LIBRO DECIMOSETTIMO (continued 2)
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Già porta Pradella era distrutta, le case vicine, o diroccavano, o ardevano: sorgevano incendi pericolosi in varie parti; le fiamme consumavano i magazzini a San Giovanni; straziato era il bastione di Sant'Alessio, le sue batterie smontate; medesimamente le batterie del T coi carretti rotti giacevano inutili al suolo, il Migliaretto sconcio e fracassato non faceva più difesa; ogni governo di artiglierìe era divenuto impossibile nella fronte della piazza opposta agli Austriaci, o perchè erano scavalcate, o perchè ne erano morti o fugati i cannonieri: niun parapetto intiero, niun muro non rovinato; i lavoratori di dentro ricusavano in quell'estremo pericolo, ed in mezzo a sì spaventevole fracasso l'opera loro; la piazza sfasciata, ed aperta da questo lato non aveva più nè difesa d'armi d'artiglierìa, nè difesa di ripari, nè modo di risarcirgli. Era la guernigione inabile al resistere con le armi, con cui si combatte da vicino, perchè assottigliata dalle stragi, indebolita dalle malattie, consunta dalle fatiche, ridotta a poco più di quattro mila abili alla battaglia, non era più a gran pezza pari a tanta bisogna. Tuttavia non pensava ancora a chiedere i patti, e perseverava nella difesa, quando di tanto strazio increbbe a Kray. Mandava dentro il colonnello Orlandini, offerendo patti d'accordo onorevoli, e certificando a Latour-Foissac, comandante della piazza, la sconfitta delle genti Francesi sulla Trebbia, e l'essersi Moreau del tutto ritirato per ultimo ricovero oltre i gioghi dell'Apennino. Adunò Latour-Foissac una dieta militare: tutti convennero in questo, discrepando solamente un uffiziale Bouthon, comandante dell'artiglierìe, che fosse necessità pel presidio di dare la piazza. Fu fermato l'accordo addì ventotto di luglio, i capitoli di maggior momento furono i seguenti: onoratissimamente ad uso di guerra uscisse la guernigione, avessero i gregari facoltà di tornarsene in Francia sotto fede sino agli scambi, il comandante e gli uffiziali, soggiornato tre mesi negli stati ereditarj, avessero facoltà di tornare nei paesi loro, i Cisalpini, Svizzeri, Piemontesi e Polacchi avessero come Francesi a stimarsi, e come tali fossero trattati; avessero i Tedeschi cura degli ammalati e dei feriti, dessersi tre carri coperti al generale, due agli uffiziali, perdonerebbesi la vita ai disertori Austriaci. Entrarono i confederati il dì ventinove nella lacerata Mantova, e per questa espugnazione fu dimostrato al mondo, che per viva forza ella si può espugnare in pochi giorni. Trovarono più di seicento bocche da fuoco, altre armi in abbondanza, magazzini ancor pieni di vettovaglia. Fecero i Mantovani molte feste per l'arrivo dei Tedeschi, come ne avevano fatte per l'arrivo dei Francesi. Di questi, chi si poteva reggere, sebbene si trovasse in estrema debolezza o per ferite, o per malattìa, accorreva, o da se o fattosi portare, ai compagni che se ne andavano, amando meglio perire in mezzo al nome di Francia, che andar salvo in mezzo ai Russi ed ai Tedeschi. Pure rimasero nella fortezza dodici centinaja di soldati malati, e due migliaja circa perirono o al tempo dell'assedio largo per malattìe, o al tempo dell'assedio stretto per ferite. I morti ed i feriti dalla parte dei confederati non arrivarono ai cinquecento. Fu accusato Latour-Foissac di poco animo, e di debole difesa da alcuni, da altri di esser aristocrata, di non amare la repubblica, di aver tenuta continuamente informata con lettere la contessa di Artesia di ogni cosa. Altri finalmente dissero anche parole peggiori, affermando che si fosse lasciato corrompere per un milione, e ottocentomila franchi dati, o promessi da Kray. Chi conosce lo stato, a cui era ridotta porta Pradella, crederà facilmente che il generale dell'Austria non aveva bisogno di dar denaro per entrare nella piazza, e che il generale di Francia non aveva bisogno di accettarlo per lasciarlo entrare. Accusollo il direttorio, accusollo Buonaparte messosi al luogo del direttorio; ma il mondo sincero e giusto, nè mosso dalla superbia, che si compiace dell'avvilimento altrui, ha giudicato, che Latour-Foissac abbia compito nella difesa di Mantova, senza sospetto di macula alcuna, tutti gli uffizj che si appartenevano a buono e leale capitano, e che l'arrendersi in quel punto fu per lui necessità, non viltà, nè cupidigia di denaro.
Successe tosto alla dedizione di Mantova quella di Serravalle. È Serravalle piccola fortezza di dizione Piemontese, posta sulla Scrivia, dove le falde degli Apennini incominciano a sollevarsi in quegli alti gioghi, che a grado a grado viemaggiormente innalzandosi, arrivano al sommo vertice della Bocchetta. Era questa fortezza venuta, prima, come abbiam narrato, in potere dei repubblicani Piemontesi, che facevano guerra al re, poi introdotto un presidio Francese, cesse intieramente in podestà della repubblica. Importava a Suwarow pe' suoi disegni contro Genova che s'impadronisse di lei, poi di Gavi, che posto in più alto sito, e sopra scoscesa rupe, è propugnacolo alla capitale della Liguria. Adunque contro la fortezza di Serravalle mandava Suwarow le sue genti, dando carico a Schwaicuschi di tenere il nemico a bada, a Dalheim di passare la Scrivia presso Cassano Spinola, a Mitruschi di accamparsi tra Novi e Gavi per mozzar le strade agli assediati. Aprironsi le trincee, piantaronsi le batterie, furono fracassate, e ridotte inutili le artiglierìe della piazza: il comandante richiesto di resa, negava: ricominciossi la batteria; fracassato il muro, restava la breccia aperta. Si arrendeva a discrezione il dì sette agosto. Trovarono i vincitori nella fortezza dieci cannoni, un mortajo, con qualche provvisione sì da bocca, che da guerra.
Le rotte d'Italia, e la presa di tante fortezze, massimamente quella di Mantova, intorno alla quale si era affaticato Buonaparte quattro mesi, avevano maravigliosamente sollevato gli animi in Francia, nè potevano restar capaci, siccome quelli, che ancora avevano la memoria fresca di tante vittorie, del come soldati, sì sovente ed in tanti segnalati fatti superati dai repubblicani, fossero adesso, e tutto ad un tratto divenuti sì forti, che avessero a venir a buon fine di qualunque fazione, che tentassero contro Francia. Chi accusava l'oro corrompitore, chi i tradimenti per opinione. Fuvvi ancora chi disse solennemente orando in tribuna, che palle di legno ricoperte artifiziosamente di laminette di piombo fossero state date ai soldati repubblicani nelle battaglie. Si accusava Scherer, si accusava Latour-Foissac, si accusava Fiorella, si accusava Becaud, comandante che era stato del castello di Milano: nè trovava animi meglio inclinati verso di lui il valoroso Gardanne. Se non si dava carico di tradimento a Moreau per corruzione di denaro, che in questo fu stimato sempre, ed era veramente di natura integerrima, gli si dava quello di repubblicano tiepido, e dell'amministrare la guerra non con quella vigorìa, che era richiesta alla repubblica. Gli ambiziosi, pretessendo alle parole loro l'amore di libertà, accagionavano il direttorio delle calamità presenti, e facevano ogni opera per espugnarlo, conciossiachè i più fra coloro che gridavano libertà, non altro modo in Europa sapevano tenere per fondarla, che questo di disfare i governi per mettersi nei luoghi loro, ambizione pessima, che corrompe il buono, e fa venir ai governi certe voglie, che forse non avrebbero, ed a cui pure sono di per se stessi pur troppo inclinati. Insomma tanto si travagliarono con le parole e con gli scritti, e col subornare e col subillare, che tre quinqueviri furono cambiati, surrogati nei seggi loro tre altri, che erano stimati repubblicani di più forte e più sincero conio. Stettero contenti i zelatori alcuni giorni, forse un mese; poi rincominciarono a gridare contro i surrogati più fortemente di prima, dicendo, che non valevano meglio degli scambiati. Tanto era impossibile il fondare un governo libero con quei cervelli pazzamente ambiziosi! In questi schiamazzi e vociferazioni tanto s'infuocarono, che produssero poco dopo, come si dirà, una nuova mutazione; ma a questa volta posero in seggio chi gli fece poi tacer tutti. Intanto su quei primi calori dei tre nuovi quinqueviri sorsero nuove speranze, parendo, che un pensare più vivo in materia di repubblica avesse anche a dare armi più forti. Siccome poi niuna nazione è tanto capace di fornire imprese straordinarie, quanto la Francese, quando è usata in su questi rigogli, così i nuovi reggimenti si deliberarono di non mettere tempo in mezzo per dimostrare al mondo, quanto potesse quella Francia, quando ella si scuoteva, e quale urto fosse il suo, quando l'animo vivo fosse secondato da un governo vivo. Applicarono adunque l'animo a riscaldare l'affezione della repubblica, l'amore del nome Francese, la ricordanza dei gloriosi fatti. Per tal modo diveniva ogni giorno più la materia ben disposta; delle quali favorevoli inclinazioni valendosi, mandavano alle frontiere in Svizzera, in Savoja, nel Delfinato, nelle Alpi Marittime, nella Liguria quante genti regolari potevano risparmiare dei presidj interni. Poi per procurar nuove radici alle genti veterane, ordinavano nuove leve in ogni parte. I soldati nuovi marciavano volentieri, perchè le sconfitte recenti e le vittorie passate con la necessità di mantener illibato il nome Francese con accesi colori si rappresentavano dalle gazzette, dagli oratori, dai magistrati: poi la barbarie dei Russi, la nimistà degli Austriaci, le bellezze d'Italia maestrevolmente anche si dipingevano.
Questi tentativi su quegli uomini pronti ed animosi efficacemente operavano, e già Francia si muoveva con animo confidente contro la lega Europea; moto certamente onorevole dopo tante disgrazie. Pensiero era, non certo di menti avvilite, di assaltare al tempo stesso e Svizzera e Piemonte, e Italia. A tanta mole erano richiesti capitani valorosi e di gran fama. Già nella Svizzera Massena animosissimamente combatteva, spesso con evento pari, talvolta con prospero, contro l'arciduca Carlo. Restava, che agli eserciti, che dovevano far impeto contro il Piemonte e contro l'Italia, venissero preposti generali di nome, accetti ai soldati, accetti agl'Italiani. Nè in questo stette lungo tempo in dubbio il direttorio; perchè, trattone Buonaparte tanto lontano, in nissuno tutte queste condizioni maggiormente si lodavano, che in Championnet e Joubert. Entrambi conoscevano l'Italia, entrambi nell'Italiane guerre si erano mescolati, entrambi di vita continente, e nemici dei depredatori, cosa di grande importanza per voltare a se gli animi degl'Italiani; entrambi finalmente repubblicani sinceri, ed amici per indole e per massima dell'independenza altrui. Avevano anche voce l'uno e l'altro di amare il nome Italiano, perchè nè Joubert aveva voluto dar le mani ai disegni di Trouvè e di Rivaud contro il governo Cisalpino, nè Championnet tollerare l'imperio insolente e rapace dei commissarj a Napoli. La loro principale speranza avevano i repubblicani Italiani collocata in Joubert, perchè sapevano che suo intento era o volesse il governo Francese, o no, di ridurre l'Italia in una sola repubblica unita e independente, purchè fosse strettamente congiunta d'amicizia con la Francia. Conoscevano l'animo di lui ardito e forte, nè mai tanta inclinazione d'animi benevoli, ed attenti alle cose avvenire vi fu verso alcuno reggitore di popoli o d'eserciti, quanta fu questa degl'Italiani verso Joubert. Nè ignoravano, ch'egli era d'animo civile e temperato, nè temevano che quando avesse corso vittorioso l'Italia, fosse per sottometterla al giogo soldatescamente; perciocchè non era loro ignoto, che esortato da partigiani di diversa sorte in Francia, perchè, disfatto il governo, s'impadronisse della somma delle cose, aveva sdegnosamente rifiutato la proposta.
Quelli fra i repubblicani d'Italia, che cacciati dalla patria avevano cercato riparo in Francia, molto insistevano e con le parole, e con gli scritti, e con le opere in questo proposito dell'independenza, e dell'unità Italiana, persuadendosi, che con questo nome in fronte avessero i Francesi, e chi sentiva con loro, e far correre i popoli in loro favore.
Joubert secondava questi sforzi con volontà sincera. Gli secondava altresì, ma solo con qualche dimostrazione esteriore, e non coll'animo il direttorio desideroso di riacquistare il dominio d'Italia, e confidando che questo generoso ed alto proposito fosse per essere mezzo potente all'esecuzione. Due, come abbiamo scritto, erano gli eserciti, che il direttorio aveva intenzione di mandare contro gli alleati in Italia; il primo governato da Championnet, aveva carico di minacciar il Piemonte superiore, e preservare le fortezze di Cuneo e di Fenestrelle: il secondo più grosso doveva accennare, per le strade massimamente del Cairo e della Bocchetta, verso il Piemonte inferiore, con intento di liberar Tortona dall'assedio, e di combattere su quel fianco gli alleati, donde poteva, se la fortuna si mostrasse favorevole, facilmente aprirsi il cammino sino a Milano; il quale fatto per la sua grandezza avrebbe partorito ammirazione degli uomini, e terrore nuovo delle armi di Francia. Era desiderabile, che questi due eserciti in uno e medesimo tempo calassero verso i luoghi, a cui erano per volgersi; ma Championnet non aveva ancor messo insieme tante genti, che fossero abbastanza a così grave bisogno, e quelle che aveva raccolto, la maggior parte soldati nuovi essendo, ignoravano l'arte ed il romore della guerra. Perlochè non poteva sperare di essere in grado di dar principio così presto, come sarebbe stato necessario, alle armi. Da un'altra parte Joubert aveva l'esercito pronto e capace di combattere: erano in lui i forti veterani di Moreau e di Macdonald, con altri reggimenti usi alla guerra della Vendea, stati trasportati dalla flotta di Brest nel Mediterraneo. Arrivava questo esercito a quaranta mila soldati, agguerriti uomini, ed infiammatissimi nel voler vincere. Nè mancavano i sussidj necessari, perchè abbondavano di artiglierìe e di munizioni; solo si sarebbe desiderato un maggior nervo di cavallerìa. Si temeva che Tortona, che dopo la perdita di Alessandria era il solo forte, che potesse facilitar la strada ai repubblicani per Milano, non venisse in poter dei confederati, che con forti assalti la straziavano. Per la qual cosa, sebbene Championnet non potesse ancora concorrere alla fazione, Joubert si era deliberato a mostrarsi alle falde degli Apennini verso Tortona per combattere in battaglia campale il nemico, e se ciò non gli venisse fatto, sperava almeno, che la fortuna gli aprirebbe qualche occasione per soccorrere Tortona. Già era arrivato al campo. Trovatosi con Moreau, che se ne doveva partire per andar al governo della guerra del Reno: «Generale, gli disse, io vengo generalissimo di questo esercito, ed ecco, che il primo uso ch'io voglio fare della mia autorità, quest'è di comandarvi, che restiate con noi, e che governiate le genti, come supremo duce, voi medesimo: ciò mi fia caro oltre modo. Sarommi il primo ad obbedirvi, e ad adoprarmi qual vostro primo ajutante». Tant'era la venerazione, che il giovane generale aveva per l'anziano, e tanta la temperanza del suo animo! Ciò fu cagione che Moreau restasse, ed ajutasse col suo consiglio il compagno negli accidenti sì ponderosi che si preparavano. Le genti venute da Napoli con Macdonald, e l'antico esercito di Moreau si calavano la maggior parte per la Bocchetta: le venute frescamente da Francia s'incamminavano per Dego e Spigno verso Acqui. Bellegarde fece qualche resistenza per quelle erte rupi; ma si ritirò, prima dai più alti luoghi per forza, poi dai più bassi per ordine di Suwarow, che prevalendo di cavallerìa, voleva aspettare i repubblicani al piano. Entrarono questi in Acqui; il mandarono a sacco per vendetta di compagni uccisi dai sollevati, quando Victor si ritirava ai monti Liguri. Non si era allora curato il capitano di Francia di vendicare i suoi, essendo obbligato a camminare velocemente: il che vedutosi dai villani sollevati fatti signori di Acqui, l'avevano attribuito a miracolo di San Guido protettore della città, comparso, come dicevano, sulle mura per dar terrore ai Francesi. Ne fece il vescovo della Torre, volendo ricoprire le sue parzialità precedenti pei repubblicani, o vere o finte che si fossero, raccorre le testimonianze; funne anche rogato l'atto solenne. Così restò, che San Guido fosse comparso; e chi sel credeva, ne parlava; e chi non sel credeva, ne parlava anche di più.
Quando l'ala sinistra dei Francesi, di cui abbiam favellato, e che era governata dal generale Perignon, col quale militavano Grouchy, Lemoine, e Colli, fu arrivata a lato e sulla fronte della mezzana e della destra, ordinava Joubert il suo esercito, ed il disponeva agli ulteriori disegni. La mezza obbediva a Joubert; la destra era commessa al valore del generale San Cyr, che aveva con se Vatrin, Laboissière, e Dambrowski. Quest'ultima scesa dalla Bocchetta arrivava per Voltaggio e Gavi sino a Novi, donde cacciava gli Austriaci. Faceva intanto una fazione contro Serravalle per mezzo del generale Polacco, il quale occupò la città, ma non potè entrar nel forte. La mezza alloggiava sulla strada che da Genova porta ad Alessandria per Ovada nella valle d'Orba, spingendosi oltre insino a Capriata. La sinistra aveva le sue stanze verso Basaluzzo. Così l'oste di Francia, nella quale si noveravano circa quarantamila soldati, si distendeva dalla Bormida fin'oltre alla Scrivia, signoreggiando le tre valli della Bormida, dell'Erro e dell'Orba, del Lemmo e della Scrivia. Desiderava Joubert, premendogli di soccorrere Tortona, di fare un motivo sopra questa piazza; mandava a questo fine soldati corridori per Cassano Spinola sulla destra della Scrivia. Intanto non contento alla fortezza naturale di quei luoghi erti, e montuosi, con trincee, con fossi, e con batterìe di cannoni piantate nei siti più acconci alle difese, gli affortificava. Per tal modo i Francesi sovrastavano minacciosi dai monti alla sottoposta pianura.
Aveva dalla parte sua Suwarow ordinato le genti per forma che l'ala sua dritta, composta massimamente di quei Tedeschi, che Kray aveva condotto dal campo di Mantova dopo la resa della piazza, e da lui medesimo governata, si distendeva nei campi vicini a Fresonara; la mezza, a cui soprantendeva il generalissimo col generale Derfelden, e quasi tutta consisteva in soldati Russi, alloggiava in Pozzuolo all'incontro di Novi. Finalmente la sinistra, in cui era il nervo dei granatieri Austriaci, e si trovava retta da Melas, stanziava a Rivalta, col fine di fare che i repubblicani non gli potessero impedire la recuperazione di Tortona, e di combattere d'accordo coi compagni, se d'uopo ne fosse: erano nel novero di circa sessantamila soldati. Apparivano l'uno all'altro molto vicini i due eserciti nemici, nè la battaglia poteva differirsi. Ardeva Joubert di desiderio di venir tosto alle mani, sì per ardimento proprio, sì per comandamento del direttorio, che voleva, che non si stesse ad indugiare per far inclinar del tutto le sorti dall'un de' lati in quell'aspra guerra. Ma essendo cosa di grandissimo momento per Francia, si deliberò a consultare sopra la materia in una dieta militare convocata a posta: quivi pullulò una grande varietà di opinioni. Opinava Joubert, e con lui i più audaci de' suoi capitani, che si desse dentro subitamente. Allegavano gli ordini risoluti del direttorio per rinstaurar l'onore delle armi Francesi in Italia con un campale conflitto; essere quello il momento propizio di affrontar il nemico stanco dai freschi e lunghi viaggi, attonito al veder comparire di nuovo sul campo più forti di prima quei repubblicani, ch'ei credeva sbigottiti ed oppressi; doversi usare l'ardor Francese, quando più bolle; doversi temere la tiepidezza successiva; valere i Francesi nelle difese, ma ancor più valere negli assalti; mirassero quei volti, toccassero quelle destre, vedrebbero, toccherebbero segni di certa vittoria; per questo, e non per aspettare qual momento piacesse al nemico di combattere, essere venuti dalle lontane Calabrie, essere venuti dalla lontana Brettagna; l'aspetto che a fronte loro si scopriva delle Italiane campagne, rammentare tante vittorie col ferro, non coll'ozio acquistate; convenirsi il temporeggiare a quei freddi Russi, a quei pesanti Tedeschi, non ai vivi ed ardimentosi Francesi; sapere, prevaler di numero i confederati, ma quante volte avere i soldati della repubblica vinto eserciti più numerosi? Sapere, prevaler ancora di cavallerìa, e per questo avere qualche vantaggio nei luoghi agili e piani; ma le legioni della repubblica non avere mai temuto l'incontro delle cavallerìe; avere tante volte sostenuto, fiaccato, rotto l'impeto loro; non con le cavallerìe, ma con le fanterìe vincersi le moderne guerre; più poter le bajonette, che un nitrito vano, e colpi incerti: menassersi adunque incontanente i repubblicani alla battaglia, e tosto si vedrebbe, che se la fortuna ajuta gli audaci, in questo fatto massimamente gli ajuterebbe: subita pugna, concludevano, e l'Italia in premio.
Dall'opposta parte i più prudenti, che dannavano l'esporsi nella campagna aperta, argomentavano, farsi le guerre col valore, ma farsi ancora con l'arte; stolto consiglio essere il lasciare i consigli certi per abbracciare gl'incerti; essere il vincer certo, se in quei luoghi tanto forti, e quasi inaccessibili per natura, tanto fortificati per arte, il nemico si aspettasse; divenire il vincer dubbio, se nel piano si scendesse, dove un solo errore, dove uno spavento improvviso sarebbe, in tanta superiorità di forze nemiche, fatale all'esercito; conoscere il valor Francese, ma non doversi lui porre a sperimenti temerarj; essere stanche alcune squadre degli alleati, ma le altre fresche, e veterane tutte; combattere gli alleati con tutte le forze loro, perchè era arrivato Bellegarde colle genti vincitrici d'Alessandria, era arrivato Kray colle genti vincitrici di Mantova; non combattere i Francesi con tutte, perchè Championnet non era ancora giunto al luogo suo, ed ancora si aspettava. E quale temerità, quale stoltizia essere il combattere dimezzato, quando temporeggiando si può combattere intiero? Chi s'ardirà addossarsi un tanto carico? A chi non rifuggirà l'animo al pensare, che se l'esercito oggi è vinto, avrebbe potuto vincere domani? Volere il direttorio, che non s'indugiasse la battaglia, ma non avere comandato, che in questo preciso giorno si combattesse; nè essere da credere che meglio amasse, che l'esercito fosse vinto che vincitore: sempre vincere a tempo chi vince; qualche cosa ancora lasciare lui pure alla prudenza dei capitani, qualche cosa alle occasioni, qualche cosa alla necessità: se forti erano le fanterìe Francesi, non esser deboli le cavallerìe dei confederati, e quanto possano le cavallerìe nei luoghi sfogati e piani, nissuno essere che l'ignori: dovere chi vuol arrivare al fine de' suoi intenti con probabilità di evento, misurar le cose umane secondo l'ordinario, non essendo le geste eroiche, perchè queste geste qualche volta sorgono, e qualche volta no; e se qualche volta i fanti della repubblica avevano superato i cavalli dei re, qualche volta ancora esserne stati rotti: considerazione di capitani prudenti essere anche quella di pensare, prima d'ingaggiar battaglia, alle ritirate; or quale via di ritirata poter rimanere aperta ai soldati della repubblica, se al piano scendendo, quivi fossero sbaragliati e rotti? Non gli conquiderebbero, non gli pesterebbero, non fuori gli taglierebbero le imperiali cavallerìe? Con Serravalle in poter del nemico, con la riviera di Levante piena di soldati Austriaci, con la riviera di Ponente stretta da sentieri difficili, coi popoli nemici e tumultuanti, quale sicurezza, quale speranza di riuscire a salvamento? La disfazione totale dell'esercito seguiterebbe una temerità fatale: non rifiutarsi l'occasione di combattere, non abborrirsi dal romor dei cannoni, non temersi di guardar in viso il nemico, ma doversi rispondere alla patria con la ragione, non con l'imprudenza. Questi monti scoscesi, dicevano, a cui ci siamo riparati, questi fossi, con cui ci siam cinti, queste trincee, con cui ci siamo coperti, non poter essere indarno: a questo modo non doversi tentare la volubile e capricciosa fortuna. Con questi ragionamenti concludevano coloro, che questa sentenza mantenevano, che miglior partito era l'aspettar il nemico nei proprj alloggiamenti, che l'andarlo ad assaltare ne' suoi; ma che se tanto fosse temerario, che si attentasse di chiamare a cimento Francia, quando al valore dei soldati aveva congiunto la fortezza dei luoghi, allora con tutte le forze, e con tutto l'animo si combatterebbe, allora si mostrerebbe, che il non essere scesi i Francesi alla campagna dinotava non timore, ma arte; allora si vedrebbe quanto imprudentemente discorresse chi preponesse i soldati d'Austria e di Russia ai soldati di Francia. Prevalse nel consiglio questa sentenza: raffrenava Joubert i suoi spiriti, e si riduceva, quantunque mal volentieri, a questa deliberazione di aspettare, che il nemico venisse a tentarlo negli apprestati alloggiamenti.
Variavano anche molto gli animi fra gli alleati intorno a quello, che loro convenisse di fare. I generali Austriaci, non soliti a commettersi all'arbitrio della fortuna, dissuadevano la battaglia. Consideravano, quanto fossero forti gli alloggiamenti dei Francesi; consiglio da non lodarsi essere, opinavano, il privarsi col combattere in quei gioghi montuosi, del vantaggio delle cavallerìe; doppia necessità sovrastare ai Francesi di venire prestamente ad una battaglia nel piano, la prima perchè loro importava di soccorrere Tortona già prossima a cadere, la seconda, perchè essendo i mari chiusi, la Liguria sterile, le pianure Piemontesi a divozione degli alleati, sarebbero loro fra breve mancate le vettovaglie: doversi usare il benefizio della fortuna dello aver un esercito più numeroso, e meglio provveduto di cavallerìe, non si dovere pareggiare le partite con fare, che la fortezza del luogo compensasse in favore dei Francesi il maggior nervo dell'esercito imperiale: non essere quel della guerra mestier tanto sicuro, anche con maggiori forze, che si dovesse rinunziar ai vantaggi offerti dalla condizion delle cose; stanche, e consumate essere le genti imperiali dal tanto e fresco marciare: non si dover temere di Championnet così presto, perchè l'esercito Francese dell'Alpi si trovava tuttavia debole e disordinato, i soldati nuovi condursi timidamente a lui, e solo legati a guisa di malfattori con corde: andarvi in quella pugna tutto l'imperio dell'imperatore Francesco in Italia pure testè e con tanta difficoltà ricuperato; un tale esperimento non doversi tentare con vantaggi dimezzati e tronchi, ma sì con tutti quelli che il tempo offeriva: non giuocarsi alla ventura gl'imperj: non rinunziare i capitani savi ad imprese certe per correr dietro ad imprese incerte; volentieri cimentare gli Austriaci la fortuna, e ristringersi nei pericoli, quando la necessità incalza, e rende ogni altro partito impossibile; di ciò averne dato grandi e manifeste pruove nelle precedenti battaglie; ma quando la necessità non corre, abborrir loro dai consigli pericolosi e dubbi. Infatti temevano di quell'audacia venturiera di Suwarow, e consideravano, che poca somma giuocavano i Russi lontani a comparazion di quella, che giuocavano gli Austriaci, non solo vicini, ma attigui all'incendio della guerra.
Queste ragioni non furono capaci a Suwarow, che si consigliava piuttosto con l'ardire, che con la prudenza, e che per le vittorie dell'Adda e della Trebbia era venuto in grandissima confidenza di se medesimo: opinava perciò diversamente, nè poteva pazientemente udire, che si fuggisse il combattere, e che il vincere fosse posto in dubbio e differito. Andava egli considerando, che l'indugiare la battaglia portava con se il lasciar ingrossar l'inimico, ed il lasciargli meglio ordinare i suoi disegni per assaltare, quando che fosse, gli eserciti imperiali da tutte le bande; che certamente non si doveva aver in dispregio il forte sito, a cui i Francesi si erano riparati; ma che questo vantaggio del nemico compensava soprabbondevolmente il più grosso numero dei soldati imperiali. Forse, aggiungeva, possonsi mettere i soldati Francesi a paragone dei nostri? Aver loro forse nervo da sostenere il pondo dell'esercito confederato? Non negare lui, essere i Francesi gente valorosa e di gran cuore; ma essere i loro migliori soldati morti a Legnago, a Verona, a Magnano, all'Adda, alla Trebbia, o starsene cattivi nella vincitrice Germania: fra i quarantamila, che stavano a fronte su quei colli, una terza parte comporsi d'uomini inesperti, e che, come nuovamente venuti alla milizia, tremerebbero al primo rimbombo delle artiglierìe. Per lo contrario essere gl'imperiali usi alle battaglie ed al sangue, nè fra di loro alcuno trovarsi, che non fosse stato presente o ad una qualche espugnazione di fortezze, o ad una qualche fortunata battaglia: tante vittorie spirar loro maggior coraggio, tante sconfitte all'incontro avere scemato l'animo dell'oste avversaria. Non avere forse quei soldati tante volte vincitori superato ostacoli maggiori di questi? Arresterebbero forse monti aperti da tante larghe strade coloro, cui nè l'Adige profondo, nè l'Adda impetuoso, nè le paludi pestilenti di Mantova, nè le mura maestrevoli di Torino e d'Alessandria non avevano potuto arrestare? non avere lui tale timore concetto da tanti segnalati fatti; quest'essere le speranze della vittoria; questi i segni della propizia fortuna: concludeva, doversi per onore, per debito, per sicurezza dar dentro, ed affrontare senza indugio l'inimico; perchè il tempo dava forza ai repubblicani, e qualche improvvisa fazione avrebbe soccorso Tortona.
A tali parole di quel vecchio risoluto, vittorioso e nutrito nelle armi e negli esercizj della guerra, s'acquetarono i generali Austriaci, e fu deliberata quella battaglia, in cui si contenevano tutte le sorti future dell'Italia. Appena era sorto il giorno dei quindici agosto che i confederati givano all'assalto. Kray fu il primo ad ingaggiar la battaglia con l'ala sinistra dei Francesi, in cui il generalissimo della repubblica si trovava, e che aveva per modo con la voce, e con la presenza animato i suoi soldati, che le grida di viva la repubblica fila per fila risuonando si mescolavano terribilmente col rimbombo dei cannoni, e con l'eco delle vicine montagne. Fu l'urto gagliardo, nè meno gagliardo il riurto. Molto sangue già si era fatto di lontano in questo primo congresso fra le truppe leggieri, molto sangue si faceva per conflitto delle genti più grosse; piegavano i soldati corridori di Francia. Joubert, sotto speranza di rimettergli, si spingeva innanzi con le fanterìe, gridando con la voce, ed accennando col braccio, avanti, avanti. Quivi una palla mandata, dicesi, da un esperto cacciatore Tirolese, venne a por fine con una onorevol morte ad una delle vite più onorevoli, che siano state mai, ed a troncare le speranze degli amatori dell'independenza Italiana. Fu percosso Joubert in mezzo del cuore, e senza poter mettere altra voce, se ne morì. Recavasi Moreau, destinato dai cieli a salvare nelle più estreme fortune i soldati di Francia, in mano il governo dell'esercito, felice in questo dello aver trovato, in vece di un capitano forte e ardito, un capitano forte e prudente. Non isbigottiva il funesto caso i Francesi, che già si trovavano sul fervor della battaglia; che anzi aggiungendo a valore furore, e desiderio di vendetta, fecero pruove stupende, e per sempre memorabili. Sforzavasi Kray, con cui militava anche Bellegarde, parecchie volte affrontando valorosissimamente il nemico, di sloggiarlo; ma sempre fu con perdita gravissima di morti e di feriti rincacciato: pareva disperata da questa parte la fortuna degli alleati. Nè con migliore augurio combattevano sul mezzo. Aveva Suwarow mandato Bagrazione ad attaccar di fronte i Francesi nel loro alloggiamento di Novi ma si sforzò in vano il principe, costretto anzi a tornarsene indietro sanguinoso, e vinto. Mandava Suwarow, che pure la voleva spuntare, in vece del generale respinto, ad assaltar una seconda volta Novi con una più grossa schiera Derfelden accompagnato da Miloradowich; ma quantunque l'uno e l'altro virilmente si adoperassero, non poterono venir a capo dell'impresa loro, e furono, come il primo, ferocissimamente ributtati; tanta era la fortezza degli alloggiamenti Francesi, e tanto il valore che i difensori mostrarono in questa ostinata battaglia. Al primo sparare dell'artiglierìe e dell'archibuserìa di Francia, andarono a terra o morti, o rotti, più di mille soldati di Russia.
Ma Suwarow non era uomo da sgomentarsi per quell'atroce accidente, ed anche pensava, ch'egli solo era stato pertinace a volere la battaglia. Si faceva adunque egli medesimo innanzi da Rivalta con tutta la squadra di riscossa, avventandosi contro il conteso Novi. S'attaccò di nuovo la battaglia tra Russi e Francesi più furiosa di prima: il coraggio era uguale da ambe le parti, la strage maggiore da quella dei Russi, perchè i Francesi combattevano da luoghi più sicuri, i Russi all'aperto. Tuttavia si spinsero avanti con tanto singolare intrepidezza, che puntando con le bajonette costrinsero a piegare una legione repubblicana. Ma accorsi i compagni, e rifatto, siccome quelli che erano esperti ed usi a simili casi, tostamente il pieno, rincacciarono i Russi, che da questa loro animosa fazione non ritrassero altro che ferite, e morti. Animava Suwarow, anche con pericolo della vita, in sì fitto bersaglio, i soldati, e nuovamente mandava alla carica gli squadroni ordinati, e stabiliti. Ma non per questo cedevano i Francesi; che anzi tanto più fieramente si difendevano, quanto più fieramente erano assaltati. Melas intanto con la sua sinistra schiera spintosi avanti era venuto alle mani col nemico. Ma i repubblicani pur sempre prevalevano, nè muro tanto fu saldo mai in niuna battaglia, quanto i petti dei Francesi in questa. Il generalissimo di Russia dal canto suo, quanto più duro incontro trovava, tanto più si ostinava a volerlo superare. Ordinava a Kray, a Bellegarde a Derfelden, a Rosemberg, a Bagrazione, a Miloradowich, a Melas, rannodassero le schiere, e sì di nuovo a fronti basse percuotessero l'inimico. Il percuossero: furonne con orribile macello ributtati, e voltati in fuga manifesta. Già da più di otto ore si combatteva; la fronte dell'esercito di Francia tuttavia si conservava intera; gl'imperiali, se non rotti del tutto, certo disordinati, ed in volta. Non è senza forma di vero, e così credono uomini intendenti dell'arte, che se in questo momento di fortuna prospera fossero i Francesi usciti ad urtare a campo aperto i nemici, avrebbero conseguito una nobilissima vittoria. Perchè non l'abbiano fatto, io non lo so, nè pretendo giudicare, molto manco biasimare le operazioni di un capitano tanto grande, quanto fu veramente Moreau. Già si vedeva, che la forza, la quale sola aveva voluto usare Suwarow, non aveva bastato a smuovere i repubblicani dai loro alloggiamenti. I confederati cominciavano a starne con molta dubitazione; già i Russi fuggendo da quella terribile tempesta, traevano con se, quantunque quel vecchio robusto ed ostinato fieramente contrastasse, il generalissimo loro.
I generali Austriaci intanto, dei quali quest'accidente perturbava molto gli animi, e per cui quel conflitto era di estrema importanza pei dominj del loro signore, si studiavano a trovare qualche modo, poichè dove la forza non vale, vi abbisogna l'arte onde rinfrancare la fortuna afflitta. Ebbe in questo pericoloso punto Melas un fortunato pensiero, che compruovò, ch'egli era, non solo d'animo invitto a non lasciarsi sgomentare in mezzo a tanto fracasso ed a tante morti, ma ancora di mente serena, e di perfetto giudizio. Secondollo volentieri Suwarow, sperando, che per arte altrui si salverebbe quello, che o per eccessiva imprudenza, o per eccessivo coraggio aveva egli perduto. Fece Melas avviso, che non fosse impossibile di circuire l'ala destra dei repubblicani, e di riuscir loro alle spalle, al che dava facilità la possessione di Serravalle. Per la qual cosa, volendo mandar ad effetto questo suo intento, lasciata solamente la prima fronte de' suoi a combattere contro i repubblicani, tirò indietro le altre squadre, alle quali ne aggiunse alcune altre testè arrivate da Rivalta. Fatto un grosso di tutte queste genti, erano otto battaglioni di granatieri, sei battaglioni di fanti, gli uni e gli altri Austriaci, sollecitamente marciava, sulla sinistra sponda della Scrivia ascendendo. Liberò d'assedio Serravalle; occupò Arquata. Perchè poi in mezzo a quella confusione di battaglia non si aprisse l'occasione al nemico, che già il tentava, di far correre una piccola squadra sulla destra del fiume sino a Tortona, comandava al conte Nobili, che se ne andasse a Stazzano con una sufficiente squadra, e frenasse i Francesi. Già era Melas giunto tra Serravalle e Novi, quando divideva i suoi in tre colonne: diè carico alla prima, a cui presiedeva Froelich, e nella quale militava co' suoi granatieri Lusignano già tante volte combattente in queste Italiane guerre con molto valore, e con poca fortuna, che assaltasse la punta dell'ala destra dei Francesi. Ordinava alla seconda, condotta da Laudon, e che si trovava schierata alla sinistra della prima, che si sforzasse di spuntare, e di circuire quella estremità medesima dell'esercito repubblicano. Infine comandava alla terza, che era governata dal principe di Lichtenstein, e che aveva con se qualche drappello di cavallerìa, e più vicina alla Scrivia era ordinata, che girasse più alla larga, arrivasse alle spalle dei Francesi, e troncasse loro la strada da Novi a Gavi. Mentre gli Austriaci marciavano così ordinati, Suwarow, rannodate alla meglio che potè le sue genti disordinate, rinfrescava la battaglia. Attaccossi Lusignano con l'estremità dell'ala destra del nemico, e dopo un duro incontro la sforzava a piegare; ma sopraggiunto in questo mentre Moreau, mandata avanti una legione fresca, rincalzava i Tedeschi. In questa mischia, poichè si venne alle bajonette, Lusignano ferito di palla, e di taglio, fu fatto prigione; tutta la colonna di Froelich pericolava. Ma accorreva prontamente in suo soccorso Laudon, e rimettendo prima i Francesi ai luoghi loro, poscia cacciandonegli, recava in sua mano la vittoria. Nè potè Moreau, quantunque molto vi si affaticasse, riordinare i suoi a sostenere l'impressione dell'inimico. Questo fu il momento, ed il combattimento decisivo della giornata. Piegarono sempre più i Francesi: gli Austriaci, perseguitandogli, gli cacciarono, sebbene non senza grave strage dal canto loro, dal forte alloggiamento, che avevano sulle alture dietro ed a fianco di Novi. I fuggiaschi vi si ripararono: ma assaltata al tempo stesso questa città dai Russi, fu da loro presa di viva forza a colpi di cannone, che atterrarono le porte. I vincitori vi commisero molta e crudele uccisione, facendo man bassa ugualmente su chi si arrendeva, e su chi non si arrendeva. Mentre così Melas vinceva con la sua prima e seconda colonna, e vincendo apriva anche il varco della vittoria a Suwarow, la sua terza giunta sui gioghi di Monterosso, donde sorgono le acque dei torrenti Fornavo e Riasco, era riuscita sulla strada, che da Novi porta a Gavi, e per tal modo aveva tagliato ai repubblicani la strada del potersi ritirare per la Bocchetta. Già era, quando queste cose succedevano, il giorno trascorso fino alle sei della sera, e per conseguente durava lo stupendo combattere già più da dieci ore. Vinta l'ala destra, ed il centro dei repubblicani, non restava più per essi alcun modo di ristorare la fortuna della giornata: però fece Moreau andar attorno i suoni della ritirata. In questa guisa per una ordinazione maestrevole del generale Austriaco, fu tolta ai Francesi la vittoria, che già tenevano in mano, di una lunga, grave, ostinata, e terminativa battaglia.
Essendo tagliato il ritorno per a Gavi da Lichtenstein, furono costretti i Francesi a ritirarsi, sprolungandosi sulla sinistra loro, per la strada meno facile di Ovada. Marciavano prima ordinatamente. Comandò Suwarow a Karacsay, gli perseguitasse alla coda, e quel maggior male loro facesse, che potesse. Un accidente inopinato cambiò subitamente l'ordine in disordine, la ritirata in fuga. Una presa di corridori Austriaci condotta da un maggiore Kees, arrivava a Pasturana, per donde era la strada ai repubblicani, e veduto che il castello di questa terra, pieno ed ingombro di feriti, non aveva difesa, facilmente se ne impadroniva, quando appunto il retroguardo Francese, e le artiglierìe della repubblica arrivavano per passare nella terra. Questi audaci Austriaci scendendo dal castello, ed assaltando quella immensa salmerìa, produssero un disordine, ed un'avviluppata inestrigabile. Al tempo stesso sopraggiungeva alla coda Karacsay, e fatto impeto, se qualche cosa era rimasta intera ed ordinata, questa rompeva e disordinava. Fecero i generali Perignon, Grouchy, Colli, Partonneaux quanto per valorosi soldati si poteva, per rannodare le genti loro sconvolte e spaventate, ma furono le loro fatiche sparse indarno. Pieni di spavento, ed incapaci di udire qual comandamento che si fosse, fuggivano a tutta corsa i repubblicani a destra, a stanca, e dove più il terrore che il consiglio gli portava. Furonne i generali suddetti feriti gravemente di arma bianca, massime Perignon e Grouchy, e tutti fatti prigionieri. I gregarj, che per la fuga non si poterono salvare, furono per la rabbia concetta nella battaglia, e per comandamento di Suwarow tutti uccisi inesorabilmente dai Russi, macello orribile, il quale se si aggiunge a quel di Novi, si vedrà quale umanità, e quale religione fosse in coloro, che erano venuti dall'Orsa a predicare la umanità e la religione in Italia. Più di venti pezzi d'artiglierìe con le loro casse e munizioni, in questo solo fatto di Pasturana vennero in potestà del vincitore. Morirono, o furono feriti in questo piuttosto disperato conflitto che animosa battaglia, dei repubblicani circa sei mila, quattro mila cattivi ornarono il trionfo dei vincitori: perdettero trenta cannoni, casse, e munizioni in proporzione.
Dall'opposta parte mancarono a' Tedeschi circa sei mila soldati fra morti, e feriti: un maggior numero di Russi o uccisi o feriti dimostrarono con quanta ostinazione combattessero, e fossero combattuti. Pochi confederati restarono presi dai repubblicani; ma i repubblicani servendosi di loro, perchè le bestie mancavano, a trasporto delle bagaglie e dei feriti, giunsero a salvamento ai sicuri ricetti delle montagne Genovesi. Non tutti o repubblicani o imperiali morirono di ferite: molti mancarono per istanchezza, o per ambascia, alcuni per sete, altri pel calore, essendo la sferza del sole molto grande. Avevano tutti le piaghe nel petto; nissuno nelle spalle. Apparivano i volti dei cadaveri Russi e Tedeschi sedati, quei dei Francesi torvi, e minacciosi. Niun campo di battaglia fu mai tanto spaventoso, quanto questo pel sangue sparso, per le membra lacerate, pei cadaveri accumulati. Ne fu l'aria infetta; l'orribile tanfo durò molta pezza: spaventevoli terre fra Alessandria, Tortona e Novi, prima infami per gli assassinj, poscia contaminate dalle battaglie. Passavanvi, e continuamente passanvi, forse cantando per passatempo, o per allegrezza i viandanti non rammentando quanto furore, e quanto dolore abbiano quivi a nostra memoria signoreggiato. Il tempo coprirà queste cose; vivranno elleno più nella memoria che negli affetti degli uomini: infelice razza, che prima fa i mali per furore, poi gli passa per indifferenza.
Pare ad alcuni, che questa vittoria non abbia avuto seguito uguale al fatto, perchè Genova non fu tratta a pericolo; rimase anzi ai Francesi l'imperio quasi intiero della Liguria. Ciò non ostante egli è manifesto, che per lei fu conservata ai confederati l'Italia, la quale sarebbe tornata in potere di Francia, se i repubblicani avessero vinto. Del rimanente vinsero gli alleati per aver conquistato il campo di battaglia, non per minor numero di morti e di feriti. Per la qual cosa poca abilità restava a Suwarow di tentare imprese d'importanza sul Genovesato. Oltre a ciò Championnet incominciava a comparire sulle sboccature delle valli che danno nella pianura del Piemonte, e conveniva arrestarlo, affinchè non conducesse a qualche mal termine i confederati in questo paese. Nè non operava efficacemente nella mente del generalissimo di Russia il considerare, che per lui si era fatto, che da Tortona in fuori prossima a cadere, tutti gli stati Italiani del re di Sardegna, al quale egli e per inclinazione propria, e per comandamento di Paolo portava grandissimo affetto, fossero ritornati in potestà dell'antico signore, se non di fatto, almeno di nome; nè a lui importava ugualmente il conquistare il Genovesato, che il Piemonte. Non ignorava altresì, che sarebbe fra breve chiamato ad altre fazioni in Svizzera, dove per l'ardire e valore di Massena declinavano le faccende degli alleati, e Lecourbe, scendendo dal San Gottardo, aveva rotto il colonnello Strauch, che guardava quei luoghi donde minacciava Bellinzona, Lugano, e Domodossola. Nè voleva Suwarow consumare i soldati sui monti Liguri, alla conquista dei quali gli pareva, che bastassero le forze degli Austriaci per terra, e quelle degli Inglesi per mare. Da un'altra parte Moreau, quantunque necessitato al ritirarsi, e ad abbandonare le pianure d'Italia a chi aveva potuto più di lui, era tuttavia potente, massime ajutato, come egli era, dall'asprezza dei luoghi, ed aveva, con singolare arte movendo le sue genti assicurato il passo tanto importante della Bocchetta; imperciocchè San Cyr comparso di nuovo grosso ed ordinato nei contorni di Gavi, si era recato in mano le alture ed i passi di Monterosso. Suwarow per essere in grado di combattere Championnet, e per render sicuro l'alto Novarese da Lecourbe, andava a posarsi nell'alloggiamento di Asti, stendendo l'ala dritta verso il Piemonte sino a Torino, e con l'ala sinistra insistendo su quelle medesime rive della Bormida, e della Scrivia, dond'era partito per avventarsi contro i Francesi a Novi. Un grosso corpo investiva Tortona, e gagliardamente con ogni maniera di arte e di stromenti d'espugnazione la pressava. Mandava al tempo stesso Kray verso Novara a sicurezza di Domodossola. Ma non essendo stati i motivi di Lecourbe nella Leventina di quella importanza che si temeva, richiamava a se il generale Tedesco, lasciando solamente a Novara la minor parte de' suoi soldati.
L'assedio di Tortona, ora stretto, ora allargato più volte, secondo che i confederati ebbero comodità di adoperarvi le forze loro, o necessità di usarle altrove, s'incamminava dopo la vittoria di Novi al suo fine. Il forte di Tortona edificato per volontà di Vittorio Amedeo terzo, re di Sardegna, e con le fortificazioni indirizzate dal conte Pinto, siede sopra un monte, che sta a sopraccapo della città di questo nome. Forte piuttosto pel sito, e per la natura sassosa del monte, che per le opere d'arte, se si eccettuano le casematte sodissime, ella può resistere lungo tempo, quando sia bene munita di difensori, e bene provveduta di viveri. Vi stava dentro il colonnello Gast, il quale con forse due mila Francesi si difendeva molto virilmente. Fino dai primi giorni di luglio si erano cominciate dal conte Alcaini, uomo Veneziano ai servigi d'Austria, a cui Suwarow aveva dato il carico dell'espugnazione, le trincee. Ma la bisogna lentamente procedeva per la resistenza degli assediati, per la natura del suolo, e per essere state le opere interrotte dalle vicine battaglie. Nondimeno soprantendendo ai lavori della oppugnazione un ingegnere Lopez, fu tirata a perfezione nei primi giorni d'agosto la prima trincea di circonvallazione. Ma si faceva poco frutto contro la piazza, perchè stante il suo sito eminente, piuttosto con le bombe che con le palle si poteva espugnare. Laonde continuando a lavorare indefessamente gli oppugnatori tanto fecero, che vennero a capo di ordinare la loro seconda trincea, e questa armarono di numero grande di cannoni e di mortai. Non si sbigottiva per questo Gast, perchè ed era uomo di gran cuore, e le casematte construtte di grosse e triplicate vôlte, non cedevano a quella orribile tempesta. Ciò non ostante un guasto considerabile fu fatto dalle bombe negli artiglieri, e nelle artiglierìe della fortezza. I Francesi con arte e costanza somma le riattavano, e continuavano a tuonare contro gli assalitori. Si vedeva, che molta fatica, e molto sangue bisognava ancora spendere per espugnare Tortona. Ma per la giornata di Novi non vedendo Gast speranza di poter più allungare la difesa, convenne d'arrendersi, se infra un certo tempo non fosse soccorso. Stipulossi adunque il dì ventidue agosto fra le due parti un accordo, pel quale si sospesero le offese per venti giorni, obbligandosi il Francese a dare la piazza, se nel detto termine l'esercito non arrivasse a liberarlo; uscirebbe al tempo pattuito la guernigione con armi e bagagli, con le bandiere all'aria, col suono dei tamburi; deporrebbe le armi sulla piazza di San Bernardino, e per la più breve se n'andrebbe in Francia sotto fede di non militare contro gli alleati per quattro mesi. Il dì undici settembre, non essendo comparso ajuto da parte nissuna, uscivano i repubblicani dalla fortezza, entravanvi gl'imperiali. Vi trovarono più di ottanta bocche da fuoco, munizioni da guerra molte, da bocca poche. Furono i malati ed i feriti trattati con ogni cura dai vincitori. Dodici centinaja di Francesi superstiti tornarono in Francia. Narrano i ricordi dei tempi, che fra questi fossero molti soldati del presidio di Peschiera, i quali, fatti prigionieri dai Tedeschi, avevano promesso di non servire contro i soldati della lega; brutta violazione della fede, nè commessa dai soli repubblicani.
Venne Suwarow in molta allegrezza per l'acquisto di Tortona, perchè il faceva sicuro della guerra Genovese, e si vedeva aver ricuperato al nome del re quasi tutti i dominj del Piemonte, oggimai liberi dalla presenza dei repubblicani. Ora i principali suoi pensieri si volgevano ad assicurare il Piemonte superiore dalle armi Francesi con rompere la forza di Championnet, e con espugnar Cuneo. Ma il compimento di queste fazioni lasciava a Melas ed a Kray, perchè egli se ne partiva con tutte le genti Russe per alla guerra Elvetica. Da quanto siamo andati fino a questo luogo raccontando, facilmente si può raccogliere, che Suwarow fu piuttosto capitano di guerra ardito, che artifizioso, e che vinse piuttosto con prevenire, che con usar l'arte. Gli fu aperto il corso alla vittoria da Kray, e chiuso da Melas. Del resto, tolta la sua natura crudele ed inesorabile nel far la guerra, nel che merita biasimo eterno, fu di natura integra, e nemico per poca civiltà degl'inganni, e delle fraudi degli uomini più civili. Qual sia il meglio o il peggio, coloro il diranno, che definiranno, se più si dolga la umanità dei dolori del corpo che dei dolori dell'animo, o più di questi che di quelli. Suwarow, primo capitano di Russia in Italia, vi fece cose molto degne di memoria.
Partito Suwarow dalle terre Italiche, ne fu molto diminuita la forza dei confederati in Piemonte. E però non poterono i capitani dell'imperator Francesco, innanzichè arrivassero nuovi rinforzi dagli stati ereditarj, tentar cosa d'importanza. Solo attendevano a conservare gli acquisti fatti, e si apparecchiavano, quando gli ajuti fossero giunti, alla oppugnazione di Cuneo, piazza molto forte, e che per essere vicina alle frontiere di Francia, è molto facile a venir difesa e soccorsa dai Francesi. Dall'altra parte primo pensiero dei repubblicani era di conservare la possessione di Cuneo, e tribolare talmente il nemico intorno a lui, che ne nascesse una grave diversione in favor di Massena, che aveva a fronte nella Svizzera l'arciduca Carlo, e presto avrebbe non solamente Suwarow con le genti vincitrici d'Italia, ma ancora Korsakow, che era vicino ad arrivare con nuovi squadroni di Russi. Bene certamente considerate erano queste cose pei generali della repubblica: ma si trattava di troppo vasto disegno per le poche forze che avevano, ed il volere tener tutto fu cagione, che non potessero conservare una parte. Non si vede come, volendo urtare fortemente l'inimico in Piemonte, si siano ostinati a perseverare nella possessione di Genova: il che gli obbligava a tener presidj nella riviera di Levante, soldati, che per la lontananza dei luoghi, e del restante esercito, a nissun altro fine potevano essere adoprati, che a difender Genova con tener il nemico lontano da lei. Genova, città assai grande e popolosa, e piena eziandio di mal umore contro i Francesi, sì per l'impazienza naturale del dominio forestiero, sì per la insolenza degli agenti del direttorio, e sì per la penuria delle vettovaglie, che dalla chiusura dei mari ne risultava, era cagione, che fosse loro forza di mantenervi un presidio assai grosso. Abbisognava ancora, che custodissero tutta la riviera di Ponente con gran numero di soldati, obbligazioni, da cui sarebbero stati esenti, se contenti al difendere le rive della Bormida e del Tanaro avessero abbandonato Genova, e raccolto la maggior parte delle forze loro in quella parte degli Apennini e dell'Alpi, che più approssimano e circondano Cuneo. Ma l'aver voluto distendersi in una fronte tanto lunga con sì poche forze, fu cagione che la guerra, che doveva esser grossa, si cangiò in guerra minuta e fastidiosa, con moltiplicate scaramucce ed affronti, che niuno effetto non solamente terminativo, ma nemmeno d'importanza potevano partorire. Sarebbe troppo molesta narrazione il raccontar tutto: perciò solo andremo sommariamente toccando i capi supremi. Klenau ajutato dalle masse Toscane infestava a danni dei repubblicani la riviera di Levante. Principal suo scopo era di cinger Genova da quel lato per darvi favore ai malcontenti, e per farvi difficoltà di vettovaglie. Venne Chiavari spesse volte in contesa, ora Klenau si faceva padrone di Rapallo, e s'innoltrava anche insino a Recco in poca distanza dalla capitale; ed ora prevalendo i repubblicani mandati da San Cyr, e governati da Miollis, cacciavano Klenau, non che da Recco e da Rapallo, da Chiavari e dalla Spezia, e lo risospingevano fin oltre Sarzana sull'estremo confine del Genovesato. La contesa principale si riduceva sul forte di Santa Maria, che sta a difesa del golfo della Spezia: finalmente dopo eventi diversi, ora prosperi, ora sinistri per le due parti, cadde il forte in potestà degl'imperiali; il quale accidente aperse libero l'adito alle navi d'Inghilterra in quel magnifico seno di mare, e fece facoltà agli Austriaci d'innoltrarsi di nuovo fino assai prossimamente, sentendosi sicuri alle spalle, a Genova, donde la poterono cingere d'assedio, quando, alcun tempo dopo, le armi imperiali vennero a romoreggiarle intorno, anche dalla parte d'occidente.
Le medesime minute fazioni tribolavano e repubblicani e imperiali sulla Scrivia e sulla Bormida, ed ancor più gli abitatori del paese, che si ritrovavano fra quelle due genti per loro strane, e l'una contro l'altra infuriate. Novi venuto in contesa parecchie volte cedeva ora alla fortuna di Francia, ora a quella d'Austria; ma niuna cosa si scopriva certa, se non gli oltraggi e le rapine dei forestieri, o amici o nemici che si qualificassero. Successe nondimeno un giorno un fatto di qualche importanza, per cui condotti i Francesi con molt'arte e valore da San Cyr, ruppero i soldati di Kray, e gli rincacciarono fin oltre a Tortona. Alloggiaronsi i Francesi al Bosco: ma poco tempo dopo i Tedeschi venuti più grossi, gli facevano tornare indietro, obbligandoli a cercar ricovero sotto la rocca di Gavi. Nel Piemonte superiore calarono i repubblicani per le valli dell'Argentiera, di Pratogelato, di Susa e d'Aosta: occuparono nella prima Demonte, nella seconda Villar e Perusa, e poi anche Pinerolo, nella terza Oulx, Icilia e Susa; fecero anche un motivo insino a Rivoli, donde vedevano le torri della perduta Torino. Nella quarta s'impadronirono del passo difficile della Tuile, e della città d'Aosta, per modo che gl'imperiali impotenti al resistere, calarono a serrarsi nel forte di Bard. Melas, ponderate tutte queste cose, lasciando Kray alla guardia dei paesi, in cui la Scrivia e la Bormida infondono le loro acque, andava a posarsi nei contorni di Bra con circa trenta mila soldati abili a campeggiare in quelle facili pianure. Era questo suo alloggiamento non senza fortezza, siccome quello che posto tra il Tanaro e la Stura, si mostrava opportuno a sopravvedere i moti, che potessero fare i Francesi da Mondovì, di cui erano in possessione, dal colle di Tenda, e dalle valli della Stura, e di Pratogelato, che massimamente accennavano a quel luogo, come a centro comune. Suo intendimento principalissimo era di guarentire il Piemonte, e di trovar modo di combattere felicemente nelle battaglie che aspettava, per andar a porre il campo sotto Cuneo. Nè i Francesi per le considerazioni, che sopra abbiamo narrato, ricusavano il cimento. Aveva Championnet, in cui, dopo la partenza di Moreau andato alle guerre del Reno, era investita l'autorità suprema sopra tutte le genti, che si distendevano dalla Magra per tutto il circuito dei Liguri Apennini e delle Alpi sino alla Dora Baltea, chiamato a se la schiera di Victor, annestandola alla sua destra ala verso Mondovì. Al tempo stesso ordinava, che si accostasse al suo fianco sinistro per Pinerolo e per Saluzzo una squadra di genti venute dall'Alpi Cozie, e condotta dal generale Duhesme.
Tutte queste genti unite insieme componevano un esercito quasi pari in numero a quello di Melas: la guerra sin allora sparsa e vaga si riscontrava in un sol punto, e tutto lo sforzo si riduceva nelle vicinanze di Fossano e di Savigliano: sulle rive della Stura era per definirsi quell'ultimo atto dell'Italiana contesa, ed il destino di Cuneo. Dopo vari alloggiamenti presi dai capi dei due eserciti, di cui il fine per Championnet era di accostarsi a Duhesme, che veniva da Saluzzo per quinci pruovarsi di rompere l'ala destra dei Tedeschi, e tagliar loro la strada verso Torino, per Melas di rompere il centro dei Francesi prima della congiunzione di Duhesme: erano la mattina dei nove novembre ordinati nella seguente forma. La schiera di Duhesme, che componeva la sinistra dei Francesi, marciava da Saluzzo verso Savigliano, e quindi contro Marene, in cui stanziava l'ala destra dei Tedeschi. La mezzana, in cui comandavano Grenier e Victor, alloggiava a Savigliano ed a Genola, avendo un forte retroguardo a Lavaldigi. L'ala destra dei Francesi, che obbediva a Lemoine, fermava le sue stanze a Morozzo. Tal era dunque il sito delle genti repubblicane, che Duhesme si muoveva sulla sinistra della Grana, Grenier e Victor tra la Grana e la Stura, il primo a Savigliano, il secondo a Genola, Lemoine sulla destra di quest'ultimo fiume. Dalla sua parte Melas con la destra alloggiava a Marene, con la mezza a Fossano, con la sinistra parte pure a Fossano, parte verso la Trinità. Obbediva la prima a Otto, e con lui doveva cooperare Mitruschi alloggiato a San Lorenzo, la seconda ad Esnitz, la terza a Gottesheim. Ardevano l'una parte e l'altra di venir alle mani; il che era da lodarsi dal lato di Melas, perchè assai gl'importava di combattere prima dell'arrivo di Duhesme, ma non parimente dal lato di Championnet, che doveva indugiarsi insino a tanto che la congiunzione di Duhesme avesse avuto intieramente il suo effetto. L'uno esercito nel momento stesso si avventava contro l'altro il dì suddetto. I primi ad attaccarsi furono Grenier, ed Otto. Combatterono ambidue tra Savigliano e Marene con estremo valore, essendo il coraggio e la perizia militare uguali da ambe le parti. Studiavansi i Francesi di circuire la punta destra dei Tedeschi, i Tedeschi la sinistra dei Francesi, perchè i primi non volevano restar separati da Duhesme che si avvicinava, i secondi gli volevano separare. Fu lunga, e forte, e variata la mischia; gli uni con gli altri parecchie volte si mescolarono. Ma prevalendo gli Austriaci per le cavallerìe (a questo fine appunto Melas aveva tirato il suo avversario sui campi aperti) furono finalmente i Francesi costretti a ritirarsi in Savigliano. Gli seguitarono acremente i Tedeschi, dando l'assalto alla piazza prima che avessero avuto tempo di riordinarsi. Ciò nondimeno fecero una forte resistenza, e forse non sarebbe venuto Otto a capo di scacciarnegli, se in quel punto non fosse arrivato con tutti i suoi Mitruschi da San Lorenzo, e che diede da un'altra banda la battaglia alla terra. Non potendo Grenier resistere a questo doppio assalto, fu costretto a retrocedere, incamminandosi a Genola, e lasciando in poter del vincitore Savigliano. Le cose succedettero diversamente tra Esnitz e Victor. Uscito il primo da Fossano aveva assaltato il secondo a Genola; ma il Francese gli rispose con tanta gagliardìa, che quantunque il Tedesco per tre volte desse furiosamente la carica, ne fu sempre risospinto con grave danno. Si fece Esnitz ajutare da Gottesheim, tutti e due insieme non ebbero miglior fortuna, che un solo. In questo mentre il generale repubblicano Richepanse con un piccolo corpo di cavallerìa, si faceva avanti, ed urtata con gran valore la cavallerìa Tedesca, sforzava Esnitz a ritirarsi più che di passo dentro le mura di Fossano. Quivi nemmeno non era sicuro, e già pensava al modo di abbandonar la piazza per retrocedere più lontano; tanto era stato il danno, che aveva patito in quella forte rincalzata. Ma gli sopravvennero in questo punto le novelle della vittoria acquistata sulla destra da Otto; il che il confortò a star fermo in Fossano, avvisandosi che Victor avrebbe pensato a tutt'altro piuttosto che a nojarlo. Infatti Championnet, per aver considerato il caso sinistro di Grenier, aveva comandato a Victor, che retrocedesse, e venisse a posarsi a Lavaldigi, divenuto l'alloggiamento principale dei Francesi. Esnitz, usando la occasione, usciva da Fossano, acquistava Genola, e perseguitava continuamente Victor alle spalle. Melas, raccolti i suoi, non volendo dar posa al nemico in su quel fervore della vittoria, assaltava Lavaldigi, e dopo un lungo conflitto se ne impadroniva. Ritiravansi i Francesi parte a Centallo, parte a Morozzo. In questo mentre giungeva Duhesme sul campo, in cui si era combattuto sul principio della battaglia, e trovato Savigliano con debole presidio, se ne rendeva padrone, poi marciava per combattere Marene. Diveniva la sua mossa molto pericolosa pei Tedeschi, e se fosse stata fatta qualche ora prima, sarebbe stata per loro pregiudiziale all'estremo. Ma già erano talmente in possessione della vittoria, che fu loro agevole il portar rimedio contro quell'improvviso accidente. Ordinava Melas al generale Sommariva, che andasse a combattere Duhesme. Potè egli giungerlo, quantunque il giorno già inclinasse, e lo costrinse, fattasi dal generale Francese breve resistenza, perchè aveva ricevuto le novelle della rotta dei compagni, a ritirarsi fino a Saluzzo.
Avevano gli Austriaci in mano loro la vittoria; restava, che l'usassero. Il giorno seguente attorniarono un grosso squadrone lasciato da Championnet a Ronchi, e lo sforzarono a darsi. Un'altra squadra più grossa, che stanziava a Murazzo, tagliatole il ritorno per Cuneo, fu anch'essa obbligata a cedere in potestà del vincitore. Non pochi repubblicani, che fecero pruova per salvarsi di passar la Stura a nuoto, vi restarono affogati. Avrebbe voluto Melas correre sulla destra del fiume per dar addosso a Lemoine, ma inteso che i Francesi avevano fatto due campi, uno alla Madonna dell'Olmo, l'altro a Caraglio con intenzione di preservare Cuneo, rinunziando al pensiero di varcare, condusse le sue genti vincitrici, dividendole in due colonne, contro quei nuovi alloggiamenti del nemico; i Francesi, non aspettandolo, si ritirarono ai monti. Ma premendo a Melas di fargli allargar da Cuneo, perchè la oppugnazione della piazza non gli potesse venire sturbata, gli perseguitava da tutte bande. Esnitz, seguitando Grenier per la strada del Vernante lo sospingeva sino a Limone. Poco dopo, assalito da Melas, non trovò altro scampo alla sua fortuna caduta, se non quello di salirsene sul difficile ed erto giogo di Tenda. Otto cacciava avanti a se i repubblicani per le valli di Stura e di Grana, e si faceva signore di Demonte; poi spintosi più in su, occupava le Barricate e l'Argentiera. Latterman insistendo sulla Maira, e traversando il borgo di Busca, saliva sino a Dronero. Keim, che aveva la custodia particolare del paese all'intorno di Torino, seguitando Duhesme, lo sforzava a tornarsene nella valle d'Icilia alle radici del monte Ginevra, dond'era venuto. Restava, che gli Austriaci togliessero ai Francesi Mondovì, dove si erano riparati Victor, Lemoine e Championnet. Riuscì lor la fazione, perchè sloggiati i Francesi sforzatamente dai due sobborghi per opera di Mitruschi, e dalle eminenze, che dominano la città, per quella di Lichtenstein, l'abbandonarono, ritirandosi ai luoghi più alti della valle del Tanaro. Fuvvi a Bagnasco un duro incontro tra il retroguardo Francese e l'antiguardo Tedesco; nè fu senza grave rischio, e fatica, che il primo potè farsi strada al suo cammino. Occuparono i Tedeschi, sempre ritirandosi i Francesi, Garessio, Ormea, e si spinsero avanti sino al ponte di Nava, che è il passo più difficile e quasi la chiave della strada, che porta su quelle alture da un lato all'altro, non so se mi debba dire dell'Alpi, o degli Apennini, perchè là è appunto il confine fra le due corone di monti, che si chiamano con questi due nomi. Per tale guisa i varj corpi di Championnet, che partendosi da diversi punti di una larga periferia, erano venuti a concorrere, quasi come in centro comune, nelle vicinanze di Fossano e di Savigliano, dopo la battaglia ivi combattuta, che alcuni chiamano di Fossano, altri di Genola, dispersi, e di nuovo l'uno dall'altro discostandosi, si allargarono, ed ai punti medesimi della periferìa ritornarono. Acquistaronne gli Austriaci facoltà di attendere alla espugnazione di Cuneo sicuramente: il che era lo scopo principale di tante mosse, e di sì ostinata guerra. Perdè Championnet in tutti questi fatti tra morti, feriti e prigionieri circa la terza parte delle sue genti, che è quanto a dire otto mila soldati. Mancarono dal lato dei Tedeschi più di due mila. Ritirossi il capitano del direttorio a Nizza, dove tra il cordoglio dell'esser vinto, e del vedere la depressione della repubblica, l'infezione di una malattia gravissima, che quasi a guisa di peste infuriava, e lo sdegno concetto, perchè Buonaparte tornato dall'Egitto si era fatto padrone di Francia sotto nome di primo consolo, passò di questa all'altra vita. Ei fu capitano debole, ma uomo dabbene; amò la repubblica per lei, quando tanti altri l'amavano per loro.
Travagliavansi gli Austriaci intorno a Cuneo, piazza forte, e di molta importanza pel suo sito. Conoscevano quest'importanza i generali dell'imperatore, e però sebbene la stagione già divenisse sinistra alle opere di oppugnazione, si accinsero all'impresa, sperando di compensar con le forze soprabbondanti la contrarietà del tempo. Si alloggiava Melas col grosso delle genti a Borgo San Dalmazzo per impedir ai Francesi il calare dal colle di Tenda verso la piazza assediata. Intanto il principe di Lichtenstein, al quale era stata commessa l'espugnazione, cinta tutto all'intorno la fortezza, si era principalmente alloggiato tra il Gesso e la Stura, che le scorrono, uno a destra, l'altra a sinistra. Intento suo era di far trincee, e di dar la batterìa di quella parte, che sta a fronte della Madonna dell'Olmo. Infatti la notte dei ventisei novembre principiò a scavare, e ad innalzar terra contro la strada coperta, che cingeva il bastione di Sant'Angelo.
Obbediva il presidio al generale Clement. Sommava il numero di duemila cinquecento soldati, ma disanimati per le sconfitte, e pel desiderio di tornarsene in Francia, parendo loro disperate le cose d'Italia, oltre a questo non era bene provvista la piazza di munizioni nè da bocca, nè da guerra, perchè e per l'ingordigie solite, e per l'angustia dei tempi non ne era stata mal sufficientemente empiuta. L'esercito stesso, quando guerreggiava nelle vicinanze, era stato obbligato, non avendo da pascersi altronde, a consumare una parte dei viveri d'assedio. Ciò non ostante Clement, non perdutosi d'animo, fece quello che per capitano valoroso si poteva, a fine di sturbare le opere del nemico, ora sortendo a combattere, ed ora fulminando con tutte le artiglierìe contro coloro, che si affaticavano alle trincee. Ma tanti erano i soldati dell'Austria, e tanti i paesani accorsi parte per amore, parte per forza, parte per speranza del guadagno, perchè Lichtenstein, spendendo anche del suo, usava molte larghezze: che in brevissimo tempo fu condotta a perfezione la prima parallella, e vi si piantarono diecinove batterìe pronte a bersagliare gli assediati. Tirarono con tanto impeto il due decembre, che i difensori furono obbligati ad abbandonare le opere esteriori, ritirandosi di tutto all'interno della piazza. Al tempo stesso arse una conserva di polvere con orribile fracasso, e schiantò fin dalle fondamenta un ridotto. Usarono gli assalitori la occasione, facendo la notte che seguì, un alloggiamento nelle ruine, ed attendendo a tirar avanti la seconda trincea di circonvallazione. Ma già un'altro magazzino scoppiava, le case vicine ardevano, il fuoco rapidamente distendendosi minacciava generale incendio. Nè vi era modo o volontà di spegnerlo, perchè i soldati stavano sulle mura a combattere, i cittadini spaventati non avevano più consiglio la tempesta mandala continuamente dal nemico accendeva l'intero: tanta era la quantità, che soprabbondevolmente gittava Lichtenstein di palle, di bombe, e di granate reali. Mandarono i Cuneesi pregando, che avesse compassione di loro, od almeno risparmiasse le case, posciachò eglino non combattevano. Rispose il Tedesco, non farsi alcun divario, quando si oppugnano piazze fra chi combatte, e fra chi non combatte: capitolasse il Francese: cesserebbe la tempesta.
Vedeva Clement la necessità della dedizione, perchè già la fortezza era straziata, la breccia si preparava, nissun soccorso gli appariva da nissuna parte, ed erano mancati tutti i fondamenti del difendersi. Chiese perciò i patti e gli ottenne. Fu stipulato ai cinque decembre, che la guernigione uscisse onorevolmente al modo di guerra, che deponesse le armi sullo spalto, che fosse condotta sotto scorta, come prigioniera, negli stati ereditarj, che si avesse cura degli ammalati e dei feriti: erano ottocento. Volle Clement provvedere ai Piemontesi, ed assicurar le loro condizioni con domandare, che non potessero esser ricerchi per opinioni, o fatti politici precedenti. Gli fu risposto, che si apparteneva allo stato, non ai soldati a giudicare. A questo modo fu domato per forza, in men che non fa dieci giorni, Cuneo, che aveva vinto la gara contro le forze di Francia nel 1691, e nel 1744. Dal quale accidente due conclusioni si possono dedurre, la prima che non vi è piazza, a cui con gli approcci si possano accostare gli oppugnatori, che possa resistere lungo tempo, se non è spalleggiata da un esercito alla campagna; la seconda, che Parte degli approcci, e delle artiglierie è divenuta tanto potente, che vi è adesso troppo enorme disproporzione tra i mezzi di oppugnazione, e quei di difesa.
La presa di Cuneo, e la stagione avversa ebbero posto fine alla guerra nella superiore Italia, e sgravarono gli eserciti confederati di molte fatiche. Tuttavia, sebbene il Piemonte fosse governato a nome dei re, in fatto egli era a divozione dell'Austria, la quale non volle mai consentire ch'ei vi tornasse, nè che il duca d'Aosta, che aveva voce d'intendersi di guerra, ed a cui i soldati Piemontesi portavano affezione, vi comparisse.
Intanto fu anno molto doloroso alla famiglia reale di Sardegna pei mali veri, e per le speranze vane: perchè morì a Cagliari l'unico figliuolo del duca d'Aosta, al quale, dopo la morte del padre, spettava la corona; passò anche da questa vita in Algheri di Sardegna il duca di Monferrato, fratello del re, giovane, siccome già abbiamo notato altrove, di ottima natura, e di costumi dolcissimi.
Fine del Volume IV.