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Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 03

CAPITOLO XVI. (continued 2)

Davide Bertolotti translation

Appena fu quest'editto esposto alla pubblica vista nel lungo più frequentato di Nicomedia, che fu lacerato dalle mani di un Cristiano, il quale nell'istesso tempo espresse le più amare invettive il suo disprezzo ed abborrimento per tali empi e tirannici Governatori. Il suo delitto, secondo le più miti leggi, riducevasi a ribellione, e meritava la morte; e se fosse vero ch'egli era una persona di grado e d'educazione, quello circostanze non potevan servire che ad aggravar la sua colpa. Fu egli bruciato, o piuttosto arrostito a fuoco lento, e gli esecutori, bramosi di vendicare l'insulto fatto personalmente agl'Imperatori, esaurivano ogni finezza di crudeltà senza esser capaci di vincer la sua pazienza, o di alterar quel continuo ed insultante sorriso, ch'egli conservò sempre nelle ultime sue agonie. I Cristiani, quantunque confessassero che tal condotta rigorosamente non era stata conforme alle leggi della prudenza, pure ammiravano il divino fervor del suo zelo; l'eccessive lodi, che prodigalmente diedero alla memoria del loro Martire ed Eroe, contribuirono a figgere nella mente di Diocleziano una profonda impressione di terrore e di odio[154].

Ben presto si misero in moto i suoi timori alla vista di un pericolo, al quale appena egli potè sottrarsi. Nello spazio di quindici giorni, il Palazzo di Nicomedia, ed eziandio la camera in cui dormiva Diocleziano, si trovarono due volte in mezzo alle fiamme; e sebbene ambedue le volte queste fossero estinte senz'alcun danno considerabile, pure la singolar reiterazione del fuoco fu non senza ragion risguardata come un'evidente prova, che quello non era stato l'effetto della negligenza o del caso. Il sospetto cadde naturalmente sopra i Cristiani, e fu suggerito, con qualche specie di probabilità, che que' disperati fanatici, provocati dagli attuali lor patimenti, e temendo le calamità che lor sovrastavano, aveano formato una cospirazione cogli eunuchi del palazzo, fedeli loro fratelli, contro le vite degl'Imperatori, ch'essi detestavano come irreconciliabili nemici della Chiesa di Dio. La gelosia e lo sdegno prevalse in ogni petto, ma specialmente in quello di Diocleziano. Furon poste in carcere molte persone distinte, o per gl'impieghi da lor sostenuti, o pel favore di cui erano state onorate. Si mise in opera ogni sorta di torture, e la Corte ugualmente che la città restò macchiata da molte sanguinose esecuzioni[155]. Ma siccome non si potè scuoprire alcuna prova di questo misterioso fatto, sembra che autorizzati siamo o a presumere l'innocenza, o ad ammirar la fermezza di quei che soffrirono. Pochi giorni dopo, Galerio si ritirò in fretta da Nicomedia, dichiarando che se differiva la sua partenza da quel condannato palazzo, egli sarebbe caduto vittima della rabbia de' Cristiani. Gli Storici Ecclesiastici, da' quali soltanto possiam trarre una imperfetta o parzial notizia di questa persecuzione, non sanno come render ragione de' timori e del pericolo degl'Imperatori. Due di questi scrittori, uno Principe ed uno Retore, furon testimoni di veduta dell'incendio di Nicomedia. L'uno l'attribuisce al fulmine ed all'ira divina; l'altro asserisce, che fu cagionato dalla malizia di Galerio medesimo[156].

Poichè l'editto contro i Cristiani destinavasi a formare una legge universale di tutto l'Impero, e poichè Diocleziano e Galerio, quantunque non aspettassero il consenso de' Principi occidentali, eran sicuri però che ancor essi vi avrebber concorso, parrebbe più conforme alle idee che abbiamo di politica, che i Governatori di tutte le Province avesser ricevuto istruzioni segrete per pubblicar nel medesimo giorno questa dichiarazione di guerra ne' rispettivi loro dipartimenti. Almeno era da aspettarsi che la facilità dello pubbliche strade e delle poste, già stabilite, avesse posto in grado gl'Imperatori di trasmettere con la massima celerità i loro ordini dal palazzo di Nicomedia all'estremità del Mondo Romano; e ch'essi non avrebber sofferto, che passassero cinquanta giorni avanti che fosse pubblicato l'editto nella Siria, e quasi quattro mesi prima che fosse notificato alle città dell'Affrica[157]. Questa dilazione deve attribuirsi per avventura alla cauta indole di Diocleziano, che aveva contro voglia dato l'assenso alla persecuzione, e che desiderava di vederne una prova sotto i propri occhi, avanti di dar luogo a' disordini ed al disgusto, che inevitabilmente dovea cagionare nelle distanti Province. A principio, in vero, fu proibito a' Magistrati lo spargimento del sangue; ma fu permesso, ed anche raccomandato allo zelo di essi l'uso di ogni altra sorta di severità; nè i Cristiani, quantunque di buona voglia cedessero gli ornamenti delle lor Chiese, potevano indursi ad interrompere le religiose loro adunanze o a dare i loro libri sacri alle fiamme. Pare che la devota ostinazione di Felice, Vescovo Affricano, imbarazzasse i Ministri subalterni del Governo. Il Curatore della sua città lo mandò in catene al Proconsole; questi lo trasmise al Prefetto del Pretorio d'Italia; e Felice, che sdegnò fino di dare una colorita risposta, finalmente fu decapitato a Venosa nella Lucania, luogo celebre pel nascimento d'Orazio[158]. Parve che quest'esempio, e forse qualche rescritto Imperiale fatto in conseguenza di esso, autorizzasse i Governatori delle Province a punir colla morte i Cristiani, che ricusavano di consegnare i lor libri sacri. Vi furono senza dubbio molte persone che presero quest'opportunità d'ottener la corona del martirio; ma ve ne furono anche troppo altre, che si comprarono una via ignominiosa, scuoprendo e dando nelle mani degl'Infedeli le Sacre Scritture. Un gran numero eziandio di Vescovi e di Preti per questa rea condiscendenza ebbero il nome di traditori; e il loro delitto fu causa di un grande scandalo presente, e di gran discordia in futuro nella Chiesa Affricana[159].

Tanto s'eran già moltiplicate nell'Impero le copie o le traduzioni della Scrittura, che la più rigorosa inquisizione non potè cagionare alcuna fatal conseguenza, ed anche pel sacrifizio di que' volumi, che in ogni congregazione eran destinati all'uso pubblico, si richiese il consenso di alcuni traditori ed indegni Cristiani. Ma l'autorità del Governo e l'impegno de' Pagani poterono facilmente eseguire la distruzione delle Chiese. In alcune Province però i Magistrati si contentarono di far chiudere i luoghi del culto religioso; in altre più alla lettera eseguirono i termini dell'editto, e dopo aver tirato fuori le porte, i banchi, ed il pulpito, che fecero bruciare come un rogo funereo, totalmente demolirono il resto degli edifizi[160]. Forse a quella trista occasione si deve applicare un'istoria molto considerabile che si racconta con tanto varie ed improbabili circostanze, che serve ad eccitare piuttosto che a soddisfar la nostra curiosità. Pare che in una piccola città della Frigia, di cui non ci è rimasto nè il nome nè la situazione, tanto i Magistrati quanto il corpo del popolo avessero abbracciato la fede Cristiana; e siccome poteva temersi qualche resistenza all'effettuazion dell'editto, così il Governatore della Provincia ebbe il rinforzo di un numeroso distaccamento di legionari. All'avvicinarsi di questi, i Cittadini si ritirarono dentro la Chiesa, risoluti o di difender con le armi il sacro edifizio o di perire sotto le sue rovine. Rigettarono con isdegno la notizia e la permissione data loro di ritirarsi, a segno che irritati i soldati dalla lor ostinazione posero fuoco da tutte le parti alla fabbrica, e con questa specie straordinaria di martirio consumarono un gran numero di Frigj con le lor mogli e figliuoli[161].

Alcune leggiere turbolenze insorte nella Siria e sulle frontiere dell'Armenia, quantunque soppresse quasi nel tempo medesimo in cui furono suscitate, diedero a' nemici della Chiesa un'occasione molto plausibile d'insinuare, che s'erano quelle segretamente fomentate dagl'intrighi de' Vescovi, i quali avevano già dimenticato le fastose lor professioni di passiva ed illimitata obbedienza[162]. L'ira o i timori di Diocleziano finalmente lo trasportarono oltre i limiti della moderazione, che fino allora avea conservato; ed in una serie di crudeli editti dichiarò l'intenzione che aveva di abolire il nome Cristiano. Col primo di questi editti s'ordinò a' Governatori delle Province di catturar tutti quelli del ceto Ecclesiastico, e le carceri, destinate pei delinquenti più vili, furon tosto piene di una moltitudine di Vescovi, di Preti, di Diaconi, di Lettori e di Esorcisti. Con un secondo editto, fu comandato a' Magistrati d'impiegar ogni sorta di severità, che potesse richiamarli dall'odiosa loro superstizione, ed obbligarli a tornare al Culto già stabilito degli Dei. Quest'ordine rigoroso fu esteso da un altro editto a tutto il corpo de' Cristiani, che furono esposti ad una violenta e generale persecuzione[163]. In vece di que' freni salutari, ch'esigevano la diretta e solenne testimonianza di un accusatore, il dovere non meno che l'interesse degli uffiziali Imperiali divenne quello di scuoprire, di perseguitare, e di tormentare i più distinti Fedeli. Furono stabilite gravi pene contro tutti coloro, che avesser preteso di salvare un proscritto settario dal giusto sdegno degli Dei e degl'Imperatori. Nonostante però la severità di tal legge, il virtuoso coraggio, ch'ebbero molti Pagani di celare i loro amici o congiunti, somministra una prova onorevole che il furore della superstizione non aveva estinto ne' loro animi i sentimenti della natura e della compassione[164].

Appena Diocleziano ebbe pubblicato i suoi editti contro i Cristiani, che desiderando egli di commettere ad altre mani l'opera della persecuzione, si spogliò della porpora Imperiale. Il carattere e la situazione de' suoi colleghi e successori li mossero talvolta a mantenere in vigore, e talvolta a sospendere l'esecuzione di queste rigorose leggi, nè acquistar possiamo una giusta e distinta idea di quest'importante periodo d'istoria Ecclesiastica, se non consideriamo separatamente lo stato del Cristianesimo nelle diverse parti dell'Impero per lo spazio di dieci anni, che passarono fra' primi editti di Diocleziano, e la pace finale della Chiesa.

La dolce ed umana indole di Costanzo era avversa all'oppressione di qualunque parte de' propri sudditi. Gli uffizi principali del suo palazzo si esercitavano dai Cristiani, egli amava le loro persone, stimava la lor fedeltà, e non gli dispiacevano punto i principj della lor religione. Ma finchè Costanzo restò nel grado subordinato di Cesare, non fu in sua facoltà di apertamente rigettar gli editti di Diocleziano, o di non obbedire a' comandi di Massimiano. Ciò nonostante la sua autorità contribuì ad alleggerir que' tormenti, ch'egli compassionava e abborriva. Acconsentì con ripugnanza alla distruzione delle Chiese, ma volle proteggere le persone de' Cristiani dalla furia del popolo e dal rigore delle leggi. Le Province della Gallia (sotto il qual nome possiamo probabilmente comprendere anche quelle della Britannia) dovettero la singolar tranquillità, che goderono, alla gentile interposizione del lor Sovrano[165]. Ma Daziano, Presidente o Governatore della Spagna, mosso o da zelo o da politica, volle piuttosto eseguire i pubblici editti degl'Imperatori, che intendere le segrete intenzioni di Costanzo; e difficilmente può dubitarsi, che la sua provinciale amministrazione non fosse macchiata dal sangue di alcuni pochi Martiri[166]. L'elevazione di Costanzo alla suprema indipendente dignità di Augusto aprì un libero corso all'esercizio delle sue virtù, e la brevità del suo regno non gl'impedì di fondare un sistema di tolleranza, di cui lasciò l'esempio e i precetti a Costantino suo figlio. Questo suo fortunato figlio, dal primo istante del suo innalzamento essendosi dichiarato protettore della Chiesa, finalmente meritò il nome di primo Imperatore, che professasse pubblicamente, e stabilisse la Religione Cristiana. I motivi della sua conversione, per quanto possan variamente dedursi dalla benevolenza, dalla politica, dalla convinzione o dal rimorso, ed il progresso di quella rivoluzione, che per la potente influenza di lui e de' suoi figli fece divenire il Cristianesimo la religion dominante del Romano Impero, formeranno un capitolo molto interessante nel terzo volume di quest'Istoria. Per ora servirà osservare, che ogni vittoria di Costantino produsse qualche sollievo o benefizio alla Chiesa.

Le Province d'Italia e d'Affrica sperimentarono una breve ma violenta persecuzione. I rigorosi editti di Diocleziano furono severamente e di buona voglia eseguiti dal suo collega Massimiano, che da gran tempo odiava i Cristiani, e si dilettava negli atti sanguinari e di violenza. Nell'autunno del primo anno della persecuzione i due Imperatori s'incontrarono a Roma per celebrare il loro trionfo; sembra che dalle segrete loro deliberazioni provenissero varie leggi oppressive, e la diligenza de' Magistrati fu animata dalla presenza de' loro Sovrani. Dopo che Diocleziano si fu dimesso dalla porpora, furono amministrate l'Italia e l'Affrica sotto nome di Severo, e restarono esposte senza difesa all'implacabile odio di Galerio, da cui egli dipendeva. Fra' Martiri di Roma, Adautto merita di esser fatto noto alla posterità. Egli era di una famiglia nobile dell'Italia, e per i gradi successivi della Corte si era innalzato fino all'importante uffizio di tesoriere del privato erario del Principe. Adautto è anche più osservabile per essere stata l'unica persona elevata in grado e cospicua, che sembri aver sofferto la morte in tutto il corso di questa generale persecuzione[167].

La ribellione di Massenzio immediatamente restituì la pace alle Chiese dell'Italia e dell'Affrica, e quell'istesso tiranno, che oppresse ogni altro ceto de' suoi soggetti, si dimostrò giusto, umano ed anche parziale verso gli afflitti Cristiani. Egli contava sulla lor gratitudine ed affezione, e supponeva molto naturalmente, che le ingiurie, ch'essi avevan sofferto, ed i pericoli, a' quali sempre temevano di essere esposti per parte del suo più inveterato nemico, gli assicurerebbero la fedeltà di un partito, già considerabile pel numero e per l'opulenza[168]. Anche la condotta di Massenzio verso i Vescovi di Roma e di Cartagine può risguardarsi come una prova della sua tolleranza, mentre i più ortodossi Principi terrebbero probabilmente lo stesso contegno, rispetto al già stabilito lor clero. Marcello, ch'era il primo di que' Prelati, aveva eccitato la confusione nella Capitale per causa della severa penitenza, che imponeva ad un gran numero di Cristiani, i quali nel corso dell'ultima persecuzione avevano rinunziato, o finto di rinunziare alla lor religione. Il furore di parte proruppe in frequenti e violente sedizioni; il sangue de' Fedeli spargevasi per mezzo delle proprie lor mani; e si vedeva che l'esilio di Marcello, in cui sembrava meno risplendere la prudenza che lo zelo, era l'unico mezzo capace di restituir la quiete all'angustiata Chiesa di Roma[169]. Pare che la condotta di Mensurio, Vescovo di Cartagine, fosse anche più riprensibile. Un Diacono di quella città aveva pubblicato un libello contro l'Imperatore. Il delinquente si rifuggì nel palazzo Episcopale, e quantunque fosse un poco troppo presto per far valere alcun diritto di Ecclesiastica immunità, pure il Vescovo ricusò di rilasciarlo a' Ministri della giustizia. Per questa sediziosa resistenza Mensurio fu chiamato alla Corte, ed in luogo di ricevere una giusta sentenza di morte o d'esilio, dopo un brev'esame gli fu permesso di tornare alla propria Diocesi[170]. La felice condizione de' Cristiani sottoposti a Massenzio era tale, che quando bramavan di avere per lor proprio uso qualche corpo di Martire, dovevan procacciarselo dalle più distanti Province d'Oriente. Raccontasi a questo proposito un'istoria d'Aglae, Dama Romana, discesa da una famiglia Consolare, che godeva un patrimonio sì vasto, ch'esigeva l'opera di settantatre amministratori. Bonifazio era fra questi il favorito della patrona, e siccome Aglae univa l'amore con la divozione, si dice ch'egli fosse ammesso a partecipar del suo letto. L'opulenza di cui ella godeva, la pose in istato di soddisfare il pio desiderio di acquistare qualche sacra reliquia d'Oriente. Consegnò dunque a Bonifazio una considerabile somma d'oro, ed una gran quantità d'aromati; ed il suo amante, accompagnato da dodici cavalli e da tre carri coperti, intraprese un lungo pellegrinaggio fino a Tarso nella Cilicia[171].

Il genio sanguinario di Galerio, primo e principale autore della persecuzione, riuscì formidabile per quei Cristiani, che per loro disgrazia trovaronsi dentro i limiti de' suoi Stati, e può ragionevolmente supporsi che molti di mediocre fortuna, i quali non erano impediti dalle catene o della ricchezza o della povertà, frequentemente abbandonassero il lor natio paese, e si cercassero un rifugio nel più dolce clima d'Occidente. Fintanto ch'esso comandò le sole armate e Province dell'Illirico, difficilmente potè trovare, o fare un numero considerabil di Martiri in un paese guerriero, che avea ricevuto i Missionari dell'Evangelio con maggior freddezza e ripugnanza, che qualunque altra parte dell'Impero[172]. Ma quando Galerio ebbe ottenuto il supremo potere e governo d'Oriente, egli appagò nella massima estensione il suo zelo e la sua crudeltà non solo nelle Province della Tracia e dell'Asia, che riconoscevano la immediata giurisdizione di lui; ma in quelle ancora della Siria, della Palestina, e dell'Egitto, dove Massimino soddisfaceva la propria inclinazione col prestare una rigorosa obbedienza a' fieri comandi del suo benefattore[173]. I frequenti inciampi nelle sue ambiziose mire, l'esperienza di sei anni di persecuzione, e le riflessioni salutari, che una lenta e penosa malattia suggerì alla mente di Galerio, finalmente lo persuasero, che i più violenti sforzi del dispotismo sono insufficienti ad estirpare un intero popolo, o a vincere i pregiudizi di religione. Bramoso di rimediare al male che avea cagionato, pubblicò in nome proprio e nel nome di Licinio e di Costantino un editto generale, che dopo una fastosa esposizione de' titoli Imperiali, proseguiva nella seguente maniera:

«Fra le importanti cure, che hanno occupato la nostra mente per l'utilità e conservazion dell'Impero, egli fu nostra intenzione di correggere, e ristabilir ogni cosa secondo le antiche leggi, e la pubblica disciplina dei Romani. Il nostro desiderio si rivolse particolarmente a richiamar nella via della ragione e della natura i delusi Cristiani, che avevan rinunziato la religione e le ceremonie instituite da' loro padri, e presontuosamente disprezzando la pratica dell'Antichità, avevano inventato stravaganti leggi ed opinioni secondo i dettami del lor capriccio, e nelle diverse Province del nostro Impero raccolti s'erano in moltiplice società. Gli editti, che abbiamo pubblicato per mantenere in vigore il culto degli Dei, avendo esposto molti Cristiani al pericolo ed alla miseria, molti avendo sofferto la morte, e moltissimi altri, che tuttora persistono nell'empia loro follia, essendo restati privi di ogni pubblico esercizio di religione, siamo disposti ad estendere a quegl'infelici gli effetti della solita nostra clemenza. Permettiamo dunque ad essi di professar liberamente le lor private opinioni, e di potersi unire nelle lor conventicole senza timore o molestia, purchè però sempre conservino il dovuto rispetto alle leggi ed al governo già stabilito. Per mezzo di un altro rescritto indicheremo le nostre intenzioni a' Giudici e Magistrati; e speriamo che la nostra indulgenza impegnerà i Cristiani ad offerire le lor preghiere alla Divinità, ch'essi adorano, per la salvezza e prosperità nostra, per la loro, e per quella della Repubblica[174].» Regolarmente non si dee cercar nello stile degli editti o de' manifesti il vero carattere o i secreti motivi de' Principi; ma siccome queste son parole di un Imperatore spirante, la sua situazione può forse risguardarsi come una prova della sua sincerità.

Quando Galerio sottoscrisse quest'editto di tolleranza, egli era ben sicuro, che Licinio avrebbe facilmente secondato le inclinazioni del proprio benefattore ed amico, e che tutte le determinazioni, prese in favor dei Cristiani, avrebbero ottenuto l'approvazione di Costantino. Ma l'Imperatore non volle arrischiarsi ad inserirvi nel preambolo il nome di Massimino, il consenso del quale era della massima importanza, e che pochi giorni dopo successe alle Province dell'Asia. Ne' primi sei mesi però del suo nuovo regno, Massimino affettò di adottare i prudenti consigli del suo predecessore; e quantunque non condiscendesse giammai ad assicurar la tranquillità della Chiesa con un pubblico editto, Sabino, suo Prefetto del Pretorio, mandò una circolare a tutti i Governatori e Magistrati delle Province, nella quale spaziava sopra la clemenza Imperiale, riconosceva l'invincibile ostinazion de' Cristiani, ed ordinava a' ministri di giustizia di tralasciare le loro inefficaci ricerche, e di chiuder gli occhi alle segrete assemblee di quegli entusiasti. In conseguenza di questi ordini, molti Cristiani rilasciati furono dalle prigioni, o liberati dalle miniere. I Confessori, cantando inni di trionfo, tornavano a' lor paesi, e quelli, che avevan ceduto alla violenza della tempesta, chiedevano con lacrime di pentimento di esser riammessi nel seno della Chiesa[175].

Ma questa finta calma fu di breve durata, nè poterono i Cristiani d'Oriente fondare alcuna speranza nel carattere del lor Sovrano. La crudeltà e la superstizione erano le passioni dominanti l'animo di Massimino: la prima gli suggeriva i mezzi, la seconda gli additava gli oggetti della persecuzione. L'Imperatore era tutto portato al culto degli Dei, allo studio della magia, ed a prestar fede agli oracoli. I Profeti o i Filosofi, ch'egli rispettava come favoriti del Cielo, venivano spesso innalzati al governo delle Province, ed ammessi a' suoi più segreti consigli. Questi facilmente lo persuasero, che i Cristiani andavano debitori delle loro vittorie alla regolar disciplina con cui vivevano, e che la debolezza del Politeismo era nata principalmente dalla mancanza d'unione e di obbedienza fra' Ministri della religione. Fu dunque instituito un sistema di governo, che era evidentemente copiato da quello della Chiesa. In tutte le maggiori città dell'Impero vennero i tempj risarciti ed adornati per ordine di Massimino, ed i Sacerdoti destinati al culto delle varie Divinità furono sottoposti all'autorità di un Pontefice superiore, che si volle opporre al Vescovo, affinchè promuovesse la causa del Paganesimo. Questi Pontefici poi riconoscevano ancor essi la suprema giurisdizione de' Metropolitani, o sommi Sacerdoti delle Province, che agivano come immediati Vicarj dell'Imperatore medesimo. Una veste bianca era l'insegna della lor dignità, e questi nuovi Prelati furono diligentemente presi dalle più nobili ed opulente famiglie. Per le insinuazioni de' Magistrati e dell'Ordine sacerdotale si fece un gran numero di ossequiose rappresentanze, particolarmente dalle città di Nicomedia, di Antiochia e di Tiro, che artificiosamente esponevano le ben note intenzioni della Corte, come i sentimenti generali del popolo; eccitavano l'Imperatore a consultar le leggi della giustizia piuttosto che i dettami della sua clemenza; esprimevano l'abborrimento che avevano a' Cristiani, ed umilmente supplicavano, che quegli empi settarj fossero finalmente esclusi da' limiti de' lor territorj. Sussiste ancora la risposta di Massimino alla rappresentanza, ch'ei ricevè da' cittadini di Tiro. Loda esso lo zelo e la devozion loro in termini della più alta soddisfazione; si diffonde sull'ostinata empietà de' Cristiani; e mostra, mediante la facilità con cui consente alla lor espulsione, ch'egli credeva di ricevere piuttosto che di conferire una grazia. A' Sacerdoti non meno che a' Magistrati fu data l'autorità di procurare l'esecuzione de' suoi editti, i quali sopra tavole di rame vennero incisi, e quantunque fosse ad essi raccomandato ch'evitassero di spargere il sangue, si fecero tuttavia soffrire ai non ubbidienti Cristiani i più crudeli ed ignominiosi gastighi[176].

I Cristiani Asiatici tutto aveano a temere dalla severità di un superstizioso Monarca, il quale prendeva le sue misure di violenza con sì deliberata politica. Ma appena erano scorsi pochi mesi, che gli editti pubblicati, da' due Imperatori d'Occidente obbligarono Massimino a sospendere il proseguimento de' suoi disegni: la guerra civile, ch'egli sì temerariamente intraprese contro Licinio, occupò tutta la sua attenzione; e la disfatta e la morte di Massimino presto liberaron la Chiesa dall'ultimo e dal più implacabile de' suoi nemici[177].

In questo general prospetto della persecuzione, che fu autorizzata per la prima volta dagli editti di Diocleziano, io mi sono a bella posta astenuto dal descrivere i tormenti e le morti particolari dei Martiri. Sarebbe stato assai facile di raccogliere dall'istoria di Eusebio, dalle declamazioni di Lattanzio e dagli atti più antichi una lunga serie di orride e disgustose pitture, e di riempiere molte pagine di flagelli e di verghe, di uncini di ferro e di letti infuocati, e di ogni genere di torture, che il fuoco ed il ferro, le bestie feroci ed i più barbari esecutori potessero infliggere al corpo umano. Ravvivar si potrebbero queste scene funeste con una folla di visioni e di miracoli, destinati o a differire la morte, o a celebrare il trionfo, o a scuoprir le reliquie di que' Santi canonizzati, che soffriron pel nome di Cristo. Ma io non posso determinar ciò che debbo scrivere, finchè non mi trovo soddisfatto intorno alla misura di quello che debbo credere. I più gravi Istorici Ecclesiastici, ed Eusebio stesso, molto francamente confessano, di aver riferito tutto ciò che potea ridondare in gloria, e di aver soppresso tutto quel che poteva tendere al disonore della religione[178]. Tal protesta dovrà eccitare naturalmente il sospetto, che uno scrittore, il quale ha sì apertamente violato una delle leggi fondamentali dell'Istoria, non abbia avuto molto riguardo all'osservanza delle altre; ed il sospetto prenderà sempre maggior vigore dal carattere d'Eusebio, che era meno portato alla credulità, e più esercitato negli artifizi delle Corti, che quasi tutti gli altri di lui contemporanei. In alcune occasioni particolari, quando i Magistrati erano inaspriti da qualche personal motivo d'interesse o di sdegno, quando lo zelo de' Martiri li muoveva a dimenticar le regole della prudenza, e forse anche della decenza, a rovesciare gli altari, a scagliare imprecazioni contro gl'Imperatori, ad offendere il Giudice sedente nel suo Tribunale, allora si può supporre, che qualunque genere di tormenti, cui la crudeltà potesse inventare o la costanza soffrire, esaurito venisse su quelle vittime, destinate al supplizio[179]. Si è fatta però costante menzione di due circostanze, le quali fan credere che il trattamento generale de' Cristiani, presi da' ministri di giustizia, fosse meno intollerabile di quel che ordinariamente suppongasi. I. A' Confessori, condannati ai lavori delle miniere, permettevasi dall'equità o dalla negligenza de' lor custodi di fabbricare cappelle, e di liberamente professare la lor religione in mezzo a quelle orribili abitazioni[180]; II. I Vescovi eran costretti a raffrenare ed a censurare il precipitato zelo de' Cristiani, che volontariamente si davano nelle mani de' Magistrati. Alcuni di questi erano persone oppresse dalla povertà e da' debiti, che ciecamente cercarono di terminare una miserabile vita per mezzo d'una gloriosa morte; altri erano allettati dalla speranza, che una breve sofferenza purgato avrebbe le colpe di tutta la vita; ed altri finalmente venivan mossi dal motivo meno onorevole di rilevare abbondanti alimenti, e forse un considerabil guadagno dall'elemosine, che la carità de' Fedeli donava a' carcerati[181]. Dopo che la Chiesa ebbe trionfato sopra tutti i suoi nemici, l'interesse non meno che la vanità de' prigionieri li dispose ad ampliare il merito de' respettivi lor patimenti. Una giusta distanza di tempo o di luogo diede campo al progresso della finzione, ed i frequenti esempi, che si allegavano, di santi Martiri, de' quali si erano instantaneamente risanate le piaghe, rinnovata la forza, e miracolosamente restituite le membra perdute, erano sommamente adatti allo scopo di rimuovere ogni difficoltà, e di rispondere a qualunque obbiezione. Siccome le più stravaganti leggende contribuivano all'onor della Chiesa, venivano esse applaudite dalla credula moltitudine, sostenute dal potere del Clero, e confermate dalla sospetta testimonianza dell'Istoria Ecclesiastica.

Le descrizioni degli esilj, delle carcerazioni, delle pene e de' tormenti son così facilmente esagerate o abbellite dal pennello di un artificioso Oratore, che siamo naturalmente indotti ad investigare un fatto di una più distinta ed incredibil natura, vale a dire il numero delle persone, che soffriron la morte in conseguenza degli editti pubblicati da Diocleziano e da' suoi colleghi e successori. I leggendari moderni fanno menzione di armate e di città intere, che furono ad un tratto disperse dalla cieca rabbia della persecuzione. I più antichi scrittori si contentano di spargere una quantità di libere e tragiche invettive, senza discendere a determinare il numero preciso di quelli, a' quali fu concesso di sigillare col loro sangue la fede dell'evangelio. Dall'istoria d'Eusebio però possiam ricavare, che nove soli Vescovi furon puniti con la pena di morte; e dalla particolar enumerazione, ch'ei fa, de' Martiri della Palestina, siamo assicurati che non più di novanta due Cristiani ebber diritto a quell'onorevol titolo[182]. Siccome non sappiamo fino a qual segno ascendesse in quel tempo lo zelo ed il coraggio Episcopale, dal primo di questi fatti non possiamo tirare alcuna utile conseguenza: ma il secondo può servire a giustificare una importantissima ed assai probabile conclusione. Secondo la distribuzione delle Province Romane, la Palestina può valutarsi la decimasesta parte dell'Impero Orientale[183]; e poichè vi furono alcuni governatori, che per una reale o affettata clemenza avean conservato le loro mani pure dal sangue de' Fedeli[184], egli è ragionevol di credere, che il paese, dov'era nato il Cristianesimo, producesse almeno la decimasesta parte de' Martiri, che soffriron la morte negli stati di Galerio e di Massimino; per conseguenza tutti insieme potrebbero ascendere a circa mille cinquecento; numero, che se dividasi ugualmente ne' dieci anni della persecuzione, darà un annual resultato di centocinquanta Martiri. Usando la medesima proporzione rispetto alle Province dell'Italia, dell'Affrica, e forse della Spagna dove al termine di poco più di tre anni fu sospeso o abolito il rigore delle leggi penali, si ridurrà la quantità de' Cristiani, che soffrirono per giudicial sentenza la pena capitale in tutto l'Impero a meno di duemila persone. E poichè non può dubitarsi, che i Cristiani eran più numerosi, ed i lor nemici più esacerbati nel tempo di Diocleziano, di quel che fossero stati mai in alcuna precedente persecuzione, questo probabile e moderato calcolo può darci regola per valutare il numero de' Santi e de' Martiri primitivi, che sacrificaron la vita per l'importante fine d'introdurre nel mondo la religione Cristiana.

Noi finiremo questo capitolo con una trista verità, che contro voglia s'insinua nella mente; cioè che ammettendo, anche senz'esitazione o esame veruno, tutto quel che ha narrato l'istoria, o finto la devozione intorno a' martirj, bisogna sempre confessare, che i Cristiani hanno usato, nel corso delle intestine lor dissensioni, gli uni contro degli altri severità molto maggiori di quelle, ch'essi abbiano giammai provate dallo zelo degl'Infedeli. Ne' secoli d'ignoranza, che vennero dopo la sovversione dell'Impero d'Occidente, i Vescovi della città Imperiale estesero il loro dominio sopra i Laici ugualmente che sopra i Cherici della Chiesa Latina. La fabbrica della superstizione da essi eretta, che potè per lungo tempo affrontare i deboli sforzi della religione, fu assaltata finalmente da una folla di arditi fanatici, che dal secolo duodecimo fino al decimosesto assunsero il popolar carattere di Riformatori. La Chiesa Romana difese con la violenza il dominio, che acquistato avea con la frode: ed un sistema di benevolenza e di pace fu ben presto disonorato con le proscrizioni, con le guerre, con le stragi e coll'instituzione del Sant'Uffizio. E siccome i Riformatori erano animati dall'amore della libertà civile non meno che religiosa, i Principi Cattolici unirono il loro interesse con quello del Clero, e sostennero con la spada e col fuoco i terrori delle spirituali censure. Si dice, che ne' soli Paesi Bassi soffrissero per mano del carnefice più di centomila sudditi di Carlo V. e questo numero straordinario viene attestato da Grozio,[185] uomo d'ingegno e di dottrina, che mantenne la sua moderazione in mezzo al furor delle Sette che contendevano, e compose gli annali del secolo e del paese, in cui visse, in un tempo nel quale la invenzione della stampa avea facilitato i mezzi di sapere i fatti, ed accresciuto il pericolo di scuoprire la falsità. Se dobbiamo prestar fede all'autorità di Grozio, bisogna confessare, che il numero de' Protestanti posti a morte in una sola Provincia, e durante il corso di un solo regno, sorpassò di gran lunga quello degli antichi Martiri nello spazio di tre secoli, ed in tutto il Romano Impero. Ma se l'improbabilità del fatto medesimo dee prevalere al peso della testimonianza, se dee credersi, che Grozio abbia esagerato il merito ed i patimenti de' Riformatori[186], saremo naturalmente portati a richiedere, qual fiducia dunque aver possiamo ne' dubbiosi ed imperfetti monumenti dell'antica credulità; o qual credito si voglia accordare ad un Vescovo cortigiano o ad un appassionato declamatore, che sotto la protezione di Costantino godeva il privilegio esclusivo di rappresentare le persecuzioni mosse contro i Cristiani da' vinti rivali, o da' negletti predecessori del grazioso loro Sovrano.

SAGGIO DI CONFUTAZIONE

DE' DUE CAPI XV. E XVI.

DELL'ISTORIA DI

EDOARDO GIBBON

SPETTANTI ALL'ESAME DEL CRISTIANESIMO

COMPENDIO DI UN'OPERA DI NICOLA SPEDALIERI.

Mala et impia consuetudo est contra Deos disputare, sive animo id fiat, sive simulate. Cic. de Nat. Deor. lib. II.

Notes in this chapter

Note 1 · Lattanzio solamente lo chiama quidquam etsi non recte, magno tamen animo ec. c. 12. Eusebio (l. VIII. c. 5) l'adorna degli onori secolari. NNote 2 · (Lactant. de M. P. c. 13, 14.) Potentissimi quondam eunuchi necati, per quos Palatium et ipse constabat. Eusebio (l. VIII. c. 6.) racconta lNote 3 · Vedi Lattanzio, Eusebio, e Costantino ad Coetum sanctorum c. 25. Eusebio confessa la sua ignoranza intorno alla ragione del fuoco.Note 4 · Tillemont Memoir. Eccl. Tom. V. Part. 1. p. 43.Note 5 · Vedi Act. Sincer. Ruinart. p. 353. Quelli di Felice di Tibara, o di Tibur sembrano assai meno corrotti, che nelle altre edizioni, le quali sNote 6 · Vedi il primo libro di Ottato Mellevitano contro i Donatisti dell'ediz. del Dupin; Parigi 1700. Egli fiorì nel regno di Valente.Note 7 · Le memorie antiche, pubblicate al fine delle Opere di Ottato, (p. 261) descrivono in una maniera molto circostanziata come procedevano i GovNote 8 · Lattanzio (Instit. Div. V. II) restringe tal calamità al conventiculum con la sua congregazione. Eusebio (VIII. 11) l'estende a tutta la citNote 9 · Eusebio l. VIII. c. 6. Il Valese (con qualche probabilità) pensa d'avere scoperta in un'orazion di Libanio la ribellione della Siria; e ch'eNote 10 · Vedi Mosem. (p. 938.) Il testo d'Eusebio chiaramente dimostra, che i Governatori, de' quali fu esteso, non già ristretto il potere, in forzaNote 11 · Atanasio p. 833. ap. Tillemont. Mem. Eccles. Tom. V. part. I. p. 90.Note 12 · Vedi Euseb. (l. VIII. c. 13.) e Lattanz. de M. P. c. 15. Dodwel (Dissert. Cyprian. XI. 75) rappresenta quegli Scrittori come non coerenti frNote 13 · Dalle Inscrizioni di Grutero apparisce, che Daziano determinò i confini fra' territorj di Pax Julia e di Evora, città situate nella parte meNote 14 · Euseb. l. VIII. c. 2. Gruter. Inscr. p. 1171. n. 18. Ruffino ha sbagliato intorno all'uffizio di Adautto, ugualmente che intorno al luogo deNote 15 · Euseb. l. VIII, c. 14. Ma siccome Massenzio fu vinto da Costantino, faceva a proposito per Lattanzio di por la sua morte fra quelle de' persNote 16 · Può vedersi l'epitaffio di Marcello appresso il Grutero Inscr. p. 1172. n. 3. Esso contiene tutto ciò, che noi sappiamo della sua storia. MoNote 17 · Optat. contr. Donatist. l. I. c. 17, 18.Note 18 · Gli Atti della passione di S. Bonifazio, che abbondano di miracoli e di declamazioni, furon pubblicati dal Ruinart p. 283, 291 in Greco e inNote 19 · Ne' primi quattro secoli si trovano poche tracce di Vescovi o di Vescovati nell'Illirico Occidentale. Si è creduto probabile, che il PrimateNote 20 · L'ottavo libro d'Eusebio, ed il supplemento intorno ai Martiri di Palestina, si riferiscono principalmente alla persecuzione di Galerio e diNote 21 · Eusebio (l. VIII. c. 17) ci ha dato una versione Greca, e Lattanzio (De M. P. c. 34) l'originale Latino di questo memorabil editto. Sembra, Note 22 · Eusebio (l. IX. c. 1) riporta l'epistola del Prefetto.Note 23 · Vedi Eusebio l. VIII. c. 14. l. IX. c. 2-8. e Lattanzio de M. P. c. 36. Questi scrittori convengono in descrivere gli artifizi di Massimino;Note 24 · Pochi giorni avanti la sua morte pubblicò un amplissimo editto di tolleranza, nel quale attribuì tutti i rigori, che avevan sofferto i CristNote 25 · Tale è la bella deduzione che si trae da due passi notabili appresso Eusebio l. VIII. c. 2, e de Martyr. Palest. c. 12. La prudenza dell'IstNote 26 · L'antica, e forse autentica narrazione de' patimenti di Taraco, e de' suoi compagni (Act. Sincer. Ruinart. p. 419-448) è piena di forti esprNote 27 · Euseb. de Mart. Palest. c. 13.Note 28 · August. Collat. Cartag. Dei III. c. 13. ap. Tillemont Mem. Eccles. Tom. V. part. I. p. 46. La controversia co' Donatisti ha sparso qualche lNote 29 · Eusebio (de Martyr. Palest. c. 13) chiude la sua narrazione assicurandoci, che questi sono i Martirj, che avvennero nella Palestina in tuttoNote 30 · Quando la Palestina era divisa in tre parti, la Prefettura d'Oriente conteneva 48 Province. Siccome però le antiche distinzioni delle nazionNote 31 · Ut gloriari possint, nullum se innocentium peremisse, nam et ipse audivi aliquos gloriantes, quia administratio sua in hac parte fuerit incrNote 32 · Grot. Annal de Reb. Belgic. l. I. p. 12. Edit. fol.Note 33 · Fra Paolo (Istor. del Concil. Trident. l. III.) riduce il numero de' Martiri Belgici a 50000. Non era Fra Paolo inferiore a Grozio in dottri
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