CAPITOLO XLIII. (continued 2)
Davide Bertolotti translation
A. D. 542
III. L'Etiopia e l'Egitto si riguardarono in ogni età come la fonte originale ed il seminario della pestilenza[187]. In un'aria umida, calda, stagnante, si genera questa febbre Affricana dall'imputridire delle sostanze animali, e specialmente degli sciami di locuste, non meno funeste agli uomini dopo la morte che in vita. Il fatale contagio che spopolò la terra al tempo di Giustiniano e de' suoi successori[188], si manifestò da principio nelle vicinanze di Pelusio, tra la Palude Serboniana, ed il ramo Orientale del Nilo. Di là movendo per doppia strada, si diffuse nell'Oriente, sopra la Siria, la Persia e le Indie, e penetrò nell'Occidente lungo le coste dell'Affrica e sopra il Continente dell'Europa. Nella primavera del secondo anno, Costantinopoli fu travagliata dalla peste per tre o quattro mesi: e Procopio che ne osservò i progressi ed i sintomi coll'occhio di un fisico[189] ha gareggiato colla diligenza e coll'arte di Tucidide nella descrizione della pestilenza di Atene[190]. Il morbo si manifestava talvolta colle visioni di una fantasia perturbata, e la vittima cadeva d'ogni speranza tosto che aveva udito le minacce e sentito il colpo di un invisibile spettro. Ma il più della gente erano sorpresi da una leggiera febbre, nel proprio letto, in mezzo alle contrade, tra le usate loro faccende; febbre leggiera sì che nè il polso, nè il colore del volto porgeva nell'ammalato alcun segno di un vicino pericolo. In quel dì istesso o nel secondo o nel terzo si dichiarava il malore coll'enfiagione delle glandole, particolarmente dell'anguinaja, delle ascelle, e sotto l'orecchio, e quando questi bubboni o tumori si aprivano, scorgevasi ch'essi contenevano un carbonchio, ossia una sostanza nera, grossa come una lente. Se il tumore veniva a tutta la sua gonfiezza e si riduceva a suppurazione, l'infermo era salvato da questo mite e naturale sgorgamento dell'umore morboso. Ma se i bubboni continuavano a rimaner duri ed asciutti, ben presto seguiva la cancrena, ed il quinto giorno era comunemente l'ultimo della vita dell'appestato. Accompagnata spesso veniva la febbre da letargo o delirio. I corpi degli ammalati si coprivano di negre pustole o carbonchi, sintomi di una morte immediata. E ne' temperamenti troppo deboli per produrre un'eruzione, al vomito di sangue teneva dietro la cancrena negli intestini. Per le donne gravide la peste riusciva generalmente mortale; nondimeno fu tratto vivo un bambino, fuor del corpo della madre morta d'infezione, e tre madri sopravvissero alla perdita dei loro feti appestati. La gioventù era la stagione della vita più soggetta al pericolo, e le donne venivano meno attaccate dal male che non gli uomini. Ma ogni grado ed ogni professione soggiaceva del pari all'indistinta ferocia della peste, e molti di quelli che ne scampavano, perdevano l'uso della parola, senza aver sicurezza che il malore non tornasse ad assalirli[191]. Zelanti ed abili si mostrarono i medici di Costantinopoli. Ma i cangianti sintomi e la pertinace furia del morbo, inutili facevano gli sforzi dell'arte: gli stessi rimedj producevano effetti contrarj, ed il successo capricciosamente sconvolgeva i loro pronostici di morte o di guarigione. Confusi andarono l'ordine de' funerali e il diritto delle sepolture; quelli che rimanevano senza amici o famiglie, giacevano insepolti per le contrade o nelle desolate lor case; e fu conferita ad un magistrato l'autorità di raccogliere i promiscui mucchi di cadaveri, di trasportarli per terra o per acqua e di sotterrargli dentro fosse profonde scavate fuori del recinto della città. I più viziosi tra gli uomini sentivano destarsi qualche rimorso nell'animo all'aspetto del loro proprio pericolo e della pubblica infelicità. La confidenza della salute ravvivava di bel nuovo le passioni e l'abitudine loro; ma la filosofia dee tenere in non cale l'osservazione di Procopio che le vite di tali uomini fossero guardate da uno special favore della fortuna o della Providenza. Egli si scordava, o forse si sovveniva in segreto che la pestilenza aveva assalito la persona stessa di Giustiniano; ma la rigorosa dieta dell'Imperatore può suggerire, come avvenne di Socrate[192], un più ragionevole ed onorevole motivo del suo risanamento. Durante la malattia del Principe, la pubblica costernazione si manifestò ne' vestimenti de' cittadini; e la trascuranza e lo sgomento loro apportarono una generale carestia nella capitale dell'Oriente.
A. D. 542-594
Inseparabile sintomo della peste è quello di essere appiccaticcia ed atta per mezzo della respirazione degli infetti a trasfondersi nei polmoni e nello stomaco di quelli che ad essi stanno vicini. Nel tempo che i filosofi credono a questo fatto e ne sbigottiscono, è singolare che l'esistenza di un sì reale pericolo venisse negato dal Popolo il più propenso ai vani ed immaginarj terrori[193]. Nondimeno i concittadini di Procopio s'erano persuasi, mediante alcune poche e parziali esperienze, che l'infezione non s'attaccava anche col parlar più d'appresso agli appestati[194]; e questa persuasione giovava a sostenere l'assiduità degli amici e dei medici nella cura degli infermi, che una disumana prudenza avrebbe condannati alla solitudine, ed alla disperazione. Ma tal funesta sicurezza, non altramente, che la predestinazione dei Turchi dovette aumentare i progressi della contagione; e le salutari cautele a cui l'Europa va debitrice della sua salvezza, erano sconosciute al governo di Giustiniano. Non s'impose alcun freno alle frequenti e libere relazioni delle province Romane: dalla Persia fino alla Francia le nazioni erano mescolate ed infettate dalle migrazioni e dalle guerre; ed il pestifero odore che si ricetta per anni interi in una balla di cotone, veniva trasportato per l'abuso del traffico, sino alle più distanti contrade. Il modo con cui propagossi la peste viene spiegato per l'osservazione fatta da Procopio medesimo, che sempre essa spargevasi dal lido del mare nell'interno de' paesi, che le isole e le montagne più segregate dalle altre, successivamente venivano visitate dal morbo, e che i luoghi, sfuggiti al furore del suo primo passaggio, erano esposti al contagio dell'anno seguente. I venti poterono diffondere quel veleno sottile; ma a meno che l'atmosfera sia preventivamente disposta a riceverlo, l'infezione deve ben presto venir meno in tutti i climi freddi o temperati del Globo. Tale si era l'universale corruzione dell'aria, che la pestilenza scoppiata nell'anno decimo quinto di Giustiniano, non fu repressa nè mitigata da veruna differenza delle stagioni. Coll'andar del tempo, la prima sua malignità si diminuì e disperse, il morbo alternativamente languì e rinacque, ma non fu che in capo ad un calamitoso periodo di cinquantadue anni, che l'uman genere ricuperò la sanità di prima, e che l'aria riprese le sue qualità pure e salubri. Non ci rimangono fatti su cui stabilire un computo, od almeno una congettura del numero delle persone che da quella straordinaria mortalità furon tolte al Mondo. Solamente io trovo che durante tre mesi, cinquemila ed in ultimo diecimila persone morivano ogni giorno in Costantinopoli; che molte città dell'Oriente rimasero affatto vuote, e che in molti distretti dell'Italia le messi marcivano sul suolo e la vendemmia sui tralci. Il triplice flagello della guerra, della peste e della fame afflisse i sudditi di Giustiniano, ed il suo Regno è funestamente contrassegnato da una visibile diminuzione della specie umana, danno che in alcune delle più belle contrade del Globo non si è potuto riparare più mai[195].