ATTO SECONDO
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SCENA PRIMA.
L'interno di una prigione; una porta: una finestra chiusa da inferriate.
(Su una poltrona sta seduto il re Languis; in piedi, presso la porta, Arden, e presso la finestra, Isotta).
ISOTTA.
Oggi come vi pesa la stanchezza, padre?
LANGUIS.
Placidamente: aspettiamo sempre la visita del sole.
ISOTTA.
Che tarda ancòra...
LANGUIS.
Non abbiamo mai vissuto tanti giorni senza la sua tiepida consolazione...
(Una pausa).
E perchè tutta la gente che viene, tu dici, figlia, come in pellegrinaggio qui, è gente silenziosa?
ISOTTA.
Temono d'essere importuni parlando.
ARDEN.
(Contraffacendo voci diverse).
Maestà, vi rendiamo omaggio d'anima... Io non vorrei confondere i pensieri di Vostra Maestà... Io son felice di vedervi... Anch'io...
LANGUIS.
E le nostre terre sono felici?
ARDEN.
(Con la sua voce).
Ecco un vecchio contadino che vi può dire novelle di ciò...
LANGUIS.
Avanti, figlio nostro, vieni avanti.
ARDEN.
(Avvicinandosi, con altra voce).
Mio buon re... son venuto a scaricare la mia felicità ai tuoi piedi: pago così i miei debiti. La terra che tu m'hai dato...
LANGUIS.
L'ami ora di più?
ARDEN.
Eh, signor re, è mia, ora... E amo di più il mio re.
LANGUIS.
Chiamalo padre... Date qua la mano, figlio.
ARDEN.
(Con la sua voce).
Sacra Maestà, ricordatevi di essere re.
LANGUIS.
E se ce ne vogliamo dimenticare, un giorno?
ARDEN.
(Con la sua voce).
Io son qui, per vostro comando, a raccattarvelo in mente.
LANGUIS.
Bene: la mano, contadino!...
(Prende la mano di Arden).
Non è callosa?
ARDEN.
(Contraffacendo la voce).
È poco tempo, Sire, che me la faccio colla terra e i suoi arnesi.
LANGUIS.
E prima?
ARDEN.
Ero servo, in un palazzo...
LANGUIS.
Va... E nell'ampia libertà de' tuoi campi...
ARDEN.
Sì: pregherò per tutti coloro che sono senza libertà!
LANGUIS.
Tutti i cari sudditi venuti a salutarci, noi salutiamo, e ci lascino con nostra figlia.
(Arden imita lo scalpiccìo di molte persone, ed exit).
Isotta, vorremmo anche noi risentire l'odore della terra... E non è mai nato il sole?
ISOTTA.
Sì, ora sta liberandosi dalle nubi, padre.
LANGUIS.
Oh, andiamogli incontro... È un ospite da fargli festa, dopo tanto oblìo. Non è l'ora della nostra passeggiata d'ogni giorno?
ISOTTA.
Sì, padre: venite al mio braccio.
(Languis, al braccio d'Isotta, cammina per dove essa lo conduce: e son giri e rigiri che nella prigione i due fanno. Dalla finestra ora scende un raggio di sole. Rientra Arden, s'inginocchia, e si fingerà mendicante, quando il Re crederà d'incontrarlo).
LANGUIS.
Dove siamo, qui?
ISOTTA.
Nel corridoio che dà sull'androne... Ecco i vostri arcieri...
LANGUIS.
Buon giorno, brava gente...
ISOTTA.
Ed ecco la porta... Ed ecco il verde, i prati...
LANGUIS.
Vorremmo un poco camminar sull'erba.
ISOTTA.
I contadini dicono che non cresce bene l'erba calpestata, ma s'avvilisce.
LANGUIS.
Hai ragione... E lì v'è il monte, è vero?
ISOTTA.
Sì, padre... E questa è una pietra ove sedere.
LANGUIS.
No. Andiamo avanti; verso il sole.
ISOTTA.
E qui c'è il faggio che vi piace.
LANGUIS.
Ieri ci pareva più lontano.
ISOTTA.
È che oggi camminate con più fretta.
LANGUIS.
Sì, fretta di sole.
ISOTTA.
Ed ecco il vostro mendicante.
ARDEN.
(Contraffacendo la voce).
Mio benefattore... per carità... non vi dimenticate...
LANGUIS.
Noi non abbiamo niente... Ma tu, figlia...
ISOTTA.
Sì, gli do io.
ARDEN.
Che Iddio vi benedica... e v'aiuti... e vi salvi...
LANGUIS.
Ma il sole...
ISOTTA.
Eccolo.
(Essa ha collocato il padre nel raggio di sole che entra nella prigione).
LANGUIS.
Ah, com'è tiepido... e bello. Ma ce n'è poco, poco. Perchè? Qui non c'è più. Solo qui, su noi.
ISOTTA.
È tutto annuvolato il cielo, con piccoli spiragli.
LANGUIS.
Ma questo che muro è?
ISOTTA.
È...
ARDEN.
Mio Sire!
LANGUIS.
(Toccando l'inferriata).
E questi ferri? Isotta! Isotta!
(Grida e tumulto di dentro).
E questo tumulto? Dove siamo?
ISOTTA.
Non so... Dio!
LANGUIS.
Si grida... Si combatte... E noi chiusi forse... Isotta va, corri...
(Entra Tristano seguito da una banda di briganti vocianti e rissosi).
I BRIGANTI.
Largo! Siamo noi! La difesa del re! Ferro e fuoco! Evviva la libertà!
TRISTANO.
Fermi e silenzio! Non paura, voi. Siamo gente poverissima ed abbiamo una sola regina, l'amicizia, ed un vecchio re, il dolore. Tu gli somigli, e siamo venuti, re.
LANGUIS.
Chi sei che parli?
TRISTANO
Anche tu? Volete tutti sapere chi sono? Un pazzo, un morto, un vagabondo. E se dico Tristano, che sapete? Tristano significa forse onesto? O buono? O caro? Posso aver nome Tristano ed essere principe ed essere ladro ed aver violata una sorella ieri, e portare oggi le mani in croce e parlare di preghiere e di bestemmie! Al cavallo che nuovo trovate non domandate chi sia, ma gli salite in groppa e se ubbidisce e vola siete contenti. E coll'uomo anche fate così: le parole son chiavi false per tutte le porte ma i fatti son d'oro e di ferro. Vorreste vedere la mia faccia? Il suo colore? Maschera, maschera è la carne: l'anima dovreste volere, e non si vede. E allora, per gli altri, e per me lasciami tutto nero, mio bianco re. Ti servo con la spada che non porto più, col cuore che non porto più e con la morte che sempre mi accompagna.
CARIADO.
Amen.
LANGUIS.
Ma che vieni a far qui? E dove siamo qui?
TRISTANO.
Eh, sul mondo siamo, e fra gli uomini! E questa che reggia credevi, è prigione! Una figlia con voce di menzogna, ti scaldava di luce, la tenebra. Eri chiuso, vigilato, illuso. Non sapevi? Bene. Non eri più re. Sì: l'anima tua era sempre re! Ma ti libero; ed io che non possiedo nulla ti dono il cielo colle sue nuvole e il vento, e la corona che t'aspetta, e l'amore. E il popolo tuo questa prigione non riconosce, che tu non conoscevi. Fuori! Fuori! Ed obbedisci al tuo dovere, anche tu, re! !
(Una pausa. Il re piange in silenzio. — I briganti gli si avvicinano, bruschi e commossi, ma reverenti).
ELINER.
Guarda: non parla perchè piange, povero re!
ONINONI.
No, no, non bisogna. Un re, piangere, cuore di Dio!
CARIADO.
Dopo tutto, siete ancora re!
ELINER.
E, che diamine, molta gente vi vuol bene.
ONINONI.
Noi, perdio: abbiamo molto pelo sul petto e pochi stracci indosso, ma una parola sola in bocca.
CARIADO.
E siamo uno stormo.
ELINER.
Eh, capisco: è stata una solenne porcheria, di vostro fratello canaglia...
ONINONI.
Ma ora l'avranno a che fare con noi, quei malandrini vestiti di broccato!
ELINER.
E rideremo. Hanno da ballare, hanno...
ONINONI.
Accidenti, se rideremo! Su, ridete, bravo re, sarà una festa, per tutti i cristiani, e lo giuro sulla mia miseria e su Sant'Agostino, mio protettore!
ELINER.
E voi, principessa, un giro di furlana: c'è la reggia vera per lui, e per voi... abbiamo un capitano mascherato...
ONINONI.
Sangue nelle vene, ce n'ha... Com'è buon capitano, può diventare ottimo consorte...
TRISTANO.
Ciarloni, che fate qui? il parlamento? A palazzo, a palazzo! Questa torre è caduta come pomo maturo, ed ora la capitale! Il re con noi, e per istrada cresceremo gente come la valanga. Principessa, la mano vi porgo in pegno della voce che v'ha giurato per un nome, libertà: oggi venite al sole.
LANGUIS.
Il sole?
TRISTANO.
Oh splende, buono. E splende per tutti, il sole. Ma per me, no. Solo me non posso liberare! Ed amo le spade, i colpi, e l'andare, e il fracasso del mare per disperdere un poco i miei pensieri che sono, sì, catene e prigionia... Ma sù, ragazzi, per me e per il re!
I BRIGANTI.
(Con un urlo).
Per te e per il re!
(Exeunt omnes).
SCENA SECONDA.
Una sala nel palazzo di re Languis.
(I briganti stanno intorno al Duca Erasmo legato).
ELINER.
Ora sì che mi piaci davvero, capponcino mio!
ONINONI.
Quanta gioia ti sei bevuta abitando sul trono rubato? Hai da sputarla tutta.
CARIADO.
Ti credevi forse d'essere diventato re, perchè ti chiamavano re?
ELINER.
Eh, barbagianni caro, puoi sgranare gli occhi, e noi si ride!
CARIADO.
Te l'abbiamo tagliata, la barba!
ONINONI.
E, corpo di San Lazzaro resuscitato, ti abbiamo insegnato a tacere: e toccherà questa volta a te far la muffa dentro una cantina, e noi che siamo furfanti abbiamo schifo di un furfante come te!
ERASMO.
Siete pidocchi, siete! E vi diverte sputare sopra me che sono in terra, ma i denti in bocca mi restano ancòra.
CARIADO.
E te li caveremo!
ELINER.
Dopo, per mangiare, ti daremo, come ai porci, acqua sporca e bucce di patate!
ONINONI.
Ti vestiremo da buffone, e ci divertiremo anche noi come tanti re.
(Squilli. Entra re Languis. Silenzio).
LANGUIS.
Quel nostro fratello che ci tocca perdere, è qui?
ERASMO.
Oh, non fuggo, m'hai fatto legar bene!
LANGUIS.
Legato? Sia subito sciolto!
ONINONI.
Sciolto? Dalle corde? E la giustizia?
LANGUIS.
Nessuno può difendersi serenamente, se libero non sia.
(Erasmo viene slegato).
ERASMO.
Ma non voglio difendermi di niente.
LANGUIS.
Erasmo, e perchè non chiedere che ti dessimo la corona e tutto?
ERASMO.
Perchè chiedere è vile, ma pigliare piace, e forza significa, di sè.
LANGUIS.
E si perde, lo vedi? anche l'amore, di tutti.
ERASMO.
Quello d'Isotta non l'ho mai avuto. Degli altri, che mi fa? O comandare e mi devono tutti essere schiavi, o sono vinto, e se anche mi si pesta non udrai un lamento uscir da me.
LANGUIS.
È forza la tua, ferocia forse, ma solidità...
ERASMO.
Ambizione! E con me la patria sale, per obbedienza, e mi diventa forte. E tu buono, la snervi e per amore la fai tutta di latte e di cuscini!
LANGUIS.
E se davvero fosse così? Erasmo, noi non possiamo condannarti: quand'uno agisce per sua necessità, l'uomo non ha potere alcuno contro di lui, perchè l'uomo non è Dio, e, dentro, non può vedere. Onde, senza dire se la tua forza sia virtù o peccato, ti assolviamo, per umiltà e povertà dinnanzi ai misteri delle anime.
ONINONI.
Assolvere? Ah, lingua di Giuda! Ma la è ingiustizia da far gridare le pietre!
ELINER.
Io ragionare non so, ma ti dico: è una canaglia, ecco, e basta!
CARIADO.
E se tu lo assolvi, gli è come condannare noi, che abbiamo rifatto l'ordine del regno.
ONINONI.
E se tu lo assolvi, non ti dice grazie, questo Caino, ma ti rimanda nella tua prigione, e noi sulle forche!
LANGUIS.
Nella prigione credevamo di star bene, quindi stavamo bene.
CARIADO.
Ma il popolo stava male e non lo puoi, ora, tradire!
LANGUIS.
Ordiniamo pertanto e vogliamo che il fratello nostro Erasmo libero vada, ma fuori del regno, perchè la gente abbia la nostra pace, ed a lui sia aperta la via del cielo, dove il giorno che avremo riacquistata tutti la vista, ci ritroveremo.
ERASMO.
Ed io, fratello troppo buono e cieco, ti perdono di avermi perdonato. O brigante mi faccio, od eremita.
ONINONI.
Eremita! Brigante, con noi, non ti vogliamo!
CARIADO.
Evvia, signor Duca, in esilio!
(Erasmo exit).
LANGUIS.
A voi, mia gente della terra e semplici di cuore, che vi possiamo dare o dire? Oh, siamo troppo al di sotto della vostra trasparenza...
ONINONI.
Re, nostro re... tu ci parli difficile e noi non si arriva mica a capirti, ma se un poco siamo arrivati, a capire, a me pare che tu ti credi debitore... ed è una cosa che ci confonde e non ha senso, per la testa del gigante Golia!... Tu non devi dirlo più, parola di gentiluomo, e pensarlo neanche, perchè noi si è fatto, io e gli altri, così per fare, e tu sei un padre che bisogna bene aiutare, e lui non deve mica dire grazie, ma siamo noi a dirgli grazie... è un onore insomma... e non c'è merito... anzi ho detto... no, non ho detto, perchè io a scuola, e neanche gli altri, non ci siamo andati, dove s'impara a parlare con i re... e allora, tu, re, capisci... e...
CARIADO.
Amen.
ELINER.
Ma se c'è uno di noi che vale, che ha studio ed educazione, è il capitano...
ONINONI.
Sì: quello, ecco, noi si direbbe che è sangue di re!
LANGUIS.
Sarete la nostra guardia, che è come dire gli amici nostri più vicini. Andate, figli: e godete del vostro mangiare e del vostro bere...
CARIADO.
È giustizia, dopo che s'è lavorato tanto!
LANGUIS.
E al capitano gli daremo quel che abbiamo...
(I briganti exeunt).
Pare che il suo nome sia Tristano e che il suo abito sia nero: ma non è tutto nero quello che noi vediamo? E siamo certi che d'anima egli è grande, e puro di fede, e sicuro di cuore. Che potremmo noi volere di meglio?
(Da opposte parti entrano, silenziosi, Tristano mascherato, e Isotta).
Sconosciuto è vero. Ma i fatti parlano per lui, e sono d'oro e di ferro, ha detto. E i briganti, che non sanno mentire, hanno detto, sangue di re...
(Una pausa).
Sarebbe l'ultima letizia della nostra povera vita, saper congiunta, la fragilità bianca d'Isotta alla nera solidità di Tristano. Sarebbe il sole per questi giorni miei di ultimo freddo. Ma non diremo niente: il cuore non patisce timone nè cervello; troppi scogli minacciano nascosti. Possiamo pregare solo e a lui dire, se questo è un dono, ebbene prendilo.
(Re Languis fa per alzarsi, Isotta gli si avvicina).
ISOTTA.
Eccomi, padre, se cercate di me.
LANGUIS.
Sempre cerchiamo di te, e ti troviamo sempre, anche nel silenzio.
ISOTTA.
Io sono dove il cuore mi porta senza che lo vogliano i pensieri.
LANGUIS.
(Avviandosi).
Come ti piace quel Tristano che ci ha liberato?
ISOTTA.
Porta la maschera, padre.
LANGUIS.
Tutti, al mondo, figlia: solo, lassù, saremo noi... Dunque, ti piace?
ISOTTA.
E a voi, padre?
LANGUIS.
A noi piacerebbe molto.
ISOTTA.
Andiamo, padre.
(Re Languis ed Isotta exeunt).
TRISTANO.
(Rimanendo immobile).
Al mondo vive dunque chi trama la felicità degli altri? La felicità: un fumo che ha nome domani, o ieri, se rimpiangi un'ora consumata: oggi, mai. Io, felice? Rido: due parole d'assurdo, in croce. O mi diletto io, del mio soffrire? E mi lego alla sofferenza come un amante, e me la serro al cuore? Che faccio per vivere? Ricordo, disperatamente: una donna, un peccato. Ma quella donna dov'è? C'è, sul mondo? L'ho io, davvero conosciuta? O mi sono foggiato, di lei, un fantasma che non voglio ritrovare in vita, perchè ho troppo accarezzato in sogno? Costei anche si chiama Isotta... Isotta! Sognavo ieri, e mi desto oggi? O vivevo laggiù, e sogno qui? La vita, ecco, m'offre un bene: per essere fedele a quel che fuggo lo rifiuterò? Per non deludere il mio sogno? E che so io del vero? E chi sono io per credere che la sventura m'abbia segnato così da reputarmi già morto, quando respiro? E dov'è il ricordo che mi tormenta? Sulla mia carne? No. No. Io non ho segni nè ricordi. Io voglio non aver vissuto. Non avere anima nè carne. O sì, mie, per donarle ancora. Un ideale, sì, l'avevo. Si chiamava Isotta: e l'ho trovato qui. È falso? Ah, quante meschine trame per una mia sciocca curiosità! Sono due nomi eguali, pazzo!... E se fossero due anime, eguali? Se la sorte... E non si può giocare anche la fede come la vita, in battaglia? Tristano, si può dare tutto per niente! E per un filo d'erba, l'eternità! E per una parola, un regno! E per un bacio, il paradiso! E per una goccia d'avvenire, tutto il mare del passato! Ah no, buffone... Guarda... Io vedo un abisso. Mi ci butto. E rido. E canto.
(Canticchiando).
«Così è di noi, nè voi senza di me, nè io senza di voi!» Ah! Ah!
(Ad Isotta, che è comparsa, quasi ironicamente).
Un inchino, principessa. Bella come il sole di vostro padre, e l'ombra mia!
ISOTTA.
Grazie. Mi spiace le parole del re abbiate inteso, vane fantasticherie.
TRISTANO.
No, Isotta... Lasciate vi chiami per nome, io mi lego ad un nome come il cipresso a un cimitero... Il re supera voi e me per saggezza.
ISOTTA.
Ma sogna, e non può vedere.
TRISTANO.
Ma prega, e spera. E non vorreste fargli di sole questi giorni suoi di ultimo freddo, Isotta?
ISOTTA.
Voi dite il mio nome, come se da sempre lo aveste avuto in cuore...
TRISTANO.
Davvero? Oh maraviglia! È tutto quel che so di voi, il nome, e l'amo prodigiosamente.
ISOTTA.
Perchè? Siete bizzarro...
TRISTANO.
Ho forse la coda? Tre mani? Oh! sono banale, banalissimo: credo, principessa, con licenza del sacerdote, vi saprei fare sette figli, e tutti maschi!
ISOTTA.
Amo, signore, d'essere intatta e nelle mie vesti mi chiudo, come dentro un monastero. Ma non vorrei per amor di me, perdere un sorriso di mio padre.
TRISTANO.
Che vi piacerebbe? Mentirgli ancòra? E che io vi fossi complice e falso marito? Sì: mentire so, e tanto bene che illudo anche me stesso, Isotta!
ISOTTA.
Io sono devota d'una religione fredda che mia madre m'apprese, la religione delle stelle, vergini anch'esse, che piangon a volte, o liete parlano meco, e credo a quel che intendo e mi prometto loro e tengo fede alle mie parole.
TRISTANO.
Voi tenete fede? Gloria! gloria! Sarete una sposa modello... Io no, non son fedele... Frantumo le mie parole: ne faccio monili per me, per voi, per tutti!
ISOTTA.
Ho giurato di salvare per sempre la mia castità: sono vestale d'un mio patto puerile ma sacro. Sarei una troppo sterile consorte!
TRISTANO.
Quella ch'io voglio, perfetta! Oh son fatto, io, di musica, non di carne. Casta! Vi amo... La mia virtù compagna sarete, il vostro peccato, io! Ecco, ecco... un anello, no. Dopo. E mi volete, se anche mascherato?
ISOTTA.
Io non per la follìa d'un nome, ma per ubbidire al re.
TRISTANO.
Isotta Isotta!... Allora io posso dire ancora... Isotta! Ti amo... ti amo... Sei mia! Posso chiudere gli occhi e udire il tuo respiro... Taci, taci... non parlare: Isotta! posso ascoltare il ritmo vicino della tua vita profumata, e dire Isotta, finalmente, sei mia moglie, tu!... Non sei più del re, sei mia... solo mia... mia... per sempre... e senza lacrime... Isotta... mia...
ISOTTA.
Tristano!
TRISTANO.
Taci! Ho la febbre, ho il delirio! Vado a nozze con la mia fantasia allucinata. Sono felice, perchè voglio essere così. Vieni, vieni con me.
(Exeunt ambo).
(Marcia nuziale).
SCENA TERZA.
Un giardino, di notte. Lampioncini di carta colorata. Una fontana. Lontani, canti d'allegria e suoni striduli di musiche.
(Su un sedile di pietra, Hubbo, vestito da buffone, accovacciato, immobile. Entra Isotta, come fuggisse, inseguita da Tristano, mascherato).
ISOTTA.
Non mi perseguitare: m'hai già crocefissa col mistero de' tuoi occhi, lasciami, ora.
TRISTANO.
No, Isotta, hai cambiato nome: ti chiami moglie! e non sei più di te stessa: mia sei. Con una paroletta hai cancellato la tua persona, la tua volontà, tutto quanto eri! Perchè fuggi? Ti ripiglio. E ti dico: a sedere. E ci stai. E ti sputo negli occhi. E sopporti.
ISOTTA.
Che dici?
TRISTANO.
Canto anch'io, l'inno al matrimonio, in questa notte ilare di nozze! Ora tu non sei più tu: sei me, la mia maschera, la mia scarpa sei. E l'amore, l'amore dov'è? Nessuno t'ha domandato, è vero? E se domani uno venga che piace a te, e tu a lui: e tremate nel guardarvi, oh... follìa... tu non puoi, tu, moglie! Tu non sei più viva, morta sei, mummia! E mi diverte fare il carceriere e chiuderò tutte le porte e spierò le fessure dell'anima tua e digrignando i denti, urlerò di te: mia proprietà, mia proprietà!
ISOTTA.
Ti sei vincolato a lasciarmi casta...
TRISTANO.
E chi t'assicura che manterrò? Sono spergiuro, pazzo, vagabondo. Chi t'ha detto di credere a me?
ISOTTA.
Io ti credo, Tristano.
TRISTANO.
Insensata: ho viso deforme, spellato, arso, tagliato...
ISOTTA.
No.
TRISTANO.
Ed altre virtù non conosco che furia e menzogna...
ISOTTA.
No.
TRISTANO.
E ti forzerò, contro la mia parola e la tua giurata verginità calpesterò...
ISOTTA.
No.
TRISTANO.
E ti segnerò di lividi e di piaghe, e beverò il liquore delle tue lacrime...
ISOTTA.
No.
TRISTANO.
Che sai di me?
ISOTTA.
Tutto... perchè...
TRISTANO.
Perchè? Non aver paura! Ho raccolto le sozzure per la via; puoi buttarmi qualunque bestemmia.
ISOTTA.
Sì. Perchè ti amo...
HUBBO.
(Facendo irruzione).
Ah ah ah... Quanti palloncini verdi, e rossi, e gialli! Che gala nella mia gioia!... Ognuno si può impiccare al colore che vuole e chiamarlo stella! È proprio una festa, signora, da perderne la testa, ed anche il nano di Corte vi bacia la veste, oggi, si può, e fugge via, fugge lontano, tanto lontano che non lo troverete più, e sarà ai piedi vostri...
(Sparisce in un tintinnìo di sonagli, ma ritorna a spiare ed appiattarsi, di lì a poco, dietro la fontana).
ISOTTA.
È il buffone!
TRISTANO.
Ecco il povero mendicante, che vivrà sulla soglia della tua bellezza. e questa volta sarò io marito e geloso cent'occhi e severo cento supplizi! Ah, mi diverto, mi diverto smisuratamente. Ma se tu davvero mi ami, Isotta...
ISOTTA.
Non giocare colla mia vita: taci.
(Una pausa. I due sono seduti sul margine della fontana. E s'avanza Oninoni con passo quasi di danza; lo segue Eliner, cantando; ultimo Cariado, lugubre. Sono in fila, a distanze uguali, ubriachi tutti e tre, ma contegnosi).
ONINONI.
A me, una festa così, mi fa ringiovanire. Se la musica non fosse fuori di tempo, farei quattro giri di danza, ma è fuori di tempo...
ELINER.
(Cantando).
La vita è una sorpresa... c'è la salita e poi c'è la discesa... Ed oggi tocca a me, domani a te, e finalmente al re! La vita è una sorpresa...
CARIADO.
Ma io la sposa non ce l'ho... e l'avrei voluta anch'io... e l'avrei molto accontentata... ma non ce l'ho... Amen...
ONINONI.
Questo, per Sant'Agata vergine, si chiama giardino? E noi ci spasseggiamo dentro come padroni... Ma, sacramento! questa è acqua... Maledetta sia l'acqua e chi la beve. E quindi anche la pioggia, maledetta. Però ai campi fa bene, la pioggia. Sì, ma noi non siamo campi!
CARIADO.
È deserta la vita, ecco...
ELINER.
(Cantando).
La vita è una sorpresa...
(I tre briganti exeunt).
TRISTANO.
Io sono uno dei loro e come loro ubriaco di pensieri. Ma, Isotta, per te devo... Vuoi un poco di veleno e di verità?
ISOTTA.
Nulla voglio, e nulla domando.
TRISTANO.
Se mi ami, devo ben farti soffrire!
ISOTTA.
E tutto ascolto.
TRISTANO.
Non t'ho ancora dato l'anello: eccolo: guarda: trasparente! Biondo come...
ISOTTA.
L'hai gettato nella vasca!
TRISTANO.
Eh sì! Quando tu prendere lo voglia devi affogare...
ISOTTA.
Mi butto.
TRISTANO.
No. Che è un anello? Ombre. Ombre. Ma quello... Sì, Isotta! tu sei mia moglie. Isotta, io t'ho sposato, ridi, è tempo di risate, t'ho sposato perchè amo un'altra donna.
ISOTTA.
Sapevo.
TRISTANO.
Perchè sono infelice, ed ho voluto esserlo di più...
ISOTTA.
Sapevo.
TRISTANO.
Perchè ho voluto potermi disprezzare! Perchè ho voluto avere anch'io quella catena che ha lei, per essere come lei, sotto il peso di un eguale dolore, ed ho scelto te perchè tu mi sia l'aguzzino, il carnefice, l'infamia, e torturandolo, tu faccia più divino quest'amore che io ho tanto dilaniato e che dilania me.
ISOTTA.
Sapevo.
TRISTANO.
T'ho presa come si prende, ecco, la morte, con disperazione, e avevi il nome di lei, dell'assente, della mia Isotta, del mio sogno e l'anello era suo.
ISOTTA.
Puoi piangere, ora, con me.
TRISTANO.
No. Non so piangere. Rido. Ma tu sei come un balsamo sul mio ridere malato... Oh, senti, cantano laggiù:... per chi?
ISOTTA.
Per noi.
TRISTANO.
Sì? E perchè non ci amiamo? Ho ben infranto la mia fedeltà. Sacrifica tu, la castità. Che vogliamo noi, donna? Divoriamoci coi denti, cerchiamo dentro noi il nostro fango! Ah, Isotta, perdona: guariscimi tu! Insegnami a credere ancòra, ed a non ricordare più. Tu hai mani bianche e leggere, di fata: dammele... Costruiscimi una vita tenue, nuova come un sogno nuovo. Chiudi la porta a tutti i pensieri che vengono di lontano o che vogliono volar via... Salvami, salvami tu, pura..
(S'inginocchia — essa gli mette le mani nei capelli).
La voce di Hubbo.
La bionda Isotta, per gelosia di re Marco, suo marito, mentre tu ridi, soffre, dentro una prigione, cavalier Tristano!
TRISTANO
(Levandosi).
Tu hai parlato? Tu? L'anima mia? L'ombra? Sì. È vero! Una prigione... Voglio una prigione anch'io! Perchè devo io qui solo respirare la libertà, godere la notte, ubriacarmi d'illusione Come lei, come l'amor mio vero! Tu no, non ti conosco. Chi sei? Chi sei? Ti odio! Vattene. Una prigione, voglio! E soffrire anch'io! Sii gelosa, dunque! Sii gelosa, t'ho sposata per questo solo. Fammi male, se mi vuoi bene! E chiudimi in una prigione, ti prego, te ne prego, ti supplico... e dopo, fanciulla, ti benedirò...
La voce di Eliner.
(Cantando).
La vita è una sorpresa, c'è la salita, e poi c'è la discesa...
SCENA QUARTA.
Una prigione. Attraverso l'inferriata qualche stella.
TRISTANO.
Sono giunto al porto, qui? Ho tanto navigato per questo? No: ancora non è la morte vera. Buio, sì, ma qualche stella vive, lassù: nero, nero voglio: lutto sovrano.
(Togliendosi la maschera).
Mio viso ti sbendo: l'infinito sole è presente, e l'infinito è lei: mia signora che spia: la sento qui, là: Isotta, mi maledici? No, non devi, nessun bacio ha cancellato i tuoi baci: tra qualunque creatura di carne e me, sempre tu, ombra, ho veduto e vedo, ed a questo carcere tu mi condanni! Perchè dovrei, spietata, maledirti, ma folle di sentirmi così tuo, ti dono invece questo viso nudo come un cadavere risorto, e godo delle tue ineffabili carezze e spasmo verso questa tua divina oscurità.
(Entrano dall'inferriata le voci dei briganti).
La voce di Oninoni.
Oh, capitano, è vero che sei lì dentro?
La voce di Eliner.
Non risponde!
La voce di Oninoni.
Siamo venuti via: che si poteva fare più. San Giuda benedetto?
La voce di Cariado.
Anche i re muoiono, e re Languis è morto...
La voce di Oninoni.
Il popolo allora ti ha fabbricato qualcosa come una repubblica...
La voce di Eliner.
E siamo venuti qui, da te.
La voce di Oninoni.
Ci vuoi non ci vuoi?
La voce di Cariado.
Si torna a fare il brigantaggio.
(La faccia di Oninoni appare all'inferriata).
ONINONI.
Silenzio!... Oh, olà! Sacripante, è morto anche lui!
(Oninoni sparisce, le voci si perdono).
La voce di Eliner.
Era un po' strambo, poveretto!
La voce di Oninoni.
Ma tutto cuore!
La voce di Cariado.
Amen!
TRISTANO.
Resterò dunque solo? Ma se il mondo mi crollasse intorno ed io sopravvivessi, unico, non mi lasceresti ancòra, Isotta, ma dentro me sempre rimani, a divorarmi come fai!
(Una pausa).
C'è un grillo, nella notte. Per tre volte un usignolo era venuto a farmi tacere, poi silenzio. Ora i grilli. Domani i vermi, Tristano, ti sei chiuso, ma cammini, cammini verso di lei e l'ombra ti segue, fedele.
(Due mani bianchissime appaiono tra i ferri della finestrella; e Tristano le vede).
Chi m'offre questi grandi fiori bianchi, virginali? Oh fiori di gelo e di giglio! Mani! O mani senza persona, mani recise. Di chi siete? Mie, mie, e del sogno! No, sue. Mani, mani che hanno più forza che non la fede, che non la fame! Mani esangui e capaci di tanto delitto su me, che m'abbandono! O mani di regina, sì, ma dei burattini! Io mi muovo secondo che voi mi guidate, e io sono il vostro pagliaccio, e mi fate saltare, danzare, giacere, e vi faccio la mia reverenza! E cerco i fili colle dita: e non ci sono... Perchè siete due ragni mostruosi, che avete tessuto la mia perdizione! Ragni: ed io credo... No, vedo... Isotta, sei tu morta? E vieni a darmi l'addio? Devo morire anch'io? Mi chiami? Mi vuoi? Prendimi. Oh sì, donami questa grazia. Ah, immobili siete, quasi spente, ma io sento che voi sentite. E se vi pungessi, nascerebbe il sangue. Coi denti, coi denti!... Ah, delizia... Baci... baci... Che volete? L'anima? Ahi mute e tenaci come due pensieri, lì, come due chiodi. No! Andate via! Via! Sparite! Siete nebbia, lo so. Siete sogno, lo so. Debbo destarmi; voglio destarmi, su, sono in piedi. Vivo. Vedo. E sono lì, bianche come due peccati bianchi! Isotta, sei tu... Che mi asciugavi le lacrime, buona ti conosco. No, tragica, feroce. Rivuoi l'anello? Ah, sì! Ecco! L'anello! Perduto! Annegato! Come una persona viva... Perdona, perdona. Guarda, congiungo le mie mani, e tu perdona! Ah, maledetta! Basta: le prendo, le spezzo... le adoro! Dietro queste mani, nella notte, vive Isotta, la mia divina, e queste, sì, mi portano le più silenziose carezze nate dalla sua pena... O dita fredde qui sulla mia faccia rovente... Adoro le immagini sacre, l'incubo mio, le due lampade bianche per la mia tomba, le due anime vive e disgiunte e gemelle come le nostre due, Isotta, Isotta!... Tu sei qui... È vero? Ah meraviglia, tu sei vera, tu sei viva, tu sei mia! Isotta, lasciami morire, e chiudimi gli occhi tu, divinamente muta, così...
Fine del secondo atto.