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Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 05

CAPITOLO XXVII. (continued 2)

Davide Bertolotti translation

Dopo la disfatta d'Eugenio, tutti gli abitanti del Mondo Romano di buona voglia riconobbero il merito non meno che l'autorità di Teodosio. L'esperienza della sua condotta passata favoriva le più lusinghiere speranze del futuro suo regno; e l'età dell'Imperatore, che non passava cinquant'anni, pareva che allargasse il prospetto della pubblica felicità. La sua morte, che seguì non più di quattro mesi dopo l'esposta vittoria, fu riguardata dal popolo come un evento non preveduto e fatale, che in un momento distruggeva le speranze della nascente generazione. Ma l'amore del comodo e del lusso aveva segretamente nutrito i principj della malattia[562]. La forza di Teodosio non fu capace di sostenere il subitaneo, e violento passaggio dal palazzo al campo; ed i sintomi di una idropisia, che andavan sempre crescendo, annunziarono la pronta fine dell'Imperatore. L'opinione e forse l'interesse del pubblico avea confermato la divisione degli Imperi d'Oriente e d'Occidente; e i due reali giovani, Arcadio ed Onorio, che avevano già ottenuto dalla tenerezza del genitore il titolo di Augusti, furon destinati ad occupare i troni di Costantinopoli e di Roma. Non fu permesso a questi Principi di esser partecipi del pericolo e della gloria della guerra civile[563], ma tosto che Teodosio ebbe trionfato degli indegni suoi rivali, chiamò Onorio, suo figlio minore, a godere i frutti della vittoria, ed a ricever lo scettro dell'Occidente dalle mani dello spirante suo padre. Si celebrò l'arrivo d'Onorio a Milano con una splendida rappresentazione di giuochi nel Circo, e l'Imperatore, quantunque oppresso dal peso del male, contribuì con la sua presenza alla pubblica gioia. Ma si esaurì la forza, che gli restava, dai penosi sforzi che fece per assistere agli spettacoli della mattina. Onorio, nel rimanente del giorno, tenne il luogo del padre; ed il Gran Teodosio spirò nella notte seguente. Nonostante le recenti animosità d'una guerra civile, la sua morte fu generalmente compianta. I Barbari ch'egli avea vinti, e gli Ecclesiastici, dai quali era stato vinto egli stesso, celebrarono con alto e sincero applauso le qualità del morto Imperatore, che più sembravano valutabili ai lor occhi. I Romani si spaventarono all'imminente pericolo d'una debole e divisa amministrazione, ed ogni disgraziato accidente degli infelici regni d'Arcadio e d'Onorio ravvivò la memoria della loro irreparabil perdita.

Nella fedel pittura delle virtù di Teodosio, non si sono dissimulate le sue imperfezioni, l'atto di crudeltà e l'abitudine dell'indolenza, che oscurarono la gloria d'uno dei più grandi fra i Principi Romani. Un istorico, perpetuo nemico della fama di Teodosio, ha esagerato i suoi vizi ed i lor perniciosi effetti; egli audacemente asserisce, che i sudditi di ogni ceto imitavano gli effemminati costumi del loro Sovrano, che ogni specie di corruzione macchiava il corso della vita sì pubblica che privata; e che i deboli freni dell'ordine e della decenza non eran sufficienti ad impedire il progresso di quello spirito depravato, che sacrifica senza rossore la considerazione del dovere e dell'utile alla vile soddisfazione dell'ozio e dell'appetito[564]. Le querele degli Scrittori contemporanei, che deplorano l'accrescimento del lusso, e la depravazione dei costumi, ordinariamente indicano la particolare loro indole e situazione. Vi sono pochi osservatori, che abbiano una chiara ed estesa veduta delle rivoluzioni di una società; e che sieno capaci di scuoprire i tenui e segreti motivi d'agire, che spingono ad un'istessa uniforme direzione le capricciose e cieche passioni d'una moltitudine d'individui. Se può affermarsi con qualche grado di verità, che la lussuria dei Romani fosse più vergognosa o dissoluta nel regno di Teodosio, che al tempo di Costantino, o forse d'Augusto, non può attribuirsi tale alterazione ad alcuna vantaggiosa circostanza, che avesse accresciuto la copia delle nazionali ricchezze. Un lungo periodo di calamità o di decadenza dovè opporsi alla industria, e diminuir l'opulenza del popolo; ed il profuso lusso deve essere stato l'effetto di quella indolente disperazione, che gode il bene presente, e scaccia i pensieri del futuro. L'incerta condizione del loro stato disanimava i sudditi di Teodosio dall'impegnarsi in quelle utili e laboriose imprese, che richiedono una spesa immediata, e promettono un lento e lontano vantaggio. I frequenti esempi di desolazione e rovina li tentavano a non risparmiare gli avanzi di un patrimonio, che ad ogni momento potea divenire la preda dei rapaci Goti. E la pazza prodigalità, che prevale nella confusione d'un naufragio o d'un assedio, può servire a spiegare il progresso del lusso fra le disgrazie ed i terrori d'una cadente nazione.

Il lusso effemminato, che infestava i costumi delle Corti e delle città, aveva instillato un veleno distruttivo e segreto nei corpi delle legioni; e si è notata la degenerazione di esse dalla penna d'uno scrittore militare, che aveva diligentemente studiato i genuini ed antichi principj della disciplina Romana. È una giusta ed importante osservazione di Vegezio, che la infanteria fu invariabilmente coperta con armi difensive, dalla fondazione della città fino al regno dell'Imperator Graziano. Il rilassamento della disciplina e la mancanza d'esercizio rendè i soldati meno atti e meno disposti a sostener le fatiche militari: si dolevano essi del peso dell'armatura, che di rado portavano; ed ottennero in seguito la permissione di deporre le corazze e gli elmetti. I pesanti dardi dei loro maggiori, la spada corta, ed il formidabile pilo, che avea soggiogato il Mondo, caddero insensibilmente dalle lor deboli destre. Siccome non è compatibile l'uso dello scudo con quello dell'arco, essi marciavano mal volentieri nel campo; condannati a soffrire o il dolore delle ferite o l'ignominia della fuga, erano sempre disposti a preferire l'alternativa più vergognosa. La cavalleria dei Goti, degli Unni e degli Alani aveva sentito il benefizio, ed adottato l'uso delle armi difensive; ed essendo eccellenti nel maneggiare le armi da scagliare, facilmente opprimevano le tremanti e nude legioni, che avevan le teste ed i petti esposti senza difesa alle frecce dei Barbari. La perdita degli eserciti, la distruzione delle città, ed il disonore del nome Romano indussero dipoi inutilmente i successori di Graziano a ristabilir l'uso degli elmi e delle corazze nell'infanteria. Gli snervati soldati abbandonarono la propria e la pubblica difesa; e la pusillanime loro indolenza può risguardarsi come l'immediata cagione della caduta dell'Impero[565].

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