NOTE:
Davide Bertolotti translation
The groaning Greeks dig up the golden caverns, The accumulated wealth of hoarding ages; That wealth which, granted to their weeping prince, Had rang'd embattled nations at their gates.
I quali versi così furono trasportati nella nostra lingua:
Dal grembo della terra, ove gli avari Progenitori li celaro, a stento Le gemme e l'oro ritogliean; tesori Che, del lor prence conceduti al pianto, Falangi di guerrieri avrian condotte Nanti le porte di Bisanzo, e salva Da servitù de' Cesari la sede.
Should the fierce North, upon his frozen wings, Bear him aloft above the wondering clouds, And seat him in the Pleiads' golden chariot — Thence should my fury drag him down to tortures.
«Quand'anche l'impetuoso vento del Nort sulle sue ali addiacciate li portasse al di sopra delle nubi stupefatte, e li collocasse nel dorato carro delle Pleiadi, il mio furore li toglierebbe di là per consegnarli a nuovi tormenti».
Indipendentemente dalla stravaganza di questo discorso senza conclusione, noterò, 1 Che l'azione de' venti non opera al di là dell'atmosfera. 2 Che il nome, l'etimologia e la favola delle Pleiadi appartengono unicamente al popolo greco (Scholiast. ad Homer. Σ. 686, Eudacia in Ionia, p. 339; Apollodoro, l. III, c. 10; Heyne, p. 229, not. 682), e non han che fare coll'astronomia degli Orientali (Hyde, Ulugbeg. Tabul. in Syntag. Dissert., t. I, p. 40-42; Goguet, Origine des arts, etc; t. VI, p. 73, 78; Gebelm, Hist. du Calendrier, p. 73) studiata da Maometto. 3 Il carro delle Pleiadi non entrò nè nelle scienze dell'astronomia, nè nella favola: temo che il dottore Iohnson abbia confuso le Pleiadi coll'Orsa Maggiore, ossia col Carro, il Zodiaco con una costellazione del Nort.
Αρκτον θ’ ην και αμαξαν επικλησιν καλεουσι Chiamò l'orsa anche carro.
«Per la vasta pianura, è vana speme «Di rinvenirlo; allorchè ai vostri sguardi «Di cadaveri un monte appaia, a quello «V'inerpicate; e giunti in su la cima, «Il troverete; al generoso aspetto «Come nol ravvisar? Coi lumi al cielo «Ancor conversi, in su quel letto istesso «Giace supin che di nemiche salme «Pria gli compose il formidabil brando.
188.
— Damnatus ab illo Praesule, qui numeros vetitum contingere nostros, Nomen ab INNOCUA ducit, laudabile vita.
Meritano qualche applauso la sagacia e l'esattezza del poeta che trae partito, per fare un complimento, dalle angustie in cui lo ponea il nome anti-poetico di Innocenzo II.
Nobile Turegum multarum copia rerum.
Consiliis armisque suis moderamina summa Arbitrio tractare suo: nil juris in hac re Pontifici summo, modicum concedere regi Suadebat populo. Sic laesâ stultus utraque Majestate, reum geminae se fecerat aulae.
La poesia del Gunther qui s'accorda colla prosa di Ottone.
Quin etiam titulos urbis renovare vetustos; Nomini plebeio secernere nomen equestre, Jura tribunorum, sanctum reparare senatum, Et senio fessas mutasque reponere leges. Lapsa ruinosis et adhuc pendentia muris Reddere primaevo Capitolia prisca nitori.
Ma alcune di tali riforme erano chimere, altre si riducevano a sole parole.
Hujus qui trahitur praetextam sumere mavis. An Fidenarum Gabiorumque esse POTESTAS. (Juven., Satir. XI, 99)
Ave decus orbis, ave! Victus tibi destinor, ave! Currus ab Augusto Frederico Caesare justo. Vae Mediolanum! Jam sentis spernere vanum Imperii vires, proprias tibi tollere vires. Ergo triumphorum urbs potes memor esse priorum Quos tibi mittebant reges qui bella gerebant.
Ecco ora un passo delle Dissertazioni italiane: Nè si dee tacere che nell'anno 1727, una copia di esso Carroccio in marmo, dianzi ignoto, si scoprì nel Campidoglio, presso alle carceri di quel luogo, dove Sisto V l'avea fatto rinchiudere. Stava esso posto sopra quattro colonne di marmo fino colla seguente inscrizione, ec., il soggetto della quale collimava con quello dell'Inscrizione antica.
Interea titulis redimiti sanguine et armis Illustresque viri Romana a stirpe trahentes Nomen in emeritos tantae virtutis honores Intulerant sese medios festumque colebant, Aurata fulgentes toga sociante caterva. Ex ipsis devota domus praestantis ab URSA Ecclesiae, vultumque gerens demissius altum Festa COLUMNA Jocis, nec non SABELLIA mitis; Stephanides senior, COMITES, ANNIBALICA proles, Praefectusque urbis magnum sine viribus nomen. (l. II, c. 5, 100, p. 647, 648)
Gli antichi statuti di Roma distinguono undici famiglie di Baroni, che debbono prestare in consilio communi, e dinanzi al Senatore, il giuramento di non concedere asilo nè protezione ai malfattori, agli esiliati ec., giuramento che poi non osservavano.
274.
— Vallis te proxima misit Apenninigenae qua prata virentia sylvae Spoletana metunt armenta gregesque protervi.
Il Monaldeschi (t. XII, Script. ital., pag. 533) attribuisce origine francese alla casa Orsini. Può essere che in tempi lontanissimi sia migrata di Francia in Italia.
— Genuit quem nobilis Ursae (Ursi?) Progenies, romana domus, veterataque magnis Fascibus in clero, pompasque experta senatus, Bellorumque manu grandi stipata parentum Cardineos apices nec non fastigia dudum Papatus iterata tenens.
Il Muratori (Dissert. 42, t. III) vorrebbe si leggesse Ursi, ed osserva che il primo pontificato di Celestino III, Orsino, era sconosciuto.
ORSI, lupi, leoni, aquile e serpi Ad una gran marmorea COLONNA Fanno noja sovente ed a sè danno.
* Forse desiderosissimo di una Italia in italiano si accosterebbe al concetto che Cola di Rienzi voleva esprimere. Dico si accosterebbe, perchè desiderare non è adoperarsi per ottenere. Studiosissimo, zelantissimo renderebbe meglio il zelator, ma senza un verbo col segnacaso genitivo di vedere, di creare, si cadrebbe nell'oscuro, e forse nel barbaro, anche in italiano. (Nota del Trad. Ital.)
«E v'è un misto di matto e di briccone.»
(Nota dell'Ed.)
«Je rends graces aux Dieux de n'être pas Romain.»
338.
Squallida sed quoniam facies, neglectaque cultu Caesaries; multisque malis lassata senectus Eripuit solitam effigiem; vetus accipe nomen; Roma vocor. (Carm. l. II, p. 77.)
Protrae una tale allegoria al di là di tutti i limiti, e sin della pazienza dei leggitori. Le lettere in prosa che il Petrarca scrisse ad Urbano V sono più semplici e più persuasive (Senilium, l. VII, p. 811-827; l. IX, epist. 1. p. 844-854).
366.
Sopra il monte Tarpeio, Canzon, vedrai Un cavalier che Italia tutta onora Pensoso più d'altrui che di sè stesso Petr. Canz. Spirto gentil ec.
(Nota dell'Ed.).
1. Monaldeschi (Ludovici Boncomitis), Fragment. Annalium roman. (A. D. 1328), in Scriptores rerum italicarum del Muratori, t. XII, p. 525. N. B. La fiducia che può essere inspirata da questo fragmento, viene alquanto diminuita da una singolare interpolazione mediante cui l'Autore racconta la sua propria morte, accaduta quando compieva il centoquindicesimo anno.
2. Frammenta Historiae romanae (vulgo Thomas Fortifiocca, in romana Dialecto vulgari) A. D. 1327-1354, nel Muratori (Antiquit. med. aevi ital., t. III, p. 247-548), base autentica della Storia del Rienzi.
3. Delphini (Gentilis) Diarium romanum (A. D. 1370-1410) in Rerum italic., etc. t. III, part. II, p. 846.
4. Antonini (Petri), Diarium romanum (A. D. 1404-1417) t. XXIV, p. 969.
5. Petroni (Pauli) Miscell. historica romana (A. D. 1433-1446), t. XXIV, p. 1101.
6. Volaterrani (Jacob), Diarium rom. (A. D. 1472-1484), t. XXIII, p. 81.
7. Anonymi Diarium urbis Romae (A. D. 1481-1492), t. III, part. I, II, p. 1069.
8. Infessura (Stephani), Diarium romanum (A. D. 1294, 1378-1494), t. III, part. II, p. 1109.
9. Historia arcana Alexandri VI, sive excerpta ex Diario Joh. Burcardi (A. D. 1492-1503) edit. a Godefr. Gulielm. Leibnizio, Hanov. 1897, in 4. I manoscritti che si trovano nelle diverse Biblioteche dell'Italia e della Francia possono giovare a compire la grande e preziosa Opera del Burcardo, (Foncemagne, Mém. de l'Acad. des Inscript., t. XVII, p. 597-606).
Eccetto l'ultima Opera, questi frammenti e giornali si trovano nella Raccolta del Muratori, mia scorta e mio maestro nella Storia d'Italia. Il Pubblico gli debbe in ordine a ciò: 1. Rerum italicarum Scriptores (A. D. 500-1500) quorum potissima pars nunc primum in lucem prodit, etc., 28 vol. in fol., Milano, 1723-1738-1751. Rimangono a desiderarsi un soccorso di tavole cronologiche ed alfabetiche che servano di chiave a questa grand'Opera, tuttavia in disordine e in uno stato difettoso. 2. Antiquitates Italiae medii aevi, 6 volumi in fol.; Milano, 1738-1743, in settantacinque Dissertazioni piene d'interesse su i costumi, il governo, la religione ec. degli Italiani del Medio Evo con un supplimento considerabile di chirografi, cronache, ec. 3. Dissertazioni sopra le Antichità italiane, 3 vol. in 4; Milano, 1751, traduzione in italiano dell'Opera precedente, eseguita dal medesimo Autore, e che per essere citata merita la stessa fiducia del testo latino Antiquitates. 4. Annali d'Italia, 18 volumi in 8; Milano, 1753-1756, compilazione arida, ma esatta ed utile della Storia d'Italia, dopo la nascita di Gesù Cristo fino alla metà del secolo XVIII. 5. Delle Antichità Estensi ed Italiane, 2. vol. in fol.; Modena, 1717-1740. Nella Storia di questa nobile famiglia d'ond'escono gli attuali Re d'Inghilterra, il Muratori non si è lasciato trasportare dalla fedeltà e dalla gratitudine che, come suddito, doveva ai Principi della Casa d'Este. In tutte le sue Opere si manifesta scrittore laborioso ed esatto, e cerca sollevarsi al di sopra de' pregiudizj ordinarj ad un prete. Nato nel 1672, morì nel 1750, dopo avere trascorsi circa 60 anni nelle Biblioteche di Milano e di Modena. Vita del Proposto Ludovico Antonio Muratori, scritta da Gian Francesco Soli Muratori, nipote e successore del medesimo. Venezia, 1756, in 4.
394.
Vidimus flavum Tiberim, retortis Littore Etrusco violenter undis, Ire dejectum monumenta regis Templaque Vestae. (Hor. Carm. l. I, od. II).
Se il palagio di Numa e il tempio di Vesta furono atterrati ai giorni di Orazio, quella parte de' ridetti edifizj che fu consumata dall'incendio di Nerone, come potea mai meritare gli epiteti di vetustissima o d'incorrupta?
Ad quae marmoreas proestabat ROMA columnas, Quasdam praecipuas pulchra Ravenna dedit. De tam longinqua poterit regione vetustas Illius ornatum Francia ferre tibi.
E aggiugnerò, secondo la Cronaca di Sigeberto (Histor. de France, t. V, p. 378), extruxit etiam Aquisgrani Basilicam plurimae pulchritudinis, ad cujus structuram a ROMA et Ravenna columnas et marmora devehi fecit.
Oblectat me, Roma, tuas spectare ruinas; Ex cujus lapsu gloria prisca patet. Sed tuus hic populus muris defossa vetustis Calcis in obsequium, marmora dura coquit; Impia tercentum si sic gens egerit annos Nullum hinc indicium nobilitatis erit.
Hoc dixisse sat est, Romam caruisse senatu Mensibus exactis heu sex; belloque vocatum (probabilmente vocatos) In scelus in socios fraternaque vulnera patres, Tormentis jecisse viros immania saxa; Perfodisse domus trabibus, fecisse ruinas Ignibus; incensas turres, obstructaque fumo Lumina vicino, quo sit spoliata supellex.
Nec te parva manet servatis fama ruinis Quanta quod integrae fuit olim gloria Romae Reliquiae testantur adhuc; quas longior aetas Frangere non valuit, non vis aut ira cruenti Hostis, ab egregiis franguntur civibus heu! heu! Quod ille nequivit (Hannibal) Perficit hic aries.