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Tre racconti

GALATEA RACCONTO. (continued 2)

Reading edition

“Sì, ebbene?”

“È il signor X....; ed è venuto a domandarmi per suo figlio, un unico figliuolo, la mano di Maria.”

“Ah!”

Guido si appoggiò sul marmo del caminetto, e per caso alzò gli occhi allo specchio ond'era sormontato; egli si vide così pallido che non osò più voltarsi, per timore che la madre s'accorgesse del suo turbamento.

Dopo un poco, chiese con voce che si sforzò a tutto suo potere di render ferma:

“E tu, che cosa gli hai risposto?”

“Che avrei consultato Maria, e che noi non avremmo fatto che quanto ella volesse.”

“Hai risposto eccellentemente:” sussurrò Guido, a cui pareva mancare la voce; e poi, sedendo presso il camino, si curvò sopra i tizzoni ardenti che si mise a tormentare con le molle.

Anna continuava:

“A dir vero, le convenienze ci sono tutte. Lo sposo è ricco, giovine, amatissimo da suo padre, e questi me lo affermò innamorato alla follia della nostra Maria....”

Le molle caddero dalle mani di Guido.

“Innamorato! Innamorato!” diss'egli con voce stizzita, smozzicando le parole fra i denti. “Bel merito! bel merito!... E chi sa che razza d'amore!... Una fiammata che la possessione estingue, non una di quelle passioni....”

S'accorse che s'avviava per una strada inopportuna e s'interruppe. Riprese le molle e ricominciò a battere con rabbia sopra i tizzoni.

“Ricco!” soggiunse. “La gente quando ha detta questa parola, crede aver detto tutto. Eh!... in un matrimonio, c'è ben altro eziandio a cui badare.”

“Hai ragione,” disse Anna, “ma nel nostro caso la famiglia è affatto onorevole, e sul conto del giovane credo che non si possa dire che bene.”

“Uhm!”

“Come! Avresti udito qualche cosa non buona di lui?”

“No, no,” s'affrettò a risponder Guido, che sentì subito una gran vergogna de' fatti suoi.

Anna ripigliava:

“Del resto ne possiamo discorrere a bell'agio tutti insieme. Se tu credi, sveleremo subito la cosa a Maria.”

“Sì, sì, come vuoi:” disse Guido con una nascosta agitazione. “Anzi tu dici bene, è meglio parlargliene al più presto.”

Fu mandata a chiamare la ragazza.

Ella venne tosto col suo passo leggero e l'andatura graziosamente spigliata in una noncuranza piena di garbo.

Anna sedeva sopra una poltrona in faccia alla finestra; Guido su una seggiola bassa, accosto accosto al camino. Guardò egli di sottecchi la fanciulla che s'avanzava, e poi curvandosi, sul focolare si rimise a percuotere con più violenza i tizzoni.

“Maria,” disse la madre di Guido, facendole cenno che sedesse, “abbiamo da parlarti di cose importanti che ti riguardano.”

“Me?” interrogò la ragazza stupita; e poi tosto, vedendo il mal governo che Guido stava facendo del fuoco, si rivolse a lui con piglio graziosamente autorevole: “Guarda se questo è modo di assettare il fuoco!... Hai mandato la cenere fin qui sul tappeto!”

Guido gettò via le molle e appoggiate le gomita sulle ginocchia, con le mani si reggeva la faccia; Maria prese la spazzola del cammino e levò via con tutta cura la cenere sparsa; poi andò a sedersi sopra uno sgabello ai piedi di Anna, pigliò fra le sue e ritenne la mano che questa le tendeva, e guardandola con que' suoi occhi limpidi e sgranati, le disse:

“Parlate pure; vi ascolto.”

“Si tratta della cosa più importante per una ragazza:” cominciò Anna sorridendo: “d'un matrimonio per te; e noi dobbiamo chiederti la tua volontà a tale riguardo.”

Maria non manifestò la menoma commozione; dopo il suo solito glaciale sorriso, metà superbo, metà incredulo disse pacata:

“Un matrimonio per me? È un'idea che mi riesce affatto nuova, a cui non ho vòlto mai la mente.... Perchè un matrimonio?... Uscire da questa casa io, per entrare in un'altra del tutto estranea, in mezzo ad estranei?... Voi mi domandate intorno a ciò la mia volontà quale sia? Che cosa posso io volere, io che non conosco nulla della vita e non so nulla del mondo?”

Anna le spiegò in breve come realmente fosse nel destino della donna il farsi sposa e madre; le rivelò qual fosse il partito proposto, quali vantaggi avesse, quali fossero le buone qualità del giovane e le felici condizioni del casato, e concluse con le seguenti parole:

“Io t'ho posto innanzi tutta la verità delle cose perchè tu ti potessi decidere con piena conoscenza di causa. Certo a noi dorrà grandemente il perderti, mentre, tu lo vedi, t'amiamo come figlia e sorella e sei tanta parte della nostra famigliuola; ma tu non hai da consultare che il tuo interesse e il tuo bene, e quando noi ti vedremo felice saremo lieti, per quanto ci abbia a costare il separarci da te.”

Maria aveva ascoltato il discorso della cugina, immobile e indifferente, come se le si parlasse di cose risguardanti tutt'altri che lei. Quando Anna ebbe finito, ella chinò il capo, quasi per raccogliersi in sè, e lasciò andare la mano della cugina che teneva ancora fra le sue.

Guido, che fino allora era stato colla faccia chiusa fra le palme, sollevò la testa e volse uno sguardo ansioso verso la ragazza, di cui attendeva la risposta.

“E così,” cominciò poi Maria a dire lentamente, “voi mi consigliate ad acconsentire?”

Guido diè un balzo e parve voler prorompere con vivaci parole, ma si contenne.

“Noi non vogliamo influire sulla tua decisione, nè in un verso, nè nell'altro,” disse Anna, “ma è nostro obbligo il metterti sott'occhio le cose come stanno.”

“Bene,” disse Maria; e stata ancora un poco sopra sè, soggiunse poscia con accento d'espansione più che non avesse avuto ancora mai:

“Non voglio dividermi da voi, Anna. Io non ho bisogno affatto di nuove affezioni; anzi ne sono schiva.... Quando morì la mia povera nonna.... (vi dirò con tutta schiettezza cosa che non vi ho mai detta, solo perchè non me ne venne l'occasione) quando morì quella santa donna, io non era che una bambina; eppure v'era già qualche cosa in me che, non dirò ragionasse, ma sentiva in un modo tutto suo particolare; ebbene, allora, io mi dissi che non avrei amato più, che non avrei potuto amar più nessuno al mondo come quella povera morta.”

Fece pausa un istante. Ella non aveva ancora parlato mai sì a lungo di cosa che la riguardasse; e forse per la prima volta, dacchè Guido la udiva, la voce metallica di lei aveva una vibrazione d'affetto.

Maria ripigliava:

“Perchè, vedete, io bisogna che ami a tutto mio modo, e sia amata secondo un mio modo.... Quella povera vecchia nonna come sapeva amarmi! Come mi pareva che sapessero amarmi le gole e il vento, i castagni e gli abeti, i fiori selvaggi e i freddi ruscelli delle mie montagne! Come le mie capre vagolanti sui ciglioni dei dirupi ed accorrenti alla mia voce!”

Negli occhi suoi s'era acceso uno di quei lampi di sensitiva intelligenza che accennai darle talvolta, quand'essa era bambina, un'espressione ammirabile, lampi che s'erano fatti sempre più radi; le ciglia le tremolavano, come sotto la pressione di lagrime ch'ella si sforzasse di ricacciare indietro.

Quanto era bella in quel momento! Guido fu a un punto di gettarsele in ginocchio dinanzi ed esclamare:

«Maria, t'amo a mille doppi, io; e saprò amarti più di tutto e di tutti, e per tutta la vita!»

Fu la madre di lui che disse con accento di tenera rampogna e di amoroso rimpianto:

“Oh che dunque noi non abbiamo saputo amarti, Maria?”

La fanciulla aveva già vinto quel po' d'emozione per tornare alla sua calma abituale.

“Ah! non dico questo” esclamò, “anzi!... Statemi a sentir con pazienza, e vedrete.”

Prese la mano di Anna, la baciò, e poi seguitò tranquillamente il suo discorso.

“Dunque alla morte della nonna, io non credeva di poter rivoler bene a qualcuno, e venni a star con voi (come forse ve ne sarete accorti) con la malavoglia di chi soggiace ad una necessità. Non ci voleva che la vostra bontà infinita, Anna, per vincere quella mia permalosa rustichezza. Voi avete addomesticata questa creatura selvaggia, a forza di benevolenza e di generosi riguardi. A mano a mano io mi sono assuefatta a voi; senza volerlo, sorse in me per voi una parte di quell'affetto che nutrivo per quella mia buona vecchierella che dorme laggiù nel cimitero del nostro villaggio: e ora, Anna, vi voglio bene.”

Non aveva mai detto cotanto. Benchè la sua voce non fosse punto commossa, pure c'era un non so che, leggiero, leggiero, ma apprensibile, un'aura direi, un profumo di sentimento che Anna ne fu tocca. Prese la testa della ragazza, che le sedeva sempre ai piedi, la strinse a sè, e chinatasele sopra, la baciò, come avrebbe potuto fare una madre. Maria si prestò a quelle carezze con passivo abbandono, senza restituirle, sorridendo a suo modo, e lasciò il suo capo con muta compiacenza riposare in grembo della cugina.

Di Guido ella non aveva parlato, nè pur fatto cenno, nè voltogli uno sguardo, nè mostrato pure di ricordarsi che esistesse: eppure l'innamorato artista, a due passi da lei, contemplandola rapito, le mani giunte, sentivasi per quelle parole scorrere un fluido di soave voluttà per tutte le vene.

Stata così un poco, Maria raddrizzava compostamente la persona, e continuava:

“Ora abbandonarvi e vivere in nuovo ambiente, in nuove condizioni, sarebbe per me una sventura. Ora sono certa che non amerò più altri che voi, mia buona madre e amica e sorella e tutto.... Non mi scacciate dal vostro fianco, e lasciatemi viver qui.”

Anna era per rispondere; ma Guido non glie ne lasciò il tempo.

“Sì, sì,” proruppe, “tu hai ragione. Non viviamo noi affatto bene insieme? Perchè separarci?... Scacciarti, noi!... Ma tu ci sei necessaria come l'anima della casa!... Ma se tu mancassi di qui, queste pareti diverrebbero tetre, e queste stanze parrebbero un sepolcro....”

Si accorse che nelle sue parole v'era troppo calore e nel suo accento troppo impeto. Maria lo guardava con occhio fisso e freddo. Egli tentò correggersi.

“Mia madre ha bisogno di te:” soggiunse. “Chi ti togliesse a lei, la priverebbe del suo braccio destro. Resta con noi. Ti si offre la ricchezza! che ne faresti tu così semplice e modesta? Credi a me, che conosco il mondo. È ben altra cosa che i denari quella da cui si può avere la felicità sulla terra. Noi ti ameremo come ti amava la nonna.... di più ancora!... Che tu sii benedetta. Maria, per le parole che hai pronunziate! A te devo in parte la guarigione di mia madre, a te dovrò la contentezza della sua tarda età.... Oh te ne sarò tanto riconoscente, Maria!...”

In queste parole, l'amore non osava levarsi la maschera, ma tutto pure si faceva sentire nell'ardenza degli sguardi, nel suono della voce. Anna ebbe per la prima volta sospetto del vero; Maria seguitava a guardar Guido colla sua placida indifferenza.

“Or dunque è deciso;” ripigliava lo scultore, “questo matrimonio tu lo rifiuti. Bisogna farglielo saper subito a quel tale.”

“Il signor X...,” disse Anna, “ripasserà domani.”

“E perchè obbligarlo a venire egli medesimo, quando la risposta ha da essere sfavorevole?... Da' retta, mamma: il meglio è che tu subito, con tutti i possibili riguardi, glie ne scriva.”

Anna avvolse il figliuolo, se così posso dire, con uno sguardo scrutatore ed amorevolmente compassionevole insieme, poi disse a Maria:

“Ci hai tu pensato abbastanza? È questa una risoluzione definitivamente presa, di cui tu non abbia a ricrederti, a pentirti?”

Maria scosse tranquillamente il capo.

“No cugina, non me ne pentirò mai.”

“Vuoi pensarci ancora?”

“È inutile. Dirò domani e doman l'altro e tutti i giorni di seguito quello che ho detto oggi.”

“E sia! Quanto io desideri conservarti presso di me, non ho parole per esprimertelo. La tua determinazione, io ne ho ferma fiducia, sarà per il meglio di tutti.”

E mandò un'occhiata piena d'espressione verso Guido, il quale nella sua contentezza, s'aggirava pel salotto, canterellando e fregandosi le mani.

“Ora vanne un momento nella tua stanza. Maria,” soggiunse Anna, “ho qualche cosa da dire a Guido.”

Questi, all'udire tali parole, si fermò su due piedi, come stupito, e guardò con occhio di desiderio e di rincrescimento Maria, la quale si alzava tranquilla tranquilla a suo modo e se ne partiva senza aggiungere una parola.

“Guido!” esclamò la madre, quando Maria ebbe richiuso dietro sè il battente dell'uscio: e la voce, con cui questa sola parola fu pronunziata, era impressa d'immenso affetto.

L'artista che teneva ancora gli occhi fissi sulla porta per cui la ragazza era uscita, si volse e vide la madre, tutta benevolenza e pietà nel volto, tendergli ambedue le mani, sorridendogli, come solo sa sorridere al figlio una madre.

“Mamma!” esclamò egli precipitandosi su quelle mani e coprendole di baci. “Mamma mia!”

Anna levò via di sotto alle labbra del figlio la sua destra e passandogliela carezzevolmente sulle chiome, gli disse con voce commossa:

“Tu ami Maria!”

Guido le cadde in ginocchio dinanzi, e abbandonando il capo nel grembo materno, rispose con tutta l'effusione dell'anima sua:

“Sì, l'amo!”

“Povero Guido!” disse Anna baciandolo in fronte. “Or qual proposito è il tuo?”

“Che so io? Non ne ho nessuno. Quest'amore mi ha preso, senza ch'io volessi, senza che me ne accorgessi. In esso sta ora la felicità della mia vita. Se Maria non avesse da esser mia, non ti dirò che morrei (sono uomo abbastanza per non dir più di queste esagerazioni) ma sarebbe per me un insopportabile dolore.”

“Vuoi tu ch'io glie ne parli a Maria?”

“No:” esclamò vivacemente Guido, quasi tremando.

“Che cerchi almeno di scrutarne il cuore?”

“No, no: ho paura. Forse è meglio lasciarla ancora in quell'intorpidimento dell'anima che ignora. Un giorno o l'altro il cuore si desterà pure in lei. Il mio sogno è trovarmi in quel dì al suo fianco e potere colla fiamma dell'amor mio comunicare a lei la scintilla divina.”

X.

Anna scrisse al signor X... essere determinazione di Maria di rimaner per allora ragazza.

A questa risposta fu tanta l'afflizione del giovane innamorato che il padre volle tentare ancora di smuovere la giovinetta dalla presa risoluzione; e il giorno dopo si presentò alla casa di Anna, supplicando lo si lasciasse parlare colla fanciulla. La madre di Guido ben rispose che questo era affatto inutile, nè le pareva di tutta convenienza; ma l'altro insistendo caldamente, perchè non si sospettasse della sincerità della data risposta, Anna finì per acconsentire al domandato colloquio.

Quando furono in presenza e soli il signor X... e Maria, il primo cominciò a domandare alla ragazza se proprio secondo il volere di lei era la fattagli risposta, ed essa ciò affermando con fredda dignità.

“Ma perchè?” interrogò il signor X... con calore. “Quale ragione può ella avere.... Oh mi dica liberamente tutto! E se io potrò mai far cosa che la possa far cambiare di risoluzione, qualunque ella sia, si accerti che la farò ad ogni costo.”

“La ragione,” rispose tranquillamente la fanciulla, “è questa sola: che io sto bene così come mi trovo e non amo cambiare di condizione e di stato.”

Questa ragione non era tale da appagare il padre del giovane innamorato, epperò insistette con più forza, soggiungendo che si trattava della vita d'un uomo, che suo figlio era a tale che, privo di lei, non voleva viver più; conservasse per carità, per amor di Dio, l'unico figliuolo ad un padre oramai vecchio; non avrebbe dovuto pentirsene a nissun modo, avrebbe avuto dall'amore del giovane, dalla riconoscenza di lui che la supplicava il più ampio compenso.

Il povero padre s'era commosso sino alle lagrime, e ad aggiunger forza alle sue preghiere accennava volersi mettere in ginocchio innanzi alla ragazza; essa ne lo trattenne.

“Io sento per suo figlio la maggior compassione; ma non devo tuttavia ingannarlo.... Suo figlio, non l'amo; e non mi pare nè prudente nè onesto dare a chi non s'ama la nostra vita e prendere la sua.”

“Lo amerà dipoi....”

“E se no? Non conviene giuocare l'esistenza di due individui sull'incerta posta d'un avvenire poco probabile. Pare a lei che suo figlio medesimo avrebbe ad esser felice quando non si sentisse amato come certo desidera, com'è suo diritto, come n'è ben degno?”

“Ciò vuol dire ch'ella ama qualchedun altro!”

Maria volse al suo interlocutore la fronte sicura e lo sguardo limpidissimo, senza traccia del menomo turbamento.

“No,” diss'ella, “nè so pure se amerò mai uomo al mondo. Ma questo è certo che non darò la mia mano se non a chi abbia già saputo acquistarsi tutto il mio cuore.”

Fece un inchino per significare che il colloquio aveva da esser finito e nulla più era da dirsi fra loro due. Il signor X... se ne partì disperato: e mentre usciva per una porta, si precipitava da un'altra nel salotto Guido, il quale, colla febbre addosso, aveva udito, origliando, i tenuti discorsi.

“Maria!” esclamò egli correndo presso la fanciulla e pigliandole una mano che baciò con passione. “Maria, tu sei un angelo.”

Essa tolse via lentamente la mano da quella di Guido, guardando con istupore lo acceso volto di lui.

“Perchè mi dici tu codesto?” domandò con accento di gelato riserbo.

Guido rimase impacciato, non sapendo più nè che rispondere, nè che si fare. Maria tenne alquanto fissi su di lui gli occhi suoi con una certa curiosità scrutatrice senza aggiunger altro; poi s'avviò lentamente: ma quando fu all'uscio, e già aveva la mano sulla gruccia della serratura, si volse indietro e disse:

“Tu hai ascoltato il mio colloquio con quel signore?”

“Sì,” rispose Guido, abbassando il capo vergognoso.

“Hai fatto molto male:” pronunziò Maria col tono d'un precettore che rampogna un allievo, e sparì, tra i battenti dell'uscio; ma se Guido avesse levato gli occhi a quel punto, avrebbe visto sulle labbra di lei un certo sorrisetto, che non indicava disdegno e che era forse meno indifferente del solito.

Pochi giorni dopo, il signor X... partiva con suo figlio per un lungo viaggio, nell'intento di svagare l'addolorato giovane.

Guido lo annunziò a Maria, la quale, come al solito, lavorava alla finestra del salotto.

“Ah!” fece la fanciulla con tutta tranquillità: “poveretto!”

“Tu lo compatisci?” esclamò con gelosia l'artista che teneva fisso lo sguardo sui lineamenti della fanciulla.

“Sì; lo vedevo tutti i giorni là davanti con una faccia così sofferente e così mesta che, davvero, a non averne compassione, bisognerebbe esser peggio che insensibili.”

“Hai ragione. Anch'io lo compatisco e dimolto. Ma ne sai tu il perchè?”

“Perchè?” domandò Maria alzando gli occhi dal lavoro e fissandoli in volto a Guido.

Questi aveva il cuore che gli palpitava forte forte, e le labbra che gli tremavano nel rispondere.

“Perchè t'ama non riamato....”

Si tacque di subito, come se a proseguire gli mancassero la voce e la forza.

Maria non disse nulla; riabbassò il suo sguardo, e la mano corse spedita come prima sul suo lavoro.

XI.

A un tratto Guido fu colto da un nuovo ardore pel lavoro, e per l'arte sua, cui da tempo veniva trascurando. Tutto il giorno oramai se ne stava chiuso nello studio; compariva appena alle ore del desinare; non usciva di casa, non riceveva più nemmeno i suoi amici, di nulla piacendosi che d'esser solo all'opera colla sua ispirazione, innanzi alla massa di creta che veniva plasmando. Colà si provava ad eseguire quella creazione che da un pezzo tentava la sua fantasia; imperocchè essa ora imperiosamente domandava di venire effettuata, ed egli obbediva modellandola in una statua di donna. Come avete indovinato di certo, in quella statua, alla bellezza corporea d'una Venere, l'artista aveva congiunto la leggiadria di volto e l'espressione di superba nobiltà che erano in Maria.

A costei Guido non aveva pur fatto cenno di ciò. I lineamenti di lei aveva egli sì bene stampati nella mente, che non gli occorreva vederseli innanzi per ritrarli. Al corpo medesimo aveva dato l'atteggiamento e la mossa dell'adorata fanciulla; nè aveva voluto per esso avere alcun modello, parendogli questa una profanazione; ma tutto veniva facendo col riprodurre nella creta quell'immagine splendida di fisiche perfezioni che stava incessante innanzi alla sua fantasia d'artista.

Quando la statua era oramai presso al termine, avvenne che un giorno la serva di casa, avendo da recarsi nello studio di Guido, ci entrasse mentre lo scultore stava lavorando, ed essendo egli in uno de' suoi momenti di più fervore nell'opera, non pensasse a smettere ed a coprire, come di solito, il lavoro col panno.

La serva, finito il suo compito, era per ripartirne, quando, per caso, alzò gli occhi sopra la statua, e mandò un'esclamazione di meraviglia.

“Madonna santa! Ma quella è la signorina.”

Guido si riscosse, saltò giù con impeto dallo sgabello su cui era salito, e si precipitò sulla serva, a cui tappò colla mano la bocca.

“Taci!” gridò egli. “Tu non l'hai a dire. Tu non hai visto nulla. Hai capito?”

E la meschinella, tutta spaventata:

“No, no, stia tranquillo; non parlo.”

Ma Guido, calmatosi, guardava con amore l'opera sua.

“Ti par'egli adunque che questa statua le rassomigli?”

“Eccome! Se la fosse di color carnicino e coi capelli d'oro come la signorina, si direbbe che la è essa medesima, e che vive.”

A Guido parve in quel momento che quella femminuccia parlasse meglio d'ogni persona al mondo; volle ringraziarla, pensò darle una mancia, e recò la mano al taschino; ma non ne fece nulla, trattenne anche la parola, e lasciatala partire, tornò con nuova alacrità al lavoro.

È facile indovinare come fosse troppo difficil cosa per quella donna il tacere; onde non erano trascorse ventiquattr'ore che, dopo mille preghiere di non tradirla, mille proteste di non voler dire, essa aveva contato a Maria ciò che aveva visto, e ciò che erale intravvenuto nello studio di Guido.

La fanciulla, incredula del fatto per un poco, aveva cominciato per sorriderne come d'una piacevolezza qualunque.

“Eh via! Davvero?” aveva domandato con meraviglia. “Oh che idea gli è mai venuta? È una strana bizzarria.”

Quindi una specie di preoccupazione l'aveva fatta diventar seria; e sul suo volto, allo stupore e all'ilarità era succeduta l'espressione d'una scontentezza, quasi di suscettività offesa.

Senza voler più dire una parola alla serva, ella s'era ritirata nella sua camera, e là le si aggiravano per la mente poco men che molesti questi pensieri:

“Perchè ha egli voluto riprodurre le mie sembianze?... Ne aveva egli diritto?... E non dirmene nulla!... E ora, ogni momento, egli ha colà sotto gli occhi la mia immagine.... Oh me ne spiace.... E perchè me ne spiace? Che cosa me ne deve importare? A me, alla mia persona, che cosa fa codesto? Ebbene sì, mi fa.... Gli è come se avesse una parte di me....”

Un nuovo pensiero sopraggiuntole la fece arrossire.

“Conviene adunque ch'egli mi abbia ben bene esaminata, bene studiata per poter così ottimamente ritrarre le mie sembianze a memoria!”

Si sentì prendere da una confusione che non aveva mai provata.

“Ciò non va bene.... Glielo dirò.... Mentre si sta lì, senza un sospetto al mondo, esserci uno sguardo che vi scruta, vi divisa uno per uno ogni tratto, ogni mossa.... No, no, non mi piace.... E mi piace tanto meno ch'egli si tenga quella statua. Che cosa sono io per lui da voler egli possedere la mia immagine? che glie ne importa?”

Ma qui la sua mente fu certo invasa da altre idee, poichè ella chinò il capo, stette riflessiva, e una leggiera fiamma di rossore le salì alle guancie.

Rimasta un poco di questa guisa, meditando, levò quindi la testa con risoluzione e disse:

“Voglio vederla codesta meraviglia.”

Chiamò la serva.

“Quando Guido sia uscito,” le disse “venite tosto ad avvisarmene.”

Lo studio dello scultore era a pian terreno nel cortile, e dal quartiere dei mezzanini, abitato dalla famiglia, scendevasi in esso per una scala interna a chiocciola. Maria non era entrata in quel vasto stanzone che pochissime volte, e perchè raramente le accadeva di doverci andare, e perchè provava una tal qual ripugnanza a metter piede là dentro.

Ora, quando la serva venne a dirle esser Guido partito, la fanciulla si diresse risolutamente verso la scaletta a chiocciola, col suo passo franco e leggiero. La donna accennò di seguirla.

“No;” le comandò Maria con accento che non ammetteva replica: “tu sta' qui.”

Scese la scala, sollevò la tenda di grosso pannolano che pendeva innanzi all'uscio ed entrò.

Cosa strana, e che non capiva ella medesima, e che non le era capitata da un pezzo, il suo cuore palpitava per un'inesplicabile emozione.

Nello studio entravano da due alte e larghe finestre splendide cascate di raggi di sole. Alle pareti dipinte di color grigio, si vedevano appese tutto all'intorno braccia, gambe, mani, piedi, torsi, capi modellati in gesso sui capolavori dell'antichità. Una copia, grande come l'originale, del famoso Fauno della villa Albani si contorceva in un angolo; un Mercurio di Gian Bologna si slanciava verso il cielo da un'altra parte; una Venere dei Medici pareva volere scaldar la sua nudità a quel sole, il quale tracciava traverso la stanza due ampie striscie luminose tutte piene di atomi brillanti; mentre un Apollo del Belvedere sorgeva in tutta la sua maestosa bellezza di dio che s'è vendicato.

Maria stette là in mezzo, press'a poco come un timido che entri in un'adunanza dove persone ed usi sieno a lui affatto sconosciuti. Le parve una voce intima le dicesse, quello non esser luogo da lei; la sua curiosità essere poco meno che una sconvenienza; dover ella tosto di là allontanarsi.

Nel mezzo dello stanzone, là dove meglio batteva la luce, sorgeva una mole sopra uno di quei piedistalli di legno che girano su d'un pernio, dei quali si servono gli scultori per modellare la creta; e codesta mole era accuratamente tutta coperta da una gran tela inumidita.

Maria pensò tosto che quella esser doveva la statua colle sembianze di lei, per veder la quale soltanto era essa colà venuta; ma ebbe una certa peritanza, non che a scoprirla, pure ad accostarsele. La guardò un poco, così come ella appariva, sotto quel mistero di pieghe cui le faceva intorno il panno gittatovi su; e poscia ne sviò lentamente gli occhi a mirare, un dopo l'altro, i vari pezzi di scoltura che ornavano lo studio. Ella non aveva ancora mai sentito nè cercato quel diletto che provasi dalle persone di gusto artistico nella contemplazione delle bellezze dell'arte. Ora in presenza della pura leggiadria dell'Apollo antico, dell'eleganza di quel Mercurio che vola, della grazia della Psiche del Canova, del sentimento della Preghiera di Pampaloni, provò ella come una rivelazione, come un subito ammaestramento a un linguaggio sublime, sino allora ignorato.

Prima di tutto una specie di turbamento s'impadronì di lei; quella tal voce segreta le sussurrava ancora che di là si partisse, non mirassero gli occhi suoi quegli oggetti; ma la casta bellezza di quelle forme aveva pure un fàscino a cui la non poteva resistere.... Quali pensieri le passassero per la mente, chi li può dire? Non seppe esprimerli mai neppure ella medesima. Certo è che sulle sue sembianze passavano avvicendandosi, e come rincorrendosi, le tracce di mille sentimenti, di mille affetti i quali parevano agitarsi e combatter tra loro nel contendersi l'animo di lei, e poi, cessando tutti a un tratto, lasciarla ripiombare nell'assopimento della sua primiera apatia.

Se non che la vista d'un altro oggetto venne a suscitarle nuove sensazioni e nuovi pensieri.

In un angolo dello stanzone presso ad una stufa di ghisa che alzava il suo tubo contro la parete, stava spiegato, come per formare un ripostiglio, un paravento, e sopra questo, un abito e uno scialle di donna buttati là a casaccio.

Perchè quella vista riscosse la indifferente Maria? Essa tenea su que' panni gli occhi fissi, conturbati, come all'aspetto d'una subita minaccia. A chi apparteneva quella roba? C'era forse una donna nascosta là dietro, la quale l'avesse sino allora osservata, mentre Maria si credeva sola? Quest'idea la fece arrossire. Si alzò con coraggio e camminò risoluta verso quel paravento. Dietro non c'era nessuno; ma palesi e numerose ci si vedevano le traccie di passaggio e dimora di donne. Uno specchio alla parete, con un tavolino dinanzi, pettini, forcine da capelli, spille e spilloni da appuntare i panni, qualche nastrino, un guanto femminile, vasettini di pomata. Era difatti colà dove si ritiravano a spogliarsi e rivestirsi le modelle.

Che cosa mai passò per la testa alla fanciulla? Il suo volto prese un'espressione di mal talento, di dispetto insieme e d'ironia. I suoi occhi caddero per caso sullo specchio, e vedendovisi colle sopracciglia corrugate e una specie di corruccio in tutta la fisonomia, ebbe sdegno di sè medesima, arrossì, poi sorrise lievemente, come si fa dei capricci d'un bambino, e venne fuori di là.

Si trovò dinanzi nuovamente la tela che ricopriva il lavoro di Guido. Sentì più di prima dispiacere che là fossero ritratte le sue sembianze. Andò presso la statua, salì sopra lo sgabello di cui si serviva lo scultore medesimo per lavorarci, e si diede a levar via il panno che ricopriva la creta. Quando la testa le apparve, Maria gettò un grido di meraviglia e di ammirazione. Questa testa era davvero la sua, quei tratti erano i suoi, ma animati dalla dolcezza amorevole d'un sorriso quale Maria non s'era mai visto nell'immagine che glie ne rifletteva lo specchio, quale non si credeva nemmen capace di poter abbozzare colle sue labbra.

Lasciando ancora velato il resto del corpo, ella stette lì a contemplare quella testa con tanta grazia modellata, piena di tanta vita, meravigliosa di tanta bellezza. Le pareva che a lei si rivelasse come una sorella, la quale col suo sorriso le manifestasse un intenso amore e le penetrasse nell'anima.

Giunse le mani ed esclamò con tutta ingenuità:

“Oh cara!... E sono io?”

Tacque vergognosa e si guardò intorno, quasi temendo che alcuno l'avesse potuta udire; poi un dubbio gliene venne.

“No, no, è impossibile ch'io sia tanto bella!”

Saltò giù lesta e corse dietro il paravento a mirarsi nello specchio. Il rossore ne animava le guancie; non era mai sembrata così leggiadra a sè medesima. Si provò a far quel sorriso amoroso che aggiungeva tanta malía al volto del suo ritratto; e dopo due o tre tentativi le parve non se ne discostasse di troppo. Tornò alla contemplazione della statua.

“Ma questo è uno stupendo lavoro” diceva a sè medesima. “Io non avrei mai creduto che mano d'uomo fosse capace di tanto.... Ed è Guido?... Egli è dunque un genio?... Ed è a me che s'è rivolto il suo pensiero?... Oh come doveva avermi presente ai suoi occhi!... Ma per ricordare così particolarmente i tratti di qualcheduno, bisogna proprio averli ben impressi nella mente.... e forse anco nel cuore.... vediamo un po'.... se io avessi da ricordarmi i suoi.... di Guido?”

Si concentrò un momento.

“Eh via! Appena è se mi sono presenti i tratti principali della sua fisonomia.... È una bella figura, franca, aperta, intelligente, con qualche cosa di dolce insieme, lo so; ma poi?... Ah rassomiglia molto a sua madre; e le care sembianze d'Anna le ho sì contemplate frequenti volte con tanta soavità d'emozione!... Come le trovavo leggiadre!... E davvero le son tali!... Eppure se le avessi da riprodurre, da descriver soltanto, io nol saprei.... Bene avrei saputo ciò fare di quelle della povera nonna: sì che le avevo presenti al mio pensiero sempre quelle là!... Ma ancor esse ora si sono un po' sbiadite nella mia memoria; e l'amavo pur tanto la mia nonna; e l'amo!...”

Questa parola che cadde quasi inavvertita dalle sue labbra fece su Maria un indicibile effetto quando se la udì suonare all'orecchio. Si riscosse: fu per lei come un lampo che illumini a un tratto l'oscurità in cui alcuno sia avvolto, e gli faccia scorgere dove si trova; fu come una voce estranea, la quale, a chi cerchi la soluzione d'un enigma, ne dica ad un punto il motto. Chinò la testa e stette un poco meditando.

Poscia la curiosità la punse di vedere intiera l'opera di Guido. Risalendo sullo sgabello, tolse via del tutto i panni che la coprivano. La figura di donna era rappresentata senza alcun velo.... Maria se ne adontò ed arrossì, come se offeso sentisse il suo pudore. Le tornò subitamente il pensiero di quelle donne che venivano e che forse avevano visto quella statua, e sentì un'ira, un corruccio contro Guido quasi gliene avesse fatto un oltraggio da non perdonarsi.

Però la bellezza dell'opera chiamò quasi a forza la sua ammirazione. In quelle linee c'era una purezza, in quella leggiadria c'era per così dire un'onestà, in quella verità c'era un sentimento che io chiamerei di rispetto, che faceva casta quella nudità ideale della forma.

················

Mentr'essa era più assorta nella contemplazione di quel capo d'arte, agghiacciò tutta, la curiosa fanciulla, nel sentir ad un punto aprire in fretta l'uscio dello studio che dava nel cortile. Di certo era Guido che rientrava. Dalla scala a chiocciola che conduceva al quartiere, Maria era troppo lontana per potervi correre senza essere veduta....

L'uscio era lì lì per girare sui cardini e dar passo a chi veniva. Piuttosto che essere colta in quel luogo, ella avrebbe dato non so che. Non sapeva cosa fare. Corse al paravento ed ebbe appunto tempo di mettervisi dietro, palpitante, che Guido entrava accompagnato da un suo collega.

XII.

Mentre Guido richiudeva l'uscio d'ingresso, il compagno s'inoltrava nello studio e i suoi occhi cadevano di subito sulla creta in cui era modellata l'immagine di Maria.

“Ah!” esclamò, “finalmente ho la ventura di contemplare il tuo misterioso lavoro.”

Ma non aveva ancora finito, che Guido, volgendosi e vedendo scoperta la statua, aveva mandato un'esclamazione di stupore e di dispetto, s'era slanciato sul panno che era in terra, poi salito di balzo sullo sgabello, in meno che non si dice, aveva ricoperta così bene l'opera sua che non si poteva più scorger nulla.

“Per Dio! Vorrei un po' sapere chi è stato qui mentr'ero fuori ed ha avuto l'audacia di levar via questo panno.”

E l'amico un poco punto da questo procedere di Guido:

“Sai che ti si può chiamare un originale senza farti torto:” diceva. “Tu tieni nascosto quel tuo lavoro più che non farebbe un Turco geloso della donna dell'amor suo.”

“Il paragone è più giusto di quel che credi:” si lasciò scappar detto Guido.

“Buono!” soggiunse ridendo quell'altro. “È dunque la statua della tua bella? Ora capisco!... Si dice che non hai voluto nemmeno una modella perchè occhio profano non la mirasse.”

“È vero.”

“Cospetto! c'è qualche cosa dei tempi antichi in codesto: un profumo di medio evo. Tu mi sembri un artista del quattrocento degno di figurare in un romanzo.”

“Io faccio quel che mi piace:” disse Guido seccamente, come chi desidera che il discorso si tronchi.

“Fa' un'eccezione per me; lasciami vedere questa che a me parve una bellissima cosa, e ti giuro che non ne fiaterò con anima viva.”

E fece un passo verso la statua, come per volerne alzare la tela.

Guido se gli pose risoluto dinanzi.

“No,” disse. “Per nessuna cosa al mondo consentirò che altr'occhio veda i tratti di questa mia opera prediletta. Guarda! Piuttosto, se non potessi altrimenti difenderla, la infrangerei, te lo giuro!”

“Come Rolla nel dramma Un capolavoro sconosciuto;” disse l'amico ridendo.

Ma Guido lo guardò in un certo modo da non incoraggiare la sua ilarità.

“Senti!” disse in tono burbero e secco, “tu sei venuto per prenderti que' certi disegni.”

Aprì una larga cartella e li trasse fuori.

“Eccoli qui; pigliali e Dio t'accompagni.”

“Diavolo! Tu mi metti alla porta in un modo punto gentile.”

E Guido, con voce e tono più miti e benevoli:

“Lasciami, te ne prego: ho bisogno di lavorare, e più d'esser solo.... Compatiscimi. Io, vedi, sono in una strana fase della mia vita. Non mi riconosco più io stesso. Ah! tu non sai che cosa sia un vero amore alla nostra età, per un'anima d'artista!”

E come vide che quell'altro voleva parlare, soggiunse vivacemente:

“Ah! non domandarmi nulla, non dir nulla. Soffro, e m'arrabbio;... e m'è caro soffrire. Giudicami pure un pazzo: lo sono; ma abbi tu buon senno e la generosità di non darmi nè consigli, nè conforti, nè di farmi interrogazioni a cui non risponderò.... Addio.”

Quell'altro uscì stringendosi nelle spalle, dopo avere stretta la mano all'amico con pietosa sollecitudine.

Quando Guido si credette solo, serrò a chiave l'uscio dietro l'amico partitosi, andò lentamente alla statua, e la scoprì con un certo rispetto. Poi le si pose dinanzi e stette a contemplarla, rapito, con tanta passione nello sguardo che era una tenerezza il vederlo.

Durante il colloquio dei due artisti, il cuore di Maria aveva con profonda emozione palpitato. Diverse e le più nuove sensazioni si contendevano il suo animo. Temeva d'essere scoperta colà ad ogni momento. Che avrebbe detto, che avrebbe fatto, se mai la trovassero lì appiattata? Dio che vergogna! Quale confusione!

Frattanto le parole di Guido, che rivelavano tanto amore, la conturbavano tutta e con una soddisfazione, di cui non avrebbe immaginata l'uguale mai. Trovò lento a partirsi quell'importuno che era venuto con Guido; e poi, quando colui fu uscito, ed ella si seppe sola con lo scultore, una specie di paura, un malessere la invase, che le fece desiderare qualcheduno sopraggiungesse. A questa inquietudine, della quale non sapeva, nè cercava pure di darsi una ragione, ella attribuì il rapido battito del suo cuore, fattosi così forte che fu costretta a porvi su una mano, come per frenarlo. Mai non aveva provate così acute emozioni; se ne stupiva, e un intimo senso, di cui non era padrona, glie le faceva trovare, nella loro violenza, dolcissime.

“Ah! ancor io ho un cuore!” si disse ad un punto premendosi più forte il petto con ambe le mani.

A traverso una commettitura del paravento, ella poteva scorgere per intiero quello che succedesse nello studio, e l'occhio suo, più vivido e animato dell'ordinario, vi lanciava uno sguardo di cupida curiosità.

Guido, le mani giunte, stava in muta adorazione innanzi al simulacro di lei. Le chiome scure, gettate all'indietro, lasciavano scorgere in tutta la sua bellezza, la vasta e intelligente di lui fronte. Gli sguardi lampeggiavano; le labbra semichiuse in una specie di sorriso, che avreste detto estatico, lasciavano passare grave quasi affannoso il respiro. Nella sua figura, nel suo aspetto, nel suo contegno, egli aveva forza insieme e grazia, l'imponenza della virilità congiunta a tutta la tenerezza della passione.

Maria lo mirava con involontario, inavvertito commovimento. Il Guido di quell'istante, essa non lo aveva visto mai. Le pareva una rivelazione.

Lo scultore sollevò le mani ancora serrate verso la statua, come si fa da un devoto, pregando, e parlò con voce sì dolce, che la fanciulla nascosta se la sentì penetrare nel cuore.

“Che occhio umano t'abbia da vedere fuori che il mio, o diletta, no, no, non lo voglio. Tu sei mia — e solamente mia, tu creta da me plasmata sull'immagine di quell'angelo adorato, — tu mi appartieni, e ti possiedo senza contrasto, ignoratamente, e tutta!... Neppur essa mi ti può togliere; neppure la sua ostile freddezza può contenderti a me. Io t'ho formata, più che colle mani, coll'anima mia; tu sei la visione della mia fantasia fatta realtà; tu sei la parte migliore del mio cuore estrinsecata.... T'amo sai, t'amo; e a te lo posso dire, e in te non vi ha come in lei cipiglio severo che mi gela sul labbro le parole, e innanzi a te ho coraggio di tutta effondere la passione che m'arde.”

Salì sullo sgabello e vi si acconciò mezzo inginocchiato, mezzo seduto innanzi alla statua.

“Oh sorridimi, diletta mia!... Oh guardami Maria!... Abbi tu almeno pietà di me.... Non sai? Ella è più insensibile del marmo in cui vo' tradurre le tue sembianze, ella ha sotto le sue carni meno cuore di quello che abbia tu nel tuo corpo di creta; ella che nulla vide mai del mio turbamento al suo cospetto, che nulla sentì mai di questa febbre d'amore che m'arde per lei!... Sorridimi, sorridimi.... Ah no! non è questo ancora il sorriso che ti vidi ne' miei sogni.”

Si drizzò di scatto e fu per portar la mano sul volto della statua; ma si trattenne.

“No, no.... ch'io più non ti tocchi.... Non può più oltre l'arte mia.... e desiderio d'uomo, per quanto intenso, non può compire miracoli.”

Scese dallo sgabello e si pose a passeggiare per la stanza, la fronte china. A Maria s'accrebbe l'ansia. Dopo un istante, Guido tornò a fermarsi innanzi alla statua.

“E dire che a lei non oserò mai parlare come parlo a te! ch'ella ignorerà forse per sempre ciò che accade in quest'anima!... Se lo sapesse, s'io le svelassi la mia fiamma, chi sa ch'ella non avesse da esserne commossa! Se le dicessi come tutto l'esser mio anela verso di lei; come e dì e notte, e veglie e sonno, e cuore e cervello, e pensiero e sensi, tutto in me è pieno di lei, della sua immagine, d'uno spasimante desiderio, d'un incessante delirio per essa! Come ogni suo atto è per me una seduzione, come il vederla è una necessità della mia vita, come degl'impeti di passione m'assalgono nel contemplarne la bellezza da gettarmi in terra a baciar l'orma dei piedi suoi!...

“Oh destare quell'anima assopita in tanta avvenenza di forme, suscitarne la potenza d'amore, farla palpitare sotto il mio amplesso e fruirne i primi, i celesti, i casti trasporti, e fare sbocciare dalla fanciulla la donna, fare scoppiare dalla superba indifferenza il palpito espansivo, il voluttuoso abbandono dell'amore! Sarebbe il paradiso sulla terra. Darei per possederlo il mio sangue, tutta la vita che mi rimane....

“Tu non sospetti nemmeno, o Maria, che cuor d'uomo possa accogliere e sopportare tali tremendi spasimi, che sono inesplicabili e potenti come la morte, che sono un nulla e che contengono l'universo. T'amo con tutta la potenza dell'anima. T'amo, come non ho amato mai, neppure il tanto seducente fantasma della gloria. Per me, e gloria e felicità e amore e tutto si comprende in un tuo sorriso.... T'amo, e tu sei più insensibile che questa fredda creta, e tu frapponi fra il mio cuore e il tuo una barriera di ghiaccio.... Oh quanto mi fai soffrire, tu non lo sai!”

Cadde in ginocchio innanzi all'opera sua, e un singhiozzo gli ruppe dal petto.

“E non ho speranza! Quella tua indifferente venustà mi sembra sì alta, sì olimpica, che mai, mai non potrò giungere sino ad essa.... Questo sorriso ch'io t'ho dato e che qui, solitario, vagheggio è una menzogna con cui m'illudo, lo so bene: tu, Maria, mai non mi amerai, come mai non potrà intendere le mie parole e sentire la mia passione questa grossolana materia in cui ho informato la tua immagine.... Ah! s'io fossi Prometeo e potessi rapire al fuoco del cielo una scintilla, onde animare, non fosse che per un istante, quest'opera mia! Potess'io coll'intensità del mio desiderio compire il miracolo di Pigmalione e dar vita un'ora soltanto alla mia Galatea.... un'ora d'amore, di delirio, e poi morire!”

Si strinse con ambe le mani la testa, come chi sente la ragione sfuggirgli, e chinò il volto a terra tutto disfatto, e piangendo inconsciamente silenziose lagrime.

A un tratto udì vicino a sè un fruscio di vesti, un passo leggero, un lieve respiro affannoso. Il sangue gli si rimescolò, e in sussulto egli levò il capo e drizzò la persona. Il suo desiderio si era effettuato; il miracolo agognato si era compiuto. In Galatea era entrata l'anima: innanzi a lui stava Maria, la sua statua in carne viva, arrossita, sorridente, le labbra tremanti, una divina fiamma d'amore negli occhi.

XIII.

Guido mandò un'esclamazione dal profondo dell'anima in un commovimento che non si può spiegare a parole; e senza aver forza di far pure un atto, rimase lì, tremando, a contemplare con occhi innamorati quell'apparizione, come si contemplano da un ascetico le celesti visioni che abbellano i suoi mistici delirii.

Maria, animata da una nuova vita che splendeva ne' suoi sguardi, nel suo sorriso, nel rossore delle sue guance, come fiamma accesa entro purissimo alabastro, scossa pur finalmente dal tocco di quella scintilla che lo scultore aveva con tanta intensità di desiderio invocata dal cielo, mossa da una nuova, incognita forza che le padroneggiava e spirito e volontà e cuore; Maria s'accostò all'amante tutto rapito, e con carissimo abbandono curvatasi su di lui, inginocchiato come stava tuttavia, depose un lieve bacio sull'ampia fronte che ardeva.

Per lui fu come se a quel punto gli si spalancassero le porte del paradiso. Sentì una dolcezza ineffabile scorrergli per tutte le vene e far capo con acuto diletto al cuore, una nebbia gli passò innanzi agli occhi; gli parve che sotto quella suprema delizia il suo essere avesse a disfarsi ed egli fosse per dolcissimamente morire.

“Maria! Maria!” balbettò con voce soffocata, senza poter aggiunger altro.

E la fanciulla che in quel nuovissimo tumulto dell'anima non riconosceva più sè stessa e quasi era inconscia de' fatti suoi e parlava ed agiva come sotto un influsso superiore a cui non potesse resistere; la fanciulla, ripetendo quel bacio soave, pronunziava con voce sommessa, che carezzava le orecchie di Guido come una dolce melodia portata sull'ali d'una tepente aura d'aprile:

“T'amo, Guido, sì t'amo, ancor io!”

Per un istante l'artista non credette a sè stesso; dal suo petto ansante, dalle sue labbra tremule non potè uscire che un grido, ma un supremo grido di gioia; poscia, inginocchiato com'era, afferrò le mani della fanciulla e con un fremito d'emozione ineffabile, disse:

“Tu mi ami! Oh ripetimi questa magica parola che mi cambia in un paradiso la miseria della vita! Io ti amo, Maria, sconfinatamente, santamente, eternamente! come non ho amato mai, come non ho creduto mai neppure che uomo potesse amare sulla terra....

“Quante volte ho desiderato gettarmi così, come ora sono, ai piedi tuoi, a quei leggiadri tuoi piedi che sì lievemente ti fanno sorvolar sulla terra, e dirti che t'amo e morire! Quante volte ho sospirato su queste tue esili bianche manine appoggiare un istante il mio volto, premere le mie labbra e lasciar sovr'esse l'ultimo soffio coll'ultimo bacio!... Amami, o Maria. La felicità è un corrisposto amore. Oh dimmelo ancora che tu mi ami! Questa tua parola ha traversato la mia esistenza come un lampo illuminandomi un Eden vagheggiato: deh! non fare che come un baleno pure passi e si dilegui! Ho bisogno di sentirla ancora.... e sempre!... Non si può credere così facilmente a tanta ventura. O cielo! Ma è ella probabile! Ed è per me, proprio per me? Per questo cuore che qui palpita? Dimmelo, dimmelo ancora.... Io l'ho meritata questa gioia dopo tutto quel che ho sofferto; io ben lo merito per l'immenso amore che ti porto.”

“Guido!” mormorò dolcemente Maria, ma con infinita tenerezza nell'accento.

Ed egli viepiù accalorato da quella voce:

“Nessuno t'amerà mai, nessuno ti può amare come io ti amo. Senti questo palpito irrefrenabile che mi rompe il petto; lì c'è la passione di tutta la vita d'un uomo.”

E drizzatosi della persona, si levava verso di lei, spasimando, anelando, spirando voluttà ed amore dagli occhi. La fanciulla affascinata, commossa a quell'ardenza che tutta la investiva, a quel palpito di cuore che sentiva corrispondere al suo, a quel suo palpito che mai non aveva ancora provato prima; la fanciulla si chinava da parte sua verso quel capo di sì potente bellezza, raggiante essa pure nel volto di desiderio e di passione.

Ma ad un tratto ella si riscosse, mandò un grido, respinse l'amante, si sciolse dalle braccia di lui che l'avevano avvinta. Egli vide a due passi da sè, quale aveva tentato riprodurla coll'opera della sua mano, la vergine leggiadra, la luce dell'intelligenza e dell'affetto nello sguardo, dritta in nobil mossa, cinta di virtuosa dignità, pallida pallida e colle labbra scolorite che le tremavano.

Le si rivolse colle mani giunte:

“Maria!...”

“Non più!” diss'ella con voce tutta ancora commossa. “Non più una parola, ti prego.”

Egli sorse e volle avvicinarsele.

“Lasciami,” gridò ella vivamente, “lasciami, ho bisogno d'esser sola.”

E ratta sparì dietro la tenda che pendeva dall'uscio dove faceva capo la scala del quartiere superiore.

Guido rimase là piantato a guardar quella tenda che era ricaduta dietro i passi di Maria, come chi guarda il luogo per cui è sparita una carissima visione, quasi credendo d'aver sognato.

Maria corse a rinchiudersi nella sua cameretta.

XIV.

Maria si sentiva come sbalordita e non vedeva nulla intorno a sè; il cuore le batteva, le batteva; la fronte le abbruciava: non riconosceva più sè stessa.

Andò alla finestra con moto macchinale e l'aprì per cercare nell'aria di fuori un refrigerio all'ardore della sua faccia. Correvano i primi giorni della primavera. La brezza era di quelle che ti appaion fresche alla prima impressione, ma pure hanno in sè un tepore, il quale, quasi latente, s'insinua nelle nostre vene e fa scorrere il sangue più rapido e lo spinge con tumulto al cervello e al cuore; quell'auretta di aprile che suscita la vita nelle piante, i canti amorosi negli augelli, il rinnuovamento in tutta la natura.

Maria la sentì intorno alle sue tempie, codesta auretta, e un lieve gradito brivido la invase. Essa le ricordava l'anelito appassionato di Guido che erale passato sulla fronte.

Innanzi aveva la casa in cui abitava quel giovane che l'aveva chiesta in isposa e che era partito disperato pel rifiuto di lei. Perchè la vista di quell'infelice non le aveva nulla destato nel cuore? Egli aveva pure amorosi e supplichevoli e adoratori gli sguardi! Mostrava pure il suo aspetto quanto sentisse e quanto soffrisse per essa! E perchè non ne aveva ella provato che assai sterile compassione? Quel giovane avrebbe saputo, avrebbe potuto dirle quelle calde parole, con quell'irresistibile accento che l'avevano vinta in bocca di Guido? Oh no, certo! Niuno al mondo le sembrava potesse parlare come Guido le aveva parlato poc'anzi.... Ed ecco penetrare nel suo pensiero con cara violenza l'immagine dello scultore tutto fuoco nello sguardo, tutto passione nell'accento.

Ella strinse le mani, e con involontario prorompere esclamò:

“Com'era bello!”

Poi subito arrossì e si vergognò di sè medesima e un altro pensiero le occupò la mente.

“Oh amare e non essere amati: dev'essere un gran tormento!”

E il suo sguardo ricadde più pietoso sulle finestre chiuse dell'appartamento di prospetto.

Successe allora una confusione nel suo cervello, dal quale parve fuggisse ogni pensiero; sembrò che l'intorpidimento di prima volesse riprendere possesso dell'anima e dell'intelligenza di lei.

Nella strada andava, veniva, si agitava la folla dei passeggeri. Poco lontano, dalla parte opposta della strada, era un giardino al di sopra del cui muro sorgevano le cime degli alberi nelle quali cominciava a sorridere il gaio verzigno di qualche fronda. Su quei rami scossi dalla brezza d'aprile, saltellavano, si rincorrevano, cinguettavano, esultavano lieti della vita e dell'ora del tempo in un allegro pispiglio, i passeri linguacciuti e petulanti. Da quel giardino, commisto a quel tepore primaverile dell'auretta, veniva sino alla fronte, alle guancie, alle nari, alle labbra di Maria il profumo dell'erbe e dei fiori novelli. Il cinguettío degli uccelletti, il ronzío della folla nella strada, il fruscío dell'aura negli alberi, tutto s'univa con un'armonia segreta e indefinibile che la fanciulla non comprendeva, ma assorbiva, per così dire, con inesplicabile voglia e desio.

A un punto giunse alle orecchie di lei la voce fresca d'una donna che cantava un'affettuosa canzone. Maria sollevò il capo a guardare in alto donde scendevano le allegre note.

Era ad una finestra del quarto piano. Una giovinetta, forse dell'età medesima di Maria, vi stava lavorando. L'atteggiamento n'era graziosissimo ed avvenente. Sul volto, chinato al lavoro, vedevasi la floridezza della salute e della gioventù e l'ilarità d'un cuor contento. La canzone ch'ella veniva cantando era d'amore.

A un tratto la cantatrice s'interruppe mandando un piccol grido e volgendo bruscamente la testa verso l'interno della stanza, come se qualcheduno vi fosse entrato allor allora. Un vivo rossore si diffuse sulle sue guancie e il lavoro le cadde di mano. Tosto comparì alla finestra accanto a lei la maschia figura d'un giovane operaio. Si pigliarono le mani e se le strinsero: si guardavano come se intorno a loro non esistesse il mondo; si sorridevano, si parlavano vivamente a voce sommessa.

Maria era tutta turbata. Levò lo sguardo al cielo; le parve più bello che mai l'azzurro del sereno; il sole che splendeva allegramente le tornò come un sorriso di felicità dell'intera natura: tutto il mondo le apparve sotto un nuovo aspetto.

“Sono amata!” mormorò con infinita dolcezza, quasi compiacendosi della dilettosa armonia che sentiva riposta in queste parole. “Sono amata!”

Le venne in mente d'improvviso tutto il suo passato.

Si vide bambina ancora al villaggio natìo; vide la figura della nonna che la guardava con occhio amoroso; vide le coste erbose della sua montagna, dove godeva sdraiarsi all'ombra delle roccie muscose, mentre intorno le pascolavano le capre. Si ricordò delle ore che passava colà immobile, guardando l'acqua del torrente che scorreva, ascoltando la gran voce della natura, cui non capiva.

Era meditazione, era pensiero quel suo allora? No; era un sopore, era un intorpidimento. Ora ella era bene la medesima di quel tempo, ma pure quanto diversa!...

Più tardi, per le amorevoli cure della buona cugina, erasi desto dapprima il suo intelletto; aveva capito ed appreso; ma il cuore aveva continuato a sonnecchiare; fino a quel dì non aveva pur sentito, fuorchè leggermente, il bisogno d'una nuova vita, non aveva creduto mai, nè pur pensato, che potrebbe amare.

E tanto più amar Guido!

Ella si ricordò la prima impressione che in lei aveva fatto quel gran cugino sconosciuto, che le era capitato al villaggio in una giornata così infausta della sua vita. La ne aveva avuto paura dapprima, poi per lungo tempo soggezione. Rammentò quella specie di disdegno che Guido aveva provato in seguito per essa, quando s'era stancato nell'opera di istruirla; e si ricordò come, anche allora, essa ne avesse sentito vergogna e dispetto, che aveva accuratamente nascosti. Le tornavano in mente quegli istanti in cui, per un impulso segreto che non aveva mai cercato di spiegarsi, sin da giovanissima ella rimaneva sovraccolta ad ammirare la bellezza e l'espressione dei lineamenti di Anna, e nel mirarli provava un'intima dolcezza, e si disse ciò che non si era detto mai: chè quella era pure la bellezza di Guido, tanta era la rassomiglianza fra madre e figliuolo! Poscia riandava l'epoca in cui Guido era partito, e tutti le tornavano a mente, parola per parola, i colloqui in cui Anna aveva esaltato il suo figliuolo con tanto calore, e si stupiva, come ora, non avendoci pensato più, pure le ritornassero così presenti alla memoria.

Guido poscia era ritornato. Ella rammentò la meraviglia e l'ammirazione con cui egli l'aveva rivista, e sorrise a quel sovvenire. Le tornarono alla mente tutte le occasioni per cui tratto tratto s'era venuto manifestando il nascosto amore di Guido, e s'accorse che senza volerlo li aveva notati e raccolti; a un punto esclamò, attonita, commossa, quasi lieta e atterrita ad un tempo:

“Ma, mio Dio! io l'ho sempre dunque amato, senza volerlo, senza saperlo?... L'amore per lui era in me nascosto, inavvertito, e ora la sua parola fu la scintilla che lo ha suscitato.... Oh sì l'amo e ne sono amata.... Saremo felici.”

Cadde seduta, le mani, colle dita intrecciate, abbandonate sulle ginocchia, un sorriso di beatitudine sulle labbra, lo sguardo fiso innanzi a sè, come a contemplare una visione celeste. Innanzi alla sua fantasia, difatti, si svolgeva intessuta di seta, trapunta delle più splendide gemme, ricamata d'oro dall'amore, la tela del loro avvenire.

Guido, da parte sua, era rimasto là in mezzo al suo studio, dritto, smemorato, guardando la porta per cui erasi partita Maria, non potendo credere a sè stesso, domandandosi se quello era un sogno, temendo esser vittima d'una troppo gradita illusione.

“Ella era qui” esclamava, “era qui Maria! E io sentii il suo cuore battere sul mio, il suo alito sulle mie guancie, e la sua voce dirmi che mi ama... O cielo! è possibile?”

Passò anch'egli un'ora di dolci e sublimi meditazioni d'amore, poscia salì palpitando la scala a chiocciola, ansioso, determinato di trovar Maria a ogni patto. Aveva assoluto bisogno di rivederla aveva bisogno che essa gli riconfermasse la felicità fattagli apparire.

Maria lo udì avvicinarsi e gli mosse incontro serena, un po' pallida per l'emozione, sorridente come la statua da lui plasmata. Porse con atto solenne la destra allo scultore e gli disse con grave accento:

“Avevo mestieri di raccogliermi e di pensare. Non ad un subito turbamento e ad un improvviso delirio volevo dovere il nostro destino, ma alla convinzione d'un vero affetto. Ora sono tua per sempre. Vieni, andiamo a gettarci ai piedi di tua madre.”

Anna li vide entrare nella sua stanza, tenendosi per mano, come due sposi che camminano verso l'altare.

Quando tutto le ebbero narrato, la madre di Guido allargò le braccia e ambedue li strinse al cuore con affetto veramente materno.

Guido ha ridotta in marmo la statua di Maria ma l'ha rivestita d'un lungo paludamento. Ora questa stupenda opera dell'amore, nella sua marmorea bellezza, sta, come un idolo nel santuario, nello studio dell'artista, e quando alcuno meravigliato a tanta venustà, ne interroga lo scultore; egli risponde con un caro orgoglio:

— Questa è la statua della donna che amo..... la quale ora è mia moglie. —

Fine.

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