NOTE:
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6.
Testantur montes, testatur, et hoc Baradellus. Troja suis ducibus defenditur; Hector in illis Affuit, Æneas, nec non Paris, Hectoris omnes Pugnabant fratres, pugnat fortissimus Adam Deque Piro dictus, duros deverberat hostes, Hortatur socios, in pugna recreat omnes. Cuman. V. 38. p. 414.
Obbligato di abbandonare la patria per sottrarsi alle calde persecuzioni del clero, fu alcun tempo a Costanza, e nella Svizzera, di dove passò in Francia per difendere il suo maestro Abaelardo accusato da s. Bernardo. Ma sul principio del pontificato d'Eugenio III si ridusse a Roma per appoggiare colla sua eloquenza e co' suoi consigli la fazione de' Romani, che contrastavano al papa la temporale signoria. E forse vi fu chiamato dai Romani medesimi, conoscendo quanto poteva esser utile al loro partito. Nè Arnaldo mancò alle loro speranze, perchè distinguendo accuratamente le incumbenze ecclesiastiche dalle secolari, persuase al popolo, che il Papa doveva accontentarsi della cura spirituale di tutta la cristianità, ma non addossarsi ancora il peso del governo temporale, la di cui alta ispezione doveva lasciare all'imperator de' Romani suo sovrano, e l'immediata amministrazione al senato ed al popolo romano. A tal fine confortava i Romani non solo a conservare il senato, ma a repristinare ancora tutti gli antichi ordini e costumanze, l'ordine equestre, i tribuni, i censori, i consoli, e l'antica forma de' giudizj e delle milizie. N. d. T.
91. Ibid.
102. Ibid.
Qui incominciamo a far uso della storia di Alessandro III, scritta da un autore contemporaneo e raccolta con alcune altre dal cardinale di Arragona. Questa preziosa opera ci compensa di quella di Radevico che termina poco dopo quest'epoca. Essa devesi piuttosto risguardare come la storia della guerra di Lombardia, che come quella del pontefice. Questa storia, ordinatamente scritta, è particolarizzata in modo che ben si conosce dettata da un testimonio oculare; e vi si trova tutta quella imparzialità che può pretendersi da una storia scritta in mezzo alle guerre civili. Sembra probabile che l'autore morisse prima di papa Alessandro, poichè il racconto non arriva che fino al 1178. Le altre due vite, quasi contemporanee, dello stesso papa raccolte da Amalrico Augerio e da Bernardo Guidone, non meritano pure di essere ricordate.
264. Ibid.
Una giovane vergine chiamata Lucia, non meno bella che nobile, erasi chiusa nel monastero di santa Catterina di Bologna. Un Bolognese di lei innamorato prendeva posto ogni giorno sotto la finestra cui ella s'affacciava per udire la messa nella chiesa del suo convento. Lucia osservò l'emozione del giovane nell'istante in cui ella s'avvicinava; e rammentò le parole dettele dal vescovo nell'atto di darle il velo: «ch'ella disgiunga per sempre i suoi occhi da quelli degli uomini;» onde si credette obbligata a Dio di nascondersi interamente agli sguardi del suo amante, il quale il susseguente giorno vide la finestra chiusa da una gelosia che toglieva assolutamente Lucia a' suoi sguardi. Era questo l'istante in cui erano i Cristiani tuttavia costernati dalla perdita di Gerusalemme ed in cui chiamavansi tutti i cuori generosi a prendere la croce. Giurò il giovane di consacrarsi a Dio, come la sua diletta, partì per terra santa, e nel primo incontro, spingendosi nelle prime linee degl'infedeli, vi cercò piuttosto la morte che la vittoria. Atterrato e fatto prigioniero, fu dai Saraceni sottoposto a crudeli tormenti perchè rinegasse la fede. Trovandosi tra le mani dei carnefici, gridò: «O vergine santa, o casta Lucia! Se tu vivi ancora sostieni colle tue preghiere quello che tanto ti amò; e se ti trovi in cielo, rendimi propizio il mio Signore!» Ebbe appena dette queste parole, che cadde in profondissimo sonno, e quando svegliossi, si trovò ancora carico di ferri presso al monastero di santa Cristina. Lucia lo stava aspettando risplendente di gloria e di bellezza. — «Lucia vivi tu ancora?» gridò egli. «Io vivo, ma della vera vita; va, deponi i tuoi ferri sul mio sepolcro e ringrazia Iddio del favore che ti ha fatto.» Ella era morta lo stesso giorno in cui egli aveva abbandonato l'Europa. — Cherubino Ghirardacci istoria di Bologna. Lib. IV, p. 106.
403.
I Veneziani avevano domandato per 4500 cavalli, 4 marchi lir. 18,000
Per i loro cavalieri, 2 marchi 9,000
Per due scudieri per cavallo, nove mila scudieri, 2 marchi 18,000
Per venti mila pedoni, 2 marchi. 40,000
Totale N. 85,000
Perchè i Veneziani fecero sempre le loro monete con argento purissimo, valuto il marco cinquanta lire, e la totale somma lir. 4,250,000 lire francesi, lo che è ben lontano dal formare un prezzo esorbitante.
408. Ib.
412. Ib.
Ho citati pochi altri scrittori greci e latini, dai quali ho presi vari fatti, poichè non volli abusare della sofferenza de' miei lettori citando nomi di scrittori affatto inutili alla mia storia.
Nel quinto tomo della storia di Francia del Duchesne trovansi riportate alcune lettere scritte da Costantinopoli dal conte Ugo di san Paolo e dallo stesso Baldovino, le quali, sebbene nulla aggiungano di particolare ai fatti raccontati da altri storici, ne interessano per rispetto di coloro che le scrissero. Histor. Francor. Script. t. V, p. 272.-283. Due moderni scrittori Rahmnusius, de Bello Constantinopolitano, e d'Outreman, Constantinopolis Belgica, cercarono nelle voluminose loro opere di dare maggiore risalto, il primo alla gloria veneta, l'altro alla fiamminga.
Guilhem.
En Sordel que vas en semblan De la pros contessa preysan? Car tout dison et van parlan Que per s'amar etz ia vengnutz, E quen cujatz esser sos drutz En blanchatz etz por ley canutz.
Sordel.
Peyre Guilhem, tot sot son affan Mist Dieu in ley far per mon dan. Les beautatz que las autraz an En menz, et el pres son menutz. Ans fos ab emblanchatz perdutz Che esso non fos advegnutz.
Guglielmo.
E ben, Sordello, che ve ne pare di quest'amabile contessa sì pregiata? perchè tutti dicono che il suo amore vi tien qui, che voi credeste poter essere il suo amante, e che per lei vi s'imbiancano i capelli e vi abbandonano le forze.
Sordello.
Pietro Guglielmo, Dio pose in lei ogni suo studio per farne il mio tormento. Le beltà delle altre non sono nulla, piccolo ne è il prezzo. Foss'io piuttosto sorpreso dalla vecchiaja, che provar quel ch'io provo.
Il rimanente del poema manca: ma basta questo per dare un saggio della lingua, e delle prime regole che adottarono i poeti per la forma delle stroffe, e per la struttura dei versi. Ne feci la traduzione in grazia di coloro che non hanno troppa pratica de' nostri antichi autori.