LIBRO VIGESIMO (continued 2)
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Le cose pressavano molto nel Tirolo. Moncey e Macdonald intendevano a serrare da ogni parte Wukassowich e Laudon, per impedir loro la facoltà del ritirarsi. Ma il primo alloggiato superiormente al secondo, e prestamente obbediendo a Bellegarde, entrato per Pergine nella valle della Brenta, schivava il pericolo, e sicuramente per la sponda di questo fiume camminava alla volta del suo generalissimo; il secondo pel contrario si trovava in molto ardua condizione, imperciocchè già si era condotto tanto innanzi, che era disceso fin sotto a Roveredo, e non poteva più tornare indietro per Trento innanzichè Macdonald vi arrivasse. Era oltre a ciò aspramente combattuto da Moncey dalla parte inferiore per modo, che cacciato all'insù da un sito all'altro aveva anche abbandonato al vincitore la possessione di Roveredo. Al tempo stesso Macdonald, superata la resistenza, che Davidowich con un po' di retroguardo di Wukassowich aveva fatto a Trento, s'impadroniva di questa capitale del Tirolo Italiano. Era adunque tolto ogni scampo a Laudon per la strada maestra, nè altra speranza gli restava, che quella di condursi per le strette ripide e malagevoli di Caldonazzo, a Levico. Il passo era impossibile ad eseguirsi per sentieri tanto difficili, massime pei cavalli, per le bagaglie, e per l'artiglierìe, se vivamente i Francesi l'avessero perseguitato. Mandò dicendo a Moncey, essere conclusa una tregua, cosa non vera, tra Brune e Bellegarde; il richiedeva dell'osservazione: prestò fede il Francese, e si astenne dal combattere. Laudon intanto, usando l'occasione e frettolosamente marciando, arrivava a salvamento a Levico, donde calandosi con viaggio prospero, si avvicinava a Bellegarde. Diede Moncey all'insù di Roveredo, Macdonald all'ingiù da Trento: incontraronsi fra le due città i due generali della repubblica, dolenti ambidue, che per inganno fosse loro stata tolta l'occasione di un segnalato fatto a propria gloria, e ad utilità della patria. Rammaricossene più spezialmente Macdonald, per avere incontrato indarno tanti pericoli e fatiche. Restava che compisse un'altra parte del suo disegno, piacendogli le imprese grandi ed audaci: quest'era di montar l'Adige fino a Bolzano ed a Brissio, poi di entrare nella valle della Drava per riuscire alle spalle di Bellegarde, e tagliargli la strada al suo ricetto d'Austria. Infatti già era arrivato col suo antiguardo a Bolzano, combattendovi gagliardamente il generale Auffenberg, che vi stava a difesa con quattromila soldati: non la guerra, ma la pace impedì a Macdonald l'esecuzione del suo animoso pensiero.
Eransi Wukassowich e Laudon ricongiunti con Bellegarde, che ancora poteva tener in pendente la fortuna; ma non volle più avventurare le sorti, avendogli interrotto la speranza le novelle allora pervenute della sospensione di Steyer. Per la qual cosa si ritirava dalla Brenta, riducendosi sulle sponde della Piave. Il perseguitava Brune: era il fine della guerra. A petizione del generale d'Austria si concluse il dì sedici gennajo a Treviso un trattato di tregua coi capitoli seguenti: si sospendessero le offese; le due parti non potessero rompere il trattato, se non dopo quindici giorni di disdetta; le piazze di Peschiera e di Sermione, i castelli di Verona e di Legnago, la città e la cittadella di Ferrara, la città e il forte d'Ancona si consegnassero ai Francesi; Mantova restasse bloccata dai repubblicani a ottocento braccia dallo spalto con facoltà al presidio di procacciarsi viveri di dieci in dieci giorni; i magistrati Austriaci si rispettassero, la tregua durasse trentatrè dì, compresi i quindici; nissuno per fatti od opinioni politiche potesse essere molestato. Non piacque al consolo l'accordo di Treviso, perchè non giudicava a suo proposito, che l'Austria possedesse Mantova. Mandò adunque minacciando, trovandosi in condizione vittoriosa, all'Austria, che se non gli desse Mantova, sarebbe di nuovo interrotta la concordia, e non avrebbe per rate nè la convenzione di Steyer, nè quella di Treviso, e rincomincierebbe la guerra. Fu forza all'imperatore il consentire, e per un nuovo accordo fatto a Luneville, fu quella principalissima fortezza data in mano dei Francesi.
La sospensione di Treviso ridusse alle strette il re di Napoli, perchè per lei potevano i Francesi più espeditamente attendere alla ricuperazione dei paesi perduti. Il conte Ruggiero, volendo cooperare con Bellegarde, si era mosso coi Napolitani, e, traversato lo stato Romano, era entrato in Toscana, alloggiandosi in Siena. Dall'altro lato il marchese Sommariva con qualche squadrone di Tedeschi, e coi fuorusciti Aretini, s'era ancor egli fatto avanti, ed aveva levato a romore le parti superiori del gran ducato. Al quale moto sollevati gli Aretini, siccome quelli che mal volentieri sopportavano il nuovo dominio, di nuovo erano corsi all'armi, ed avevano condotto in grave pericolo Miollis, che con poche genti custodiva la Toscana. Messi in confusione e sconquasso i confini, s'incamminavano Sommariva da una parte, il conte Ruggiero dall'altra all'acquisto di Firenze, dove il generale Francese aveva la sua principale stanza. Queste cose accadevano sul principiar dell'anno. Disperando Miollis, perchè si sentiva più debole pel poco numero de' suoi soldati, misti di Francesi, Cisalpini, e Piemontesi, di far fronte ad un tratto ai due nemici, s'appigliò prudentemente al partito di combattergli separati, usando celerità. Marciavano primieramente contro i Napolitani condotti dal conte. Guidava il generale Pino l'antiguardo di fanti Cisalpini, e di cavalli Piemontesi. Affrontava tra Poggibonzi e Siena una grossa colonna di cinque o sei mila fanti Napolitani, e valorosamente urtando con le bajonette, gli voltava in fuga. Volle il conte far testa in Siena; ma Pino guidato dal proprio valore, da quello de' suoi, dal fervore della vittoria, dava dentro incontanente, e fracassate coi cannoni le porte, vittoriosamente vi entrava. Ritirossene il conte; poi fece opera di rannodarsi sui poggi vicini, ma pressando viemmaggiormente i Cisalpini ed i Piemontesi, fu costretto ad abbandonar tostamente i territorj Toscani, ritirandosi in quei di Roma per l'oscurità della notte. Il marchese, udito il sinistro caso del conte, ritraeva prestamente i passi, e giva a ricoverarsi in Ancona. In tal modo Miollis pel valore de' suoi, e per la provvidenza propria riduceva di nuovo in arbitrio di Francia le cose di Toscana, e teneva in timore il sinistro fianco di Bellegarde. Quest'erano le condizioni di Toscana quando, conclusa la sospensione di Treviso, nella quale non fu compreso il re di Napoli, le cose del regno restarono esposte a grandissimo pericolo; perchè Murat, siccome gli era stato comandato dal consolo, già venuto con le nuove reclute in Italia, s'incamminava a gran passi contro la Toscana e la Romagna per invadere il regno. Ai soldati di Murat s'accostava al medesimo fine una forte squadra dell'esercito vittorioso di Brune: ogni cosa cedeva alla riputazione della vittoria. Il resistere pel re era impossibile, la sua ruina certa. La salute, caso da non essere presentito, gli venne dal settentrione. Carolina regina, che quantunque fosse di natura pur troppo risentita, e si lasciasse tropp'oltre trasportare dallo sdegno, aveva mente forte, e non dava molta fede alle matte credenze, ed alle parole gonfie degli stravolti nemici di Francia, si era risoluta, voltando tutto l'animo alle speranze Russe, e non isperando in altro modo congiunzione con Francia, di andar a Pietroburgo per pregare l'imperatore Paolo ad intromettersi, come mediatore, tra il consolo e Ferdinando. Piacque la fede a Paolo: già rappattumato col consolo, mandava in Italia il generale Lewashew, affinchè s'intromettesse a concordia fra le due potenze. Si soddisfece Buonaparte del procedere di Paolo, perchè in primo luogo vedevano le nazioni, principalmente gl'Italiani, che uno dei più potenti principi del mondo, non solo riconosceva il suo governo, ma ancora aveva amicizia con lui; in secondo luogo vedeva egli medesimo il regno di Napoli sottratto dalla divozione Inglese, e ridotto nuovamente nella propria. Fecersi a Lewashew venuto in Italia onorevoli accoglienze in ogni parte, parendo che rilucesse nella persona sua tutta la grandezza di Paolo: i popoli si maravigliavano, che la Russia tanto nemica a Francia, le fosse ora divenuta amica, e paragonando i tempi di Suwarow con quei di Lewashew, ammiravano la potenza e la felicità del consolo. Venne per parte del re il cavaliere Micheroux a trovare Murat a Foligno: non istettero a negoziar lungo tempo, essendo le due parti sommamente desiderose di convenire, una per piacere a Paolo, l'altra per paura di Buonaparte. Fu adunque il dì diciotto febbrajo, accordata tra Francia e Napoli, con corroborazione dell'autorità della Russia, una tregua, i principali capitoli della quale furono, che i soldati regj sgombrassero dallo stato Romano, che i repubblicani occupassero Terni, ma che la Nera non oltrepassassero; che tutti i porti di Napoli e di Sicilia si serrassero contro gl'Inglesi e contro i Turchi; che ogni comunicazione cessasse tra Porto-ferrajo e Porto-longone nell'isola d'Elba, fintantochè gl'Inglesi non avessero sgombrato da Porto-ferrajo; che Dolomieu si liberasse dalle carceri di Messina, che si restituissero gli ufficiali ed i generali Francesi; che si obbligasse il re ad udire favorevolmente le raccomandazioni di Francia per coloro, che fossero o banditi, o carcerati per opinioni politiche. Ebbe questo trattato subito effetto: vuotò il conte Ruggiero il territorio della Chiesa: prevenendo le instanze del consolo, aboliva i tribunali straordinarj, e condonava ogni pena pel crimenlese. Murat tra per vanagloria ad entrar qual liberatore in Roma, e per adescare ai futuri disegni venutovi dentro, e concorrendo a lui il popolo, si condusse a far riverenza al pontefice.
Ogni cosa si componeva a concordia: più poteva a Vienna il terrore, che le Inglesi esortazioni. Negoziavasi a Luneville per l'Austria dal conte Luigi Cobentzel, per la Francia da Giuseppe Buonaparte, l'uno e l'altro avendo mandato e possanza di concludere. Dopo qualche contenzione, pigliarono forma, che il trattato definitivo di pace fosse sottoscritto il giorno nove di febbrajo. I capitoli principali, quanto all'Italia, furono quelli stessi del trattato di Campoformio, solo variossi pei confini: l'Adige, principiando dove sbocca dal Tirolo insino alla sua foce, fosse confine tra la Cisalpina e gli stati d'Austria; la destra parte di Verona, e così quella di Portolegnago spettassero alla Cisalpina, la sinistra all'Austria; si obbligava l'imperatore a dare la Brisgovia al duca di Modena in ricompensa del perduto ducato; rinunziasse il gran duca alla Toscana ed all'isola d'Elba, e la Toscana e l'isola si dessero all'infante duca di Parma; il gran duca si ricompensasse con stati competenti in Germania; conoscesse, e riconoscesse l'imperatore le repubbliche Cisalpina e Ligure, e rinunziasse ad ogni titolo, sovranità e diritto sopra i territorj della Cisalpina; consentisse alla unione dei feudi imperiali colla repubblica Ligure. Del Piemonte nulla si stipulava, perchè Buonaparte voleva serbarsi o una occasione per pigliarlo per se, od un appicco per piacere a Paolo.
Il re di Napoli ridotto alla necessità di obbedire alla forza lontana di Paolo, ed alla vicina di Buonaparte, si quietava anche col consolo, convenendo in un trattato di pace a Firenze il dì vent'otto di marzo sottoscritto per parte di lui da Micheroux, per parte della Francia da Alquier. Convenissi come nella tregua, e di vantaggio, che il re rinunziasse primieramente, e per sempre a Porto-longone, ed a quanto possedesse nell'isola d'Elba, secondamente cedesse alla Francia, come cosa propria, e da farne ogni voler suo, gli stati dei presidj ed il principato di Piombino; ancora perdonasse ogni delitto politico commesso fino a quel giorno; restituisse i beni confiscati, liberasse i detenuti, potessero gli esuli tornare nel regno sicuramente, e fosse loro restituita ogni proprietà; da ambe le parti si dimenticassero le offese.
Le cose si fermarono anche con nuova composizione colla Spagna, essendosi stipulato un trattato a Madrid il dì ventuno marzo da Luciano Buonaparte per parte di Francia, e dal principe della Pace per parte di Spagna. S'accordarono le due parti, che il duca di Parma rinunzierebbe al ducato in favore della repubblica di Francia, che la Toscana si darebbe al figliuolo del duca con titolo di re; che il duca padre si compenserebbe con rendite e con altri stati; che la parte dell'isola d'Elba che apparteneva alla Toscana, spetterebbe alla Francia, e che la Francia ne ricompenserebbe il re d'Etruria collo stato di Piombino; che la Toscana s'intendesse unita per sempre alla corona di Spagna; che se il re d'Etruria morisse senza prole, succedessero i figliuoli del re di Spagna.
Così in men che non fa un anno, ogni ostacolo cedendo ai Buonapartiani fati, vinse il consolo Austria ed Italia. Poscia, essendo in tutti, parte pei medesimi, parte per diversi rispetti la medesima intenzione alla pace, composte tutte le controversie, contrasse amicizia coll'imperatore Paolo, s'accordò coll'imperatore Francesco, e rinnalzò Francia da bassa ad eminente fortuna.