Terre e castella, un anno compie, ed acerba osai Volger parola a Diana d'Alteno, grazïosa Vostra signora; impresa scortese e ingenerosa Così che un anno intero me ne rimorse. Or, prono Il fronte, a lei ne venni ad implorar perdono E l'ottenni. — Voi tutti, che il foste all'ardimento, Testimoni all'ammenda siatene. (Si inginocchia davanti a Diana). Diana (porgendogli una mano, perchè sorga e volgendosi alla Corte). Io vi presento Il mio sposo e signore. Gerberto. O mia nobil padrona, Or posso, dacchè cingi la nuziale corona, Col sorriso negli occhi e colla gioia in core, Raggiunger nella fossa l'antico mio signore. Diana (ad Ugo). Or, mio bel cavaliero, voglio mi sia concessa Cortese occasïon di riscattar me stessa. Ugo. Qual riscatto? Diana. L'enigma che mi ponesti. — Gloria Comune omai, s'io vinco, sarà la mia vittoria. Ugo. Sai tu dirmi qual sia, di tutti i fiori, Il fior più ricco di veleno e miel? Egli è, se chiuso ai mattutini albori, Vivo alla sete quando abbruna il ciel. Diana. Più non prosegui, è vano; già lo conobbi: un anno Inter m'ebbe sommessa, invisibil tiranno. Nacque nel mio giardino e germogliò quel fiore. Ma non lo può comprendere che intelletto d'Amore.
(Cala la tela.)
Torino, aprile 1875.
NOTE AL TRIONFO D'AMORE
Atto I, Scena III, pag. 72.
“Il dorato orifiamma che va primo al torneo.
“Els escudiers seran egal “E de vestir e de joven, “De bos aips e d'esenhamen, “Armatz de fer e entreseinz. “Sellas et escutz de nou teinz “D'un semblan e d'una color “Portarem tuit, e l'auriflor„ Zo era sa captal senhera Qu'als torneis anava premiera[2],
Scena IV, pag. 80.
“Colui, purchè di nobil sangue, che far sua sposa„ ecc.
Tutti i titoli di Diana d'Alteno furono ricavati dall'opera L'Economia Politica del Medio-Evo, di Luigi Cibrario.
Scena IV, pag. 82.
“Ardito signore, sai dirmi qual sia„ ecc.
Un cronista di un giornale commerciale di Milano, scrivendo del Trionfo d'Amore, diceva che il porre le sciarade in scena era stato finora privilegio dei signori Meilhac e Halévy, e che Giacosa aveva loro rubato il mestiere.
Non tutti quelli che scrivono su per i giornali la critica teatrale sono obbligati a conoscere la storia letteraria del nostro e degli altri paesi, nè a sapere che visse in Italia un Carlo Gozzi ed in Germania un Federico Schiller.
Per poco che il cronista suddetto lo avesse saputo, non avrebbe ignorato che Carlo Gozzi scrisse una fiaba intitolata Turandot; che Schiller ridusse questa fiaba per il teatro tedesco; che Andrea Maffei tradusse in italiano la riduzione dello Schiller; e che Antonio Gazzoletti ne trasse argomento per un melodramma musicato dal Bazzini.
Nella Turandot del Gozzi una fiera principessa chinese propone tre enigmi al principe Calaf. I tre enigmi si avvolgono intorno alle parole Sole — Anno — Leone d'Adria. Di questi tre enigmi lo Schiller non ne conservò che uno: l'Anno, ed agli altri sostituì del proprio l'Occhio e l'Aratro. Il Maffei, traducendo lo Schiller, mutò la tessitura ma non il soggetto dei tre indovinelli, due dei quali l'Occhio e l'Aratro, sono gli stessi che, in veste diversa, Diana d'Alteno propone ad Ugo di Monsoprano. — All'enigma dell'Anno l'autore del Trionfo d'Amore, per maggior chiarezza, sostituì quello del Pensiero.
Le sciarade, come li chiama il cronista, e delle quali lo stesso cronista vorrebbe attribuire il privilegio esclusivo ai signori Meilhac e Halévy, avevano dunque ricevuto il battesimo scenico e letterario sotto il patronato di nomi abbastanza illustri, quali sono quelli del Gozzi, dello Schiller, del Maffei e del Gazzoletti.
Scena IV, pag. 87.
“Cento cavalli “Partiranno domani, con ricchi doni e molto “Giubilo di concenti....„
Archambaud, signor di Bourbon, si dispose a far visita al conte di Nemours e dà gli ordini opportuni:
“Cent cavalier serem, ses plus, “Quatr'escudiers aura chascuns; “Nos tuit portarem un seinal„[3].
Atto II, Scena II, pag. 108.
.... “Ma il tempo in suo saper concilia “Coll'amplesso del padre l'oltraggio della figlia„.
Nello stampare questi versi, l'autore si attenne all'uso ortografico, parendogli permessa, purchè usata con somma parsimonia, la rima fonica, la quale esiste nella prosodia spagnuola, tanto affine alla nostra. A quelli poi che non volessero acconsentirgli una simile licenza, l'autore osserva come, derivando le parole figlio e figlia dal filius e filia latini, non ripugni all'indole della nostra che se ne mantenga la latina ortografia, tanto più che esistono nel vocabolario italiano le parole: filiale, filialmente, filiazione. — D'altra parte, il vocabolario del Fanfani registra la parola Conciglio, dicendola: voce usata soltanto dai poeti per la rima. Se si potè scrivere Conciglio per Concilio, pare debba essere ugualmente lecito scrivere: conciglia per concilia o filia per figlia.
Scena VI, pag. 131.
“Vuoi ch'io dica d'Isabella e Zerbino?„ ecc.
Gli argomenti dei tre racconti proposti da Ugo di Monsoprano sono tolti dall'Orlando Furioso, tranne qualche leggierissima variante riguardo al primo. E qui sia permesso all'autore di scagionarsi dall'accusa di anacronismo mossagli da uno dei più dotti, coscienziosi ed eleganti critici italiani, il professore Giuseppe Cesare Molineri.
Il Molineri, in una appendice della Gazzetta piemontese di Torino, osserva come Ugo di Monsoprano narri nel XIV secolo tre istorie che l'Ariosto raccontò nel XVI, vale a dire due secoli dopo.
A primo aspetto l'errore pare evidente. Ma quando si rifletta che l'Ariosto racconta fatti appartenenti alla tradizione cavalleresca, che cita ad ogni momento Turpino, che questi fatti istessi avevano dato argomento a cento altri poemi cavallereschi anteriori all'Orlando Furioso, si vedrà come l'accusa cada di per sè.
A questa stregua sarebbe un anacronismo tutto il soggetto del dramma, dove nel 1875 parlano e vivono personaggi del 1300; sarebbe un anacronismo il poema dell'Ariosto, che nel 1506 raccontava storie dell'800.
Il Molineri dice che si scopersero le fonti di molti dei racconti dell'Ariosto, e che i citati non appartengono a quel numero. Ma dal fatto che si sappia donde l'Ariosto abbia tratte molte delle proprie novelle non consegue che tutte quelle delle quali non si rinvennero vestigia anteriori siano state inventate da lui. E fossero anche? Non hanno esse i medesimi caratteri delle genuine? Stonano forse nel poema? I nomi, le passioni, le gesta di quei personaggi non sanno forse di Medio-Evo e di cavalleria, come quelli degli autentici?
E se l'autore le avesse inventate lui le tre storie che racconta Ugo, ci sarebbe anacronismo? L'autore non doveva già mettere in bocca dei suoi personaggi storie che realmente fossero state narrate all'epoca assegnata al dramma, ma solamente storie che potessero in quell'epoca essere raccontate. In una parola non era questione di fatto, ma di intonazione e di colorito.
Scena VI, pag. 133.
“Fu già una volta„ ecc.
La storia della Fidanzata del Kinast è raccontata dal Saintine nel suo libro La Mythologie du Rhin.
AVVERTENZE
sulla Recitazione e sul Vestiario della Partita a Scacchi e del Trionfo d'Amore.
Così la Partita a Scacchi come Il Trionfo d'Amore furono stampati per intero senza virgolare i brani da ommettersi nella recitazione. Ecco ora le varianti che le esigenze sceniche hanno suggerite.
PARTITA A SCACCHI.
Scena II, pag. 32. — Nella parlata di Fernando, dopo il verso:
M'era fonte d'orgoglio la solitudin mia,
gli attori passano subito a quello che dice:
Son forte, la tua spada nessuna al mondo agguaglia,
e così seguitano la parlata, sino all'ultimo verso della stampa, dopo il quale risalgono a questo:
Ed or che, me volente, s'appiana il mio sentiero, ecc., ecc.
per serbarsi, come chiusa della parlata, il verso:
No, no, no, non lo posso: per tanti anni ho taciuto.
Nella stessa Scena, pag. 33. Variante:
Renato Per Dio, soverchio ardire sopportar non mi giova. Bada non mi sovvenga di metterti alla prova, Che, se falli!... Fernando. Signore, io non temo gli attacchi Tanto di mille spade (vede la scacchiera preparata sul tavolo, ed indicandola) Che di un giuoco di scacchi. Renato. A te, figliuola, insegnagli, nè sarà poca gloria.... ecc., ecc.
TRIONFO D'AMORE.
Atto II, Scena I, pag. 101. Ordinariamente si omette il dialogo fra Diana e Gastone. Variante:
(Diana raddolcita e con tristezza, a Gerberto) Perdonami, mio buon vecchio, hai ragione. Teco ogni dì più ingiusta mi faccio e più severa Con tutti. Come imbruna! La notte non ha sera E il giorno è triste. Gerberto. Mando pei servi? Diana. No, rimani. Attraverso le tenebre volano più lontani I pensieri. — Lasciatemi sola. (Viscardo e Martino si avviano. Giunti alla porta in fondo, svegliano Gastone, il quale esce con loro).
Atto II, Scena VI, pag. 159. — Nella parlata di Diana, dal verso:
Vecchie pareti, il sole torna e col sol la vita,
si passa subito a quello:
Quanto acerbo mi fosti quel dì! Le tue parole, ecc., ecc.
AVVERTENZE SUL VESTIARIO.
Un'ultima avvertenza che riguarda il vestiario. I teatri di musica, e più i teatri drammatici, hanno fatto tanto spreco di costumi medievali falsi, che non c'è oramai nulla di più facile che il vestire di quell'epoca, con un poco di eleganza e di novità. Abbiamo in Italia una miniera inesauribile di modelli, e l'attore in qualunque città, solo che voglia darsi la pena di visitare un'Accademia od una Pinacoteca, troverà figurini ai quali potrà attenersi dalla piuma del berretto fino alla punta degli stivaletti, sicuro di riuscire giustissimo e come disegno e come colore. Non temano, specialmente trattandosi del XIV e XV secolo, che la scrupolosa esattezza del vestire possa, al lume della ribalta, diventare o esagerata o grottesca. La signora Virginia Marini, nel Trionfo d'Amore, ebbe al secondo atto il coraggio di mettersi in capo un certo berretto a forma conica, alto, dalla cui punta cadeva un velo lunghissimo, che essa raccoglieva sul braccio. Questa certamente è una delle acconciature più arrischiate, e piacque, perchè a noi lontani, che abbiamo in testa una folla di foggie diverse di vestire, occorre, per affermare una data epoca, che essa ci si affacci co' suoi caratteri più evidenti.
Non c'è bisogno di tanto oro nè di tanto velluto. Il paggio della Partita a Scacchi non deve essere ricco; deve essere elegante, e l'eleganza non appartiene alla stoffa, ma al disegno ed ai colori. Non si ricorra ai berrettini di fantasia, perchè le fantasie di questo secolo in fatto d'arte non valgono quelle di quattro secoli indietro. La prima cura di un attore dovrebbe essere questa; di riprodurre mediante tutti i soccorsi dell'arte, la espressione generale delle fisionomie dell'epoca che egli è chiamato a rappresentare. Quindi nel trecento e nel quattrocento, ad esempio, non baffi. Cerchino i quadri, le miniature, i tappeti, i disegni, le statue di quel tempo: non ci troveranno un solo paio di baffi. Non corazze lucide, nè altri interi pezzi di armature; non corazze di cuoio, non stivali col trombino, ecc.
In lavori, come la Partita a Scacchi ed il Trionfo d'Amore, la parte decorativa ha una importanza immensa. Presso un pubblico non disposto all'indulgenza, un vestito stuonato può nuocere all'effetto di una scena. E quanto è detto del vestire si intenda del mobiglio. Le nostre compagnie, anche le primarie, fanno delle produzioni drammatiche due campi distinti. Quelle alla moderna e quelle che non lo sono. Alle prime, nell'arredo della scena, tutto quanto occorre. Alle seconde, da Alcibiade fino a Napoleone, un paio di scanni dorati, coperti di una stoffa di cotone rossa o verde, un tavolo rococò, dorato esso pure, e seggioloni di nessun'epoca, ma colla sua brava doratura. Io ho assistito ad una rappresentazione del Trionfo d'Amore; ed al secondo atto c'erano in scena certe scranne, quali si trovano sovente in campagna nelle anticamere; stile Impero, colla spalliera dipinta a paesaggi.
Ci vorrebbe tanto poco a far bene!