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Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 06

CAPITOLO XXXI. (continued 2)

Davide Bertolotti translation

A. 409-413

L'usurpazione di Costantino, che ricevè la porpora dalle legioni della Britannia, era stata fortunata e pareva sicura. Si riconosceva la sua autorità dalla muraglia d'Antonino fino alle colonne d'Ercole, ed in mezzo al pubblico disordine, si divise il dominio e le spoglie della Gallia e della Spagna con le tribù dei Barbari, il distruttivo progresso dei quali non era più ritenuto dal Reno o dai Pirenei. Macchiato del sangue dei congiunti d'Onorio, estorse dalla Corte di Ravenna, con cui aveva secrete corrispondenze, la ratifica dei suoi ribelli diritti. Costantino impegnossi, con solenne promessa, di liberar l'Italia da' Goti; s'avanzò fino alle rive del Po, e dopo d'avere posto in arme anzi che assistito il pusillanime suo alleato, precipitosamente se ne tornò al palazzo d'Arles per celebrare con moderato lusso il suo vano ed apparente trionfo. Ma questa passaggiera prosperità fu presto interrotta e distrutta dalla rivolta del Conte Geronzio, il più prode fra i suoi Generali, che nell'assenza di Costante suo figlio, Principe già investito della porpora Imperiale, era stato lasciato al comando delle Province di Spagna. Per qualche ragione, che non sappiamo, Geronzio, invece di prendere esso il diadema, lo pose sul capo di Massimo suo amico, che fissò la sua residenza in Tarragona, mentre l'attivo Conte s'inoltrò avanti pei Pirenei ad oggetto di sorprendere i due Imperatori Costantino e Costante, prima che si potessero preparare alla difesa. Il figlio fu fatto prigioniero a Vienna, e subito posto a morte, e quell'infelice giovane appena ebbe tempo di deplorare l'innalzamento della sua famiglia, che l'aveva tentato o costretto a sacrilegamente abbandonare la pacifica oscurità della vita monastica. Il padre sosteneva un assedio dentro le mura d'Arles, ma esse avrebbero dovuto cedere agli assedianti, se la città non fosse stata inaspettatamente soccorsa dall'arrivo d'un'armata Italiana. Il nome d'Onorio, la proclamazione d'un legittimo Imperatore, sorprese i due contendenti partiti dei ribelli. Geronzio, abbandonato dalle proprie sue truppe, fuggì a' confini della Spagna, e liberò il suo nome dall'obblivione, mediante il coraggio Romano, che sembrò che animasse gli ultimi momenti della sua vita. In tempo di notte, un gran corpo di perfidi suoi soldati circondò ed attaccò la casa di lui, che esso avea ben fortificata. La moglie, un valoroso amico, Alano di nazione, ed alcuni fedeli schiavi restarono sempre aderenti alla sua persona; ed ei fece uso con tanta fermezza ed abilità d'un gran magazzino di dardi e di frecce, che più di trecento assalitori perderono la vita nell'assalto. Gli schiavi, allorchè furon consumate tutte le armi da scagliare, allo spuntar del giorno fuggirono; e Geronzio, se non fosse stato ritenuto dall'amor coniugale, avrebbe potuto imitarli; ma finalmente i soldati, irritati da sì ostinata resistenza, posero il fuoco da tutte le parti alla casa. In questa fatal estremità condiscese alla richiesta del suo Barbaro amico, tagliando ad esso la testa. La moglie di Geronzio, che lo scongiurò a non lasciarla in una vita di miseria e di vergogna, presentò volentieri il collo alla sua spada; e si terminò la tragica scena con la morte del Conte medesimo, che dopo tre colpi senz'effetto, trasse un corto pugnale, e se l'immerse nel cuore[333]. L'abbandonato Massimo, ch'egli aveva rivestito della porpora, fu debitore della sua vita al disprezzo, che avevasi della sua forza ed abilità. Il capriccio dei Barbari, che devastavano la Spagna, collocò un'altra volta quest'Imperiale fantasma sul trono, ma poco dopo lo rilasciarono alla giustizia d'Onorio; ed il tiranno Massimo, dopo essere stato mostrato al Popolo di Ravenna e di Roma, fu pubblicamente decapitato.

Il Generale chiamato Costanzo, che fece levare, col suo arrivo, l'assedio d'Arles, e dissipò le truppe di Geronzio, era nato Romano; e questa notevole distinzione è molto atta ad esprimere la decadenza dello spirito militare fra i sudditi dell'Impero. La forza e la maestà, che apparivano nella persona di quel Generale[334], lo facevano risguardare nell'opinione del Popolo come un candidato degno del Trono, al quale di poi salì. Nella conversazione della vita privata, le maniere di esso eran piacevoli ed attraenti; nè alle volte avrebbe sdegnato, nella licenza della tavola, di sfidare i pantomimi stessi nell'esercizio delle ridicole lor professioni. Ma quando la tromba invitavalo alla armi; quando montava a cavallo, e piegandosi quasi sul collo di esso (giacchè tale era il singolare costume di lui) fieramente girava i grandi e vivaci suoi occhi attorno al campo, allora Costanzo incuteva terrore ai nemici, ed inspirava la sicurezza della vittoria ne' suoi soldati. Egli avea ricevuto dalla Corte di Ravenna l'importante commissione d'estirpare i ribelli nelle province dell'Occidente; ed il preteso Imperator Costantino dopo un breve ed inquieto respiro, fu di nuovo assediato nella sua Capitale dalle armi d'un più formidabile nemico. Pure tale intervallo gli diede tempo per concludere un trattato coi Franchi e gli Alemanni ed Edobic suo ambasciatore in breve tornò alla testa d'un esercito a disturbare le operazioni dell'assedio d'Arles. Il Generale Romano, invece d'aspettare l'attacco nelle sue trincere, arditamente e forse con prudenza risolvè di passare il Rodano, e di andare incontro ai Barbari. Furono prese le opportune misure con tale abilità e segretezza, che mentre attaccarono essi alla fronte l'infanteria di Costanzo, furono ad un tratto assaltati, circondati e distrutti dalla cavalleria di Ulfila suo luogotenente, che tacitamente aveva occupato un posto vantaggioso dietro di essi. Gli avanzi dell'esercito d'Edobic si salvarono per mezzo della fuga o della resa; ed il loro Capitano si riparò dal campo di battaglia nella casa d'un infedele amico, il quale troppo chiaramente comprese, che il capo dell'infelice suo ospite sarebbe stato un gradito e lucroso dono pel Generale Imperiale. Costanzo in quest'occasione si portò con la magnanimità d'un vero Romano. Vincendo o sopprimendo qualunque sentimento di gelosia, pubblicamente riconobbe il merito ed i servigi d'Ulfila; ma rigettò con orrore l'assassino d'Edobic; e rigorosamente diede ordine, che il campo non fosse macchiato dalla presenza d'un ingrato ribaldo, che aveva violate le leggi dell'amicizia e dell'ospitalità. L'usurpatore, che dalle mura d'Arles vide la rovina delle ultime sue speranze, fu tentato ad aver qualche fiducia in un sì generoso conquistatore. Ei chiese una solenne promessa per la propria sicurezza e dopo aver ricevuto, mediante l'imposizione delle mani, il sacro carattere di Prete Cristiano, si avventurò ad aprir le porte della città. Ma tosto provò, che i principj d'onore e d'integrità, che potevan regolare l'ordinaria condotta di Costanzo, furono superati dalle libere dottrine della morale politica. Il Generale Romano ricusò, invero, di contaminare i propri allori col sangue di Costantino, ma il deposto Imperatore e Giuliano suo figlio furon mandati sotto forte guardia in Italia, ed avanti che arrivassero al palazzo di Ravenna incontrarono i ministri di morte.

A. 411-416

In un tempo in cui generalmente si confessava, che quasi qualunque uomo nell'Impero superava in merito perdonale i Principi, che l'accidente della nascita avea posto sul trono, una rapida successione di usurpatori continuò tuttavia a sorgere, senza considerare il destino di quelli che gli aveano preceduti. Questo disastro si fece specialmente sentire nelle province della Spagna e della Gallia, dove la guerra e la ribellione aveano estinto i principj dell'ordine e dell'ubbidienza. Prima che Costantino deponesse la porpora, e nel quarto mese dell'assedio d'Arles, s'ebbe notizia nel Campo Imperiale, che Giovino aveva preso il diadema a Metz nella Germania superiore, ad istigazione di Goar Re degli Alani, e di Gunziario Re de' Burgundi: e che il candidato, a cui aveano affidato l'Impero, s'avanzava con un formidabile esercito di Barbari, dalle rive del Reno a quelle del Rodano. Nella breve istoria del regno di Giovino, tutte le circostanze son oscure e straordinarie. Era naturale il supporre, che un animoso ed abile Generale, alla testa d'una vittoriosa armata, avrebbe sostenuto in un campo di battaglia la giustizia della causa di Onorio. La precipitosa ritirata di Costanzo avrebbe potuto giustificarsi con forti ragioni; ma egli abbandonò senza contrasto il possesso della Gallia, e Dardano, Prefetto del Pretorio, si rammenta come l'unico Magistrato, che ricusasse di prestar ubbidienza all'usurpatore[335]. Quando i Goti, due anni dopo l'assedio di Roma, si stabilirono nella Gallia, era naturale il supporre, che le loro inclinazioni si dovessero solamente dividere fra l'Imperatore Onorio, col quale di fresco avevan fatto alleanza, ed il deposto Attalo, che essi riservavano nel loro campo ad oggetto di fare nelle occasioni la parte di musico o di Monarca. Pure in un momento di disgusto (di cui non è facile assegnare il tempo o la causa) Adolfo si collegò coll'usurpatore della Gallia, ed impose ad Attalo l'ignominiosa incumbenza di negoziare il trattato che ratificò il proprio suo disonore. Siamo di nuovo sorpresi nel leggere, che Giovino, invece di risguardare l'alleanza dei Goti come il più stabil sostegno del suo trono, insultò con oscuro ed ambiguo linguaggio l'officiosa importunità d'Attalo; che disprezzando il consiglio del suo grande alleato, rivestì della porpora Sebastiano suo fratello; e che con la massima imprudenza accettò il servizio di Saro, allorchè questo bravo capitano e soldato d'Onorio fu provocato ad abbandonar la Corte d'un Principe, che non sapeva come premiare e come punire. Adolfo, educato in mezzo ad una stirpe di guerrieri, che stimavano il dovere della vendetta, come la parte più preziosa e più sacra della loro eredità, s'avanzò con un corpo di diecimila Goti ad incontrar l'ereditario nemico della casa di Balti. Attaccò Saro in un momento di negligenza, quando era accompagnato solo da diciotto o venti dei suoi valenti seguaci. Questa banda di Eroi, uniti dall'amicizia, animati dalla disperazione, ma finalmente oppressi dalla moltitudine, meritò la stima, senza eccitare la compassione dei loro nemici, ed appena il leone fu preso ne' lacci[336], fu immediatamente fatto morire. La morte di Saro sciolse la debole alleanza, che Adolfo tuttavia manteneva con gli usurpatori della Gallia. Ei prestò nuovamente orecchio ai dettami dell'amore e della prudenza, e presto assicurò il fratello di Placidia, che avrebbe subito mandato al palazzo di Ravenna le teste dei Tiranni, Giovino e Sebastiano. Il Re dei Goti eseguì la sua promessa senza difficoltà o dilazione. Gl'infelici fratelli non sostenuti da alcun merito personale, furon abbandonati dai Barbari loro ausiliari; e la breve opposizione, che fece Valenza, fu espiata dalla rovina d'una delle più nobili città della Gallia. L'Imperatore, eletto dal Senato Romano, che era stato promosso, deposto, insultato, restituito, di nuovo deposto, e di nuovo insultato fu alla fine abbandonato al suo destino; ma nell'atto di privarlo della sua protezione il Re Goto fu ritenuto o per pietà o per disprezzo dal fare alcuna violenza alla persona di Attalo. Il misero Attalo, rimasto senza sudditi e senz'alleati, s'imbarcò in un porto di Spagna per cercare qualche sicuro e remoto ritiro: ma fu sorpreso per mare, condotto alla presenza d'Onorio, fatto passare in trionfo per le strade di Roma o di Ravenna, ed esposto pubblicamente agli occhi della moltitudine sul secondo scalino del trono dell'invincibile suo vincitore. Attalo si trovò sottoposto alla medesima pena, di cui nel tempo della sua prosperità fu accusato d'aver minacciato il suo rivale. Fu esso condannato, dopo l'amputazione di due dita, ad un perpetuo esilio nell'isola di Lipari, dove gli fu somministrato un decente sostentamento per vivere. Il resto del regno d'Onorio non fu disturbato da ribellioni; e si può osservare che nello spazio di cinque anni sette usurpatori avean ceduto alla fortuna di un Principe, che era per se stesso incapace di consiglio e d'azione.

A. 409

La situazione della Spagna, separata per ogni parte dai nemici di Roma per mezzo del mare, dei monti, e delle intermedie province, aveva assicurato la tranquillità di quel remoto e diviso paese, e possiamo risguardare come un sicuro sintomo di pace domestica l'avere pel corso di quattrocento anni la Spagna somministrato ben pochi materiali all'istoria del Romano Impero. I vestigi dei Barbari, che nel regno di Gallieno erano penetrati al di là dei Pirenei, furono tosto cancellati dal ritorno della pace; e nel quarto secolo dell'Era Cristiana le città d'Emerita o Merida, di Cordova, di Siviglia, di Bracara, di Tarragona si contavano fra le più illustri del Mondo Romano. Le varie produzioni del regno animale, vegetabile e minerale, migliorate e lavorate dall'arte d'un industrioso popolo, ed i particolari vantaggi delle provvisioni navali contribuivano a sostenere un esteso e profittevol commercio[337]. Vi fiorivan le arti o le scienze sotto la protezione degl'Imperatori, e se il carattere degli Spagnuoli s'era indebolito per causa della pace e della servitù, l'ostile avvicinamento dei Germani, che avevano sparto il terrore e la desolazione dal Reno fino ai Pirenei, parve che riaccendesse in loro qualche scintilla dell'ardor militare. Finattantochè la difesa delle montagna fu affidata alla robusta e fedel milizia del paese, questa rispinse con buon successo i frequenti attacchi dei Barbari. Ma tosto che le truppe nazionali dovettero cedere il posto ai soldati Onoriani, al servizio di Costantino, le porte della Spagna furono perfidamente aperte al pubblico nemico, circa dieci mesi prima del sacco di Roma fatto da' Goti[338]. La coscienza della propria colpa e la sete della rapina indusse le guardie mercenarie dei Pirenei ad abbandonare il loro posto, ad invitare le armi degli Svevi, dei Vandali, e degli Alani, ed a far più gonfiare il torrente, che con irresistibil violenza delle frontiere della Gallia scorse fino al mare dell'Affrica. Si posson descrivere le disgrazie della Spagna con le frasi del più eloquente suo storico, il quale in breve ha espresso le patetiche e forse esagerate declamazioni degli scrittori contemporanei[339]. «L'irruzione di tali popoli fu accompagnata dalle più terribili calamità; mentre i Barbari esercitarono indistintamente la lor crudeltà sulle sostanze dei Romani e degli Spagnuoli, e saccheggiarono con ugual furore le città e l'aperta campagna. Il progresso della fame ridusse i miserabili abitanti a cibarsi della carne dei loro simili; ed anche le bestie selvagge, che si moltiplicarono senza opposizione nelle boscaglie, furono irritate dalla sete del sangue e dall'impazienza della fame ad arditamente attaccare e divorare l'umana lor preda. Tosto comparve la pestilenza, inseparabile compagna della fame; una gran quantità di Popolo fu distrutta; ed i lamenti di quei che morivano, non facevano che eccitar l'invidia degli amici, che loro sopravvivevano. Finalmente i Barbari, sazi della strage e della rapina, ed afflitti dal mal contagioso, che essi stessi vi aveano introdotto, stabilirono la permanente loro dimora nello spopolato paese. L'antica Galizia, i limiti della quale contenevano il regno della vecchia Castiglia, fu divisa fra gli Svevi ed i Vandali: gli Alani si sparsero nelle Province di Cartagena, e di Lusitania, dal mare Mediterraneo all'Atlantico; ed il fertile territorio della Betica toccò in sorte a' Silingi, altro ramo della nazione Vandalica. Dopo aver regolato tal divisione, i conquistatori ed i nuovi lor sudditi contrassero certi reciproci vincoli di protezione e d'ubbidienza fra loro: si coltivaron di nuovo le terre, e furon di nuovo abitate le città ed i villaggi da un Popolo schiavo. La massima parte degli Spagnuoli si trovò anche disposta a preferire questa nuova condizione di povertà e di barbarie alle severe oppressioni del Governo Romano: ve ne furono però molti, che sempre sostennero la nativa lor libertà; e che ricusarono, specialmente nelle montagne della Galizia, di sottomettersi al giogo dei Barbari[340]».

A. 414-415

L'importante dono delle teste di Giovino e di Sebastiano aveva confermato l'amicizia d'Adolfo, e restituita la Gallia all'ubbidienza d'Onorio, cognato di lui. La pace però era incompatibile con la situazione e coll'indole del Re dei Goti. Volentieri dunque accettò la proposizione di rivolgere le vittoriose sue armi contro i Barbari della Spagna: le truppe di Costanzo impedirono che avesse comunicazione coi porti della Gallia, e dolcemente gli fecero dirigere la marcia verso i Pirenei[341]. Passò questi monti, ed in nome dell'Imperatore sorprese la città di Barcellona. La tenerezza d'Adolfo per la Romana sua sposa non fu diminuita dal tempo, nè dal possesso, e la nascita d'un figlio, chiamato col nome dell'illustre suo avo Teodosio, parve, che lo fissasse per sempre negl'interessi della Repubblica. La morte di questo fanciullo, il corpo del quale posto in una cassa d'argento fu depositato in una Chiesa vicino a Barcellona, afflisse i suoi genitori; ma il dispiacere del Re Goto fu sospeso dalle fatiche del campo, ed il corso delle sue vittorie fu presto interrotto da un domestico tradimento. Egli aveva imprudentemente preso al suo servizio uno dei seguaci di Saro, Barbaro d'animo ardito, sebbene piccolo di statura, in cui la segreta brama di vendicare la morte del suo amato Signore veniva continuamente irritata dai sarcasmi dell'insolente suo Principe. Fu Adolfo assassinato nel palazzo di Barcellona: una tumultuosa fazione fu causa, che si violassero le leggi della successione[342], e Singerico, fratello dell'istesso Saro, non attenente alla stirpe reale, fu posto sul trono dei Goti. Il primo atto del suo regno fu l'inumana uccisione de' sei figli di Adolfo, nati da un anterior matrimonio, ch'ei senza pietà strappò dalle deboli braccia d'un venerabile Vescovo[343]. La sfortunata Placidia, invece della rispettosa compassione che avrebbe dovuto eccitare nei petti più selvaggi, fu trattata con crudele e vergognoso insulto. La figlia dell'Imperator Teodosio, confusa in una folla di volgari schiave, fu costretta a camminare a piedi più di dodici miglia innanzi al cavallo d'un Barbaro, assassino d'un marito, che Placidia amava e piangeva[344].

A. 415-418

Ma Placidia ebbe presto il piacere della vendetta; e la vista degl'ignominiosi travagli di lei potè muovere uno sdegnato Popolo contro il Tiranno, che fu assassinato il settimo giorno della sua usurpazione. Dopo la morte di Singerico, la libera scelta della nazione diede lo scettro Gotico a Vallia, l'indole guerriera ed ambiziosa del quale parve nel principio del suo regno estremamente contraria alla Repubblica. Ei marciò in armi da Barcellona fino a' lidi del mar Atlantico, che gli Antichi veneravano e temevano come il confine del Mondo. Ma quando giunse al promontorio meridionale della Spagna[345], e dallo scoglio, dove ora è la fortezza di Gibilterra, osservò la vicina e fertile costa dell'Affrica, Vallia riprese i disegni di conquista, che la morte d'Alarico aveva interrotti. I venti ed i flutti sconcertaron di nuovo l'impresa dei Goti; e le menti di un superstizioso Popolo furono altamente commosse dai replicati disastri delle tempeste e dei naufragi. In tali circostanze il successore d'Adolfo non ricusò più di dare orecchio ad un ambasciatore Romano, le proposizioni del quale venivano invigorite dal vero o supposto avvicinamento d'un numeroso esercito sotto la condotta del valoroso Costanzo. Si stipulò, e si mantenne un solenne trattato: Placidia fu restituita onorevolmente al fratello; furono date agli affamati Goti seicentomila misure di grano[346]; e Vallia s'impegnò a combattere in servizio dell'Impero. S'eccitò immediatamente una sanguinosa guerra fra' Barbari della Spagna; e si dice, che i Principi contendenti fra loro mandassero lettere, ambasciadori, ed ostaggi al trono dell'Imperatore occidentale, esortandolo a rimanere spettatore tranquillo della lor pugna, il cui evento doveva esser favorevole pei Romani, attesa la vicendevole strage de' comuni loro nemici[347]. La guerra di Spagna fu ostinatamente sostenuta per tre campagne con disperato valore, e con vario successo; e le marziali operazioni di Vallia sparsero per l'Impero la superior fama dell'eroe Gotico. Egli esterminò i Silingi, che avevano irreparabilmente rovinato l'elegante abbondanza della Provincia della Betica. Uccise in battaglia il Re degli Alani; e gli avanzi di que' vagabondi Sciti, che scamparono dalla battaglia, invece d'eleggersi un nuovo condottiero, si cercarono umilmente un asilo sotto lo stendardo de' Vandali, coi quali essi poi furono sempre confusi. I Vandali stessi e gli Svevi cederono agli sforzi degl'invincibili Goti. Una promiscua moltitudine di Barbari, a' quali era stata impedita la ritirata, andò a rifuggirsi nelle montagne della Galizia, dove sempre continuarono in un angusto luogo e sopra uno sterile terreno ad esercitare le domestiche loro ed implacabili ostilità. Nell'orgoglio della vittoria, Vallia osservò fedelmente le sue promesse, rimise le sue conquiste di Spagna sotto l'ubbidienza d'Onorio; e la tirannia degl'Imperiali Ministri ben tosto ridusse l'oppresso popolo a sospirare il tempo della sua Barbarica servitù. Mentre l'evento della guerra era sempre dubbioso, i primi vantaggi delle armi di Vallia avevano incoraggiato la Corte di Ravenna a decretare gli onori del trionfo al debole suo Sovrano. Questi entrò in Roma come gli antichi conquistatori delle nazioni; e se i monumenti di servil corruzione non avessero da gran tempo avuto il destino che meritavano, probabilmente si vedrebbe che una folla di poeti e di oratori, di Magistrati e di Vescovi applaudirono alla fortuna, alla saviezza, ed all'invincibil coraggio dell'Imperatore Onorio[348].

A. 419

Tal trionfo si sarebbe potuto giustamente pretendere dall'alleato di Roma, se Vallia, prima di ripassare i Pirenei, avesse estirpato i semi della guerra di Spagna. I suoi vittoriosi Goti, quarantatre anni dopo aver passato il Danubio, si posero, secondo la fede de' trattati, in possesso della seconda Aquitania, Provincia marittima fra la Garonna e la Loira, sotto la civile ed Ecclesiastica giurisdizion di Bordò. Questa Metropoli, situata vantaggiosamente per il commercio dell'Oceano, era fabbricata in una forma regolare ed elegante; ed i molti suoi abitatori eran distinti fra' Galli per la ricchezza, per la cultura, e per la gentilezza delle loro maniere. L'addiacente Provincia, che si è graziosamente paragonata al giardino d'Eden, gode un terreno fruttifero ed un clima temperato; l'aspetto della campagna dimostrava le arti ed i premj dell'industria: ed i Goti, dopo i loro marziali travagli, lussuriosamente esaurivano le ricche vigne dell'Aquitania[349]. I confini Gotici s'estesero per l'aggiunta di alcune vicine diocesi date loro; ed i successori d'Alarico piantarono la lor residenza Reale in Tolosa, che conteneva cinque popolati quartieri o città dentro lo spazioso recinto delle sue mura. Verso il medesimo tempo, negli ultimi anni del regno d'Onorio, i Goti, i Borgognoni, ed i Franchi ottennero stabil sede, e permanente dominio nelle Province della Gallia. La liberal concessione, fatta dall'usurpatore Giovino a' Borgognoni suoi alleati, fu confermata dall'Imperadore legittimo; si cederono a que' formidabili Barbari le terre della Germania prima o superiore, ed essi appoco appoco, o per via di conquista, o di trattato, occuparono le due Province, che tuttavia ritengono, co' titoli di Ducato e di Contea, il nome nazionale di Borgogna[350]. I Franchi, valorosi e fedeli alleati della Repubblica Romana, furono presto tentati ad imitar gl'invasori, a' quali avevano sì valorosamente resistito. Le libere loro truppe saccheggiarono Treveri, capitale della Gallia; e la piccola colonia, che sì lungamente si conservò nel ristretto di Toxandria nel Brabante, insensibilmente si dilatò lungo le rive della Mosa e della Schelda, finattantochè l'indipendente loro potenza riempì tutta l'estensione della seconda o bassa Germania. Si possono sufficientemente giustificar questi fatti con prove istoriche: ma la fondazione della Monarchia Francese per opera di Faramondo, le conquiste, le leggi, ed anche l'esistenza di quell'Eroe, si sono giustamente attaccate dall'imparziale severità della moderna critica[351].

A. 420

La rovina delle opulenti Province della Gallia può prender l'epoca dallo stabilimento di questi Barbari, l'alleanza de' quali era pericolosa ed oppressiva, mentre venivano capricciosamente spinti dall'interesse o dalla passione a violare la pubblica pace. Fu imposto un grave e parzial tributo a' Provinciali, sopravvissuti alle calamità della guerra; le più belle e fertili terre furono assegnate ai rapaci stranieri per uso delle loro famiglie, de' loro schiavi e del loro bestiame; ed i nativi tremanti abbandonarono sospirando l'eredità dei loro maggiori. Tali domestiche disgrazie però, che rare volte affliggono un Popolo soggiogato, si erano provate ed inflitte da' Romani medesimi non solo nell'insolenza delle straniere conquiste, ma anche nel furore delle discordie civili. I Triumviri proscrissero diciotto delle più floride colonie d'Italia, e distribuirono le loro terre e case a' veterani, che vendicarono la morte di Cesare, ed oppressero la libertà della patria. Due Poeti di non ugual fama in simili circostanze hanno deplorato la perdita del loro patrimonio: ma sembra, che i legionari d'Augusto sorpassassero in violenza ed ingiustizia i Barbari, che invasero la Gallia sotto il regno d'Onorio. Non fu senza la massima difficoltà, che Virgilio evitò la spada del Centurione, che aveva usurpato le sue possessioni nelle vicinanze di Mantova[352], ma Paolino di Bordò ricevè una somma di danaro dal Gotico suo conquistatore, che fu da lui accettata con piacere e sorpresa; e quantunque essa fosse molto inferiore alla real valuta del suo patrimonio, quest'atto di rapina fu coperto di qualche colore di moderazione e d'equità[353]. Si mitigò l'odioso nome di conquistatori con la dolce ed amichevole denominazione di ospiti de' Romani; ed i Barbari della Gallia, specialmente i Goti, dichiararono più volte, ch'essi erano uniti al popolo co' vincoli dell'ospitalità, ed all'Imperatore mediante il dovere della fedeltà, e del servizio militare. Il titolo d'Onorio, e de' suoi successori, lo loro leggi, ed i civili lor Magistrati si rispettarono sempre nelle Province della Gallia, delle quali avevan ceduto il possesso a' Barbari alleati; ed i Re, ch'esercitavano una suprema e indipendente autorità su' nativi lor sudditi, erano ambiziosi del più onorevole posto di generali degli eserciti Imperiali[354]. Tanta era l'involontaria venerazione, che tuttavia il nome Romano imprimeva nelle menti di que' guerrieri, che avevan portato in trionfo le spoglie del Campidoglio.

A. 419

Mentre l'Italia era devastata da' Goti ed una serie di deboli tiranni opprimeva la Province di là dalle Alpi, l'Isola Britannica si separò dal corpo del Romano Impero[355]. Si erano appoco appoco ritirate le truppe regolari, che guardavano quella remota Provincia; e la Britannia restò abbandonata senza difesa a' pirati Sassoni, ed a' Selvaggi dell'Irlanda e della Caledonia. I Britanni, ridotti a tal estremità, non s'affidarono più al dubbioso e tardo soccorso d'una Monarchia decadente. S'armarono da loro stessi, rispinsero gl'invasori, e fecero con piacere l'importante scoperta della propria lor forza. Le Province Armoriche (nome che comprendeva i paesi marittimi della Gallia fra la Senna e la Loira)[356] afflitte da simili calamità, ed eccitate dal medesimo spirito, risolvettero d'imitar l'esempio della vicina Isola. Scacciarono esse i Magistrati Romani, che obbedivano all'autorità dell'usurpator Costantino; e fu stabilito un governo libero sopra un Popolo, ch'era sì lungamente stato soggetto all'arbitraria volontà d'un Signore. L'indipendenza della Britannia e dell'Armorica fu tosto confermata da Onorio medesimo, legittimo Imperatore dell'Occidente, e le lettere, con le quali commise ai nuovi Stati la cura della propria loro salvezza, possono interpretarsi come un'assoluta e perpetua rinunzia dell'esercizio e dei diritti della Sovranità. Quest'interpretazione fu in qualche modo giustificata dall'evento. Dopo che gli usurpatori della Gallia, l'uno dopo l'altro, furon caduti, le Province marittime vennero restituite all'Impero. La lor obbedienza però fu imperfetta e precaria: la vana, incostante e tumultuosa disposizione del Popolo non s'accordava nè con la libertà, nè con la servitù[357]; e l'Armorica, sebbene non potesse lungamente conservare la forma di Repubblica[358], fu agitata da frequenti e rovinose sommosse. La Britannia non fu mai ricuperata[359]. Ma siccome gl'Imperatori saviamente accordarono l'indipendenza di quella remota Provincia, tal separazione non fu amareggiata colla taccia di tirannia o di ribellione; ed ai diritti di fedeltà e di protezione successero i vicendevoli o volontari ufizi di nazionale amicizia[360].

A. 409-449

Questa rivoluzione disciolse l'artificiosa fabbrica del governo civile e militare; e per il corso di quarant'anni, fino alla discesa de' Sassoni, l'indipendente paese fu governato dall'autorità del Clero, de' Nobili, e delle città Municipali[361]. I. Zosimo, che solo ci ha conservato la memoria di questo singolar avvenimento, con grande accuratezza osserva, che le lettere d'Onorio furono indiritte alle città della Britannia[362]. Sotto la protezione de' Romani si erano edificate in varie parti di quella gran Provincia novantadue considerabili città; e fra queste trentatre si distinguevano sopra le altre per l'importanza ed i maggiori privilegi che avevano[363]. Ciascheduna di queste città, come in tutte le altre Province dell'Impero, formava un corpo legale, ad oggetto di regolare la domestica lor polizia; e la podestà del governo municipale si distribuiva fra' Magistrati annuali, uno scelto Senato, e l'assemblea del Popolo, secondo l'original modello della costituzione Romana[364]. Queste piccole Repubbliche avevano il maneggio d'una pubblica entrata, l'esercizio della civile o criminale giurisdizione, e l'abitudine del consiglio e del comando pubblico, e quando si trovarono indipendenti, la gioventù della città e de' contorni di essa doveva porsi naturalmente sotto lo stendardo del magistrato. Ma il desiderio di godere i vantaggi, e di evitare i pesi della società politica, è una perpetua ed inesausta sorgente di discordia; nè si può ragionevolmente presumere, che la restaurazione della Britannica libertà fosse esente dal tumulto e dalla fazione. Gli audaci e popolari cittadini avranno frequentemente violato la superiorità della nascita e della fortuna; e gli orgogliosi Nobili, che si lagnavano di esser divenuti soggetti a' loro propri servi[365], avranno talvolta desiderato il regno d'un arbitrario Monarca.

II. La giurisdizione d'ogni città sull'addiacente campagna veniva sostenuta dall'influenza, che i principali Senatori vi esercitavano con le lor possessioni; e le città più piccole, i villaggi, ed i proprietari di terre provvedevano alla propria lor sicurezza con ricorrere alla protezione di queste nascenti Repubbliche. La sfera della loro attrazione era proporzionata a' lor respettivi gradi di popolazione e di ricchezza; ma i Signori ereditari di ampie tenute, che non eran oppressi dalla vicinanza d'alcuna potente città, aspiravano al grado di Principi indipendenti, ed esercitavano arditamente i diritti della guerra e della pace. I giardini e le ville, che dimostravano qualche debole imitazione dell'eleganza italiana, si dovettero presto mutare in forti castelli per servir di rifugio in occasione di pericolo agli abitatori della vicina campagna[366]; il prodotto della terra fu impiegato in comprare armi e cavalli, ed in mantenere una milizia di schiavi, di contadini, e di licenziosi satelliti; ed il Capitano dovette assumere, dentro il suo dominio, l'ufizio di civil magistrato. Alcuni di questi Capitani Britanni erano forse i veri discendenti degli antichi Re; e molti di più saranno stati tentati ad adottare quell'onorevole genealogia, ed a rivendicare gli ereditari loro diritti, sospesi dall'usurpazione de' Cesari[367]. La situazione e le speranze loro dovetter disporli ad affettare l'abito, il linguaggio, ed i costumi de' loro antichi. Se i Principi della Britannia ricaddero nella barbarie, mentre le città procuravano di mantener le leggi ed i costumi di Roma, tutta l'isola dovè appoco appoco dividersi per la distinzione di due nazionali partiti, ancor essi dispersi in mille suddivisioni di fazioni e di guerre, prodotte dalle varie cause d'interesse e di sdegno. La pubblica forza, in vece d'essere unita contro i nemici di fuori, si consumava in oscure ed interne contese; ed il merito personale, che avrebbe potuto porre un buon Capitano alla testa de' suoi uguali, lo rendeva capace di soggiogare la libertà di qualche città vicina, e di pretendere un posto fra' tiranni[368], che infestarono la Britannia dopo lo scioglimento del Governo Romano. III. La Chiesa Britannica poteva esser composta di trenta o quaranta Vescovi[369] con un'adequata proporzione del Clero inferiore; e la mancanza di ricchezze (giacchè sembra che fossero poveri[370]) gli doveva costringere a meritar la pubblica stima con una decente ed esemplare condotta. L'interesse ugualmente che l'indole del Clero favoriva la pace e l'unione della divisa lor patria: ne' lor popolari discorsi potevan frequentemente inculcare salutari lezioni; ed i sinodi Episcopali erano i soli concilj, che potevano assumere l'autorità ed il peso d'un'assemblea nazionale. In questi concilj, dove i Principi ed i Magistrati sedevano mescolati co' Vescovi, potevan esser liberamente dibattuti gl'importanti affari dello Stato e della Chiesa, composte le differenze, formate nuove alleanze, imposti i tributi, spesso concertate, e talvolta eseguite molte savie risoluzioni; e v'è motivo di credere che in occasione d'estremo pericolo, s'eleggesse col generale assenso de' Brettoni un Pendragon, o Dittatore. Queste cure pastorali, così degne del carattere episcopale furono però interrotte dalla superstizione, e dallo zelo; ed il Clero Britannico di continuo s'affaticava a sradicare l'eresia Pelagiana, che esso abborriva come uno special disonore del proprio nativo paese[371].

A. 418

Egli è alquanto notabile, o piuttosto assai naturale, che la rivolta della Britannia e dell'Armorica dovesse introdurre un'apparenza di libertà nelle obbedienti Province della Gallia. In un Editto solenne[372] ripieno delle più forti proteste di quel paterno affetto, che i Principi esprimon sì spesso, e sentono sì di rado, l'Imperatore Onorio promulgò la sua intenzione di convocare un'assemblea delle sette Province: nome particolarmente attribuito all'Aquitania ed all'antica Narbonese, che avevano da gran tempo cangiato la celtica rozzezza loro colle utili ed eleganti arti dell'Italia[373]. Arles, che era la sede del governo e del commercio, fu destinata per luogo dell'assemblea, la quale ogni anno regolarmente durava ventotto giorni, dal quindici d'Agosto fino al tredici di Settembre. Era composta dal Prefetto del Pretorio delle Gallie, dai sette Governatori Provinciali, uno consolare, e sei Presidenti; dai Magistrati, e forse dai Vescovi di circa sessanta città; e da un competente, quantunque indeterminato numero dei più onorevoli ed opulenti possessori di terre, che potessero giustamente considerarsi come i rappresentanti del loro paese. Avevano essi la facoltà d'interpretare e di comunicar le leggi del loro Sovrano; di esporre gli aggravj e i desiderj dei loro costituenti; di moderare l'eccessivo o disugual peso delle tasse; e di deliberare sopra ogni materia d'importanza locale o nazionale, che potesse tendere a restituir la pace e la prosperità delle sette Province. Se tale instituto, che faceva prendere al Popolo un interesse nel proprio loro governo, si fosse universalmente stabilito da Traiano o dagli Antonini, si sarebbero potuti apprezzare e propagare nell'Impero di Roma i semi della virtù e della saviezza pubblica; i privilegi del suddito avrebbero assicurato il trono del Monarca; si sarebbero potuti in qualche modo impedire o corregger gli abusi d'un'amministrazione arbitraria, mediante l'interposizione di quei corpi rappresentativi; ed il paese sarebbe stato difeso contro i nemici stranieri, dalle armi dei liberi nazionali. Sotto il dolce e generoso influsso della libertà, il Romano Imperio avrebbe potuto durare invincibile ed immortale; o se l'eccessiva sua grandezza, e le vicende delle cose umane si fossero opposte a tal perpetua continuazione, i vitali membri, che lo formavano, avrebber potuto separatamente conservare la loro indipendenza e il vigore. Ma nella decadenza dell'Impero, allorchè s'era già esausto ogni principio di salute o di vita, la tarda applicazione di questo parzial rimedio non era capace di produrre alcuno importante o salutevol effetto. L'Imperatore Onorio esprime la sua sorpresa nell'aver dovuto costringere le ripugnanti Province ad accettare un privilegio, che esse avrebber dovuto ardentemente richiedere. Fu imposta una pena di tre, od anche di cinque libbre di oro a' rappresentanti assenti, i quali sembra che evitassero questo immaginario dono di costituzione libera, come l'ultimo ed il più crudele insulto dei loro oppressori.

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Note 1 · Non si comprende come Sozomeno abbia lodato questo atto di disperazione. Egli osserva (p. 379), che la moglie di Geronzio era Cristiana; e cNote 2 · Ειδος αξιος τυραννιδος (figura degna della Sovranità). Questa è l'espressione d'Olimpiodoro, che pare essere stata presa dall'Eolo, tragediaNote 3 · Sidonio Apollinare (lib. V. Epist. p. 9, 139, con le not. del Sirmond. p. 58) dopo aver notato l'incostanza di Costantino, la facilità di GiNote 4 · Quest'espressione può intendersi quasi letteralmente. Olimpiodoro dice μολις σακκοις εξσωθηαν (Appena lo presero vivo coi sacchi). La parolaNote 5 · Senza ricorrere a più antichi Scrittori, io citerò tre rispettabili testimoni, che appartengono al quarto ed al settimo secolo cioè l'ExposiNote 6 · Tal data si fissa esattamente nei Fasti, e nella Cronica d'Idazio. Orosio (lib. VII. c. 40 p. 578) attribuisce la perdita della Spagna al trNote 7 · Idazio brama d'applicare a queste nazionali calamità le profezie di Daniele; ed è per conseguenza costretto d'adattare le circostanze del faNote 8 · Mariana de Reb. Hispan. l. V. c. I, Tom. I. p. 148. Hag. Com. 1733. Egli aveva letto in Orosio (l. VIII c. 41 p. 579) che i Barbari avevan fNote 9 · Può facilmente dedursi questa mescolanza di forza e di persuasione dal confrontare Orosio con Giornandes, l'Istorico Romano col Gotico.Note 10 · Secondo il sistema di Giornandes (c. 33. p. 659) il vero diritto ereditario allo scettro Gotico risedeva negli Amali; ma quei Principi, che Note 11 · Tale uccisione si riferisce da Olimpiodoro; ma il numero dei figli è preso da un epitaffio di sospetta fede.Note 12 · La morte d'Adolfo fu celebrata in Costantinopoli con illuminazioni, e giuochi Circensi (vedi la Cronic. Aless.). Può sembrar dubbioso, se i Note 13 · Questo sussidio fu molto gradito. I Goti erano insultati da' Vandali della Spagna col nome di Truli, perchè nella estrema loro angustia avevNote 14 · Orosio riporta una copia di queste pretese lettere. «Tu cum omnibus pacem habe, omniumque obsides accipe; nos nobis confligimus, nobis perimNote 15 · «Romam triumphans ingreditur» questa è la formale espressione della Cronica di Prospero. I fatti appartenenti alla morte d'Adolfo, ed alle aNote 16 · Ausonio (de claris urbibus p. 157, 262) celebra Bordò col parziale affetto d'un nativo di questa città. Vedasi appresso Salviano (de Gubern.Note 17 · Orosio (L. VIII c. 32 p. 550) commenda la dolcezza e la modestia di quei Borgognoni, che trattavano i loro sudditi della Gallia come CristiaNote 18 · Vedi Mascou (l. VIII. c. 43, 44, 45). Se si eccettui un breve e sospetto verso della Cronica di Prospero (nel T. I. p. 638) non si trova maiNote 19 · Vedi il notevole passo dell'Eucaristicon di Paolino 575. appresso Mascou L. VIII c. 42.Note 20 · Si fissa quell'importante verità dall'esattezza del Tillemont (Hist. des Emper. Tom. V. p. 647) e dall'ingenuità dell'abate Dubos (Hist. de Note 21 · Zosimo (l. VI p. 383) in poche parole racconta la rivolta della Britannia e dell'Armorica. I nostri Antiquari, e fino lo stesso gran CambdenNote 22 · Sono stati fissati i confini dell'Armorica da due Geografi nazionali, Valesio e Danville, nelle loro notizie della Gallia antica. Questo nomNote 23 · Ho creduto necessario di protestarmi contro questa parte del sistema dell'Abate Dubos a cui si è tanto vigorosamente opposto Montesquieu. VeNote 24 · Βριταννιαν μεν οι Ρωμαιοι ανασωσασθαι ουκετι εχον (I Romani poi non poterono più racquistar la Britannia). Queste son parole di Procopio (deNote 25 · Beda non ha dimenticato l'accidentale soccorso delle legioni contro gli Scotti ed i Pitti; ed in seguito si daranno più autentiche prove, chNote 26 · Un dovere verso me stesso, e verso la verità storica mi obbliga a dichiarare, che in questo paragrafo alcune circostanze non son fondate cheNote 27 · Προς τας εν Βρεταννια πολεις (alle città della Britannia). Zosim. l. VI. p. 383.Note 28 · Due città della Britannia erano Municipia, nove Coloniae, dieci Latii Jure donatae, dodici stipendiariae di classe superiore. Queste particoNote 29 · Vedi Maffei, Verona illustrata P. I. L. V. pagina 83, 106.Note 30 · Un'iscrizione (ap. Sirmond. not. ad Sidon. Apoll. p. 59) descrive un castello cum muris et portis tuitioni omnium, eretto da Dardano nella sNote 31 · Sarebbe stato facile in vero lo stabilire la lor potenza, se si potesse ammettere l'impraticabil progetto d'un libero e dotto antiquario, ilNote 32 · Αλλ’ουσα υπο τυραννοις απ’αυτου εμενε (Ma da esso fu posta sotto i Tiranni). Procop., de Bell. Vandal. l. 1. c. 2. p. 181. Britannia fertiliNote 33 · Vedi Bingham., Eccles. antiq. vol. 1. lib. X. c. 6. pag. 594.Note 34 · Si narra di tre Vescovi Britanni, che si trovarono al Concilio di Rimini l'anno 359, tam pauperes fuisse ut nihil haberent. Sulpic. Sever., Note 35 · Si consulti l'Usserio, de Antiq. Eccl. Britt. cap. 8, 12.Note 36 · Vedi il testo corretto di questo editto come fu pubblicato dal Sirmondo (not. ad Sidon. Apollinar. p. 47). Incmaro di Reims, che assegna un Note 37 · Dalla Notitia è chiaro, che le sette Province erano la Viennense, le Alpi marittime, la prima e seconda Narbonese, la Novempopulonia, e la p
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