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Studi intorno alla storia della Lombardia

PARTE SECONDA

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La prima parte del cómpito ch'io mi sono imposto è terminata; e per quanto essa siami stata penosa, ancor più lo sarà quella che mi rimane a tessere. Io ho dato a conoscere quanto irrequieto e turbolento fosse lo spirito dell'aristocrazia milanese, e a quanti diversi e sconsigliati progetti esso la traesse; ho mostrato come risoluti ed anzichenò feroci fossero gli abitatori del contado lombardo, e come, chiamati ad incarnare i disegni dell'aristocrazia, vi adoperassero con brutale energia. Sono alieno a trafatto dal far plauso allo spirito e ai fatti di quel tempo; e di fatti ho deplorato abbastanza nel corso della mia narrazione il funesto acciecamento di cui sembravano tutte colpite le diverse fazioni che brulicavano allora in Milano. Ma pure, se la Lombardia procedeva allora da cieca, non era essa tuttavia immobile; se tristi affetti bollivano nei cuori, non vi si annidava almeno la stupida indifferenza; se i membri dell'aristocrazia si lusingavano con la speranza vana di troppo splendidi destini, sentivano almeno la voce dell'ambizione; se lo spirito nazionale pareva affetto da demenza, il male derivava tuttavia da soverchio, anzichè da difetto di vitalità. Ora, per quale politico processo avvenne egli mai che quel soverchio di vitalità, quei sensi ambiziosi, quelle triste e terribili passioni, quello spirito di vertigine e di turbolenza si sieno spenti così pienamente, che il popolo lombardo è oramai non meno straniero ed indifferente ad ogni pensiero di progresso, ad ogni diviso di mutazione, di quello ch'ei sarebbe se fosse vissuto rinchiuso, dal principio dei secoli, in un'isola ignota al rimanente del mondo?

Questa trasformazione sì rapida, poichè operossi nello spazio di trent'anni, questo trapasso dalla vita alla morte è opera della polizia austriaca, è effetto de' suoi provvedimenti, intesi a convincere i Lombardi: 1.° che il più segreto pensiero di ognuno di essi le è conto bentosto; 2.° che il menomo pensiero liberale, il menomo desiderio di libertà, e qualsivoglia giudizio emesso intorno agli atti del governo o dei membri di quello, costituisce un reato, alla pena del quale dee soggiacere tosto o tardi il colpevole; 3.° che ogni sentimento che non vada a versi del direttore della polizia, è parimenti un reato; 4.° che non v'è cosa al mondo che possa smuovere il governo austriaco, nè indurlo a concedere ai suoi sudditi riforme, ordini novelli, ecc.

Uom si rappresenti un popolo convinto appieno della verità di siffatti aforismi, e poi faccia ragione del grado di energia onde possa essere capace un tale popolo; ed egli avrà un adequato concetto dell'oppressione dei Lombardi. Domandasi ora il come sia venuto fatto all'Austria di inculcare siffatte massime negli animi del popolo italiano? Eccoci a chiarire alquanto un tale subbietto colla breve sposizione dei tentativi di affrancamento fatti dai Lombardi nei trent'anni ultimi scorsi, e dei provvedimenti repressivi mercè dei quali tutti quei tentativi furono sventati.

Ho di già raccontato il come l'Austria prendesse possesso della Lombardia; ho riferito il bando col quale i Milanesi furono edotti che il già regno d'Italia non era più altro che una provincia dell'impero d'Austria. Ho detto che nissuno fece protesta in contrario, che i collegi elettorali cessarono le loro assemblee, e che la Reggenza provvisionale, in cui presiedea il maresciallo Bellegarde, continuò a porre la sua firma in calce ai decreti fatti da quel commissario plenipotenziario.

Recavano quei decreti, per la massima parte, un'impronta che allora poteasi non avvertire, ma ebbe in appresso una precisa spiegazione.

Il regno d'Italia possedeva in realtà un governo completo, il cui capo, residente in Parigi, ma imperante in Italia nella qualità di re d'Italia, e non già d'imperatore dei Francesi, deferiva l'esercizio della sua potestà ad un vicerè. Eranvi in Milano, cioè nella capitale di quel reame, un senato, un Corpo legislativo e consultivo, un Consiglio di Stato ordinato a foggia del Consiglio di Stato di Francia, una corte dei conti, un ministro della guerra, un ministro delle finanze, un ministro dell'erario, un ministro delle cose interne, un altro degli affari stranieri, ecc., ecc. Eravi una direzione generale della polizia e una prefettura di polizia; e niuno di questi collegi od uffiziali dipendeva dai collegi od ufficiali di simil fatta stabiliti in Parigi. Il regno d'Italia stava in somma da sè; e se i suoi interessi politici erano sempre ed ingiustamente fatti dipendere da quelli della politica francese, non v'era tuttavia capitolo costitutivo e fondamentale degli statuti nazionali che legittimasse quella dependenza. E in fatti il legame che, sotto l'Impero, avvinceva l'Italia alla Francia, o per me' dire, la catena per cui quella era strascinata dietro questa, potea venire infranta senza che la costituzione dei due Stati avesse perciò da subire alcuna trasformazione.

Non intendeva già l'Austria a fare che le sue relazioni con l'Italia fossero di tal maniera. Tutt'altro proponevasi essa che di creare in Italia un reame più o meno independente, e di dargli solo quel tanto d'independenza che non potesse nuocere all'Austria istessa. Voleva dall'un canto annichilire ogni esistenza propria all'Italia, e dall'altro curvarla sotto il giogo senza farsi mormorare. Un decreto della Reggenza provvisionale, in cui presedeva sempre il maresciallo Bellegarde, dato il 27 luglio 1814, abolì la carica di ministro della giustizia, lasciando sussistere la commissione legale, ed avocando alla Reggenza stessa una gran parte degli uffizi di quel ministro. Un altro decreto dello stesso giorno abolì la carica di ministro dell'interno, surrogando pure al medesimo in molti casi l'istessa Reggenza. Così pur fecesi per le cariche del ministro delle finanze e di quello del culto. Due giorni di poi venne la volta della corte dei conti e del ministro dell'erario. Alla fine il giorno 16 d'agosto fu soppressa la carica di ministro della guerra e della marineria, e creata in quella vece una commissione straordinaria per terminare le rilevanti operazioni che rimaneano pendenti in quel ministerio. Ma essendo poi stata disciolta il 20 d'ottobre successivo anche questa commissione, gli uffici di essa devolsersi al comandante militare della piazza, il quale era un ufficiale austriaco ed anzi viennese. Quanto è alla commissione legale, essa non rimase lungamente in ufficio, ed abdicò il 14 dicembre dell'anno stesso nelle mani di un Ufficio fiscale, composto d'un procuratore regio, di cinque avvocati del fisco, d'un assistente, d'un protocollista, d'un registratore, d'uno speditore e di un commesso. Il quale Ufficio, di pochissimo rilievo, come apparisce per la qualità de' suoi membri, era esso pure meramente provvisionale.

È fatto degno di essere avvertito, che la Reggenza provvisionale veniva ad eredare essa stessa quasi tutte le facoltà ed uffizi ch'erano assegnati in addietro ai ministri e agli altri corpi dello Stato aboliti dal commissario plenipotenziario; e può ben darsi che i membri della Reggenza e il partito austriaco mitigato non risguardassero altrimenti una tale arrota d'autorità, spontaneamente conferita ad un corpo che in origine era stato eletto popolarmente, che come un segno di ossequio a quel principio dell'elezione, e come un atto di condescendenza inverso alla Lombardia ed a' suoi rappresentanti. Ma tale non era certamente il divisamento del commissario plenipotenziario e del suo governo. La Reggenza essendo essa pure provvisionale, non potevano essere intese a pro di essa le accennate spogliazioni, ma bensì a pro di quella autorità che doveva poi eredare definitivamente le attribuzioni tutte della Reggenza medesima. La quale autorità era poi, come vedremo a suo tempo, l'autorità centrale, il gabinetto di S. M. l'imperatore d'Austria, il governo stabilito in Vienna, il quale regola le cose delle sue province lombarde.

La tendenza minuziosamente oppressiva, che è uno de' principali tratti del carattere della politica austriaca, chiarivasi fin d'allora. La società segreta dei Liberi-Muratori, ed altre società segrete furono espressamente proibite con un decreto del 26 agosto 1814, e comminata a' rei del delitto di associazione la pena della prigionia, per uno spazio di tempo non maggiore di tre anni. Un altro decreto del 25 d'ottobre prescrivea severe pene contro i disertori, e rammentava a tutti i cittadini dabbene l'obbligo che loro correva non solo di negare ogni soccorso ai disertori, ai coscritti contumaci o refrattari, ecc., ma anche di denunciarli ai magistrati, del pari che i loro ricettatori o fautori. Ben presto dovea venire in pieno fiore il sistema dello spionaggio e delle delazioni.

Intenti a ristabilire in tutta l'Europa l'antico ordine di cose, aveano gli Austriaci pochissime truppe da porre all'opera in Lombardia. Poche migliaia di soldati erano distribuiti in tutta l'Alta Italia, e chiusi nelle fortezze ond'è coperta la contrada. Milano era perciò privo quasi di presidio austriaco; e intanto l'esercito italiano, all'un di presso numeroso egualmente, era tuttora in armi. Riunito nel paese compreso tra Mantova e Milano, esso ubbidiva ancora a quegli stessi capitani che tante volte lo aveano guidato alla vittoria contro gli Austriaci. Non richiedeasi di più per indurre i generali italiani a rinfrescare il divisamento concepito alcuni mesi prima, e abbandonato in allora per l'opposizione del generale Pino. Il generale Teodoro Lecchi scrisse al fratello Giuseppe, che stava allora al soldo del re di Napoli, esortandolo a chiedere l'aiuto di quei re pel caso che l'esercito italico insorgesse contro gli Austriaci. Soddisfacentissimo fu il riscontro, perocchè dava formale promessa che il re di Napoli accorrerebbe prontamente in soccorso dell'esercito insorto.

Fu allora ordita una congiura militare, a cui accederono: i generali Fontanelli (già ministro della guerra), Lecchi Teodoro, Bellotti Gaspare e Demeester, i colonnelli Moretti, Olini, Varese, Pavoni e Gasparinetti, il comandante Cavedoni, l'aiutante maggiore della guardia civica Lattuada, il caposquadrone Ragani, l'ispettore alle rassegne Brunetti, il celebre Rasori, Marchal, oriundo francese, e molti altri ancora, cui troppo lungo sarebbe l'enumerare partitamente. Divisavasi di suonare in una data notte le campane a stormo; al qual segnale i soldati italiani ch'erano in Milano doveano riunirsi tutti in arme, e prima che gli Austriaci fossero risensati dallo stupore in cui quel suono a stormo gli avrebbe immersi, impadronirsi di loro, come pure dei principali personaggi in carica, o vivi o morti. Il generale Fontanelli doveva indirizzare questa mossa, e proclamar poscia un governo italiano. I varii corpi italiani, acquartierati lungo la via da Milano a Mantova, dovevano accorrere in aiuto del Fontanelli. La città, o almeno la fortezza di Mantova non potea reggere col debole presidio che vi stava, contro l'esercito italiano. Murat promettea d'accorrere sollecito. Napoleone era nell'isola d'Elba. Le congiunture erano assai propizie; e nel caso pure che la fortuna non fosse del tutto favorevole all'armi italiane, rimaneva aperta a queste la via per ritirarsi in Toscana, e il modo di venire a patti e per l'esercito e per la patria con gli Austriaci. Ogni cosa era apparecchiata; solo rimaneva da prefiggersi il giorno. L'ispettore Brunetti recossi alla villa del generale Fontanelli, e, avvertendolo esser pronta ogni cosa per l'esecuzione, lo richiese a dare gli ordini opportuni. Era il Fontanelli un militare valoroso ed onoratissimo; ma non si dovea già allora dar dentro ad un battaglione nemico o superare all'assalto un ridotto. Sintantochè i progetti dei congiurati gli erano apparsi come destinati ad essere recati in atto in un lontano avvenire, aveali egli riguardati come una pugna da ingaggiarsi, od una incamiciata da tentarsi. Ma giunto l'istante di operare, la cosa mutò per lui d'aspetto. Quella segretezza con cui si doveano condurre le cose, gliele vestiva di misteriosa e tremenda apparenza. Pensava egli che gli Austriaci non avrebbero certamente tutti fatto contrasto coll'armi, e con raccapriccio investigava il come si avrebbe a trattare i feriti, o quelli che di buon grado si arrendessero. Era pure preoccupato dal pensiero di quanto si dovea fare dopo occupata la contrada. Egli era stato un lungo tempo ministro, ma ricevea allora dall'alto gli ordini che tramandava al di sotto. Ormai doveva assumersi il carico delle più gravi risoluzioni, e, caso che la fortuna gli fosse contraria, non sapea qual destino avesse ad incogliere e lui e gli amici. Non era già minacciato, come sul campo di battaglia, da una palla di cannone, ma da un processo, dal carcere da una condanna ignominiosa, lo scorno della quale ricadrebbe sopra i suoi figli. Affacciandosegli affollate alla mente tutte queste considerazioni, egli era talmente agitato che, appressatosi al Brunetti per pigliare nella tabacchiera di questi una presa di tabacco, fu dal Brunetti notato il tremito convulsivo della sua mano. Un uomo in tale stato non si pone a capo di un insorgimento, e ben gli sta, chè, volendo farsi indirizzatore, trarrebbe gli altri a perdizione. Fontanelli pertanto si schermì, e vane furono tutte le instanze del Brunetti.

Ritornatosene questi dai congiurati, e ragguagliatili del rifiuto del Fontanelli, la costernazione si sparse fra loro. Proposero alcuni di sostituire al Fontanelli il generale Teodoro Lecchi, ma questi, mosso per avventura da soverchia modestia, opponeva, non essere il suo nome splendido abbastanza per dare splendore ad una intrapresa di tal fatta; la mitezza ben nota dell'indole sua farlo altronde male acconcio a indirizzare una mossa della fatta di quella che si dovea tentare in Milano, e in cui non si doveva indietreggiare in faccia alla necessità di sbrigarsi ad ogni costo del presidio austriaco; non essere in Milano i reggimenti dei quali potea disporre; doversi lui recare a pigliarli per condurli a quella vôlta quando la mossa fosse stata operata. Le ragioni allegate dal Lecchi per ischermirsi dall'onore di dare il primo e più tremendo colpo agli Austriaci, furono poi anche poste innanzi alla vôlta loro dagli altri congiurati. Non potendo invero tentarsi una mossa militare di tanto rilievo senza un capo ben noto, si riconobbe con dolore doversi per allora deporre il pensiero e le speranze. Separaronsi i generali con gli occhi lagrimosi e il cuore angosciato, non osando nemmeno proporsi di differire la cosa ad altra occasione, che non erano sicuri di saper afferrare.

Progetti sì presto abbandonati, macchinazioni rimaste affatto ineseguite impacciavano il maresciallo Bellegarde. Il pericolo era passato, e per impedirne il ritorno, il 18 novembre fu dato ai capi dei reggimenti italiani l'ordine di recarsi in Alemagna, ed eseguito il 21. Ma la brama austriaca di vendetta non era appagata, e sì dovea venir fatta paga; ed ecco il come il maresciallo Bellegarde avvisossi di conseguire l'intento:

Savoiardo di nascita, il Bellegarde aveva ancora in patria dei congiunti poveri e oscuri, i quali, chiusi nelle cupe valli dell'Alpi, s'affidavano nel cugino per trovar mezzo di uscirne. Uno di questi congiunti era noto al maresciallo per la sua valenzia nell'arte degl'intrighi e della menzogna, e a lui si volse egli per tendere ai liberali italiani un agguato. Partì costui dietro la chiamata del cugino da Ciamberì nella diligenza per a Milano; ma non appena fu lungi dai luoghi in cui era troppo conosciuto, spacciossi per vegnente da Parigi, e assunse il nome di visconte di Saint-Aignan, dicendo di appartenere alla nobile famiglia di tal nome, la quale nel servire all'imperatore avea tenuto di servire alla Francia, e di buon grado erasi allora rappattumata coi discendenti degli antichi suoi re. Per mala ventura, uno de' compagni di viaggio di questo impostore fu il Marchal, altro de' complici della congiura militare testè abbandonata; presso il quale l'impostore, ufficioso ed entrante, come sogliono essere gli uomini di tal fatta, s'insinuò ben presto, e venne con lui in tanta intrinsechezza, che non durò stento a conoscerne le opinioni politiche, e i sensi ch'esso nodriva verso il governo austriaco. Giunto a Milano e venuto in casa del Marchal, il visconte parve di repente risoluto ad aprirsi a lui. Gli confessò che il re di Francia Luigi XVIII, il reggente d'Inghilterra, e specialissimamente poi il duca di Angulêmme l'aveano spedito a Milano per iscandagliare le disposizioni della popolazione. Il re Luigi, il reggente d'Inghilterra e il duca suddetto non poteano sopportare in pace che questa bella contrada, stata unita per tanto tempo alla Francia, ne fosse ora staccata, non già per godere della propria independenza, ma per subire un giogo straniero. Angosciati erano i loro cuori da un tale spettacolo, ond'è che avevano concepito il pensiero di infrangere le catene di cui era l'Italia gravata. Ora, l'Italia era essa disposta ad accogliere le generose proposte? Era essa impaziente dell'oppressione austriaca? Era essa parata a far qualche sforzo per conseguire l'intento? ad esporsi a qualche pericolo? a tentare alcuna mossa? Ciò desideravasi conoscere.

Io ho già riferito più tristi esempi della credulità italiana, e se invece di ristrignermi a raccontare i fatti avvenuti dopo il 1814 avessi rivangate le cose accadute fin dal primo ingresso in Lombardia degli eserciti repubblicani, ne avrei riportato un numero assai maggiore. Ed ecco una novella congiuntura in cui ebbe quella credulità i più funesti effetti. Al Marchal parve quella una occasione favorevolissima per ravviare le già dismesse fila della congiura. Il medico Rasori andava cotidianamente in casa del Marchal, la cui consorte era ammalata, e il Marchal propose subito al visconte di parlare al Rasori. La proposta essendo stata alacremente accolta, ecco che il falso Saint-Aignan e il Rasori si trovarono insieme. Ricominciò il Savoiardo la patetica sua sposizione del rammarico ond'erano crucciati Luigi XVIII, il reggente e il duca d'Angulemme. Trasse fuori lettere e mandati, da cui egli appariva un inviato plenipotenziario dei re di Francia e d'Inghilterra presso i liberali italiani. Raccomandando a quei due la massima segretezza, disse loro essere necessaria dal canto loro e dei loro amici un'intiera fiducia per condurre a buon fine i loro disegni. Lieti di vedersi inopinatamente aperta una via novella nello stesso mentre che erasi chiusa quella per la quale speravano uscir di servaggio, il Marchal e il Rasori approvarono checchè loro disse il visconte, assicurandolo che non si attraverserebbero con indegni sospetti ad una sì nobile e sì grande intrapresa. Il Rasori nell'accommiatarsi pregò il visconte di recarsi da lui il 23 di novembre per imparare a conoscervi alcuni dei principali congiurati, ed indettarsi con loro.

Il visconte e il Marchal recaronsi di fatti il dì prefisso in casa del Rasori, che stava aspettandoli con l'avvocato Lattuada e il colonnello Gasparinetti. Entrato il visconte, presentollo il Rasori a' suoi amici, dicendo: «Eccovi, signori, il signor visconte di Saint-Aignan, di cui mi fo io mallevadore»; e poi rivoltosi al visconte, gli disse: «Eccovi, o signore, i signori Lattuada e Gasparinetti, di cui mi fo parimenti mallevadore». Si pigliò tosto a ragionare, gl'interrotti progetti furono riposti in campo, i nomi dei congiurati passati a rassegna, novelli disegni discussati. Non ne farò minuto racconto, perocchè niuno di questi novelli disegni fu seriamente stabilito. Troppo acceso era il desiderio dell'insorgimento nei liberali italiani; laonde non era possibile che ne investigassero profondamente i mezzi, le speranze e i pericoli. Quello che si fermò, egli era di ristaurare ad ogni costo il passato, di cancellare dalla storia italiana i due mesi ultimi scorsi, di tentarlo almeno, di non trascurare perciò veruna occasione, e di non badare ai pericoli. Avea il Lattuada portato le varie minute di costituzione fra le quali tra' congiurati militari non era ancora stata fatta l'elezione; ed a speciale richiesta del visconte si assunse l'incarico di compilare colla scorta di quei diversi progetti una costituzione. Il colonnello Gasparinetti promise di stendere un bando per l'esercito, e il Rasori un manifesto al popolo. Il Marchal dovea incontanente recarsi dal re di Napoli per assicurarsi della cooperazione di lui; e il Rasori partire alla vôlta di Douvres per porre sotto la protezione del Reggente il novello Stato italiano; dopo del che, reduce in Francia, otterrebbe, volendo colà accasarsi, giusta le promesse del Saint-Aignan, un'onorata e lucrosa carica. Il visconte poi dovea far pagare al Lattuada per mezzo d'un banchiere di Lugano un milione di franchi, destinato a pagare la diserzione che facea di mestieri nei reggimenti italiani partiti alla vôlta dell'Austria. Indettatisi in questi termini, i quattro congiurati si separarono promettendo di riunirsi di nuovo il 26 di novembre, e di recare al convegno un progetto definitivo di costituzione, un bando all'esercito e un manifesto al popolo. Furono tutti fedeli alla promessa nel giorno prefisso; ma l'impostore, che giunse per l'ultimo, entrò trepidante e smanioso nella sala della conferenza, dicendo ch'era stato seguito da emissari di polizia, che aveane veduti parecchi cammin facendo, ed eragli forse venuto fatto di sottrarsi alla vista loro coll'allungare il passo; ma che in tale condizione di cose era necessario deliberar prontamente e subito separarsi. Facea l'impostore egregiamente la sua parte. Sembrava sbigottito e sdegnato ad un tempo, volgeasi bruscamente di quando in quando per vedere se non aveva alcuno dietro, e coll'occhio ardente, col volto acceso, parlava ad alta voce, gestiva, si dimenava. Trasse anzi di tasca una pistola da due colpi, cui disse carica, e depostala sul tavolino, presso il quale i congiurati, rimasi a tale atto interdetti, erano raccolti, esclamò: «Vengano, vengano questi bricconi, questi sciaurati, e se alcuno fa mostra di pormi le mani addosso, avrà a che fare, per Dio! con la mia pistola». Acchetatosi poscia alquanto, pregò gli amici di entrar presto in materia. Avevano i signori Lattuada, Rasori e Gasparinetti deposto sul tavolino le carte che arrecavano e ch'erano state dall'impostore bene adocchiate. Non appena le ebbe egli prese in mano e cominciatane la lettura, che l'aia della figliuola del Rasori entrò a furia nella sala e avvertì il padrone che la strada era piena di gente, e la casa accerchiata da agenti della polizia e soldati. A questa notizia, il visconte è côlto da un nuovo accesso di furore; biastemmia, si frega il fronte colle mani, si dimena proferendo parole interrotte; e approfittando dello stupore che a bella posta destava nelle sue vittime, s'avventa anzi tutto sopra la sua pistola, poi sopra la minuta di costituzione, il bando e il manifesto, e gridando voler andare a rompere il cranio a quegli sfacciati bricconi, non li temer punto, ec., balza fuori rapidamente dalla sala e dalla casa, lasciando i signori Rasori, Lattuada, Gasparinetti e Marchal più inquieti di quella gran furia e delle conseguenze che aver potea per chi vi si era dato in preda, che non pensosi di sè stessi.

Ov'erasene egli andato l'impostore? Chi lo avesse seguito, avrebbelo visto sguizzare in mezzo agli agenti della polizia, parlare a bassa voce coi principali di loro, ricevere graziosamente le loro congratulazioni, e poi trottare sollecito alla casa del suo congiunto il maresciallo Bellegarde, per annunziargli l'esito felice della sua frode. Volendo finir presto di parlar di costui, licenzierommi a romper l'ordine cronologico per riferire quanto gli accadde molt'anni di poi. Reduce in Francia, passeggiava un giorno il Marchal sotto i portici del Palazzo Reale, quando l'aspetto d'un uomo che camminava pochi passi stante, ridestò in lui repentinamente angosciose memorie. In pochi momenti potè il Marchal convincersi che punto non s'ingannava e che aveva realmente dinanzi agli occhi il falso visconte di Saint-Aignan. Corsegli contro difilato, e tenendolo afferrato con una mano gagliarda, gli sferrò con l'altra quante bastonate potè.

Torniamo ai congiurati. La precipitosa partenza del visconte, e la scomparsa delle rilevanti carte ch'erano sul tavolino non tardarono a destare in loro forti sospetti. Pensarono certamente a salvarsi fuggendo in istraniere contrade; ma non vi si seppero indurre presto abbastanza. A rilento sempre si suole fare una risoluzione penosa, e solo all'ultima estremità si cede ad una convinzione angosciosa. Rasori, Gasparinetti, Lattuada e Marchal pensavano sì sgomentati alla scomparsa del segreto emissario della Francia e dell'Inghilterra, ma non erano però lungi dal credere che si tenesse nascosto in alcun luogo; non doversi, dicevano anche fra loro, fare giudizio d'alcuno con tanta precipitazione; avere il tempo chiariti ben altri misteri. Niun d'essi, altronde, avea fatto sperimento della politica austriaca. Nei tempi che corrono si fugge, si emigra, si abbandona la patria senz'avere di gran lunga motivi così gravi di inquietudine.

Due o tre giorni dopo la narrata scena, il medico Rasori e i suoi tre amici vennero arrestati. Il maresciallo Bellegarde aveva in mano prove esuberanti per trarre a perdizione quei quattro infelici; ma ciò non bastavagli. Ei volea porre addosso le mani sopra i complici della congiura militare, e a questo fine soltanto aveva fatta ordire la picciola congiura secondaria in cui si erano immischiati quei quattro soltanto. Aveva già egli per via dei rapporti del falso visconte, piena cognizione dei particolari della congiura militare; ma non sapea come recare dinanzi ai giudici cosiffatti rapporti, e arrovellavasi dal desiderio di strappar di bocca ai captivi delle confessioni simili a quelle ch'erano state fatte all'impostore, suo cugino. Un uomo, divenuto poi celebre nei fasti dell'austriaca polizia, uno di quelli che più adoperarono nel fabbricare quella ampia ed inestricabile rete che avviluppa tutti i Lombardi, e che talmente costringe le facoltà naturalmente libere del loro intelletto, da annichilirle, vo' dire il signor Pagano, si prese l'assunto di captare la confidenza dei captivi. Ed ecco il come vi si accinse.

Il colonnello Gasparinetti era interrogato da un maggiore austriaco, cui assisteva il signor Pagano. Negava egli tutto, e così le promesse, come le minacce erano state indarno adoperate per espugnare la sua costanza. Una mattina, il maggiore austriaco interruppe l'interrogatorio per uscire un istante, lasciando il prigioniero solo col signor Pagano. Il quale, appressatosi tosto guardingo al colonnello Gasparinetti, non senza guardarsi attorno, quasi per tema di essere sorpreso: «Colonnello», dissegli a bassa voce e con tuono commosso, «colonnello, guardate che cosa vi facciate. Non vi avvedete voi che vi perdete, nell'impugnare ostinatamente quello che tutti i vostri complici hanno confessato? Nissuno di loro vi ha risparmiato, e voi, per timore forse di metterli in pericolo vi attenete a questo fatale sistema d'impugnativa! Ahi! perchè non avete un po' più di confidenza in me? Non sono io pure italiano? Poss'io vedere un Italiano, un compatriota correre ciecamente alla perdita senza gemere, senza tentare d'oppormici?» Fattisi udire in quella i passi del maggiore austriaco, il Pagano tornossene tacito al suo posto. Rientrato il maggiore, fu ripigliato l'interrogatorio, ma il colonnello Gasparinetti rimase alcun tempo senza rispondere, assorto nelle sue meditazioni, tetro, costernato. Alzossi alla fine, e movendo il passo verso la tavola sulla quale il maggiore scrivea, dissegli lentamente e col tuono di un uomo che si è indotto ad una difficile risoluzione: «Scrivete, signore. Io, colonnello Antonio Gasparinetti, eromi fermamente proposto di lasciarmi mozzare il capo anzichè proferire una sola parola che potesse nuocere ai miei amici; ma poichè essi stessi hanno parlato, poichè hanno preferito il compenso della confessione a quello della impugnativa, farò com'essi in quest'occasione, come ho fatto in molt'altre. Dichiaro pertanto ec…..» E qui sì lo scopo della congiura, che i nomi dei congiurati, i mezzi di cui poteano valersi, i loro disegni, i sussidi nei quali speravano, ogni cosa, in somma, fu esposta coi più minuti suoi particolari dal colonnello Gasparinetti.

Convien dire che la confessione sia un atto che corrisponde a un qualche segreto istinto del cuore umano, perocchè non solo vediamo gli uomini determinarvisi agevolmente, ma anche compierla con trasporto allorchè vi si sono determinati. E invero il Gasparinetti non si ristrinse in questa circostanza a narrare i fatti noti agli altri captivi, e cui potea supporre essere stati svelati da loro; ma espose perfino i propri pensieri, le speranze ch'egli avea concepite, le parole dettegli in privato da questo o quello dei congiurati non ancora arrestati. Riferì fra altre cose che, avendo un giorno incontrato il generale Teodoro Lecchi, questi aveagli detto, stringendogli la mano: «Animo, mio caro Gasparinetti; se Fontanelli ricusa di condurci, ho buona speranza che Zucchi sottentri in sua vece». Il che era vero; ma perchè riferirlo dacchè non era stato udito da testimoni e dacchè il generale Lecchi era tuttora libero? Questo bisogno di dir tutto spiattellatamente, anche a giudici, fu ancor più forte pel comandante Cavedoni, il quale, sostenuto pochi giorni poi ed esortato a confessare progetti già ben noti altronde, non si fece molto pregare. Dopo avere risposto alle interrogazioni fattegli, trascorse più oltre, esponendo le idee sue proprie, e come ei si proponesse d'unirsi ai rivoluzionari di Modena dopo avere aiutato il trionfo della rivoluzione di Milano. Il quale soverchio di confidenza fu poi cagione che il Cavedoni, poich'ebbe terminato di espiare in Mantova il reato di congiura contro l'imperatore d'Austria, fu consegnato nelle fiere mani del duca di Modena. Nè con ciò finirono le sue sciagure. Arrestato un'altra volta a Modena, nè meglio schermitosi dalle instanze de' suoi interrogatori, fu nuovamente condannato. Arrestato poi finalmente la terza volta, e di nuovo in Modena, e prevedendo un trattamento eguale a quello che aveva di già subito due volte, si uccise colle proprie mani con una pistolettata, e giunse in tal modo a preservarsi dal fatale sdrucciolo delle confessioni; sdrucciolo da cui i ministri della polizia austriaca sanno ottimamente trarre partito.

L'Austriaco non si affretta mai, eppure avviene di rado che le sue vittime gli sfuggano di mano; perocchè valentissimo è nell'attutare la loro vigilanza mentre si accinge a colpirle mortalmente. Nulla aveva il Gasparinetti taciuto o travisato; e il Lattuada, edotto di ciò, si era appigliato al partito di dire d'aver porto orecchio ai disegni di congiura unicamente per conoscer bene le cose e renderne edotto il governo. La cattura degli altri congiurati potea seguitare davvicino queste deposizioni, eppure parecchi giorni trascorsero nei quali il governo lentamente arrotava l'armi sue, apparecchiava le insidie in cui volea far cadere i suoi nemici, facea chiamare gli uomini nei quali maggiormente confidava, ec. ec.; nè di questi giorni giovaronsi i congiurati per ripararsi in luogo di salvezza. Ma conviene sapere che il governo austriaco vi provvide come mi fo a narrare.

Il conte Alfonso Litta, colonnello al soldo d'Austria e fratello del duca Litta, erasi ognora segnalato per la sua devozione all'imperatore Francesco. Il suo figliuolo aveva all'incontro militato nell'esercito franco-italico in qualità di scudiere del principe Eugenio, ed erasi ognora portato da leal guerriero. Aveva il cuore assai freddo e corto il senno; ma era tutt'altro uomo da quello che avrebbe dovuto essere per abbandonare gli antichi amici o rinnegare i sentimenti cui professati aveva una volta. Ad onta del suo affetto inverso alla Casa d'Austria, il conte Alfonso Litta era non meno onesto del figlio, nè più avveduto di lui. Ben conosceva costoro il governo; ond'è che uno de' principali personaggi in carica di quei tempi studiò il modo di far assapere destramente al conte Litta che l'imperatore conosceva appieno tutta la congiura militare, ed era risoluto di non punire per questa volta uomini traviati da antichi affetti, ma che questa generosa determinazione non si estenderebbe fino a coloro che si facessero rei d'un secondo attentato, ec. ec. Queste consolanti assicurazioni furono tosto dal conte Alfonso Litta partecipate al figliuolo, il quale corse subito in cerca del generale Teodoro Lecchi. Trovatolo, al teatro della Scala, lo trasse in disparte e dissegli, sapersi dal governo ogni cosa: «Parto incontanente», rispose il generale. «No», replicò il contino, «ciò non è necessario, io so per buon canale che il governo vuole lasciar cadere questa cosa: nulla avete a temere per ora, ma guardatevi bene a quello che farete per l'avvenire. La clemenza usata ora dell'imperatore, lo indurrebbe ad essere doppiamente severo in un'altra occasione».

I due amici, ciò detto, si separarono, lieto il Litta di avere sconsigliato al generale un passo falso qual era l'abbandono della patria, e rassicurato il Lecchi, il quale conosceva il come la famiglia Litta fosse in grazia del governo. Ma non passarono tre giorni ch'ei venne catturato, e con esso il generale Bellotti, e i signori Cavedoni, Brunetti, Pagani, Gerosa e Caprotti.

Tutti i particolari della congiura erano stati così esattamente esposti dal colonnello Gasparinetti e dal Lattuada, che ai novelli arrestati era impossibile l'attenersi alla impugnativa. La sola quistione che potesse tuttora venir dibattuta fra' giudici e gli accusati era quella dell'esistenza d'un comitato direttore; esistenza di cui i giudici diceansi di già accertati, e la quale era dagli altri impugnata risolutissimamente. La giunta a cui venne affidata l'istruzione del processo e il giudizio componeasi del conte Cardani, presidente, dei giudici Freganeschi, Bonacina, Borghi e Gianni, e del regio procuratore Draghi; tutti di già celebri per l'astio feroce che aveano mostrato contro i liberali nei fatti del 1799.

Furono gl'inquisiti tratti a Mantova, e chiusi in una torre le cui fondamenta sono piantate nel lago fangoso che circonda la città: dati in balía ad uomini della fatta di quelli che componevano la commissione, aveano fortissima cagione di temere, e difficilmente perciò poteva essere serbato il segreto intorno alla esistenza del comitato direttore. Ma pure dovendo essi venire tuttora processati e giudicati secondo il codice di processura criminale del regno d'Italia, avevano difensori, doveano comparire in pubblico, e potevano protestare contro quei violenti o crudeli trattamenti che loro fossero stati fatti: era perciò duopo valersi di nuovo della astuzia.

Essendo il generale Teodoro Lecchi il più ragguardevole tra' congiurati, non era possibile che l'esistenza del comitato direttore fossegli rimasta occulta; epperciò sopra di lui pose in opera la giunta i suoi artifizi. Il signor Ghisilieri, nuova maniera che era di giudice-dilettante, avea per costume d'entrare ogni mattina per tempo nella camera del generale, sorprendendolo così appena desto. Egli conosceva l'indole mite ed affettuosa di lui, l'affetto quasi appassionato ch'esso nodriva per la propria famiglia, la divozione di lui inverso la madre, la quale dal canto suo, pia e tenera com'era, lo prediligea fra tutti i suoi figliuoli, e non potea rassegnarsi a quella sciagura, tanto più che, sentendosi presso a morte, temeva di non più rivederlo. Non ignorava il Ghisilieri alcuno di questi particolari, e studiavasi di trarne profitto. Dopo chieste affettuosamente notizie della salute e della disposizione d'animo del generale, diceagli: «Vengo in questo punto di casa vostra. Ah quanto siete amato! Quante lagrime fa spargere la vostra sventura!» Nominava allora le persone più strettamente congiunte col generale, attribuendo ad ognuna di esse commoventi parole. Poi veniva a parlare della madre del generale. Moribonda allora nel letto per un insulto apopletico, essa era priva di cognizione; ma il figlio non erane edotto, e il Ghisilieri gliela dipingeva, all'incontro, come unicamente preoccupata del destino del figliuolo, e solo intenta a trovare il modo di procacciarsi l'immensa felicità di vederselo presso. «Vostra madre», soggiugneva il Ghisilieri, «è una santa donna, ma non può stare senza di voi, e se non ritornate nelle sue braccia, essa morrà disperata». Continuava il Ghisilieri in su quest'andare finchè avesse tratto a forza le lagrime agli occhi e sulle guance al generale; poi quando lo vedea tutto commosso e tremante, quando leggevagli in volto o ne' sussulti del petto agitato, il veementissimo desiderio di tornare fra' suoi, allora, facendo le viste di seguire il naturale corso del suo pensiero che da questo subbietto del discorso lo conduceva ad un altro, veniva a parlare del processo. «E questo comitato direttore», diceagli, «perchè mai vi ostinate a negarlo? Il vostro processo sarebbe finito bentosto, se mutaste favella, e così disporreste tutti i giudici in vostro pro. Io vi parlo in nome di vostra madre, datemi fede», nè cessava dal ragionare in tal modo se non in quanto il generale cessava di rispondergli. Egli è inutile l'avvertire che il generale, uscito di prigione, seppe non senza stupore che il signor Ghisilieri non era mai stato una volta in casa di lui, nè mai avea veduto alcuno dei membri della famiglia Lecchi! Il comitato direttore non fu confessato da veruno, e forse non esisteva nemmeno.

Compiutasi l'istruzione del processo, venne l'ora della sentenza. Riuniti nella grand'aula del palazzo, accerchiati da numerosi soldati, avevano di già gli accusati udito la lettura dell'atto di accusa e le dispute dei loro difensori, quando giunse colà un messo latore di una lettera indirizzata al presidente del tribunale. La prese questi, e lettala, la consegnò al giudice che sedeva a destra di lui, il quale la diede all'altro, e così via via, sicchè fu letta da tutti i membri del tribunale. Tutti, leggendola, davano segno non dubbio di soddisfazione, di rispetto e di commozione, alcuni perfino sorrisero nel guardare i prigionieri, e il presidente, facendo le viste di non potersi tenere, proferì a mezza voce le parole buona notizia. Per quanto significative fossero quelle testimonianze, non poterono rassicurare i prigionieri contro l'effetto probabile delle conclusioni fiscali, lette subito dopo dal regio procuratore, e nelle quali richiedeasi dal magistrato contro di loro la capitale condanna. Ond'è che quando, usciti dalla sala, furono ricondotti nel carcere, la curiosità loro intorno alla lettera la cui lettura avea tanto visibilmente commosso il tribunale, era indebolita d'assai. Non tralasciarono però essi d'interrogare intorno al contenuto di quella lettera le guardie che gli accompagnavano, e seppero che vi si leggeva la formale assicurazione delle misericordiose disposizioni di S. M. inverso a loro.

S'imagini ora quale fosse lo stato di questi uomini accusati di congiura militare, indeboliti da una prigionia di già assai lunga, e da morali torture, e i quali dopo avere udito il regio procuratore far contro di loro instanza per la capitale condanna, venivano ricondotti nel carcere per aspettarvi la lettura della loro sentenza. Gl'istanti che passano tra la chiusura dei dibattiti e la lettura della sentenza non sono essi più angosciosi di quelli che precedono la morte? Non si concentra essa su quei brevi istanti la compassione che sentesi pei condannati a pena capitale?

Ora in questa sì terribile condizione, in questa crudele espettazione, di cui si tenta di sminuir la durata per gli stessi malfattori, il governo austriaco lasciò gli accusati per ben tre anni! Non mancò tuttavia un pretesto per colorire questo inconcepibile obblio delle leggi dell'umanità; e questo pretesto, al par di tutti quelli cui l'Austria s'appiglia, fu da goffo e da ipocrita. A udire i membri e gli amici del governo, per mera pietà furono gli inquisiti lasciati in dubbio del loro destino. E perchè la condanna non poteva essere altrimenti che asprissima, e perchè, d'altra parte, S. M. avea fatto promettere una rilevante mitigazione degli effetti di quella inevitabile severità; perciò in sulle prime il pretesto potea parere plausibile; ma apparve poi chiaramente l'impostura quando, scorsi i tre anni, tornò la sentenza da Vienna. Si vide allora che il giudizio della commissione, tutt'altro era che spaventevolissimo per gl'inquisiti, perocchè non eravi riconosciuta l'esistenza d'una congiura. Or dunque, perchè mai i pretesi autori d'una congiura che non era esistita, erano essi lasciati da tre anni a gemere nel fondo d'una prigione? perchè mai lasciar loro ignorare il proprio destino? E in ciò appunto si ravvisa in tutta la sua bruttura l'austriaca doppiezza. Si sarà già avveduto il lettore che ciò non poteva avere altro fine che quello di prolungare l'orribile incertezza da cui trovavansi angosciati i captivi. Ma perchè mai, con quale pretesto erano essi tenuti in carcere, mentre del fatto di cui erano accusati non constava punto? Si rammenti quella lettera consolante che nel giorno del giudizio era andata in giro per le mani dei giudici, e avea sui pallidi loro volti ricondotto i segni della contentezza e della tenerezza. Quella lettera, scritta dall'istesso maresciallo Bellegarde al presidente della giunta, contenea, siccome ho detto, l'assicurazione delle intenzioni di S. M. di usar clemenza; ma aggiugneva che acciò l'imperiale clemenza potesse brillare in tutto il suo splendore, era d'uopo apparecchiarle un bel campo, una degna occasione. Ond'è che i membri della giunta venivano eccitati a procedere col massimo rigore contro gli accusati, a condannarli ad ogni modo ed alla massima pena applicabile, a fine di lasciare alla sovrana generosità un libero corso.

Quella lettera, che non sarebbe stata scritta ove il maresciallo Bellegarde non avesse avuto notizia che la giunta non riconoscea l'esistenza della congiura, trasse di angustia i giudici, che mal sapevano porre d'accordo i dettami, alquanto sommessi, della loro coscienza e le ben note brame del governo. Dacchè l'imperatore obbligavasi a non ratificare la condanna che venisse da loro proferita contro gl'inquisiti; ogni scrupolo si dileguava. Se la forza della verità costringevali a dichiarare la non-esistenza della congiura, rimanea però tuttora il reato di non-rivelazione, del quale constava in realtà, e sopra del quale poteasi senza troppa vergogna fondare una condanna anche severa. Per le quali cose, dichiarò la giunta: 1.º non esservi stata congiura; 2.º essersi proferite parole contro il governo, e formati vaghi disegni, e non averne gli accusati ragguagliata la pubblica autorità. Condannò essa perciò gli accusati alla massima pena comminata pel reato di non-rivelazione, cioè a cinque anni di carcere duro. Ma non si dovea essa frapporre l'imperiale clemenza? Sì; e di fatti, tre anni dopo che gli accusati erano stati, all'uscire dall'ultima udienza della giunta, ricondotti nel carcere, la sentenza che li condannava a cinque anni di carcere duro, ritornò da Vienna a Mantova, colla commutazione della pena in diciotto mesi della detenzione medesima. Dietro le massime del vigente diritto, i tre anni trascorsi avrebbero dovuto essere riguardati come una più che sufficiente espiazione della pena commutata, ma S. M. volle altrimenti. La detenzione degli accusati fino a quel punto, era stata, in sua sentenza, non una pena, ma un mero provvedimento per la pubblica sicurezza, nè potea diventare una pena se non dal momento in cui veniva pubblicata la sentenza. Poco montava che quegl'infelici gemessero in carcere da tre anni, mentre la pena da infliggersi loro doveva essere una detenzione di soli diciotto mesi; fu forza dopo i tre anni di carcere già sofferti subire ancora altri diciotto mesi di detenzione, cosicchè la grazia imperiale valse ai captivi la liberazione dalla pena per soli sei mesi. E sì che la promessa fatta fare dall'imperatore di perdonare ogni cosa era quella sola che aveva indotta la giunta, tutta composta dei più caldi zelatori di Casa d'Austria, a proferire una condanna che ad essi stessi pareva non a bastanza fondata.

Ho voluto descrivere insino all'ultimo la sorte toccata ai congiurati del 1814, ed ho taciuto perciò gli avvenimenti accaduti nei quattro anni ch'essi passarono in carcere. Ritorno ora indietro per adempire il mio debito, cioè per far conoscere la storia della Lombardia dall'anno 1814 sino ai dì nostri: storia invero assai incompleta, siccome quella che non registra altro che congiure sventate o editti promulgati, e nella quale non vedesi la nazione operare cosa veruna, esercitare nè influenza nè autorità, spiegare nè facoltà nè tendenze, fare in somma alcunchè nè per sè nè per mezzo de' suoi rappresentanti.

La nuova dell'incorporazione definitiva della Lombardia nei domini austriaci, la cattura dei più ragguardevoli uffiziali dell'esercito del cessato regno d'Italia, e il fatto della riscossione delle imposte come per lo passato e senza il menomo alleviamento, avevano ingenerato il malumore nel popolo. Gli avvenimenti accaduti nel mese di marzo dell'anno 1815, o pur solo l'espettazione di essi ridestarono nei cuori degl'Italiani la speranza di giorni migliori, e con la speranza l'energia. Due personaggi fra' principali di Milano, uno de' quali portava un nome illustre nell'aristocrazia; due personaggi che già si erano mescolati nei fatti del 17 e del 20 aprile del 1814, e dei quali ho taciuto i nomi, onde assegnar loro un posto appartato e non porgere al lettore l'occasione di confonderli con altri autori dei fatti medesimi, recaronsi dai primari ufficiali del governo e loro proposero di far venire in città un grosso polso di contadini in occasione della festa della Madonna di marzo, e di volgere poi la piena di que' subillati contadini contro le case dei Milanesi di cui era noto l'attaccamento al cessato governo. Per proporre scopertamente l'assassinio, anche politico, vi vuole un capitale d'impudenza che dalla educazione viene riprovato e distrutto. Ond'è ch'io credo che quei due non osassero dire che volevano toglier la vita ai partigiani del governo franco-italico; ma dicessero all'incontro di non volere far altro che incuter loro timore, onde far loro passare la voglia di ribellarsi e strignerli fors'anche ad abbandonare la patria. Suppongo anzi che le vere loro intenzioni non fossero diverse da quanto io credo che dicessero. Checchè di ciò ne sia, il governo, più timoroso che pago d'un siffatto appoggio, memore altresì di quanto era accaduto il 20 marzo 1814 e di quanto erasi forte temuto di veder accadere nel giorno appresso, e schivo al postutto dall'ammettere qualunque cooperazione popolare, ributtò le pericolose proposte. Io dubito anzi, che la forsennata devozione di quei due abbiagli mai inspirata una piena fiducia. Ad ogni modo Milano fu quella volta preservato, mercè la prudenza austriaca, dalle sciagure che apparecchiavanle i Milanesi devoti di Casa d'Austria.

La guerra che poco stette a prorompere pose il governo austriaco nella trista necessità d'imporre un accatto forzoso sopra i trafficanti della Lombardia. E sebbene fosse di poco rilievo la somma accattata, e favorevoli pei creditori i patti a cui astrignevasi il governo, quell'accatto forte dispiacque all'intiera popolazione, la quale però non fecevi contrasto veruno. Intendendosi nella seconda parte di questo scritto a mostrare il come abbia il governo austriaco potuto annichilire lo spirito pubblico e traviare il giudizio dei Lombardi, non sarà inopportuno il riportare qui il bando promulgato intorno alle cose di Napoli il giorno 5 aprile del 1815 dal maresciallo Bellegarde. Così strana si è la favella del maresciallo in quel bando, e così contraria ai più ovvii dati della storia e ai più chiari dettami del buon senso, che quasi quasi gli si potrebbe attribuire un'intenzione d'ironia. Il che facendo si andrebbe tuttavia di gran lunga errato. Gli ufficiali del governo austriaco e l'istesso imperatore usano sempre tali modi di parlare che per l'esagerazione loro sembrano ironici; ma col mostrare insieme volto serio e cera d'uomini convinti, ne danno ad intendere al popolo ed ai ragazzi. I quali, coll'ascoltare abitualmente i ragionamenti di quei magistrati, nè trovar mai chi faccia loro conoscere la verità, finiscono per tenere quei ragionamenti come una precisa espressione dell'opinione generale.

Il menzionato bando è nei sensi che seguitano: «L'Europa cominciava appena a rammarginar le sue piaghe. Riuniti in congresso a Vienna, i potenti suoi padroni adoperavano con rara concordia a fermare le basi d'una lunga pace, quando un impreveduto avvenimento astrinse di nuovo tutte le nazioni (di già ammaestrate dall'esperienza, degli effetti dell'ambizione d'un solo uomo) ad impugnare le armi. Potea tuttavia l'Italia lusingarsi colla speranza di rimanere tranquilla frammezzo a questi passeggeri sovvertimenti, e di già numerose truppe erano scese dall'Alemagna a sua difesa; ma ecco che il re di Napoli, gittando la maschera che dianzi l'avea sottratto al pericolo, senza premettere alla guerra dichiarazione veruna, di cui altronde non potrebbe allegare alcun motivo, contro la fede dei trattati coll'Austria, di quei trattati cioè, ai quali egli deve la sua esistenza politica; ecco che il re di Napoli minaccia col suo esercito di turbare la tranquillità della bella Italia, e non contento di addurre il flagello della guerra, tenta altresì di allumare dappertutto, mediante il vano simulacro dell'independenza italiana, l'incendio devastatore della rivoluzione che già gli spianava le vie della possanza per salire dalla condizione di privato a quella di sovrano.

»Non meno straniero dell'Italia che nuovo nell'ordine dei sovrani, egli volge con ostentazione agl'Italiani parole che appena si addirebbero ad un Alessandro Farnese, ad un Andrea Doria, ad un Trivulzio il Magno; e si dà per capo della nazione italiana, la quale pure possiede proprie dinastie, regnanti da secoli ed ha veduto nascere nelle più liete sue contrade tutta l'augusta famiglia che regge col paterno suo freno un sì gran numero di nazioni. Or questo re d'una dell'estremità dell'Italia vorrebbe traviare gl'Italiani con la speciosa idea dei naturali confini, e farli correre dietro alla fantasima di un unico regno, a cui sarebbe appena possibile assegnare una capitale: tanto è vero che la natura stessa vuol che l'Italia sia pârtita in più Stati, ammaestrandoci con ciò, non dall'ampiezza del territorio, non dal massimo numero della popolazione, non dalla forza dell'armi assicurata essere la felicità dei popoli; ma bensì piuttosto dalle buone leggi, dalla reverenza degli antichi costumi e dallo stabilimento di una parca amministrazione. Ond'è che la Lombardia ricorda tuttora con sensi d'ammirazione e di gratitudine i nomi immortali di Maria Teresa, di Giuseppe II e di Leopoldo.

»Non pago d'ingannare le moltitudini eccitandole a correre dietro alla fantasima dell'independenza italiana, il re di Napoli vuol pure trarre in errore gl'Italiani poco prudenti, e indurli a credere che una segreta disposizione ad assecondare i suoi disegni nutriscano quei potentati medesimi che con meravigliosa prestezza rinnovellano ora appunto i loro formidabili armamenti terrestri e marittimi, e che bentosto con un atto pubblico daranno al mondo una pruova novella della loro unione indispensabile sotto il vessillo delle stesse massime. Non pare egli invero che, assoggettata al re di Napoli, l'Italia potrebbe chiamarsi indipendente? Chi può dubitare che i potentati non siensi fatti ormai capaci, non potersi dare nè pace nè tregua con un uomo che non ha il menomo riguardo alle proprie promesse, nè agli atti di generosità ond'è stato ricolmo dai suoi vincitori?

»I benefizi sparsi dal nostro augustissimo imperatore e re, 1.^o su tutto l'esercito italiano, niun membro del quale (purchè suddito) è stato lasciato privo di mezzi di sostentamento; 2.^o su tutto il numeroso ordine degli uffiziali civili; la cura paterna adoperata dal governo austriaco, non appena restituito in Italia, a riunire tutti i partiti in un solo ed a trattarli tutti come figliuoli, senz'aver riguardo nè all'opinioni politiche, nè agli anteriori portamenti di ognuno, seguendo anzi per quegl'istessi che l'hanno astretto ad usar rigore, l'ispirazione di un sentimento affatto paterno; sono tutte cose talmente notorie, che senz'altro distruggono le calunnie con tanta enfasi spacciate dal re di Napoli!

»Lombardi! Naturalmente sincero e in niun modo vantatore per sistema, il governo austriaco vi ha promesso la tranquillità, il buon ordine pubblico ed una amministrazione paterna. Egli atterrà quanto vi ha promesso. Sovvengavi dei tempi felici anteriori al 1796, delle instituzioni di Maria Teresa, di Giuseppe II e di Leopoldo; paragonate quel sistema di governo con quello che vi toccò sopportare di poi, e che, fondato sopra i medesimi princìpi, vi fu annunziato con le stesse mendaci espressioni che ora vengonvi indirizzate. La vostra soverchia credulità alle promesse della democrazia francese, vi ha tratti di già in rovina; siate omai più prudenti e non dimenticate che dopo l'esperienza la vostra colpa sarebbe più grave che non sia stata dianzi. La docilità del vostro carattere, la riflessione, frutto delle vostre cognizioni, e l'attaccamento che il vostro augusto principe si merita per tanti titoli, vi scorgano, v'inducano a protegger sempre il buon ordine pubblico, e a difendere il trono e la patria.

»Milano, il 5 d'aprile 1815.

»Il Governatore generale »Maresciallo BELLEGARDE.»

Ora che era egli Murat? Re d'una parte dell'Italia. Quali erano le sue truppe? Truppe italiane. Quali i suoi divisamenti? Discacciar gli stranieri dall'Italia, e riunire la Penisola sotto uno stesso governo. E questi fatti emergono essi dalla lettura del bando di Bellegarde?

L'Austria non istava però senza inquietudine, e il possesso delle novelle sue province non pareale assicurato a bastanza. Troppo pieno era stato il trionfo, sicchè non poteano non tenergli dietro alcuni rovesci; e la prudente Austria è più tranquilla allorchè ha fatto ai suoi avversari alcune concessioni di poco rilievo, di quello che sia quando gli ha spietatamente maltrattati. I fatti del 1815, la rinnovellazione della guerra, il malumore che essa non potea non ravvisare nel popolo milanese, furono per essa come i segni forieri del rovescio che tien dietro al troppo splendido trionfo, e le fecer provare un certo quale pentimento di essersi allora lasciata trascinare dalla foga del trionfo, talmente da porre in disparte il sistema delle transazioni. L'Austria si mostrò giudiziosa, perocchè fece, senz'esservi in verun modo costretta, una concessione. Quanto essa concedette era ben poco certamente; ma ciò non monta. In politica non vi è concessione facile quando è spontanea, ed il governo che ne fa una in grazia delle congiunture è meglio che accorto, perchè si può dir saggio.

Il giorno dopo l'incorporazione della Valtellina e delle contee di Bormio e di Chiavenna nella Lombardia austriaca, che fu il 16 d'agosto del 1815, un bando novello del maresciallo Bellegarde annunziava ai Lombardi che, mossa dal sentimento di predilezione sempre mai dimostrato a' suoi Stati d'Italia, S. M. Imperiale e Reale erasi degnata di porre l'ultima mano all'adempimento delle benefiche sue intenzioni, formando coi detti suoi Stati un regno Lombardo-Veneto. L'atto della creazione di questo regno andava unito al bando. La nomina di un vicerè, che facesse dimora per sei mesi dell'anno in Milano e per altretanto tempo in Venezia, l'istituzione di una corte e dei grandi ufficiali di essa, la conservazione dell'ordine della Corona ferrea, l'obbligo imposto ad ogni re del regno Lombardo-Veneto di cignersi il capo con la famosa corona dei re longobardi, la divisione del reame in due governi, di cui Venezia e Milano dovevano essere i capiluoghi, la suddivisione dei governi in più province, delle province in distretti e di questi in comuni, e la promessa di un pronto ordinamento del novello reame; tali erano le disposizioni contenute nell'atto promulgato in Vienna il 7 agosto 1815 per la creazione del Regno Lombardo-Veneto.

Alcunchè era in fatti pei Lombardi, che avevano perduto tutto, il trovarsi di nuovo in possesso del loro nome e della loro qualità d'Italiani. Fin qui, dal 12 di giugno dell'anno precedente in poi, eransi chiamati austriaci, e la bella loro contrada veniva designata in tutti gli atti solenni come una provincia dell'imperio austriaco, senz'avere nemmeno un nome suo proprio. L'annunzio della creazione d'un vicerè che avesse a risiedere in Italia poteva intendersi come una promessa d'independenza di questa contrada, o almeno come un obbligo implicito di appartare in certo qual modo il governo lombardo-veneto dal gabinetto di Vienna, lasciando che quello dêsse sesto alle sue proprie cose nel modo che piacessegli o poco meno.

In questo senso i partigiani dell'Austria faceano le viste d'intender quell'atto, e in questo senso parimenti l'intendeano in Vienna alcuni della stessa casa imperiale. Ond'è che l'arciduca Antonio, stato dall'imperatore il 7 di marzo del 1816 innalzato alla dignità di vicerè del Regno Lombardo-Veneto, umilmente espose a S. M. ch'ei s'intendeva di esercitare in questo reame le facoltà istesse ch'erano già state attribuite all'arciduca Ferdinando. Ma a questo modo non la intendeva l'imperatore; il quale anzi proponevasi d'invigilar l'amministrazione del suo novello reame più strettamente di quanto erasi fatto da' suoi antenati quando la contrada era in grado di semplice provincia del loro imperio. Dovè l'arciduca persuadersi come non altro gli toccherebbe avere che il mero titolo di vicerè, e come, nello Stato Lombardo-Veneto, quale voleasi dal fratello ch'esso fosse, non vi era posto di mezzo tra il governatore e l'imperatore, che viene a dire non dovervi esser posto per un vicerè. L'imperatore si avvide dal canto suo di essersi ingannato nel proporsi di conferire al fratello un simulacro soltanto di potestà; e con poco stento si arrese alle instanze dell'arciduca, che lo supplicò di dare ad altri la dignità ch'eragli stata esibita. Fu a lui pertanto surrogato l'arciduca Ranieri, la scelta del quale corrispose pienamente alle intenzioni dell'imperatore.

Dei primi anni dell'austriaca dominazione poco altro mi rimane a dire, se non che, essere stata la Reggenza provvisionale disciolta il 1.º di gennaio del 1816 per dare luogo ad un consiglio di governo, di cui fu presidente il governatore conte Saurau, e che era composto di dieci consiglieri, fra i quali il vicepresidente fu il conte Jacopo Mellerio; non essere stato in alcuna guisa alleviate le imposte, nè anche quando venne raffermata la pace; essere stato abolito l'antico ufficio di polizia del dipartimento dell'Olona, e date le attribuzioni di quello alla direzione generale di polizia di Milano; essere stati i sudditi italiani di S. M. l'imperatore d'Austria dimoranti fuor dello Stato, richiamati nello Stato medesimo, sotto pena, in caso di contumacia, di essere puniti a' termini dei decreti dell'anno 1812; agl'Italiani sudditi dell'Austria che militavano pel re di Napoli essere stata comminata la morte civile e la confisca dei beni se non si toglievano immantinenti da quegli stipendi; essere stata (per legge del 26 agosto 1815, sottoscritta in nome della Reggenza dal suo segretario Strigelli, e la quale tuttora è in vigore) promessa una mercede di sei fiorini a qualunque persona non militare che arrestasse un prigioniero di guerra fuggitivo, e il quale si tenesse nascosto o errasse senza scorta. I termini con cui conchiudevasi quella legge sono i seguenti: «La presente determinazione è specialmente applicabile ai militari ed agli ufficiali civili delle nazioni francese ed italiana, i quali, appartenendo in origine al reame di Napoli, sono stati mandati sotto buona scorta militare nell'interno della monarchia austriaca». Farò quivi notare che tutte le leggi repressive di un qualche misfatto o delitto contengono la formale ingiunzione ad ogni buon cittadino di denunziare il colpevole. I medici e i chirurgi non sono già eccettuati da un tale avvilitivo obbligo; chè anzi una legge del 9 di maggio de 1816 minaccia loro un'aspra pena ove tardino più di ventiquattr'ore a ragguagliare i maestrati delle ferite cui sono chiamati a medicare, oppur anche delle malattie, accidenti, ec., che possono essere effetto di un qualche delitto e in cognizione delle quali sono venuti per l'adempimento del loro ufficio. Aggiugnerò inoltre che i dazi tra la Lombardia e l'altre parti dell'impero austriaco non furono aboliti; il che privò la contrada dell'unico e tenue vantaggio che avrebbe potuto curarle la sua riunione a un grande Stato; che le prefetture, le sotto prefetture, i tribunali e tutti i corpi amministrativi o giudiziari componenti l'amministrazione franco-italica mano mano si cessarono; e le circoscrizioni del territorio vennero ristabilite come a' tempi di Maria Teresa. Ma a questo riguardo conviene dire che una tale spartizione, del pari che l'ordinamento comunale antico e riposto in vigore, erano certamente da preferirsi a quelli che l'imperatore Napoleone aveva importati di Francia. Un novello codice civile fu promulgato o per meglio dire, con regia patente del 28 settembre 1815, fu esteso alla Lombardia il codice vigente nel resto della monarchia, con questo però che non cominciasse ad aver vigore che dal 1.^o di gennaio del 1816. I dritti matrimoniali vennero ordinati dal 1.^o di luglio 1815 in poi con una patente del 20 aprile dell'anno medesimo. Il codice dei delitti e delle gravi trasgressioni politiche, promulgato il 9 di luglio del 1815, fu posto in vigore pel 1.^o di novembre successivo. Venne regolarmente instituito l'ufficio di censura della stampa, e i due giornali ch'erano allora pubblicati in Milano furono bentosto soppressi per cessare ogni competenza con la Gazzetta di Milano, giornale a cui dava aiuto il governo. I monachi e frati d'ambi i sessi riebbero i loro monisteri e' loro antichi privilegi; e i benefizi ecclesiastici tornarono ad essere una sorgente inesauribile di agi ed anche di ricchezze pel clero.

Non rimanea più omai nello Stato e nelle leggi vestigio alcuno dei princìpi rivoluzionari pocanzi trionfanti. Non solo era vinta la democrazia, ma niuno degli ordini del popolo era in verun modo partecipe del governo del paese. Nè solo era sbandito il principio della libertà illimitata di coscienza; ma niuno potea pubblicare un pensiero che non fosse in tutto conforme alle particolari dottrine dei censori. Lo spirito del decimottavo secolo erasi affatto dileguato; e il clero tornato non meno potente di quanto ei fosse stato, non dirò ai tempi di Maria Teresa e di Giuseppe II, ma a quelli della dominazione ispanica. Il divorzio era abolito; restituite le antiche linee daziarie, riposta nel pristino suo splendore la nobiltà di nascita; persino i nomi venuti in uso a' tempi della rivoluzione e del regno italico per indicare i varii corpi dello Stato o le parti diverse del territorio aveano dato luogo ai nomi disusati del precedente secolo.

Ma non istavano già in questo i guai della Lombardia. Perdendo repentinamente tutti i beni acquistati duranti i moti rivoluzionari, e ridotta all'andazzo antico delle istituzioni meramente monarchiche e dei pregiudizi di cui siffatte istituzioni sono, al postutto, l'espressione, la Lombardia avea perduto altresì ogni reliquia d'independenza, ogni segno d'una propria esistenza. Portava essa, invero, il titolo di regno Lombardo-Veneto; ma le sue soldatesche, mandate in Austria, erano vestite di bianca assisa; il vessillo giallo-nero sventolava su tutti gli edifizi; l'aquila bicipite campeggiava nel suo stemma. E per toccare d'altri più rilevanti riguardi, ad onta dell'incontrastabile pro della novella spartizione del territorio e del novello ordinamento comunale, tutte le attribuzioni dei maestrati di comune, di distretto, di provincia ed anche di capoluogo si ristrignevano nel presentare a Vienna i divisi dei quali utile o necessaria stimavano l'effettuazione. Il dritto austriaco tornava ad essere il dritto lombardo-veneto; i tribunali di prima e di seconda instanza erano, per vero dire, indipendenti dai tribunali dell'istesso ordine sedenti in Vienna; ma il tribunale supremo di revisione, stanziato in Verona, non era altro che un brano del tribunale supremo di giustizia sedente in Vienna. Tutte le nomine da Vienna procedevano, e tutto, nel modo di amministrazione cui era stata assoggettata la Lombardia, attestava la condizione secondaria e dipendente cui essa trovavasi condotta. Dovrassi far avvertire che i princìpi in onore presso gli Austriaci erano in ogni modo ripugnanti col senno e con l'onestà della popolazione lombarda? Chi non comprenderà a bella prima il sentimento di avversione e di fastidio che travagliare dovea i cuori dei Lombardi alla lettura di quelle leggi che loro prescriveano formalmente la delazione e lo spieggiare? Il senno italiano poteva esso non trovarsi stomacato nel leggere l'esposizione dei motivi delle leggi più oppressive, e nel veder quivi vantate ora la predilezione di S. M. inverso a' suoi Stati italiani, ora la paterna sua sollecitudine a pro de' sudditi, il suo incomparabile amore e cose simili? I Lombardi, ch'eransi testè aperto il passo per a traverso l'Europa, e aveano così di fresco spiegata tanta energia, potevano essi vedersi senza stizza trattati come fanciulli da quella nazione che mispregiavano più d'ogni altra, costretti a rimettersi in tutto quanto riguardavali all'arbitraria determinazione del governo, e tacciati poi d'ingratitudine se tentavano di muoversi e di respirare a loro senno? Potevano essi rassegnarsi senza ripugnanza ad uno stato di cose che pienamente annullava la loro esistenza politica?

La repubblica Cisalpina avea avuto a dolersi gravissimamente e dell'imperatore Napoleone e della Francia. Aveangli essi promessa l'independenza e la libertà; e poi, giunta la congiuntura propizia di adempir la promessa, aveanla ridotta alla condizione di uno Stato dipendente. Ma le congiunture in cui l'imperatore e la Francia eransi costantemente trovate, erano certamente estraordinarie. La Francia potea dire all'Italia: «Lasciatemi fare sintanto ch'io abbia preso stabilmente il posto che mi compete in Europa; aiutatemi anzi in questo intento, ed io vi restituirò poi la libertà che ora confisco a mio pro»; e l'Italia potea credere a queste parole: perocchè il regno d'Italia era, in somma costituito per modo da sussistere di per sè, e il fatto della riunione delle due corone francese ed italica sul capo d'un sol uomo, era anzi un accidente che una conseguenza regolare degli statuti organici dello Stato. La cosa fu ben diversa, quanto all'Austria, dal 1815 in poi. Chiamata ad assicurare al regno d'Italia quella piena independenza ch'eragli già stata tante volte promessa, l'Austria non avea contratto coi Lombardi che segreti e perciò invalidi obblighi: seppure si può dire che ne avesse contratti di fatta veruna, non potendosi di ciò allegare pruova alcuna. I liberali lombardi del 1814 erano ciechi abbastanza per tendere a sè stessi una trappola, e gittarvisi poi dentro a capo chino senza che alcuno ve li spignesse. Leggansi i primi bandi del maresciallo Bellegarde, pubblicati da lui al primo suo ingresso in Milano, e vedrassi ch'ei non vi fa motto nè di libertà nè d'indipendenza. Annunzia in vece, averlo il suo signore incaricato a pigliar possesso, in suo nome e vece, delle antiche province della sua monarchia, ch'erangli state tolte a forza, e sopra le quali non avea perduto giammai i suoi dritti. Ond'è che tutti i Lombardi che aveano militato nell'esercito o negli uffizi civili sotto il principe Eugenio, venivano con ciò ritenuti quali sudditi infedeli dell'imperatore d'Austria e quali semiparricidi. S.M. l'imperatore Francesco perdonava agli uni, gastigava gli altri a suo senno; ma sopra ed anzi tutto ristabiliva tra la Lombardia e l'Austria le relazioni ch'eranvi prima del 1796, cioè da servitore a signore, da provincia a capitale, da minori a tutore perpetuo. E ciò definitivamente e per sempre. Affisando lo sguardo nei segreti dell'avvenire, doveano i Lombardi vedere nell'anno 2000 la loro contrada soggetta all'Austria non altrimenti che nel 1816; le stesse leggi in vigore, la censura in pieno fiore, la polizia regnante senza sindacato veruno e coll'attributo dell'onniscienza e della onnipotenza, lo spieggiare onorato, ecc., ecc. Se non che potrebbero imaginarsi che allora le cose procederebbero meglio ordinate, perchè i Lombardi avrebbero a poco a poco deposta la sconsigliata speranza di esistere di per sè, sdimenticate le assurde pretensioni covate dal 1796 fino al 1814, cessato in fine di sentirsi e di chiamarsi Italiani, per diventare Austriaci; il che farebbe veramente il regno di Dio sulla terra.

Non mi sia data taccia di esageratore nè di inventore. Tale, sì, tale era il senso, ed anche non bene dissimulato, di tutti i bandi austriaci, di tutti i discorsi fatti dagli Austriaci e dai loro fautori. E se pure oggidì taluno si pigliasse lo spasso di leggere con tuono serio e con cera d'uomo convinto quel tanto ch'io dico, ad un magistrato austriaco, io sono certo che questi, dolcemente commosso, gli stringerebbe la mano, esclamando che così egli pure la pensa. Or chi dovrà mai meravigliare che pensieri di rivolta covassero sempre nei cuori dei Lombardi?

L'Italia condividea altronde tutta quanta cosiffatti pensieri; perocchè tutti gli Stati della Penisola erano ricaduti sotto il reggimento della potestà assoluta, da cui divezzati gli aveano i princìpi democratici diffusisi in conseguenza della rivoluzione di Francia. Una società propagatasi l'anno 1779 dalla Svizzera e dalla Germania in Italia, promossa nell'anno 1811 dal re Murat ed arruolata sotto il vessillo francese contro la fazione dei Sanfedisti, parlo della società dei Carbonari, adoperava nell'anno 1820 ad apparecchiare in tutta Italia una generale sollevazione. Avvalorati erano quei disegni dalla speranza che vi cooperassero i governi di Napoli e di Piemonte. Non possedendo in proprio nè truppe nè finanze, la Lombardia non poteva pensare a discacciar essa gli Austriaci, ma dovea star pronta ad aprire le sue città a quelli de' suoi compatrioti che venissero con un esercito a farle spalla contro l'Austria. Una società sì numerosa, com'era in quel tempo la società dei Carbonari, non poteva per un lungo tempo sfuggire al vigile sguardo di un governo fondato sopra lo spionaggio; e di fatti nell'anno stesso 1820 una notificazione del governo di Milano, sottoscritta dal presidente conte Strassoldo, e dal vice-presidente conte Guicciardi (quel desso che avea perorato nel senato italiano il 17 d'aprile 1814 contro il progetto del duca di Lodi), annunziava l'esistenza della società suddetta, ne dichiarava pericoloso per lo Stato e reo in sè stesso l'intento, vietava a tutti i sudditi di S.M. l'imperatore d'entrarvi, comminando loro, in caso di disobbedienza, le pene prescritte contro il reato di fellonia: pene le quali dichiaravansi, al solito, incorse da tutti coloro che avessero omesso di denunziare i fatti venuti a loro cognizione intorno alla società dei Carbonari o alcuno dei membri di essa.

Non valse questa notificazione ad impedire i progressi del carbonarismo. Una giunta straordinaria fu bentosto nominata ed instituita in Venezia per iscoprire le trame ordite dalla società e i nomi dei sudditi italiani di S. M. Francesco I, che vi si erano affigliati. Il Salvotti, resosi poi celebre pur troppo, faceva in quella giunta l'ufficio di giudice inquisitore, e diè fin d'allora bei saggi della sua perizia. Si può almeno attribuire a lui l'invenzione d'un mezzo singolare posto in opera da uno dei preposti al carcere di Venezia per istrappare di bocca ad un inquisito, per nome Confortinati, la confessione di fatti che, giusta ogni apparenza, non aveano alcuna realtà. Non aveva il Confortinati nè l'animo nè l'aspetto di un congiurato. Era un omicciattolo, gracilino, timido, semplice, di corto ingegno, che non si brigava per nulla delle cose della politica: per modo che non si può imaginare che cosa in lui fosse, che avesse provocati i sospetti del governo. Checchè di ciò ne sia, il giudice inquisitore ardea della brama di trargli di bocca alcuni schiarimenti che l'inquisito non era in grado di dargli. Tentò, ma invano, il Salvotti d'intimorirlo; perocchè havvi una certa semplicità di spirito e di cuore che vieta di prevedere e le grandi catastrofi e gli esiti tragici e straordinari. Secondo gli animi di questa tempra, ogni cosa dee avere l'esito il più semplice e il più naturale. «Sono stato incarcerato senza merito alcuno. Uscirò dal carcere tosto che sarà riconosciuta la mia innocenza, il che non può andare in lungo». Ecco il come ragionava il Confortinati, ed io non so veramente se sarebbe stata in lui maggiore l'angoscia o lo stupore ov'egli fosse stato condannato. Questa poco intelligente intrepidità sconcertava i giudici. Un ufficiale di polizia, per nome Lancetti, si propose di fiaccarla nel modo seguente. Introdusse il boia nella segreta in cui era chiuso il captivo, e pregò questi acciò lasciasse che il suo compagno gli pigliasse la misura precisa del collo, perocchè fra poco dovrebbe impiccarlo, ed in certa guisa per cui richiedeasi un laccio bene accomodato. Quell'ignobil sceda dell'uffiziale di polizia e del boia non ebbe l'esito sperato. Porgendo il collo alla disamina del carnefice, il Confortinati dicea probabilmente tra sè e sè (e questa volta con ragione), che la cosa non avrebbe seguito, e che non gli toccherebbe altro a subire che quella pruova. Non isbigottì di soverchio, e nulla aggiunse ai precedenti suoi costituti; e sì che la sua prigionia durò assai tempo. Erasi il carbonarismo larghissimamente diffuso in tutta Italia; ma i governi che contro questa società s'indracavano, non impugnavano altro con ciò che l'espressione di un fatto incontrastabile, quale si era la profonda malacontentezza eccitata in tutta quanta l'Italia dai portamenti de' suoi principi. In Lombardia, in particolare, era tempo che l'antica fazione dei sedicenti italici puri riconoscesse i falli che avea commessi nel 1814, e, maledicendo alla fede posta nell'Austria, sagrificasse ogni cosa per ammendare il suo torto. Quasi tutta l'aristocrazia milanese, e quella in ispezieltà che più efficacemente avea contribuito ad abbattere il regno d'Italia, congiurava contro l'Austria. Il conte Confalonieri col facile ed infiammato suo dire instigava contro quella potenza gli animi ancora tiepidi, e l'odio già mostrato da lui contro la Francia toglieva all'attuale sua indegnazione contro l'Austria ogni colore di parzialità o fazioso. Il conte Porro, il giovine marchese Pallavicini, e Bossi e Ciani e molt'altri, sia dei nobili che del medio ceto, mossi da un comune desiderio d'independenza, si riunivano per indettarsi intorno ai mezzi da porre in opera per sottrarre la patria alla dominazione austriaca. Ma, come ho già detto, niuno si proponeva di effettuare in Milano una rivoluzione. La mossa dovea accadere in Torino. Il principe di Carignano, presuntivo erede della corona, erasi assunto l'impegno di guidarla. E l'esercito piemontese, seguendo i suoi capi, l'avrebbe operata. Tostochè il principe di Carignano avesse afferrate le redini dello Stato, tostochè la costituzione fosse promulgata in Piemonte, le truppe piemontesi doveano valicare il Po e il Ticino, e venire a Milano. Pavia, città posta sui confini tra la Lombardia e il Piemonte, e abitata dalla scolaresca, sarebbesi unita co' liberatori. Milano pure terrebbesi pronta; i cittadini avrebbero impugnate le armi, altri avrebbero instituito immantinenti un governo provvisorio. Le province sarebbero concorse al grand'uopo; l'Italia sarebbe rimasta debitrice della propria liberazione a' suoi propri figli; e per la prima volta forse, dopo tanti secoli, lo straniero non sarebbe stato cacciato da un altro straniero sottentrante in sua vece. Bei sogni, quanto tempo avete voi durato?

La rivoluzione piemontese proruppe in marzo dell'anno 1821; ma non l'esercito intiero, bensì soltanto compagnie staccate di ciascun reggimento si sollevarono. Alessandria si trovò occupata dalle truppe sollevate, il rimanente delle quali era in Torino. Benchè incompleta, la mossa del Piemonte fu sentita in Lombardia. Il marchese Giorgio Pallavicini e Gaetano Castillia, giovanissimi entrambi, recaronsi dai capi del moto di Piemonte per indettarsi con loro del modo di procedere contro gli Austriaci. Parata sempre alle azioni generose, la scolaresca di Pavia formò un battaglione, intitolato di Minerva, ed entrò nel territorio piemontese. Intanto il conte Confalonieri non poteva farsi capace che alcuni reggimenti piemontesi valessero a far testa all'esercito austriaco e costrignerlo a rivalicare le Alpi. Nè infondati erano questi timori; ma gli uomini che apparecchiano una rivoluzione, non debbono concepire speranza che ogni cosa proceda appuntino nel modo previamente stabilito, a quella stregua, all'un di presso, che gli atti di un dramma si tengono dietro l'uno all'altro in sul teatro. La Lombardia sperava d'avere in aiuto una gran parte dell'esercito piemontese, e alcune compagnie soltanto si dichiarirono. Dovea ella per questo la Lombardia abbandonare i suoi disegni e la sua intrapresa? E chi sa mai se la sollevazione lombarda non si sarebbe tratta dietro quella del resto dell'esercito piemontese e degli altri Stati italiani? Chi è da tanto di prevedere tutto, nè si trova in caso di dovere per alcuni punti mettersi in balía del caso e della fortuna? Quale è di fatti l'esito di queste congiure rimaste prive di effetto? Gli è questo, che i governi ne vengono in cognizione ed aspramente le puniscono, mentre, per altra parte, affatto ingloriosi rimangono i nomi dei loro autori. I congiurati in pensiero sono puniti dai nemici delle rivoluzioni non altrimenti che sarebbero se queste avessero avuto effetto; ma non sono onorati del pari dagli amici della libertà. Volendo allora mostrarsi prudente, il Confalonieri scrisse al conte di San Marzano, altro dei capi della mossa piemontese, esortandolo a non affacciarsi, giusta il convenuto, al confine infino a tanto che tutto l'esercito piemontese, o poco meno di tutto, si fosse dichiarito per la costituzione. Questa lettera fu recata dalla contessa Frecavalli, che la nascose nella fitta sua chioma. Io non potrei descrivere l'effetto prodotto da quella lettera, e mi dorrebbe di dover attribuire al Confalonieri le ulteriori risoluzioni del principe di Carignano. Ognun sa che quel principe se ne stava a Torino, attorniato dai suoi ministri. Alla sera del 17 di marzo ei ragionò lungamente col conte di Santa Rosa, allora ministro della guerra, e con alcuni altri, e promise loro nel ritirarsi di pubblicare nel seguente giorno un bando che irreparabilmente lo astrignesse a far causa coi sollevati. Si sciolse dietro di ciò la conferenza, con ferma fiducia per parte dei seguaci della rivoluzione; giacchè l'ultime parole del principe, per quanto disse di poi il conte di Santa Rosa, erano sembrate concludentissime e lo avevano rassicurato sul futuro. Ma la mattina seguente si diffuse per tempo la notizia della partenza del principe, la quale immerse i rivoluzionari nella costernazione. Era egli di fatto partito alla vôlta della Lombardia. Giunse a Milano sotto nome supposto, e scese in un piccolo albergo all'insegna del Pozzo, poco stante dalla chiesa di Sant'Alessandro. Recossi dal maresciallo conte di Bubna, il quale all'annunzio della sua visita non fu poco meravigliato, e narrogli minutissimamente i progetti dei rivoluzionari, gli accordi fatti tra' Piemontesi e Lombardi, e tutto quanto importava al maresciallo di ben conoscere¹. E, ciò fatto, se ne ritornò.

¹ L'autore nel dar contezza di questo colloquio si è, giusta ogni apparenza, consigliato con l'imaginazione; chè non è a credersi abbia alcuno dei due interlocutori narrato a lui o ad altri, che nel potessero ragguagliare, le cose dette in quella congiuntura. Spaziando nel campo delle probabilità, si può supporre che il principe abbia detto abbastanza per porre l'Austria in grado di ripararsi dagli effetti della congiura; ma il sèguito dei fatti che narra l'istesso autore è una pruova patente che l'Austria non ebbe da lui indizio alcuno delle persone che erano implicate nella trama. Era giustizia il fare quest'avvertenza, com'è il dire che l'imaginazione dell'autore, per quanto apparisce, ha anche in altre congiunture supplito alla scarsa notizia avuta dei fatti, e che talvolta pure egli sembra avere esagerate le cose, generalizzato dei fatti particolari, e attribuito a malignità del gabinetto o dell'imperatore quel ch'era effetto della lentezza austriaca, degli ordini viziosi dello spaccio degli affari, o del maltalento o goffaggine degli uffiziali inferiori. (Nota del traduttore.)

Non mi tocca riferire gli avvenimenti, altronde ben noti, di cui fu teatro il Piemonte in quel tempo. Mi basta indicare l'aiuto dato dalle truppe austriache al re di Piemonte; e la parte che esse ebbero nel ristabilimento dell'antico ordine di cose. Il re di Piemonte spietatamente si ricattò sopra i suoi sudditi della debolezza de' suoi mezzi, per cui era astretto ad invocar forze dall'Austria. Questa poi, paga di occupare, benchè momentaneamente il Piemonte, paga del male esito delle macchinazioni dei rivoluzionari, e della cognizione acquistata degli accordi tra i sollevati piemontesi e i malcontenti lombardi, paga, infine, di vedere il re, suo protetto, arrischiarsi sulla sdrucciolevole china dei supplizi capitali e delle confische, astenevasi da ogni provvedimento di tal fatta, ostentando così clemenza e dolcezza. Alcuni mesi di tal guisa trascorsero, dopo i quali il re di Piemonte parve desiderar la partenza delle truppe austriache, e ne fece domanda, che fu incalzata da quelle degli altri sovrani d'Europa, sospettosi forse che la dimora delle truppe austriache in Piemonte si protraesse oltre il dovere. L'Austria però non intendeva a ritirare sì presto le sue soldatesche. E giova qui notare quanta importanza pone l'Austria nelle brevi sue occupazioni delle varie parti del territorio italiano. Non appena le si affaccia l'occasione d'inframmettersi negli Stati pontifici, nel reame di Napoli, nel Piemonte, nel ducato di Modena, in quello di Parma, essa premurosamente l'afferra. Allorchè le cagioni per cui fu chiamata non esistono più, allorchè il principe che ne ha invocato l'aiuto, e i sovrani emoli dell'Austria, e l'Europa intiera la richieggono di ritirarsi, essa studiasi di mandare in lungo le cose, allega un pretesto, accampa un qualche diritto, oppone un qualche ostacolo; in somma, benchè essa sappia che il suo definitivo stanziamento negli Stati che non le sono stati concessi dai trattati di Parigi e di Vienna, non potrebb'essere tollerato, pure si sforza di rimanervi quanto più lungamente sia possibile. È questa mera fanciullaggine; perocchè, sapendo l'Austria per certo di non potere definitivamente impadronirsi di questi Stati, qual maggior pro può essa mai trarre da un'occupazione durata tre mesi, che non da una durata un mese solo? Spera essa forse che, protraendo di giorno in giorno la partenza, si farà gradire qual signora permanente? Spera essa di avvincersi colla sua presenza e co' suoi modi i cuori delle popolazioni di cui si fa carceriera? Acciò questo divisamento non fosse privo di fondamento, sarebbe necessario che l'Austria si travisasse affatto, e ciò non solo agli occhi delle popolazioni italiane che non le sono soggette, ma anche a quelli dei suoi sudditi lombardi. Perocchè, insino a tanto che essa mostrerassi oppressiva in Lombardia, pochi cuori italiani le saranno propensi.

Dopo una dimora di sei mesi in Piemonte, protratta ad onta dei riclami del re Carlo Felice e dei gabinetti europei, le truppe austriache non erano in verun modo disposte a far ritorno entro i loro confini. Il governo imaginò allora di chiarire i sospetti che di già aggravavano un gran numero di Lombardi, e di atteggiarsi come se fosse particolarmente minacciato dai fatti del Piemonte e interessato ad impedirne il rinnovellamento. Da quel punto l'occupazione del Piemonte per parte delle truppe austriache vestiva un tutt'altro carattere di prima. La cosa non avea più luogo a chiesta del re di Piemonte, nè più bastava che questo monarca rendesse grazie all'Austria per accommiatarla; ma all'incontro il Piemonte era dall'Austria occupato per essere ciò necessario alla propria tranquillità, sicchè toccava ad essa il far giudizio del quando potesse lasciarlo libero senza suo scapito.

Nove mesi pertanto dopo il termine della rivoluzione piemontese, che viene a dire in novembre del 1821, venne istituita in Milano una giunta estraordinaria per inquisire intorno agli accordi ch'eransi fatti tra i rivoluzionari piemontesi e i malcontenti lombardi. Quieta era cionnonpertanto la Lombardia in quel tempo; le madri dei giovanetti scolari arruolatisi nel battaglione di Minerva avevano riportata promessa dal conte di Strassoldo, presidente del governo di Milano, che la partecipazione di quei giovinetti alla sollevazione sarebbe risguardata come una scappata da scuolari; e fidenti nella promessa, quei giovani erano venuti di nuovo a sedersi sui banchi dell'Università. Il marchese Pallavicini e Gaetano Castillia, reduci anch'essi, nè mai stati molestati, credevano che il passo fatto da loro fosse ignorato o scusato. Ognuno era dunque scevro di apprensioni quando l'istituzione di quella giunta estraordinaria e i nomi dei membri di quella, quasi tutti Tirolesi, vennero ad insospettire la contrada. Erano però i sospetti mitigati dal considerare che nove mesi eran trascorsi da che il principe di Carignano era stato a Milano, vale a dire da che l'Austria era stata ragguagliata delle trame dei liberali milanesi; dietro del che stentavasi a credere che ella avesse intenzione di processarli da senno, giacchè altrimenti non avrebbe lasciato ai sospetti un larghissimo tempo per togliere di mezzo tutti gli obbietti che potevano servire a redarguirli. Conghietturavasi altresì, e non a torto (o ch'io credo), volesse l'Austria con queste dimostrazioni avvalorare unicamente una qualche segreta negoziazione. Può darsi invero che tale e non altra fosse l'intenzione dell'Austria, e allora convien dire, da un funesto concorso di fortuite circostanze essere stati addotti i tristi casi del 1821 e degli anni seguenti. Il primo mandato di cattura spiccato dalla giunta estraordinaria trasse nelle carceri Gaetano Castillia, quel desso ch'era ito in Piemonte col marchese Pallavicini. Uno de' suoi fratelli, Giovanni Castillia, era testè giunto d'Inghilterra, ove avea fatto incidere sopra un suggello le sue iniziali G. C. e quest'impresa, tratta dall'Alfieri: Leggi e non re, l'Italia c'è. Conoscendo egli l'indole aombrosa della Polizia di Milano, e la condizione sospettosa del fratello, erasi guardato dal recare a casa sua quel suggello e avealo deposto presso la signora Camilla Fè, la quale, per ragione del sesso, era creduta al sicuro dalle persecuzioni austriache. Trovandosi un giorno in casa di quella signora, rammentossi Giovanni Castillia d'una lettera del console delle corti di Spagna a Genova, per nome Beremendi, pervenutagli alcuni giorni prima ed alla quale non avea fatto risposta. Prese tosto la penna e scrisse di fretta alcune linee, cui sottoscrisse colle sue iniziali G. C., e veduto poscia sul tavolino il suo suggello, se ne valse spensieratamente per suggellare la sua lettera, cui mandò incontanente alla posta. In Ispagna fervea allora la rivoluzione, e il Beremendi era console delle corti ispaniche; bastava perciò a destare i sospetti della Polizia il semplice indirizzo d'una lettera ad un tale personaggio: or quanto più quando lo spaventoso esergo Leggi e non re, l'Italia c'è, ne contrasegnava il suggello! Il direttore della posta aperse pel primo quella lettera, cui attribuì senza peritanza a Gaetano Castillia, quel desso che era andato in Piemonte. Bolza, Cardano ed un altro di cui non rammento il nome ebbero pertanto incontanente l'ordine di recarsi a frugar nelle carte e robe di Gaetano Castillia e di catturarlo nel caso che da quella inquisizione emergesse un qualche gravame contro di lui. Gaetano Castillia avea ricevuto alla sera una lunga lettera di Emmanuele Marliani, che allora trovavasi in Ispagna e venne in fama di poi per la luminosa sua comparsa in quella contrada. Vi si conteneano dei particolari intorno alle cose della Spagna, delle considerazioni sul probabile scioglimento di quelle faccende, come pure delle considerazioni sull'Italia, congiunte a voti per essa, e forse altresì intorno agli ultimi tentativi fattisi in Piemonte, e l'ammaestramento che si dovea trarre da quei fatti. Subito erasi posto il Castillia a rispondervi; e, spesavi una parte della notte, avea poi chiuso diligentemente la lettera e la risposta in un cassettino frammezzo a pannilini, proponendosi di ardere alla mattina per tempo la lettera e di mandar la risposta. Ma fu antivenuto dagli agenti della Polizia. Non aggiornava ancora quando questi agenti gli si presentarono, esortandolo a nulla occultare. Ei consegnò loro le sue chiavi, e se ne rimase tranquillo spettatore della loro disamina sintanto che li vide intenti a frugare nel suo scrittoio e nello scrigno delle sue scritture; ma ben dovette fare forza a sè stesso quando li vide volgersi all'armadio delle biancherie, aprirne i cassettini, porre le mani sui pannilini che coprivano quelle lettere, ed estrarnele. Il solo fatto di avere occultate quelle carte era motivo di sospetto contro il Castillia, e bastava ad autorizzarne la cattura; ond'è che il Bolza lo avvertì che una vettura da nolo aspettavalo alla porta, e gl'intimò di venirgli dietro in carcere. Uno dei fratelli del Castillia¹ avendo ottenuto il permesso di accompagnarlo alla prigione, giovossi di quella congiuntura per dargli alcuni consigli, e recossi poscia difilato dal marchese Pallavicini a narrargli la disgrazia accaduta al fratello, e ad esortarlo di sottrarsi con la fuga ad un simile destino.

¹ Non era già quello di cui ho fatto menzione qui sopra, e il quale fu causa prima, benchè innocente, di tante sciagure.

Ho detto che il Pallavicini era giovane assai. Egli avea certamente nudrita la sua mente con la lettura di Plutarco e di Tito Livio, e imparatovi come i grandi uomini dell'antichità si sagrificassero pei loro amici e sapessero morire con essi quando non potean salvarli. E in vero non ebbe appena udito della cattura dell'amico, che attribuendone subito la causa al viaggio fatto di conserva con esso in Piemonte, esclamò: «volere, ben lungi dal fuggire, voler condividere il destino del Castillia; il massimo torto essere stato il suo; aver lui proposto quel viaggio; non averlo seguìto l'amico se non per condescendenza, ec., ec.». Nè fu pago di dir queste cose fra le domestiche pareti; ma, fatto sordo ai consigli, e direi quasi alle suppliche instanti del fratello del Castillia, il quale sforzavasi di fargli intendere i tristi possibili effetti del passo ch'egli stava per fare, uscì precipitoso fuori di casa e corse senza prendere fiato all'ufficio della Polizia, ove richiese ad uno ad uno tutti gli ufficiali in cui si abbattè, di chiuderlo in carcere col suo amico. Quelle strane instanze non ebbero lo sperato esito. Il Pallavicini fu ributtato burberamente; gli dissero non bastare il voler essere incarcerato per venir chiuso in carcere, e lo esortarono ad andarsene. Io non so invero se questa mattia fosse necessaria per cagionare l'arresto del Pallavicini; perocchè la sua gita in Piemonte veramente ponealo fra' primi nella lista dei sospetti; e se l'Austria era allora determinata a porre in chiara luce gli accordi che eransi fatti nel 1821 fra i Lombardi e i Piemontesi, essa non potea cominciar meglio l'opera sua che con la cattura del Pallavicini. Fatto è che questi non dovette sospirare un lungo tempo pel carcere. Due giorni dopo la strana sua domanda all'ufficio della Polizia, il conte Bolza, appressatoglisi all'uscir dal teatro, invitollo a venirgli dietro, nè lasciollo se non dopo ch'esso fu chiuso in una segreta poco lontana da quella in cui era il Castillia.

Troppo avea presunto di sue forze e di sua fermezza il Pallavicini. Schietto, generoso e disposto a prodezza, ma semplice ed ingenuo, viziato da quella levità di carattere per cui l'animo va fluttuando fra le più contrarie disposizioni, si empie oggi di matte speranze per isprofondarsi domani nello sterminato abisso della disperazione, era il Pallavicini uno di que' tali che sono in grado del pari o di commetter le più grandi o le più nocive azioni, o di starsene inerti del tutto, secondochè portano le circostanze, e sempre senza premeditazione, tranne però il primo caso. Com'ei si vide in carcere, tosto s'accorse che la sua propria sciagura non punto alleggiava quella dell'amico, e concepì un ardente desiderio della libertà. Sua madre, da cui era amato teneramente, desiderava ch'ei fosse liberato, più ancora che nol desiderasse egli stesso; e la Polizia, o, per dir meglio, il governo, proposesi di avvantaggiarsi dei sentimenti della madre e del figliuolo. Non appena i membri del tribunale straordinario e il giudice istruttore, Menghini, vennero in cognizione della levità ed impetuosità del carattere del captivo, che prepararono le loro macchine. Obbliava di già l'Austria in quel tempo, che la faccenda non era stata ad altro fine indirizzata che a somministrarle un pretesto per prolungare l'occupazione del Piemonte e del reame di Napoli. Avendo essa posto in campo sospetti, volea giustificarli. Ben sapea esservi stata congiura, perocchè aveane avuto contezza dal principe di Carignano, e dacchè erasi posta scopertamente ad inquisire in proposito, temea di apparire melensa ove non la rinvenisse. Impegnato che fu il suo amor proprio, il governo si rassegnò a trovar dei colpevoli, e non fu malagevole il suo cómpito.

Cominciossi per parlare al Pallavicini della congiura come di un fatto notorio ed incontrastabile; poscia, trovando perseverante il prigioniero nel negare un fatto così constatato, e veggendolo domandare con tanta sollecitudine e commozione della propria madre, s'invocò l'opera di questa, la quale, dopo la cattura del figliuolo, non cessava dall'assediare l'anticamera del tribunale. Uno dei giudici chiamolla nel suo gabinetto, l'accolse affabilissimamente, e datele notizie confortanti del figliuolo, la cui fragile salute avea pur troppo a scapitare per una lunga prigionia, aggiunse che la caparbietà di esso nel negare una macchinazione della quale il governo conoscea i più minuti particolari, era cosa fatta per indisporre gli animi contro di lui; che la confessione richiesta al medesimo non era altro che una formalità, un atto di sottomissione indispensabile affatto, ma però tale, che non potea portare sinistre conseguenze per lui nè per altri. Proseguì egli a parlarle in questi sensi, finchè la contessa, interrompendo il discorso, accertollo ch'essa ben comprendeva le benefiche intenzioni di S. M., nè potea dubitare che il figlio non le comprendesse al pari di lei, e non vi si arrendesse con premura e riconoscenza. Interrogò il giudice la contessa Pallavicini se potess'ella sperare d'indurre il figliuolo alla confessione che a lui veniva richiesta, e dietro la risposta affermativa ch'ella diede, la fece introdurre nella prigione del figlio. La storia non dee toccare di quello che sia stato detto allora dalla madre e dal figliuolo, ed è suo debito di rispettare il segreto intorno a simili scene; debito tanto più facile a servare, quantochè il racconto delle medesime potrebbe solo indebolire quell'interesse che ne emerga. Fatto è che il Pallavicini, dopo la visita della madre, confessò quel tanto che gli si richiedea e ch'ei non credea ignorato ormai da veruno. Nelle prigioni dell'Austria è d'uopo eleggere tra un sistema assoluto di diniego, spinto sino all'assurdo, per cui si impugni risolutissimamente tutto quanto può, dappresso o da lungi, direttamente o indirettamente, toccare ad un fatto incriminato, e un sistema di piena confessione, per cui si rinunzi ad occultare una sola delle circostanze del fatto medesimo. Colui che spera di ristrignersi a confessare quel tanto che riguarda sè stesso, senza pregiudicare i suoi sozi, e vorrebbe usare schiettezza da un lato e dissimulazione dall'altro, è perduto; perciocchè il giudice procede a tal modo: ponendo per istabilito il fatto confessato dal reo, mette subito in campo, come conseguenza di esso, un altro fatto ch'ei fa le viste di tenere come confessato implicitamente col primo. E se l'inquisito ricusa di ammettere quest'altro fatto, gli oppone ch'ei distrugge la prima sua confessione, che pecca contro la logica, ec., insino a tanto che esso venga quasi ad arrossire del diniego. Ond'è che l'inquisito è condotto quasi per forza ad ammettere questa conseguenza della prima sua confessione, ed ecco subito messo a lui dinanzi un terzo annello, un'altra conseguenza di secondo grado, che gli è forza ammettere come la precedente; e così si va procedendo via via, insino a tanto che non vi sieno più segreti da propalare. Era il Pallavicini senza dubbio fermamente risoluto di non compromettere altri che sè medesimo, ma compromise di fatti molti altri. Quando se ne fu addato, tentò di ritrattarsi, cadde in disperazione, e rimase come fuori di senno per lungo tratto di tempo. Sicchè troppo acerbo sarebbe il rimproverargli un momento di debolezza che fu espiato così crudelmente.

Come il Pallavicini, così anche il Castillia si persuase di non avere a compromettere altri che sè medesimo, con isgravarsi dal peso d'una perpetua menzogna. E di fatti io non ho pruova alcuna che le sue confessioni abbian portato danno a veruno. Checchè ne sia, il nome del conte Confalonieri venne proferito dinanzi alla giunta, e la cattura di lui fu posta in discussione. Uno degli amici di lui era tuttora in relazione con un antico ufficiale della polizia al quale avea prestato servizio in altri tempi. Questo ufficiale, ora defunto, scrisse subito a quell'amico per avvertirlo del pericolo che il Confalonieri correa. Sospettato egli pure, e persuaso che la casa del Confalonieri doveva essere invigilata attentamente, quell'amico recossi anzitutto dal consigliere Marliani, la cui figliuola era stretta in amicizia e col Confalonieri e coi principali liberali. Parlò con questa signora del modo di ragguagliare il Confalonieri di quanto riguardavalo, e si stabilì fra loro ch'essa invierebbe da lui il servo fidato di suo padre, persona sicura e devotissima. Il Berchet, appressatosi a quella signora nel mentre ch'essa ragionava con l'amico del Confalonieri, udì le loro parole, e immantinenti si diliberò di scampare in estero Stato, nè pose tempo in mezzo ad eseguire quel proponimento. Ricevette pertanto il Confalonieri la notizia che gli amici erano impazienti di fargli giugnere, ma non ne fu punto commosso, e ricusò di fuggire. Alla sera del giorno medesimo, il menzionato ufficiale di polizia scrisse di bel nuovo all'amico suddetto, essere stata stanziata la cattura del Confalonieri. Gli amici si riposero in moto; ed anzi la stessa figliuola del consigliere Marliani recossi dal Confalonieri per fargli presente l'imminenza del pericolo e scongiurarlo ad andarsene.

Diè saggio il Confalonieri in quella occasione d'una levità di carattere, che può servire di spiegazione e di escusazione dei falli ch'egli avea precedentemente commessi. Gl'iterati avvisi mandatigli da' suoi amici erano avvalorati altresì dalle insinuazioni abbastanza chiare del maresciallo conte di Bubna, che teneva in quel tempo il comando militare in Milano, ed era uomo retto e capace di attaccamento. Nelle frequenti visite ch'egli faceva al conte ed alla contessa Confalonieri, non mancava egli di ostentare molta ansietà della mala salute del conte, e dal consigliare a lui ed alla contessa un viaggio di alcuni mesi. Ben comprendeano entrambi il fatto per cui mostravasi inquieto il maresciallo, e raffrontando questi replicati consigli con gli avvertimenti venuti altronde, non potevano dissimularsi il pericolo. Ora perchè mai trascurò egli il Confalonieri l'occasione propizia che gli si offeriva? Perchè mai non volle egli andarsene e starsene fuori per alcun tempo? Voleva egli punirsi della funesta fidanza da lui posta l'anno 1814 nell'Austria? Desiderava egli tergere col martirio la lieve macchia contratta dalla sua riputazione in quel tempo? Benchè questa ipotesi sia molto onorevole pel Confalonieri, difficil cosa è tuttavia il conciliarla coi provvedimenti ch'ei non mancava di fare onde aprirsi al caso una via di scampo. Diceva egli bensì agli amici: «Non partirò; non mi ritirerò a fronte della tempesta, voglio anzi affrontarla; sarà di me quello che Dio vorrà, ec., ec.»; ma intanto facea praticar nel solaio di sua casa un buco che dava nella casa vicina (la casa Bonacina), e per quel buco proponeasi di fuggire camminando sui tetti finchè trovasse od una finestra od un abbaíno aperto per entrare in una qualche casa. Io non so dire s'ei si proponesse di rimanervi celato sotto la salvaguardia dell'ospitalità, o se sperasse di scendere le scale di quella casa e d'uscirne pel portone senza essere veduto o notato. Ben era peccato che il Confalonieri, risoluto, come pare ch'ei fosse, di sguizzar via, non abbia meglio ideato il modo di farlo; ch'egli abbia voluto aspettare fino all'ultimo istante per effettuare il suo disegno, e siasi determinato a tentare una fuga pericolosa pei tetti, quando non solo la porta della sua casa, ma quelle pure della città e dello Stato erangli aperte. Che se alcuno dubitasse della verità della mia asserzione, e credesse in quella vece che il Confalonieri avrebbe forse incontrato maggiori ostacoli alla fuga di quelli ch'io suppongo, io gli risponderei col racconto di un fatterello singolare. Sei settimane prima della sua cattura, il Confalonieri abitava una villa sulle rive del lago di Como, nel sobborgo di questa città chiamato Borgo-Vico. Per festeggiare il giorno onomastico della consorte, egli convitò parecchie persone a pranzo il 15 di ottobre, giorno della festa di santa Teresa. Vennero i convitati all'ora prefissa; trovarono apparecchiata la mensa, raccolta la brigata, ma assenti i padroni. Più ore trascorsero, duranti le quali gli amici colà convenuti rimasero inquietissimi intorno al destino del padrone di casa. Giunse egli finalmente a piedi, preceduto da sua moglie e da' signori Francesco Arese e di Fellberg. Erasi egli spassato nell'approfittare della vicinanza della Svizzera e della libertà con cui passava e ripassava il confine per empire la carrozza di oggetti in frodo de' dazi. Dietro la denunzia di una spia, la sua carrozza era stata visitata e confiscata. Or non poteva egli fare un uso migliore della libertà con cui recavasi cotidianamente in Isvizzera?

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