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Tre racconti

UN GENIO SCONOSCIUTO RACCONTO.

Reading edition

I.

Era un genio davvero. Dio glie ne aveva data la scintilla immortale. Egli la volle nascondere, e fece che traversasse ignorata la vita terrena.

Non vi dirò il luogo in cui il mio eroe, circondato d'oscurità, mise per anni ed anni tutto il suo impegno a tener segregata dal mondo la luce della sua intelligenza. Gli ho promesso di tacerlo, e coll'ultima stretta di mano che abbiamo scambiata, ho dato ragione alla sua misantropica e valorosa rinuncia. Il suo nome, ch'egli decretò e volle seppellito nel più profondo oblìo, non comparirà su queste carte. A me stesso egli lo tacque, e se anche ho potuto indovinarlo, non contristerò, svelandolo, la memoria di quell'anima infelice.

In uno degli ultimi nostri colloqui, egli mi diceva, con un cotal suo sorriso, tra bonario ed amaro, che gli era abituale:

— Se invece di questo cimitero di campagna, in cui un'erba pietosa e non curante agguaglia tutte le fosse e circonda tutte le croci, il mio cadavere avesse da essere seppellito in un camposanto cittadino, dove si fa pompa di lapidi e di iscrizioni, vorrei che sulla mia tomba modesta si scrivesse superbamente: «QUI GIACE UN ANONIMO.» —

Codesto suo detto, fate conto che sia l'epigrafe della mia narrazione.

II.

Dunque gli è in un villaggio, — in una remota regione — che l'ho incontrato.

Un mio nobile amico ha colà una gran tenuta intorno ad un'antica e vasta casona, che in paese chiamasi il castello, dove si conservano da tempi lontani, tradizioni rispettatissime d'una gentilezza ospitale senza eccezione.

Il paese è vicino alle montagne; un contrafforte delle Alpi allunga nella pianura le sue radici, a variare di collinette e di valloncini l'amenità dell'imboschito terreno; intorno all'antico palazzo si stende un giardino abbastanza vasto per potersi insuperbire del titolo di parco.

Una vegetazione ricca, fresca e feconda veste le chine dei colli con albereti leggiadri alla vista, e porge, anche contro l'insolente saettare del sole di mezzogiorno, gradevoli ripari d'ombra, rallegrati dal venticello della montagna. Al piede di quella collina, su cui il castello innalza le sue muraglie annerite, il villaggio — povero assembramento di casipole, che somigliano a capanne — si sdraia, direi quasi timidamente, e par che cerchi nascondere i suoi tetti, la maggior parte di paglia, alcuni di lastre di pietra, sotto le fronzute chiome di castagni e di noci, che crescono e s'innalzano a mirabili proporzioni da ogni orto, da ogni praticello.

È un cantuccio riposto, dove non penetrano le passioni e le gare degli uomini raccolti nelle agglomerazioni cittadine e spronati al male dall'interesse. Là non c'è strada di passaggio, non c'è commercio, non c'è industria, non ci sono caffè, non ci sono giornali. Un ramo assecchito di quercia indica una misera osteriuccia, composta di una sola stanzona a piano terreno, la quale vede la sua lunga tavola zoppa e le sue panche disoccupate tutta la settimana, per aspettare qualche avventore le domeniche.

Quando tutto sossopra è il mondo, appena se colà ne arriva debolmente un'eco incerta e paurosa.

In mezzo a questo sfoggio di vegetazione, spicca ancora per più fronzuta ricchezza il bosco del parco, in cui, sul culmine della collina, si drizza al cielo una fila di pini giganteschi, che hanno dovuto vedere molte generazioni d'uomini nascere e morire, e che coprono il terreno d'una oscura ombra solenne.

Il nobile padrone del castello verso gli abitanti del villaggio è cortese, generoso, caritatevole. Li ama e n'è riamato pei beneficii ricevuti, per la speranza di nuovi ch'egli è sempre pronto a rendere, per una specie d'orgoglio che sì distinta persona appartenga al paese e vi dimori la maggior parte dell'anno.

I cancelli del parco sono sempre aperti e dì e notte, tanto che, irrugginiti nei cardini, male si acconcerebbero oramai ad essere chiusi. I paesani vanno e vengono, con una libertà che non esclude il rispetto al padrone: e quando questi passeggia, ne trova sempre alcuni giù pei suoi viali, e ne viene salutato con ossequiosa famigliarità, a cui egli risponde lietamente accennando col capo e chiamando ciascuno col suo nome o nomignolo.

Sotto le ombre di quell'antichissimo parco si dànno appuntamento giovani coppie innamorate, per discorrere del loro futuro matrimonio; colà accorrono vecchierelle e ragazzi a raccogliere i rami secchi, con un fastello dei quali scendono al loro tugurio a cuocere la cena della famiglia. Alcune volte qualche tristarello sbaglia, e invece della legna secca ci viene tagliando bellamente dei rami in piena vitalità e arboscelli di buona cresciuta, il che, quando gli accade di accorgersene, sdegna non poco il proprietario.

— Ci porrò rimedio: — dic'egli allora in tono risoluto. — Il primo che io colga in sull'atto!... —

Ma il suo quos ego innocente non ha ancora recato il menomo male a nessuno.

III.

Tutti i giorni, nel gran viale dei pini veniva a passeggiare, verso le cinque del pomeriggio, un omiciattolo vestito di scuro, accompagnato da un cane brutto e vecchio, di quelli che da noi si chiamano volpini.

L'uomo faceva due o tre giri, tutt'al più, per quel viale, le mani dietro le reni, la persona curva, la testa bassa e l'occhio fisso continuamente sul cagnuolo, che correva un poco e tratto tratto veniva, la lingua penzoloni, a fregarsi alle gambe del padrone.

Quell'omaccino soleva parlare al suo cane, come avrebbe parlato ad un suo simile.

Quando il mio nobile ospite ed amico mi additò per la prima volta quest'originale, egli stava seduto per terra, e il cane, sdraiatoglisi accanto, teneva il muso sulle coscie di lui.

“Buona sera, Ambrogio:” gli disse il castellano. “Come va?”

L'uomo si levò il cappello con tutto il rispetto, ma non mosse la persona, per non disturbare il cane nel suo riposo.

“Grazie, signore, non va male.... Pomino ha corso più del solito, è qui stanco che non ne può più.”

Di primo colpo la figura di quell'uomo aveva attirato la mia attenzione.

Era egli di una bruttezza fenomenale; però non aveva nulla di ributtante. Sopra un corpo debole, esile, quasi direi rimpiccinito, si reggeva, come a stento, una testa grossa a capelli arruffati, in cui la parte superiore, e massime la fronte notevole per forti protuberanze, aveva un eccessivo sviluppo. Il volto era scarno e le guancie incavate, larga la bocca e pallide le labbra; giù in fondo alle occhiaie tralucevano occhi di color chiaro fra il grigio e il cilestre, i quali sembravano amassero nascondere la loro lucentezza sotto foltissime sopracciglia che scendevano dall'arco dell'occhiaia e dietro lunghi cigli che ne ornavano le palpebre. La carnagione aveva di color terreo; lasciava crescere a capriccio una barba rada, di colore sbiadito, oramai più che a mezzo incanutita; sulle sue labbra errava abitualmente un sorriso tra mite ed ironico, che alle volte si sarebbe potuto dir scemo, alle volte amarissimo. Nel parlare, negli atti, nel sogguardare aveva alcun che di svagato, di distratto, di noncurante, come se altrove, sempre, fosse il suo pensiero. Vestiva alla peggio panni di colore scuro, logori, che gli si serravano spiegazzati intorno alle gracili e macilenti membra.

Mentre gli stemmo innanzi, egli fissò un istante gli occhi in volto al mio ospite e poi li chinò tosto sopra il suo diletto cane. A me non fece la benchè minima attenzione.

“Ambrogio,” disse il padrone del castello, “voi m'avete del tutto dimenticato. E perchè non venite più a vedermi? Una bottiglia di quel vino che vi piace è sempre lì ad aspettarvi.”

Quell'uomo fece il suo sorriso da scemo.

“Grazie,” rispose, “grazie tante!”

E si pose ad accarezzare il cane colla destra.

“Ricordatevene,” soggiunse il proprietario, “e a rivederci.”

“A rivederci:“ ripetè come un'eco l'omiciattolo, mentre il mio amico mi dava la spinta per avviarci ambedue.

“Chi è quell'originale?” domandai appena fummo un po' lontani.

“È il maestro di scuola del villaggio:” mi rispose. “Un essere misterioso, la cui vita è forse un romanzo.”

“Oh! oh! un romanzo!” esclamai: “rara avis, di cui andiamo a caccia noi scribacchiatori, senza poterla trovare il più spesso.... E voi, naturalmente, lo sapete codesto suo romanzo?”

“Poco.... Ne so forse l'epilogo, che venne a concludersi qui. Costui è il solo forestiero, a memoria d'uomo, che sia venuto a stabilirsi in questo remoto paesello, e il solo degli abitanti de' cui fatti non si sappia nulla. La sua esistenza, dacchè vive con noi, non ha vicende; e il suo passato prima che qui venisse è un mistero, intorno a che non ha mai voluto dare la menoma spiegazione e su cui non ama che lo s'interroghi.

“È molto tempo ch'egli è qui?”

“Ormai trent'anni. Me ne ricordo come se fosse ieri quando è arrivato. Ero giovanissimo e viveva il mio buon padre, allora....”

Stette alquanto sopra sè, e poi soggiunse:

“Oh sentite; io racconterò tutto quello che ne so; voi aggiungendovi le frangie, come siete soliti di fare voi altri romanzieri, e inventando quanto basti per riempire le lacune, potrete forse fare di costui il protagonista d'un racconto.”

“Da bravo, narratemi quel che sapete.”

E il mio amico così cominciò a favellare.

IV.

«Era d'autunno già innoltrato. Le castagne raccolte; le foglie quasi tutte in terra, e le poche rimaste affatto ingiallite. Io, a quel tempo non avevo ancora venti anni, e già m'ero fatto un intrepido cacciatore e un camminatore instancabile.

»Un giorno, che, come spesso mi accadeva, m'ero trattenuto su per la montagna in traccia di non so più qual selvaggina, lontano da casa mi sorprese una di quelle pioggie autunnali quiete e finissime che in poco tempo infradiciano un pover'uomo sino alle ossa, e che, una volta incominciate, non smettono più per dei giorni. Non c'era riparo da cercare là dove mi trovavo, e poi prima di notte conveniva bene essere a casa, e potevo star certo che prima d'allora non avrebbe spiovuto. Dunque non c'era altro che pigliare allegramente il mio partito e trottare di buon passo. Voltai lo schioppo all'ingiù, e animato colla voce il cane, m'avviai di corsa, per una scorciatoia, giù della scesa.

»In sul culmine precisamente di quell'altura là dove passa un sentiero poco praticato, incontrai un uomo, che, riparandosi dalla pioggia sotto i rami ormai sfrondati d'un castagno, appoggiatosi al tronco, stava mirando nella sottoposta pianura.

»Era codesto Ambrogio, che sino allora niuno aveva visto mai nel paese nè in questi dintorni. Io non so qual'età egli abbia al presente, e non avrei saputo nemmeno allora quale attribuirgliene. Poco su poco giù, era tale quale l'avete visto adesso, se non che, invece di avere i capelli, lunghi, arruffati, come li ha ora, li aveva rasi, e non lasciava crescer barba. Vestiva di scuro, precisamente come ora, e quasi quasi direi che codesti che porta sono ancora i panni che aveva in dosso a quel tempo. Aveva un piccolo fardelletto sotto il braccio e un bastone in mano.

»La singolarità di costui che alla pioggia battente e mentre la notte veniva se ne stava tranquillo a contemplare un paese a cui egli era sicuramente estraneo, lontano ancora da ogni abitazione, mi fece rallentare il passo per osservarlo. Egli era così preso nella sua contemplazione e ne' suoi pensieri, che non badò punto a me. La scena ch'egli mirava, a me non pareva degna di tanta attenzione. La pianura era invasa presso che tutta dalla nebbia, la quale si avanzava come strisciando verso la montagna, mentre sulla sommità di questa discendevano dal cielo scure, unite, pregne di pioggia le nubi: parevano due eserciti che si movessero incontro per venire a battaglia; e in mezzo a loro non rimaneva sgombra che una lista di terreno, in cui, addossate al colle, biancheggiavano le casupole del villaggio.

»Io non gli avrei badato dell'altro, chè la pioggia crescente mi consigliava a non indugiarmi, e nell'aspetto di quell'uomo mi pareva di scorgere qualche cosa di strano, che, se non era di birbo, era di matto; ma il mio cane corse verso di lui, e gli si piantò dinanzi abbaiando. Egli si riscosse, volse uno sguardo, che mi parve tranquillo e mesto, verso la bestia, e abbassò una mano alla sua coscia, a fare un atto di richiamo. Il mio Fox fu tosto rappaciato; scodinzolando gli si accostò tutto festevole, e alla prima carezza che lo sconosciuto gli fece passandogli una mano sulla testa, alzò le zampe anteriori al petto di lui, quasi a dargliene un abbraccio di amicizia.

»Io che all'istinto dei cani credo più che alla ragione degli uomini, mi dissi subito che quello non doveva essere un birbante.

»Abbasso Fox: qui Fox! gridai.

»Il cane m'obbedì, e il forestiero si volse verso di me.»

“Oh non tema!” mi disse con voce rauca e melanconica, che mi fece una strana impressione. “Colle bestie, e specialmente coi cani, io sono nelle più amichevoli relazioni; non ho mai fatto male a nessuno di loro, e nessuno di loro — no nessuno! — non ha mai fatto male a me.”

«E accompagnò queste parole con un sorriso di tanta amarezza, che gli accrebbe nel volto l'aspetto di alienazione che gli avevo già notata. Parlava italiano, ma con un accento di altre provincie che non sono le nostre subalpine.»

“Questa buona bestia è sua?” riprese poscia, schivando col suo il mio sguardo, come se temesse di mirarmi in faccia.

“Sì:” gli risposi.

“Il proverbio dice che il cane è l'amico dell'uomo. Creda al proverbio. È il solo amico.”

“Siete un misantropo?” Io gli domandai stupito del modo con cui mi parlava.

«Mi rispose, di nuovo con quello stranissimo sogghigno:

“Sono un cinofilo....[1] Ma mi permetta una domanda.”

“Dite pure.”

“Ella è pratico di questo paese?”

“Ci sono nato, e la maggior parte della mia vita la ho passata qui.”

“Che villaggio è quello laggiù?”

»Gli dissi il nome del paesello. Egli lo ripetè due o tre volte, poi soggiunse come parlando a sè stesso:

— Un nome ignoto affatto; ignorato da tutti i Dizionari geografici.... Chi sa mai, fuori di qui, che questo villaggio esista?.... —

»Si rivolse di nuovo a me:

“Quanti abitanti ha?”

“Ottocento.”

“Saranno poveri?”

“Si aiutano gli uni gli altri come fratelli.”

“Possibile? Lei mi stupisce. Voglio vederlo. Potrò trovarvi albergo? pagando s'intende:” soggiunse affrettatamente con una certa permalosità.

“C'è un'osteria:” risposi: “e vi troverete certo un letto, non da sibarita, ma pulito, e un boccon di cena non luculliana, ma ammannita di buon cuore.”

“Sono avvezzo a dormire sulla dura terra, e poco basta a sfamarmi.... Che strada ho da prendere per giungere più presto al villaggio?”

»Glie l'additai; e salutatolo, impaziente di fuggire dalla pioggia che cadeva sempre più fitta, ripresi la mia corsa giù per la scorciatoia. Ma dopo pochi passi m'accorsi che il cane non m'aveva seguitato: fischiai, e Fox venne sino ad un ciglio della costa da cui poteva vedermi, abbaiò vivamente, e tornò indietro verso lo sconosciuto.

»Ciò mi fece arrossire di me medesimo. Pensai subito che cosa avrebbe detto mio padre, quando avesse saputo che, imbattutomi in un povero forestiero, senza asilo e alla pioggia, non gli avessi offerta l'ospitalità; e senza metter più tempo in mezzo, rifeci correndo il cammino, e tornai a quell'uomo.

»Lo ritrovai in quel medesimo luogo, e nel medesimo atteggiamento; se non che parlava amichevolmente al mio cane, che gli stava seduto dinanzi guardandolo fiso. Arrivando, udii le seguenti parole:

— Va' col tuo padrone, buona e brava bestia. Tu non sei mio. E nemmeno l'affetto d'un cane non bisogna rubare altrui.... No, non bisogna! —

“Sentite, buon uomo, ho pensato che all'osteriuccia del nostro villaggio stareste davvero troppo male.”

“Le ho detto che non m'importa:” rispose egli con una certa qual fierezza.

“E chi sa se avranno pure un letto libero?”

“Dormirò benissimo sulla paglia.”

“È ancor lontano il villaggio e con quest'acqua che viene ci arriverete tutto ammollato. Ho un ricovero più vicino da offrirvi.”

»Mi scoccò un'occhiata con un misto di sospetto, d'incredulità e di meraviglia.»

“Dove?” domandò.

“Là.” E gli additai il castello. “È la casa di mio padre.”

“Grazie!” disse egli irrisoluto.

“Su via:” io insistetti: “non istiamo più qui a infradiciarci. Mio padre vi accoglierà con piacere.”

“Ebbene sia:” diss'egli dopo un altro po' d'esitazione; ma quando fummo avviati, a un tratto tornò a fermarsi, come per un dubbio sopravvenutogli. “Suo padre,” mi chiese, “vive tutto l'anno in questa terra?”

“Quasi. Non è che l'inverno che abitiamo in città.”

“Quale?”

“Torino.”

»Mandò un lieve sospiro, il volto parve rasserenarglisi, e con accento più risoluto disse:

“Andiamo.”

«Non ho bisogno di dirvi come mio padre gli accordasse quella benevola ospitalità che egli stimava un assoluto dovere del suo grado, della sua fortuna, del suo nome. Lo sconosciuto disse chiamarsi Ambrogio Larva: non parlò quasi mai, e costrettovi soltanto, appena se gustò cibo, e di buon'ora si ritirò nella camera assegnatagli.»

V.

«Il domani, fosse la pioggia presa il giorno innanzi, fossero i disagi già prima sofferti, poichè pareva che col suo fardelletto sotto il braccio egli fosse venuto viaggiando per la catena delle montagne da molto lontano e già da parecchi giorni; il domani quel pover'uomo fu assalito da una fortissima febbre, che in pochi giorni lo menò presso alla tomba, e poi, superata per miracolo, lo tenne a letto più d'un mese.

»Se il buon padre mio lo facesse curare con ogni carità, non è da dirsi. Quando l'infermo fu tornato in sè, dopo un penoso delirio di più giorni, ed ebbe compreso dove si trovava, e come vi fosse trattato, mostrò, non con parole, che queste aveva sempre rade e poche, ma negli atti, negli sguardi, nell'espressione della fisonomia, una riconoscenza tanto più profonda, quanto meno espansiva.

»Però, durante il delirio del pover'uomo era avvenuto cosa che assai aveva scemato quell'interesse che dapprima tutti avevano sentito per lui; e se non si era venuti meno a nessuna delle cure ond'egli abbisognava (chè mio padre, codesto non avrebbe tollerato a niun modo) non era tuttavia, se non vincendo un sentimento, il quale pareva quasi ripulsione, che i nostri servi continuavano a stargli attorno e a vegliare su di lui.

»La ragione era che, durante i vaneggiamenti suoi, aveva pronunziato certe parole che erano tali da indurre gravissimi sospetti sul conto suo. Egli affannosamente, con rotti accenti (e mio padre lo aveva udito, ed io stesso una volta) parlava di sangue, di odii, di morte. Pareva che un tremendo rimorso ne agitasse la coscienza, conseguenze d'un gran delitto commesso. Vedeva dei fantasmi sanguinosi; ora pregava pace, perdono ed oblio; ora imprecava furibondo. Due nomi, uno di donna e uno d'uomo, gli venivano frequenti alle labbra, e cenni alle sue vicende passate, ma così in confuso che impossibile trarne un costrutto qualunque o comprenderne cosa alcuna. Solamente appariva che molti e dolorosissimi tormenti e sciagure aveva egli sostenuto, che una crisi gravissima era venuta a mettere il colmo alle sue cattive avventure e ch'egli erasi partito dal suo paese e dai suoi per cercare in remote contrade una esistenza novella; per fuggire dalla giustizia umana, dicevano i nostri servi.

»Eppure, non ostante tutto ciò, la figura originale di costui non dispiaceva e non ispirava diffidenza a mio padre. Questi aveva risoluto d'interrogarlo un po' più particolarmente sull'esser suo; ma ogni volta che a ciò s'accingesse, scorgendo la dolorosa ripugnanza d'Ambrogio a parlare del suo passato, se ne rimaneva come timoroso di fargli troppo male colla sua curiosità.

»Un giorno finalmente che quasi era guarito del tutto, Ambrogio medesimo si aprì, più che non avesse fatto mai, con mio padre, nel quale mostrava aver posto molto rispetto e affezione pari alla stima. Io mi trovava appunto presente e udii le sue parole: disse che per la terra in cui era nato — una terra d'Italia lontana da questa, ma non disse quale, — per il mondo in cui era vissuto, egli era e doveva e voleva esser morto affatto; che non avendo più famiglia, non più affetti, stanco e disgustato della vita che traeva, erasi partito solo, di nascosto, sicuro di non lasciare dietro a sè chi lo rimpiangesse, non sentendo pure un rincrescimento per quanto abbandonava, risoluto ad andare tanto lontano che nulla della precedente esistenza mai più gliene venisse all'orecchio nè sotto gli occhi; voleva recarsi in qualche solitudine, dove la semplicità dei costumi, la povertà degli abitatori, la lontananza da ogni centro popoloso non gli presentassero mai e non valessero a ricordargli nulla, nulla di quella uggiosa vita cittadinesca che gli era venuta in odio insuperabile; che questo paese gli pareva proprio a tal uopo: che aveva seco qualche po' di denaro e con esso avrebbe volentieri comprato un'umile casettina e un piccol orto per viverci quieto quegli anni che gli avrebbe ancora imposti la Provvidenza; e che per non essere affatto inutile sulla terra ed al paese che l'avrebbe ospitato, si sarebbe messo a fare il maestro ai bambini, gratuitamente per i poveri, essendo che, nella sua ignoranza, tanto e tanto ad insegnare a leggere e scrivere e un po' d'abbaco, ei si sentiva capace.

»Mio padre stette un poco prima di rispondere, come se riflettesse ponderatamente su ciò che aveva da fare; poi disse con gravità e con quella bonaria schiettezza che gli era abituale:

“Sentite, signor Larva. Io adesso sono obbligato a rispondervi, non come il vostro ospite, ma come il sindaco di questo villaggio. Capirete che in questa qualità m'incombe una certa responsabilità. Il padrone di casa può accogliere con piacere anche uno sconosciuto, la cui figura gli vada a genio; il sindaco non può affidargli a occhi chiusi la educazione dei bambini, che è cosa delicatissima.”

«Ambrogio arrossì sino alle orecchie.»

“Non mi crede ella un onest'uomo?” domandò fieramente.

“Non basta che io vi creda tale, bisogna che ne abbia le prove.”

«Ambrogio represse un vivace movimento, e impallidito di nuovo, curvò il capo e si tacque per un poco.»

“Ho capito:” diss'egli poi amaramente. “Qui si sospetta di me. Me n'ero accorto, ma speravo che non ella.... Partirò.”

“Un momento,” soggiunse mio padre: “Qui abbiamo pure il gran bisogno d'un maestro. Non si è mai potuto ottenere che quassù venisse ad aprire una scuola qualcheduno che ne fosse da tanto. Non ci abbiamo che un pretucolo, il quale insegna a mala pena a distinguere le lettere dell'alfabeto, violenta l'ortografia ed assassina la grammatica. La venuta di chi facesse meglio sarebbe una vera fortuna pel paese. Che diamine, sor Ambrogio. Avete voi tanta ripugnanza a farci conoscere il vostro passato?”

“Sì l'ho:” rispose risoluto Ambrogio. “L'ho voluto sotterrare in una fossa questo passato e l'ho coperto con una lapide. Non voglio scoperchiare il sepolcro e tirarlo fuori per contentare la curiosità sospettosa d'un intiero villaggio.”

“Un villaggio di ottocento anime, perduto fra le montagne, o poco meno!” esclamò mio padre sorridendo. “Del resto,” soggiunse, “quando siavi un segreto nella vostra esistenza che vogliate custodire, non avrete a rivelarlo a questo poco di pubblico. Dove io affermi che voi siete degno d'istruire i ragazzi di questa brava e onesta gente, tutti mi crederanno.... E voi non avrete bastevole fiducia nella mia discrezione per dirmi — a me solo — chi e che cosa siete?”

«Ambrogio esitò un momento; poi levò gli occhi, e li fissò per un istante in volto a mio padre, come non aveva fatto prima. Parve soddisfatto di quell'esame.»

“Le dirò tutto:” disse bruscamente a un tratto.

“Venite meco:” riprese mio padre, aprendo l'uscio del suo scrittoio e facendogli cenno vi entrasse.

«Rimasero colà dentro più d'un'ora. Quando ne uscirono, Ambrogio era più pallido che mai, e mio padre era evidentemente commosso. Notai, non senza stupore, che mio padre nel trattare il forestiero, aveva una deferenza assai maggiore di prima.

»La raccomandazione del sindaco bastò a farlo benvolere e stimare da tutti. Trovatasi una di queste catapecchie, che servono da case, con un orticello, per poco prezzo, ch'egli pagò subito, il buon Ambrogio divise il suo tempo fra la coltura degli erbaggi e delle frutta che gli dànno il suo sostentamento, e la scuola in cui accorrono tutti i bambini del villaggio e dei casolari qui intorno, ammaestrati da lui con pazienza e cura infinite non solo nel leggere e scrivere e negli elementi dell'aritmetica, ma nella morale altresì, giovandosi di apologhi e novelle ed amichevoli conversari alla socratica, in cui, senza che altri quasi lo avverta, le buone massime s'instillano in quelle anime tenerelle, e fanno sì che il maestro sia amato e obbedito anche meglio dalla scolaresca.

»Egli non accetta denaro da nessuno; ma i più facoltosi fra i genitori lo vengono regalando di legna da ardere all'inverno, di qualche mezzo sacco di grano alla raccolta, di pane bello e fresco, quando lo fanno cuocere, di qualche pollo talvolta, e anche di qualche pezzo di maiale, quando lo macellano all'autunno, le quali cose lo aiutano a campare. Dai poveri egli non vuole assolutamente nulla, e se mai gli viene offerto alcun che, rifiuta con isdegno, quasi gli fosse fatta con ciò una grave offesa.

»Quale io lo conobbi i primi giorni, tale egli continuò sempre ad essere: buono, taciturno, onesto, amante della solitudine. Quasi sempre svagato colla mente, talvolta pare lo assalgano delle allucinazioni e che il senno gli scappi; talvolta lo direste poco meno che imbecillito; ma non gli avvenne di recare a nessuno mai, nè con fatti nè con parole, non che il menomo dispiacere, ma neppure il menomo disturbo. I villani, per le sue assenze di mente, cominciarono dal burlarlo, poi lo compatirono; ora quasi lo riveriscono e lo venerano, credendolo meglio visitato dal Signore.

»Egli è benevolo con tutti; ma d'amore e di espansione di cuore pare che non ne abbia, fuorchè con quel suo brutto cane che gli avete visto. E sì che in mio padre, il quale, da quel segreto colloquio in poi mostrò sempre per lui una certa maggiore osservanza; in mio padre, dico, Ambrogio finì per porre davvero un profondo affetto.

»Un giorno mio padre gli domandò:

“Ambrogio, ora siete voi contento della vostra vita?”

»Ed egli rispose con espressione di viva sensibilità:

“Sì. Non cercavo che oblío; ho trovato carità. Fuggivo gli uomini per non odiarli, ne ho trovati qui degni d'amore.”

»E, come se avesse detto di troppo, allora se ne partì ratto, senza voler udire nè aggiungere altro.

»Quando mi avvenne la disgrazia di perdere il buon padre mio, fu l'unica volta ch'io l'abbia veduto a piangere. Durante la malattia di lui, Ambrogio era stato quasi sempre con noi al castello, non cercando nemmeno di aiutarci nelle cure che si prestavano all'infermo, buono a nulla e smemorato qual egli è, ma come se qui trattenuto da un invisibile vincolo che non lo lasciasse allontanarsi. Agli ultimi momenti, che il mio povero padre volle vedere tutti i servi e i gastaldi insieme alle loro famiglie, entrò ancor egli alla coda di tutti, nella stanza del moribondo, e s'inginocchiò quasi peritoso in un angolo a pregare.

»Allorchè quell'immensa sventura fu compiuta e l'eccesso del dolore pareva volermi tôrre di senno, io me lo vidi improvvisamente al fianco, bagnato il volto di lagrime egli pure, trasfigurato, così che mi parve, anche in quella dolorosa confusione di mente in cui ero, un'altra e più nobile persona. E mi disse parole gravi di simpatico dolore e di affettuosa consolazione che più non ricordo, che in quel fatalissimo momento non poterono restarmi impresse, ma che pure mi colpirono, come altissime e degne della più bell'anima e della più nobile intelligenza. Poi si partì e stette parecchi giorni senza venirmi a vedere.

»Ricordo che la prima volta ch'io lo rividi, il suo aspetto, che mi parve ancora più di scemo che per l'innanzi, mi sorprese come una stranezza inaspettata e mi riuscì quasi una delusione; imperocchè mi aspettassi di ritrovare in lui quella più elevata persona che mi era apparsa, o ch'io aveva sognata nel colmo del mio dolore.

»Continuò egli in seguito a capitare di quando in quando al castello, sempre uguale, umile, silenzioso, melanconico. Mai non lo vidi a ridere, sì a sogghignare di spesso. Ogni qual volta io volli toccargli di quella sera in cui lo incontrai sulla collina, egli mi rispose sempre invariabilmente: — Ah sì! come pioveva quella sera — e poi se ne partì tosto; per cui io non glie ne parlo più.

»In complesso egli è un buon diavolo, che forse non ha l'integrità delle sue facoltà mentali, che dovette soffrire molte disgrazie a cui la sua debole ragione non valse a resistere. Di certo nella sua vita vi ha un mistero, ma non ostante le parole del suo delirio, non deve esservi una vergogna nè una colpa da non perdonarsi; perchè mio padre, dopo ascoltatolo, trattò con lui con più riguardi di prima, e ogni volta che lo vedesse, fu sempre il primo a porgergli la mano.»

VI.

Un giorno, era qualche tempo trascorso dacchè il mio ospite mi aveva narrato quanto venni addietro esponendo, si festeggiavano al castello le nozze d'una giovane coppia del villaggio. Era un'usanza, a cui il castellano mai non derogava, di invitare in tali occasioni tutti gli abitanti del paesello ad onesta baldoria. Il menestrello del villaggio, un vecchietto dal mento aguzzo e dalla faccia tutta rughe, coll'aria tra di nesci e di malizioso, raschiando maladettamente il suo violino scordato, faceva saltare ai suoi giovani compaesani le più animate monferrine del mondo sulla finissima rena dello spianato. Circolavano in discreta abbondanza buone bottiglie di vin vecchio, e il padrone del castello compiacevasi di quella ingenua allegria.

Sul più bello, ecco per caso straordinario comparire maestro Ambrogio, colla sua andatura incerta e oscillante, col suo aspetto mezzo sonnacchioso, e non fa pur mestieri il dirlo, col suo cane dietro i talloni. Un allegro clamore si alzò da tutta la comitiva a salutarne la venuta.

— Oh! il maestro! Avanti, avanti. Ben venuto il sor maestro! Viva il maestro! —

L'anfitrione della festa si associò ancor egli, e con espansione, al cordiale ed allegro accoglimento.

“Buon giorno, Ambrogio:” diss'egli. “Venite qui accosto a me ed assaggiate un po' questo vino dei miei greppi, so che non lo disdegnate, e me ne direte le novelle.”

Ambrogio stirò le sue pallide labbra in un certo modo che doveva raffigurare un sorriso, ma che altri avrebbe detto una smorfia e, lasciandosi prendere e stringere la mano ora da questo ora da quello di uomini e donne che gli si facevano intorno al suo passaggio, venne appressandosi al castellano e a me, che stavamo vicino all'acre archetto di compar Fosco il suonatore, il quale archetto cacciava pure tanta forza nelle gambe di quei bravi giovinotti.

Il maestro era in un momento di straordinario, nè mai visto buon umore, perchè non ismise quel suo cotal ghigno, ed agguantò con avidità la bottiglia che gli tendeva il compare Fosco, già un po' cotto per le libazioni fatte.

“Orsù, maestro del mio cuore, abbocca questa bottiglia, che Dio ti mandi ogni bene! e bando a ogni filosofia!”

Convien sapere che il bravo menestrello alla seconda bottiglia che avesse bevuto, dava del voi a tutti, alla terza del tu addirittura; il termine filosofia poi, per lui era sinonimo di malinconia, ipocondria, stoltezza.

Ambrogio, dopo aver bevuto, fece chioccar la lingua contro il palato come usa un vero conoscitore di meriti enologici.

“Buono!” diss'egli: “buonissimo! Questo è la gioia terrena liquefatta e tenuta in serbo; non è vero, compare Fosco?”

“L'allegria!” esclamò questi tutto animato: “l'allegria per cento mila violini!... Vedi, sor maestro dell'anima mia; io non istimo altro nella vita. Tutto il resto, peuh! non vale un cece. Viva l'allegria e sprofondi all'inferno la camusa, o ch'io sono un asino come il bricco del mugnaio.”

E battendo col dorso dell'archetto sulla cassa del violino, per richiamare a sè l'attenzione dell'adunanza, soggiungeva gridando, come a sordi:

“Su, da bravi giovinotti, vogliamo fare due altre capriole?... Eccovi una monferrina da far danzare i morti.... ma che morti?... da far danzare anche gli scudi in tasca d'un avaro.”

E posto il suo perfido strumento alla spalla, appoggiatovi su il mento aguzzo, colla compiacenza che poteva avere Paganini nell'accingersi a suonare, egli diede giù una solenne raschiata che produsse un suono, al cui paragone è una dolcezza la più aspra sorba che vi alleghi i denti e allappi la bocca.

Ambrogio tornò a bere e due e tre volte, finchè la bottiglia pòrtagli da Fosco gli rimase vuota fra le mani. Allora e' si accoccolò per terra vicino allo scellerato scorticatore delle nostre orecchie, e appoggiati i gomiti alle ginocchia, le guancie ai pugni richiusi, il cane sdraiato fra le gambe, stette ad ascoltare quella diabolica armonia, mentre i villani gli saltavano dinanzi con gran confusione, coi più strani gesti e contorsioni del mondo, da parere tanti morsicati dalla tarantola.

Io guardava attentamente il maestro di scuola, attirato da una viva curiosità; che mi aveva destata sul suo conto la narrazione del mio ospite. Già fin dalla prima volta ch'io l'aveva visto, egli mi era sembrato una figura originale; ora, forse per effetto di quello che avevo udito di lui, mi pareva di scorgere in esso qualche cosa di speciale e distinto che lo sceverasse dalla comune, credevo travedere in quel complesso di tratti, di maniere, di forme, alcun che di sopra, o almeno all'infuori del volgare.

Quel certo stiramento di labbra, che in lui teneva luogo di sorriso, non era cessato, e pareva anzi fattosi immobile sul suo volto; ma gli occhi suoi, ordinariamente atoni e smorti, brillavano; di quando in quando, toglieva una delle sue mani da far sostegno al volto, allungava il braccio verso una delle bottiglie che facevano siepe intorno al compare Fosco, e ci dava una tracannata, e ad ogni volta, mentre il corpo conservava la massima immobilità, i suoi occhi brillavano sempre più. Tra una monferrina e l'altra, Fosco serrava in mezzo alle gambe il suo violino, metteva per traverso sulle ginocchia l'archetto, e riceveva dalle mani del maestro la bottiglia, per darle ancor esso un saluto a modo suo.

I due uomini allora si guardavano entro gli occhi; Fosco rideva con un riso secco, Ambrogio ghignava silenziosamente. Era un curioso spettacolo l'osservarli. Probabilmente così diversi d'animo, d'intelligenza e di sapere, quei due esseri si trovavano in quel momento assembrati, fatti uguali, accomunati dalla bassa soddisfazione d'un piacere materialissimo.

Ad un punto vidi Ambrogio muover dondolando la persona, come fa l'orso in gabbia, ed accompagnare coll'accennar del capo l'orribile suono di quel disarmonico pezzo di legno battezzato per violino. Nello stesso tempo, e' si mise a parlare con una certa vivacità. Me gli accostai di più per udire le sue parole.

“Su, su:” diceva egli: “animo, via, lesto, forte, coraggio, suona, suona, suona compare Fosco; dágli dentro, più vivo, più ratto, più concitato; fálli saltare, fálli girandolare, fálli sbalordire.... È una pazzia, dirai; ebbene sì, è una pazzia; e con ciò?.... Non sai che gli è nella pazzia che l'uomo ha riposo dalla sventura? Non sai che ogni illusione è pazzia, e che il solo bene sulla terra è l'illusione?.... Su, su, svelto quell'archetto! Esso languisce per Dio! La è tutta brava gente codesta, e il vino è eccellente. Fàtti onore compare Fosco! Tu sei l'Orfeo di questo villaggio. Sai bene: Orfeo faceva ballare il trescone anche ai sassi.”

Il suonatore rideva con quel riso secco a suo modo; e, come spronato da quei detti, affrettava il moto dell'archetto, e agitava il capo, e batteva la misura col piede, e accumulava colla più audace disarmonia le note più francamente stonate.

“Eh eh eh!” rispondeva egli frattanto. “Sei del mio parere tu, sor maestro. L'allegria!.... Nulla vai meglio. Non esco di lì, io!.... Le patate sono buone, le castagne anche migliori, una brava presa di tabacco ha il suo merito, un pezzetto di tabacco in corda da masticare lo stimo di molto, ma un centellino d'allegria val cento mila volte più d'ogni altra cosa. E dove la si trova sicuramente questa benedetta allegria?.... E zin zin e zin zin, in un fiasco di vin vecchio.”

E Ambrogio ripigliava:

“Ti dico che sei Orfeo! Vedi come quella gente si dimena, salta e ammattisce. Essa gode! Sono i crini del tuo archetto che compiono tal miracolo. Vero miracolo! Dare un'ora di gioia ad uomo che vive. Se qui venisse Satana con una corona reale in pugno e l'offrisse a cotestoro in cambio del loro tripudio innocente, sarebbe stolto, tre volte stolto chi rinunziasse ad un momento di questo piacere per tutta la vita del re più potente che stringa scettro nel mondo.... E spero che di tanto imbecilli non ce ne sarebbe nessuno fra questi dabbene.”

Il Menestrello ammiccava come se capisse, col solito riso, e suonando più arrabbiatamente che mai, ribatteva a sua vòlta.

“Eh eh eh! Non gli è tutto qui; stasera avremo una cena. Un mezzo agnello arrostito. Il padre dello sposo è uomo che fa le cose ammodo.”

“Invidio la potenza del tuo violino! Quale altissimo ingegno di poeta mai valse a procacciare ai suoi simili un godimento simile a quello che fai provare colle tue quattro note false? Forse il solo Omero alla società greca ancora fanciulla.”

“Sta' attento! sta' attento!.... Ecco un'altra monferrina ancora più bella. Su, giovanotti, da bravi, alla riscossa!.... Hop! hop!”

“Come paragonare al tuo potere l'azione del povero autore che si stilla il cervello per anni, affine di presentare una sua creazione ad una frotta di concittadini che si raccoglie in teatro a fischiarla? Come a quella dello scrittore d'un libro, su cui sbadiglia qualche dozzina di lettori e di cui malignamente fa strazio qualche insolenza ignorante di critico argutissimo?”

Udendo ciò sospettai in maestro Ambrogio un letterato infelice, amareggiato dal ricordo d'una strepitosamente vergognosa caduta; e mi feci innanzi verso di lui con maggiore interesse. Egli mi vide e s'interruppe. I suoi occhi si fissarono su di me con una curiosità quasi pari a quella che io manifestava a riguardo di lui. Stette un mezzo minuto a contemplarmi; poi, come spinto da una subita risoluzione, si alzò in fretta e mi si accostò vivamente.

“È vero,” mi domandò egli con istrana animazione d'accento, “è vero quello che ho udito di voi? Siete uno scrittore ed accostate la mano a quella terribile macchina infernale che è la stampa.”

“È una macchina infernale oramai innocente:” risposi. “L'incuria della gente e la coscienza di chi l'adopra l'hanno ridotta senza pericolo... Fatte le debite eccezioni.”

Ambrogio fece quel suo ghigno strano, poi divenne serio, e mettendomi una mano sulla spalla con una certa famigliarità da superiore mi smaltì, tutta d'un fiato la seguente tirata.

VII.

«La coscienza di chi scrive? Ecco! Ci credete voi?.... Oh certo siete costretto a rispondere di sì dal fatto che voi pure v'imbrattate le dita d'inchiostro, stringendo una penna. Si comincia per volerne avere, si è forse tanto felici da averne; ma poi?.... L'uso e l'abuso della parola a che non vi menano? Come discerneremmo noi il vero dal falso in quella confusione di cose, d'uomini e di idee che si chiama vita sociale, mentre ci scompiglia e testa e cuore il nostro privato interesse? Quello che avete sognato fosse un apostolato, vi si fa un mestiere. Vi siete proposto di guidar voi la penna, e siete voi trascinato dalla penna, che ha da darvi da mangiare e da soddisfarvi la vanità.

»La penna! Come, non vi spaventa il maneggiare questo ridicolo e tremendo scettro del pensiero? Non pensate mai quanto germe di male può gocciolarvi giù con una stilla d'inchiostro e seminarsi in un'anima umana, mercè un'idea, una mezza idea, una sembianza d'idea? Anche la più innocente può, in date occasioni, essere la più malvagia. Una favilla che sta per ispegnersi, vi pare la cosa più impotente. Lasciatela cascare sopra un barile di polvere, e la casa intera ne va in aria. Più innocente ancora è un granellino di nero di platino; introducetelo in un miscuglio d'ossigeno e d'idrogeno, e ne accadrà uno scoppio.

»La misteriosa anima umana è tale che può dalle passioni e dal dolore essere preparata in modo che una vostra idea, che? una semplice parola faccia l'uffizio di scintilla sulle polveri da mina, di nero di platino sul miscuglio dei due gaz. E non vi arrestate intimorito innanzi a questo pensiero?... O potete star tranquillo, perchè non avete idee? Ve ne hanno pur troppo di coloro che scrivono senz'aver nulla da dire! Ma voi allora sciupate il vostro tempo, e rubate quello degl'infelici che vi leggono.... Ah! l'incuria della gente: l'avete detto.... Ma non vi fu crudeltà di re tiranno o di frate inquisitore, neppure la truce fantasia del cantore dell'inferno, che abbia saputo immaginare ed applicare un supplizio simile. Come? Voi vi torturate il cervello, vi opprimete l'anima, vi consumate in veglie febbrili la vita, ogni giorno, ogni ora, per una produzione che dovete trarre dal vostro interno, che è il sangue del vostro cuore, e nessuno vi bada, e la vostra voce muore come quella d'un sotterrato vivo in caverna che non ha pure un'eco!.... Chi vi ha condannato a questa vergognosa tortura d'impotenza?.... Mi risponderete forse che vi spinge un interno stimolo, che è il cenno del proprio destino. Non pascetevi di fole. Ma non credete voi dunque nel libero arbitrio dell'uomo? Non vi sentite padrone almeno di non essere ridicolo nello stesso tempo che infelice?»

Si era molto riscaldato nel dire: era diventato tutto rosso in faccia, gesticolava vivamente e gli occhi gli brillavano in mirabil guisa. Si vedeva che l'eccitazione datagli dal bere l'aveva fatto uscire per quel momento dalla passività in cui manteneva chiusi abitualmente la sua anima, il suo pensiero e forse le memorie del suo passato. Mentr'egli parlava con un impeto che mal si potrebbe esprimere, compare Fosco sembrava aver cresciuto ancor egli di foga nell'acre suono del suo violino, e quella musica scordata e quasi direi rabbiosa, a cui si frammischiavano, all'uso montanino, grida selvaggie dai robusti petti dei danzatori, faceva un accompagnamento strano alle concitate parole di mastro Ambrogio.

Quando questi si fu interrotto un momento, io gli dissi:

“Le vostre parole vorrebbero una lunga risposta, e se ne ecciterebbe forse una discussione non breve, che non è qui luogo di fare; ma, se non vi disgrada, e a me piacerà molto, la faremo un altro momento.”

La sua animazione cessò a un tratto; si ritrasse vivamente indietro, come spaventato, tendendo le mani innanzi, quasi volesse rigettarmi da sè, e proruppe con accento di vera paura:

“No, no, nessuna discussione, nessuna parola più su questo argomento, nemmeno una!.... Vi prego! Non pensate più a ciò che vi ho detto.... Non so più io stesso che cosa sia.... non lo sapevo dicendolo.... L'avrete udito che talvolta la mia ragione vagella. Questa fu una delle volte.... Addio addio.... Lasciatemi stare; non venitemi a tormentare dell'altro.”

E s'allontanò da me e dal castello, tentennando nel camminare, forse per l'emozione che mi era parsa veramente profonda in lui, forse per il vino bevuto che era stato molto davvero.

VIII.

Per più giorni mi fu impossibile di vedere il maestro. Mi persuasi ch'egli mi sfuggiva appositamente e con molta cura, pentito di essersi abbandonato meco a quel momentaneo sfogo di pensieri che dovevano da lungo tempo e frequentemente aggirarsi per la sua testa.

Il mio ospite cominciava ad essere inquieto; e buono com'era, proponevasi di andare egli stesso a cercarne novelle, quando un giorno — si era alla fine del pranzo, che colà, secondo l'antica usanza piemontese, si fa a mezzo della giornata, — vennero ad annunziargli che il maestro era da basso, chiedendo di parlargli.

“Fatelo salir su:” disse il padrone.

E il servo rispose: Ambrogio non volere nemmeno entrare sotto l'atrio, ma pregare colle lagrime agli occhi il castellano perchè volesse scendere ad ascoltarlo da solo, chè a lui, solamente a lui, desiderava, e tosto, parlare.

Il mio amico s'accostò alla finestra che guardava sulla spianata del giardino, e io gli tenni dietro. Vedemmo il maestro che, agitato, passeggiava su e giù col suo passo incerto, più barcollante del solito e la sua testa arruffata dondolante sull'esile corpo. Aveva tale un aspetto di desolazione che il proprietario del castello se ne commosse.

— Gli è avvenuta di sicuro una qualche disgrazia: — esclamò egli. — Chi sa che diavolo sia! —

E levatosi dalla finestra, si affrettò a scendere ed a raggiungere Ambrogio.

Io rimasi colà, appoggiato al davanzale, a guardarli. Non udivo pur una delle loro parole, ma ne vedevo tutti i gesti e l'espressione del viso.

Appena Ambrogio vide comparire il castellano sugli scalini dell'ingresso, gli mosse vivamente incontro, tendendo verso di lui le mani, come si fa ad uno che giunga in punto a salvarvi, e mandando un'esclamazione che era una preghiera essa sola. Poi subito avviò il suo discorso con una vivacità, con un calore, con una abbondanza di parole tali che dinotavano la massima concitazione. E si levava il cappellaccio, e scuoteva la sua ispida ed arruffata capigliatura grigiastra, e si percoteva la vasta fronte, bernoccoluta, e stringeva le mani con indicibile atto di supplicazione fervorosa. In una mossa, con cui, vólto il viso all'insù come in una più viva deprecazione, mi lasciò scorgere i lineamenti tutti turbati della faccia, potei vedere che grosse lagrime gli rigavano le guancie più terree del solito.

— Pover'uomo! — dissi tra me, commosso alla vista di quel dolore. — Qual mai disgrazia può averlo colpito? —

Il padrone del castello vedevo che con atti e parole faceva a calmarlo, e sembrava profferirsi in suo soccorso. Ad un punto, quando il maestro ebbe detto ciò per cui era venuto a supplicare, il mio amico levò le braccia, e annuì colla testa in un certo modo che pareva significare:

— Ecchè? Gli è codesto soltanto che chiedete? Ma sì, ve lo accordo; è cosa fatta. —

Ambrogio, in un impeto di riconoscenza, prese a un tratto ambedue le mani del mio ospite, e curvatosi innanzi a lui, gliele baciò. Il castellano le ritrasse vivamente: il maestro parve di subito vergognarsi dell'atto troppo servile, dirizzò la persona, e sollevò la testa con piglio pieno di nuova fierezza; ma fu un lampo; e tornato nella sua abituale umiltà, si partì con passo affrettato.

Il mio amico risalì a raggiungermi nella stanza dove lo stavo aspettando; aveva un sorriso sulle labbra e lagrime agli occhi.

“Che benedett'uomo!” esclamò. “Gli è matto per davvero, e colle sue stramberie non ha commosso anche me? Non indovinereste mai più che cosa è venuto a dimandarmi con tanta disperazione!....”

“Che cosa?”

“Gli è morto stanotte il suo cane.”

“Ah, povero diavolo! Comprendo il suo dolore.”

“E' vuol dargli una sepoltura che crede possa essergli gradita, e che sia salva sempre mai da ogni profanazione. Dice che il luogo in cui il suo perduto compagno si compiaceva di più, era il mio viale de' pini...”

“E vuole seppellirlo colà?”

“Precisamente. È venuto a dimandarmene licenza come d'un gran favore. Dice che verrà egli medesimo stanotte; e vuole ad ogni modo esserci solo.”

Difatti, la sera, verso le undici, dalle finestre del castello vedemmo un lumicino brillare nel più folto dei pini, durante un'ora e forse più. Il domani in quel luogo fu trovato sopra la terra smossa un grosso sasso che prima stava ad una certa distanza di là, e pareva impossibile che il povero maestro avesse avuto forza pur di smuovere.

Capimmo che la salma di Pomino era posta a consumarsi

«Sotto la guardia della grave pietra.»

Passarono molti giorni senza vedere altrimenti il maestro.

IX.

Un mattino, svegliatomi prestissimo, vidi innanzi alla mia finestra, di cui avevo lasciate aperte le persiane, il cielo di sopra la montagna rischiararsi così lieto della prima luce dell'alba, che coraggiosamente determinai bearmi del meraviglioso spettacolo dell'aurora. Uscii piano piano nel giardino, e pel viale dei pini m'avviai verso un'eminenza di terreno da cui avrei potuto mirar meglio la stupenda scena. A un tratto udii una voce lamentosa, or bassa, or alta, impressa sempre di molto affetto, che pareva declamasse dei versi. Stupito, ammorzai il suono dei passi, e venni pian piano avanzando verso quella voce, con molta cautela.

Inoltratomi un poco più, vidi in quella penombra crepuscolare gli abiti scuri di maestro Ambrogio, il quale, accoccolato, meglio che seduto, sulla gran pietra che copriva la fossa del suo cane, con una voce armoniosa e con un accento espressivo, come io non gli aveva udito mai, lasciava sgorgare dalle labbra un'onda di vera, soave, purissima poesia.

Attonito, e insieme commosso, mi accostai, e riparatomi dietro il tronco d'uno di quei grossi pini, stetti ad ascoltare.

Ambrogio teneva i gomiti sulle ginocchia, stringendosi colle mani la fronte; aveva ai piedi il suo cappellaccio, e le chiome gli si sollevavano sulla testa agitate dal vento mattutino.

Se io avessi potuto tenere a mente e qui riscrivere i versi che impetuosi uscivano in quel momento dalle labbra di quell'umile maestrucolo elementare di un povero e rimoto paesello montanino, io darei alla letteratura moderna uno squarcio di poesia sublime, come se ne ha troppo poca al tempo che corre.

Egli parlava d'amore: — di quell'amore che è il fiat divino della creazione, che è la legge intima e suprema di tutto l'universo, che è l'idea manifestata colla parola della vita, che è la finalità della sussistenza e dell'intelligibilità; — di quell'amore che è nel mondo morale quell'ultimo supremo fluido, se pur così può nominarsi, al quale corrisponde nel mondo fisico l'etere, la essenza prima, non ancora accertata, ma indovinata e presentita dalla scienza moderna, nella quale tutte hanno origine le forze della natura; — quell'amore che quindi, sostanza universale, tutto invade e pervade, e si manifesta in tutti i rapporti degli esseri, dai purissimi spirituali ai composti corporei, ad ogni menoma animazione della materia, legge chimica, per così dire, delle affinità intellettive insieme e sensitive nell'universo vivente.

I due cardini del mondo della vita essere il pensiero e l'amore. Perfette le creature celesti, dove purissimi, non offuscati dalla materia, e questo e quello; perfettibile l'uomo, in cui limitati e l'uno e l'altro dagl'istinti materiali, offuscatori sì d'ambedue, ma domabili pure e riducibili; passeggiere ed effimere animazioni di materia, affatto mortali gli esseri al di sotto dell'uomo, in cui un accenno soltanto di pensieri e d'amore.

E qui, volgendo con brusca transizione il discorso alla memoria di quel bruto sulla cui fossa egli sedeva, lo apostrofava con voce di pianto.

Quel diseredato composto di materia organizzata lo aveva pure amato, lui creatura intelligente, più che non avessero fatto gli uomini suoi pari. Non alla regola dell'utile, non alla vanità delle apparenze aveva esso misurato il suo affetto. Altrove il povero cane avrebbe potuto trovare quando che si fosse pane più bianco e più ricco albergo e temperie più mite, da non comprarsi con altro che coll'ingratitudine d'abbandonarlo. Qual uomo se ne sarebbe rimasto?

Lui povero, solo, debole, brutto, quella bestiola lo aveva nondimeno fortemente amato, e senza tregua e senza condizioni. Perchè aveva da essere distrutto affatto quell'essere amoroso, così da non esistere più mai nella sua discioltasi individualità? Perchè a tanto affetto aveva da mancare corrispondenza di pensiero, il quale è l'elemento necessario a costituire l'immortalità di un'anima? Oh! se avesse egli, il poeta, se avesse potuto instillargli una parte di quel suo pensiero che alcune volte sentiva soverchio in sè confondergli il cervello e urtarglisi dolorosamente nelle pareti troppo ristrette del cranio! Quante fiate non aveva egli vaneggiando sognato, — come l'homunculus, cui Goethe fa creare da Wagner nelle storte di Fausto, — di crear esso, con un miracolo di scienza e di fede, uno spirito immortale collo spiro di vita che animava quella materia foggiata a bruto! Non avrebbe esso avuto dell'uomo che le facoltà amative e intellettive; non gli orgogli, non le perfidie, non le deficienze, che, dipendenti da quella forma, ond'egli si assuperbisce cotanto da dirla simile a quella di Dio, torcono al male i più belli suoi pregi.

L'uomo disconosce ed infrange la legge d'amore. Dal peccato fu l'umanità col divino sacrificio redenta; ma l'individuo conviene sè stesso redima, e nol fa; e il soffio di Satana, traversando gli errori sociali e le seduzioni d'un falso interesse, ne corrompe l'anima tuttavia. Non si sa amare in terra dai più, come non si sa pensare; i meschini sono derelitti, del pari che è rigettata la verità.

Ma non sempre durerà sulla terra questa ribellione dell'uomo al suo destino; e il poeta, con islancio veramente profetico, sorvolava sulle età che sono, per vagheggiare nell'avvenire la società progredita, migliorata, quando tutti i rapporti umani saranno regolati dalla sola legge dell'amore, e del paradiso terrestre, che allora si sarebbe veramente dischiuso alla nostra schiatta, faceva con sì vivaci e splendidi colori una dipintura sublime, che nulla io conosco da metterle a paragone nelle opere dei gloriosi poeti dell'umanità; e terminava con un inno di gioia e dirò di trionfo, il quale ben pareva quello che ai nuovi tempi avrebbe dovuto innalzare l'umana famiglia per salutare l'adempimento della sua ventura.

In sull'ultimo egli s'era rizzato in piedi e, levata superbamente la testa, aveva abbandonate del tutto al vento le sue chiome arruffate. Esse gli facevano come un'aureola intorno alla vasta fronte, e il sole, che mandava allora i suoi primi raggi, le indorava con tinte di fuoco. La persona di lui, mi appariva in quell'istante più alta e più nobile di forme e d'atteggio. Splendevano d'una luce straordinaria le sue pupille alzate al cielo; splendeva, come per propri raggi che ne emanassero, la fronte solcata dallo stampo del pensiero, tocca dal segno potente del genio. Infuocate gli erano le guancie, infuocate le labbra tremanti. Vibrava con un'armonia ineffabile e nuova la voce del Vate, disposandosi alle mille voci, ai mille sussurri, ai canti degli augelli, al fruscío delle frondi, al ronzío degl'insetti, con cui a quel momento la terra salutava l'apparire del sole sull'orizzonte. Avreste detto che i potenti versi del poeta assembravano in una, e traducevano in parola umana quel cantico eterno e meraviglioso e nuovo sempre, che con tutte le voci della natura innalza ogni mattina la terra alla gloria del Creatore.

X.

Vi confesso che obliai a quel punto dove mi fossi e innanzi a chi, in un trasporto tale di fantasia che raramente ebbi a provare l'uguale.

Vi sarà avvenuto parecchie volte che un pezzo efficacissimo di musica ispirata vi ecciti la mente con sì gradevole emozione che pare una strana e direi quasi spirituale ebbrezza vi assalga a dischiudervi innanzi all'intelletto un mondo sterminato e confuso di pensieri vaghi, indefiniti, ma sublimi; e vi sembra che questi pensieri vi sieno ispirati da una sfera superiore, sieno vostri e pure più alti di voi, e vi sentite innalzarsi l'anima e nello stesso tempo crucciarsi nel sentimento della sua impotenza, e vi affannate per afferrare e ridur concreta una di quelle tante idee che vi barbagliano nella mente, e vi indispettite di non lo potere, e un certo brivido vi corre per le vene, e sentite il bisogno e la capacità temporanea in voi di nobili gesta, e avete lo spirito scosso dalla mano potente dell'entusiasmo.

Ebbene, io mi trovava in tale stato a quel punto.

Mi precipitai verso quell'uomo e, prendendogli ambe le mani, esclamai:

“Chi siete voi?.... Ma chi siete voi, cui Dio concesse la fortuna di tal forma per tanta possa di pensiero?”

L'esaltazione in lui era troppa per cedere di subito. Al mio repentino apparirgli, non parve nè anco essere stupito. Mi guardò con dignitosa fierezza, agitò la testa, e facendo balenare nello sguardo una fiamma cui niuna parola varrebbe ad esprimere, proruppe:

“Chi sono? Chi sono?... Sono un uomo che ha molto sofferto, un uomo che non ha nemmeno più un nome, che si è seppellito vivo nell'ombra della morte, più coraggioso di Carlo V, il quale rinunziò alla corona dopo averla portata tanti anni!.... E anche a me Dio aveva data una corona! La più splendida delle corone!, ingemmata di stelle e lucente di que' raggi che circondano il suo trono. La corona del poeta! E me la vidi brillare dinnanzi, sì vicino da poterla afferrare; e sentii degna la mia fronte di cingerla e potente il mio petto da meritarmela. Oh come palpitai per essa ne' miei giovani anni! Oh come la portai nobilmente ne' miei sogni, e sentii nelle mie travagliose veglie notturne ardermi essa divinamente le tempie, e sollevarmi il capo oltre la nebbia dell'atmosfera terrestre, e lanciarmi la mente sulle ali dell'idea nei sogni dell'infinito!...”

“Ma fra quella corona e me, vidi levarsi, ipocrita, maligna, beffarda la malvagità umana, e indietreggiai, come chi sul suo cammino scorga drizzarsi fischiante, sanguinolenta, la testa dell'idra.... Oh! non crediate ch'io non abbia lottato. Ebbi coraggio, ebbi sofferenza, ebbi nobili indignazioni, ebbi timide transazioni pur anco.... Un giorno scoprii che l'odio generava l'odio, che l'invidia seminava intorno i denti del mostro di Cadmo e da ogni nemico vinto faceva sorgere legioni e legioni di calunniatori e di rabbiosi latranti. Indolorito, ammaccato, trafitto, disperato fuggii.”

Un po' di calma entrava in lui; sciolse dalle mie le sue mani, e se le passò lentamente sulla fronte e sulla faccia; poi appoggiandole sulle mie spalle, e tenendomi innanzi a sè, in modo che la sua persona pareva cresciuta e sopravanzarmi, e fissando entro i miei occhi il suo sguardo lucente ancora di febbre, soggiunse:

“Voi avete sorpreso il segreto della mia vita: quel segreto che da tanti anni rinserro con sì gran cura nella mia solitudine e nel mio nulla. Di belle fiate il dèmone mi assale e mi scuote e mi tormenta! Io lotto.... e l'ho vinto sempre. Voi avete assistito ad una di queste tremende battaglie che mi logorano la vita. Dimenticatelo.... Dimenticatemi!.... in nome dell'anima vostra, delle vostre speranze, in nome di Dio!”

Io volli parlare: egli non me ne lasciò il tempo:

“Non mi dite nulla, non mi dite nulla, ve ne scongiuro.”

Si lasciò ricadere sopra il sasso, e stette un poco con le braccia sulle ginocchia e la testa reclinatavi su, tutto raccolto e in ogni suo membro tremante.

Poi tornò a sollevare il capo, si ravviò macchinalmente le chiome che gli scendevano sulla fronte, prese il cappello che era in terra, e se lo mise in capo; quindi girò verso me i suoi occhi, ora affatto spenti. Aveva nuovamente l'aspetto smemorato e mezzo scemo che gli era solito; il suo volto era pallido e le labbra scolorate più di prima.

“Ella,” riprese a dire colla voce cavernosa e fioca che gli conoscevo abituale, “ella ha udito i vaneggiamenti d'un povero pazzo. Spero che vorrà tacerli a tutti.... Oh per pietà non dica nulla!...”

“Tacerò;” risposi: “ma bisogna ch'io le parli....”

S'alzò di scatto, e agitando le mani verso di me balbettò con accento d'uomo stanco e sfinito:

“Non adesso, non adesso per carità!”

E senza lasciarmi aggiungere una parola, si allontanò a gran passi; ma quando fu alquanto discosto si fermò e volgendomisi anche una volta colle mani giunte:

“Silenzio!” disse: “mi raccomando.”

Poi continuò con passo barcollante la sua strada.

Per due giorni mi fu impossibile rivederlo: al terzo dì, Ambrogio venne al castello tale e quale com'era sempre; approfittando d'un momento, in cui nessuno poteva udirci, sollecito mi disse:

“Ella vuole parlarmi, ed ancor io voglio parlare a lei. Domani mattina venga a casa mia.”

Aspettai con ansiosa sollecitudine il mattino seguente; e, levato appena il sole, scesi a gran passi la collina verso il villaggio.

Ambrogio era sulla soglia della sua casa. Mi salutò con una certa solennità e mi fece entrare nella sua povera abitazione.

XI.

Fui introdotto in una stanza a pian terreno, spoglia, con poca luce e affumicata; essa al maestro serviva insieme di cucina, di tinello e di camera da dormire. Una scala, a mano destra di chi entrasse, menava ad una stanza superiore, della quale Ambrogio aveva fatto la scuola e lo studio, essendo più chiara, più arieggiata e più salubre.

Quando fummo tutti e due in quest'ultima stanza, il maestro sedette e mi fece segno sedessi; poi cominciò a parlare con voce debole ed esitante, tenendo timidamente lo sguardo fisso a terra, come uomo che non osa levarlo in faccia al suo interlocutore.

“Non mi lasciai vedere in questi ultimi giorni, perchè avevo mestieri di prepararmi al colloquio che avrebbe avuto luogo fra noi; avevo bisogno di sapere che uomo fosse quello che sventuratamente aveva sorpreso il mio segreto.”

Io feci un movimento di sorpresa; egli continuò senza scomporsi:

“Appresi che Ella, forestiero a questa terra, l'avrebbe presto lasciata; e già sapevo come fosse pure uno di coloro che si lasciano consumare le carni dalla veste di Nesso dello scrittore. Ciò riuscì a tranquillarmi un poco; tal sorta di uomini sono tutti corteggiatori ardenti d'una divinità implacabile e crudele, ch'essi chiamano la fama, e che dispensa il più spesso a capriccio i suoi favori; e, di solito, l'invida gelosia che nutrono gli uni degli altri, li fa lieti quando uno, che potrebbe pur conquistare le fuggevoli buone grazie della contesa deità adorata, si ritrae in disparte, e volonterosi molto lo lasciano nelle tenebre in cui si racchiude.”

Volli protestare che, nella mia nullità, non avevo il torto di appartenere a quella schiatta di maligni.

Ambrogio non mi lasciò dire.

“Hannovi delle eccezioni,” continuò egli, “e tanto meglio s'Ella è una di esse. Imperocchè costoro possedono sicuramente un animo onesto, il quale, avendo certo dovuto soffrire più o meno delle perfidie e delle sciagure che a tutti si avventano su quel cammino, sono disposti ad apprezzare e rispettare la risoluzione di tale, che, o per debolezza, od anzi per maggior forza, rinuncia alla lotta, e vuol morire ignorato....”

“Ignorato?” io proruppi. “E lo potete voi? E ne avete voi il diritto?... Ho scoperto in voi un talento di prim'ordine, e vengo a dimandarvi perchè lasciate infruttuoso il capitale che Dio vi ha dato, perchè private il vostro paese, il mondo d'una ricchezza intellettuale che a voi fu concessa in uso, ma i cui portati devono essere il bene di tutti?...”

Ambrogio sollevò con moto quasi impetuoso la testa, e m'interruppe con più violenza che non mi sarei aspettato:

“Perchè? Perchè ciascuno ha pur diritto a procurarsi la sua pace, la sua conservazione, la salute dell'anima sua. Come! Mi sono tratto fuori dall'inferno, e voi vorreste mi vi ripiombassi? E non sapete che l'inferno di questa vita mi farebbe dannare all'inferno dell'eternità quest'anima troppo sensitiva ed impressionabile? Non sapete che, circondato dal male, ferito, tormentato dal male, io gli ho già teso una volta le braccia, e glie le tenderei ancora; che io gli ho detto e gli direi ancora: dammi tu le armi per combattere i miei nemici, e render loro dolore per dolore, dammi tu l'orribile diletto della vendetta?... Fui sull'orlo dell'abisso, sapete, un piede già per quel declivio tremendo, alla vigilia d'esser perduto per sempre... Nulla, nulla mai potrà richiamarmi su quel lubrico, periglioso cammino. Ah! inorridite!... Sulle mie mani c'è sangue, cui non hanno cancellato tuttavia tante mie lagrime.”

Feci un moto, ch'egli interpretò certo per manifestazione d'orrore che io provassi.

“Ah! non allontanatevi da me:” soggiunse ratto e con forza. “Sono un omicida, ma non sono un assassino. La sventura ebbe parte al mio delitto, non la mia volontà... Non condannatemi, compatitemi. Io era nato per amare ed essere amato!”

Volli parlare, ma egli mi fe' cenno tacessi, e dopo un istante riprese con più calma:

“Il mio paese, il mondo, l'umanità! Che cosa possono pretendere da me? Che io non passi inutile affatto in questa vita terrena. Ebbene, io tolgo loro un vano sognatore, un infruttuoso fabbricatore di versi, per dare ad una povera popolazione un maestro che non senza effetti s'industria ad allevare generazioni migliori, redente dai pregiudizi e dalla miseria dell'ignoranza. Spogliatevi delle vostre preoccupazioni cittadine e letterarie, dei vostri pregiudizi di scuola e di salotto, dei vostri leggieri e puerili apprezzamenti da caffè e da appendice di giornale; esaminate con fredda attenzione la cosa, e conchiuderete, credetemi, essere più vantaggiosa mille volte l'opera del più umile fra i maestri di villaggio che quella del più glorioso dei poeti.”

“Voi avete gran parte di ragione, ma la guastate esagerando. Volete disconoscere il buon effetto che producono sull'animo umano, nobilitandolo, i capolavori dei genii? Quanti furono spinti a sublimi aspirazioni, concepirono sublimi pensieri, si sforzarono ad esser grandi, ed ottennero almeno di essere più nobili di mente e di cuore alla lettura delle grandi opere dei grandi poeti? Il cómpito del maestro è certo eccellentissimo nella sua tranquilla umiltà, ma ciò non toglie che l'opera dei genii, nella dolorosa e, come dite voi, pericolosa sua gloria, non sia pure ottima a sua vólta. Ora l'intelligenza dell'umanità, l'intelligenza d'una nazione deve avere ed ha per l'una e per l'altra di codeste opere stromenti diversi, specialmente adattati; ed è un invertire le parti e fallire al dovere, chi destinato per una si dà invece all'altra. Voi che siete nato poeta, lasciate a più umili intelletti l'utilissimo ma meno elevato ufficio del maestro di bimbi; voi che lo potete, date alla vostra patria il canto dei forti onde abbisogna: siate il poeta civile dell'Italia moderna.”

Egli si alzò e passeggiò alquanto su e giù per la stanza, le braccia incrociate al petto, il capo chino. Osservai come il suo passo, abitualmente incerto e barcollante, fosse allora fermo e sicuro.

Dopo un istante, mi si piantò dinnanzi, e guardandomi con un certo piglio d'autorità e d'orgoglio, press'a poco come mi aveva guardato quel mattino sotto il viale dei pini, mi rispose:

“Essere il poeta civile dell'Italia moderna? Ma che? Pare a voi che basti il volerlo, anche chi abbia ingegno da tanto? Credete voi che il poeta tragga solamente da sè medesimo, dalla sua anima soltanto, la sostanza de' suoi versi? Egli la attinge dall'atmosfera che lo circonda; egli, fuoco che accentra e riproduce i sensi e le voglie della società in mezzo a cui vive. È questa la sua prima condizione di vita, come poeta. Quando alcuno avesse l'impossibile valore di stare e di fare contro alla corrente comune, perirebbe negletto e quindi più inutile ancora. Esaminate qual sia — nelle sue credenze, nei suoi intendimenti, nei suoi fatti — l'epoca nostra, e dite se può il poeta stillare da tali elementi il poema della virtù, della verità e della fede. Byron e Leopardi sono i due veri poeti del nostro secolo — forse i soli! — e hanno cantato lo scetticismo. Le deficienze, gli errori, i decadimenti dei nostri contemporanei, credete voi sieno tutta colpa di loro rea volontà? È per la maggior parte colpa delle circostanze, dell'ambiente in cui si vive.”

“Conviene adunque rimediarvi” interruppi, “conviene che a ciò si rivolga l'opera...”

Ed egli vivamente:

“Dei maestri, che educhino le generazioni che sorgono.”

Accennai parlare, ma non mi diede tempo.

“Sentite! Sono ormai tant'anni che io ho presa questa risoluzione, e non me ne pento. Potete pensare se tutti gli argomenti che avreste da dirmi non sono passati e ripassati per la mia mente, e se valgano ancora ad ottenere alcun effetto in me. La nostra discussione quindi si converte in una semplice conversazione accademica.”

S'interruppe un istante a prestare orecchio ad un gaio vociare che s'udiva fuori nella strada, avvicinantesi man mano: erano armoniche vocine di bambini chiassosi e ridenti che s'accostavano a quella vólta. La terrea faccia del maestro si illuminò d'una gioia quasi paterna.

“Silenzio!” diss'egli con forza. “Ecco i miei scolari, i miei gioielli, come a Cornelia romana i suoi figliuoli... Ecco la mia poesia, ecco la mia gloria.”

Pareva ringiovanito. S'affrettò a scendere e ad aprire la porta: una frotta frugola e clamorosa, da paragonarsi ad uno stormo di passerini pigolanti, si precipitò nella stanza intorno a lui, a serrarlo in mezzo con mille gridolini di affettuoso salutare.

Ambrogio chinò la sua testaccia grigia ed arruffata all'altezza di quelle testoline bionde, e lietamente commosso li abbracciò tutti uno ad uno. Poi si volse a me con due lagrimette tremolanti entro gli occhi.

“Ora,” disse, “io mi sento dappiù che molti nel mondo.”

Io mi accomiatai.

“A rivederci:” gli dissi. “Sento il bisogno di discorrere dell'altro con voi.”

Egli crollò il capo senza rispondermi.

“Entriamo a scuola, figliuoli miei” disse ai bambini; — e mentre io usciva, egli montava la scala, circondato da' suoi piccoli amici.

XII.

Dopo quel giorno fui più volte a visitarlo, ed egli a poco a poco si dimesticò con me in guisa che mi parve non vedesse mal volentieri la mia frequenza.

Conobbi in breve che, dotto principalmente nella storia e nella filosofia, maestro Ambrogio non era ignaro affatto di nessuna delle parti dell'umano sapere, essendo egli uno di quegli spiriti complessivi e vasti che tutto possono abbracciare.

Credo che io venissi appunto acquistando gradatamente la sua fiducia, perchè non mi dimostravo per nulla curioso dei fatti suoi, e non gli avevo mosso ancora mai un'interrogazione sul suo passato. Non già che non mi stuzzicasse il desiderio di sapere alcuna cosa in proposito; ma pensavo che una sconsiderata richiesta su tale argomento l'avrebbe di subito impermalito e posto in sospetto, con rischio di farmi perdere a un tratto tutto il guadagno che ero venuto facendo nel suo animo.

Un giorno che io non aveva più che poco tempo da rimanere in quel paese, e ch'egli mi parve più espansivo del solito, pensai inopinatamente di assalirlo con queste parole:

“Presto parto, Ambrogio, per non tornar forse mai più in questo villaggio.”

Egli non mi lasciò continuare.

“Ho pensato a codesto, e parecchie volte,” disse, “più che non avrei voluto. E talora.... vi parlo schietto.... mi parve il mio meglio; mi dicevo anzi che sarebbe stato più a mio vantaggio, o non foste venuto mai, o non vi avessi conosciuto; talora invece me ne sono sentito a trafiggere come dalla puntura di un dolore. A buono o a mal mio grado, voi avete pure nuovamente collegata la mia anima, ormai disavvezza, ad un mondo d'idee e di fatti che alla fin fine ho amato cotanto, e, partendo voi, quest'ultimo anello si rompe, per lasciarmi, proprio del tutto, senza più rimedio, ripiombare in quella solitudine desolata che ho pur voluto, che voglio sempre, che deve essere la mia sorte, ma contro cui, alle volte, si ribella l'anima mia. Mi sono proposto il quesito: se avrei dovuto scrivervi....”

“E l'avrete sciolto affermativamente, io spero. Scriviamoci, ve ne prego.... per util mio. Nei vostri colloqui io sento aver molto appreso e molto da apprendere. Da un carteggio, voi avrete per mio mezzo continuata alcuna attinenza con quel mondo esteriore a cui rinunciaste, e che pure vi è necessità di seguitare nel suo svolgimento civile e morale; e nell'espansione del vostro cuore in un cuore che vi giuro profondamente devoto ed amico, oltre che un sollievo, otterrete il giovamento di me, a cui le vostre parole saranno ammaestramento e guida e conforto.”

Ambrogio scosse il capo.

“No, no,” disse. “Partito di qui, voi mi oblierete, io vi devo obliare. Ve l'ho già ripetuto più volte: io al mondo sono morto.... In un paese colaggiù, della mia regione nativa, giace un corpo entro una fossa del cimitero, e sopravi un'umile pietra con inciso il mio nome, il nome che portai fra i viventi. Io sono uno spettro, a cui non è concesso rientrar nella vita.... e che non lo vuole. Nella vostra esistenza — poichè il caso, non la nostra volontà, ha fatto che io una qualche orma v'imprimessi — debbo passare non altrimenti che come un'ombra fugace. Sarò la memoria d'un estinto. Ora gli estinti non tornano, come il passato non si muta, come il destino non si rinnovella.... e se tornassero, quei poveri estinti, sarebbero i mal capitati.... Lasciatemi nella mia ombra di morte.”

Io volli ribattere; ma egli non mi ascoltava, assorto, come gli avveniva di frequente, nelle sue meditazioni. A un tratto si alzò, e passeggiando con agitazione per la stanza, così prese a dire:

“Credetemi, credetemi... Che la felicità sulla terra è un motto vano, l'hanno detto centinaia di Filosofi.... e hanno avuto torto. La felicità per l'uomo è la pace dell'anima, la quiete dello spirito, la tranquillità della coscienza e della vita. E tutto questo non lo trova se non chi vive ignorato. Il detto del Vangelo va umanamente corretto in questa guisa: «Beati i poveri di spirito, perchè essi vivono ignorati!» Descartes lo disse prima di me. Essere oscuri, non contare per nulla nel mondo, e saperlo, e contentarsene, e fare modestamente un po' di bene intorno a sè, fuori d'ogni preoccupazione di lode e d'applauso, ecco la vera virtù, ecco la sola possibile felicità dei mortali.... Ed è quello che ho trovato qui, in quest'angolo rimoto del mondo, e che non voglio perder più.... No, no, no, in fè di Dio!”

Si piantò dritto innanzi a me, e ponendomi sopra una spalla la sua destra, riprese con accento tra di melanconia, tra d'ironica beffa:

“Sapete voi che cosa sono gli applausi del mondo? Vi hanno essi allappato la bocca col loro acre sapore gli encomii volgari della gente? Vi ha fatto girare la testa quel «fiato di vento che or vien quinci ed or vien quindi» e che è il mondano rumore? Vi è salita al cervello l'orgogliosa ebbrezza d'una rinomanza che fa ripetere ai polluti echi della pubblicità il vostro nome?.... Io, io l'ho provata la miseria di quell'acuto diletto; e sciolto, qual ora mi sono, da ogni laccio di vanagloria, posso pur dire che mi sono arrampicato sino sul piedistallo della celebrità, e, come nell'anima gli spasimi dei grandi, come nella mente le torture del genio, ebbi nella vita le immani superbie dei veri trionfi.”

Si cacciò nelle arruffate chiome ambe le mani e se ne serrò la testa con moto quasi convulso.

“E il mondo mi conosceva egli? M'apprezzava egli a dovere?.... No, lasciate ch'io lo dica. Nella corona di spine che impose alla mia fronte, era troppo poca la sacra fronda d'alloro... Il mondo!... Perchè vi affannate a meditare, lottare nella battaglia de' pensieri, travagliarsi a scrivere per esso? Malaccorto! Non lo sapete? Su cento lettori, novanta sono mediocrità e peggio, svogliati, inintelligenti e superbi che non vi capiscono e v'insultano nei loro giudizi, non meno colle loro lodi che colle loro censure: sui dieci che rimangono, nove sono invidiosi, i quali, quanto maggiore il vostro merito, tanto più vi odiano: uno forse, — uno solo! — per gran ventura, vi comprenderà, forse, e porrà in voi stima ed affetto.... Uno!.... felice ancora chi lo trovi!”

Fece una pausa, e tornò a passeggiare per la stanza. Io sentiva che il suo cuore era presso a traboccare in confidenze, mi guardai bene dal dir parola, per timore che una voce imprudente potesse richiamarlo al suo solito scetticismo diffidente.

Si fermò di nuovo innanzi a me e mi disse commosso e quasi stentatamente:

“E io, quest'uno, non l'ho trovato.... non l'ho trovato mai! Nessuno mi amò.... Da ultimo, quando fattomi umile ed oscuro, si ebbe compassione del povero maniaco; il poeta fu spregiato o temuto, odiato quasi sempre. Io non sono di quest'epoca. Appartengo o ad un passato che non so nemmanco quale, o ad un avvenire che per ora non accenna neppure di effettuarsi. Ho amato la verità, e gli uomini mi disamarono.... Voi, voi medesimo avete alcuna curiosità per l'incognita che io rappresento e che vorreste spiegare; ma alcuna affezione l'avete voi per me?”

Vedendo che mi accingevo a rispondere, s'affrettò ad impedirmelo bruscamente.

“Oh non parlate!.... Crederei io alle vostre parole?.... E non vorrei che mentiste!.... E se mai aveste il coraggio di gettarmi in faccia una verità dolorosa, ne soffrirei tuttavia, tanto ancora in me rimane del vecchio uomo!... E poi, me... veramente me, qual fui.... conoscete voi bene?”

Mi prese una mano; le sue erano fredde come ghiaccio.

“Le anime nostre simpatizzarono: la vostra intelligenza comprese la mia. Lasciatemi questa illusione. Avete scorta la superiorità della mia mente e non ve ne adontaste meco, nè mi metteste odio: per ciò.... Vi stimo.... Oltre questo basso mondo, ci troveremo un dì, — ho questa credenza — là dove brillano di tutta la loro luce, puri d'ogni opaca volgarità, gli spiriti nostri. Vedrete allora che non avete avuto torto. Vedrete come all'interiore abbia infelicemente corrisposto il mio fisico inviluppo. Non vi pentirete d'avermi creduto da più.”

Si pose sulla fronte la mia mano che teneva ancora fra le sue. Quella fronte ardeva, come se travagliata dalla febbre.

“Qui dentro si è combattuta a lungo e si combatte ancora talvolta una tremenda battaglia: quella cui legò Adamo all'umanità; quando al dilemma postogli dal Creatore, rispose: ch'io pur muoia, ma ch'io pensi! la battaglia dell'intelligenza finita coll'infinito; una battaglia che non si vince mai!....

“Credete voi che un uomo possa, o sull'ali dell'ispirazione, o cogli sforzi faticosi della scienza, elevarsi tanto alto da abbracciare tutto il corso dell'umanità e farne risaltare il perchè della esistenza, quel perchè ond'è costituita la finalità dei nostri destini?

“Qui è tutto il segreto della creazione; questi sono i misteri eleusini, a cui forse è iniziazione la morte.... Io mi ruppi la mente contro quelle tremende porte di ferro.... Che cosa parlano questi immensi geroglifici scritti a sistemi di pianeti nell'infinito spazio? Che cosa sussurra questo vermiciattolo che pensa, un puntino nel gran volume, quest'atomo che è l'uomo? Tutto si viene ad infrangere innanzi alle tenebre di questo perchè.... E senza un sentore almeno di esso, credete voi possa esistere teologia, filosofia, scienza, poesia umana? Bene avvisati quelli che inventarono la rivelazione, e felici coloro che vi poterono credere! Senza questo punto d'appoggio, tutto oscilla nel vago e si perde nel nulla.”

S'interruppe ad un tratto, lasciò andare la mia mano, e le braccia gli caddero lungo la persona; la faccia gli si fece pallida, pallida.

“Ah! io vaneggio:” esclamò. “Voi mi direte pazzo.... e forse lo sono!.... Ma gli è che la parola è pure un'inetta traduzione del pensiero.... Compatitemi!”

XIII.

Pensai di agevolare colle mie parole quell'effusione che mi pareva prossima a prorompere dalle labbra di lui:

“Nessuno vi amò, voi dite; ma questa ventura non si ottiene che ad un prezzo: quello di amare a nostra vòlta; e voi, avete voi amato, realmente amato qualcheduno nel mondo?”

“Se ho amato!” esclamò con impeto, “Dio buono! Era tutto amore la mia intelligenza; su tutto il creato si versava potente, desioso di sacrificarsi, il mio affetto. Cominciò la mia famiglia medesima a respingermi. Mia madre, — mia madre stessa, capite? — si vergognò d'avere a figliuolo un mostro qual ero io!...”

Feci un atto di stupore, quasi d'incredulità.

“Ah! ciò non vi par possibile. È una disgrazia sì grande che pare Dio non la dovrebbe mandare a nessuno, che raramente o non mai si vede intravvenire pure fra le tante tristizie del mondo, avere una madre e non conoscerne i baci e le carezze!.... Ebbene, tale sventura toccò a me.... Mia madre mi disamò per riportare tutto il suo affetto sui miei fratelli; e quando la morte glie li tolse, tutti! per lasciarle soltanto il negletto, quasi rendendo in colpa me della crudeltà della sorte, il suo disamore divenne odio....

“Finchè erano vissuti, i miei fratelli mi avevano disprezzato e maltrattato. Mi disprezzarono e maltrattarono i compagni nel collegio, dove mia madre mi aveva relegato lontano dalla casa paterna per non aver turbati i suoi occhi dalla mia presenza. Fui fatto lo zimbello di tutti, e siccome ero il più debole, tutti ne abusarono per amareggiarmi con ogni sorta di oltraggi. Chi può dire quanto dolore s'ammassi di questa guisa nel cuore d'una creatura che sente! Ah! se io non divenni un tristo, convien pur dire che ero stato creato buonissimo. Io piansi meco stesso da solo, e perdonai sempre. Finalmente un giorno trovai fra quelle persecuzioni un difensore e me ne feci un amico.... Gran Dio! lo feci padrone dell'anima mia, il mio esemplare, il mio idolo!.. Quanto io lo abbia amato nessuno lo seppe, nè anch'egli..... Eppure io stesso doveva.... io stesso!....”

Si coprì colle mani la faccia e stette lì muto alcuni minuti, ma singhiozzava penosamente. Poscia si lasciò cadere abbandonatamente sur una seggiola a me dappresso, e, mostrandomi il volto sconvolto da una profonda e viva angoscia, riprese con voce debole e sommessa:

“Egli era bello, robusto, ardito ad ogni esercizio di corpo, ad ogni audacia atto e valente. Pietà lo prese di questo scimmiotto che era la vittima di tutti. Sotto la protezione della sua forza io conobbi un po' di pace. Lo ricompensavo, facendo tutti i suoi compiti ed amandolo come si amerebbe l'incarnazione del buono e del bello sulla terra. Ero suo schiavo. M'avesse detto: «gettati da questa finestra,» vi giuro che l'avrei fatto.

“Fuor del collegio i medesimi scherni e le medesime vergogne, meglio coperte dalla vernice della cortesia ma non meno maligne e spietate; e da queste non poteva più, come prima, difendermi quel tale che io amava sempre con tutta la potenza dell'anima mia.... Non poteva, e più ancora non voleva più.... Esso non mi aveva amato mai: era stata una sprezzante compassione la sua. Quando nella debole creatura, ch'egli aveva difeso, avvertì un'intelligenza superiore alla sua, mi odiò.

“Col giungere dell'adolescenza anche in me erano nate nuove e indefinite aspirazioni: quelle tormentose e gradite aspirazioni che inconsciamente spingono l'anima verso l'ideale e sollecitano e addestrano alla grandezza l'ingegno predestinato. Ero stupito e confuso di me medesimo, non mi riconoscevo più. Stimatomi io stesso fino allora l'ultima fra le creature viventi, mi sentivo delle vampe superbissime d'una eccelsa ambizione. Me ne vergognavo, nascondevo accuratamente nel mio timido silenzio tali accessi di pazzia; avrei voluto dissimularli anche a me stesso. Ma nei miei sogni pertinacemente tormentosi, mi appariva la felicità seducente del sorriso, non solo della bellezza, ma della gloria. Un giorno scoppiò in me l'ispirazione come un fulmine; quasi per un lampo, mi vidi a un tratto illuminato l'esser mio e il mio destino, e scoperto il segreto delle mie angosce mentali. Ero poeta!

“Poeta! Re della terra, re del pensiero! Favorito da Dio d'una favilla uguale alla sua luce divina; sentendo nel proprio essere più vasta l'orma del suo spirito creatore; capace di padroneggiare il mondo dell'ideale, di apprendere il sovraintelligibile, di accostarsi al miracolo della creazione! Essere infimo, debole, il più dispregiato degli uomini e conoscersi degno della più splendida corona! Comprendete voi quali intime esaltazioni e quali segreti affanni, quali inquiete lusinghe e quali terribili accasciamenti mi si avvicendassero e turbassero l'anima nella mia oscura giovinezza?...

“Oh i miei primi versi!... Erano l'esplosione d'un delirio d'amore, erano il poema della gioia amorosa della vita, erano il misterioso canto della natura tradotto in armonia di parole, in palpiti di cuore umano. Che cosa non avrei dato per potere ad un tratto farli suonare potenti all'orecchio del mondo, e comparire innanzi ai miei concittadini cinto di quella splendida luce di poesia che mi sentivo nell'intelletto e nel cuore? Eppure avevo vergogna di me e dell'opera mia; e la nascondevo agli sguardi di tutti colla cura con cui si nascondono le traccie d'un delitto. Se il mondo avesse mai risposto colla beffa a quel vero sangue mio sgorgatomi dall'anima? Guai! Li amavo tanto quei poveri versi!...

“Amavo!... Oh non amavo soltanto lo sfogo del mio cuore, non amavo soltanto l'amico mio... Amavo una fanciulla fieramente leggiadra come un superbo fiore di stufa signorile. Aveva ella tutto in suo favore: potenza conquistatrice di bellezza, nobiltà di natali, ricchezza di fortune, felicità d'ingegno. Era una seduzione il vederla, una malìa, un incanto, un'ebbrezza l'avvicinarla, l'udirla, il riceverne la fiamma dello sguardo. E l'amavo... io povero, io meschino, io di sì brutte forme!

“Era per lei che godevo d'esser poeta; era innanzi a lei che volevo presentarmi cinto dei raggi della gloria; era ai suoi piedi che ambivo deporre la mia corona d'alloro non ancor conquistata.

“Avevo letto di quella tale principessa che baciò sulla bocca il gobbo poeta addormentato, per le dolci cose che uscivano da quelle labbra; sognavo che di me pure la sublime armonia del canto facesse obliare la meschinità della persona.

“Così non poteva durare. Deliberai aprire il mio animo a quell'unico amico che avessi.

“Alfredo mi sfuggiva, pareva quasi vergognarsi di me; sempre più avvenente, audace, temuto da ogni competitore pel valor suo, desiderato in tutti i salotti per la sua piacevolezza, primo in tutto ciò che imprendesse e in ogni dove comparisse, cavalcatore esperto come nessun altro meglio; Alfredo godeva nel mondo i più invidiabili successi.

“Suonava con arte e sentimento, componeva romanze, ballabili e melodie che le signore eseguivano con diletto nelle serate invernali; scriveva gaie leggerezze su pei giornali e molli versettini negli Album delle dame, che gli valevano una certa gloriola di letterato e il titolo d'uomo di spirito, cui egli si confermava mercè una cara franchezza e subitaneità di motti e di rimbeccate. Era uno di quegli ingegni che riescono in ogni cosa a cui s'accingano, ma ai quali la deplorabile facilità impedisce di nulla mai approfondire.

“Io gli svelai in una i miei due eccelsi amori: quello alla Musa e quello alla mia donna. Gli dissi vivere oramai per quelli soltanto; esser quelli la mia ultima ragione, la luce che m'illuminava il pensiero, lo scopo di tutto.

“Sorrise, scherzò dapprima, di poi il mio ardore parve colpirlo, il mio entusiasmo apprendersi anche a lui; tacque per un poco, divenne serio, anche i suoi occhi lampeggiarono; sollevò la fronte e la scosse superbo come per dire: «ancor io, e forse più, sono degno di tanto.» Mi recitò, declamando alcune delle sue ballate; trovò freddi gli elogi ch'io glie ne faceva. Tentò cambiar discorso; pareva inquieto e malvoglioso; ad un tratto chiese di poter leggere i miei versi: tremando glie li affidai, e se ne partì con essi.

“Stette più giorni senza farsi vedere. Avrei voluto andare in casa di lui, e non osavo. Venne finalmente una sera da me. Dalla finestra, che guardava verso l'occaso, appariva in fondo all'orizzonte una striscia di nubi color sangue, stesa là dove il sole era da poco tramontato. La luce crepuscolare da quelle nubi diffusa illuminava soltanto con tinta giallastra la mia cameretta e la fronte di noi due che ci eravamo appressati alla finestra. All'entrare d'Alfredo io aveva impallidito come uomo che aspetta la sentenza del suo avvenire; e il cuore mi palpitava forte forte nel petto. Ci tenevamo stretti per le mani; le mie ardevano, le sue erano fredde come ghiaccio. Anch'egli mi parve un po' commosso; esitava a parlare, di certo era alquanto turbato.”

XIV.

“Parlò poscia, ma non colla solita sua scioltezza. Aveva letto i miei componimenti, ed aveva visto l'oggetto dell'amor mio. Di questo discorse con entusiasmo; la giudicava la più bella figura di donna, le cui sembianze rivelassero una natura eletta; abilmente, in mezzo a un diluvio di parole, mi fece comprendere essere una follia in me l'amarla, un'imperdonabile follia poi se con qualche speranza. Compresi come, secondo lui, io fossi condannato all'infelicità, e sarei stato ingiusto a pur lamentarmi del mio destino.

“Sentivo una gravezza, come cappa di piombo, scendermi e pesarmi sull'anima. Imbiancavo a volta a volta ed arrossivo nel viso; mi veniva difficile il respiro.

“Finalmente entrò a discorrere de' miei versi.

— «Me ne rallegro teco. Non c'è male. Alcune stranezze di un gusto non perfetto; ma con qualche ritocco qua e là, con qualche correzione, cambiando qualche verso, davvero che mi pare si possano ridurre una cosa più che mediocre.»

“Io aveva chinato il capo e tacevo.

— «Anzi ho pensato ad una cosa:» soggiunse. «Mio caro, le nostre produzioni letterarie, per giudicarle a dovere noi stessi, bisogna vederle stampate. La stampa è come alle sceniche composizioni la luce della ribalta; se tu acconsenti, voglio fare stampare i tuoi scritti.»

“Tacevo sempre.

“Alfredo riprese a dire, che aveva giusto sotto i torchi un volume di sue poesie, che avrebbe a quelle aggiunte le mie, e così introdottele nel mondo letterario sotto il patrocinio del suo nome, già conosciuto e circondato di qualche riguardo.

“Tacevo, ma la mia mente lavorava in modo febbrile. I miei versi, stampati in nitide pagine, con nuova ed efficace leggiadria, mi turbinavano innanzi, atteggiandosi, per così dire, a mirabili forme, esplicando una segreta armonia di dolcissimi suoni.

“Li vedevo apparire come luminosi agli occhi della gente, li udivo cantare nell'orecchio ammirato degli uomini, sentivo ripetuto dagli echi della terra con plauso, il mio povero nome.

“Alfredo aveva voluto persuadermi della mia indegnità per la donna che amavo. Una mai provata superbia gonfiava invece l'anima mia. Oh no, non ero indegno di lei. Il genio che mi possedeva, era capace d'innalzare il mio essere sino all'altezza di quell'angelo umanato. Le mie opere l'avrebbero dimostrato; lo dimostreranno in fè di Dio, giuravo in segreto a me stesso.

“L'amico mi chiese, non senza qualche inquietudine, se acconsentivo alla sua proposta.

— «Sì,» risposi debolmente con una simulata indifferenza, abbandonando nelle sue la mia mano diventata fredda ed inerte.

“Ma dentro me quale tumulto!

“Le mie prime poesie si stamparono poco dopo nel volume pubblicato da Alfredo, e comparvero sotto il suo nome; erano pubblicate quali io glie le aveva date, senza la correzione d'una virgola. Provai nel vederle un misto di sentimenti contrari, indicibili. Mi parvero sublimi, mi parvero ridicole; ne sentii ora orgoglio, ora vergogna; provai una rabbia dolorosa nel vederle andare sotto nome d'un altro, una specie d'acuta gelosia, e poi dissi a me stesso che così era anche meglio: ritirato nella mia cameretta, pensai con satanica superbia che la mia opera aveva gran pregio, ma che io era capace tuttavia d'assai più.

“Alfredo ebbe da quella pubblicazione molta rinomanza. Gli si disse che aveva trovate vie nuove, che aveva rivelato un nuovo lato del suo genio, manifestata una nuova potenza della sua poesia. Mi venne intorno più amorevole che mai. Io non metteva insieme due parole, senza tosto comunicarle a lui. Talvolta mi suggeriva alcune idee, mi abbozzava qualche argomento; poi ammorzava alcun colore troppo acceso, temperava taluna immagine troppo ardita della mia poesia; e quando poi le composizioni erano al termine, le chiamava con tutta franchezza, fra noi due, nostre, in pubblico sue, senza uno scrupolo.

“Mi adattavo a codesto suo modo ma, come potete pensare, non soddisfatto.

“Un giorno, finalmente, la mia tolleranza mi parve una debolezza e una viltà; il procedere d'Alfredo una pirateria a mio danno.

“Non vi ho ancor detto come praticassi nella casa della fanciulla amata. Il padre di lei, pietoso alla mia povertà, avevami dato un umile ufficio nella ragioneria dei suoi grandi capitali e delle sue vaste tenute; ero poco più d'un servo in quello sfarzoso palazzo, ma vi ero accolto con una specie di domestica fiducia.

“Un giorno, entrando nel salotto, trovai Albina intentissima alla lettura con una profonda emozione da questa prodottale, le guancie affocate, gli occhi per lagrime lucenti, il seno agitato. Dio del cielo! Ella stava leggendo i miei versi.

“Albina fuggì, come per nascondermi la sua emozione. Io rimasi là, piantato, invaso il cuore da un'improvvisa, ineffabile dolcezza. I miei versi avevano parlato all'anima di lei!

“Ma ad un tratto una terribile idea mi ferì come la punta di uno stile, il cervello e il cuore. I miei versi, per lei come per tutti al mondo, non erano miei; ad altri ella attribuiva que' sentimenti, que' pensieri, quella passione; ad altri ella attribuiva il merito di quel suo commuoversi e del suo palpitare. E s'io le avessi detto ch'era mia quell'ispirazione, mi avrebbe ella creduto?

“Una specie di furore subitamente m'invase. Volli che Alfredo mi restituisse la rinomanza che a me aveva derubato; mi restituisse soprattutto la simpatica commozione e forse l'ammirazione d'Albina. Sentii a quel momento il primo impulso di odio che avessi ancora provato mai, io che il mondo e la sorte avevano sì crudelmente bistrattato sempre; e quest'odio lo sentivo per colui che primo aveva mostrato aver di me alcun pietoso riguardo!

“Corsi da Alfredo, e tutto ancor concitato lo minacciai di svelare il segreto della paternità dei suoi libri. Egli si fece bianco in volto, e i suoi sguardi dapprima lampeggiarono di sdegno e di minaccia; poi tosto si raumiliò, come non avevo mai visto alcuno umiliarsi, come non lo credevo capace di fare, egli, con la sua fierezza.

“Mi disse che avrei distrutto ogni sua felicità, che avrei cagionata la sua morte, perchè di certo egli si sarebbe ucciso a tanta vergogna; mi pregò colle lagrime agli occhi: giurò che, io tacendo, avrebbe egli fatto per me qualunque cosa che gli avessi chiesto, datomi anche la vita.

“Quell'affetto, che da tanto tempo avevo in lui, risorse tutto in un attimo e maggiore di prima. Mi gettai nelle sue braccia, piangendo ancor io.

— «Amami soltanto, Alfredo,» gli dissi: «e di tutto mi avrai compensato.»

“Giurai di tacere per sempre.”

XV.

“Era mio proposito accingermi con nuova lena al lavoro, e riguadagnare in breve il tempo per la mia fama perduto: ma luttuosi avvenimenti me ne impedirono.

“Il padre d'Albina ebbe subiti e irreparabili rovesci di fortuna. Come sempre accade nel mondo, tutti coloro che a lui avventurato erano amici compiacenti e cortigiani, lo abbandonarono. Io gli venni innanzi umilmente, quasi tremando, e dissi:

— «Sono povero, e buono a poco o nulla; ma tutto quello che ho e quello che valgo, pongo in poter vostro. Disponete di me.»

“Quell'uomo, superbissimo fino allora dei suoi natali e delle sue ricchezze, che altro non aveva avuto mai per me che una compassione altezzosa, parve stupito ed ammirato del mio tratto. Aveva coraggio e volontà tenace; era di quelli che, prima di abbandonarsi in balía della corrente che li travolge, s'attaccano a qualunque ramo, per debole ch'esso sia, fosse pur anche spinoso da insanguinarvisi le mani. Accettò la mia offerta, le pochissime mie sostanze sparvero in un attimo in quel baratro che la sventura aveva scavato sotto i piedi a quella famiglia; e lavoravo tutte le ore del giorno per essa! Il padrone, diventato burbero, atrabiliare, mi comandava in modo aspro come si fa ad un servitore negligente; Albina mi ringraziò una volta con sublime semplicità, stringendomi la mano, gli occhi gonfi di lagrime. Che avrei io potuto desiderare di più?

“Bene o male, di questa guisa ero diventato quasi uno della famiglia e n'andavo superbo. Vedevo Albina tutti i giorni, stavo delle ore a guardarla, pallida e severa nella sua mestizia; m'inebbriavo spesso della ineffabile gioia d'udire la sua voce. N'ero quasi felice. Dear, il cagnolino di lei, mi faceva le feste più amorevoli del mondo.

“Ma il padre d'Albina non potè vincere in niun modo la troppo avversa fortuna. A un punto, perduta ogni speranza, egli perdette ogni coraggio, ogni forza di spirito e di corpo. Morì di lì a quattro mesi. Io mi diedi tutto e sempre più all'arido lavoro degli affari, per sopperire ai bisogni di quella disgraziata famiglia.

“Addio poesia, addio lettere, addio arte, addio sogni di gloria! M'imbestialivo nelle cifre da mane a sera, nè mi lamentavo, nè desideravo di meglio. Albina era tanto bella, anche nel suo dolore!...

“Passò circa un anno. L'amavo sempre più. Ad un punto m'accorsi che un cambiamento non lieve erasi fatto in Albina. Le guancie eranle divenute più rosee, più brillanti ed espressivi gli occhi, più dal sorriso animate le labbra. Una certa misteriosa fiamma appariva di quando in quando sul suo volto; aveva subite contrarietà e improvvise tristezze avvicendate a giocondità, di cui non sapevo rendermi ragione. Pareva avere alcuna cosa da dissimulare. Si piaceva molto a restar sola; sovente la coglievo immersa in profondi pensieri; molte volte era d'un'amabilità maggiore ancora del solito. Attribuivo codesta mutabilità allo svolgersi della sua fiorente giovinezza soltanto.

“Ma l'amor mio oramai era tale, che non potevo più rimaner in silenzio. Il mio cervello era in un esaltamento che non lasciava più luogo alla ragione. Un giorno ella fu meco più amorevole dell'usato; il sangue mi s'infiammò nelle vene mandandomi vampe di calore alla testa. Pareva ella volesse aprirmi il cuor suo, e la piena del mio traboccava verso di lei. Incoraggiato da' suoi modi, dalle sue parole, mi rivelai....

“Me disgraziato! Come potei avere tanto temerario ardimento?

“Ella impallidì; si trasse vivamente in là, mutò subito maniere ed aspetto; si premè con una mano il cuore, e quando io a quella vista mi tacqui sovraccolto da un tremito improvviso, ella gettò un grido e fuggì.

“La mia sentenza era pronunciata. Caddi in ginocchio in quel punto dove ella era poc'anzi, e sentii il cuore rompermisi dall'affanno. Avevo di me stesso vergogna. Poter credere di essere amato! Io? Oh ella doveva ridere di me. Non avevo ottenuto che di sciogliere quel poco legame che mi avvinceva a lei, e che era pure il mio solo bene. Come avrei potuto ancora venirle per casa? come rivederla?

Notes in this chapter

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