PARTE PRIMA. (continued 2)
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Mio marito, dopo un malumore che gli sparì in breve, seguiva il mio stato con tenerezza. Lo trovavo buono, avvertivo in lui già forte l’amore di padre, un amore tutto d’istinto, senza preoccupazione veruna della responsabilità che s’iniziava per entrambi.
Sua madre, per cui le nostre nozze semplicemente civili erano state come un incubo, mi aveva per prima cosa scongiurato di fare «un cristiano» del bimbo, ed io glie l’avevo promesso, ricordandomi che a mia madre era stata fatta dal babbo la stessa concessione. Ma le avevo anche dichiarato che non avrei potuto tollerare ingerenze sue o di sua figlia nell’allevamento del bimbo, cui non volevo infliggere certi usi barbari ancor vigenti nel luogo, nè procurare fin dalla culla amuleti e fasce e pericolosi impacci protettivi. Al che mi rispondeva con una baldanza che contrastava colla consueta sua timidezza: «Dieci figliuoli ho avuto ed allattato io!»
De’ suoi dieci figli, sei erano morti nell’infanzia, e i sopravvissuti potevano dirsi fortunati. Ella mi sosteneva che i bimbi devono attraversare cinque o sei malattie, nelle quali Dio spesso se li prende per formarne degli angeli.
Povera vecchia! Mi aiutava a tagliare e imbastire camiciuole e corpettini, e godeva in quel lavoro, nella pace della nostra saletta, un benessere dolce che l’inteneriva e di cui si reputava forse indegna come tutti coloro che avendo sofferto lungo l’intera vita si son convinti di non essere stati creati per la felicità. E la sventura stava per colpirla ancora una volta.
Contemporaneamente si posero a letto mio suocero e mio marito, l’uno per un reumatismo a lungo trascurato, l’altro per una forte angina. Benchè il caso del vecchio non apparisse di eccezionale importanza, la moglie e la figlia furono trattenute al suo capezzale ed io mi trovai sola ad assistere mio marito, il cui male progrediva rapidamente. Una notte mi parve che il respiro gli mancasse; il medico accorso fece un atto disperato: il male aveva assunto tutti i caratteri della difterite: non seppe nascondermelo, malgrado il mio stato; ma io mi sentivo animata dalla volontà di non pregiudicare in alcun modo la vita della creatura che palpitava nel mio grembo. Restai calma, col cuore fiducioso, lasciando il malato nell’ignoranza della vera sua condizione, assistendolo senza riposo, come certa che il dovere così adempiuto non avrebbe potuto essere fatale.
La malattia si risolse in pochi giorni, dopo i quali soltanto il convalescente apprese il pericolo dal quale era scampato. Non ebbe tempo di allietarsene. Suo padre s’era aggravato: in capo a due settimane spirò.
Era la prima volta che la morte passava, portandosi via un’esistenza a me prossima, ma l’anima mia non fu colpita: forse ero all’estremo delle mie forze, tutte le facoltà dominanti tese verso l’evento che avrebbe fissato la mia vita.
Appresi la rettorica del lutto. Mio marito e mia cognata, che non avevano mai dopo l’infanzia sorriso al loro padre, che non l’avevano considerato se non come il detentore d’un denaro comune, proclamarono un dolore atroce, credettero forse per qualche tempo di soffrire indicibilmente.
Ripensai in quella circostanza ad alcune considerazioni che avevo ascoltate più volte da mio padre. Nel paese regnava una grande ipocrisia. In realtà i genitori, sia fra i borghesi, sia fra gli operai, venivano sfruttati e maltrattati dai figli, tranquillamente; molte madri sopratutto subivano sevizie in silenzio. Non una moglie era sincera col marito nel rendiconto delle spese, non un uomo portava intero a casa il suo guadagno. Poche coppie mantenevano la fedeltà reciproca, e di parecchi signori s’indicava l’amante in qualche donna che viveva sola, o con un marito, su cespiti inconfessabili. Poco tempo prima, un feroce parricidio aveva funestato una casa: il figlio aveva colto suo padre con la propria moglie. Molte ragazze si vendevano, senza la costrizione della fame, per la smania di qualche ornamento; a quattordici anni nessuna rimaneva ancora del tutto ignara. Ma restavano in casa, ostentando il candore, sfidando il paese a portar prove contro la loro onestà. L’ipocrisia era stimata una virtù. Guai a parlare contro la santità del matrimonio e il principio della autorità paterna! Guai se alcuno si attentava pubblicamente a mostrarsi qual era!
Per questo mio padre era stato condannato selvaggiamente, e odiato da quel pugno di persone così inferiori a lui. Per questo egli aveva avuto una ribellione che l’aveva spinto sempre più oltre.
E mio figlio nasceva in quell’ambiente!
Lo attesi in un raccoglimento severo, allontanando con energia ogni assalto di pessimismo, moltiplicando i preparativi minuziosi, consapevole e commossa della dignità che rivestivo in quell’ora suprema. Avevo accanto l’immagine di mia madre costantemente; di mia madre giovine negli anni lontani ed ignoti della mia prima infanzia: sentivo nell’anima il calore di quell’affetto che doveva essersi riversato su me con la stessa forza con cui il mio cuore circondava amorosamente l’atteso....
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VII.
Quando, alla luce incerta di un’alba piovosa d’aprile posi per la prima volta le labbra sulla testina di mio figlio, mi parve che la vita per la prima volta assumesse a’ miei occhi un aspetto celestiale, che la bontà entrasse in me, che io divenissi un atomo dell’Infinito, un atomo felice, incapace di pensare e di parlare, sciolto dal passato e dall’avvenire, abbandonato nel Mistero radioso, Due lagrime mi si fermarono nelle pupille. Io stringevo fra le braccia la mia creatura, viva, viva, viva! Era il mio sangue in essa, e il mio spirito: ella era tutta me stessa, di già, e pur mi esigeva tutta, ancora e per sempre: le donavo una seconda volta la vita colla promessa, coll’offerta della mia, in quel lungo bacio lieve, come un suggello ideale.
Vidi mio marito lagrimante di gioia, gli sorrisi, m’assopii.... Più tardi, riposata, composta in lini freschi, ricordo d’aver sorriso alle mie sorelle accorse, ricordo d’aver gettato uno sguardo sullo specchio che l’una di esse mi porgeva, e d’avere scorto il roseo delle mie guancie, lo splendore degli occhi, il candore della fronte; un’immagine bella di maternità. A mio padre pure sopraggiunto, il medico narrava le fasi del parto: le prime doglie alle due di notte, il rapido progresso della crisi, una mezz’ora di sofferenza, l’ultimo spasimo, e infine il sollievo, il primo vagito del bambino eccezionalmente robusto, perfetto di forme. Le frasi mi giungevano come il racconto di un fatto lontano di cui i miei sensi non serbassero che un fievole ricordo. Sì, il mio corpo era stato avvolto da spire di fuoco, la mia fronte s’era coperta di un sudore gelato, io era divenuta—per un attimo? per un’eternità?—un povero essere implorante pietà, dimentico di tutto, le mani convulsamente aggrappate ad immaginarî sostegni nel vuoto, la voce cambiata in rantolo; sì, io avevo creduto d’entrare nella morte nel punto in cui mio figlio entrava nel mondo, avevo gettato un urlo di rivolta in nome della mia carne lacerata, delle mie viscere divorate, della mia coscienza naufragante.... Quando tutto questo? Prima, prima! Prima di sentirmi mamma, prima di veder gli occhi del mio piccino; ed era come se nulla fosse avvenuto, poichè io avevo ora lì nel mio letto il tepido corpicciuolo avvolto nelle fasce, poichè mi sentivo un benessere delizioso per tutte le membra, poichè il domani avrei dato il seno a quella boccuccia da cui usciva un suono che mi faceva ridere e piangere....
Avrei potuto allattare la mia creatura? Durante l’intero periodo della gravidanza era stata questa la mia preoccupazione più insistente; anche la sera innanzi m’ero detta che avrei voluto soffrire ancora altri giorni, ma esser certa di poter io allevare il bimbo. Così, quando scorsi la piccola bocca succhiare avidamente, e ascoltai la gola ingoiare il liquido che sgorgava dal mio petto, e poi vidi il viso soddisfatto addormentarmisi sul seno, ebbi una nuova crisi di commozione ineffabile. Per una settimana vissi come in un sogno gaudioso, in una pienezza d’energia spirituale che m’impediva di sentirmi estenuata, che mi dava l’illusione d’avviarmi ai dominio della vita. Nelle ore in cui il piccino dormiva nella sua culla bianca accanto a me, e il silenzio e la penombra regnavano nella camera, io abbandonavo la briglia alla fantasia, ed era nella mia mente un avvicendarsi di due distinti progetti: l’uno che riguardava mio figlio, che riassumeva la visione di tutti i mesi precedenti la nascita, che mi delineava la grave dolcezza del mio còmpito di nutrice, di maestra, di compagna; l’altro, che costituiva il primo invincibile impulso verso l’estrinsecazione artistica di quanto mi commuoveva ora, mi riempiva di sensazioni distinte, rapide, nuove ed ineffabili. Si svolgeva nel mio cervello il piano d’un libro; pensavo di scriverlo appena rinvigorita, nelle lunghe ore di riposo presso la culla. E talora, in dormiveglia, sorridevo ad immagini di gloria.
La settima od ottava notte dopo la nascita, mentre rivolgevo al poppante sommesse parole di tenerezza, vidi il volto puerile atteggiarsi ad un sorriso; un sorriso lungo, pieno, splendente, miracoloso: mi produsse una sensazione così intensa, che credetti svenire.
Non posi fede al dottore, il mattino seguente, mentre mi diceva che quel sorriso non poteva essere se non una contrazione muscolare, assolutamente inconscia, prodotta soltanto dal benessere fisiologico di cui il bimbo godeva in quel momento di sazietà e di riposo. Era così soave pensare che fra me e la mia creatura esistesse di già una corrente di simpatia, e che, nel mistero della notte, col mio solo viso amoroso negli occhi, il bimbo affermasse di già la sua vita di piccolo uomo!
Il dottore mi guardava affettuosamente; mi raccomandò di non esaltarmi, sopratutto di non inquietarmi, come principiavo a fare, sembrandomi che il piccolo dimagrisse; mi assicurò ancor una volta che il mio latte era sufficiente e che non dovevo temer di nulla.
Passai la giornata scaldandomi il cuore all’evocazione di quel sorriso notturno, che m’era apparso come un preludio dei gaudî che mio figlio mi avrebbe dati nel tempo.
La sera vennero le mie sorelle coll’istitutrice a trovarmi. Conversavo con esse lietamente, quasi effondendo il mio intimo contento, quando sopraggiunse mia cognata. Senza mostrar d’avvedersi delle astanti, e dopo aver baciato il nipote, ella restò in piedi, con volto arcigno, muta. Le altre, dopo essersi scambiato uno sguardo, proseguirono tranquillamente la conversazione e andandosene, dopo un poco, non piegarono che lievemente il capo dalla parte ove stava la bisbetica indomabile. Questa non le lasciò neppur chiudere l’uscio; si avventò come una furia verso di me, con una valanga d’improperî al loro indirizzo. Era un vecchio rancore quello che ella sentiva verso le mie sorelle, che non andavano mai a farle visita: ma non mi si era ancora rivelato intero così. Mio marito intervenne fiaccamente; io non potei che rispondere qualche frase di sprezzo, mentre mi abbandonavo sui guanciali, sentendomi la febbre montare nelle vene, e staccavo il bambino dal petto, dietro esortazione sommessa della servente impensierita. A lungo la donna fuori di sè parlò, parlò, inviperendo.... Allorchè se ne fu andata, mi trovai esausta, semisvenuta, incapace finanche di rimproverar mio marito, di dirgli il mio stato.... La notte il bambino pianse, insoddisfatto del nutrimento; nella sua visita mattutina il dottore mi trovò mentre lasciavo scendere sul volto di mio figlio vanamente attaccato al seno alcune lagrime disperate.
Non avevo più latte. Invano per quindici giorni tentai affannosamente ogni rimedio, ogni regime, non vivendo più che nell’idea fissa di volere io, io sola allevare mio figlio, a ogni costo. L’energia che mi aveva sostenuta fin lì pareva abbandonarmi: piangevo, piangevo piano, come una bimba, guardando il seno che non mi s’inturgidiva, verificando desolatamente ad ogni pesatura che il piccino diminuiva, cercando rassegnarmi al pensiero di veder quella testina appoggiata ad un altro petto. Era un dolore nuovo, fisico oltre che morale, qualcosa che mi struggeva, che recideva in me tutta la magnifica fioritura di sogni spuntata dinanzi alla culla bianca; qualcosa che respingevo coll’indignazione del moribondo giovane, come una mostruosa ingiustizia....
Dovetti cedere, per non far morire la creaturina. Ottenni che la balia restasse in casa, che mio figlio dormisse accanto a me. La giovane che mi surrogò credo di averla odiata, col suo viso stupidamente classico e i suoi movimenti pesanti, goffi; ma non aveva neppur lei sufficiente latte per il piccolo ingordo che aveva patito la fame. Dopo una settimana venne a sua volta sostituita. La nuova nutrice, d’aspetto umile, dallo sguardo tranquillo e buono, mi calmò alfine l’ansia per la salute del bimbo. Intuendo la mia gelosia materna, la povera donnina si difendeva dalla tentazione di baciare la creatura cui ella dava il suo sangue, e tendeva tutte le facoltà del suo intelletto per non trasgredire le mie norme. Potei così vincere alquanto il mio spasimo, rassegnarmi a dirigere l’opera che non potevo compiere, e a ristabilire il mio organismo straordinariamente scosso. Mi rivedo tutta bianca nel vestito e nel viso, sprofondata nella poltrona; tentando riscaldarmi al sole di maggio, ascoltando distrattamente i discorsi del medico, la sola persona che quasi ogni giorno portava nella mia vita un filo di fraternità spirituale. L’anemia s’era impadronita di me e non m’avrebbe più lasciata. Non me ne preoccupavo; ma i nervi se ne risentivano, sempre dolorosamente tesi. L’igiene del piccino m’era come un’ossessione, poichè la spingevo agli eccessi; dovevo mostrarmi d’un’esigenza quasi crudele colla balia, malgrado le fossi, in certi momenti di serenità, intensamente grata. Mio figlio cresceva come un fiore fra le due madri. Ora per ora sentivo di amarlo in modo sempre più delirante, comprendendo di aver accumulato in lui tutta la mia sostanza profonda. La mia vita si concentrava su quel piccolo essere.
Non notavo che mio marito m’era diventato affatto indifferente e che la mia psiche aveva cessato di occuparsene. L’indulgenza a suo riguardo era divenuta una forma d’abitudine. Egli era il padre della mia creatura, l’uomo che un giorno mio figlio avrebbe dovuto rispettare, ed io agivo verso me e verso gli altri ispirata dalla volontà di mantenere l’illusione intorno alla persona morale di lui, di farlo apparire degno di me, degno della sua paternità. Gli ero grata quando lo vedevo commuoversi ed allietarsi per qualche piccolo progresso del bimbo, quando partecipava in un certo grado alle mie incessanti apprensioni e sopportava, oltre ai fastidî notturni, le mie lagnanze contro tutto ciò che non era il sorriso di mio figlio.
Come se una jettatura pesasse sull’allevamento del piccino, verso il quinto mese alla nutrice morì una figlia e scemò il latte. Entrò in casa una nuova donna, bruna, sanguigna, formosa, di carattere opposto a quella che se ne andava. Non ho mai incontrato un temperamento più bislacco, assurdo e imperturbabile. Per mesi e mesi, mentre il bimbo sviluppava deliziosamente le sue grazie e le sue forze, io sostenni una lotta continua contro i miei impulsi per sopportare quella contadina che aveva un riso sonoro e fatuo nell’ossequio come nell’impertinenza, un riso che mi feriva sopratutto quando lo vedevo scoppiare ad un palmo di distanza dalla faccina di mio figlio.
Mio marito, rimproverandomi, acuiva la mia amarezza: non comprendeva che i difetti di quella donna m’irritavano in quanto deformavano la seconda madre ch’io volevo che fosse per mio figlio?... Temevo, sopratutto, che il bimbo potesse, col latte, succhiare i germi di quella natura goffa e biliosa. E vedendo mio marito insistere nel difenderla, mi attraversò la mente un sospetto che mi offendeva in quanto avevo di più sacro.
Tanto orrore m’incuteva quel sospetto, che rifuggii con tutte le mie forze dal verificarlo. In verità, al di fuori della somma di energie ch’io spendevo attorno al bambino, era in me un’incapacità sempre maggiore di vedere, di volere, di vivere: come una stanchezza morale si sovrapponeva a quella fisica, lo scontento di me stessa, il rimprovero della parte migliore di me che avevo trascurata, di quel mio io profondo e sincero, così a lungo represso, mascherato. Non era un’infermità, era la deficienza fondamentale della mia vita che si faceva sentire. In me la madre non s’integrava nella donna: e le gioie e le pene purissime in essenza che mi venivano da quella cosa palpitante e rosea, contrastavano con un’instabilità, un’alternazione di languori e di esaltamenti, di desiderii e di sconforti, di cui non conoscevo l’origine e che mi facevano giudicare da me stessa un essere squilibrato e incompleto.
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VIII.
Su un libriccino segnavo le date maggiori dell’esistenza fragile e preziosa della quale vivevo e che respiravo come se fosse stata la sola aria per me vitale. Quegli appunti, insieme a qualche notazione rapida del primo destarsi dell’intelligenza nel bimbo e delle impressioni varie che ne risentivo, sono il mio esordio di scrittrice.
Rivedo il corpicino di mio figlio ignudo nel bagno, sorretto dalle mie mani trepide: bello, di una bellezza perfetta che consideravo senza orgoglio, con timore, immaginando possibili deformazioni, chiedendomi se avrei amato quella creatura quando avesse recato qualche marchio d’infelicità, e dicendomi che le avrei fatta bella la vita in qualsiasi condizione. Rivedo lo sguardo di lui, inesprimibile: uno sguardo luminoso come un lembo di cielo azzurro; e la bocca deliziosamente fiorita, e la testina coperta di fini capelli castani, e le mani irrequiete, prepotenti, sempre occupate. E vedo me stessa china sulla sua culla per ore e ore, di giorno e di notte, spesso affranta, col petto gonfio di una gioia grave, quasi mistica. Ero necessaria a mio figlio quanto egli a me; la mia vigilanza perenne faceva di lui un superbo esemplare d’infanzia fortunata; ero ben io che lo portavo avanti, senza posa, io sola, ostinatamente. Egli mi apparteneva, perchè io sola me gli davo; suo padre, sua nonna, tutti gli altri godevano lo spettacolo; ma io ero l’autrice; da me sola avrebbe dovuto riconoscere tutto ciò in avvenire.
La balia se ne andò prima che il bimbo compisse l’anno. La primavera e l’estate mi videro scaldarmi al sole insieme alla mia creatura. Sostenevo il piccino nel suo sgambettìo tentennante, poi lo prendevo in braccio, lo portavo attraverso i campi o in riva al mare, a lungo, ansando talvolta e sorridendo insieme per la fatica. Che cosa ci dicevamo mio figlio ed io, dalla mattina alla sera? Chi sa! Egli chiamava: Mamma! ed io dovevo rispondergli palpitando. Talora scrivevo tenendolo in grembo, lettere ad amiche, cifre per gli operai; o leggevo adagiata accanto a lui su un tappeto, fra i più strani oggetti. Negli occhi turchino cupi, vellutati fra le ciglia lunghe, splendeva a tratti un lampo di furberia, la coscienza dell’onnipotente sua volontà; e in me capitolavano tutte le energie, io non sapeva più esiger nulla da chi mi guardava con tale adorabile malizia.
Mia suocera aveva cessato di brontolare perchè non eseguivo le sue magiche ricette contro il malocchio e una quantità d’altri pericoli. Quando veniva a trovarmi, più piccola e sfinita nell’abito da lutto, il volto le si accendeva fugacemente scorgendo le grazie del nipotino. In paese si diceva ch’ella subisse ora chi sa quali maltrattamenti dalla figlia. Non si lagnava, ma era sempre più curva, più silenziosa: quali ombre di pensieri amari dovevano svolgersele nella mente?
Il bimbo aveva alquanto ravvivati i rapporti miei con le mie sorelle e mio fratello. L’istitutrice, partita da casa loro per un migliore impiego, non era stata sostituita. Ogni due mesi si andava a trovar nostra madre, che ormai non chiedeva più di tornare con noi, s’interessava sempre meno alle nostre frasi tremanti, acquistava progressivamente, con una pinguedine che impensieriva i medici, un linguaggio ed un’espressione infantili. Le figliuole principiavano a sentire intera la loro solitudine morale, a formular dei rimproveri concreti contro la condotta paterna. Ma si effondevano poco con me. Dovevano pensare che non ero felice: anche compiangendomi però, mi reputavano certo un essere poco sensibile. Ne soffrivo, ma non trovavo la forza di disingannarle, di conquistarle.
Qualche volta incontravo il babbo, non curante che di arricchire dacchè aveva preso in affitto la fabbrica, senza un pensiero per l’abbandono in cui si trovavano i figli malgrado l’agiatezza crescente che li circondava. Guardava il mio piccino come una graziosa bestiuola. Di mio marito continuava ad esser mediocremente soddisfatto, pur avendolo elevato a vicedirettore. Alla vita del paese era divenuto del tutto estraneo; nelle sue critiche era troppa acredine perchè potessi rilevarne come in passato le note giuste; e tuttavia parlando con lui mi sentivo sempre portare come in un cerchio più spazioso d’idee, sì che tornando nelle mie stanzuccie avevo l’impressione di ripiombare in un pozzo angusto, soffocante. Neppure le conversazioni coll’amico dottore mi facevano un tal effetto di eccitare quanto v’era in me di più originale e forte.
Col dottore, pur divertendomi a discutere le sue opinioni temperate e in parte pessimiste, restavo perplessa, e spesso sconcertata. La nostra simpatia aveva forse radice in una differenza sostanziale della nostra educazione e in una somiglianza altrettanto profonda dei nostri gusti: ma io non possedevo me stessa intera ed egli non era lo spirito atto a suscitare una certezza qualsiasi nella mia anima.
D’altronde, che cosa pensava egli veramente di me? Come di fronte agli altri, anche di fronte a lui non avrei voluto apparire donna da compiangersi.
Sempre più gravosa intanto mi riusciva la missione che m’ero imposta verso mio marito. Ora anche il suo affetto egoistico mi pareva intepidito. Nuovi sospetti sulla sua fedeltà mi erano sorti a proposito d’una bella e sfrontata operaia ch’egli aveva difeso presso mio padre a torto. Per altro, l’istinto geloso perdurava in lui e si manifestava in modo sempre più tirannico.
Un giorno non so più bene dietro qual bisticcio futile, lo vidi per la prima volta montare in furore, gettarsi su un vestito nuovo che stavo per indossare, e lacerarlo.... Mi parve di venir io stessa malmenata. Egli si represse tosto, tentò scusarsi. Volli dimenticare, non dar importanza all’incidente....
Lo guardavo talora, sempre sicuro di sè, pago intimamente della sua situazione, debole e pauroso di fronte ai superiori e alla folla, privo di ogni intuizione, inetto nella carezza come nel rimprovero, inutile, estraneo alla mia vita. Egli non sentiva il mio esame, ed io riportavo lo sguardo su mio figlio, obliando istantaneamente il gelo ed il terrore di quell’involontaria analisi, scaldandomi e tranquillandomi al suo sorriso.
Sopraggiungendo l’inverno riprendemmo, una, due volte per settimana, le veglie in casa del nostro parente. Vi convenivano regolarmente, oltre al dottore, qualche commerciante ammogliato, il segretario comunale, un maestro con alcune figliuole e qualche volta mio fratello e un suo amico studente quasi sempre in vacanza: talora nello stanzone s’era più di venti ad ascoltar le canzonette napoletane del segretario fra un pettegolezzo, una disputa e un ragionamento sbilenco.
Mia cognata non mancava mai. Notavo in lei con un certo stupore delle velleità d’eleganza e come una preoccupazione di civetteria dacchè aveva smesso il lutto. Si mostrava apertamente invidiosa delle ragazze, più giovani di lei e un poco più affinate. Ma nessuno, per buona sorte, le badava troppo: solo il dottore, che l’aveva curata pochi mesi avanti per un’ostinata nevralgia, le lanciava qualche satira, con un sorriso fine, ed ella chinava il capo stranamente confusa e non ribatteva.
Il dottore mi mostrava la sua compiacenza nel vedermi partecipare a quelle riunioni serali ove pur tante cose mi urtavano. Ero così priva di distrazioni, che mi ci recavo abbastanza volentieri. Mi sentivo circondata, ora, da un rispetto che mi lusingava, venendo da individui generalmente sprezzanti verso la donna; più che la fama di geloso che mio marito s’era acquistata, era certo il mio aspetto di bimba pensosa e gentile, così differente dal tipo femminile del luogo, che frenava la parola e il pensiero di tutti quegli uomini, obbligandoli ad estrarre alla luce quanto di meno volgare ognuno possedeva.
Una sera, mentre il segretario suonava, vidi ad un tratto fissi sui miei, acutamente, singolarmente, gli occhi di uno della comitiva, seduto di fronte a me. Era un forestiero, come in paese chiamavano tutti coloro non nati lì. Egli diceva d’esser vissuto, sino a tre anni avanti, sempre all’estero, un po’ qua un po’ là, per gusto d’avventure. Sapeva infatti parecchie lingue ed era certo, dopo il dottore, il più intelligente ed istruito di quanti conoscevo in paese. Viveva di una piccola rendita, con la moglie e un bambino dell’età stessa del mio, bellissimo.
Da poche settimane soltanto le relazioni tra le nostre due famiglie s’eran annodate: la giovane m’era apparsa alquanto ambigua, con un’espressione leggermente sarcastica su un pallido volto di consunta. Quanto all’uomo, di trent’anni, di media statura ma di forme atletiche, biondo, con una singolare voce calma e metallica, corretto nei modi ma impenetrabile nello sguardo, non mi suscitava interessamento speciale. Non avevo di lui alcuna opinione precisa, come del resto non ne avevano gli altri suoi conoscenti, perchè solo da poco egli s’era stabilito in paese, ove l’aria pareva dovesse giovare alla moglie.
Sotto il suo sguardo trasalii. Che voleva quell’uomo? Mi pareva che sorridesse in modo enigmatico, per la soddisfazione d’avermi fatto notare la sua occhiata, forse; e mi sentivo come schiaffeggiata da quel muto riso. Ma una sorta d’ipnotismo mi obbligò a ricercare di nuovo le sue pupille; non sorridevano più; erano cupe, imperiose, ardenti.
Quella notte mi coricai con una sorda agitazione nell’anima, quasi che un nemico mi avesse dichiarata una guerra dal motivo e dall’esito ignoti. Per la prima volta dacchè ero maritata, un uomo a due passi da me ardiva di guardarmi in tal modo, come obliando la mia fama di orgoglio e di austerità. E la sorpresa era pari all’indignazione.
Per alcune sere fui perseguitata da quegli occhi azzurro chiari, implacabili, ma che via via perdevano l’espressione di comando che mi aveva sgomentata, per assumere una dolcezza grande, quasi un’estasi di sogno. Colui parlava poco, abitualmente; potendo si isolava dall’uno o dall’altro gruppo, e dall’angolo in cui si poneva mi fissava lungamente, non scorto che da me. Al momento dei saluti, tratteneva un istante più del necessario la mia mano nella sua, in silenzio. Facevo con mio marito la strada fino a casa, nel rigore della notte invernale, fantasticando. A casa trovavo il bimbo addormentato, e a guardia di lui la donna di servizio, sfinita, che se ne andava subito verso la sua catapecchia. Una rapida punta al cuore. E sotto le lenzuola invocavo ansiosamente il sonno.
Al mattino, mi rialzavo col capo greve. Di là dai vetri della sala da pranzo scorgevo talora, giù nella strada, passar lenta una figura, che non mi salutava e mi guardava. Un attimo; e lasciavo la finestra. Mi ponevo a giocar col bimbo. La sera, prima di uscire, mi fermavo davanti allo specchio, come non avevo mai fatto.
Nel nostro convegno le tre figliole del maestro susurravano spesso a bassa voce tra loro quando mia cognata ascoltava il dottore con aria estatica. Mio fratello una volta, scorgendole in quell’atteggiamento, mi disse ridendo, a bassa voce: «Il segreto di tua cognata diventa quello di Pulcinella.... Non ha da esser fiero il dottore della sua conquista!...» Avrei voluto chiedergli spiegazione e non osai. Che intendeva dire? Che rapporti potevano esistere fra il mio amico e quella creatura? Restai perplessa, mentre mi cresceva ad un tratto l’oscuro senso di malessere. E mi sentii più sola, inosservata fuor che da quell’unico....
Ormai non potevo ignorare il proposito di quell’uomo: io gli piacevo e voleva mostrarmelo. Poi?... Che attendeva, che immaginava? Talora, a notte, tornando dal consueto ritrovo e accompagnandoci per un tratto di strada insieme a sua moglie, egli mi gettava al disopra delle spalle di questa, piccolina, il suo sguardo penetrante, e io non distoglievo il mio che dopo un attimo, e per considerare le altre due figure che mi camminavano a lato, ignare. Mi chiedevo: «Dove vai? Sei tu, tu che accetti questo?»
Un semplice atto di energia sarebbe bastato, sì. Il pensiero di quell’uomo entrava ormai in tutte le occupazioni della mia giornata, le metteva tutte in seconda linea; financo mio figlio non valeva a liberarmi dall’ossessione; ma non era un pensiero appassionato, neppure simpatico. Il mio cuore non batteva, non poteva battere per chi mi era quasi sconosciuto, per chi non vedeva in me, certo, che un fiore degno d’essere carpito all’indifferente proprietario..... E colui doveva ben dirsi che il gioco non poteva prolungarsi molto.
Il capo d’anno passò: ricevetti, un dì che mio marito era assente dal paese, una lettera. Mi si pregava di una parola che convalidasse le speranze nate in un cuore in cui l’amore e il dolore tumultuavano. Sorrisi. Le frasi non mi persuadevano, e vidi annunziarsi l’atteso scioglimento. Perchè risposi?
Risposi, non rammento in quali termini, che quel cuore doveva riconquistare virilmente la calma, fugare le ombre d’un sogno, perdonare a chi aveva lasciato forse che vi spuntassero vane speranze per biasimevole debolezza... Era uno scritto sincero, con una punta d’ironia che non escludeva il sentimento della pietà per l’aridezza di entrambi; doveva balenarvi qualcosa di stanco e di amaro, traverso la rassegnazione al destino. Rileggendolo, prima di spedirlo, mi parve di avere scritto per me sola, d’aver sintetizzato la mia anima, e come uno sfacelo avvenne in me; io compresi per la prima volta tutto l’orrore della mia solitudine, sentii il gelo de’ miei vent’anni privi d’amore, e piansi un lungo pianto desolato e selvaggio, cessato il quale seppi la misura della mia miseria.
Spedita questa risposta, per qualche giorno restai in casa, lieta e triste insieme di non ricevere più segno di vita da chi, senza saperlo, mi aveva fatto gettare un tale sguardo su me stessa e mi aveva strappata una così disperata confidenza. Quell’immagine intanto non mi lasciava, ed io mi sentivo a grado a grado invadere da un languore mortale, che non era più rassegnazione e non era ancora ribellione, ma semplicemente l’ansia di qualche catastrofe impensata che mi togliesse alla coscienza del mio male.
Il suo silenzio mi divenne presto insostenibile. Dopo qualche sera tornai alla casa del nostro parente. Appena entrata vidi il volto temuto, che impallidiva leggermente, mentre gli occhi evitavano i miei; più tardi sentii la voce un po’ affiochita dire d’un malessere provato nei giorni precedenti. Al mattino dopo, con un sotterfugio, mi pervenne una seconda lettera. Era violenta. Mi diceva che l’amore non si doma, che la passione non si dissimula: nulla aveva da perdonarmi, ma tutto da implorare, ancora, sempre, per me, per il mio diritto alla felicità, più ancora che per sè, indegno....
Era tattica sapiente, o il caso? Era colui un abile conoscitore e calcolatore, o io attraversavo una crisi durante la quale una voce qualsiasi di riscossa era irresistibile?
Che cosa replicassi non so più. Mi sfogavo, certo, mi lagnavo miseramente, mi abbandonavo alla dolce fede di essere compresa, di aver trovata un’anima fraterna sotto apparenze taciturne. Dicevo che il domani compievano quattro anni dal dì delle mie nozze.... che la vita mia era sigillata, che solo per mio figlio avrei ancora potuto sorridere....
E sfuggivo ora l’analisi del mio sentimento giganteggiante, attendevo il precipitare dei fatti, senza che il cervello paralizzato mi permettesse di raffigurarmeli in qualche modo.
Io sapevo che sua moglie, votata ad una morte prossima, era di carattere molesto, freddo, impotente a dare e a ricevere affetto. Non credevo ciò una scusa per tradirla; anche verso mio marito non accampavo motivi di rappresaglia; mi sorprendevo anzi a nutrir per l’una e per l’altro una pietà sincera, pungente. Il pensiero del bimbo sopratutto incombeva sul mio spirito. Ma anche esso pareva affievolirsi: via via tutto si oscurava.... Ero pervenuta al sofisma di tutte le donne che conciliano l’amore dei figli colla menzogna maritale? Il mio spirito si raffigurava un avvenire di viltà felice fra le gioie materne e gli amplessi dell’amante?
Non credo. Cercavo di persuadermi che la vita mi offriva finalmente l’amore, il vero, e che dovevo accettarlo, portando all’uomo che mi meritava, tutta me stessa e l’altra parte della mia vita, il mio bimbo, semplicemente, lealmente. Oh, amare, amare, darmi volontariamente, sentirmi di un uomo, vivere, rinascere!
Quanti giorni di battaglia? Non so più: pochi. Quando lo rividi, ad una delle festicciuole da ballo che il gruppo degli amici aveva organizzate, ed egli mi cinse la vita trascinandomi in un turbine di giri e susurrandomi sul collo parole brevi di amore, di amore, e in tutta la sala ridicolmente addobbata, non vidi un solo essere che attingesse le vette del sogno ch’io facevo, e mi sentii nelle vene tumultuare un sangue giovane, ricco, e appresi in un baleno da cento occhi dimentichi, che confermavano le parole ardenti di lui, ch’io ero una donna bella, la sola bella, bella, bella; e mi dissi che un uomo s’era sentito capace di suscitare in me una fiamma che tutta mi travolgesse.... pensai che il mio destino si fissava, e assaporai la prima, l’unica ebbrezza della mia vita.
Mio marito dovette improvvisamente partire per alcuni giorni. Quando lo seppi, tremai. Era un pomeriggio grigiastro, gelido; egli sedeva al caminetto, e io me gli avvicinai, mi strinsi alle sue ginocchia come nei giorni lontani del nostro oscuro idillio, obliando in quell’istante ch’egli era l’autore della mia sventura, non ascoltando che l’avvertimento del cuore per cui vedevo la sua persona travolta colla mia nell’imminente bufera. Egli mi carezzò la testa, come da un pezzo non faceva, scorse l’alterazione del mio viso, si turbò, trovò, dinanzi alle mie lagrime irrompenti, parole di tenerezza. Mi voleva bene dunque ancora? Non sapevo: sapevo di non averlo, io, mai amato, poi che la donna solo allora in me si destava, la donna bramosa di un ignoto delirio che la ponesse, conscia del proprio valore, in balìa d’un forte....
Che potevo dirgli? Lo lasciai partire. L’altro mi seppe sola, audacemente e semplicemente mi pregò con un biglietto d’attenderlo per la sera dopo: avremmo parlato; io sapevo che avrei ricevuto un gentiluomo.
Venne. La situazione era singolare, e noi impacciati, quasi dimentichi del reciproco esaltamento dei giorni addietro. Non so perchè, lo trovavo quasi goffo, seduto di fronte a me col tavolo rotondo frapposto, scegliendo le parole dell’esordio, collo sguardo privo del consueto lampo temerario. E mi sentivo tutt’altro che commovente, così rigida e muta, coll’orecchio teso verso la stanza ove il piccino dormiva, la fronte ombrata di diffidenza.
Non ritenevo che qualche spunto di frase: «Certo.... abbiamo entrambi dei doveri, dei duplici doveri.... Ma al sentimento non si può mentire.... Il cuore ha i suoi bisogni.... Senza venir meno a quei doveri, senza far soffrire....»
Che altro? Non era di facile eloquio e io non lo incoraggiavo.
«Senza far soffrire nessuno.... Si può conciliare....»
Doveri? S’ingarbugliava. Si risolse, troncò le dimostrazioni, mi prese le mani, ravvivò gli occhi, mi disse che mi amava, ch’io pure l’amavo, che saremmo stati felici presto; mi dava del tu; si alzò, mi trasse a sè, improvvisamente mi baciò in bocca; e allontanandolo io con un gesto, di nuovo mi dichiarò che non voleva nulla da me ch’io non sentissi spontaneamente di concedergli; che gli bastava sapere che il mio cuore era suo, sentir dalle mie labbra ogni tanto e dalla mia penna le inebbrianti parole della passione. Mi attrasse di nuovo, e appoggiata al suo petto, la sua guancia accanto alla mia, provai per un attimo l’impressione di esser travolta, naufraga, da un naufrago.
D’un tratto le mie mani lo respinsero con violenza. Egli mi stringeva, mi brancicava.... Un ricordo mi balenò. Anche costui! E fra la nausea che mi chiudeva la gola scoppiai in un riso convulso.
Si scostò, colpito da stupore. Io spalancai l’uscio e balzai nell’altra stanza.
Dopo un poco udii chiudere cautamente il portone di strada. Ero di nuovo sola in casa, sola col bimbo. Il piccino respirava tranquillo, lieve. Non lo guardai, non lo toccai.... Oh mio solo, mio puro amore! Mi tolsi febbrilmente i vestiti, e soltanto quando fui sotto le coperte, tesi le braccia dalla sua parte, mordendo il guanciale, chiamando sommesso la morte....
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IX.
Fino a quel giorno io m’ero creduta in possesso d’una salda morale, semplice ed evidente, colla quale sarei passata nella vita senza dubbî e senza prove. Se il perchè dell’esistenza mi sfuggiva, se intorno a me dalla fanciullezza in avanti avevo visto scemare via via i motivi di entusiasmo, di commozione, di orgoglio, se la mia individualità era da me stessa quasi ignorata e perennemente tradita, non m’era però mai venuta meno la fiducia nella volontà e m’eran riuscite sempre incomprensibili le disfatte provocate dal sentimento o dal senso, lo sfacelo d’un’anima. Il primo grande dolore che avevo provato mi era venuto da mio padre, dalla scoperta della debolezza d’un uomo che m’era parso un dio. Io avevo bisogno di ammirare innanzi di amare. Accettando l’unione con un essere che m’aveva oppressa e gettata a terra, piccola e senza difesa, avevo creduto di ubbidire alla natura, al mio destino di donna che m’imponesse di riconoscere la mia impotenza a camminar sola. Ma avevo così anche voluto che la fatalità non fosse più forte di me, avevo mostrato un volto umano a quel fato.
Avrei ora ammesso nella mia vita miseranda l’intervento ironico d’una forza estranea e sconosciuta? Mi sarei potuta credere suo ludibrio? Mi sarei detto ch’io non era che un essere ibrido, incerto, in balìa dell’ambiente, facile preda alle voglie infami che mi circondavano?
L’invocazione alla morte era stato il primo grido della creatura nella notte. Ma venne il sonno, e poi il risveglio: la necessità di prender in braccio il piccino, di preparargli la colazione, di provvedere all’andamento della casa ove la vita si svolgeva impassibile, ove il sole e l’aria marina entravano, ove libri e carte parlavano di lotte e di evoluzioni, ove si affacciava il ricordo de’ rari ma fulgidi istanti di sconfinata speranza per i miei sogni di donna e di madre.
E i miei vent’anni insorsero.... Perchè non avrei potuto esser felice un istante, perchè non avrei dovuto incontrare l’amore, un amore più forte di ogni dovere, di ogni volere? Tutto il mio essere lo chiamava. Quell’uomo mi aveva soggiogata per tante settimane, aveva saputo imporsi al mio pensiero.... Perchè? Perchè ero sola, disamata, assetata ed anelante....
Lui? Era proprio lui, quell’uomo miserevole che m’era apparso, la sera avanti, spoglio d’ogni poesia e d’ogni illusione, brutale e ridicolo? E un’ira folle mi prendeva contro me stessa, che cadeva subito per lasciar posto ad una vergogna profonda. Io avevo rinunciato a me stessa. Quel poco ch’ero divenuta, quella creatura umile ma splendente d’una pura maternità, io l’avevo buttata ai piedi d’un essere volgare, dallo stupido egoismo, che s’affrettava a gualcirmi come un’erba sulla strada! Ero dunque discesa così in basso? La mia smania di vivere m’aveva accecata. La vita che cercavo era l’errore, era l’abiezione.... Mi confrontai con mio marito: eravamo allo stesso livello, ed io più abietta di lui perchè lo sapevo.
Alcuni giorni dopo, ero appena tornata col bimbo dal giardino di mio padre, una bracciata di fiori era sul tavolo; l’anima interrogava cupamente il vicino avvenire, senza ricever risposta; quando vidi entrare il dottore con uno strano viso, il dottore che in quell’ora doveva compiere il suo consueto giro professionale.
Bastarono poche parole. Egli veniva dalla casa di quell’uomo, a cui la moglie, il mattino, aveva trovato in tasca una mia lettera. La sciagurata sospettava da qualche tempo. Ma la verità non l’aveva atterrata. Si sapeva poco lontana dalla morte e d’altronde non era quello il primo tradimento del marito, nè il primo giorno in cui ella aveva sentito d’odiarlo. Voleva vendicarsi prima di morire. Per questo aveva chiamato il dottore, sapendolo mio amico.
Egli mi porgeva la lettera ch’era riuscito a farsi consegnare insieme alla promessa del silenzio. E dinanzi al mio volto che si decomponeva per l’insulto, per lo spasimo, il buon giovane non potè che chiamarmi per nome tremando....
Ci stringemmo la mano, come trovando un reciproco conforto in quel patto di silenzio.
Che cosa credeva? Potevo io spiegargli?
Disse quel che gli pareva consigliabile per sfuggire una catastrofe. Dal canto suo avrebbe vigilato, nulla risparmiato.
—Ma non lo riceverà più, mi promette?
Non risposi. Si alzò; e allora soltanto, afferrandogli di nuovo la mano, si sciolse il nodo che avevo in gola; un singhiozzo mi troncò la voce mentre balbettavo che non sentivo di aver perduto la sua stima.
—Lo credo—e mi guardò triste.
Passarono due giorni, in cui continuai a persuader me stessa della mia umiliazione, mentre, al pensiero che mio marito avrebbe potuto apprendere e interpretare in modo brutale, ero assalita da una ribellione sorda e insieme dalla smania di confessare il mio fallito tentativo di vivere, affinchè mi conoscesse e mi allontanasse dalla sua casa come una donna che non era sua e che avrebbe potuto esser d’altri e che lo sarebbe forse un giorno. Nei sentimenti contrarî che mi combattevano, io sentivo naufragare la mia volontà, la mia persona, tutto quello che avevo creduto di essere e a cui rinunciavo desolatamente.
Intanto quella donna non aveva saputo o voluto tacere; s’era sfogata con un’amica, e la notizia, ghiotta quanto incredibile, aveva serpeggiato sino a giungere all’orecchio di un caporione della fazione clericale, chiamato per nomignolo l’avvocatino.
Il dottore alle prime voci venne di nuovo a trovarmi; mi disse che bisognava negare, negare: nessuno aveva prove: bisognava che tutto apparisse mera invenzione diffamatoria.
Gli scoprivo una concitazione interna sempre maggiore. Vegliava su di me. Che cosa io spingeva? Non potevo, non volevo indagare, in quell’ora fosca.... Ma non riuscivo a scacciar il ricordo del sospetto balenatomi sui rapporti suoi con mia cognata. Anche lui era isolato in quell’ambiente ostile: anche lui aveva ceduto, si era umiliato di fronte a se stesso. Ora riconosceva forse in me un’altra vittima. E sentivo che il suo spirito m’era vicino come nessun altro mai, tenero e mesto.
La sera egli tornò, chiese di parlare da solo con mio marito. Posi a letto il bambino, udendo come trasognata il bisbiglio delle loro voci nella stanza attigua. Indi fui chiamata; il dottore aveva raccontato che l’avvocatino si divertiva da qualche giorno a malignare sulle riunioni serali in casa dell’assessore nostro parente, e sulla recente festa da ballo: io e un’altra signora della comitiva eravamo sopratutto bersaglio di quelle chiacchiere infami: all’una si attribuivano parecchi amanti alla volta, a me uno solo, discretamente e ancor platonico, poichè si parlava di sole occhiate dalla finestra e di lettere....
Il dottore era calmo, bonario come il solito, sollecito di rassicurarmi: aveva consigliato al marito dell’altra signora, ed ora al mio, che entrambi chiedessero conto al diffamatore delle sue parole: era l’unico mezzo per rintuzzare una buona volta l’audacia di quel mascalzone, mostrargli che non lo si temeva.
Mio marito, pallido, si frenava. Rimasti soli, si limitò dapprima a rimproverarmi la mia leggerezza, la smania nuovissima venutami in quell’anno di frequentar gente, di mostrarmi elegante e brillante. Per esser tranquilli in paese non bisognava uscir dal proprio guscio!
Ma il dubbio lavorava nel suo spirito, dava via via alle sue parole un tono più acre ed imperioso; egli era di coloro che la propria voce accende ed esalta fino al parossismo, nelle ore di tempesta. Io sapevo che nulla più ormai l’avrebbe fermato sulla via delle inquisizioni; sentiva spuntare, annodarsi nel suo cervello i sospetti. Incapace di padroneggiarsi più oltre, esigeva che negassi quello di cui già mi insultava, e che protestassi insieme d’amar lui solo. La faccia convulsa e paonazza, gli occhi fuor della fronte, diventava spaventoso: ebbi l’improvvisa sensazione d’essere una piccola creatura indifesa sotto una potenza cieca e bestiale. Rimasi muta, rigida.
Ad un tratto mi risolsi, investita dalla sua medesima esaltazione. A che mentire? Io avevo chiamato quell’uomo. L’aveva amato forse! L’avevo anche respinto, come respingevo lui, mio marito, e li odiavo entrambi.... Mi cacciasse! Mi uccidesse! Sentendo il suo orgoglio montare implacabile, tutto il mio essere si levava in un impeto.... Egli non interrogava, minacciava, accusava. Non mi credeva: mi ero data, lo confessassi....
Non ricordo altro. Rivedo me stessa gettata a terra, allontanata col piede come un oggetto immondo, e risento un flutto di parole infami, liquido e bollente come piombo fuso. Colla faccia sul pavimento, un’idea mi balenò. Mi avrebbe uccisa? Con una strana calma mi chiesi se l’anima mia sarebbe mai stata raggiunta in qualche parte dalle anime di mia madre e di mio figlio.
Ed ho il confuso senso della disperata ira che mi assalse quando, dopo una notte inenarrabile in cui il mio viso ricevette a volta a volta sputi e baci, e il mio corpo divenne null’altro che un povero involucro inanimato, mi sentii proporre una simulazione di suicidio.... «Bisogna che io ti faccia morire di mia mano; ma non voglio andar in galera: devo far credere che ti sei data la morte da te stessa...»
Ira silenziosa e vana, disperazione spasmodica, agonia atroce, ombre di follia.... Giorni, settimane. Tutto è avvolto di grigio; non distinguo più la successione delle sofferenze, dei deliri, delle soste di stupefazione. Mio padre, informato, era riuscito col dottore a persuadere l’uomo pazzo ed insieme vile a perdonarmi, a credere che tutto non era se non aberrazione momentanea. Mia cognata, mia suocera, avevan toccato il tasto dello scandalo: ogni cosa, piuttosto che la pubblicità di quell’onta! E, insieme, tutta questa gente mi circondava come in un sogno mostruoso: tutti mi credevano una bestia immonda, e tutti mi risparmiavano per viltà.
Ogni notte di me si faceva strazio; ogni giorno eran scene di rimpianto, eran promesse di calma, di oblìo. Mettevo paura?
E intanto la vita esterna doveva apparire immutata. Dovevo uscire a fianco di mio marito e talvolta fra noi era il bimbo; il dolce fiore sorrideva fra due che s’odiavano.
La mia riputazione già era divenuta cosa pubblica che i due partiti dovevano difendere od offendere. I miei partigiani potevano sprezzarmi in segreto ma dovevano esaltarmi ad alta voce; quelli dell’avvocatino e dell’arciprete non mi conoscevano per nulla e dovevano proclamarmi disonesta. In questa odiosa disputa che contegno teneva colui che n’era causa? Sua moglie, aggravata dal male, era partita, condotta via dai suoi genitori. Ma erano state notate da più d’uno le passeggiate sotto le mie finestre. Non era egli capace di assumere la posa di colui che ha tutte le ragioni per difendere cavallerescamente una donna? Il dottore me lo lasciava temere.
Un giorno le mie sorelle mi trassero a visitare mia madre. Quattro anni quasi erano scorsi dalla sua entrata nel tetro luogo. Ella non ci riconosceva più affatto, non aveva più ricordo, nessuna luce negli occhi; ripeteva un gesto infantile delle mani per tastare le stoffe, i nastri e le acconciature nostre; e un linguaggio a monosillabi in una gola affiochita era tutto ciò che distingueva le sue manifestazioni da quelle di un bimbo di un anno. Dall’ultima visita era impinguata ancora, e i tratti del viso minuti, delicatissimi, che sparivano fra le guance ed il mento, avevan di per se stessi un’espressione straziante, sembravan vivere, rammentare, chiederci conto della persona sottile e sensitiva che essi avevano illuminata, un tempo....
Baciai le ciocche grige, e nel punto stesso una voce interna parve avvertirmi: «....Le tue labbra non toccheranno più questa fronte....»
Più?... Lungo la strada del ritorno, in carrozza, come un’ossessione mi avvolse: quel mònito mi cantò nel cuore. Intorno, ogni cosa era fresca e verde; le sorelle scambiavano rade parole, e la vita pareva sorridesse loro con più soave inconsapevolezza dopo la visione formidabile.
A casa, il bimbo mi attendeva. Egli aveva due anni, mi amava, oh! mi amava con tutta la forza del suo cuoricino; era intelligente, forte, bello, con la dolcezza di mia madre negli occhi. Che cosa mi raccontava della giornata trascorsa? Il suo babbo era cupo; lo lasciammo solo: io composi il corpicciuolo fra le lenzuola, rimasi colla mano sulla piccola tepida guancia fin che sentii il respiro del dormiente, tornai in sala da pranzo.
Mio marito aveva incontrato quel giorno l’uomo che credeva mio amante, e gli era parso di scorgere ne’ suoi occhi un lampo di dileggio; quegli era tra due amici, certo suoi confidenti. Che ne pensavano, che sapevano? Parlassi, parlassi, per Iddio!
Io restavo in attitudine prostrata, incapace di ogni moto. In verità quasi non udivo distintamente ciò che mi diceva. Sembrava che la mia vita mi sfilasse dinanzi, raccolta in pochi episodî, e ch’io la guardassi da un’altra sponda, con occhi nuovi. Era breve, e non era bella. Che cosa avrebbe detto un giorno mio figlio conoscendola? Se egli quella sera stessa avesse potuto comprendere e parlare, mi avrebbe pregata certo di trarlo in braccio e di andar lontano con lui nella notte, ad affrontare la miseria, la fame, la morte....
«Tu non parli, non parli! Che cosa mi nascondi, che cosa prepari per trascinarmi nel fango; di’, di’?...»
E, ancora, mi trovai a terra, ancora sentii il piede colpirmi, due, tre volte, udii insulti osceni, e, dopo quelli, nuove minacce....
Poi, mentre restavo distesa sul pavimento, trovando una sorta di refrigerio, come un letargo ad occhi sbarrati, colui uscì sbattendo l’uscio, con un’ultima bestemmia. Aveva svegliato il bimbo?
No. Quando potei muovermi, mi trascinai accanto al lettino, al buio. «Figlio mio, figlio mio.... La tua mamma non ti vedrà più.... È necessario.... Non può vivere, è stanca, e non vuol farti soffrire.... Tu hai il suo sangue, ma sarai più forte, vincerai.... qualcuno ti dirà un giorno forse che tua madre ti ha amato, che non ha amato che te sulla terra, che non era cattiva, che ti aveva sognato buono e grande....»
Tornai in sala. Nella credenza v’era una boccetta di laudano, quasi piena. La trangugiai per due terzi, fino a che l’amaro non mi chiuse la gola. Mi stesi sul divano. E rapidamente mi sentii invasa da un dormiveglia leggero, da un riposo di tutte le membra....
Quando mio marito rientrò, non so se dopo un’ora o poco meno, il mio sopore dapprima gli parve simulato; e riprese, con minor violenza, ad insultarmi. La sua voce mi giungeva fiochissima. Dovette cadergli a un tratto lo sguardo sulla boccetta rimasta sul tavolo. Si chinò su me, comprese. Afferrò il vetro col resto del veleno e si precipitò in strada mentre io accoglievo vagamente il pensiero che ogni aiuto sarebbe stato vano.
Due donne, ecco.... Mia suocera preparava il fuoco, l’acqua tiepida, e mia cognata m’indirizzava scongiuri.... indi lui che piangeva ai miei piedi. Io vedevo tutto come attraverso un velo, senza dolore: avevo quasi il dubbio d’esser già via, fuori, e di assistere con lo spirito alle ultime convulsioni della mia spoglia.
La donna mi scosse, mi diede l’acqua, che non potei trangugiare. Aveva preparato un foglio di carta: «Scriverai almeno che sei stata tu, perchè questo povero cane non abbia anche da passare dei guai!»
Chi sa se il sorriso di compatimento che sentii guizzarmi nell’anima mi si abbozzò sulle labbra aride? Mi si pose la penna fra le dita, ma non la tenevo. In quella entrò il dottore. Riuscii ancora a far cenno di no, mentre mi porgeva un bicchiere: mi lasciasse, mi lasciasse, almeno lui che sapeva!
Ma la mano ferma ed inflessibile mi resse il capo, mi costrinse.
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