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Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo V

LIBRO VIGESIMOSECONDO (continued 2)

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S'accalorava l'oppugnazione di Gaeta. Già per molti mesi l'aveva virilmente difesa il principe d'Assia: vi morirono molti buoni Francesi, fra gli altri il generale Vallelongue, uomo, in cui la dolcezza e l'integrità della vita pareggiavano la scienza ed il valor militare, l'uno e l'altro singolari. Il principe ferito gravemente fu portato in Sicilia. Gli assedianti impedivano le sortite con aver tirato una trincea dalla spiaggia di Mola sino all'altra estremità dell'istmo. Impedivano colle batterie i soccorsi di mare; una breccia molto grande era aperta nel muro della cittadella sino a piè della controscarpa: i terribili granatieri di Francia pronti all'assalto. Si diede la fortezza il dì diciotto luglio. Anche in questo fatto mostrò il generale Campredon molta perizia nell'arte d'oppugnar le piazze, ed a lui principalmente restò Napoleone obbligato dell'acquisto di Gaeta. Solo, siccome quegli che la voleva sempre fare da maestro, perchè gli altri si studiassero di fare, non che bene, meglio, si lamentò che Campredon vi avesse consumato troppa polvere.

La resa di Gaeta avvantaggiò le condizioni dei Francesi nel regno. La forte schiera che l'aveva oppugnata, andava a ricuperar le Calabrie; e stantechè il nome di Massena era di molto terrore, gli fu dato il governo della spedizione. Perchè un uomo terribile avesse potestà terribili, decretava Giuseppe, fossero e s'intendessero le Calabrie in istato di guerra: i magistrati civili e militari obbedissero a Massena: creasse commissioni militari pei giudizi, ed i giudizi si eseguissero senz'appello in ventiquattr'ore: i soldati vivessero a carico dei paesi sollevati: i beni degli assassini e dei capi dei ribelli si ponessero al fisco; i beni degli assenti ancor essi si confiscassero; chi non essendo scritto alla guardia provinciale, fosse trovato con armi, si desse a morte; i conventi che non dichiarassero i religiosi complici si sopprimessero. Andava Massena alla spedizione; seguitarono dalle due parti crudeltà inusitate. Lavria, Sicignano, Abetina, Strongoli incesi: i Napoleoniani trucidavano i Calabresi nelle battaglie, nelle imboscate, nei giudizi; i Calabresi ammazzavano i Napoleoniani, e gli aderenti loro nelle case, negli agguati, nelle battaglie: il furore partoriva morti, le morti furore: gli uomini civili divenivan barbari, i barbari vieppiù s'imbarbarivano. Il Crati, fiume principalmente in cui furono gettati a mucchi i cadaveri degli uccisi, portò con le acque sue al mare i rossi segni della bestiale rabbia degli uomini. Durò lunga pezza la carnificina: pure i Napoleoniani per la disciplina e per gli ordinati disegni prevalevano. Il terrore e le uccisioni frenarono, non quietarono la provincia: semi orrendi vi covavano, che ora in questo luogo, ora in quell'altro ripullulavano, e facevano segno, che più potevano l'odio e la rabbia che i supplizi: nè mai potè Giuseppe venir a capo dei sollevamenti Calabresi, ancorchè usasse rimedi asprissimi, e qualche volta anche dolcezza coi perdoni. Orrendi casi io raccontai, ma più orrendi, se mi fia dato di terminare queste storie, sarommi per raccontare, dai quali si vedrà, che se la dolcezza mescolata con la crudeltà non fece frutto per pacificare le Calabrie, una crudeltà pura il fece: feroce razza di Calabria, che non potè costringersi alla quiete, se non con lo sterminio.

Risoluzioni infedeli, atti soperchievoli, guerra barbara insanguinavano una costa dell'Adriatico: simili accidenti insanguinavano l'altra: di sì lagrimevoli frutti fu pregno il tradimento fatto a Venezia. Erano le Bocche di Cattaro, il più sicuro ricovero che si avessero i naviganti nell'Adriatico, state cedute alla Francia pel trattato di Campoformio, con tempo di sei settimane ad esserne messa in possessione. Spirato il termine, e non comparsi gli ufficiali di Francia a prenderne possessione, un agente di Russia, col quale concordavano, siccome Greci, gran parte dei Bocchesi e dei Montenegrini, selvaggi abitatori delle vicine montagne, sollevò il paese, predicando, che, poichè il tempo buono della consegnazione era trascorso, i Francesi erano scaduti, ed il paese padrone di se stesso. I comandanti Austriaci di Castelnuovo e degli altri forti, l'intendevano ad un altro modo, e volevano serbar la fede. Arrivava in questo mentre il marchese Ghisilieri commissario d'Austria, per far la consegnazione; ma non che il suo mandato eseguisse, perchè già i Francesi si approssimavano, consentì a sgombrar il paese, lasciandolo in potere dei natìi, dei Montenegrini, e dei Russi. Sgombrarono di mala voglia i comandanti Austriaci, e sdegnosamente anche protestarono della violazione dei patti. Nè meno sdegnosamente udì Vienna il fatto; fu il marchese dannato a carcere perpetua in una fortezza di Transilvania.

La fede violata in Cattaro diè occasione a fede violata in Ragusi. I Napoleoniani, non potendo più occupare Cattaro, s'impadronirono di Ragusi, nissuna ragione contro quella pacifica ed innocente repubblica allegando, ma solamente il pretesto di preservarla dalle scorrerìe dei Montenegrini. Certo i soldati Napoleonici difesero Ragusi, dico la città, perciocchè i Montenegrini orribilmente saccheggiavano il territorio; ma Napoleone spense la repubblica congiungendola all'Italico regno; singolar modo di preservazione. Sorse una guerra varia. Lauriston tenuto in assedio in Ragusi dai Montenegrini era soccorso da Molitor, che gli vinceva risospingendogli ai loro nidi delle montagne. Pure stavano ancora minacciosi, ed infestavano con spesse scorrerìe il paese, quando Marmont, con astuzia militare avendogli indotti a venir al piano, con istrage grandissima prostrava tutte le forze loro. Guerra orribile fu questa: i Montenegrini ammazzavano i prigioni, e gittavanne le teste tronche fra le file dei compagni inorriditi: i Napoleoniani perseguitavano sui monti loro i Montenegrini, e quando non gli potevano avere per essersi nascosti nelle tane, ne gli cacciavano con fuoco e fumo, come se fiere fossero, per uccidergli.

Cantava queste vittorie con gloriose promulgazioni, secondo la natura sua, Dandolo, che era per Napoleone provveditore generale della Dalmazia. Sì per certo, questo mancava allo scandalizzato mondo, che dopo di aver veduto Pesaro commissario Austriaco in Venezia, vedesse Dandolo provveditore Napoleonico in Dalmazia.

Fine del Tomo V.

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