PARTE SECONDA (continued 2)
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Gli è forza pertanto supporre che il Confalonieri, mentre ricusava di fuggire quando gli amici vel consigliavano, proponessesi di andarsene quando a lui paresse opportuno. Nè sarebbevi perciò ragione di rimbrottarlo gravemente; se non che era almeno da desiderare che gli apparecchiamenti da lui fatti a tal uopo fossero stati così bene ideati come quelli suggeritigli dagli amici. Ora a questo proposito egli è da stupire che, dopo aver fatto aprire un varco nel muro divisorio tra la propria casa e la casa Bonacina, il Confalonieri non siasi poi data la briga d'invigilare a fine che quel varco non fosse chiuso. Il che appunto accadde.
Era il Confalonieri male in salute, come ho detto. Giaceva egli a letto quando vennero ansanti i suoi famigliari annunziandogli che agenti della polizia entravano in casa. Balzar fuori del letto, ghermire in fretta gli abiti, e scampar da una porta situata dietro le cortine del letto per andare sul solaio, donde sperava passar nella casa vicina, fu pel Confalonieri la faccenda d'un istante. Di già appressavasi egli al varco, e potea credersi salvo. Vi giunge ansante e trepidante. Tremenda delusione per lui! Il varco era stato chiuso dal padrone della casa vicina, a detta di alcuni, o da un servo dello stesso Confalonieri, a detta di altri. Ognuno però concorda nel dire che quello sgraziato accidente fu mero effetto del caso, e sarebbesi facilmente cansato se il Confalonieri fossesi data la briga di invigilare sopra i mezzi apparecchiati pel proprio scampo. Vedendosi côlto nel laccio, tentò il Confalonieri di scampare per una scala segreta, ma non appena ebb'egli sceso alcuni gradini, che udissi chiamare per nome da un uomo che l'aspettava appiè della scala medesima. Era questi il conte Bolza, l'esecutore di tutte le catture politiche, il quale, armato di due pistole, intimavagli d'arrendersi. Non tardò il Confalonieri a sottomettersi. Le sue carte furono esaminate, ed egli in compagnia degli agenti della polizia e della gendarme, fu condotto in carcere.
Si è questo per avventura il luogo opportuno per dire alcune parole intorno al carattere del conte Confalonieri, che mi è toccato di rappresentare or come fermo, or come leve, or come ambizioso, or come devoto, or come poco scrupoloso, or come di soverchio fidente, e, in una parola, proteiforme. Non è infatti cosa infrequente il trovare accoppiati in un istesso uomo le qualità e i sentimenti più contrari fra loro: e se i caratteri di simil tempra sono uno scoglio da cui debbono guardarsi pel meglio dell'opere loro i romanzieri ed i poeti; lo storico, che è schiavo de' fatti, dee fedelmente ritrarli, non senza aver cura d'avvertire il lettore dello strano spettacolo cui è costretto a porgli sott'occhio.
Ebbe il Confalonieri dalla natura poca sensitività ed un temperamento capacissimo di esaltazione. Non si è venuto in cognizione ch'egli abbia provato forti passioni; ma spesso egli fu veduto commuoversi ed infiammarsi contro certe cose o contro certe persone che dispiaceangli. Egli è inoltre capacissimo di ammirazione; ma io non avviso di fargli torto con dire, essere questo sentimento in lui per lo più raffreddato da un certo quale scetticismo, così comune però in Italia, che non si può farne un particolare rimprovero al Confalonieri. Cresciuto in una famiglia stata devota in ogni tempo all'Austria ed alle idee ch'essa rappresenta, sullo scorcio del secolo decimottavo e frammezzo ad una generazione tutta imbevuta delle dottrine rivoluzionarie, il Confalonieri subì ad un tratto l'influenza dell'orgoglio aristocratico, dello scetticismo volteresco, dell'entusiasmo liberale onde ridondavano i giornali francesi e i bandi dell'esercito francese, e di quell'entusiasmo altresì che era stato messo in voga dall'Alfieri per la libertà de' Greci e de' Romani. L'imaginazione, facoltà dell'animo sì esuberante in Italia, è altresì la facoltà predominante nel Confalonieri; ed una tale facoltà in lui, del pari che in chiunque non la faccia servire ad una forte passione o ad una profonda convinzione, e la lasci esaltarsi e reggersi da sè, non ha mai prodotto alcunchè di veramente bello o grande. L'uomo, il cui animo e il cui cuore non abbiano una base solida da appoggiarvisi, nè scorta illuminata e fida da seguire, vo' dire affetti profondi e massime invariabili, scagliato che sia nella vita pubblica, sarà capace ora di un'azione magnanima, ora di un fatto men che onorato; muterà parere secondo che vel trarrà la versatilità connaturale all'umano genere; benchè forte, cadrà in debolezze; benchè generoso, si abbasserà alla pari di coloro che sono men che generosi; benchè schietto ed aperto, offenderà la verità; benchè accorto e dissimulato, farà le più stolte confessioni; errerà insomma a casaccio, qual nave priva di piloto e di bussola, nell'immenso pelago delle sensazioni, dei pensieri, dei desideri e degl'interessi, lasciandosi andare in balía di quelli e di questi, facendo il saggio di tutto, e sarà vinto alla fine e unicamente dalla stanchezza.
Io non ho fatto con ciò il ritratto del Confalonieri, bensì ho descritto un tipo di cui il Confalonieri è una varietà. L'animo del Confalonieri è naturalmente elevato; la sua mente naturalmente portata ai pensieri nobili o generosi; ma standosi anche rinchiuso nel cerchio del giusto e del bello, il Confalonieri si è dimenato assai, ed ha mutato frequentemente parere e proponimento. Spesse volte altresì egli si è mostrato incoerente, e parve mosso ad un tratto da varii e contrari impulsi, e chiudere in sè parecchi individui diversi.
Nella congiuntura di cui facciamo qui discorso, il Confalonieri seguiva il suo nobile e coraggioso istinto col dichiarare a' suoi amici di non voler partire; cedeva ai dettami della prudenza col far aprire il varco pel quale dovea fuggire, e pagava infine, col trascurare d'invigilare sopra quel varco, il suo tributo alla levità del carattere (chè così può essere chiamata una siffatta impreveggenza). Chi non direbbe che si tratta qui di tre uomini diversi?
Interrogato come il Pallavicini e il Castillia, non doveva il Confalonieri cedere com'essi. Ma la sua impreveggenza tornò agli amici suoi non meno funesta, di quello che a lui fosse stata la fiacchezza del Pallavicini. Desiderando egli far conoscere alla moglie quanto era accaduto fra lui e i suoi giudici, volle scriverle due righe, e s'appigliò a quest'uopo ad uno di quei mezzi che sono da gran tempo usati dai prigionieri, sicchè da niuno sono ormai ignorati. Spiccò dalla invetriata un pezzo di piombo, fecene un rotolino appuntato e se ne valse a guisa di toccalapis per iscrivere una lettera sur un pezzetto di carta. Ciò fatto, era d'uopo trovare un messaggero; ed io non so veramente il perchè siasi il Confalonieri indotto a scegliere per quest'ufficio uno degli uomini della gendarme da cui era custodito. Parve costui intenerito dalle preghiere del nobile captivo; acconsentì alla domanda, promise fede, e recò la lettera al giudice inquisitore. Erano in questa lettera nominati il Fellberg, il Comolli, il Borsieri e alcuni altri, che vennero tosto catturati.
Incalzato dalle interpellanze, e addatosi altronde che la congiura era ben nota al governo, il Confalonieri, nell'atto stesso che confessò d'aver saputo delle macchinazioni dei congiurati, tentò di giustificarsi, allegando di essersi opposto sempre alla loro effettuazione. E in prova di ciò addusse il fatto di avere scritta una lettera al marchese di San Marzano, con cui esortavalo a non affacciarsi al confine lombardo. Interrogato del mezzo con cui avea potuto far capitare questa lettera al San Marzano il Confalonieri nominò la contessa Frecavalli, la quale ebbe a sopportare pochi giorni di poi una visita degli ufficiali della polizia, ed una cattura di tre giorni nelle proprie stanze. Taluno sarà forse desideroso di conoscere il come si osservino dalla polizia austriaca i riguardi che si debbono usare alle donne. La contessa Frecavalli ebbe per custodi nella sua propria stanza due agenti di polizia ed un uomo della gendarme. Uno di questi agenti, per nome Fedeli, giovane ed avvenente, non era privo di una certa quale urbanità di tratto; ma i precisi ordini datigli non gli permisero di accondiscendere al desiderio della contessa Frecavalli, coll'uscir fuori un solo istante dalla camera di lei, nei tre giorni e nelle tre notti dell'arresto della medesima. Ond'essa non volle andare a letto, nè abbandonare la seggiola su cui si era gittata quando vide entrar nella camera gli agenti di polizia, sopportò con piena calma quella soggezione, non tralasciando di tribolare co' suoi sarcasmi quegli agenti, e in particolare il Fedeli, per l'uffizio rozzamente vile cui avevano accettato verso ad una donna. Non era essa più giovinetta in quel tempo, e lo sforzo che fece per non dar a conoscere di sentirsi affetta di soverchio da quella brutalità, le guastò la salute per sempre.
Non debbo omettere di far edotto il lettore del modo col quale venne osservata la promessa fatta dal conte Strassoldo, presidente del Consiglio di governo, alle famiglie dei giovanetti che si erano arruolati nel battaglione di Minerva. Non appena fu in piede la giunta straordinaria per istruire il processo contro i congiurati, che tutti quegli scuolari furono catturati. Invano se ne richiamarono le loro madri presso il presidente del governo; perocchè questi non avea promesso che quel tanto cui credea poter attenere, e il gabinetto di Vienna, poco sollecito dell'onore de' suoi ufficiali, avea testè nominato dei commissari, le cui attribuzioni erano affatto independenti dal presidente del Consiglio di governo. Parecchi di quei giovanetti vennero poi condannati come rei di ribellione; altri furono discacciati dall'Università e ributtati da ogni aringo, come rei di poco attaccamento alla Casa d'Austria.
La casa di correzione riboccava di catturati politici, e novelle catture accrescevano cotidianamente il numero di questi. Tutte le famiglie erano immerse nella costernazione. Niuno usciva di casa senza guardarsi dietro, e senza vedersi seguito da uno o due uomini, male in assetto, e di cera ignobile, come sono per lo più gli agenti segreti di qualunque potestà, e quelli in ispecie di una potestà arbitraria. Quante volte ho io veduto dalla mia finestra un uomo da' cinquanta a' sessant'anni, vestito d'un abito verde, con un cappellaccio calato sul viso, un fazzoletto a colori annodato attorno al collo, la schiena arcata, l'incesso tardo, passeggiar tristamente in istrada, e sostare tratto tratto sotto il portone dalla casa posta dirimpetto, guardando ora all'uno, ora all'altro dei capi di quella strada, o sforzandosi di spinger lo sguardo a traverso le cortine dietro le quali io mi stava. Era costui uno spione ben noto, simile a tutti quelli che erano egualmente appostati in ogni altra strada o davanti ad ogni casa sospetta. Non poteano due persone salutarsi cammin facendo per le vie della città, senza che il direttore della polizia ne fosse subito ragguagliato. Niuno si accostava ad un altr'uomo senza diffidenza; niuno si arrischiava di andare per due giorni di seguito nella istessa casa, per tema di destare sospetti.
Chiari vedeansi sopra tutte le lettere affidate alla posta i segni dell'infrazione del suggello. Quante persone furono chiamate dal direttore della polizia, o tratte a lui dinanzi in sembianza di malfattori, per essere da lui interrogate, per esempio, sur un discorso fatto in loro presenza in un dato giorno e in un dato luogo! Potevano ben esse negare il fatto, fosse o non fosse vero realmente; ma non poteano con ciò raddolcire l'umore aspro del direttore, il quale, contento di incutere loro un momentaneo terrore, le avvertiva con tuono d'oracolo, essergli noti i loro minimi pensieri, biasimarsi questi da lui fortemente, e poco voler tardare a dargliene pruova. Nella città non si parlava d'altro che dei tormenti inflitti ai prigionieri politici, e le segrete dell'Inquisizione pareano un nulla a udire quel che si diceva delle segrete della casa di correzione di Milano. Bucinavasi di cibi o bevande dati ai captivi per alterarne il senno e strappar loro il segreto: ma questa tortura non fu mai e poi mai posta in uso in Milano, nè dagli Austriaci; e si dee lasciarne l'ignominia al duca di Modena, che se ne valse. Se non che i mezzi posti in opera dalla giunta estraordinaria di Milano, dacchè in ispezieltà il Salvotti era stato chiamato da Venezia a Milano per farvi l'ufficio di giudice inquisitore in luogo del Menghini, questi mezzi, men grossolani certamente, erano tuttavia crudeli ed iniqui. Non posso tacere qui di un fatto che varrà di risposta a coloro i quali, per troppa ingenuità di animo, dicessero non potersi dare in Europa un governo capace di sancire, inscrivendole nel suo codice, disposizioni simili a quelle che io debbo menzionare. Ed è, non esservi negli Stati austriaci codice di processura determinato per le giunte estraordinarie, e condursi da queste i processi che sono loro demandati, a seconda delle momentanee occorrenze. Facciasi da ciò ragione dell'estensione veramente sconfinata delle facoltà concesse a queste giunte.
Il Salvotti entrava talvolta a mezza la notte nelle segrete de' prigionieri, e destandoli di repente, facea loro, prima che risensassero dallo stupore e dallo spavento, interrogazioni insidiose, per le quali vantavasi di possedere una rara perizia. La mancanza d'aere libero, e di esercizio, le angoscie d'animo ond'erano oppressi i captivi, tutto in somma conferiva a guastar loro la sanità. Parecchi caddero infermi; alcuni corsero rischio di perder la vita, mentre il Salvotti richiedeva la più piena confessione per concedere agli uni la visita del medico, agli altri il conforto di abbracciare un'ultima volta una persona carissima, o alla maggior parte l'ultimo colloquio con un confessore. Ebbevi un moribondo al quale fu negato un confessore di sua propria scelta, per imporgliene uno il quale, giusta ogni apparenza, era una spia. Avendo l'ammalato risposto che si confesserebbe a Dio, non si osò fare più lunga instanza in proposito e chiamossi il sacerdote desiderato del moribondo. Fecesi però una picciola vendetta sopra il sacerdote istesso, mandando in cerca di lui per modo da indurlo a credere ch'ei fosse chiamato in prigione per rimanervi.
Gli interrogatorii aveano luogo tra l'accusato e il giudice istruttore Salvotti, in presenza d'un cancelliere, il quale scrivea le domande e le risposte. Componea poscia il Salvotti un epilogo di tutti questi interrogatorii, di cui lasciava copia, dopo terminati i costituti, all'inquisito, esortandolo ad apparecchiare pel giorno seguente la risposta, cui davasi il nome di difesa; perocchè in siffatti processi l'accusato non può nè affidare la propria difesa ad un avvocato, nè tampoco giovarsi della dottrina e dei consigli altrui. Il captivo trovavasi adunque improvvisamente e pel breve spazio di ventiquattro ore, costretto a prendere in disamina la voluminosa raccolta delle interrogazioni ch'erangli state fatte, e delle risposte da lui datevi mesi e mesi prima, ed a difendersi. Uno di quegl'inquisiti, fra altri, stette diciotto mesi in carcere, nel quale tempo fu interrogato due sole volte, la prima, subito dopo la cattura, entrante la primavera del 1822, per non altro uopo, che per constatare l'identità della persona; la seconda alla fine dell'anno 1822; dopo del che non vide più i suoi giudici se non nel mese di ottobre dell'anno seguente, in cui fu riposto in libertà. Un captivo può egli assicurarsi dell'esattezza od inesattezza di costituti avvenuti da sì remoto tempo, quando inoltre essi sieno, come furono quelli per esempio del Confalonieri, in tanto numero da giugner quasi ai cento? Se l'inquisito tentava di ridursi le cose a memoria, se pigliava a rettificare i fatti stabiliti dai costituti, se ardivasi ad entrare in discussione col proprio giudice, egli era irreparabilmente perduto. Alcuni appigliaronsi ad un felice compenso. Pregarono l'istesso consigliere Salvotti di stendere le loro difese, in quel modo che avea steso le accuse, dichiarando di rimettersi in tutto e per tutto al suo senno e alla perfetta sua probità. Ed egli, pago di questo tratto di confidenza, si diede con una certa quale vanagloria a fare con eguale acume due parti, l'una opposta all'altra, a sostenere con l'impegno medesimo il pro e il contro. Ond'è che gl'inquisiti che posero le proprie sorti nelle mani di quello strano avvocato, furono meglio difesi che non quelli i quali vollero pigliarsi essi medesimi questa briga.
Ebbevi in questa occasione dei fratelli incarcerati e condannati per non avere voluto farsi accusatori l'uno dell'altro; furonvi persone condannate per non avere tradito il segreto ch'era stato confidato loro; e per meglio dire, quasi tutti coloro de' cui gemiti risuonarono poscia le segrete dello Spielberg non per altro vennero condannati che pel reato di non-rivelazione. Io non preterirò qui l'occasione di encomiare una volta almeno senza miscuglio di biasimo il procedere del conte Confalonieri. Non appena si fu egli addato delle vere intenzioni dell'Austria, e si persuase ch'era certa la sua perdita, e che la speranza con cui lo aveano in sulle prime lusingato, era meramente un'insidia tesa contro la fedeltà sua agli amici, che si appigliò e aderì fermamente al sistema di negar tutto. Allora spiegò quell'irremovibile forza di volere, che fino allora eragli stata sì male in aiuto. Facendo egli forse in allora giusto giudizio dei passati suoi portamenti, riguardò con occhio sereno i patimenti che gli erano destinati e cui poteva accettare a titolo di espiazione. Fatto è che niuno de' suoi compagni di sciagura ebbe a rimproverargli un momento di debolezza; e l'Italia tutta quanta, ponendogli a merito i tanti e sì angosciosi anni di captività, e la nobile rassegnazione con cui egli seppe fare il sagrificio della propria vita e della propria libertà, sdimenticossi gli sgraziati fatti del tempo addietro, e diedegli un posto fra' suoi figliuoli prediletti. In un tempo di crisi e di rivoluzioni come si è quello in cui viviamo da poco meno d'un secolo, gli uomini politici che non s'ingannino mai sono in poco numero; ma minore ancora è il numero di quelli che si purghino in tal guisa di un fallo con un eroico procedere serbato sì a lungo. Gli altri inquisiti si diportarono bene, e quanto a me, io sono accertato che non uno di loro mancò al proprio debito, e che i più fiacchi non peccarono se non contro sè stessi, vale a dire che si persuasero di non confessare se non a proprio danno. Io recherò qui di nuovo un esempio del modo adoperato dalla giunta per istrappare il segreto di bocca agl'inquisiti. Un notaio di Brescia, per nome Bontempi, avea fatto un istromento di donazione o di cessione dei beni dei fratelli Camillo e Filippo Ugoni a pro del loro zio Francesco Ugoni. Quell'istromento fu impugnato come nullo, perchè destinato a conservare ai fratelli Ugoni le loro sostanze, che secondo le leggi portate contro gli spatriati doveano soggiacere a sequestro. Il notaio fu incarcerato e assalito in mille varii modi per trarlo a confessare la simulazione di quella donazione. Ma sia che realmente egli avesse fatto quell'istromento in buona fede, sia che comprendesse essere d'uopo pel proprio scampo il dirlo, fatto è ch'ei negò risolutamente di saperne di simulazione, e sostenne inconcussamente di avere creduto di fare un istrumento valido, e che l'atto era stato fatto nella debita forma, ec., ec. Uno dei testimoni che aveano sottoscritto l'istromento, per nome Panigotti, ricoveratosi in estero Stato subito dopo la cattura del notaio Bontempi, e condottosi a Brusselle, ove stette alcun tempo, era un amico dello stesso notaio. Conoscea la giunta l'amicizia che passava tra 'l Bontempi e il Panigotti, nè ignorava, perchè esperta oramai in siffatte materie, il sentimento angoscioso e cocente da cui viene affetto un uomo posto a fronte di un altro per sostenergli in faccia ch'esso ha mentito; il qual sentimento, ove i due confrontati sieno stati amici fra loro, ne rende il confronto affatto insopportabile. Dietro la cognizione che avea di un tale fatto e, sto per dire, d'una tale legge, il giudice istruttore disse al Bontempi, che il Panigotti, anch'esso captivo, avea confessato quel tanto ch'ei s'ostinava a negare. E aggiunse che, ostinandosi egli tuttora nella impugnativa, gli avrebbero condotto dinanzi l'amico per vedere quello che saprebber dire entrambi in un tale frangente. Udendo e della cattura dell'amico e della confessione del medesimo, rimase il Bontempi costernato. Non reggendo al pensiero di dover dare una mentita all'amico e di passare presso di lui per mentitore, interruppe frettoloso le parole del giudice, che facea le viste di ordinare che colà conducessero il Panigotti, e confessò quanto si volle da lui confessato. Venne perciò condannato ad un anno di carcere. Era egli tratto con buona scorta dalla prigione degl'inquisiti a quella dei condannati per iscontarvi la pena, quando gli venne in mente la speranza di poter conoscere la sorte dell'amico. Trovandosi vicino ad uno dei custodi, lo interrogò se il Panigotti fosse condannato alla stessa pena, se avesse a subirla nell'istesso carcere, e se non fosse soverchiamente afflitto dalla sua sventura. Avrebbe detto anche di più se il custode, che non era edotto di tutti i lacciuoli tesi agl'inquisiti dalla giunta, non l'avesse interrotto ridendo, per assicurarlo che il Panigotti, anzichè essere in carcere, era scampato e stava ottimamente in Brusselle. Il povero notaio s'accorse allora soltanto dell'abisso che gli aveano scavato sotto i piedi, e il raccapriccio cagionatogli dalla scoperta di tanta iniquità fu sì fiero, ch'egli stramazzò tramortito a terra, e non appena risensato, fu côlto da una febbre nervosa, dalle conseguenze della quale non potè mai pienamente riaversi. Il suo gastigo non dovea però finire con la fine della sua prigionia. Ricuperando la libertà, egli non ricuperò già la carica, statagli tolta per effetto della sentenza contro di lui proferita. Avanzato in età, estenuato dal carcere, e sprovvisto di sostanze, il Bontempi visse ancora alcuni anni con le limosine che gli faceano or l'uno or l'altro de' suoi soci di sciagura. Alla fine parecchi mesi trascorsero senza ch'ei fosse veduto recarsi da veruno di loro, com'era il suo solito, per chiedere, quand'era angustiato dal bisogno, un qualche soccorso. Più sollecito degli altri, uno di costoro andò in cerca del vecchio notaio, e le sue indagini lo condussero allo spedale, ove trovò il nome del Bontempi inscritto fra quelli dei defunti nella settimana precedente.
Mesi e mesi erano scorsi dacchè era stata posta in seggio la giunta estraordinaria. Contradittorie voci andavano in giro per la città. I genitori, le mogli, i figliuoli, i congiunti degl'inquisiti assediavano del continuo le anticamere dei giudici, riportando parole di conforto degli uni, minacce terribili degli altri. Il popolo, sempre mal disposto inverso quelli che la pubblica potestà perseguita, obbliava che quegli accusati erano stati già oggetto per lui di reverenza e di affetto, e omai risguardavali come malfattori. La polizia si era data molta briga per ottenere questo effetto. Essa avea calunniato gli inquisiti, dipingendoli come empi, come riprovati dalla nostra santa madre Chiesa, come biastemmiatori, come fabbricatori di veleni, rapitori di fanciulli. Quei nobili cuori, sentendosi abbandonati dal popolare interessamento, erano prostrati. L'Austria poteva esser crudele o generosa a suo senno, ma non fu nè crudele nè generosa.
Il re di Piemonte, il re di Napoli, il duca di Modena e la duchessa di Parma aveano sparso il sangue dei loro sudditi. L'Austria non imitò in questo il loro esempio. Ed ecco il perchè si può dire ch'essa non fu crudele. Ma è egli d'uopo spiegare il perchè non si può encomiarla per clemenza?
Giunsero alla fine le determinazioni dell'imperatore Francesco intorno alle conclusioni della giunta. Alcuni degl'inquisiti furono riposti in libertà, ma assoggettati alla invigilanza della polizia, e astretti a rimanere in città. Quelli fra loro che testè occupavano una carica o esercitavano una professione dependente in qualsivoglia modo dal governo, ne erano privati. Inoltre, aggravando la disgrazia e il danno di questi uomini che avevano sfuggito la condanna, non tralasciò il governo di sparger voci sinistre contro i medesimi; voci che il pubblico accolse premurosamente. Laonde ne avvenne che, usciti dal carcere, privati della carica o della professione, rovinati per l'abbandono delle cose loro, posti in un'ingrata soggezione, pregiudicati gravemente nella salute, esclusi dal posto che aveano lasciato vacante nella società, epperciò doppiamente bisognosi, per poter sopportare la vita nei termini in cui gliel'aveano ridotta, di essere sorretti dalla stima e dalla simpatia generale, ei si trovarono all'incontro isolati frammezzo agli antichi loro amici, videro sul volto di questi non dubbi segni di diffidenza, e dovettero comprendere che nulla ormai rimaneva loro, nemmeno la stima di coloro a pro de' quali aveano posta a repentaglio ogni loro cosa. Tale si era il destino di tutti gli inquisiti riposti in libertà. Omisi di far avvertire che quasi tutti furono rimandati liberi per difetto di pruove legali, cosicchè il loro processo rimaneva aperto, ed essi potevano ad ogni istante essere tratti in carcere di bel nuovo.
I conti Confalonieri e Pallavicini, il barone Arese, Gaetano Castillia, il Borsieri e il Tonelli furono condannati a morte per crimine di alto tradimento. Se non che l'imperatore commutò poi la pena di morte, riguardo al Confalonieri, in quella del carcere duro in perpetuo; riguardo al Pallavicini, al Castillia e al Borsieri in quella del carcere duro per venti anni; riguardo al Tonelli in quella del carcere duro per dieci anni, e infine riguardo al barone Arese in quella del carcere per tre anni.
Or ecco l'accaduto in Vienna relativamente alla condanna del Confalonieri. Il padre e la moglie di lui, un vecchio cioè ed una donna già affetta dalla crudele infermità che la trasse a morte pochi anni di poi, recaronsi a Vienna per implorare a suo favore la grazia imperiale. Durante il processo contro il marito, la contessa Confalonieri erasi mostrata simile a quelle matrone dell'antica Roma, di cui i poeti, anzichè gli storici, ci hanno tramandata la dignitosa imagine. Giovane ancora e dotata di somma avvenenza, ella si chiuse nel proprio palazzo, ne sbandì i piaceri e la compagnia de' suoi coetanei, s'interdisse persino i meri e semplici sorrisi dell'urbanità, per non più attendere ad altro che alle cose del marito e ai mezzi di salvarlo. Un sì nobile dolore avea toccato persino i cuori dei primari ufficiali austriaci, o almen di quelli che non erano stati corrotti dall'abito dell'ipocrisia. Giunse a Vienna, preceduta da una gran riputazione e munita delle più instanti commendatizie pei membri più autorevoli del gabinetto. Uno dei quali, proponendosi veramente di giovarle, avvertilla come un corriere stesse pronto a partire alla vôlta di Milano onde recarvi l'ordine di giustiziare il conte; ed anzi (ma io non so bene se fosse l'istesso od un altro de' suoi colleghi) le fu in aiuto per trattenere con arte quel corriere, quell'istessa mattina in cui ella e lo suocero dovevano essere ammessi ad udienza dall'imperatore.
Francesco I imperatore era d'aspetto così pacato, che sembrava impassibile, e l'imperio che aveva di sè stesso facealo parere mite e dolce. Egli è severo, diceano di lui i cortigiani, ma non iroso; e s'ei punisce, sì il fa per giustizia, e non per passione. La presenza del vecchio padre del Confalonieri turbò tuttavia quella serenità. Gettatoglisi dinanzi ginocchione, il vecchio chiedeagli grazia: esponeva le seduzioni a cui era stato esposto il figliuolo, rammentava i servigi da lui in altri tempi prestati, la devozione da lui e dalla sua famiglia sempre nutrita pei discendenti di Maria Teresa. Parlò alcun tempo, con favella interrotta da' singhiozzi e dalle lagrime, cui asciugava per tornare a supplicare. L'imperatore taceva, ma l'ira che bollivagli in petto parea viepiù gonfiarlo. Proruppe alla fine. Alzatosi, e, deposto repentinamente il sussiego dignitoso e l'usata dissimulazione, si fece presso al vecchio infelice, il quale, sempre inginocchioni, chinava il capo e tenea giunte le mani; gli si chinò all'orecchio e alzando le braccia, come se, suo malgrado, avesse a percuoterlo, dissegli con amaro sorriso e con voce chioccia, ma forte: «Conte Confalonieri, conte Confalonieri, date retta a queste parole: a quest'ora voi non avete più figli».
Pronta fu la contessa a sorreggere il vecchio suocero, che era stato come colpito da fulmine all'udire quelle parole. E, compressi gli affetti ond'era agitata, ripigliò ella le preghiere, cui l'imperatore, pentito forse dell'impeto a cui erasi lasciato andare, diede ascolto finalmente. Parve egli commosso, esitò e finì per promettere di spedire all'indomani lettere di grazia. Per l'indomani ei promise! e il corriere latore del comando di morte stava aspettando, trattenuto unicamente dal protettore della contessa! Raccapricciò la povera donna, perocchè rammentava un episodio dell'antica dominazione austriaca in Lombardia, il fatto cioè di un condannato a morte (era un conte di cui non ricordo il nome), il quale era stato giustiziato un'ora prima che giugnesse l'ordine di grazia. Mostrossi tuttavia lietissima della promessa imperiale, e all'uscir dalla reggia corse dall'amico che avea trattenuto il corriere. Lo zelo di quell'amico non s'intiepidì, chè anzi ei fece ogni sua possa onde ottenere che le lettere di commutazione di pena fossero spedite pria del comando di morte; e la contessa Confalonieri, impaziente d'ogni ritardo al giugnere nella città ove la scure pendea sul collo del marito, si pose in viaggio incontanente con lo suocero alla vôlta di Milano, tremante dalla paura che la tremenda sentenza non venisse eseguita. Dio nol volle. Confalonieri e gli amici suoi viveano, ma destinati a tal vita che allora teneasi quasi peggio che morte.
Evvi legge che comanda l'esposizione pubblica di tutti i condannati a pena del carcere per cinque anni o per tempo più lungo. Io ben ricordo tuttora il giorno destinato all'iniquo spettacolo. I cittadini onesti ed illuminati eransi chiusi in casa, sfuggendo checchè potea loro rammemorare che valentuomini doveano essere in quel giorno trattati a guisa di malfattori, pel loro troppo amore alla propria patria. Il popolo però avea subito l'influenza della doppiezza austriaca. Aveva udito leggere nei templi l'editto contro i carbonari; e avea sentito ripetere tante volte che i liberali macchinavano contro la vita dei poveri, contro la quiete dello Stato e la pubblica felicità che ne deriva, che avea finito per crederlo. Gl'infelici condannati soffrirono certamente di più al veder lo spettacolo di quel popolo traviato, che non soffrissero poi nel subire le umiliazioni cui vollesi altrove assoggettarli. Confalonieri, Andryane, Pallavicini, Castillia, Borsieri e Tonelli, uscirono dal carcere col saio grigio dei prigionieri indosso, e incatenati a coppia. Giunti dinanzi al palazzo di giustizia, salirono sur un palco od armadio di legno, che serve solitamente per queste esposizioni; e di colà udirono leggere la loro sentenza, e subirono gli sguardi insultanti e il mormorare espressivo della plebaglia.
Dopo essere colà rimasti per più d'un'ora, vennero tratti di nuovo nella guisa stessa in carcere, ove passarono ancora alcuni giorni pria di partire alla vôlta dello Spielberg. Invano i loro congiunti arrecaron per essi quei materiali conforti che non sono interdetti nè ai ladri nè agli assassini, i quali sieno in grado di procacciarseli. Volle l'imperatore che i condannati politici avessero a soffrire di più che i galeotti. Ad un pittore amico della casa Castillia, il quale seppe che a Gaetano Castillia era concesso di recare con seco un libro di orazioni, venne in mente di delineare sur un foglio di quel libro i ritratti della sorella e del vecchio genitore del prigioniero; ma essendosi i custodi addati che quest'ultimo tenea per un lungo tempo il libro aperto all'istesso luogo senza voltare la pagina, vollero vedere che cosa ci fosse dentro, o il libro fu incontanente confiscato.
Alla fine il tristo convoglio si avviò; e i condannati, scorrendo quelle vie sì piene per loro di grate memorie, quelle campagne che avevano sì spesso percorse e alcune delle quali loro appartenevano, disperarono certamente di rivederle un'altra volta. Dissero un lungo ed eterno addio all'incomparabile verzura de' nostri prati, al placido azzurro del nostro cielo, alla splendida luce, e ai caldi raggi del nostro sole. Abbandonavano la patria e avevano perduta la libertà; si può egli dare maggiore sventura?
«La buona compagnia che l'uom francheggia »Sotto l'usbergo del sentirsi pura»
non veniva loro meno certamente. Io però non saprei dire se l'animo mio sia più fiacco di quello degli altri uomini, o se siamo tutti soggetti alle istesse debolezze; ma, in quanto a me, confesso che difficilmente potrei serbare ferma ed intatta la stima di me medesimo, a dispetto del biasimo universale. Trattisi un uomo virtuoso come si tratta un malfattore; gli si dimostri disprezzo, avversione, commiserazione all'uopo; sia egli esortato a pentirsi; non gli si lasci udire giammai la verità; sia un tale supplizio per un lungo tempo prolungato, e vedrassi che costui finirà per dubitare di sè stesso. Fra' condannati di quei tempi, ebbevene forse taluno per cui un tale tormento s'aggiunse agli altri, assai meno fieri di questo. Il contegno della popolazione milanese in tutto il tempo dell'esposizione pubblica dei condannati politici fu tale invero dal far entrare quel dubbio cocente negli animi timorati. Il difetto di simpatia o, per meglio dire, l'indifferenza che i condannati videro sui volti nel loro passaggio, ne esacerbò certamente l'angoscia. Un grand'amore di patria richiedesi per esporsi a siffatta ventura; e la storia di queste splendide annegazioni è il più valido argomento che si possa addurre per ismentir formalmente le parole di tutti coloro che ritraggono l'Italia come un mucchio di rovine abitate da una schiatta tralignata.
Poichè ho fatto cenno dell'indifferenza delle popolazioni lombarde inverso a quei condannati, mi tengo in debito di rettificare la esposizione di un fatto, il quale, narrato da un testimonio di buona fede, è stato cionnonpertanto falsamente e calunniosamente interpretato, per modo che una città se ne tenne offesa tutta intiera. L'Andryane lagnossi delle fischiate e delle vociferazioni con cui i condannati vennero accolti al loro passaggio in Verona: ed ei non è uomo che possa cadere in sospetto d'aver alterato scientemente i fatti; perocchè, chiuso com'era in una carrozza, all'udir le fischiate al di fuori, dovette credere che quegl'insulti erano scagliati contro di lui e de' soci. Ma pure altrimenti è spiegata la cosa dai Veronesi. Un ufficiale superiore d'un reggimento del presidio di Verona, temendo certamente di veder prorompere il popolo a qualche dimostrazione di affetto, era uscito dalla città alla testa de' suoi soldati per movere incontro al convoglio dei condannati e scortarlo fino alle carceri della città. Il comandante di Verona avvisò, per lo contrario, che quel provvedimento avesse a far prorompere più facilmente quei sentimenti che importava comprimere, e mandò frettolosamente al detto ufficiale superiore l'ordine di tornare in città e di non far che la cosa dêsse nell'occhio al pubblico. Non pervenne quest'ordine se non dopochè l'ufficiale suddetto avea già incontrato il convoglio, e nell'atto che disponeva i soldati a scortarlo. Ubbidì egli, ma per ricattarsi della contrarietà, e fare un atto di autorità nel mentre stesso che venivagli ingiunto un atto di sommessione, ordinò che venisser calate le gelosie delle carrozze in cui eran chiusi i prigionieri. Il popolo, affollato attorno a quelle carrozze e bramoso di conoscere le nobili vittime, proruppe allora in quelle vociferazioni e fischiate, che i prigionieri tennero per fatte a sè stessi, mentre in realtà andavano a ferire l'autorità militare per la sua premura d'impedire ogni comunicazione fra il popolo stesso e i prigionieri. Duolmi invero che una tale spiegazione non sia stata data più presto ai captivi dello Spielberg, chè sollevati gli avrebbe da un angoscioso pensiero.
Noti sono gli stenti e i patimenti che ebbero a soffrire quei prigionieri. Nè niuno ignora ch'ei non poterono mai comunicare coi loro congiunti, nemmeno sotto l'invigilanza dei custodi; che il Confalonieri non ebbe contezza della morte di sua consorte se non all'uscire dal carcere, che viene a dire più anni dopo il fatto; che l'imperatore Francesco aveva a sè avocata la direzione della polizia dello Spielberg, e che i suoi prigionieri erano a lui rappresentati con cifre. Ond'è che dalla fortezza gli si scrivea, verbigrazia: «Evvi un prigioniero di meno; porremo il N.° 12 al posto del N.° 11, il N.° 13 a quello del N.° 12, e così via via». Il che veniva a dire che il prigioniero indicato col N.° 11 era morto. E così pure niuno ignora l'affanno di quel carceriere che non volea lasciar mozzare al Maroncelli la gamba cancrenata, dicendo: «Io ho ricevuto un prigioniero con due gambe; ora che dirà mai il mio capo se glielo rendo con una gamba di meno?»
Intanto che queste cose avvenivano nelle carceri dello Spielberg, i congiunti dei prigionieri riceveano, due volte all'anno, un polizzino sottoscritto dal governatore della fortezza contenente queste parole: «Il signor (e qui il nome del prigioniero) gode buona salute»; oppure: «è ammalato». I passi fatti da questi congiunti a pro dei prigionieri avevano un esito diverso a seconda dei casi. Agli uni si rispondea che S. M. non avrebbe indugiato gran fatto a perdonare ogni cosa; agli altri, per lo contrario, che S. M. era stata pur troppo misericordiosa per l'addietro, ed era ormai risoluta di non più usare clemenza. L'imperatore non si tenne dal venire a Milano nel 1825, ove fu assediato dalle suppliche delle famiglie involte nel lutto. Il padre di Gaetano Castillia, vecchio venerabile, e pur costante nella sua devozione inverso all'Austria, presentossi all'imperatore, il quale dissegli con affabilità: «Tranquillatevi, mio caro Castillia; io ben vi conosco per un servitore fedele, e ben presto farò per voi ciò che tanto bramate». Andossene il vecchio, commosso, soddisfatto e quasi riconoscente; ma più anni trascorsero senza che si vedesse alcun frutto delle promesse dell'imperatore. Giunse alla fine uno dei soliti polizzini semestrali alla casa Castillia, con triste nuove dello stato di salute del prigioniero; e ciò bastò per far ammalare gravemente il vecchio genitore. Quello stesso fratello il cui sigillo era stata la causa, almeno occasionale, di tante sciagure, recossi incontanente a Vienna per rammentare all'imperatore la promessa. Fu ammesso ad udienza, e scongiurò l'imperatore a non permettere che un vecchio servitore, la cui fedeltà era stata da lui medesimo riconosciuta, chiudesse gli occhi senza poterli per l'ultima volta affisare sul caro volto del suo figliuolo minore. «Che volete?» risposegli l'imperatore con quel tuono di bonarietà che sempre pigliava parlando coi Viennesi, e talvolta altresì con chiunque: «Pensate a quel che mi chiedete; fareste voi grazia a costoro se foste in mia vece?»—«Io vengo, sire, ad impetrare una grazia, e non ad offrirvi un consiglio», rispose Giovanni Castillia. «Guardate un po' in qual modo cotesti liberali sentano la riconoscenza», riprese a dire l'imperatore: «Guardate quel Pellico! Chi non direbbe, al leggere le sue Prigioni, che tutti sono buoni, tranne me solo, che sono un tristo? Egli si guarda però dal dire che la sua pena era di venti anni di carcere duro, ch'io l'ho da prima ridotta a dieci anni, e che l'ho fatto riporre in libertà al principio del quarto anno. Egli non dice neppure che, preso da compassione della sua distretta, io gli ho fatto rimettere, deponendolo sul territorio piemontese, cento ducati d'oro. Andate, andate; siffatta gente è incorreggibile, nè si guadagna nulla a trattarli con dolcezza».
È superfluo l'aggiungere che il vecchio Castillia, essendo sceso nella tomba alcuni mesi prima dell'imperatore Francesco, morì senz'avere riveduto il figliuolo. Affranto dall'età e dalla malattia, accerchiato dagli altri suoi figliuoli, ma sempre affisato col pensiero in quello che avea perduto, ebbe gli ultimi suoi giorni pieni d'angosce e d'affanni. Pareagli continuamente di vedere agenti di polizia appressarsi al suo letto e porre le mani or sull'uno or sull'altro de' suoi figliuoli. Voler parlare, diceva, al direttore generale, volere accertarlo che niuno de' suoi congiurava, voler supplicarlo di lasciarlo morire in pace. Nè quel tremendo delirio cessò che allo spegnersi in lui della vita.
Null'altro mi rimane a dire intorno ai fatti dell'anno 1821, o nulla almeno di cui io possa accertare l'esattezza e che sia ignoto tuttora al pubblico; perocchè non la finirei più s'io volessi narrare l'infinito numero degli aneddoti che corsero per le bocche degli uomini intorno ai tormenti inflitti ai prigionieri, e alla fredda crudeltà dei giudici. Avrei dovuto per avventura riferirne alcuni per additare tutte le cause dello sgomento ormai generale in Lombardia; ma non volli farlo, perocchè mi parve essere sofficiente, anche per ottenere questo intento, la verità incontrastabile.
La storia delle congiure lombarde non è già chiusa con la congiura del 1821. Quando la Francia bandì nuovamente le massime che avea recate giù dall'Alpi nell'anno 1796, l'Italia credette che un governo democratico, fondato sopra l'osservanza dei dritti d'ogni cittadino, dovesse sforzarsi di avere attorno altri governi fondati sopra analoghi princìpi, e non potesse, senza nota di follía, rassegnarsi a lasciar occupare l'Alta-Italia dall'Austria. Si parlò pertanto assaissimo di propaganda nei primi mesi trascorsi dopo l'avvenimento al trono della dinastia orlienese, ned eravi personaggio, per grande, che disdegnasse di darvi mano. Ben presto però cessarono i membri del governo di parlare di propaganda, e vi surrogarono la parola di non-intervento. La Lombardia avea fondate le sue speranze nella propaganda; quando le fu tolta quella speme, si ristrinse a desiderare che non venisse così presto abbandonato il principio del non-intervento. E invero, se questo principio non potea bastare alla Lombardia, soggetta di presente all'Austria, potea esso tuttavia assicurare la liberazione degli altri Stati italiani, i cui governi, troppo deboli di per sè, non si reggono che in grazia del soccorso dell'Austria. Società segrete avevano apparecchiata in tutta l'Italia, tranne la Lombardia, una generale sollevazione, ed un numero assai grande di Lombardi erano complici della congiura, sì per la loro qualità d'Italiani, e sì per la speranza di conseguire più tardi quel tanto che volevano cooperare ad ottenere a pro dei loro compatrioti. Io non vo' qui ripetere ciò che è stato tante volte e da per tutto replicato: che i liberali improntarono i moti di Bologna, di Modena, di Parma, ecc., con un carattere affatto esclusivo, per tema di non dare appiglio alcuno a rimproverarli d'immischiarsi nei fatti dei vicini, e di violare con ciò il principio del non-intervento; che la notizia dell'appressarsi delle truppe austriache non fu mai udita che con disdegno dai cittadini degli Stati sollevati, per essere i medesimi persuasi della inviolabilità del principio del non-intervento; che l'ingresso definitivo di queste truppe, e l'impossessamento per parte loro delle contrade sollevate, fu cosa al tutto inaspettata, e vero sovvertimento del principio dietro il quale erasi operata la rivoluzione. Notissime sono tutte queste cose, e la sposizione degli ulteriori particolari ch'io potrei soggiugnere intorno a quelle congiure e a que' congiurati, porrebbe in pericolo tutti coloro che sono stati sdimenticati dai governi nelle loro persecuzioni. Avvertirò soltanto che se la congiura del 1821 fu ordita di conserva col principe ereditario di Piemonte, quella del 1831 fu concertata col duca di Modena. L'ambizione di fare una bella comparsa sedusseli entrambi; la paura di perdere uno Stato sicuro, benchè mezzano, col volersene creare un altro glorioso, ma incerto e pieno di pericoli, trattenneli entrambi. Le leggi della probità non furono da veruno di essi servate; il duca di Modena si rivolse contro i rivoluzionari ch'egli avea inanimiti, a quel modo istesso che avea fatto dieci anni prima il principe piemontese. Ma questi, più felice dell'altro, non ebbe a condannare di propria mano le macchinazioni che aveva approvate, nè a sottoscrivere di proprio pugno le sentenze di morte contro i suoi partigiani. Abbandonando i rivoluzionari, non fece altro che denunziarne i disegni al maresciallo Bubna e al re Carlo Felice. Il duca di Modena, all'incontro, fece mozzare egli stesso il capo al Menotti, suo amico e suo complice.
Potrei descrivere le trame dell'altre congiure ordite dopo il 1831. Ma le stesse ragioni che mi hanno costretto a tacere delle circostanze tuttora ignorate che si riferiscono alle sollevazioni del 1831, mi sforzano di tacere eziandio di queste nuove macchinazioni, che non ebbero effetto alcuno. Io mi sono proposto di mostrare il come e per quali mezzi sia venuto fatto all'Austria di trasformare un popolo irrequieto, energico, operoso, ambizioso, sindacatore, impetuoso, in quell'altro popolo freddo, inerte, indifferente, sgomentato, cupo e disanimato che abita ora l'Alta-Italia. Se io non ho fallito lo scopo, avrò adoperato per modo che il lettore non ne abbia smarrita la vista, e che, tenendo dietro a' miei passi sulla via da me percorsa, egli abbia, per così dire, sentito l'oppressiva influenza del sistema austriaco calarsi lentamente sul popolo da me descritto, e tarpargli a poco a poco la vita istessa. Per proseguire e condurre a termine l'opera mia non è necessario narrare novelle congiure. Basterà ch'io spieghi alquanto minutamente i mezzi posti in opera dall'Austria, sì per impedire che si rinnovelli o si tenti alcun moto rivoluzionario, e sì per conoscerne e punirne l'intenzione.
Mi sia concesso di riepilogare in poche parole quel tanto che ho già detto a tale proposito. Ho menzionata la legge austriaca che ingiugne ad ogni cittadino di denunziare i delitti politici o d'altra fatta, così nel caso che siangli stati in segreto manifestati, come in quello ch'egli medesimo abbiali scoperti. In certe date circostanze il suddito austriaco è anche in grado di aver a fare di più che non sia il denunziare i colpevoli; perocchè gli è ingiunto di arrestarli, e gli è promessa una mercede per quest'opera. Dal che ne avviene che i soli pubblici uffizi di cui il cittadino austriaco possa attribuirsi l'esercizio senza esservi specialmente autorizzato da una nomina imperiale, sono gli uffici del birro, ed anche del carnefice; perocchè in siffatta congiuntura l'individuo arrestato che faccia contrasto può essere ucciso da chi si è fatto innanzi per arrestarlo, e la colpa dell'omicidio non è allora ad altri imputata che alla vittima. Una popolazione onesta ed intelligente, quale si è certamente la lombarda, si sdegna alla prima lettura di queste odiose leggi; ma non si dà popolo, per illuminato, che valga a sottrarsi agli effetti dell'abitudine. Chi oggi si è sdegnato furiosamente, non proverà più altro domani, per la stessa cagione, che un certo quale dispetto; e il nobile rubellarsi dell'animo suo andrà di giorno in giorno scemando, insino a tanto che si riduca ad un freddo sentimento di biasimo, il quale cederà alla sua volta il luogo al sentimento, più freddo ancora, dell'indifferenza. Ora che avverrà ove i fatti concordino con le leggi, ove tutti i tratti esterni, e come tutti gli accessori del delitto, la pena e il biasimo dell'autorità pubblica, accompagnino l'infrazione di queste inique leggi? L'onestà non è già obbietto per la moltitudine di grandi passioni, di quell'eroico entusiasmo che fa possibile il martirio. L'uomo di volgo non s'indurrà a perdere la libertà, nè gli strumenti della sua arte od industria, nè si rassegnerà a vedersi chiusa la bottega dalla gendarme, piuttostochè appalesare parole dette in sua presenza o nominar persone che sieno passate dinanzi alla sua porta. Io conosco in tutti gli ordini della società degli onesti che sclamerebbero, e a santa ragione, contro questa mia asserzione; il numero di essi sarebbe ancor maggiore in certe congiunture, verbigrazia, negl'istanti di crisi; ma io parlo qui dell'effetto che la pubblicazione e l'esecuzione cotidiana di siffatte leggi dee necessariamente produrre sopra il popolo; e in questi termini niuno potrà accusarmi d'avere infoscato di troppo i colori della mia pittura.
Non è picciolo il numero degli uomini che anteporrebbero la sciagura all'infamia; ma coloro che, edotti del pericolo annesso all'adempimento di una buona azione, avrebbero il coraggio di consigliarla ai loro figliuoli, sono pochi. Le donne sono incomparabilmente più vili in questo particolare che gli uomini. Dovremo pertanto meravigliare che tutti i genitori non crescano la loro prole nella stretta osservanza delle leggi dell'onore, cotanto fatali a coloro che le riveriscono? Io confesso che onesti genitori non s'indurranno giammai ad educare i loro figliuoli per lo spionaggio; ma procureranno di eludere la quistione; ed ove, passando con essi sulla piazza del pretorio, vi veggano un infelice esposto alla berlina per non avere appalesato un segreto ch'eragli stato affidato, ben pochi di loro, interrogati dal fanciullo del delitto commesso da quello sventurato, avranno il coraggio di rispondergli: il suo preteso reato è virtù, e se tu vuoi che la nostra benedizione ti accompagni per a traverso la vita, adopera in quel modo che ha adoperato costui, e sappi soffrire al pari di lui.
Io non voglio, come ho detto e ridetto, esagerare cosa alcuna; ma non è già esagerazione il dire che in una contrada retta da simili leggi, la morale politica non tarda gran fatto ad essere rilassata di molto. Il sentimento che viene a prevaler di gran lunga sotto l'influenza d'una giurisprudenza di tale fatta, si è la paura, la paura di commettere una viltà, la paura di apparire reo d'averla commessa, la paura di esporsi ad affanni per non commetterla. La paura più forte è poi quella che la vince; e da una tale proporzione dipende spesse volte l'onore o l'ignominia di tutta la vita di alcuno. L'uomo prudente non vede in tal caso altro mezzo per uscir dalle strette che quello di cansarsi dal cadere nell'acerba postura da cui non si esce che a prezzo dell'infamia o della condanna; ma l'ottener questo intento è opera di tutta la vita. Chi o per istinto o di proposito si propone un tale intento, deve invigilar di continuo sopra sè stesso. Abbattendosi, cammin facendo, in taluno di cui non bene conosca le opinioni politiche, dee far le viste di non ravvisarlo. Se un amico gli si accosta dicendo volere chiedergli consiglio, l'uomo prudente dee pregarlo di astenersene, e assicurarlo che qualunque altra persona sarà più acconcia pel fatto suo; conciossiacchè questo amico potrebbe volere consigliarsi con lui sulla risposta da farsi ad un emissario dei nemici del governo. Se il proprio figliuolo si mostra mesto e abbattuto, ei dee guardarsi bene dal chiedergliene il motivo, chè quella mestizia potrebbe pur essere mala contentezza politica. Ogni colloquio gli è grave, potendo il discorso repentinamente volgersi alle cose del governo. Gli uomini di questa tempra non sono rari, e sono essi i più onesti fra' vili; ma ove uno d'essi venisse arrestato, oppure solamente interrogato dal direttore della polizia, ov'ei si avvedesse che tutte le sue cautele per reggersi in quel periglioso equilibrio non gli giovarono punto, non dovrassi temere ch'egli rinunzierebbe all'onore, anzichè rinunziare alla propria salvezza? Se tale si è la prudenza delle persone allevate sotto il reggime dello spionaggio austriaco, chi potrà meravigliarsi della diffidenza sparsa generalmente negli animi tutti? Basta che un uomo d'indole amabile e insinuante, di genio compagnevole, frequenti parecchie diverse brigate per essere tosto battezzato col nome infame di spia. Officiosi zelanti corrono in tutte le case aperte dianzi all'amabile persona, e ragguagliano ognuno delle notizie raccolte intorno ad essa. Ed è strana cosa veramente il vedere con somma facilità creduti questi ragguagli. «In fatti», esclama come da repentina luce illuminato il padrone di casa, «in fatti, perchè mai viene egli costui in casa mia? perchè mai vi si mostra egli sempre così amabile? Io non posso invero giovargli in guisa veruna. E da ultimo, quando la sventura che è scesa sovra di me, e le sorde persecuzioni della Polizia mi avevano condannato alla solitudine, perchè mai non si è egli allontanato da me? Ei nulla dunque temeva per sè medesimo? Alla larga da quest'uomo pericoloso».—Basta parimenti che un tale altro si apparti dal mondo e ristringasi a vivere nell'angusto ámbito della propria casa, per dire subito ch'egli ha fatto la spia per un lungo tempo, e che essendo stato svergognato, si è ridotto in solitudine. Chi si mostra apertamente affezionato a Casa d'Austria è naturalmente cansato dagl'Italiani come un nemico; e chi, all'incontro, biasima gli atti del Governo cade in sospetto di voler adescare la confidenza altrui e tendere insidie. Quel ricco non ha egli accresciuto l'avere col prestare alla Polizia segreti servigi? Quel povero resisterà egli alla tentazione d'uscire dalla miseria a patto di commettere qualche viltà? Nissuno è in sicuro da simili sospetti, cosicchè non si dà forse oggidì un Lombardo che possa vantarsi di non temere di nulla. Gli uni, come ho toccato qui sopra, hanno paura di trovarsi compromessi senza saperlo nè volerlo; gli altri paventano di non esser forti abbastanza per non commettere turpitudini; altri ancora temono di trovarsi côlti nel bivio della persecuzione o dell'infamia; e quelli, infine, che sono securi di sè medesimi, nol sono a sufficienza dei loro amici o conoscenti. Ond'io replico, non esservi forse in Lombardia un uomo la cui fiducia nei più intrinseci suoi amici non abbia vacillato ben più d'una volta.
La presente generazione non è già quella del 1814 o del 1821. L'ordine naturale delle cose non porta che i figliuoli sieno formati dai genitori in guisa da rendere nel presente e nell'avvenire intiero omaggio al passato. Ogni generazione può essere, in fatti, risguardata come un gradino dell'ampia scala dell'umanità. Ma in Lombardia la generazione del 1821 non ha nemmeno adempito l'ufficio suo verso la generazione presente che gli è sottentrata. I captivi dello Spielberg, e la moltitudine degli spatriati ricoveratisi in Francia, in Inghilterra, in Ispagna o in Grecia, erano giovani quando abbandonarono la patria. Lasciarono essi per lo più una giovane famiglia, che trovossi priva repentinamente del suo capo e che perciò rimase derelitta. I profughi che tornarono in patria, trovaronvi i loro figliuoli fatti adulti ed anzi fatti uomini; ma quale fu la scorta illuminata che aiutò quei fanciulli a superare il difficile varco dalla puerizia alla virilità? chi ha per essi adempiuto l'importante uffizio paterno? Fu per lo più una donna timida e di corto senno, la quale riguardava le opinioni liberali come mostri devastatori che l'avevano dannata ad una precoce e sforzata vedovanza, e che avrebbe tenuto sè stessa per una madre snaturata se non avesse fatto ogni sforzo per preservare i figliuoli dal pericolo di lasciarsi sottrarre da cotali seduzioni; furono in altri casi vecchi congiunti, naturali e giurati avversari di ogni idea liberale, oppur frivoli amici, scampati dal naufragio che ingoiò gli uomini generosi, solo perchè eran troppo diversi da questi. Io conosco dei giovani, pieni certamente di ottime intenzioni, insigniti dei più splendidi nomi, e possessori d'immensi retaggi, che da una madre pia e divota sono stati cresciuti nel più alto abborrimento d'ogni pensiero politico. È veramente curioso spettacolo il vedere l'aria di candore e di soddisfazione colla quale, alla prima parola di politica proferita da altri in loro presenza, interrompono il discorso per dichiarare che non si sono brigati giammai di tali cose, e che non saranno mai per brigarsene. Chi gli ode e gli esamina attentamente, vede chiaro che la politica è stata loro rappresentata come un vizio depravante, al par del giuoco, della crapula, della lussuria. Confessano bensì questi giovanetti che le materne esortazioni non sono state tutte del pari fruttuose, che certi peccati non sono loro rimasti affatto ignoti; ma pure non sono del tutto corrotti, no, la Dio mercè; fra questi brutti vizi evvene uno almeno, del quale non si sono bruttati, ed è la politica; e per quanto io avviso, questa convinzione giova a rinfrancare la loro coscienza intorno all'altre mende da loro contratte. Ma chi doveva aspettarsi di più da giovanetti allevati per mano di donne e di vecchi? da giovanetti cui null'altro venne insegnato che pregiudizi, e i quali sono stati rinchiusi in un'atmosfera priva de' suoi più salubri elementi, della forza, vo' dire, e della costanza, che sono il pregio dell'uomo e che l'uomo solo può inspirare al fanciullo?
La legge dello spionaggio e la scomparsa quasi totale d'una generazione, per cui furono tolti a tante famiglie i loro naturali capi e custodi, non sono già le sole sorgenti attoscate onde i Lombardi attingono la sonnolenza e la morte. Nulla trascurandosi dall'Austria per anneghittire la contrada, io non posso esimermi dal passare a rapida rassegna i varii rami della sua amministrazione a fine di ragguagliar degli effetti ch'essa produce.
L'istruzione pubblica è assai bene ordinata in Lombardia, vo' dire che il beneficio dell'istruzione vi è sparso da per tutto. Gl'infimi Comuni hanno un maestro ed una maestra di scuola, che insegnano ai figliuoli dei contadini il leggere, lo scrivere, il catechismo, l'aritmetica e la storia sacra. Pochi altri paesi d'Europa sono in questo particolare tanto avvantaggiati quanto è la monarchia austriaca. Il suo governo poche cose spinge all'estremo, ed è anzi propenso assai ai termini di mezzo e ai partiti moderati. Egli è appena più entusiasta dell'ignoranza che nol sia della scienza; ma lo scopo a cui tendono i suoi sforzi, il bene onde vorrebbe arricchire i suoi sudditi, si è la mediocrità. Mediocrità d'ingegno e di dottrina, non curanza di carattere, insensitività di cuore, attutamento delle passioni, scarsità di coraggio e di volontà; ecco quel che vi vuole per l'imperatore d'Austria. Un popolo formato giusta un tale modello non si ribella mai; ubbidisce, paga, ammira il suo padrone, e, se natura il concedesse, lo amerebbe.
Le scuole primarie sono pertanto protette in Austria, perocchè fanno entrar nelle menti del popolo quel primo e fievol barlume del sapere, che trionfa degl'istinti barbarici, e che, signoreggiando il selvaggio, lo guida sino al primo grado della civiltà, all'obbedienza. Benchè imperfettamente costituiti, i ginnasi e i licei potrebbero agevolmente venire riformati. Ma sulle Università particolarmente l'Austria appunta tutte le sue batterie, spiega intiera a tal uopo la sua perizia e la sua tattica, e appalesa pur troppo l'ardente sua brama di soffocare sin da' primordii ogni nobile e generosa tendenza.
Nulla dirò intorno al modo con cui sono nominati i professori, e regolati i pubblici esperimenti dei concorrenti a quei posti; nulla dei maestri mandati direttamente da Vienna, a dispetto dei corpi accademici e degli scuolari; nulla dei quesiti spediti da Vienna per temi degli esperimenti pubblici degli aspiranti alle cattedre; quesiti i quali, stesi in italiano da un Austriaco, sono spesse volte inintelligibili, e quasi sempre assurde. Questi inconvenienti, che sono assai più numerosi ch'io non dica qui, e che in pari tempo sono gravissimi, non possono però venire imputati al mal volere dell'Austria. Le scelte sono mal fatte e i pubblici sperimenti mal diretti, però che gli Austriaci sono di lor natura melensi; i quesiti proposti ai candidati sembrano destinati a muovere il riso e per la stessa cagione; e cosiffatti quesiti sono inviati da Vienna, perchè gli Austriaci presumono assai di sè stessi; i professori viennesi occupano molte cattedre a dispetto di tutto il corpo accademico, perchè è più bello il tener per sè un posto lucroso, che non sia il darlo ad un altro. Sono questi meri inevitabili effetti della straniera signoria, nè in tali fatti, veramente incresciosi, puossi riconoscere l'espressa intenzione di nuocere alla Lombardia. Ma quando io poi veggo scuolari dai venti ai ventiquattro anni d'età, stivati nelle scuole, inchiodati sui loro scanni, non poter permutare il posto fra loro ned appressarsi gli uni agli altri senza incorrere in un solenne e pubblico rabbuffo del professore; quando veggo i professori interrompere la propria lezione ed intimare agli scuolari di ripetere ad alta voce quel tanto che hanno udito; quando io so che l'infrazione di siffatti regolamenti, o l'essere entrato nella sala col cappello in capo, l'essersi affacciato alla porta con un cane dietro, il non avere rasa la barba, ec., bastano per condannare uno studente a ricominciare da capo gli studi; allora io comincio a riconoscere nella costituzione delle Università quella istessa tendenza che già ho notata altrove, a spogliare il Lombardo del sentimento della propria dignità, del proprio valore, della propria forza. Il Consiglio nelle cui mani sono posti i destini dei candidati alla laurea viene a deliberazione intorno a questi tre punti: Il candidato è egli istrutto? È egli stato diligente? Ha egli buoni costumi? Se lo studente ha imparato molto senza essere stato diligentissimo, non si tien conto della sua dottrina, e gli s'ingiunge di ricominciare gli studi dell'anno trascorso. Che se non è stato diligente per nulla egli è scacciato dall'Università, quand'anche egli fosse un Galileo redivivo. Evvi altronde la diligenza così propriamente chiamata, ed evvi la reverenza delle usanze e dei regolamenti universitarii, ch'entra a far parte della diligenza richiesta. Basta, per così dire, che uno studente annodi il collare altrimenti che i suoi condiscepoli, per infrangere le usanze universitarie e tirarsi addosso lo sfratto dall'Università. Passiamo ora a dire del giudizio sui buoni costumi. Questa materia soggiace alla direzione speciale della polizia centrale, che è come il riepilogo di tutte le polizie aizzate sugli studenti; perocchè essi sono invigilati dalla polizia dell'Università stessa, da quella del vescovado, da quella del delegato della provincia, da quella particolare della città, da quella del corpo municipale, e da non so quante altre polizie. Se uno studente ha omesso in un dato giorno festivo di andare ad ascoltare la messa, se ha mangiato carni in un giorno di magro, se ha fischiato od applaudito in teatro, se ha altercato con qualsiasi agente del governo, se gli è uscita di bocca una qualche parola un cotal poco leggermente detta contro i pubblici ufficiali o i loro atti, se ha un libro condannato, se ha contratto una qualche relazione disonesta con alcuno, ed uno di questi mancamenti gli viene apposto da alcuna delle dette polizie, tutta la dottrina di un Cuvier o d'un Humboldt, accoppiata con un'applicazione da Benedittino, non varrà a preservarlo da un avvilitivo sfratto. Ora sono queste le cose che i professori dell'Università hanno dritto di esigere dai giovani confidati alle loro cure? L'Università è essa un convitto di putti? I giovani in procinto di diventare uomini devono essi venir trattati come fanciulli? Sì, certamente, in Austria, ove l'intento così del legislatore, come dell'esecutore delle leggi, o altrimenti l'idea sulla quale è fondato il sistema della pubblica amministrazione, è appunto l'attutamento dell'energia umana, la trasformazione degli uomini in ragazzi, di creature ragionevoli, imputabili e dotate di volontà in creature passive, obbedienti ciecamente, che non presumano di giudicare nè di volere. I fanciulli di cui ho parlato di sopra, la cui educazione non è stata diretta dalla mano ferma ed abile del padre, la cui puerizia non è stata preparazione all'adolescenza, troveranno essi negl'istituti di pubblica istruzione il mezzo di riparare il tempo perduto, potranno essi coltivare, nell'adolescenza, i germi della virilità? Passano essi i giorni dell'adolescenza all'Università, in quel modo che hanno passato gli anni della puerizia presso una madre poco scorta o presso vecchi congiunti acciecati da rancidi pregiudizi. Non v'è nulla in quell'educazione di acconcio a formare un uomo, a maturarne il carattere e il senno, ad addestrarlo a comprendere ed a volere. Vi sono in Lombardia cuori onesti, sensitivi e buoni; vi sono ingegni ben colti, ma ben pochi sono i caratteri virili. Gli uni sono frivoli e leggeri come fanciulli, gli altri sono semplici e candidi, parimenti come i fanciulli; haccene di quelli che amano lo studio, che comprendono facilmente, e che tengono a mente senza sforzo, ma parecchi fanciulli posseggono queste belle doti. Il divario che passa tra l'uomo e il fanciullo non consiste soltanto nella cognizione che dee aver l'uomo di sè stesso e d'altrui, ma anche, ed anzitutto, nel sentimento della propria importanza, di quanto si aspetta da lui, di quanto ei vale ad operare, dell'influenza cui può esercitare, dell'idea cui vuole dedicarla. Tolgasi tutto ciò di mezzo, e non rimarrà cosa nell'uomo, che non appartenga egualmente al fanciullo, non rimarrà cosa che gli si possa invidiare; null'altro insomma gli rimarrà che un cuore meno espansivo, una mente meno vivace, un sorriso meno aggraziato, uno sguardo meno sereno, e delle fattezze appassite.
Il Lombardo non esce mai dall'atmosfera snervante preparatagli dall'Austria. I ricchi godono d'una certa quale libertà, in quanto però non si mostrano disposti a farne uso altrimenti che nell'angusto cerchio dei puerili sollazzi. Chi compra cavalli e carrozze, chi rinnovella ogni anno la mobiglia, chi mantiene concubine con grave spesa è ben veduto dal Governo. Ma chi impegni il nome e i capitali in qualsiasi intrapresa, chi si faccia a proteggere le arti e il commercio, chi apra istituti di beneficenza; chi inventi od introduca macchine, chi proponga miglioríe in qualsivoglia ramo della pubblica amministrazione, chi si dia a scientifiche investigazioni, diventa ben presto sospetto. S'ei batte la via delle cariche, deve deporre ogni speranza di avanzamento, e apparecchiarsi a soffrire le sorde persecuzioni di un governo ipocrita ed implacabile. Se aspira ad un posto vacante, non l'otterrà, perocchè la Polizia, o, per dir meglio, le innumerevoli polizie che stendonsi a guisa d'inestricabil rete su tutto il paese sono interrogate relativamente ad ogni nomina, e basta che alcuna di esse dica: il candidato N. non è ben pensante, i suoi sentimenti sono biasimevoli, o qualche generale taccia gli apponga della stessa fatta, per troncargli la via. Sarà aggravato dal soverchio lavoro, sarà a bella posta trattato sdegnosamente, ad ogni piè sospinto sarà rimproverato, gli si supporranno mancamenti per rabbuffarlo o punirlo, gli si apporranno a colpa le relazioni con persone malvedute dal Governo, gli si imputerà d'avere proferite lagnanze o di averne udite. Una sua domanda a pro dello stabilimento cui è addetto, per quanto siane rilevante od utile lo scopo, non sarà mai ascoltata. I suoi congiunti, i suoi figliuoli, ove battano parimenti la via delle cariche, incorreranno essi pure nel disfavore in cui egli è caduto, sicchè alla fine ei dovrà riguardare sè stesso, ed a ragione, come il flagello della propria famiglia. Sonovi in Lombardia stabilimenti commerciali che caddero d'improvviso in disgrazia del Governo, e ve ne furono di quelli che succumbettero sotto le persecuzioni, perciò che uno de' figliuoli del proprietario avea sposato la figliuola d'un uomo in mala vista dell'autorità. Nè speri alcuno in tal caso ottenere giustizia, venire in cognizione dei torti che gli sono imputati, discussare i fatti, farne accettare la giustificazione. Qualunque instanza tendente a quest'uopo sarà un novello gravame aggiunto ai precedenti. Il direttore della Polizia lo farà chiamare, l'accoglierà a quel modo che i cadì turchi accoglievano, dugent'anni fa, i venditori d'aranci del loro risôrto che contrafacevano alle leggi; gli chiederà adirato, di che abbia a lagnarsi, e se creda che i magistrati sieno tenuti di giustificare presso di lui i sentimenti che inverso a lui nutrono, ed esorterallo alla fine ad interrogare a tale proposito la sua coscienza. Dopo del che ei sarà ancora più malveduto di pria, poichè sarà apparso in fatto poco disposto a riverire i capricci de' suoi padroni e della moltitudine dei loro cagnotti. Tale si è il destino dei pubblici ufficiali, i quali abbiano, anche con una sola parola, esternato i virili loro sentimenti o il loro amore del bene.
Evvi per avventura un ordine di cittadini che potrebbe viversene ed anche lietamente in onta delle malevoli disposizioni del Governo. Che può di fatti temere colui il quale, ricco essendo ed indipendente, nè possedendo nè desiderando onori o dignità, si sta sempre nei termini della legge e non si espone perciò a legali processure? Costui, invero, non ha nulla a temere, ad eccezione però di quell'infinito numero di soprusi e di contrarietà che sono fatte a bella posta per porre alla pruova qualunque pazienza umana, e per affrontare le quali richiedesi forse maggior coraggio che non se ne richiegga per affrontare la bocca del cannone. Nelle città lombarde picciola essendo la compagnia, i varii partiti vi si incontrano continuamente; e il dovizioso che sia in mala vista del Governo vi è esposto agl'insulti continui di tutti i partigiani di questo; insulti altronde con sufficiente accortezza combinati acciò non gli sia concesso di porvi termine con un duello. Tutti i regolamenti di polizia e di finanza, così vessatorii che non sono mai eseguiti, verranno posti ad effetto contro di lui col massimo rigore; talmentechè non potrà uscir di città nè entrarvi senz'essere fermato alla porta e assoggettato a minutissima investigazione; che le guardie daziarie gl'imporranno l'istessa penitenza ogniqualvolta in lui si avverranno sia in città, sia nel contado; ch'ei sarà costretto di andare di passo in certi quartieri o in certe vie; che il direttore di Polizia lo farà tratto tratto chiamare per rimproverarlo da senno perch'egli non si sia cavato il cappello nel passare dinanzi al vicerè, non abbia salutato il governatore, ec. Se in teatro egli avrà fatto le fischiate ad un tristo attore, un agente di polizia lo minaccerà subito di porgli le mani addosso. Nè qui sta il tutto. Le persone o le cose per le quali egli pigliasse interesse, saranno perciò solo malvedute e perseguitate. Se a lui fosse data l'amministrazione di un instituto di beneficenza, quell'instituto avrà tosto a cozzare contro il Governo, cui non mancano i mezzi di nuocergli, e vedrassi inoltre spossessato della pubblica confidenza, che se ne scosterà come da un corpo che sta per disfarsi. Se un Comune lo scegliesse per suo deputato politico, ad esso Comune non verrà più concesso di aprire una strada, di scavare un canale, d'intraprendere in somma qualunque opera pubblica per la quale richieggasi l'approvazione del Governo. Basterà che un libro sia a costui dedicato per portarne il divieto, ch'ei faccia venire un giornale straniero per veder chiuso a quel foglio il confine: nulla, per dirla in breve, potrà riuscirgli a bene. Per un lungo tempo fu in uso un altro genere di persecuzione, il diniego cioè di passaporto. Se una persona sospettata presentavasi alla Direzione della Polizia per ottenere un passaporto, era condotta dal Direttore, il quale, cupamente guardandola, cominciava ad interrogarla in questi termini: «Volete andare in Francia, signore?»—«Appunto, signor Direttore».—«E perchè, di grazia?» Supponendo che l'instante, male accogliendo questa interrogazione, avesse risposto di non esser tenuto a render ragione delle cose sue alla Polizia, di voler andare in Francia perchè tale era la sua intenzione, e così via via, il Direttore, facendosi brusco, rispondeagli: «Non vi parrà male, signore, che, per non esser meglio giustificato il vostro progetto di viaggio, io vi neghi il passaporto»; e accommiatavalo poscia, non senza dargli a conoscere che un'ulteriore sua instanza sarebbe un tal fatto da compromettere gravemente l'autore. Era questo il trattamento che toccava ad un chieditore di passaporti stizzoso. Ora ecco il destino di quello che fosse più umile. Rispondeva questi all'interrogazione del Direttore: «Io mi reco in Francia per affari».—«Di qual natura sono questi affari?» L'instante esponevali alla meglio, ma riportava per lo più questa risposta: «Io non veggo, o signore, che si tratti qui d'affari importanti e pei quali sia indispensabile la vostra presenza. Potete mandare una procura». A dei giovani, i quali alla domanda del Direttore intorno al motivo che gl'induceva ad andare in una contrada straniera, risposero volervisi recare per cagione di salute o per fare i loro studi, replicò il Direttore: «L'aria di Vienna vi farà meglio»; oppure: «Andate a studiare in Vienna».
Ond'è che l'uomo il quale, malveduto dal Governo per essersi lasciato intendere, stretto perciò dall'urgente bisogno di sottrarsi per alcun tempo all'acerba soggezione in cui sentivasi posto, e speranzoso altronde di farsi sdimenticare da' suoi persecutori e di ammansirli col tenersi lontano da loro, diliberavasi ad uscir dallo Stato, non poteva ottenerne il permesso. Era egli fieramente rituffato nell'atmosfera letale che lo soffocava, una ferrea mano tenealo fermo in luogo, e le sue instanze aggravavano la mala disposizione altrui.
Duopo è, mi si dice, il saper resistere alle persecuzioni e non piegarsi sotto di esse. La qual cosa so anch'io; ma quegli che condanna lo sgraziato oppresso dalla soma, non è mai stato certamente nel caso di doverne portare una eguale. Si resiste per un tempo più o meno lungo; si surroga un'intrapresa novella ad una che sia stata sventata; si pone in opera novelli mezzi; picchiasi ad ogni porta, nè si cade d'animo insino a tanto che si spera ottenere un resultato, per quanto sia tenue. Ma giugne il giorno in cui la convinzione di nuocere alla causa cui vorrebbe servire s'impadronisce dell'uomo anche animoso. Gli sovvengono ad un tratto alla mente tutte le faccende che sono ite a male nelle sue mani, tutte le persone cui ha recato danno col volere proteggerle; e questa ricordanza, questa convinzione mortalmente lo feriscono. Tutta la sua energia da quel punto vien meno; ei si rimprovera i suoi sforzi, vergognasi del suo errore e delle sue illusioni, abbandona ogni intrapresa, e col cuore straziato ei corre a nascondere il suo scoramento in un qualche luogo solitario, in una qualche villa remota, ove si fa agricoltore od artiere. Ne ho vedute io pur tante di queste ammirabili angosce, di queste acerbe abdicazioni!
Non cada al lettore di mente che un tale sistema aggrava la Lombardia di già da due generazioni. La prima resistè valorosamente, nè cedette senza pugna; la seconda, allevata per l'obbedienza, si è sottomessa più prontamente.
Dirò, per compendiare il fin qui detto, che il perno del Governo austriaco è la Polizia; che questa gode di un'autorità sconfinata; che non la trattiene riguardo di giustizia o di lealtà; ch'essa fa anzi pompa della sua ingiustizia e della sua slealtà; che non è sottoposta a verun sindacato, nè ad alcuna responsabilità, tranne quella delle idee liberali che potrebbero diffondersi, o delle mosse che potrebbero tentarsi; che nulla accade in Austria senza che essa abbiavi parte; che non è conferita una carica, sia nei tribunali, sia negl'istituti della pubblica istruzione, sia nelle finanze, sia nella Chiesa, nella Corte o nell'esercito, non è concesso favore alcuno, nè inflitto gastigo, nè fondato un istituto, nè dato, infine, qualsivoglia provvedimento senza che la Polizia potentemente abbiavi cooperato. L'onnipotenza della Polizia e del suo direttore si deriva ed estende a tutti i suoi ufficiali. Ogni uomo che abbia che fare con la Polizia per segreti o palesi relazioni, è posto al di sopra delle leggi; la sua testimonianza non potrebb'essere rivocata in dubbio, le sue pretensioni sono sempre ben fondate. Se non che il titolo o la qualità che gli conferisce di sì bei diritti alla infallibilità, il titolo cioè o la qualità di inserviente alla Polizia, lo priva ad un tempo del titolo e della qualità d'uomo onesto ed onorato; donde avviene che l'ordine più infamato della società è appunto per questo l'ordine più potente. Arrogi che quest'ordine è assai numeroso e sempre più cresce di numero, perocchè la spia essendo tal fatta d'uomo che inspira minor fiducia d'ogni altro, non appena è trovato, che si pruova subito il bisogno di farlo spieggiare da altri. Ed ecco in quali termini stieno le cose, verbigrazia, in un villaggio. L'invigilatore d'offizio del Comune per la polizia, è il commissario di Distretto; ma in cambio di far fondamento sopra di lui, il direttore dà all'aggiunto l'incarico d'invigilare attentamente sopra di esso; ma non appena l'aggiunto ha accettato l'onorato incarico, che la sospettosa sollecitudine del direttore è di nuovo ridestata. Perocchè, come può egli confidare che costui sarà più fedele del suo capo, mentre ha un salario minore? Per lo che il primo commesso è fatto invigilatore sopra l'aggiunto, e fa riguardo a questi l'istesso ufficio che l'altro fa riguardo al commissario. Lo spionaggio forma in tal guisa una catena in cui vengono ad annodarsi anche i contadini che hanno un po' di intendimento e d'ambizione. Il parroco è anch'egli talora uno degli annelli principali di questa catena; e il suo esempio, accompagnato dalle sue esortazioni, non basterà esso a persuadere ai semplici abitatori del contado che lo spionaggio è il punto in cui coincidono e felicemente si uniscono l'interesse e il dovere?
Ho detto che gli uomini della presentanea generazione, sottentrante a quella del 1821, si trovarono posti fin dalla più tenera infanzia nella condizione di orfanelli allevati da una madre timida e di corto senno, o da vecchi congiunti, ancor più timidi e meno assennati. Ho detto che l'educazione pubblica che ricevettero nella loro adolescenza non tendeva ad altro scopo che a fiaccare in loro ogni energia, ad inspirar loro l'unica virtù dell'obbedienza, ad inculcar loro queste massime: dovere l'uomo prudente cansare ogni briga; esser tenuto l'uomo giusto e buono a nodrire una sconfinata riconoscenza inverso al sovrano, che, nello spogliarlo d'ogni diritto, lo esime da ogni imbarazzo per non lasciargli altro debito da adempire che quello della sommessione. Ho detto che all'uscir dalla Università, colla mente ancora colpita dalle mostruose dottrine che loro sono state insegnate, quei giovani si trovano oppressi effettivamente sotto il sistema di spionaggio e di tirannia che è stato loro annunziato o, sto per dire, promesso come il migliore possibile governo. Veggono gli uomini generosi ridotti alla impotenza di procurare il bene, perseguitati ed angustiati persino nelle loro cose domestiche; e scorgono, dall'altro canto, i vili ed imbecilli servitori che hanno posto a frutto i funesti ammaestramenti della loro infanzia, insigniti dei segni esteriori della pubblica considerazione, conseguire l'intento di tutte le loro intraprese, passeggiare fastosi per le vie della città, col sorriso sulle labbra, la cera d'uomo contento, grassi e ben pasciuti. Chi meraviglierà che il più gran numero di questi giovani esposti senza schermo ad una serie di seduzioni, ch'ebbe principio, per così dire, fin dalla loro nascita, si lasci trascinare dalla corrente, cada in un certo quale torpore e si persuada da senno che la sua resistenza non avrebbe buon esito? Chi meraviglierà, perimenti, che il picciol numero di quelli il cui animo non può piegarsi a mostrarsi soddisfatto di un tale stato di cose, non sappia trovare altro migliore compenso che quello di abbandonare le città e il mondo per andare a sospirare liberamente ne' campi?
Il governo austriaco ha trionfato della vigoria lombarda; l'ha intorpidita, se non l'ha distrutta. Ma egli stesso sconta ora il fio della sua lunga ipocrisia, dell'intollerabile soggezione impostaci. Col continuo trattarci da fanciulli, si è privato egli pure d'ogni virilità; col continuo fingere e dissimulare, ha contratto il vezzo che contraggono per lo più i menzogneri, ha perduto cioè la coscienza della sua esistenza, o la sua identità. Egli ha conservato l'apparenza della vita che ha logorata contro di noi, ma la vita se n'è da lui sfuggita come dal cadavere sottoposto all'azione galvanica. È come uno di quei leoni di cui sono ora popolati i musei di storia naturale, il cui aspetto è ancora terribile, ma che solo valgono a spaventare i fanciulli. Egli è stato forte ed oppressore dal 1815 fino al 1830; ha scoperto congiure ordite con molto accorgimento, ed ha repressi tutti i tentativi di sollevazione in cui l'Italia aveva posto sue speranze; e ciò mercè la vigilanza della sua Polizia e il numero grande de' suoi soldati. Non pose all'opera il carnefice, nè venne a battaglie armatamano. Le sue truppe mossero coll'arme al braccio, e i congiurati lombardi non diedero mai principio all'esecuzione dei loro disegni. La cosa sarebbe diversa presentemente. L'Austria teme quei rivoluzionari che ha conquisi. I Lombardi temono le persecuzioni austriache, le quali si sono logorate da sè stesse nè puonno più riprodursi. Un attento osservatore ben vede esser l'Austria in preda al terror panico che le inspira la malacontentezza dei Lombardi; ma ei vede pure che questi sono in preda ad un terrore non meno forte e non men puerile, che loro inspira la ricordanza delle vendette austriache. Conferisce assai a conservare all'Austria il suo aspetto terribile la permanenza in alcune cariche di quelle stesse persone che le occupavano nel 1821. Il direttore della Polizia, per esempio, è quello stesso d'allora; ei possiede le tradizioni politiche di Francesco I; ei parla con quel tuono medesimo di vent'anni fa, prorompe nelle stesse minacce, fa gli stessi rimproveri, tiene a' propri cenni un esercito di spie non men numeroso di quello di cui l'anno 1821 o l'anno 1814 videro le prime geste. Ma in ciò consiste la somiglianza tra la Polizia di quel tempo e quella dei giorni nostri. Accade bene spesso che le spie del direttore si pongono ai cenni di quei medesimi cui devono spieggiare. Stendono di conserva con essi le relazioni al Direttore, e li ragguagliano dei sospetti concepiti contro di loro, come pure dei provvedimenti loro relativi. Usa tuttora il direttore di far chiamare i cittadini nel suo gabinetto per rimproverarli o delle loro azioni o delle loro parole, od anche soltanto delle loro opinioni, e minacciarli di un pronto gastigo. Ma questo gastigo non giunge poi, e le persone abbastanza coraggiose per farsi a rispondere dignitosamente al Direttore, non si veggono per questo molestate maggiormente. Potrebbesi scrivere un volume se si volesse riferire le strane e goffe vessazioni commesse dalla censura della stampa¹; ma la sua stessa goffaggine invita ad ingannarla, e si può farlo impunemente. La domanda di un passaporto è tuttora seguìta da una chiamata del direttore della Polizia e da un interrogatorio sul far di quello accennato qui sopra. Il consiglio di andare a Vienna è dato oggidì pure, come vent'anni fa; l'instante è obbligato ad andare e venire più volte dall'uffizio dei passaporti all'anticamera del Direttore, e da questa a quello; vede gli uffiziali strignersi nelle spalle quando ei si mostra inquieto sull'esito di tanto andare e venire, ode confidenzialmente dichiararglisi che avrebbe fatto meglio a non chieder passaporti; ma pure s'ei la dura, senza lasciarsi intimorire, si può scommettere mille contro uno, ch'egli otterrà alla fine l'intento. Una circostanza giovò efficacemente a scavare le fondamenta del governo austriaco; ed è la cognizione recentemente acquisita dai Lombardi della corruzione sconfinata degli impiegati viennesi. Poche sono le cose che non si possano ottenere a Vienna col tempo e col danaro; e i Lombardi, che se ne sono addati, pigliano spesse volte questa via, tirando addosso così agl'impiegati milanesi frequenti mortificazioni.
¹ Per riferirne una sola, diremo che un libraio ricevette una volta un libro (era tedesco) intorno alla botanica, nel quale trattavasi particolarmente della generazione de' semi di certe piante. Non mi ricordo più del titolo del libro; ma so ben che vi si trovava la parola Pollen. Spaventato il Censore, manda chiamando il libraio, e gli dice: «Non potere il libro licenziarsi, il suo subbietto poter aprire un troppo bel campo ai demagoghi, la Polonia (Pohlen) esser morta oramai, ecc., ecc.» E molto stentò il libraio a comprendere che il Censore avea inteso per Pollen, polline dei fiori, Pohlen, la Polonia.
Se alcuno volesse convincermi della vigoria presentanea del governo austriaco, io gli dimanderei se esso ardirebbesi ora di porre alla berlina i più bei nomi della Lombardia, benchè ne sieno ora rivestiti uomini-ragazzi, ben diversi da quelli che li portavano nel 1821. Gli domanderei se la Polizia oserebbe pur solo far ora una perquisizione in uno dei palazzi dell'aristocrazia milanese; e s'egli mi rispondesse di sì, io chiederei qual cagione la trattenga, in tal caso, dal farne laddove essa non ignora esservi ammucchiati ben molti libri e giornali proibiti. Gli chiederei quale sia la fantasima che fa battere di notte tempo la chiama delle truppe austriache, solo per vedere se accorrano e se uomo possa far fondamento sopra di esse in caso di bisogno; che fa minacciare di morte i soldati sbrancati e ingiunger loro di non andare che attruppati; che pone in trambusto la Polizia per l'arrivo di uno straniero, o per un errore d'ortografia che trovisi sul suo passaporto; che fa fare divieto agli Austriaci di bere l'acqua delle fontane; che induce a far loro distribuzioni straordinarie di cartocci da carica, a tenerli chiusi nelle case d'arme, a farli marciare di notte da una città all'altra, e ciò nel mentre che la contrada è tranquilla, che niuno sogna nemmeno di congiurare o di sollevarsi, e che (dirò anzi) ogni sollevazione è considerata dai Lombardi istessi come una mattìa d'impossibile riuscita. Risponderei poscia, che questa fantasima è il terrore d'una coscienza troppo aggravata, d'uno spirito snervato dall'abuso dei mezzi estremi; terrore vano, inesplicabile, e che da noi soli però dipenderebbe il giustificare e il giovarcene pel nostro pro. Vorrei che i Lombardi conoscessero la vera condizione dell'Austria, ripigliassero animo, non si tenessero per chiusi in eterno dentro una tomba, facesser pruova delle loro forze in una progressiva e lenta tenzone con l'Austria, e si proponessero, per esempio, fermamente, di ubbidir solo alle leggi e di resistere legalmente alla potestà arbitraria. Vorrei che facessero questo tentativo; perocchè il fragile impalcato sul quale s'appoggia la potenza austriaca, fieramente scosso, s'agiterebbe un istante per isprofondarsi e scomparire per sempre.