PARTE SECONDA. (continued 2)
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XVII.
La convalescenza del piccino fu lunga: al principio di aprile andammo, noi due soli, a passare alcuni giorni a Nemi: nel verde rinascente dei boschi la creatura amata riacquistò finalmente tutta la sua vivacità. Dolcezza ineffabile di quella nostra solitudine dinanzi alla piccola conca glauca e silenziosa del lago! Gli occhi di mio figlio, dopo la malattia, parevano ancor più profondi e pensosi; il sorriso esprimeva una tenerezza più vibrante. Egli era ormai entrato nella fanciullezza, ormai i ricordi dovevano cominciare ad imprimerglisi nel cuore. Per lui, per lui!... La coscienza della mia dedizione, ora ben lucida, mi avrebbe sorretta?
Mi riposi al lavoro. Tutte le mie colleghe mi avevano dimostrato pietà e cortesia eccezionali, e tanto l’editore quanto la direttrice erano stati indulgenti per la mia prolungata assenza.
Mi piaceva percorrere ogni giorno, anche col tempo cattivo, come una qualunque lavoratrice, il breve tratto di strada da casa mia all’ufficio della rivista, lottando collo scirocco o colla tramontana. Giungevo in redazione col volto un poco acceso per la corsa. Sedevo; tagliavo le pagine delle riviste appena arrivate, dei libri nuovi. Era una piccola ricognizione nel paese della coltura, ove erano sempre per me regioni inesplorate, qualche mutamento di scena, qualche rivelazione improvvisa. Notavo quello che mi proponevo di leggere, di approfondire, o soltanto di sfiorare. E subito desideravo di portar tutto a casa, di esser sola coi miei tesori sempre rinnovati; ma l’editore usciva dal suo bugigattolo, sfogliava anch’egli, m’accennava le «varietà» più insipide, metteva il dito sulle interviste, sulle cronache del pettegolezzo letterario. La lotta dei romanzieri cattolici coll’Indice, le conversazioni del Papa, ogni ricevimento intellettuale della Regina madre: guai a lasciarsi sfuggire qualcosa di tutto ciò. Facevamo delle distinzioni da causidico fra le redattrici, per poterci rimbalzare l’una sull’altra questi temi, dei quali i più noiosi erano talvolta bonariamente assunti dalla direttrice. Ella era talmente ricca d’immagini e d’aggettivi, che si disimpegnava del lavoro in un attimo. Dava sempre ragione all’editore: «C’è modo di far passare qualunque cosa: con un po’ di garbo, caro Perugino, con un po’ di garbo puoi far l’elogio tanto dello struzzo, provveditore dei cappellini, quanto di Sant’Antonio, protettore del matrimonio!» E così con una barzelletta risolveva ogni questione.
Garbo lei ce n’aveva! La disegnatrice norvegese aveva fatto tutta una serie di caricature sul garbo della direttrice. Buona ragazza! La prima volta che andai nel suo piccolo studio, sui Parioli, mi pose tra mano, con un piglio speciale, tutto nordico, misto d’ingenuità e di furberia, una cartella in cui mi vidi con mia enorme sorpresa disegnata in molti atteggiamenti, dei quali alcuni mi lusingavano, altri mi stupivano, molti m’offendevano acutamente nell’intimo. Era come uno specchio, davanti al quale io non avevo posato e che m’aveva riprodotta quando meno me l’aspettavo. Credo che per la prima volta mi diedi a riflettere sull’ironia, questo frutto amaro di terribili delusioni, ch’io non possedevo nè possederò forse mai, perchè non sarò mai del tutto delusa, essendo il mio ideale lontano, oltre la mia breve vita.
Quand’ella portò a casa mia alcuni di quei disegni (veniva spesso, dopo la malattia del mio bambino, per il quale sentiva una vera passione) mio marito ne rise in modo goffo. Provai un certo dispetto contro l’amica; ella dovette incominciare a indovinare quali rapporti fossero tra lui e me.
Per guadagnarsi la mia confidenza mi narrò la sua storia. I suoi l’avevano data, a sedici anni, a un pastore del suo paese. «Ah che noia, mia piccola, che noia!» Compresi finalmente il significato vero di questo ch’era il suo intercalare abituale, sovente impiegato fuor di proposito. Il vederla raccontare con quella bocca mobilissima, sempre sorridente,—ma con un sorriso che aveva tutte le sfumature, dalla letizia al dolore,—col contrasto di quegli occhi d’un azzurro implacabilmente sereno, la sua vita di cinque anni in casa del suo santo carceriere, fu per me la rivelazione della grande arte spontanea e profonda che mi si manifestò di poi nei capolavori nordici.
«Lui mi amava, sai! Eravamo due servi di Dio, e mi amava come una compagna di servitù. E Dio era sempre presente, in ogni occupazione, a tutte le ore, in tutti gli angoli della casa. Ah che noia, che noia!»
Un giorno ella gli aveva detto francamente che avrebbe desiderato «andar lontano da Dio!» Ci fu una disputa. Lui amava prima Dio, poi lei. Ella gli disse di scegliere....
«Il Dio degli italiani è più divertente—aggiungeva:—si può servirlo senza stancarsi, perchè in fondo non siamo mica sicuri che lui si accorga di noi. Quando se n’ha bisogno lo s’invoca, poi lo si saluta e andiamo pei fatti nostri.»
E se n’era venuta sola in Italia, il paese vagheggiato sin dalla fanciullezza; aveva fatto l’istitutrice, disegnato per giornali di mode: l’esito dei primi saggi della sua arte originale l’aveva incoraggiata a dedicarvisi interamente.
«Certi giorni ha avuto visita da una dama.... Lady Hunger, Madonna Fame—raccontava la coraggiosa.—Era brutta, sai!»
Con lei entrava in casa mia un’onda di gaiezza. Ella riusciva a farmi ridere come non avevo riso dagli anni infantili; il suo spirito mi rianimava. Mio marito pure, ascoltandola, smetteva un poco il cipiglio abituale; l’urtavano in principio quei modi spigliati e inconsciamente provocanti di una donna artista che conosce la grazia della propria persona e dei propri atteggiamenti; ma poi quella gioconda vitalità femminea doveva averlo disarmato, ed anche quell’eleganza originale degli abiti lunghi, ondeggianti e avvolgenti. Non protestava per la crescente intimità nostra, ci accompagnava perfino a qualche spettacolo, quando non era troppo preoccupato per le difficoltà della sua impresa; ed arrischiava qualche scherzo, che ella accettava per il suo sapore esotico, ricambiandolo con fini canzonature. Allora mio marito si eccitava oltre misura. Una volta ch’ella gli fece con pochi tratti, e ridendo con una punta di sprezzo, una caricatura atroce, egli mi maltrattò per due giorni, finchè nella seguente visita ella non lo calmò con alcune parole gentili.
La Rivista festeggiò il suo primo anniversario con un ricevimento. La disegnatrice aveva allestito una piccola esposizione di bianco e nero, in cui trionfava una serie di schizzi deliziosi sulla convalescenza del mio bambino, il quale fu pure ammiratissimo in persona. Io m’ero lasciata preparare un vestito dall’amica, una semplicissima tunica bianca che accentuava il mio tipo che dicevano quattrocentesco. La direttrice passava da un gruppo all’altro, corteggiata dalle dame. Vedevo per la prima volta da vicino e nei loro parati di cerimonia le nobili figure che una collega elogiava nella cronaca dei ricevimenti, delle garden party, delle caccie alla volpe: fiori di serra eccezionalmente curati, alcuni fragili, altri prosperosi, altri morbosi. Conobbi fra esse due scrittrici, una poetessa che in versi squisiti esalava una sensualità raffinata e agli spiriti alti quasi ripugnante; una romanziera cattolica che eccelleva nell’analizzare degli adulterî di desiderio coronati dal pentimento e dall’elogio del matrimonio indissolubile. Queste due donne dal temperamento così somigliante si odiavano e si sorridevano, mentre i loro mariti, due principi romani militanti l’uno tra i guelfi, l’altro tra i radicali, si scambiavano dei complimenti freddi.
La disegnatrice, alta, con una clamide di audacissimo giallo, su cui la testa bionda si ergeva come una spiga, superando colla fronte quasi tutte le persone nella sala, s’inchinava verso le damine come su pupattole gentili: pareva appartenere ad un’altra umanità. Le si avvicinò un momento una robusta matrona, un’attrice tragica quasi settantenne, appunto mentre un professore, marito di un collega che si occupava di questioni didattiche, mi chiedeva in tono un po’ pedantesco: «Questo è il regno di Mulier o di Foemina?» Io non potevo rispondere al suo latino, ma indicando verso quelle, gli dissi: «Ecco due donne!»
Avevo conosciuto l’attrice presso la mia vecchia rivoluzionaria: erano legate d’intimità da quasi mezzo secolo. Nei loro discorsi passavano le figure eroiche della indipendenza nazionale. Repubblicana fervente come il suo grande maestro, Gustavo Modena, l’artista udiva ora affaticarsi le trombe della fama intorno ad attrici che erano mosse più dai nervi che dall’anima: ella non aveva mai adulato nè i palchi, nè la platea e credeva ancora che il teatro fosse una missione.
Accanto a lei tutto il mondo che si agitava in quella sala mi pareva effimero. Com’erano rare e isolate le vere donne! Domina, signora, m’aveva detto il galante professore. Signora di sè stessa la donna non era di certo ancora: lo sarebbe mai?
La norvegese mi veniva ora incontro, accompagnata da un giovine alto come lei, dall’aspetto simpatico di studioso: me lo presentò. Era un fisiologo già favorevolmente noto. Mi dimostrò subito una grande cordialità, mentre parevami che la disegnatrice lo incoraggiasse. La sua simpatia verso di me non era che un riflesso di quella che lo legava evidentemente all’amica mia: non era difficile, guardandoli mentre si scambiavano delle osservazioni comuni, sentire che qualcosa come un intimo consenso li univa nei loro silenzi.
Mio marito restava in un angolo, disorientato, senza saper nascondere il suo malumore, rasserenandosi soltanto quando la norvegese, sollecitata da tutte le parti, gli si avvicinava. Gli portai il bimbo, per dargli modo d’avere un contegno: egli lo respinse: «Vuoi disfartene per brillare!»
Dolore e sdegnò m’assalirono. Pretestai una indisposizione ed uscimmo. Nè per istrada nè a casa parlai. A che pro? La sua non era gelosia: era un livore oscuro, era umiliazione, era manìa d’imporsi, come per sfida, vedendo affermarsi la possibilità della mia indipendenza. Ed io non osavo arrestarmi un attimo a considerare l’ironia della mia condizione!... Perchè avevo quasi terrore che altri lo intuisse? Mi pareva che una voce dal profondo mi tacciasse d’ipocrita, oltre che di vile....
L’opera sparsa e faticosa che andavo compiendo non mi confortava molto delle intime disfatte. Cominciavo a spiegarmi la mancanza in Italia di un nucleo che disciplinasse i tentativi e le affermazioni d’indipendenza femminile. La solidarietà femminile laica non esisteva ancora. Invece il cattolicismo, che aveva sempre imposto alla donna il sacrificio, consentiva ora ad una certa azione muliebre, ma sotto la propria sorveglianza. Contro questo nuovo pericolo nessuno s’agguerriva. Anzi, come ben mi indicava la vecchia amica, i liberi pensatori di Montecitorio mandavan le loro figlie in istituti retti da monache, allo stesso modo che quelli del paese laggiù mandavan le mogli al confessionale.
«Femminismo!—esclamava ella.—Organizzazione d’operaie, legislazione del lavoro, emancipazione legale, divorzio, voto amministrativo e politico.... Tutto questo, sì, è un còmpito immenso, eppure non è che la superficie: bisogna riformare la coscienza dell’uomo, creare quella della donna!»
E la buona vecchia, la cui energia contrastava vittoriosamente colla gravezza penosa della persona, mi portava con lei a vedere le sue opere nuove o rinnovate. «Agire! questa è la vera propaganda!»
Ella aveva aperto da poco, accanto al riparto femminile dell’ospedale celtico, ove era ispettrice, una specie di scuola per quelle disgraziate, una sala bianca dove le inferme potevano ricevere un po’ d’istruzione elementare, leggere qualche libro, ascoltar qualche parola che agitasse in fondo alla loro povera sostanza calpestata una brama di rinnovamento, di salvezza. Un giorno entrai anche là. Oh, non vi rievocherò, dolorose sorelle, in queste pagine! Io devo rivedervi, devo sentirmi rivelare da voi ancor più cose che non potei in quell’unico e omai lontano incontro. È un voto che non ho ancora sciolto, e che ho formulato fin d’allora, quando rientrai a casa e mi strinsi al cuore mio figlio e mi domandai con terrore—la prima volta!—se avrei potuto custodire illeso quel fiore di vita, avviarlo integro e libero all’incontro della sua compagna....
Tra le due fasi della vita femminile, tra la vergine e la madre, sta un essere mostruoso, contro natura, creato da un bestiale egoismo maschile: e si vendica, inconsapevolmente. Qui è la crisi della lotta di sesso. La vergine ignara e sognante trova nello sposo un cuore triste e dei sensi inariditi; fatta donna ed esperta comprende come il suo amore sia stato prevenuto da una brutale iniziazione. Fra i due torna spesso l’intrusa, e il solo ricordo avvilisce ogni loro bacio.
Mio figlio! Chi gli avrebbe fatto la sacra rivelazione? Gli avrei mai potuto dire che egli doveva essere, un giorno, per la sua donna?
V’era nel mondo che si agitava intorno a noi tanto scetticismo, tanta viltà! Non avevo assistito ad una seduta della Camera dei Deputati, durante la quale un’interpellanza su la tratta delle bianche era stata con disinvoltura «liquidata» in cinque minuti da un ministro che dichiarava esser la legislazione italiana su tale rapporto assai migliore che in altri paesi, mentre nell’aula quasi spopolata alcuni onorevoli sbrigavano il loro corriere o chiacchieravano disattenti? Un deputato clericale gemette lugubremente sulla necessità di questa «valvola di sicurezza del matrimonio», interrotto dall’interpellante che chiamava il matrimonio un feticcio a cui si sacrificavano creature umane. Due sotto-segretari puntavano i binocoli nella tribuna delle signore pavoneggiandosi: poi si passò ai bilanci....
Mi pareva strano, inconcepibile che le persone colte dessero così poca importanza al problema sociale dell’amore. Non già che gli uomini non fossero preoccupati della donna; al contrario, questa pareva la preoccupazione principale o quasi. Poeti e romanzieri continuavano a rifare il duetto e il terzetto eterni, con complicazioni sentimentali e perversioni sensuali. Nessuno però aveva saputo creare una grande figura di donna.
Questo concetto m’aveva animata a scrivere una lettera aperta ad un giovane poeta che aveva pubblicato in quei giorni un elogio delle figure femminili della poesia italiana. Fu un ardimento felice, che ebbe un’eco notevole nei giornali e fece parlare di Mulier con visibile soddisfazione dell’editore. Dicevo che quasi tutti i poeti nostri hanno finora cantato una donna ideale, che Beatrice è un simbolo e Laura un geroglifico, e che se qualche donna ottenne il canto dei poeti nostri è quella ch’essi non potettero avere: quella ch’ebbero e che diede loro dei figli non fu neanche da essi nominata. Perchè continuare ora a contemplar in versi una donna metafisica e praticare in prosa con una fantesca anche se avuta in matrimonio legittimo? Perchè questa innaturale scissione dell’amore? Non dovrebbero i poeti per primi voler vivere una nobile vita, intera e coerente alla luce del sole?
Un’altra contraddizione, tutta italiana, era il sentimento quasi mistico che gli uomini hanno verso la propria madre, mentre così poco stimano tutte le altre donne.
Questi furono chiamati paradossi da molti giornali, ma alcune lettere di giovani mi dimostrarono che avevo toccato un tasto vibrante.
Una sera a teatro la vecchia attrice, nel suo palco, aveva avvertito due lagrime brillarmi negli occhi. Non avevo mai pianto per le finzioni dell’arte. Sulla scena una povera bambola di sangue e di nervi si rendeva ragione della propria inconsistenza, e si proponeva di diventar una creatura umana, partendosene dal marito e dai figli, per cui la sua presenza non era che un gioco e un diletto. Da vent’anni quella simbolica favola era uscita da un possente spirito nordico; e ancora il pubblico, ammirando per tre atti, protestava con candido zelo all’ultima scena. La verità semplice e splendente nessuno, nessuno voleva guardarla in faccia!
«Avessi un quarto di secolo di meno!—esclamava la mia grande artista con la sua voce ancora magica—io l’imporrei!»
Ed ero più che mai persuasa che spetta alla donna di rivendicare sè stessa, ch’ella sola può rivelar l’essenza vera della propria psiche, composta, sì, d’amore e di maternità e di pietà, ma anche, anche di dignità umana!
Venne l’estate; due mesi torridi, incerti nei ricordo. Le amiche, il «profeta», tutti erano fuori di Roma. Il mio lavoro era cresciuto, nell’assenza della direttrice, andata in montagna a cercar un po’ d’aria fresca e la trama d’un nuovo romanzo. Trovavo nondimeno un’ora ogni giorno per rifugiarmi col bimbo a Villa Borghese, e mentre egli, con la felice facoltà di distrazione della sua età, giocava insieme a compagni improvvisati, io leggevo, riposando ogni tanto gli occhi su le linee melodiose dei grandi pini.
Mio marito? Non so, non lo rivedo distintamente: ho solo l’impressione fastidiosa della sua voce un po’ rauca, pronta in ogni momento a lagnanze e ad offese, della sua fronte accigliata, in cui una nuova ruga diritta si approfondiva nel mezzo, mentre l’ira gli accentuava gli zigomi e le mascelle. Una mal repressa ostilità cresceva in lui, sempre più. Le notti dovevano essere come sempre; non ricordo; penserei quasi di non esser stata infastidita se non riflettessi ch’egli non era capace di rispettar la donna sua neanche quando un malessere o la stanchezza la prostravano.
In realtà non stavo bene: mi si venivano acuendo, da vario tempo, certi disturbi che sopportavo fin dai primi tempi della mia maternità, indici dell’intimo dissesto dell’organismo; e talora mi si affacciava il dubbio che essi avessero qualche causa più segreta, paurosa.... La dottoressa mia collega, un giorno, discorrendo, m’aveva detto che pel mondo sono a centinaia di migliaia le donne che non sanno di essere debitrici di lenti e oscuri travagli ai loro mariti. Non avevo osato interrogarla in modo preciso; e non l’osai neppure allorchè, verso la fine di quell’estate, mi sentii tanto sofferente di dover guardare il letto per più d’una settimana. Mi rialzai sfinita; con una stanchezza mortale in tutte le membra.
Giungevano intanto lettere tristi delle mie sorelle. Nostro padre era in uno stato d’irritazione acuta perchè gli operai, organizzatisi fortemente, minacciavano scioperi. In casa egli trovava un’atmosfera altrettanto ostile, che doveva aumentargli l’esasperazione. Anche mio fratello frequentava ora i socialisti del paese, e insieme alle sorelle ascoltava con passione le parole dell’ingegnere. Una strana forza di suggestione era in questo giovane! Le fragili anime de’ miei minori l’avevan tutte esperimentata, ed il timore del padre era quasi scomparso nella comunione di quell’infiammato spirito teorico. Da due anni ormai la fidanzata languiva nella passione contesa. Io pensavo ai suoi fieri e dolci occhi oscuri che dicevano la malìa del sogno fioritole in cuore. Felice? Ella lo era, certo, malgrado le lagrime che le faceva versare l’astio crescente tra il padre e l’innamorato. Nell’inverno avrebbe compiuto i ventun’anni; avrebbe allora lasciata la casa per quella dello sposo. Era ben decisa. Ma la preoccupava la sorte dell’altra bimba: avrebbe potuto il fratello tenerle luogo di tutti gli affetti che le venivano via via mancando?
E frattanto la situazione in fabbrica diventava insostenibile. Il babbo sfidava gli operai. Minacciava di abbandonare per sempre l’impresa a cui da tanti anni dava tutto il vigor suo. Non poteva ammettere un controllo, una volontà emanante dai subalterni.
La minaccia si effettuò. Al principio dell’autunno egli ruppe il contratto col proprietario, lasciandogli un mese di tempo per provvedere a una nuova direzione. Mia sorella me ne informava tutta angosciata per il timore di dover lasciare il paese avanti le nozze.
Con un sorriso un poco amaro dissi a mio marito:
«Ora, dovrebbero chiamar te.... Accetteresti?»
Lo vidi restar sospeso un istante. Poi rispose un no stanco, e troncò il discorso.
Il mattino seguente, un telegramma di mia cognata avvertiva che il proprietario della fabbrica, sceso a patti cogli operai, aveva fatto il nome di mio marito per il posto di direttore.
Mi par di riudire lo scoppio di risa in cui diedi quando sentii il contenuto del foglietto giallo. Partire, tornar laggiù, veder mio marito al posto di mio padre.... Che ironia!
Egli tacque. Era turbato. Lo guardai, e mi parve che il viso gli si atteggiasse istintivamente a una dignità nuova, come se il fatto d’esser creduto meritevole d’un incarico importante bastasse a persuadere lui stesso di un valore mai prima sospettato. E, ad un tratto, la mia gaiezza cadde.
Il «no» della sera innanzi mi tornava alla mente. Una incertezza sconfortata mi assalse. Egli frattanto, dinanzi alla silenziosa interrogazione dei miei occhi, sentì la necessità di fingere, di esprimere indifferenza. E la mia ansietà aumentò.
La sera, una lettera di mia cognata arrivò, che illustrava i fatti telegrafati, accentuava la sicurezza del nostro ritorno «in patria» e diceva fra l’altro: «Ricordi? fin da questa Pasqua ti avevo avvertito....» Egli attendeva da chi sa quanto tempo!
E due giorni dopo giunse la proposta. Condizioni assai buone. Era l’esistenza assicurata, l’agiatezza in breve volger di mesi, forse la fortuna col tempo. Avrei dovuto gioire, con quel resto d’orgoglio che potevo possedere, perchè inaspettatamente s’elevava agli occhi altrui quegli che già m’aveva fatto compiangere.... Anche avrei dovuto sentirmi soddisfatta dicendomi che, in fondo, ancora sempre a me e a mio padre colui doveva la sua fortuna: il babbo, infatti, aveva suggerito il suo ex-impiegato e lasciava a disposizione di lui la sua cauzione di parecchie migliaia di franchi: per qual resipiscenza? Forse semplicemente per stabilire un vincolo col proprio successore, per non essere staccato del tutto dalla sua creazione.
Tutto il mio essere insorgeva come se un mostruoso pericolo lo minacciasse: reclamava la vita, la libertà. Chiudendo occhi e orecchi all’appello delle ragioni altrui, degli altrui diritti e bisogni, un’unica visione mi atterriva. Ecco: brutalmente, mi si chiudeva la via dell’avvenire, mi si riconduceva nel deserto. E con me mio figlio, che avevo voluto salvare dalle influenze dell’ambiente nativo.... Laggiù, noi due, di nuovo, per anni, per tutta la vita forse, con le mani avvinte e la bocca silenziosa, dì fronte a un popolo di lavoratori miserandi e pieni d’odio....
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XVIII.
Quand’ebbe concluse le trattative, mio marito cadde in una cupa tristezza. Aveva forse precipitato la decisione per reprimere tosto ogni mio tentativo di rivolta? E per non assistere agli atti di meraviglia, ai rimproveri forse che le amiche e i conoscenti ci avrebbero fatto, al mio dolore mentre preparavo il trasloco, volle fare il generoso: egli partiva e concedeva che io col bimbo e la domestica rimanessimo ancora per qualche settimana in città attendendo che mio padre, il quale andava a stabilirsi a Milano, lasciasse libera la casa del direttore, a noi destinata: sarebbe allora tornato a riprenderci.
Ma il giorno in cui aveva risoluto di partire, non uscì di casa, restando taciturno e scontento al tavolino, a scrivere non so che progetti; i dì seguenti vagò per la città, tutto solo, come invaso all’improvviso da un furente amore per quella vita vertiginosa da cui stava per allontanarsi. La sera, veniva la disegnatrice, tornata allora dalla campagna. La conversazione procedeva stanca, ed era come un ritornello l’interrogazione: Perchè partite? Ella pareva cedere ad una malinconia invincibile, parlava del tempo in cui sarebbe rimasta di nuovo sola, non sopportava di raffigurarmi lontana da lei. Mio marito la guardava come affascinato.
Una notte—aveva fissato la partenza per l’indomani—mi svegliai e lo sentii spasimare, rivoltarsi nel letto, pronunciare una parola indistinta. Accesi il lume; aveva la febbre! Respinse ogni aiuto, nascondendosi sotto le coltri con gesto disperato. Quando mi parve ch’egli si fosse acquetato, forse assopito, rientrai in letto, al buio. Dopo un poco lo intendevo chiamare, in un sogno di delirio la mia amica....
Povero, povero!... Lottava, l’essere informe, lottava contro la formidabile forza ch’egli non aveva mai conosciuto, mai ammesso, l’amore? Da quanto! Forse la verità gli si era palesata solo da pochi giorni, dacchè aveva deciso la partenza. Forse egli non l’ammetteva ancora, si pensava debole, malato....
Era il castigo?
La disegnatrice aveva indovinato, forse per la prima. Ed era forse colla speranza che mio marito lo sapesse da me, ch’ella mi aveva confidato, al suo ritorno dalla campagna, un suo segreto. Ella amava il giovane fisiologo che avevo conosciuto al ricevimento della Mulier. Ma questi doveva persuadere i suoi vecchi genitori, cosa difficilissima e possibile soltanto col tempo. Provvedere alla propria felicità col dolore dei genitori pareva a lui egoismo.
Mio marito doveva ora notare l’attenzione che io ponevo mio malgrado nell’osservarlo, e n’era irritato. Sentiva la necessità di mantenersi al disopra di me. Intanto il mio amor proprio era colpito. In qual modo spiegare il fatto che io non avessi mai soggiogato quell’uomo che da dieci anni pure respirava la mia atmosfera, e invece fosse bastato il riso argentino d’una straniera per sconvolgere tutti i suoi sentimenti? E una brama acuta di sapere mi prendeva, di sapere che fosse l’essenza dell’amore, di sapere se quell’uomo era vittima ancor una volta de’ suoi sensi o se la bella creatura l’avesse affascinato con qualche arcana forza ch’io non possedevo.... E una domanda sorgeva, come da remote lontananze: «Son io fatta per esser amata?»
Egli partì. L’amica ne fu sollevata. Per qualche giorno ci facemmo una compagnia quasi continua, dolcissima. Andavamo per le vie, nelle ville, fra i campi, col piccino in mezzo, un poco immemori, quasi felici in certi istanti. Ella traeva fuori il suo album, ove schizzava con rapidità atteggiamenti di mammine, di governanti, di bambini. Passavamo delle ore nel suo studio ai Parioli, che per me non aveva più segreti. Era una vasta camera bianca, linda come uno specchio, con alcuni mobili semplicissimi di legno bianco, tende chiare e due grandi finestre che guardavano sulla campagna verso la valle del Tevere, fino al Soratte. Dietro lo studio era una stanzetta buia, con un letto e una seggiola, nient’altro. Una vedova che abitava una soffitta dirimpetto con quattro bambini, accudiva alla casa e preparava il pranzo, una volta al giorno; il thè, che le serviva da cena, l’amica se lo preparava lei stessa.
Per la prima volta ero tratta, quasi senza accorgermene, ad effondere intero il mio spirito, a tradurre in parole lente e precise le visioni per cui soltanto, attraverso ogni vicenda, la vita m’era parsa sempre degna d’esser vissuta. Ella m’ascoltava sorridente. Quando accennavo al futuro, i miei occhi s’intorbidivano; la cara mi prendeva una mano; non aveva che quel gesto per darmi coraggio.
Anche a lei l’avvenire s’annunziava indecifrabile; doveva ritenere impossibile darsi all’uomo che amava, nascondersi con lui per vivere felici, incuranti dei vincoli sociali. Sola, sola, fino a quando?
Di laggiù, mio marito mi scriveva ingenuamente che si trovava sperduto, che forse quello non era più luogo per noi, che aveva una smania furiosa di tornare.... Gli risposi un giorno con tutto il vigore di pietà umana ch’era in me, facendogli intendere che solo guardando in viso la verità insieme, potevamo sentirci capaci di gustare la vita quale il destino ce l’aveva preparata. Che confessasse! Riconoscesse che le nostre vie erano diverse e la nostra unione una catena anche per lui!...
Tremavo, così scrivendo: interrogavo veramente la sibilla.
Egli replicò subito col piglio insolente che gli conoscevo da tanti anni. Negava, mettendo i punti sugli i, negava e accusava....
Non ne soffrivo.... La realtà mi dominava, finalmente. Sentivo in confuso ch’era necessario agire, senza sapere ancora in qual modo. Una voce nell’anima cantava senza posa «Sei libera, libera!»
Vedevo nitidamente qual sarebbe stato il mio ufficio nella casa coniugale che m’attendeva. L’uomo il quale un giorno m’aveva scongiurata di vivere, ora più che mai non avrebbe cercato in me che il delirio dei sensi, l’oblio. Ed io, in quest’unica ragione della nostra convivenza, avrei sentito crescere il disprezzo per me stessa.... No, no!
Per due, tre giorni, non ricordo bene, la vita intorno non mi trasse dalle mie meditazioni. Per la rivista non avevo quasi più nulla da fare: l’editore cercava chi mi sostituisse; si era mostrato dolente di perdermi: «È così difficile trovare chi legga con imparzialità dei libri di donna!» La direttrice, col suo fare sempre tra cortese e distratto, m’aveva detto che sperava io le avrei continuata la mia collaborazione anche da laggiù. Non avevo mai pensato dì tentare qualche lavoro di fantasia?
La norvegese era a letto per una infezione reumatica che non pareva grave. Andavo ogni giorno per qualche ora a tenerle compagnia. Ogni giorno veniva pure a visitarla l’amico professore. La prima volta che avevo visto il giovane chino sopra di lei, mi si era comunicata la dolce sicurezza del loro amore. Ma nella stanza buia non c’era aria sufficiente. Quand’egli la persuase della necessità di trasportare il letto nello studio, la fronte le si oscurò, sebbene egli affermasse che era soltanto questione di alcuni giorni.
Affrettavo col pensiero il ritorno di mio marito: gli avrei proposta una separazione amichevole; io potevo vivere col mio lavoro e con ciò che mio padre continuerebbe ad assegnarmi. Il piccino avrebbe potuto studiare accanto a me, e andare dal babbo nelle vacanze.
Perchè non avrebbe accettato? Egli era in uno di quei momenti psicologici che giustificano le azioni più contrarie alla nostra natura; tutto doveva mostrarglisi sotto un nuovo punto di vista.
Non volevo però in nessun modo pregiudicare il tentativo. A chi chiedere un consiglio? La buona vecchia mamma non era ancora tornata dalla Lombardia. E a nessun’altra avrei potuto confidarmi, in quell’ora decisiva. Ma un’immagine mi s’imponeva da qualche tempo, con insistenza crescente; non v’era un uomo che diceva di possedere la verità? Da lui avrei potuto ricevere forza.
Non lo vedevo da parecchie settimane. Lo invitai con un biglietto a venirmi a trovare, per sentire cose gravi.
Giunse la sera dopo, mentre stavo per condurre a letto il bambino. Per qualche minuto parlò col piccolo amico, che lo guardava cogli occhioni confidenti; poi questi andò a coricarsi.
Con un tremito interno straordinario presi a dire. Egli ascoltava impassibile. Sapeva forse. La persona si protendeva un poco verso di me, in attitudine incoraggiante.
A poco a poco mi rinfrancai; le sue domande, nette, valevano a dirigere e a districare il mio racconto un po’ imbarazzato. Non parlavo del lontano passato, della mia adolescenza distrutta; dicevo solo di mio padre e di mia madre, del mio matrimonio, del lungo periodo in cui, conscia de’ miei sentimenti, avevo ritenuto doveroso restar presso l’uomo che credevo m’amasse e a cui pensavo di far del bene: accennavo alla scoperta recente di un nuovo sentimento in mio marito, al mio recente miraggio d’indipendenza.... L’aspirazione appassionata ad una vita di libertà e d’azione, in armonia colle mie idee, si palesava in verità a me stessa come non mai, Ogni mia parola sembrava illuminarmi il fondo dell’anima. E uno stupore m’invadeva, si mescolava alla lucida ebbrezza del pensiero finalmente capace di manifestarsi.
L’uomo mi guardava tranquillo, poi prese lui a parlare. Stimava inutile giudicare la decisione irresistibile della mia coscienza. Ero pronta a subirne qualunque effetto? Egli poteva dirmi soltanto che tutte le cose della vita, anche i problemi morali che il nostro orgoglio suscita, non sono in fondo che ombre. Per guidarsi, nella vita, occorre poco, l’avrei compreso un giorno: intanto, gli piaceva la mia preoccupazione di sincerità e di logica.
S’era alzato in piedi, girava attorno toccando libri e fotografie. Anch’io mi ero levata e m’appoggiavo al tavolo in mezzo alla stanza; mi venne accanto: mi sorpassava di poco in statura. Riprese a parlare, piano. Anche nel suo passato erano delle ore oscure: egli aveva creduto nella legge, nel progresso; aveva giudicato gli uomini in nome di un assoluto inflessibile, aveva condannato.... Poi, un dolore tremendo, la morte quasi simultanea del padre e della madre, gli aveva restituito la coscienza del niente che è l’uomo, e per la prima volta infuso il desiderio tormentoso di figger lo sguardo oltre la vita. Erano passati anni e anni, egli aveva reciso tutti i fili che l’avvincevano all’umanità, e una luce, sì, una luce s’era fatta nel suo spirito. Egli credeva di poter spiegare, ora, l’enigma della nostra essenza, essenza immortale. Questa parola avrebbe recato alle creature umane una grande pace, la norma per l’esercizio benefico della propria volontà durante questo passaggio terreno. Non poteva spiegarmene nulla ancora. Fra breve.... Da vicino o da lontano, continuassi a sperare, ad aver fede nella sua promessa.
Dalla strada, ogni tanto, la tramvia elettrica mandava il suo ululo, producendomi l’impressione del vento notturno in riva al mare in tempesta. Mi sentivo avvolta, veramente, in un’atmosfera frigida che placava, rendeva anzi ogni impulso di vita particolare, creava visioni bianche nelle quali l’occhio si smarriva.
Quando mi ritrovai sola nello studio, ove la lampada sembrava vegliare dall’alto sull’intera città, una gioia m’invase, ignota fin allora. Che cos’era, che cos’era? Non volevo saperlo, come non mi dava affanno il segreto che quell’uomo diceva di possedere. Ma l’antica anima ribelle ad ogni giogo ch’era giunta a odiare l’amore per il disprezzo di ogni dedizione, si abbandonava alla dolcezza di essere compresa, sentita da un’altra anima....
Il gaudio silenzioso e quasi inconfessato durò alcuni giorni. L’amico venne altre due o tre volte, di sera; mi aveva pregato di copiargli il manoscritto di un suo nuovo opuscolo che stava per pubblicarsi; certe pagine quasi indecifrabili per le aggiunte e le cancellature richiedevano le sue spiegazioni, Egli me le dava con quella sicurezza dogmatica che allontanava qualsiasi obbiezione. L’opuscolo era una satira tagliente cui non potevo non associarmi; preannunziava, ma non svelava affatto l’idea dominante dell’autore, la secreta sintesi creata dal suo intelletto. In esso non mi turbava che lo stile, complicato, contorto, spesso illogico; più mi turbavano, talvolta, certe frasi dettemi a viva voce, frasi oscure, che mi riconducevano ai primi tempi della nostra relazione quando riguardavo la strana creatura come un pauroso inviato del Mistero, a sè stesso forse incomprensibile. E neppur ora avevo la forza di formarmi un concetto esatto della sua personalità; ora meno che mai. Evitavo anzi, probabilmente senza rendermene conto, di esercitare dinanzi a lui la mia analisi. Lo vedevo pallido, emaciato, ombra della vita, con un sorriso sempre più enigmatico sulle labbra pallide tra la breve barba nerissima, con gesti di bimbo delicato e precoce che prevede tutto ciò che la vita gli negherà.... E tremavo. Così debole e miserando qual’era, m’appariva ammirabile: era in lui una potenza che non sapevo definire, ma che trovavo più grande d’ogni altra; egli mi rappresentava lo sforzo incessante e terribile dell’umano verso la divinità. Quando la parola «pazzia» mi si affacciava alla mente, mi sentivo straziare.
Ma egli era sicuro della mia fede in lui; un fugacissimo bagliore mi pareva gli attraversasse lo sguardo nei momenti in cui mi sorprendeva intenta, assorta nella sua parola. Non aveva mai incontrato, certo, una devozione così fervida in un’anima così libera e giovane....
Parlavo di lui alla mia malata, nelle molte ore che ormai passavo accanto al suo letto; il male s’era complicato, l’infezione era salita al cuore, e il povero cuore si gonfiava ogni giorno più, batteva pazzamente, minacciava d’arrestarsi per sempre. Già il dottore, un vecchio maestro del fidanzato, m’aveva svelato la gravita del caso; egli lottava, ma temeva. Il giovane fisiologo sorrideva teneramente a lei, ma dava talvolta a me sguardi strazianti. La malata non aveva sospetti; non voleva accanto, oltre l’amico e me, che la vedova vicina. Formulava progetti per la convalescenza, ripetendo: «Che noia, che noia!»
Una crisi terribile, inattesa, precipitò il corso del male, gettò l’inferma nel terrore ultimo. Per due notti restai accanto al letto di spasimi, la mano stretta convulsamente da quella di lei, nella pena infinita di non poter far nulla contro la forza misteriosa che la prostrava. Per qualche ora credetti che la fine fosse imminente. Scrissi a mio marito due righe per avvertirlo della necessità ch’io rimanessi ancora qualche giorno.
La terza sera il cuore attenuò alquanto i suoi battiti pazzi e il pericolo si allontanò. Il giovane, che aveva vegliato con me tre notti tormentose, si concesse un po’ di riposo; io non mi sentivo stanca, e il sorriso con cui la diletta accolse la mia risoluzione di restar presso a lei, m’impedì di rimpiangere la pace delle mie stanzette, il respiro dolce del bimbo addormentato sotto i miei occhi. La speranza rifioriva.
Quando fu l’alba lasciai la malata in custodia della vedova e m’avviai verso casa. Dopo pochi passi nella via deserta, biancastra, m’imbattei in mio marito che s’avanzava a capo chino; si scosse, non seppe trovar una parola, quasi vergognandosi. Un misto di pietà e di sprezzo m’assalse.
Dopo che l’ebbi rassicurato sulle condizioni dell’inferma, egli cercò di scusarsi per il viaggio impreveduto. Gli troncai la parola: non volevo offender in alcun modo la diletta che lassù soffriva.
Anche a casa tacemmo. Tornai poco dopo presso l’amica: egli venne nel pomeriggio a chieder se poteva vederla un momento. L’osservai. Ma colei che lo aveva turbato, che era riuscita quasi a vincere io lui la cupidigia d’un impiego ambito, non aveva più il fascino sensuale che lo aveva ammaliato. Era una povera creatura sfiorita.
Ella gli parlò di me, gli disse che ero stata una santa per lei. «Vai un po’ a casa, ora, vai, cara. Sto bene, risposerò. Verrai domattina, non è vero?»
Povera donna! Dovetti contentarla. Ma tra mio marito e me pesava il silenzio. Solo alla sera, dopo cena, quando il bimbo fu coricato, le anime si apersero, con ardore la mia, un po’ guardinga la sua. Egli teneva a giustificar il suo contegno. Io non volevo che l’ora scorresse vana, perpetuando la menzogna. E, sorretta forse dall’eccitazione nervosa di tanti giorni, parlai come non avrei creduto di poter mai. Gli dissi ciò che avrei potuto dire al mio figliuolo fatto uomo: egli non potè schermirsi, finì coll’ammettere in silenzio ciò che gli attribuivo. Ascoltò anche quando conclusi nella necessità di svincolarci entrambi da un legame che ci opprimeva.
M’interrogava, ora, dubbioso: «Credi proprio? Non potremo mai intenderci?...» E sperai che sarei riuscita a persuaderlo.
In quel punto suonò all’ingresso il campanello. Era il «profeta», che non vedevo da qualche giorno. Avevo, il mattino, detto a mio marito delle sue visite, del lavoro di cui egli m’aveva pregata; ma il vederlo giungere così, dopo le otto di sera, richiamò improvvisamente alla sua anima sconvolta tutte le ire malsane di cui era capace. A stento le represse, e la conversazione si trascinò per qualche minuto, fin che l’amico risolse d’andarsene, stringendomi la mano in modo da significarmi coraggio.
Sentii che la partita era persa. Mio marito principiò coll’inquisirmi, brutalmente sarcastico. Lo lasciai dire e dire, sperando si esaurisse così, come altre volte, il furore che gli faceva digrignar i denti.... Invece il mio atteggiamento remissivo peggiorò la situazione. Alterato dal suono della propria voce, mi accusò, insultò l’amico, vomitò parole abbiette, finì col lanciarsi sopra di me, gettarmi in ginocchio, percuotermi bestialmente, mentre mi dibattevo a mia volta in una crisi di rabbia spasmodica. Dalla stanza attigua il bimbo svegliatosi mi chiamava, spaventato. Riuscii a svincolarmi, a correre presso il letticciuolo, come istupidita. Le piccole mani di mio figlio correvano sul mio viso umido e infocato, la vocina tremante susurrava: «Non voglio, mamma, non voglio.... Non tornar più di là col papà: sta qui, vieni a letto, non voglio che tu pianga....»
Ah, sì, obbedire, obbedire alla piccola voce dolente! Non eran più queste le orribili notti del passato, nelle quali l’anima avvilita accettava senza ribellione ogni sfregio e non riceveva alcun richiamo dalla vita.... Mio figlio, ora, si preparava a difendermi, mi voleva per sè, mi sentiva buona, pura, si rivoltava anche contro il dolore ingiusto che per la prima volta gli si palesava.
L’uomo dovette gettarsi sul divano, in sala da pranzo; io presi in letto con me il bambino; un’altra volta attesi l’alba.
La vecchia servente, quando m’alzai, m’interrogò tremante. Che cosa aveva sentito dal suo stanzino? Mi guardava con pietà insistente. Mi prese le mani, mi baciò qualche segno rosso sui polsi. Ricordava anche lei delle ore di supplizio? I suoi occhi avevano spesso come il rimprovero muto delle bestie maltrattate.
A mezzogiorno, a tavola, non rammento come la nuova scena si svolse: so soltanto che a un certo punto mi trovai mio figlio avvinghiato al petto e dinanzi mio marito che tentava strapparmelo, che gli ingiungeva di seguirlo, partire insieme, per lasciarmi sola alle mie follìe.... Egli aveva riso ad una mia rinnovata proposta di separazione: padrona io, di restare, di guadagnarmi da vivere come volevo, ma il figlio lo seguirebbe, oh, dovunque!
Il piccino mi guardava smarritamente. Ah bimbo, bimbo mio!... Non sarei morta se colui me lo strappava? Era la mia carne, la mia vita, era la mia fede quel piccolo viluppo tepido che mi tremava fra le braccia....
Con uno sforzo tremendo respinsi il comando della coscienza inesorabilmente lucida. Non volevo morire: e per vivere, dovevo piegare.
L’uomo sentì d’aver vinto, abbassò il tono della voce, rallentò il fiotto delle parole odiose. Forse nella notte aveva esaminata la situazione, s’era imposta una linea di condotta, aveva sentito svanire i fumi sentimentali fra cui s’era compiaciuto negli ultimi mesi, s’era di nuovo trovato pronto a strappare alla vita, senza riguardi, i soli beni materiali—sufficienti per lui. Forse era sicuro in precedenza che la minaccia di togliermi il figlio m’avrebbe ricondotta alla rassegnazione. Si calmò, giunse a sorridere leggermente delle scene avvenute, come d’una debolezza; credo anche mi chiedesse perdono. Rimanemmo d’intesa che sarei rimasta in città alcuni giorni ancora, finchè l’inferma fosse fuori di pericolo.
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XIX.
Tre dì dopo la partenza di mio marito incontrai per strada il mio amico; ero col piccino. Lo vedemmo avanzarsi tra la folla, assorto, un po’ curvo, e ad un tratto, scorgendoci, trasformarsi per virtù d’un sorriso splendente. Eravamo per lui una lieta apparizione?
Prese per mano mio figlio, rivolgendogli qualcuna di quelle domande piene di grave tenerezza che fanno balzare di compiacimento il cuore dei fanciulli, e che così pochi sanno trovare. Io rivedevo la scena di poche sere innanzi; e un impeto d’indignazione mi toglieva la forza di parlare. Bisognò ch’egli mi interrogasse, e allora non potei che accennare ad una incipiente gelosia di mio marito, all’impossibilità di veder lui d’ora innanzi in casa mia. Aveva intuita la cosa, ma al sentirla confermare ebbe un movimento di sdegno. Poi, quando gli dissi che avevo rinunziato ai propositi d’indipendenza, che per non esser privata di mio figlio m’ero decisa a riprendere la vita meschina e falsa, m’avvolse con uno sguardo mesto e quasi fraterno, e non aggiunse parola. Senza confessarmelo chiaramente, restai un po’ delusa: mi pareva che un gesto di pietà anche sprezzante, una rampogna, mi avrebbero più sollevata.
La sera, dopo cena, mentre il bambino giocava sul tappeto accanto alla stufa, ebbi una prostrazione paurosa.... Ero seduta alla scrivania; mi trovai col capo tra, le mani, il petto scosso da singhiozzi violenti, il volto inondato di lagrime. Il piccino restò un momento stordito; non ricordava, certo, d’avermi mai vista così, piangere forte sola con lui. Invano mi si strinse alle ginocchia, mi accarezzò il volto, mi disse le sue puerili frasi d’amore per far cessare il mio pianto. Infine afferrò la penna sulla scrivania, me la pose tra le dita inerti: «Mamma, mamma, non piangere; scrivi, mamma, scrivi.... io sto buono; non piangere...!»
Ah, la piega dolorosa di quelle labbruzze fiorenti, la fissità precoce di quello sguardo umido!... Egli partecipava veramente alla mia sofferenza con tutta la bravura della piccola anima amorosa. E io non potevo che accettare anche il suo sacrifizio, io, sua madre, che avevo sognato per lui tutte le gioie, tutte le vittorie....
Scrivere? La cara piccola anima intuiva anche questo, la necessità per me di tuffarmi come non mai nel lavoro e nel sogno. Non era geloso, mio figlio, non era prepotentemente egoista nel suo affetto: pensava alla mia salvezza, ai bisogni per lui oscuri del mio essere complesso, non pretendeva di poter riempire lui solo tutta la mia vita.
Ma come afferrarmi a quella penna che mi porgevano i ditini rosei? Che cosa scrivere? La mia desolazione si rifletteva anche su’ miei sogni, che diventavano utopie inconsistenti e piene di contrasti ironici.
Il mio pensiero corse naturalmente sull’amico. Egli non aveva saputo darmi un consiglio. Che cosa ero io per lui? Egli considerava tutti, me compresa, come fa il passante che si china un momento sopra il bimbo e lo lascia spaventarsi e piangere per qualche piccolo malanno ch’egli potrebbe facilmente rimuovere. Potrebbe? Il bimbo quasi lo crede. Io pure, quasi, l’avevo creduto.
Per la prima volta mi domandavo se la vita ch’egli conduceva, invece che di purificazione e di perfezionamento, non fosse di raffreddamento, di inutile crudeltà.... Qual verbo ne poteva scaturire?
Credeva venuta l’ora di dispensarlo al mondo; non mancava che una preparazione di rito....
E mentre egli preparava la sua liturgia, io naufragavo, la mia amica agonizzava: avrei pur io potuto morire! Non c’era in tutto questo qualcosa di mostruoso?
Mi coricai. Il sonno non veniva. Quale ora di lucida coscienza attraversavo? Dacchè, serrandomi al petto il figliuolo, avevo rinunciato a’ miei progetti di libertà, non m’ero ancor chiesto nettamente che cosa attendessi. Ed ecco, le risposte s’incrociavano ora, contradicendosi, sgomentandomi. Io mi disprezzavo per la mia debolezza.... Io mi sentivo vile.... Soffrivo senza scopo, senza sollievo, senza utilità nè per me, nè per mio figlio.... E anelavo alla gioia come lui nella spontaneità de’ suoi sei anni.... E presentivo tutte le torture che egli avrebbe provato quando si fosse saputo prezzo della ignominia materna....
E, ad un tratto, una nuova domanda irruppe: «Se lui ti avesse detto di resistere, se ti avesse chiesto di lasciare tuo figlio, se ti avesse proposto di seguirlo, di servirlo, di portare nella sua vita quell’armonia che vi manca?»
Lui! Viveva dunque quella creatura talmente in me? Era dunque altro che una guida, un esempio, un conforto?
E un’altra interrogazione fulminea: «L’hai amato?»
Poi ancora: «Avresti lasciato tutto per lui?»
Lo vedevo davanti a me, come l’avevo visto il giorno, contento di ritrovarmi tra la folla ignara. Era mai stato amato? Non aveva mai conosciuto il riposo su un seno di donna che lo comprendesse e lo difendesse dalle ombre paurose del mistero?
Sorella egli mi chiamava.... Ma una sorella non può nulla. Altre egli doveva averne incontrate, e niuna gli aveva potuto insegnare il cammino della felicità.... Ed egli ostinato voleva dire agli uomini una parola di rinunzia, assicurarli che quel cammino è fuor della terra....
Lente, le risposte si succedevano. Sì, s’egli mi avesse chiamata, alcuni giorni prima, quand’io credevo in lui, io l’avrei seguìto; sì, per lui avrei forse potuto vivere senza mio figlio. In poco tempo questo grande cambiamento s’era prodotto in me. Alcuni mesi prima, quando avevo temuto che mio figlio morisse, nessuna figura era sorta davanti alla mia mente ad affermarmi ch’io avrei ancora potuto vivere per un altro essere.
Eppure, non era amore quello che sentivo per quell’uomo; non poteva essere amore; io non desideravo nulla per me da lui, sentivo anzi che una dedizione da parte sua me l’avrebbe menomato dinanzi agli occhi. Non potevo sentirmi felice sotto il suo bacio.
Ma inginocchiarmi davanti a lui, adorare la sua anima misteriosa.... servirlo, dargli il mio ingegno, la mia penna, la mia vita, questo avrebbe potuto avvenire, s’egli avesse voluto.... E mio figlio non si sarebbe tenuto defraudato.
Bruscamente, in capo ad una settimana, la mia ammalata peggiorò di nuovo. Il fidanzato questa volta non mi disse nulla: mi aveva guardata come invocando lui da me una parola di conforto; e io compresi: la cara era perduta, perduta.... il povero cuore si sarebbe da un momento all’altro, domani o tra qualche giorno, arrestato di botto....
Perchè allora continuare quella lotta d’ogni minuto, tutti quei rimedi, tutte quelle cure, dirette non soltanto a sollevare l’inferma, ma a colpire il male?
Ah, gli è che è impossibile credere veramente alla scienza che preannunzia la morte in un corpo nel quale la vita vibra! Si crede piuttosto al miracolo, a un intervento ignoto. Si spera, sino alla fine.
E noi speravamo. Egli colla persona giovanile ed austera, gli occhi incavati e ardenti dietro gli occhiali, io più attempata in apparenza della morente, stanca e bianca sotto la ferrea volontà di resistere; in piedi ai due lati del capezzale, per ore e ore, speravamo.
Ella ci confondeva quasi in una sola persona, come in un’atmosfera protettiva e fedele. Durante le crisi ci serrava le dita come fra tenaglie. Poveri occhi azzurri dolenti, povero viso roseo tra i capelli color di spiga! Nelle tregue cercava strapparci il segreto della sua sorte per prepararvisi. Ma non credeva di morire, non poteva crederci: continuava ad intervalli a far progetti e progetti. Parlava d’un paese lontano, tutto bianco di neve. Quanto tempo dacchè non avea veduto la neve! Andrebbero insieme, verso i fiordi! Presto, alla prima estate! E io spiavo l’avviso tremendo sul volto del giovane quando si rialzava dall’avere ascoltato sul povero petto bianco il battito simile a quello d’uno stantuffo enorme. Il volto suo si irrigidiva per celare lo spasimo.
Per quanto tempo?... Non so più; mi parve interminabile; dovette essere assai breve, invece.
Un mattino la donna mi portò in casa della malata una cartolina di mio marito, quasi insultante verso di me, indirizzata al bimbo. Tutte le sue lettere erano ora fredde e pungenti, con allusioni amare sul «profeta»; non mi domandava più neppure dell’amica.
Questa mi vide impallidire. «È di tuo marito?...» E con un ardito moto del capo quale le vedevo di frequente a’ suoi bei giorni: «A qualunque costo, non tornare laggiù....»
La baciai con silenziosa tenerezza. «Se ti prendessero il bimbo?...»—aggiunse quasi con un soffio. E i suoi occhi erano intensi come per trasfondermi una volontà.
Il dottore m’aveva consigliato di riposarmi qualche ora e poi di far una passeggiata col bambino al sole, per esser temprata a passar un’altra notte in piedi.
Appena a casa afferrai tra le braccia mio figlio, lo tenni a lungo. Non riposai. Non potevo. Uscii con lui, presi la tramvia di San Pietro. Volevo vedere la mia vecchia amica, tornata da poco. Nella piazza, quasi deserta, il colonnato colla sua corona di statue ondeggianti pareva fremere tutto nell’aria vivida e nel gran silenzio. Ci avviammo a piedi verso il borgo Santo Spirito, costeggiammo il muro dell’ospedale; dall’altro lato della strada fanciulli e donne in cenci interrompevano giochi e chiacchiere per guardarmi nella mia apparenza di forestiera e tendermi la mano. Cenci appesi lungo i muri, tanfo nell’aria. Per la salita di Sant’Onofrio ancora cenci, ancora bimbi ruzzolanti, ancora finestre d’ospizi, graticolate. Un gruppo di educande con alcune monache discendeva. In alto, al sommo del Gianicolo, ci fermammo un po’ affannati. Garibaldi, figura di leggenda, campato nell’azzurro, guardava tranquillo la cupola enorme alla sua sinistra.
Lo sfavillìo della massa compatta di case, di torri, di alberi che mi si stendeva sotto gli occhi era intenso, quasi insostenibile. In fondo i monti si staccavano turchini sul cielo, e lungo i declivi le macchie candide dei Castelli mandavano anch’esse barbagli. Tra i monti e Roma la campagna, l’immensità.
Roma! Forse ogni giorno lì in cima al colle qualche anima sentiva affluire in sè le più possenti energie, vedeva lucidamente segnate le opere da compiere nell’ammasso meraviglioso di pietre così diverse per età e tutte ugualmente scintillanti e significative; ogni giorno forse qualche anima aveva la visione d’una Roma dalla quale, nel tempo, scomparirebbero ogni violenza e ogni laidezza, nella quale le linee armoniose del suolo e del cielo non sarebbero più turbate da un incomposto agitarsi d’uomini fra loro estranei, incompresi, ostili....
Mio figlio parlava, parlava, felice d’avermi per sè, e mi indicava gli alberi pieni di cinguettii, e stendeva la manina verso certi punti dell’orizzonte, come mi aveva vista fare tante volte; diceva: «Guarda, guarda, mamma, che bella nuvola sopra la pineta! E là, là che cos’è quella terra?»
La vecchia rivoluzionaria era in casa, ma v’erano altri visitatori, tra i quali la direttrice di Mulier colla figliuola maggiore, e un giovane archeologo a cui la fanciulla s’era fidanzata da poco: la bella coppia raggiava di gioia e di fiducia; la sposa, mi disse la romanziera, avrebbe potuto aiutare il marito nelle pubblicazioni dei suoi lavori: l’impresa le sarebbe facilitata, oltre che per virtù d’amore, per il soffio di poesia con cui egli animava le proprie indagini fra i ruderi e le tombe....
I due giovani ascoltavano sorridendo: gli occhi azzurri dell’una si fissavano su quelli neri dell’altro: mai, mai io avevo visto così due vite offrirsi, incrociarsi!
Per un momento il loro calore mi avvolse, soave. Poi pensai al giovane scienziato chino sulla sua moribonda e il bisogno di tornar presso di loro m’incalzò.
Sul portone di casa mia trovai una donna che mi cercava: «Da due ore, signora....»
Era morta. La vedova l’avea vista piegare sul petto del giovane, mentre questi le aveva dato un cucchiaio di medicina; con la bocca semiaperta, a metà d’un «grazie».
«Grazie!» Non sapeva la povera donna la profonda bellezza di quella parola! Non rimpiansi d’essermi allontanata e d’averla lasciata morire in braccio dell’amato.
Lassù, ella era già composta sul letto, non era già più lei. Qualche vicina, qualche mia collega erano accorse. Ora si succedevano le visitatrici. Non potei restare nello studio, fuggii nella stanzetta; il professore mi raggiunse. Dimenticai la mia sofferenza, gli stesi la mano. Sì, il suo dolore poteva espandersi dinanzi al mio: noi soli l’avevamo amata.
E noi soli la vegliammo, per due notti, parlando di lei, di quello ch’ella era stata. Il bel viso roseo era diventato d’avorio tra i capelli d’oro stinto, si trasformava d’ora in ora, diveniva più rigido, più ombrato.... Finito, finito!... Pensavo a lui che credeva conoscere il Mistero: perchè in quell’ora non me lo svelava? Perchè, sopratutto, sapendo che la mia amica era condannata, non era venuto a portare la parola di luce?
Ah, come di fronte alla Fine cade ogni speranza di sfidare e vincere l’Ignoto!... Come si sente che l’umanità è impropria all’impresa, destinata a passar sulla terra senza spiegarsi la ragione del suo passaggio! Ma contemporaneamente la nostra intima sostanza attinge la massima coscienza del suo valore: la Vita che si sofferma a guardar la Morte comprende la nobiltà eroica del proprio ostinarsi ad ascendere e a perpetuarsi nel buio.... E la creatura dell’oggi ascolta un appello confuso: è forse la creatura del remoto domani che la chiama così, che la conforta a proseguire, la creatura nella quale raggierà tutto ciò che oggi è oscuro, e con la quale si inizierà una nuova epoca, l’epoca dello spirito liberato?...
Le ore passate accanto alla spoglia di chi amammo non ci fanno veggenti; ma neppure ci prostrano, nè ci tolgono il senso dell’esistenza che in noi continua. Sembra in quel punto di ereditare, coi doveri, anche le qualità dì chi ci ha lasciati; ci si trova più ricchi, o di energia o di idealità o di amore. Ci si sente solidali coi vivi oltre che coi morti.
Il pensiero d’aver fatto tutto quello ch’era in mio potere per alleviare alla diletta le sofferenze estreme mi dava una specie di pacato conforto. La breve e agitata vita di lei s’era chiusa sotto la protezione dell’amore: ella aveva portato con sè, morendo, la certezza di esser compresa e di rivivere nel rimpianto.
E io mi sorprendevo a dirmi che con ogni probabilità sarei stata meno fortunata.... Laggiù, consunta in pochi anni dall’arida esistenza, chi mi avrebbe chiusi gli occhi dopo avermi sorriso? Accanto al mio letto, nelle ore ultime, non avrei avuto che mio figlio, inconsapevole... solo... solo.
Questo dissi, o piuttosto lasciai indovinare, il mattino dei funerali, alla vecchia amica che era venuta a portare il suo saluto alla cara dormiente già tutta ricoperta di fiori. Eravamo accanto alla finestra, un istante isolate dalla lunga sfilata delle conoscenti; e ambedue volgevamo sguardi di serenità verso la forma indecisa avvolta di bianco, verso le immagini vivaci ch’ella con vena inesauribile aveva sparse sulle pareti, verso la campagna e il Soratte lontano. Ah il buon riposo! La dolce creatura l’aveva ottenuto....
E la voce della vecchia donna mi ripeteva sommessa e vibrante: «Ma perchè parti? Sai pure che la rassegnazione non è una virtù!»
Mormorai il nome di mio figlio, e quella tacque, passandomi una mano sulla fronte, lieve, più volte.
«Non tornare laggiù!»
Anche la dormiente me l’aveva detto, prima di chiudere gli occhi.
Ai funerali, dietro il carro carico di fiori, tra molte signore e i giornalisti, avevo visto fuggevolmente il «profeta». Qualche giorno dopo, passando presso la sua abitazione, fui assalita dall’improvviso desiderio di sorprenderlo, là dove egli viveva la sua vita deserta, di dargli là il mio addio, poi che presto sarei partita.
Salii in fretta l’oscura scala della vecchia umida casa.
Imbruniva: nella stanza era già accesa una candela: si vedeva un letto in un angolo, bassissimo, quasi un giaciglio. Su una stufa di terra due mele eran posate, cotte sulla brace. Presso una finestra, una tavola ingombra di carte e delle seggiole con qualche libro; una severa effigie di vecchia sulla parete: sua madre? E in fondo alla stanza la scarna persona, in attitudine un po’ incerta, che allungava un braccio per pregarmi di sedere.
Che cosa dicemmo? Non riesco bene a ricordare. Egli si scusava del freddo dell’ambiente, mi chiedeva del piccino, della partenza.... Gli guardavo le labbra: non avevano un tremito. Accennai al cassetto del tavolino. Lì stava la sua opera? Ebbe un gesto vago di assenso. E, non so come, dovetti far travedere la mia incredulità.... Più che le mie parole, rotte come singhiozzi, i miei occhi gli dicevano, certo, la disfatta del mio fervore e l’amarezza della mia anima nuovamente libera.
Nel silenzio che seguì, vidi per la prima e l’ultima volta quel viso sempre illuminato come da una visione interna, oscurarsi, alterarsi, esprimere il più umano dei dolori, la semplice profonda sofferenza di chi si sente abbandonato.... Ma furono pochi istanti. La calma ridiscese sulla sua fronte con il segno ostinato d’una sovranità intangibile.
Per due giorni le piccole stanze furon di nuovo ingombre di casse, tante bare nelle quali seppellivo, cogli oggetti e coi libri, i miei sogni e i miei palpiti. Mio marito protestava per lettera di volermi con lui: la povera morta era rinnegata: egli aveva sospettato il suo amore pel giovane scienziato, e l’orgoglio soffocava in lui ogni residuo di sentimento. Un attimo avevo tentato ancora di strappargli la mia libertà, e non avevo che ribadito la catena.
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