LIBRO DECIMOSESTO (continued 2)
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Il piacer non dura nello scrivere le storie dei nostri tempi. Restava, che i due fiori d'Italia, dico Lucca e Toscana, si guastassero. Di Lucca dirò adesso, di Toscana più sotto. Entrava sul principiar dell'anno in Lucca accompagnato da quattrocento cavalli Serrurier, che tornava dalla Toscana: tosto si pubblicava le solite lusinghe dell'esser venuto non per distruggere il governo, ma per fare, che si portasse rispetto alle persone, alle proprietà, ed alla religione, come se queste cose non si rispettassero in Lucca, e bisogno avessero di soldati forestieri, perchè si rispettassero. Il fine primo, ma non primario, dell'invasione Lucchese era il pretesto di due milioni di franchi, che dai Lucchesi si richiedeva, pei servigi dell'esercito: poi si voleva venire alla mutazione del governo, benchè le parole suonassero in contrario; nè pareva, nè era cosa possibile, che in mezzo a tante romorose democrazìe una quieta aristocrazìa si conservasse. Già Lucca era serva, poichè l'antico governo stesso non poteva più pubblicare ordine alcuno, se non appruovato da Serrurier: quest'era il rispetto che si portava all'independenza. Miollis succedeva a Serrurier; poi i repubblicani vi s'ingrossavano. Infine, stimolata dalla presenza loro, verso la metà di gennajo tumultuando la parte democratica, condotta da un Cotenna, addomandava l'abolizione della nobiltà e l'instituzione dello stato popolare; non v'era modo di resistere per le insidie cittadine e forestiere.
Si restrinsero i nobili per consultare, piuttosto atterriti che deliberanti, e cedendo al tempo, stanziarono, che fosse abolita la nobiltà, che il popolo Lucchese riassumesse la sovranità, che dodici deputati si eleggessero per ordinare una constituzione democratica secondo il modello di quella, che reggeva Lucca prima della legge Martiniana. Furono eletti Giacomo Lucchesini, Paolo Garzoni, Cosimo Bernardini, Alessio Ottolini, Lelio Manzi, Vannucci, Pellegrino Frediani, Rustici, Pio Poggi, Paoli, Samminiati, Francesco Burlamacchi; la maggior parte nobili, che non erano alieni dal voler ritrarre lo stato ad una forma repubblicana più larga, ma conforme piuttosto agli ordini Lucchesi che ai Francesi. I democrati pazzi non vollero udire parole Italiche; però fecero accettare le forme Francesi. Nacquero adunque nella mutata Lucca, come in Francia, a Milano, a Genova, a Roma, i due consigli col direttorio. Incominciossi a dar mano a spogliar l'erario di denaro, le armerìe di armi, i granai di vettovaglie, in poco d'ora i frutti dell'antica e mirabile provvidenza Lucchese furono dissipati e guasti: le vettovaglie si mandarono in Corsica ad uso dei presidj, le artiglierìe, sopra tutt'altre bellissime, a far corpo con quelle dell'esercito Francese, massime ad assicurare il golfo della Spezia. Lucca serva principiò a parlare con lingua servile, e non so, se sappiano più di adulazione, o di sconcio di lingua Italiana gli atti del governo Lucchese di quei tempi. Quindi vi sorsero le parti, perchè chi voleva vivere Lucchese, e chi unito alla Cisalpina. Si arrosero le solite tribolazioni di dover vestire, pascere, alloggiare, pagare i soldati forestieri, che andavano, e venivano, o stanziavano, ora Liguri, ora Cisalpini, ora Francesi, con molte altre molestie, accompagnature insolenti del dominio militare. Brevemente la fiorita ed intemerata Lucca divenne sentina di mali, e ne fu desolata. Questo le fecero i repubblicani, prima per darla in preda a se stessi, poi per darla in preda ai re.
Instituitosi dal generale di Francia in Piemonte, dopo l'espulsione del re, un governo ch'io non so con qual nome chiamare, poichè nè monarcale nè aristocratico era, e manco ancora democratico, si conobbe tostamente, che le recenti mutazioni non erano a grado dei popoli. I soldati massimamente non vi si potevano accomodare, perchè ed erano avversi per le passate instigazioni ai soldati Francesi, e questi, in grado di vinti tenendogli, non gli trattavano di compagni. La qual cosa gli muoveva a sdegno grandissimo. Si aggiungevano le solite insolenze, che infiammavano a rabbia un popolo poco tollerante delle ingiurie. Vi era adunque in Piemonte quiete apparente, e sostanza minacciosa. Parve principalmente a tutti cosa enorme lo spoglio fatto, come già abbiam narrato, non da Piemontesi, del palazzo del re coll'averne rotto i suggelli. Venne il governo, per non aver potuto impedire un fatto sì grave, in voce di quello che era veramente, cioè di servo d'altri, e fu tolta fede alle sue parole. Il suo buon concetto diminuiva anche l'avere mandato in sul primo sorgere, i capi di famiglia della primaria nobiltà, come ostaggi, a Grenoble. Mandovvi fra gli altri Priocca, mandovvi quel Castellengo, vicario di polizia in Torino. Priocca se ne viveva molto modestamente nella capitale del Delfinato; Castellengo, per istinto, spiava ogni cosa, ed il bene ed il male, e più ancora il male che il bene, investigatore assiduo di mercati, di taverne, di bische e di ritrovi sì pubblici che privati; uomo veramente di abilità singolare nel conoscere gli uomini fu costui, ed i repubblicani ebbero torto a non vezzeggiarlo; ma essi erano meri partigiani, e dello stato non s'intendevano.
Grande scapito poi alla riputazione di chi reggeva aveva recato la faccenda dei biglietti di credito, perchè prima promise di non risecarne il valore, poi il risecava dei due terzi, il che fu grave ferita a coloro che gli possedevano. Bene, e necessario era il farlo; poichè il debito dello stato era tanto enorme, che lo spegnerlo, o diminuirlo in altro modo, si vedeva impossibile: ma quell'aver detto di non voler fare quello, che pochi giorni dopo fece, il rendè disprezzabile. Questi biglietti erano una perpetua molestia, perchè scapitando sempre del loro valore, anche ridotto, la fede dei contratti si contaminava, le casse dell'erario accettandogli al valor legale, ne venivano a scapitare della differenza. Per ajutarsi dei beni ecclesiastici a spegner questi biglietti, il governo gli vendeva, ma il mezzo non bastava per ritornare questa molesta carta all'intera riputazione, e sempre disavanzava. Non si omisero, ma indarno, vari altri rimedi: infine si voltarono, come lettere di cambio, ai ricchi, massime a quelli che si erano dimostrati più accesi in favore dell'antico stato, ed essi erano per legge obbligati ad obbedirgli con pagarne la valuta, e si compensassero coi beni della nazione. Riuscì di qualche efficacia il temperamento, ma sopravvennero nuove mutazioni, e non ebbe se non debole effetto. Sobbissava il Piemonte pei debiti, nè poteva bastar alle spese. S'aggiunse la voragine intollerabile dei soldi, del vestito, del cibo, delle stanze, dei passi pei soldati forestieri. Rovinava a precipizio lo stato: in tre mesi, sebbene si estremassero le spese pei servigi Piemontesi, si spesero tra in pecunia numerata ed in sostanze, meglio di trentaquattro milioni. A qual fine si andasse, nissuno il sapeva; il mancar di fede era inevitabile: si prevedeva, che altro fra breve non sarebbe rimasto ai Piemontesi, se non le terre, e queste ancora incolte; se non le case, e queste ancora guaste. La desolazione e la solitudine erano imminenti.
Quest'erano le finanze: lo stato politico non era migliore. Già abbiamo detto in parte ciò, che rendeva il governo poco accetto. Seguitava, che i municipali di Torino, imitando in questo quei di Parigi ai tempi della rivoluzione, l'emolavano, e traevano con se molto seguito. A questo erano stimolati da alcuni repubblicani Francesi in grado, i quali si lamentavano di non aver avuto dal governo Piemontese quelle ricompense, che credevano esser loro dovute; del che i loro aderenti del paese aspramente si dolevano, tacciando il governo d'ingratitudine.
I musei intanto, e le librerìe si spogliavano: rapivasi la tavola Isiaca, rapivansi i manoscritti di Pirro Ligorio, e quanto si credeva poter ornare il magnifico Parigi a detrimento della scaduta Torino. In mezzo a tutto questo mandava il governo l'avvocato Rocci, ed il conte Laville deputati a Parigi, perchè ringraziassero il direttorio della data libertà, il tenessero bene edificato, ed esplorassero qual fosse il suo pensiero intorno alle sorti future del Piemonte. S'appresentarono anche per mandato espresso al conte Balbo, perchè si era udito dei denari mandati dal re al suo ambasciadore, del conto del ricevuto denaro richiedendolo. Rispose, al re solo potere e volere render conto; nè volle riconoscere le mutazioni fatte in Piemonte. Fu l'intromessione del conte Balbo molto utile al re in Parigi, nè bisogna giudicare dell'operato dall'evento; perchè i tempi troppo furono contrari, e se corruppe alcuno con denari, il che non è da lodarsi, maggior biasimo meritano coloro, che si lasciarono corrompere. Non era alieno il conte dall'amare un reggimento più largo, ma più per ragione che per indole, perchè per questa amava piuttosto i reggimenti stretti: non credeva una moderata libertà biasimevole, ma detestava con tutti i buoni il modo, col quale in Francia si era voluto recare ad effetto. Del resto uomo d'ingegno non mediocre, letterato di valore, dotto anche in materie scientifiche, affezionato alle lettere Italiane, amico ai letterati, amatore del giusto, conoscitore della natura umana, erano in lui tutte le parti, che in chi s'ingerisce nello stato si richieggono, se non forse una grande pertinacia non le guastava, quando però non si voglia credere, ch'ella, come spesso la sperienza dimostra, sia anche una delle buone. Questa tenacità medesima usava nella comune vita, e perciò le sue affezioni, come le avversioni, fondate o no, erano indomabili.
Abolivansi i fedecommessi, abolivansi le primogeniture, facendo di ciò vivissime istanze i cadetti delle famiglie nobili, ma la esecuzione fu sospesa dal direttorio di Francia per opera del conte Morozzo, che si era condotto espressamente a Parigi. Abolivansi anche i titoli di nobiltà, e furono arsi pubblicamente sulla piazza del castello.
Intanto le sette, per l'incertezza delle sorti Piemontesi, si moltiplicavano, e s'inasprivano. Chi voleva esser Francese, chi Italiano, chi Piemontese. I primi argomentavano dalla servitù delle repubbliche Italiane, dalla potenza della Francia, dalla vicinità dei luoghi; i secondi dalla bellezza del nome Italiano, dalla lingua, e dai costumi; i terzi dall'antichità, e dalla fama dello stato Piemontese, dagli ordini suoi tanto diversi da quei di Francia e d'Italia, dal suo esercito tanto valoroso, che si conveniva conservare col proprio nome. Si viveva in queste incertezze, quando arrivava da Parigi l'avvocato Carlo Bossi, uno degli eletti al governo. Risplendeva in Bossi una natura molto nobile, benevola, amica all'umanità. Per questo gli piaceva la libertà, perchè gli pareva, che al ben essere dell'umanità conferisse. Ciò nondimeno per la qualità dell'animo amava egli piuttosto il tirato. Aveva a vile la loquacità, e le sfrenatezze dei democrati di quei tempi, perchè s'accorgeva, siccome quegli che nelle faccende di stato era di giudizio finissimo, e forse unico al mondo, ch'esse non potevano condurre a niun governo buono, e manco ancora al libero. Del resto, quantunque alcuni amatori di libertà l'avessero per sospetto, parendo loro ch'egli amasse piuttosto il comandare che l'obbedire, se si vuol fare stima di lui, come uomo privato, nissuno amico più tenero de' suoi amici, nissun uomo più retto, o più generoso di lui si potrebbe immaginare. Non dirò del suo ingegno piuttosto mirabile che raro, perchè è noto a tutta Italia, e gli scritti suoi ne faranno ai posteri perpetua testimonianza. Egli adunque avendo avuto l'intesa da Joubert, da Taleyrand e da Rewbell, uno dei quinqueviri, di ciò che il direttorio voleva fare del Piemonte, e parendogli che miglior consiglio fosse l'essere congiunto con chi comandava, che con chi obbediva, si era deliberato a proporre in cospetto del governo il partito dell'unione colla Francia. Seguì tosto l'effetto, perchè avendo favellato con singolare eloquenza, e confermato il suo favellare con raziocinj speciosissimi, perciocchè nell'una e nell'altra parte valeva moltissimo, vinse facilmente il partito, non avendovi nissuno contraddetto, perchè alcuni non vollero, altri non seppero, stantechè la proposta era inaspettata. Accettatosi dal governo il partito dell'unione, furono tentati al medesimo fine i municipali di Torino. Vi aderirono volentieri. La deliberazione della capitale fu di grandissima importanza, perchè essendo conforme a quella del governo, facilmente tirava con se tutto il paese. Si mandarono commissari nelle province a far gli squittini per l'unione. I popoli non l'intendevano, e certamente ripugnavano. Ma l'autorità del governo, e la presenza dei Francesi facevano chiarire i magistrati in favore. I più sospetti di avversione allo stato presente si scopersero i primi favorevolmente: vescovi, abbati, canonici, preti, frati sottoscrissero la maggior parte per il sì: parve partito vinto generalmente. Mandavansi a Parigi per portar i suffragi Bossi, Botton di Castellamonte, e Sartoris, uomini di celebrato valore, e di gran fama in Piemonte; ma vissuti discordi in Parigi, produssero discordia nella patria loro.
Questa risoluzione del governo, lo scemò di riputazione, perchè il popolo non amava l'imperio dei forestieri; gl'Italiani si adoperavano per farlo vieppiù odioso. Fantoni, poeta celebre, che all'alito delle rivoluzioni sempre si calava, udito di quel moto Piemontese, si era tosto condotto nel paese, e quivi faceva un dimenare incredibile contro il governo, e contro la sua risoluzione, qualificandola di tradimento contro l'Italia. Insomma tanto disse e tanto fece, che fu forza cacciarlo in cittadella. Certamente Fantoni amava molto l'Italia, ma egli era un cervello così fatto, che se fosse stato lasciato fare, il manco che le sarebbe accaduto, fora stato l'andar tutta sottosopra.
La risoluzione di volersi unire a Francia fu, non cagione, ma occasione di un moto più feroce e ridicolo, che nobile e pericoloso nella provincia d'Acqui. Vi si spargevano voci, non già per ispirito Italico, ma per avversione allo stato nuovo, che unirsi a Francia era un perdere la religione, che grandi eserciti marciavano a liberare l'Italia dai Francesi, che in ogni lido seguivano sbarchi di gente nemica a Francia. Rivalta, terra piena d'uomini armigeri, si levava a romore, cacciava il commissario; per poco stette, che non l'uccidesse. Strevi seguitava con maggior furore, ed atterrato l'albero della libertà, ed oltraggiati i municipali, mostrava desiderio di cose nuove. Il comandante d'Acqui, Plaizat, con cencinquanta cacciatori, soldati nuovi ed inesperti, vi andava per frenar quel tumulto, e vi restava ucciso; i soldati disordinati si ritiravano. Vi andava per calmarlo Della Torre, vescovo di Acqui; i paesani lo volevano ammazzare. La ritirata dei soldati Francesi diede animo a quelle popolazioni non consideratrici del pericolo, al quale si mettevano; un medico Porta le instigava, Vigone, Riccaldone Alice, Moirano aiutavano i tumultuosi: una moltitudine disordinata, ed armata in varie e stravaganti forme, s'impadroniva di Acqui e del suo castello; creava a voce di popolo, e fra uno schiamazzo incredibile un intendente, un comandante ed i magistrati municipali. Arrestava i giacobini, ma, ricevuto denaro, gli liberava. Le più strane cose si dicevano da quelle genti ignare ed infiammate. La conquista di tutto il Piemonte, e la cacciata dei francesi pareva loro il manco che potessero fare. Ed ecco, che si ode uno fra di loro più impazzato degli altri gridare, doversi conquistar Alessandria. Porta, aiutato da un Laneri scritturale, scriveva lettere circolari ai comuni, affinchè per raccor gente suonassero campana a martello; onde il sinistro suono si udiva tutto all'intorno. L'arciprete Bruno, che non voleva, che nella sua parrocchia di Montechiaro a tal estremo si venisse, fu barbaramente ucciso da' suoi parrocchiani. Partiva quell'informe ammasso di gente male armata, e peggio disciplinata per all'impresa d'Alessandria. Strada facendo sollevava a romore i comuni; quei, che non si volevano levare, saccheggiava. Nizza della Paglia resistè, come terra più grossa, e non gli lasciava entrare. Comparivano otto in dieci mila sollevati sotto le mura d'Alessandria; il medico Porta precedeva senz'armi in atto di voler venire a parlamento, sperando che si facesse dentro dal popolo qualche movimento in suo favore. Ma il comandante della piazza, che aveva a tempo avuto notizia del fatto, a ciò esortato dal marchese Colli Alessandrino, capitano di molto valore, mandava fuori quaranta soldati Piemontesi, che primieramente arrestarono Porta; poi con le sciabole tirando di piatto e di taglio, ma più di piatto che di taglio, dissiparono fra breve tutta quella imbelle moltitudine, non assueta alle ordinanze, nè stabile in campagna. Intanto, mentre già l'impresa era perduta, si spargevano liete novelle fra i sollevati in Acqui: che Alessandria fosse presa, la cittadella conquistata, che tutto l'Alessandrino, che tutto il Tortonese in favor loro si muovevano. Suonavano le campane a festa, cantavano l'inno delle grazie: gridavano, viva Acqui, viva Strevi, viva la nostra faccia, e qualche volta, viva il re. Già pareva loro, che il mondo non gli potesse più capire, e si promettevano la mutazione di ogni cosa. Credutisi sicuri mettevano a ruba le case dei gallizzanti, o stimati tali, sotto pretesto di cercar armi nascoste. In questo mezzo, e quando più si persuadevano di essere in possessione della vittoria, un rumor cupo, poscia voci più aperte incominciavano a torre al falso l'apparenza del vero, ed al vero l'apparenza del falso. Chi lo disse il primo, fu messo per la peggiore. In fine, romoreggiando già le armi Francesi e Piemontesi da vicino, la verità si apriva l'adito: allora prevalendo nei sollevati il timore al furore, e vedutosi da loro, che quello non era tempo da aspettare, si sbandarono, non senza però aver dato una seconda mano di sacco alle case dei benestanti, massime degli ebrei. Arrivavano i soldati della repubblica, prima condotti da un Flavigny, comandante d'Asti; poi in numero più grosso da Grouchy. Flavigny incese Strevi; Grouchy accompagnato dall'avvocato Colla, commissario del governo, pose a taglia Acqui; arrestò gl'intinti ed i sospetti: ma non fe' sangue. Porta fu fatto morire col supplizio soldatesco in Alessandria. Mostrossi Grouchy continente; Colla ed Avogadro, cui il governo aveva dato carico di assestar le cose disordinate dalla sollevazione, continentissimi. Flavigny non ebbe risguardo, che Acqui già fosse stato saccheggiato dai sollevati: il suo nome sarà perpetuamente udito con isdegno in quella travagliata città. Così finì la informe abbaruffata degli alti Monferrini; dopo il fatto, tutti dicevano, non esservisi trovati.
Avuto il suffragio dell'unione, e conoscendo il direttorio di Francia, che il governo del Piemonte, per aver perduto la riputazione, gli era divenuto uno stromento inutile, vi mandava Musset con qualità di commissario politico e civile, affinchè ordinasse il paese alla foggia Francese. Arrivato, tutte le ambizioni e di nobili e di plebei si voltavano a lui, ed ei si serviva dei gallizzanti, temeva degl'Italici. Fece i soliti spartimenti del territorio, creò i tribunali, i magistrati distrettuali e municipali, secondo gli ordini usati in Francia. Per riordinar le finanze tanto peggiorate chiamava a se Prina, che molto, ed anche troppo se ne intendeva. S'ingegnava di sopire le passioni accese, perchè era uomo buono, ma l'incendio era troppo grave; già nuovi nembi, che s'ingrossavano verso settentrione, dando nuovi timori, e svegliando nuove speranze, infiammavano viemmaggiormente le passioni già tanto accese.
Così come abbiam raccontato, eran condizionati Napoli e Piemonte. Genova e Milano meglio si mantenevano per aver governi più ordinati, ma più la prima che il secondo, perchè l'amor dell'adulazione verso i forestieri vi era minore. Roma era straziata continuamente da uomini avari, e da importune mutazioni in chi governava. Dappertutto erano, per imprudenza, apparecchiate le occasioni alla tempesta che già si avvicinava ai confini d'Italia.
Le arti, le instigazioni e le offerte dell'Inghilterra, delle quali abbiamo parlato in uno dei precedenti libri, partorivano gli effetti che da loro si erano aspettati, e già tutta Europa novellamente si muoveva a' danni della Francia, e dei nuovi stati ch'ella aveva creato. Aveva l'Austria mandato un forte esercito in Italia, alloggiandolo sulle sponde dell'Adige e della Brenta. Al tempo stesso, maneggiandosi nascostamente, aveva operato che la parte, che nei Grigioni inclinava a suo favore, la chiamasse sotto colore di preservar il paese dall'invasione dei Francesi. Vi aveva pertanto mandato nuovi battaglioni per occupar quelle montagne, per modo che le sue prime guardie si estendevano, da una parte sino ai confini della Svizzera, dall'altra sino a quei della Valtellina. Aveva dato motivo a questa deliberazione dell'imperatore e dei Grigioni l'occupazione fatta dai Francesi della Svizzera, dalla quale potevano facilmente, ove le ostilità si rinnovassero, correre contro il Tirolo, e gli stati ereditari da una parte, contro lo stato Veneto dall'altra. Possente freno a questo disegno pareva che fosse, ed era veramente il paese dei Grigioni, posto, come cittadella naturale, incontro agli Svizzeri, ed a difesa del Tirolo, e che accenna ugualmente in Italia. Omessi i generali vinti, commetteva l'imperatore Francesco il governo militare a pruovati capitani, a Bellegarde nei Grigioni, a Melas in Italia: era con lui Kray, guerriero che si era acquistato buon nome nelle guerre Germaniche, e molto amato dai soldati. In tale guisa l'Austria si preparava alla guerra. Ma il fondamento principale di tutta l'impresa erano i soldati di Paolo imperatore, che, già lasciate le fredde rive del Volga e del Tanai, marciavano alla volta della Germania, ed erano destinati a fare cogli Austriaci uno sforzo contro l'Italia. Conduceva questi soldati tanto strani il maresciallo Suwarow, capitano uso per l'incredibile suo ardimento a rompere piuttosto che a schivare gli ostacoli di guerra. A tutta questa mole, già di per se stessa tanto grave, si aggiungevano le forze marittime dell'Inghilterra, della Russia e della Turchìa, le quali l'Adriatico dominando, ed il Mediterraneo correndo, potevano effettuare sulle coste d'Italia subiti trasporti, e sbarchi, abili a disordinare i disegni dei capitani della repubblica. Nè, come abbiam veduto, era l'Italia sana rispetto ai Francesi, perchè infiniti sdegni vi erano raccolti sì per la contrarietà delle opinioni attinenti allo stato, od alla religione, e sì per le offese recate dal nuovo dominio.
Dall'altro lato era intento del direttorio di far la guerra con tre eserciti, dei quali il primo condotto da Jourdan avesse carico, varcato il Reno, di assaltare la Baviera, che si era accostata alla lega, il secondo governato da Massena negli Svizzeri facesse opera di cacciare gli Austriaci dai Grigioni, d'invadere il Tirolo, e camminando avanti, di dar la mano a Jourdan dall'una parte, dall'altra a Scherer in Italia. Era stato preposto alle genti Italiche il generale Scherer, vincitore di Loano. Questo terzo esercito, spingendosi anch'esso avanti, doveva, passate le Alpi Giulie e Noriche, congiungersi coi due precedenti per conquistare gli stati ereditari, e Vienna capitale. Aveva con se congiunti i Piemontesi ed i Cisalpini. Joubert, che era per lo innanzi generalissimo, e molto capace per l'ingegno, l'ardire, e l'esperienza, di governar questa guerra, amico a Championnet, e, come egli, nemico dei depredatori, scontento a non potergli frenare, aveva chiesto licenza. Il direttorio, che riteneva in tutte le cose le solite sospizioni, temendo di lui, e non ancora ben riavuto dalle buonapartiane apprensioni, molto volentieri gliel'aveva conceduta. La licenza di Joubert fe' cader l'animo agl'Italiani amatori degli stati nuovi, perchè si riposavano con intiera fede nel valore, nell'ingegno, e nell'integrità sua, e più ancora l'amavano, perchè il conoscevano amico all'Italia. Compariva Scherer, non senza Parigino fasto; il che rendeva più notabile la semplicità del vivere di Joubert, e lo squallore dei soldati. Ciò fece anche sospettare, che le opere del peculato avessero peggio che prima, a ricominciare; ognuno stava di mala voglia.
Non ostante le ostili dimostrazioni, la guerra non era ancor rotta fra le due parti, perchè il direttorio prima di risentirsi dell'avvicinarsi dei Russi aspettava che la fortezza di Erebrestein venisse in poter suo. L'Austria stava attendendo, per non trovarsi a combatter sola, mentre poteva combattere accompagnata, che le genti Russe alle sue si congiungessero. Finalmente dopo un lungo assedio, astretto dalla fame, Erebrestein si dava ai repubblicani. Insorse incontanente il direttorio, e mandò dicendo all'imperator d'Alemagna, che se i Russi non fermassero i passi contro Francia, e dagli stati imperiali non retrocedessero, l'avrebbe per segno di guerra: la corte imperiale diè risposte ambigue, e si temporeggiava per dar comodità ai soldati di Paolo di arrivare. Conobbe l'arte il direttorio, e però si determinava del tutto alla guerra, volendo prevenire quello, che l'Austria aspettava. Per la qual cosa Scherer altro non attendeva per dar principio alle ostilità, che l'udire, che Jourdan e Massena avessero fatto il debito loro sul dorso Germanico delle Alpi. Sentite le novelle del passo effettuato sul Reno dal primo, e dello aver combattuto il secondo prosperamente, non senza però sanguinosissime battaglie, nei Grigioni, sperando che Dessoles e Lecourbe con un corpo di repubblicani scendendo dalla Svizzera il seconderebbero di verso la Valtellina, si risolveva a non più porre tempo in mezzo per assaltar il nemico. Erano i due nemici schierati nella seguente guisa: aveva il generalissimo di Francia il suo alloggiamento principale in Mantova, dove aveva adunato gran copia di munizioni sì da guerra, che da bocca. Assicuravano la sua ala sinistra la fortezza di Peschiera, e la destra la città ed il castello di Ferrara. Erano con lui circa cinquanta mila combattenti, fra i quali i reggimenti Cisalpini e Piemontesi. Oltre a questo altre genti Francesi ed alleate occupavano, e guarentivano i passi situati alle spalle tra il Mincio e le Alpi.
Gli Alemanni si erano distesi ad alloggiare in linea parallella all'Adige dalle frontiere del Tirolo Italiano insino a Rovigo; trenta mila combattenti lungo l'Adige, altrettanti sulle sponde della Brenta. Sulla sinistra procurava loro sicurtà la fortezza di Legnago, sul mezzo la città di Verona con tutti i suoi forti: i villaggi di Santa Lucìa e di San Massimo, come antemurali di Verona, erano muniti di trincee e di presidj gagliardi. Quanto alla dritta, che portava maggior pericolo, perchè non vi era fortezza artefatta, e nella sua difesa consisteva l'esito felice di quella guerra, che già manifestamente incominciava ad apparire, conciossiachè, perduti quei luoghi, i Francesi si sarebbero introdotti fra gli stati ereditari e lo stato Veneto, l'aveva Kray fortificata con molte trincee provviste d'artiglierìe nel luogo di Pastrengo presso a Bussolengo. Avevano anche gli Austriaci posto, per facilitare i transiti, e munito quattro ponti sull'Adige, a Parona, a Pescantina, a Pastrengo, ed a Polo. Corpi assai grossi, e distribuiti nei loro alloggiamenti per modo che l'uno potesse facilmente accorrere a soccorrer l'altro, guernivano tutti questi luoghi, uno ad Arquà, terra celebre per esser quivi morto il Petrarca, un altro a Bevilacqua, cinque miglia sopra Legnago, un terzo tra Conselve ed Este, un quarto finalmente a Bussolengo.
Credeva il direttorio, avvicinandosi la guerra contro l'Austria, non si poter fidare del gran duca Ferdinando di Toscana, e perciò si era risoluto a cacciarlo da' suoi stati. A questo fine, toccato prima, che avesse dato asilo al papa, e passo ai Napolitani, ed affermato che s'intendesse segretamente coi confederati a' danni della repubblica, Scherer ordinava, che il dominio di Francia s'introducesse in Toscana. Così il direttorio stringeva nelle sue mani tutta l'Italia a quel momento stesso, in cui era vicino a perderla tutta. Partitosi inaspettatamente il generale Gaultier da Bologna, dove aveva le sue stanze, entrava nella felice Toscana, e il dì venticinque di marzo, conducendo con se un grosso corpo di cavallerìa con qualche nervo di fanterìa, e col solito corredo di artiglierìe e di salmerìe, faceva, qual trionfatore, il suo ingresso armato per la porta di San Gallo nella pacifica città di Firenze. Così la sede di civiltà venne occupata da insolite e forestiere soldatesche. I trionfatori disarmavano i soldati Toscani, s'impadronivano delle fortezze, del corpo di guardia del palazzo vecchio, e delle porte. Al tempo medesimo Miollis, assaltata ed occupata Pisa, se ne andava a Livorno, e quivi, disarmate le truppe del gran duca, poneva presidio nei forti, guardie sul porto, mano sui magazzini Inglesi e Napolitani. Un Reinhard, commissario del direttorio, recava in sua potestà la somma delle cose, ed ordinava che i magistrati continuassero a fare gli uffizi in nome della repubblica Francese. Disfatto dai repubblicani il governo Toscano, partiva per Vienna con tutta la sua famiglia il gran duca, e gli fu dato facoltà dagli occupatori del suo stato di portar con se parte del mobile del palazzo Pitti, e alcuni capi di pittura e di scoltura notabili. Il caso strano mosse, non tutti, ma parte dei Toscani: piantarono i soliti alberi sulle piazze, fecero discorsi, gridarono libertà. Pure non si fecero tanti schiamazzi, come altrove.
Il dominio dei Francesi in Toscana cominciò da opere spietate. Gli esuli Francesi, o preti o laici che fossero, che sotto il placido dominio di Ferdinando si erano ricoverati, furonne senza remissione cacciati. Restava papa Pio, che vecchio, infermo, ed oramai vicino all'ultimo termine della vita se ne stava assai riposatamente nella Certosa di Firenze. Quest'ultima quiete gli turbarono i repubblicani, sforzandolo a partire alla volta di Parma, poi fin oltre in Francia al tempo stesso della partenza di Ferdinando. Tanto era il timore, che avevano di un'opinione! Partiva il canuto e cadente pontefice, poco conscio di se per l'infermità e per la disgrazia, molto salutato dalle pietose e meste popolazioni. Strada facendo era chiuso nelle fortezze, poi venne serrato in Brianzone, finalmente trasportato in Valenza di Delfinato: quivi concluse nell'esilio una vita, che con tanto apparato di maestà e di potenza aveva incominciato. L'accompagnò sempre lo Spina, che fu poi cardinale, dolce e pietoso officio. Da questo esempio imparino i popoli, quanto siano flusse, e labili queste umane sorti, e che se la libertà può nascere qualche volta dalle guerre, non può mai dal disprezzo delle cose tenute rispettabili per lunga età da popoli intieri.
Ad uno spettacolo compassionevole succedeva uno spettacolo orrendo. I Francesi partiti in tre schiere affrontavano valorosamente il dì ventisei di marzo i Tedeschi sulle sponde dell'Adige. Montrichard con la destra faceva forza d'impadronirsi di Legnago; Victor e Hatry con la mezzana, assaltate le terre di Santa Lucìa e di San Massimo, difese esteriori di Verona, si sforzavano di aprirsi il passo a questa città; Moreau finalmente, con cui militavano Delmas, Grenier e Serrurier, aveva carico di vincere, e questo era il principale sforzo, Pastrengo, e Bussolengo, di passar l'Adige, e di riuscire minaccioso sul fianco di Verona, e degl'imperiali. Ad un punto prese tutte le tre schiere andavano alla fazione loro, e già la battaglia ardeva con molta uccisione per ambe le parti da Legnago fin oltre Bussolengo. Al primo romore delle armi era corso il presidio di Legnago governato dal colonnello Skal ad occupar le mura e la strada coperta; le guardie esteriori già si urtavano coi Francesi, ai quali davano favore i fossi, le siepi, e gli alberi che ingombravano il terreno. Si combatteva con grandissimo valore dai Francesi e dai Tedeschi sotto le mura di Legnago, presso Anghiari, ed a San Pietro per alla strada di Mantova. Combatterono i repubblicani felicemente a San Pietro, infelicemente ad Anghiari, con fortuna pari a Legnago; ma la fortezza del luogo sosteneva gli avversarj. Kray, che si era alloggiato con una grossa banda a Bevilacqua, come prima ebbe udito il pericolo, spediva il tenente maresciallo Froelich per soccorrerlo. Urtarono queste genti fresche i Francesi in parecchj luoghi, ma principalmente a San Pietro, dove erano più forti e già vittoriosi, e superata finalmente la forte ed ostinata resistenza loro, gli costrinsero a piegare, ed a ritirarsi oltre Anghiari e Cerea verso il Tartaro. Vinto Montrichard a Legnago con perdita di circa due mila soldati, gli Alemanni si mettevano in punto di perseguitarlo. Ma sopraggiungevano a Kray le novelle, che Victor e Hatry, battute aspramente le terre di Santa Lucia e di San Massimo, si erano impadroniti della prima, e si sforzavano di occupare fermamente la seconda, dalla quale, entrati a viva forza già sette volte, altrettante erano stati risospinti. Restarono feriti in questa ostinata mischia i due generali Austriaci Liptay e Minkwitz. Soprantendeva alla difesa di questi luoghi, e di Verona stessa il tenente maresciallo Keim, buono e valoroso soldato. Così in questa parte stava la battaglia in pendente per l'acquisto di Santa Lucìa dall'un de' lati, e per la conservazione di San Massimo dall'altro. Tuttavia vi si continuava a combattere: un terrore profondo occupava Verona, non sapendo i Veronesi qual fine fosse per avere quel lungo ed aspro combattimento, e molto temendo dei Francesi per le ingiurie antiche e nuove. A questo stato dubbio sotto le mura di Verona s'aggiunse la rotta toccata dalle genti Alemanne sull'ala loro destra, governata dai generali Gottesheim ed Esnitz; il che fece fare nuovi pensieri a Kray, distogliendolo del tutto dal seguitare i repubblicani oltre l'Adige verso Mantova. Era, come abbiam detto, il sito di Pastrengo e Bussolengo munitissimo per molte fortificazioni, che consistevano in ventidue ridotti, in frecce, trincee di campagna, e teste di ponti. Urtarono i Francesi condotti da Delmas e da Grenier, con tanto impeto tutte queste opere, che sebbene gli Austriaci vi si difendessero virilmente, le sforzarono. Il caso fu tanto subito, che questi ultimi non poterono rompere i ponti di Pastrengo e di Polo, per modo che i repubblicani acquistarono facoltà di passar l'Adige, e di correre per la sinistra sua sponda contro Verona, e quella parte degl'imperiali, che aveva le stanze sulla strada verso Vicenza. Al tempo stesso in cui Delmas e Grenier vincevano a Bussolengo, Serrurier più oltre, e più su distendendosi a stanca, aveva cacciato i Tedeschi dai monti di Lazise, in ciò ajutato efficacemente dal capitano di fregata Sibilla, e dal luogotenente Pons colle navi sottili, con le quali custodivano il lago di Garda. Perdettero gli Austriaci in questi fatti cinquemila soldati tra morti e feriti, con mille prigionieri, e sette cannoni. Mentre si combatteva sull'Adige, i Francesi assaltavano Wukassowich sulle frontiere del Tirolo sopra il lago di Garda. Già si erano fatti signori di Lodrone, ed avevano guadagnato molto spazio oltre i laghi d'Iseo e d'Idro. Ma infine vennero in ogni parte respinti, perchè Wukassowich era uomo di valore, conosceva i luoghi, ed in quella proporzione più forza acquistava, che più negli stati ereditarj s'internava. Non così tosto ebbe Kray inteso la rotta della sua ala destra, che, lasciato un presidio sufficiente in Legnago, s'incamminava a presti passi, malgrado della stanchezza de' suoi soldati, a Verona, per preservarla dal gravissimo pericolo che le sovrastava. Vi arrivava il venzette e ventotto, e l'assicurava. Nè contento a questo, mandava Froelich più oltre in ajuto dell'ala sua destra, che pericolava a cagione del passo acquistato dai Francesi sull'Adige. Ma Scherer, forse intimorito per le rotte di Legnago e di Lodrone, se ne ristette, e non fece più alcun movimento d'importanza per usare la vittoria di Bussolengo. I due eserciti stanchi dal lungo combattere, pieni di morti e di feriti, convennero di sospendere le offese un giorno per dar sepoltura ai primi, e cura ai secondi. Continuavano i Francesi in possessione della sinistra riva dell'Adige, ed era forza, o che i Tedeschi ne gli cacciassero, o ch'essi cacciassero i Tedeschi di Verona. Se cadeva Verona, era vinta la guerra pei primi, e Suwarow avrebbe potuto arrivare senza frutto. Se i Francesi erano cacciati dalla riva sinistra, era vinta la guerra per gli Austriaci. Sovrastava adunque agli uni ed agli altri la necessità del combattere, ma più ai repubblicani che ai loro avversarj, perchè se gl'imperiali reggevano contro l'impeto loro insino al giungere dei Russi, ogni probabilità persuadeva, che l'aggiunta di una forza tanto potente renderebbe preponderanti le partite in favor dei confederati.
Adunque alle dieci della mattina del trenta marzo, i Francesi condotti da Serrurier, passato sugli acquistati ponti il fiume in grosso numero, assaltarono Esnitz e Gottesheim, ai quali già si era congiunto con genti fresche Froelich. Un'altra parte di repubblicani condotta da Victor si innoltrava verso i luoghi superiori della valle, ed in Montebaldo verso la Chiusa e Rivole, coll'intento di occupare i monti ai quali si appoggiavano i Tedeschi, e di guadagnare la strada di Vicenza. Avevano i Francesi del Serrurier, assaltando con un impeto grandissimo, guadagnato molto campo, e già insistevano sopra Parona, luogo distante ad un miglio e mezzo da Verona. In questo pericoloso momento, Kray mandava fuori ottomila soldati, e partitigli in tre colonne, gli sospingeva ad urtare i Francesi. La prima gli assaliva dalla parte di Parona, la seconda per la strada del Tirolo verso Rivole, la terza lungo le montagne di Mantico. Ne sorse un combattimento molto fiero, in fin del quale prevalsero gli Austriaci, ed i Francesi pensarono al ritirarsi, non senza qualche dissoluzione nelle ordinanze. In questo fatto per frenare l'impeto del vincitore, e dar campo ai vinti di ritirarsi, prestò opera egregia la cavallerìa Piemontese. Restava che si potesse ripassare a salvamento il fiume; una parte passò; ma Kray, avendo occupato i ponti con la cavallerìa, e rottogli per mezzo dei granatieri di Korber, Fiquelmont e Weber, tagliò la strada ai superstiti, che, deposte le armi, vennero in suo potere. Quasi tutta la parte che era salita ai monti, fu in questa guisa superata e presa. Noverarono i Francesi mille soldati tra morti e feriti: dodici centinaja venuti sani in poter delle genti imperiali ornarono il trionfo di Kray. Non conquistarono i Tedeschi alcuna artiglierìa, perchè un solo pezzo aveva con se condotto Serrurier. Perdettero gli Austriaci poca gente, sì per le buone mosse ordinate dal generale loro, e sì per l'ardore inestimabile, col quale andarono all'assalto, e che sopraffece in breve tempo il nemico.
Dalle raccontate fazioni si vede, che Scherer aveva con arte lodevole ordinato la battaglia di Verona, ma che fece errore nel non seguitare subitamente l'aura favorevole della fortuna sull'ala sinistra, che era nel primo fatto rimasta vittoriosa; poichè se il giorno medesimo della battaglia, cioè il ventisei, od almeno il ventisette avesse fatto passar il fiume a tutta l'ala medesima, e l'avesse spinta gagliardamente contro il fianco di Verona, se ogni probabilità non inganna, avrebbe rotto Keim, che solo si sarebbe trovato a combattere, ed acquistato la città, innanzi che Kray arrivasse in ajuto con le genti vincitrici di Legnago. Ognuno vede, quali effetti avrebbe partoriti la presa di una città così nobile, e di sito tanto importante, con la sconfitta di due ali degl'imperiali. Non errò dunque Scherer per difetto di arte, ma bensì per mancanza d'ardire tanto più da condannarsi, quanto più quello fu il solo adito, che la fortuna in tutta questa guerra gli abbia aperto alla vittoria. Narrasi, che Moreau lo confortasse al raccontato partito, ma che non vi si volle risolvere.
Risultava dalle due battaglie di Verona, che gli Austriaci passavano l'Adige a portar guerra sulla sua destra sponda. Dal canto suo Scherer si era accampato dietro il Tartaro, tra Villafranca e l'Isola della Scala, attendendo a fortificarsi ed a riordinare i suoi: aveva fermato il suo campo principale a Magnano. Ma le sue condizioni divenivano ogni ora peggiori; perchè il nemico incominciava a romoreggiarli sui fianchi ed alle spalle con truppe armate alla leggiera. Wukassowich, sceso dal Tirolo tra il lago di Garda e l'Iseo, minacciava Brescia, oltrechè il colonnello San Giuliano mandato da Wukassowich aveva spazzato tutto il campo tra la destra dell'Adige ed il lago di Garda, per modo che il navilio, che i Francesi avevano sul lago, era stato costretto a cercar ricovero sotto le mura di Peschiera. Da un'altra parte Klenau, partitosi dall'ala sinistra Austriaca con soldati corridori, era comparso sul Po, aveva messo a romore le due sponde, precipitato in fondo le navi Francesi, e costretto i repubblicani a rifuggirsi o in Ferrara, o in Ostiglia. Si trovava adunque il generalissimo di Francia in grave pericolo, ed aveva tanto più forte cagione di temere, quanto il suo esercito scemato per le perdite fatte nelle giornate precedenti, era divenuto di numero inferiore a quello d'Austria. Oltre a tutto questo non isfuggiva a Scherer, che a Suwarow, ritardato solamente dalle piogge insolite, che avevano fatto gonfiare oltre modo i fiumi ed i torrenti, si accostava: il che avrebbe del tutto fatto prevalere il nemico se prima dell'arrivare del Russo non ristorava la fortuna cadente. Ricordavasi delle antiche vittorie, considerava esser quei medesimi Francesi, vincitori di tante guerre, avvertiva, quelle terre medesime, sulle quali insisteva essere state poco tempo innanzi testimonio di tante e sì gloriose loro fazioni. Mosso da tutto questo, nè mancando anche d'animo per se medesimo, si risolveva a cimentarsi di nuovo col nemico, sperando che Magnano avrebbe restituito le cose perdute a Verona. Dall'altro lato il generale Austriaco, non fuggendo il tentar la fortuna da se solo, agognava ancor esso la battaglia, perchè non voleva dar tempo al nemico di riordinarsi, e riaversi dall'impressione delle rotte precedenti, nè lasciar raffreddare l'impeto de' suoi tanto più imbaldanziti dalle vittorie recenti, quanto più le avevano acquistate, mentre era ancor fresca la memoria di tante loro sconfitte. Forse ancora Kray nel più interno del suo animo desiderava una nuova battaglia per operare, che per suo mezzo la guerra fosse del tutto vinta innanzi che arrivassero il generalissimo Melas, ed il forte maresciallo di Paolo. Se tale fu il suo pensiero, come è da credersi, e' bisognerà confessare, ch'egli avesse una gran fede in se medesimo, e nissun dubbio della vittoria; perchè se perdeva coi possenti ajuti tanto vicini, avrebbe meritamente incorso molta riprensione per aversi commesso colle sole armi Austriache alla fortuna. Ivano all'affronto i due nemici divisi in tre schiere, il dì cinque aprile. La destra dei repubblicani guidata da Victor e Grenier marciava all'assalto di San Giacomo: la mezzana governata da Montrichard e Hatry, sotto guida suprema di Moreau, doveva sloggiare l'inimico da' suoi posti tra Villafranca e Verona. La sinistra sotto la condotta di Serrurier aveva il mandato d'impadronirsi di Villafranca e di andarsi approssimando all'Adige. Delmas, soldato animoso, e molto arrischiato, accennava con un po' di antiguardo a Dossobono per fare spalla alla mezzana. Il generale Austriaco col fine di superare il campo di Magnano, e di cacciare i Francesi oltre il Tartaro ed il Mincio, aveva ordinato i suoi per modo che il generale Zopf guidasse la destra, Keim la mezzana, ed il generale Mercatin la sinistra: un antiguardo condotto da Hohenzollern assicurava Zopf, ed un grosso retroguardo di tredici battaglioni sotto guida di Lusignano, non obbligandosi a luogo alcuno, era presto per accorrere ai casi improvvisi, e soccorrere quella parte che inclinasse. Al tempo stesso Kray aveva comandato al presidio di Legnago, che uscisse a percuotere nel fianco destro del nemico, ed a Klenau, che turbasse viemaggiormente le rive del Po. Sorgeva una fierissima battaglia; benchè i Francesi fossero inferiori di numero guadagnavano nondimeno, valorosissimamente combattendo, del campo, e facevano piegar l'inimico. Si vedeva in tutto questo ed il valore solito dei soldati repubblicani, e la perizia dei loro capitani. Serrurier, risospinto prima ferocemente da Villafranca, fatto un nuovo sforzo, e riordinati i suoi, se ne impadroniva. Delmas si spingeva ancor esso avanti; Moreau il seguitava con eguale prudenza e valore. Victor e Grenier sforzavano San Giacomo, e vi si alloggiavano.
Volle Kray rompere Moreau con aver fatto girar un grosso corpo a fine di attaccar il Francese alle spalle, ed al tempo medesimo urtava impetuosamente Delmas. Questa mossa ottimamente pensata poteva trarre a duro partito Moreau, s'ei non fosse stato quell'esperto capitano ch'egli era. Ma risolutosi incontanente su quanto gli restava a fare in sì pericoloso accidente, invece di camminare dirittamente, si voltava con grandissima audacia a destra, ed assaltava sul destro fianco coloro, che disegnavano di assaltarlo alle spalle. Per questa tanto bene ordinata mossa gli Austriaci furono rotti, e fugati verso Verona, a cui si accostavano Delmas e Moreau con le altre due schiere compagne: già il terrore assaliva la città. Pareva in questo punto disperata la battaglia pei Tedeschi: ma Kray ordinava a nove battaglioni del retroguardo, che si spingessero avanti, condotti dal generale Lattermann, ed urtassero il nemico, tre da fronte a sinistra, cinque di fianco. Fu questo urto dato con tanto ordine ed impeto, che i Francesi, svelta per forza la vittoria dalle loro mani, se ne andarono rotti in fuga. Così chi aveva vinto con sommo valore, era stato vinto con pari valore. A questo decisivo passo ordinarono Scherer e Moreau un po' di retroguardo, che loro restava, quest'era l'ultima posta, e mandatolo contro il nemico insultante, non solamente ristoravano la fortuna della battaglia, ma ancora rompevano del tutto la mezzana schiera degl'imperali, e fugavano Keim fin quasi sotto alle mura di Verona. Restava un ultimo rimedio a Kray; quest'erano i restanti battaglioni del retroguardo. Se essi fallivano, la fortuna Austriaca era vinta, ed i trionfi dei Francesi ricominciavano su quelle terre già tanto famose per le segnalate fatiche loro. Serraronsi i freschi battaglioni Alemanni, adoperandosi virilmente Lusignano sui Francesi con un incredibile furore. Non piegarono i repubblicani, ma s'arrestarono: nasceva un urtare, un riurtare tale, che pareva che più che uomini tra di loro combattessero. Stette lungo spazio dubbia la vittoria, e già, checchè la fortuna apparecchiasse ad una delle parti, era per ambedue salvo l'onore. Finalmente la tenacità Tedesca prevaleva all'impeto Francese; i repubblicani furono piuttosto che cacciati, svelti dal campo di battaglia. Rotto l'argine, precipitaronsi impetuosamente contro i vinti i vincitori, e ne fecero una strage grandissima. La schiera di Serrurier, che si era conservata intiera, e tuttavia teneva Villafranca, fu costretta a mostrar le spalle al nemico, non senza scompiglio nelle ordinanze, pel caso improvviso, lasciando il fardaggio, le artiglierìe, ed i feriti in poter del vincitore. Non fu fatto fine al perseguitare, se non quando sopraggiunse la notte. Perdettero i repubblicani più di quattromila soldati tra morti e feriti, con tremila prigionieri: rimasero in preda al vincitore diciasette pezzi d'artiglierìa, con salmerìe, munizioni e bagaglie in quantità. Noveraronsi fra i feriti Beaumont, Dalesme, Pigeon e Delmas. Nè fu la vittoria senza sangue per gl'imperiali, perchè desiderarono circa tremila soldati tra uccisi e feriti. Quasi un ugual numero erano venuti come prigionieri in mano dei Francesi, ma la più parte furono riscattati durante la rotta. Mercantin, capitano in molta stima presso gli Austriaci sì pel suo valore, come per la dolcezza della sua natura, fu tra gli uccisi. Morirono altri uffiziali di grado e di nome, fra i quali il maggiore Voggiasi, che avendo combattuto valorosamente nel precedente fatto di Legnago, si era meritato la croce di Maria Teresa. Durò la battaglia dalle ore sei della mattina sino alle sei della sera. Il valore vi fu uguale da ambe le parti, la vittoria utilissima alle armi imperiali. Spianò Kray col suo valore la strada alle vittorie di Melas e di Suwarow.
Scherer, scemato il numero de' suoi, e scemato altresì l'animo loro per le sconfitte, dopo di aver fatto alcune dimostrazioni, come se volesse fermarsi sul Mincio, si deliberava a ritirarsi sulla sponda destra dell'Adda, per ivi fare opera, se ancora possibil fosse, di arrestar l'inimico, e difendere la capitale della Cisalpina. A questa deliberazione, piuttosto inevitabile che volontaria, dava motivo la grande superiorità del nemico, accresciuto dalle forze Russe per guisa che sommava a sessantamila combattenti, non noverati quei di Wukassowich e di Klenau, che romoreggiavano sui corni estremi, mentre il suo, tolti i pressidj, ch'era obbligato a lasciare in Mantova ed in Peschiera, ed in altre fortezze di minor importanza, non passava i ventimila. La medesima deliberazione rendevano necessaria i progressi fatti, e che tuttavia facevano Wukassowich e Klenau, il primo verso i monti sulla sinistra dei repubblicani, il secondo sulle rive del Po, dove metteva ogni cosa a romore. Si levavano i popoli a calca al suono delle vittorie Tedesche, e dell'arrivo dei Russi, gente strana, e riputata d'invincibile valore, non considerando, se il dominio Austriaco e Russo avesse a mostrare maggiore benignità, che quello che volevano levarsi dal collo. Ma il presente sempre noja i popoli, mentre il futuro gli alletta, perchè giudicano del primo col senso, del secondo coll'immaginazione.
Bene è da condannarsi, che i comandanti Russi ed Austriaci queste mosse popolari in paesi estranei a loro con parole, con iscritti e con fatti suscitassero e fomentassero. Perciocchè nelle sollevazioni dei popoli, e nelle guerre civili ogni più peggior male si contiene, ed ai forestieri; che non possono vincere con le sole armi, l'umanità prescrive che se ne astengano, e che lascino riposare altrui. Le guerre bisogna lasciarle fare a chi ha il carico di farle, non a chi ha il carico di pagarle. Oltre a ciò, siccome gli eventi delle guerre sono sempre dubbj, poco umana cosa è il sollevare i popoli contro coloro, che possono tornare a vendicarsi. Queste sommosse molto ajutavano gl'imperiali, perchè intimorivano gli avversarj, tagliavano le strade, e davano spiatori utilissimi ai nuovi conquistatori. Esse erano più o meno forti, secondo le varie inclinazioni dei luoghi, ma molto romorose nel Polesine e nel Ferrarese. Grandi tempeste ancora si levavano contro i Francesi nel Bresciano e nel Bergamasco: Wukassowich vi trovava molto seguito.
Arrivati i Francesi sulle sponde dell'Adda, fiume assai più grosso, e di rive più dirupate che il Mincio e l'Oglio non sono, nel seguente modo vi il alloggiavano. Serrurier con la sinistra custodiva le parti superiori del fiume, stanziando a Lecco sul lago, dove aveva una testa di ponte fortificata, a Imbezzago ed a Trezzo. In quest'ultima terra si congiungeva con la battaglia, o mezzana schiera, alla quale erano preposti Victor e Grenier, e che, sprolungandosi a destra, si distendeva sino a Cassano. Possedeva sulla destra del fiume una testa di ponte con trincee munite di artiglierìe, ed oltracciò le artiglierìe del castello dominavano questa parte. Un grosso di cavalleria (perchè essendo Cassano posto sulla strada maestra per a Milano, i repubblicani presumevano che i confederati avrebbero fatto impeto contro di questa terra), stava pronto, alloggiato essendo dietro a Cassano, ad accorrere, ove d'uopo ne fosse. La destra sotto la condotta di Delmas, si sprolungava lungo l'Adda, con assicurare Lodi e Pizzighettone. Quest'era l'alloggiamento preso dai Francesi sulle rive dell'Adda, in cui giudicarono poter arrestare il corso alla fortuna del vincitore. Intanto una grande mutazione si era fatta nel governo supremo dell'esercito. I soldati repubblicani stimandosi invincibili, perchè non soliti ad esser vinti, avevano concetto un grandissimo sdegno contro Scherer, di tutte le loro disgrazie accagionandolo. I meno coraggiosi si erano anche perduti d'animo, e questo sbigottimento di mano in mano si propagava: l'immagine di Francia già s'appresentava alla mente dei più, e quelle terre Italiane diventavano loro odiose. Le subite ed estreme mutazioni dei Francesi davano a temere ai capi per modo, che dubitavano aver presto a contrastare non solamente col nemico, ma ancora con la cattiva disposizione dei propri soldati. Già si mormorava contro Scherer, ed il meno che dicessero di lui, era, che non sapeva la guerra. Certo, essendo tanto declinato del suo credito, ei non poteva più oltre governar con frutto, e la confidenza ed il coraggio dei soldati per nissun altro modo potevano riaccendersi, che con quello di mutar il capo, e di surrogargli un generale amato da loro e famoso per vittorie. Videsi Scherer queste cose, e conformandosi al tempo, rinunziò al grado, con rimetterlo in mano di Moreau, e con pregare il direttorio, che commettesse in luogo di lui la guerra al capitano famoso per le Renane cose. Piacque lo scambio: Scherer, confidate le sorti Francesi al suo successore, se ne partiva alla volta di Francia. I repubblicani intolleranti di disgrazie l'accusarono in varie guise; ma se la disciplina non era buona, ciò dai cattivi esempi precedenti si doveva riconoscere. Quanto alla perizia nell'arte della guerra, non si vede di quale altro fatto si possa biasimare, se non di non aver corso gagliardamente, e senza posa contro Verona nella giornata dei ventisei, quando, rotta l'ala destra Austriaca, si era fatto signore del passo del fiume. Del rimanente il disegno principale di questo stesso fatto dei ventisei, e così quello dell'asprissima battaglia di Magnano, non sono se non da lodarsi, nè la sua ritirata dall'Adige all'Adda in circostanze tanto sinistre mostra un capitano di poco valore: ma l'aver fatto guerra infelice in Italia in memoria tanto fresca di Buonaparte nocque alla sua fama, ed accrebbe l'impazienza dei repubblicani. Da un altro lato non si debbe defraudare della debita lode Moreau per aver consentito al recarsi in mano il governo di genti vinte, e quando già poca o niuna speranza restava di vincere. Sapeva egli, che il difendere lungo tempo le rive dell'Adda contro un nemico tanto potente, non era possibile: ma andò considerando, che il cedere senza un nuovo esperimento la capitale della Cisalpina, che aveva i suoi soldati congiunti co' suoi, e che era alleata della Francia, gli sarebbe stato di poco onore, ed oltre a ciò voleva, con ottenere qualche indugio, dar tempo al munire di provvisioni le fortezze del Piemonte. In questo mezzo arrivavano alcuni ajuti venuti di Francia, dal Piemonte, e dalla Cisalpina. Per tutto questo deliberossi di voltar il viso al nemico, e di provare se la fortuna fosse più favorevole alla repubblica sulle sponde dell'Adda, che su quelle dell'Adige.
Arrivava Suwarow a fronte del nemico, e senza soprastare, si risolveva a combatterlo. Suo pensiero era stato, dappoichè aveva il freno dei collegati, d'insistere sulla destra verso i monti, piuttosto che seguitare il corso del Po, perchè desiderava di disgiungere i Francesi, che combattevano in Italia, da quelli che guerreggiavano nella Svizzera. Per la qual cosa andava radendo le falde dell'Alpi, ed amò meglio tentare il passo del fiume più verso il lago, che verso il Po. Divideva, come i Francesi, i suoi in tre parti: commetteva la prima che marciava a destra al generale Rosemberg, che aveva con se Wukassowich, guidatore dell'antiguardo. Questa parte aveva il carico di aprirsi il varco in qualche luogo vicino al lago. La seconda, cioè la mezzana guidata da Zopf e Ott, doveva far opera di passare in cospetto di Vaprio, e d'impadronirsi di questa terra. Finalmente la terza, che camminava a sinistra, commessa al valore del generalissimo Austriaco Melas, andava porsi a campo a Triviglio contro l'alloggiamento principale dei Francesi a Cassano. Francesi e Russi, nuovi nemici, eccitavano l'attenzion del mondo.
Serrurier, dopo di aver combattuto, e respinto con sommo valore i Russi condotti dal principe Bagrazione, che avevano assaltato la testa del ponte di Lecco, aveva, ritirandosi per ordine di Moreau verso il centro, lasciato alcune reliquie di un ponte di piatte rimpetto a Brivio, per cui egli si era trasferito oltre il fiume. La notte dei ventisei aprile Wukassowich di queste reliquie presentemente valendosi, ed avendo riattato il ponte, varcava, e s'insignoriva di Brivio, dove non trovava guardie di sorte alcuna. Nè noi possiamo restar capaci, come in tanta vicinanza del nemico, ed in tanto sospetto di una battaglia imminente, i Francesi non abbiano riguardato questo passo importante con un gagliardo presidio. Passato, correva Wukassowich la vicina contrada, e non trovava vestigia di nemico, se non se ad Agliate, ed a Carate. Ciò non ostante molto pericolava la sua squadra, se le altre non avessero passato nel medesimo tempo. Andava Suwarow accompagnato da Chasteler generale dell'imperator Francesco, capitano audacissimo e di molta sperienza, sopravvedendo i luoghi per trovar modo di passare all'incontro di Trezzo. Pareva anche agli ufficiali, che soprantendevano l'opera delle piatte, e del passare i fiumi, il varcare impossibile per la rapidità e profondità delle acque, e per la natura rotta e scoscesa delle grotte. Tuttavia non disperava dell'impresa Chasteler; però fatto lavorar sollecitamente i suoi soldati nel trasportar le piatte e le tavole necessarie, tanto s'ingegnò, che alle cinque della mattina del ventisette mandava a pigliar luogo sulla destra un corpo di corridori, che vi si appiattavano, senza che i Francesi se ne accorgessero, e poco poscia passava egli stesso con tutte le genti della mezza schiera armate alla leggiera. Parve cosa strana a Serrurier, il quale, udito del passo conseguito da Wukassowich, marciava per combatterlo, e si trovava a Vaprio. Ma da quell'uomo valente ch'egli era, raccolti subitamente i suoi, anche quelli che erano stati fugati da Trezzo, ingaggiava la battaglia col nemico, non ben ancor sicuro della possessione della destra riva. Piegava al durissimo incontro l'antiguardo dei confederati, e sarebbe stato intieramente sconfitto, se non arrivava subitamente al riscatto con tutta la sua schiera l'Austriaco Ott. Si rinfrescava la battaglia più aspra di prima tra Brivio e Pozzo. Mandava Victor alcuni reggimenti dei più presti in aiuto di Serrurier, il quale valorosissimamente instando, già era in punto di acquistare la vittoria, quando giungevano in soccorso di Ott le genti di Zopf, e facevano inclinar la fortuna in favor degli alleati; perchè dopo un sanguinoso affronto cacciarono i Francesi da Pozzo, e gli misero in fuga. Un colonnello Austriaco fu morto in questo combattimento, il generale Francese Baker fatto prigione. Ingegnossi Grenier di raccozzare a Vaprio le genti rotte, ma indarno, perchè assaltato dagli Austriaci e Russi fu rotto ancor esso, ed obbligato a ritirarsi frettolosamente. Era accorso Moreau in questo pericoloso punto, ma la sua presenza non valse a ristorare la fortuna della battaglia. Per questa fazione fu Serrurier respinto all'insù, ed intieramente separato dall'altre parti dell'esercito.
Mentre nel raccontato modo si combatteva fra le due schiere superiori, Melas più sotto non se n'era stato ozioso. Avevano i Francesi con forti trincee munito una testa di ponte sul canale Ritorto, pel quale avevano l'adito libero sulla riva sinistra. Melas, che sebbene fosse già molto innanzi con gli anni, era nondimeno uomo di gran cuore, assaltava col fiore de' suoi granatieri questa testa di ponte; ma vi trovava un duro intoppo, perchè con estremo valore ostarono i Francesi, ed anzi parecchie volte il ributtarono. Infine dopo molto sangue e molte morti, superava tutti gl'impedimenti, e si rendeva padrone del passo del canale Ritorto. Restava a superarsi, opera molto più difficile, la testa del ponte sull'Adda molto fortificata. Quivi fuvvi il medesimo furore per l'assalto, il medesimo valore per la resistenza. Ma crescevano ad ogni momento i soldati freschi ai confederati, per modo che spingendosi avanti sui cadaveri dei loro compagni, che quasi pareggiavano il parapetto, con le bajonette in canna superarono il passo, e fecero strage del nemico. Moreau, che in questa orribile mischia si era mescolato coi combattenti, comandava a' suoi, che, abbandonato e rotto il ponte, si ritirassero. Ciò mandarono ad effetto, aspramente seguitati dal nemico. Ebbero comodità di rompere, non tutto, ma solamente una parte del ponte: sulla opposta riva attendevano a riordinarsi. Ristorava prestamente Melas il ponte, ed una nuova, ed ugualmente aspra battaglia ingaggiava coi repubblicani, che animati dalla presenza e dai conforti del loro generalissimo virilmente si difendevano. Ma già la fortuna più poteva che il valore; già tutte le schiere superiori erano o separate, o volte in fuga, e già, oltre la schiera di Melas passata a Cassano, una novella squadra, che aveva varcato a San Gervasio, urtava i Francesi per fianco: già Moreau medesimo era in pericolo di esser preso dai vincitori, che il cingevano d'ogn'intorno.
Altro consiglio non gli restava se non quello di partirsi prestamente con tutte le sue genti, lasciando intieramente la vittoria in poter di coloro, che l'avevano acquistata. Ma questa risoluzione non era facile a condursi ad effetto, perchè gli Austriaci vincitori da ogni parte baldanzosamente instavano. Pure pel disperato valore de' suoi soldati, che amavano meglio perdere la vita, che il loro capitano, Moreau si riscattava da quel duro passo, e perduta intieramente la battaglia, e lasciato Milano sicura preda ai confederati, gli parve di condurre a presti passi l'esercito sulla destra sponda del Ticino. Melas e Suwarow si ricongiunsero a Gorgonzola. Da quanto si è fin qui raccontato si vede, che nissuna speranza di salute restava a Serrurier. Fu assaltato dai due corpi riuniti di Rosemberg e di Wukassowich. Si difendeva con un valore degno di lui e de' suoi soldati; e sebbene il combattimento fosse tanto disuguale pel numero, tanto fece, che si condusse intero a Verderia, e quivi affortificatosi con molta prestezza ed arte attendeva a difendersi. Ma essendosi finalmente accorto dal continuo ingrossar del nemico, dell'infelice successo della battaglia sulle altre parti, e tempestando da tutte le bande le artiglierìe nemiche sopra uno spazio assai ristretto, chiese i patti, e gli conseguì molto onorevoli. Gli ufficiali avessero la facoltà di tornarsene sotto fede in Francia, i soldati fossero i primi ad avere gli scambi. Combatterono in questo fatto con molta fede e valore i reggimenti Piemontesi condotti dal generale Fresia. Serrurier e Fresia furono trattati umanamente dai vincitori. Un presidio lasciato in Lecco sotto il colonnello Soyez, imbarcatosi sul lago, e giunto con prospera navigazione a Como, arrivava a salvamento sulle rive del Ticino; difficile, e coraggiosa impresa. Mancarono in questa battaglia di Cassano, che fu una delle più aspre e sanguinose che si siano vedute, dei Francesi meglio di due mila uccisi, ed altrettanti feriti: cinque mila prigioni vennero in poter del vincitore; tra questi Serrurier, Baker e Fresia. Furono scemati gl'imperiali di tre mila soldati o morti, o feriti. Molte armi e bandiere conquistate accrebbero l'allegrezza loro. Più di cento cannoni venuti in poter loro attestarono massimamente la grandezza della vittoria. Errarono, come è evidente, i Francesi in questa battaglia, prima per aver troppo disteso le ali loro, poi per negligenza nel sopravvedere: il che diè comodità a Wukassovich ed a Chasteler di passare a Brivio ed a Trezzo; del resto combatterono col solito valore. Debbonsi lodare i confederati di un valor pari, di molta destrezza, e di maggior audacia nell'aver passato. Tuttavia, se non era Chasteler, che prestamente accorse in ajuto dei passati con genti fresche, la cosa si sarebbe ridotta dal canto dei confederati in gravissimo pericolo, e probabilmente la loro audacia sarebbe stata stimata temerità.
La vittoria di Cassano, che compiva quelle di Verona e di Magnano, e faceva tanto crescere il nome imperiale in Italia, recò in poter degli alleati tutta la Lombardia, ed il Piemonte. In tanta disuguaglianza di forze militari, ajutate dalle inclinazioni dei popoli, non si comprende come i Francesi si siano risoluti a lasciare tanti presidj nelle fortezze dei paesi abbandonati, era evidente, che sarebbero stati costretti a capitolare, atteso massimamente che le più non erano difendevoli lungo tempo. Mantova sola poteva, e doveva guardarsi, perchè abile a sostenersi, e ad aspettare i sussidj di Francia, e quanto portassero i destini da Napoli per opera di Macdonald. Se dopo le rotte di Verona e di Magnano, si fossero chiamati i presidj a congiungersi colla parte principale avrebbero potuto combattere del pari, e tenere in pendente la fortuna. Ma avendo voluto combattere spartitamente, furono anche spartitamente debellati, colpa o di soverchia confidenza in se stessi, o di poca avvertenza dei loro generali.
Le genti Russe più affaticate delle Austriache per lungo viaggio, si riposarono dopo la battaglia. Fu perciò commessa la cura a Melas di condurre quelle dell'imperatore Francesco in Milano già vinto prima che occupato. Importava altresì, che un paese Austriaco fosse dagli Austriaci ritornato alla consueta obbedienza. Vivevasi in Milano con grandissima sospensione di animi, perchè i reggitori della repubblica, con tutti gli addetti ed aderenti loro, non avevano altra speranza in tanta mutazione di fortuna, che quella di salvarsi esulando in Francia. I partigiani del governo antico sollevavano gli animi a grandi speranze, e si promettevano nella depressione altrui l'esaltazione propria. Ognuno pensava od a fuggire la tempesta che sovrastava, od a farla fruttificare in suo pro. Gli amatori del governo imperiale buoni compassionavano i repubblicani, stimandogli piuttosto fanatici che malvagi, i cattivi gli volevano perseguitare, i pessimi denunziare, i profligati calunniare. Questi umori covavano. Era un gran fatto, che la sede di una repubblica riconosciuta dalla maggior parte dei potentati d'Europa, e che poc'anzi pareva, a tanti gloriosi gesti, ed alla forza dei Francesi appoggiandosi, che fosse per durare molti secoli, ora con tanto precipizio cadesse, ed al nulla si riducesse. Il pensare da una parte agli ordinamenti sì civili che militari, che vi regnavano, alle pompe che vi si spiegavano, ai discorsi che vi si facevano, agli scritti che vi si pubblicavano, ai trionfi che vi si menavano, alle imprese ed alla militare gloria di Buonaparte che vi risplendevano; dall'altra alla sembianza, ch'ella, non che fra pochi dì, fra poche ore avrebbe, dee soprapprendere con maraviglia e con istupore qualunque uomo, anche di quelli che più sono avvezzi a considerare queste umane vicissitudini. Sapevano i capi della repubblica, quale ruina sovrastasse, ma le cattive novelle si celavano al volgo, ed inorpellate cose si dicevano, ora di vittorie francesi, ora di alloggiamenti insuperabili da loro fatti, ora di fiumi impossibili a varcarsi, ora di mosse maestrevoli e sicure eseguite dai repubblicani, ora di una apprestata per arte, e prossima ruina di tutte le genti imperiali: questa fama nutricavano diligentemente, e con ogni studio. Con questo falso corrompevano il vero; i popoli si confondevano. In su questo, ecco arrivare a porta Orientale dalla parte di Cassano soldati repubblicani alla sbandata, carri di feriti, fastelli di munizioni e di bagaglie, armi sanguinose, ogni cosa retrograda. Principiava il popolo a fare discorsi ed adunanze; la sera cresceva il terrore degli uni, l'ansietà degli altri. Partivano; scortati da qualche squadra di cavalleria alla volta di Torino i direttori della repubblica Marescalchi, Sopransi, Vertemati-Franchi, e con loro quasi tutti coloro, che, o nei gradi fossero, o no, avevano maggiormente partecipato del governo repubblicano. Portò il direttorio con se denaro del pubblico, di cui una parte mandava a Novara: venne poco dopo in poter degli alleati. Rimase in Lombardìa Adelasio, uno dei quinqueviri, avendo trovato grazia appresso agl'imperiali per aver loro svelato i depositi dei denari, e degli archivj della repubblica. Degli altri repubblicani Italiani che fuggivano, e con loro le donne ed i figliuoli, che erano uno spettacolo compassionevole, i più se ne partivano poveri, perchè ai ladronecci avendo mostrato piuttosto sdegno che imitazione, potevano meglio essere accusati d'illusione che di vizj. Nè il duro dominio, di cui erano stati testimonj e vittime, nè le Tedesche grida che loro suonavano alle terga, gli svegliavano dal lusinghevole sonno; che anzi varcando miseri, esuli, e squallidi le Alpi durissime, andavano ancora sognando la loro felice repubblica, sì forte era la malattia, che gli occupava. Quanto a quelli che non avevano sognato, le stesse Alpi in cocchi dorati coi depredatori della patria loro varcavano.
Arrivava il vincitore Melas il dì ventotto aprile in cospetto della città. Gli andavano all'incontro sino a Cressenzano, l'arcivescovo, ed i municipali. Poco dopo entrava trionfando, accorrendo il popolo in folla, e con lietissime grida salutandolo. Udivansi le voci: Viva la religione, viva l'imperatore Francesco secondo. Cresceva ad ogni momento la calca; pareva, che tutta la città si versasse a vedere, ed a salutare i soldati, e le insegne dell'antico signore. La sera si accesero i lumi alle case, si fecero cantate, balli, fuochi d'allegrezza: dimostrazioni tutte, che si erano fatte per lo innanzi ad ogni novella di rotte Austriache. La bontà del popolo Milanese risplendette in questo importante fatto: non fece ingiuria, nè minaccia ad alcuno. Ma quando arrivò la gente del contado, s'incominciarono le persecuzioni contro i giacobini, o veri o supposti, e andò a sacco il palazzo del duca Serbelloni. Per frenar il furore di quest'uomini facinorosi in paese tanto riputato per la dolcezza degli abitatori, l'amministrazione temporanea, che si era creata, esortava il popolo ad astenersi da ogni ingiuria, ed a non contaminare con insolenze e persecuzioni l'allegrezza comune. Avvisava inoltre, che chi non obbedisse, sarebbe castigato. Volendo Melas, ed il commissario imperiale Cocastelli dare maggior nervo a queste esortazioni, avvertivano, che al governo solo s'apparteneva la punizione de' rei, e che chi s'arrogasse vendette private, o turbasse il pubblico, sarebbe senza remissione punito militarmente. A questo modo si frenarono in Milano le intemperanze popolari. Solo, poco tempo dopo, si udì il mal suono, che erano stati arrestati alcuni dei capi dello stato repubblicano, che poi si mandarono carcerati alle bocche di Cattaro. Fu questa, non so se cautela o castigo, cagione di grave dolore e terrore, perchè i presi erano uomini ragguardevoli per dottrina e per virtù. Si sentiva tosto un'altra voce sinistra, che le cedole del banco di Vienna avessero a spendersi come contante: parve enorme in quel fiorito paese, in cui era ignota la peste delle carte pecuniarie. Incominciossi a temere delle persone e degli averi: ciò contaminava l'allegrezza recente. Arrivava intanto Suwarow; il guardavano come un nuovo uomo: disse all'arcivescovo, essere venuto a rimettere la religione in fiore, il papa in seggio, i sovrani in onore. Si maravigliavano i popoli a tanto amor del papa: si taceva che fosse scismatico. Soggiunse ai municipali venuti a fargli riverenza, che gli vedeva volentieri; che solo desiderava, che come suonavano le parole loro, così avessero i sentimenti. Dal che si vede, che Suwarow vecchio se ne intendeva.
Restavano a compirsi da Suwarow due imprese, secondo che il consigliasse il procedere dell'avversario: quest'erano, o di premere a destra per disgiungere i Francesi d'Italia da quei della Svizzera, o d'incalzare sulla stanca, passando il Po, per impedire la congiunzione di Macdonald con Moreau. Sulle prime, non ben certo della risoluzione del generale di Francia, accennava all'una parte ed all'altra, mandando dall'un lato Wukassowich grosso ad invadere il Novarese ed il Vercellese, dall'altro Rosemberg, grosso ancor esso a romoreggiare sul Vogherese. Così aspettava a pigliare deliberazioni più risolute, secondo che insegnassero gli andamenti del nemico.
Dal canto suo Moreau, essendo ridotto il suo esercito a quindici mila combattenti, aveva considerato, che senza pericolo di estrema ruina, non poteva starsi a difendere la fronte del Ticino, siccome quella che era troppo estesa, e non corroborata da alcuna fortezza. Pertanto si era risoluto ad abbandonarla, portandosi più indietro. Ma a quale parte gli convenisse condursi, stava in dubbio; perchè o doveva ancor egli pensare al tenersi accosto all'Alpi per consentire con Massena, che continuava a combattere aspramente in Isvizzera, o al piegarsi sulla destra del Po per dar la mano a Macdonald, al quale aveva mandato ordine, che da Napoli partendo, e prestamente viaggiando venisse a congiungersi con esso lui sulle sponde della Trebbia. Elesse questo secondo partito, nè perchè non si sia deliberato a condursi direttamente a Genova, passando il Po tra Pavia e Voghera, a noi non appare, se forse non fu per dar animo con la sua propinquità ai comandanti delle fortezze assediate di sostentarsi. Per la qual cosa visitato Torino, e quivi informatosi diligentemente, se le strade da Genova a Piacenza fossero praticabili per le artiglierìe, nè temendo di essere seguitato così presto, perchè i grossi torrenti del Canavese si erano per le pioggie smisurate gonfiati strabocchevolmente dietro a lui, e le strade ne erano soffocate, conduceva l'esercito nei contorni d'Alessandria, alloggiandolo in un sito molto forte. L'ala sua destra era assicurata da Alessandria e dal Tanaro, la sinistra da Valenza e dal Po. Per tal modo non abbandonava del tutto le pianure, e si teneva la strada aperta verso gli Apennini. Per la quale deliberazione del capitano di Francia fu necessitato Suwarow a fermare la guerra tra la destra del Po, e la catena di quei monti. Erano cinte d'assedio dagli alleati Peschiera, Pizzighettone, il castello di Milano, e Mantova. Ma non indugiarono lungo tempo ad arrendersi Peschiera ed il castello, fatto leggiere difese; Pizzighettone si tenne più lungamente, infine un caso fortuito di una conserva di polvere, che accesa da una bomba, aveva intronato tutta la terra, diè causa di dedizione ai difensori. Rimanevano in favor dei Francesi Mantova, intorno alla quale, siccome piazza di maggiore importanza, Kray si affaticava, e con Mantova tutte le fortezze del Piemonte. Ingrossati gli alleati dai corpi che avevano oppugnato le fortezze conquistate, e fatti arditi dalle sollevazioni dei popoli in loro favore, si accostavano a Moreau coll'intento di cacciarlo per forza da quel forte nido, in cui si era ricoverato. Ma credendo, che egli fosse più debole, o i Francesi più perduti d'animo, in vece di andar all'incontro con forze grosse ed unite per venirne ad una battaglia giusta, giudicarono di poterlo snidare con dimostrazioni parziali, e con romoreggiarli all'intorno. Passarono i confederati, massimamente Russi, il dì undici maggio, il Po a Bassignana; i Francesi, essendo andati ad urtargli, gli ruppero, e tuffarono nel fiume. Ripassaronlo più grossi il giorno seguente, ed assaltarono virilmente i repubblicani; ma essi più virilmente ancora resistendo, rimasero superiori, ed uccisero gran numero d'imperiali; i superstiti cacciarono nel fiume. Nè quale utilità avessero questi assalti particolari, io non lo so vedere, perciocchè, quando puoi vincere con tutte le forze, non ti devi mettere a pericolo di perdere con una parte. Dall'altro lato Keim, acquistato Pizzighettone, era venuto ad ingrossare Rosemberg sulla destra del Po, e fatto forza contro Tortona, facilmente la recava in suo potere, essendosi i Francesi ritirati nel forte. Tentata invano l'ala sinistra di Moreau, avvisarono i confederati di far pruova, se minacciando sulla destra, il potessero sforzare alla ritirata. A questo fine si appresentarono molto grossi a San Giuliano, che accenna a Marengo, luogo vicino ad Alessandria. Ma Moreau, che conosceva l'arte, ed aveva penetrato l'intento del nemico, ricusava il combattere, difendendosi con la fortezza degli alloggiamenti. Ciò fu cagione, che Suwarow pensasse a fare il principale sforzo della guerra sulla sinistra del Po. Della qual cosa accortosi il generale di Francia, usciva, traversata la Bormida, dal suo campo, ed assaltava con impeto grandissimo Keim e Froelich, che avevano le stanze a San Giuliano, ed obbedivano a Lusignano. S'ingaggiava una battaglia molto viva, traendo i Francesi a scaglia, e caricando con la cavallerìa. Avrebbero anche vinto quella pugna, se per caso fortuito non sopraggiungeva con genti fresche Bagrazione, che entrando nella battaglia nel momento, in cui già i confederati piegavano, gli sostenne, ed obbligò Moreau a tirarsi indietro. Ritirossi infatti, ma intiero e minaccioso, tornando nel suo sicuro alloggiamento fra i due fiumi. Fu sanguinosa la zuffa da ambe le parti, ed ambedue si attribuirono la vittoria. Così Moreau dimostrava, che era ancor vivo, e che gl'infortunj presenti non gli avevano tolto nè la mente, nè la fortezza d'animo.
Oramai la guerra, che gli romoreggiava tutto all'intorno, lo sforzava a far nuove deliberazioni. Wukassowich, accompagnato da un principe di Roano, conquistato il Vercellese, si era fatto avanti sino alle prime terre del Canavese, e tutto vi metteva a romore. Keim ancor egli tempestava sulla destra del Po, per modo che il generale Francese si trovava spuntato da ambi i lati. Oltre a ciò i popoli del Canavese, condotti da preti e frati si erano levati a calca contro i repubblicani. Mondovì parimente si muoveva contro di loro; Fossano e Cherasco il seguitavano. Ceva incitata da un ufficiale Tedesco di singolare audacia, prese le armi, tumultuava. Alba si sommuoveva, e creato il suo vescovo Pio Vitale, comandante delle armi, si avventava contro i Francesi ed i democrati del paese. Si commisero sotto l'imperio del vescovo atti di grande crudeltà. Asti stesso tanto vicino al campo di Moreau, invaso da contadini armati, e stimolati da alcuni curati, di cui avevano le lettere, vide saccheggiarsi il palazzo municipale, e la chiesa del Carmine da questa plebe sfrenata, che gridava viva la fede, viva San Secondo! Il presidio Francese non penò poco a cacciargli: pure finalmente gli cacciò, uccidendone un centinajo. Poi venne il generale Meusnier saccheggiando il paese per punirgli, e ne fece per giudizj militari uccidere un altro centinajo. I compagni gli gridavano martiri. Le terre Astigiane grondavano sangue, quasi in sul cospetto di Moreau. Pensava egli alla salute de' suoi: vedendo piena troppo grossa, e che non era più tempo di aspettar tempo, passando per Asti, Cherasco e Fossano, e lasciate ben guardate Alessandria e Tortona, andava a porsi alle stanze di Cuneo, per avere le strade libere verso Francia pel colle di Tenda, e per la valle dell'Argentera. Mandava una grossa banda a castigare Mondovì; come i sollevati a niuna cosa avevano perdonato, che fosse, o paresse, o si supponesse a loro contraria, nemmeno alle donne di coloro che chiamavano a morte, perciocchè crudelmente le svillaneggiavano e stupravano; così i repubblicani parimente a niuna cosa perdonarono, non salvando nemmeno l'onestà dei monasterj delle donne. Preti e frati, capi delle sommosse, dopo di aver ucciso crudelmente i repubblicani, furono essi medesimi uccisi soldatescamente dai repubblicani. In mezzo a questi atroci accidenti, di cui ambe le parti si rendevano ree, Buronzo del Signore, arcivescovo di Torino, mandava fuori, a petizione di Musset, commissario di Francia, lettere pastorali lodatrici del governo repubblicano, e pareggiatrici delle sue massime a quelle del Vangelo. Poi crescendo vieppiù la rabbia dei popoli, pubblicava una pastorale esortatoria, in cui molto amorevolmente citando frequenti passi delle sacre scritture, confortava i popoli a quietare, e ad obbedire ai magistrati. Questi erano veri ufficj di pastore delle anime; ma la rabbia, e la concitazione degli altri cherici erano più potenti delle amorevoli esortazioni dell'arcivescovo: dicevano, che le faceva per forza, e forse era vero; altri il chiamavano giacobino. Da Cuneo il generale della repubblica, lasciatovi un forte presidio, si conduceva, essendo oggimai stremo di genti, sul destro dorso degli Apennini.
Partiti i Francesi, ciò fu cagione che l'amministrazione del Piemonte, che Moreau passando per Torino aveva creato di quattro persone, Pelisseri, Russignoli, Capriata e Geymet, in surrogazione di Musset tornatosi in su quei primi romori, in Francia, andasse a far capo in Pinerolo, perchè le valli dei Valdesi, vicine a questa città, ed abitate da popoli quieti e nemici di ogni scandalo, davano un adito sicuro a ripararsi in Francia. Quivi concorrevano tutti i Piemontesi, ed altri Italiani, che avevano più speranza nella fuga, che nella benignità del vincitore. Le cose erano disperate: pure quest'uomini ingannati dalle solite fantasime, con grandissima acerbità sdegnati minacciavano ancora i nemici, ed incitavano i popoli ad armarsi in sostegno della repubblica. Per la partenza medesima dei soldati di Francia si moltiplicavano a dismisura in Piemonte le sommosse popolari. La rabbia politica, il zelo, come pretendevano, della religione, spesso ancora l'amore del sacco, e gli odj privati producevano questi effetti. Sorse ad accrescergli un manifesto mandato da Suwarow ai Piemontesi dalle sue stanze di Voghera, il quale con parole aspre e minatorie spiegava le intenzioni imperiali: che gli eserciti vincitori mandati dall'Austria e dalla Russia in nome del legittimo sovrano del Piemonte verso il Piemonte volgevano il passo; che venivano per rimettere il re sul trono de' suoi augusti antenati, del quale per la perfidia loro l'avevano i suoi nemici detruso; che venivano, perchè la religione trionfasse, perchè il Piemonte da quel duro e tirannico giogo, al quale da' suoi oppressori era stato posto, si liberasse, perchè il mal costume, che essi in tutti i cuori andavano seminando, si spegnesse; che sapevano quale amore, quale fedeltà i Piemontesi portassero all'augusta casa di Savoja, la quale da tanti secoli con tanta gloria e sapienza gli aveva governati; gli esortavano pertanto ad armarsi per una causa nell'esito felice della quale tutta la felicità loro consisteva: pensassero ai loro antenati, quelle armi in mano di nuovo si recassero, che erano state sì spesso vittoriose contro il comune nemico; accorressero sotto le insegne dell'esercito vittorioso, ch'egli reggeva, si unissero, e sarebbero gl'impostori, che per opprimergli gli avevano ingannati, cacciati per sempre dalle terre loro; che alle armi gl'invitava solo pel sostegno della religione; che alle medesime gl'invitava solo per la conservazione delle proprietà: che i due imperatori, ed ei per loro, promettevano protezione, ed assistenza ai fedeli, perdono al deboli, castigo ai scellerati. Si armassero adunque, concludeva, si armassero, ed alle genti imperiali si accostassero: pensassero, quanto fosse pietoso il liberare il Piemonte dalla tirannide acerbissima dei giacobini; ciò da loro richiedere l'onore, ciò richiedere il dovere; non gli rattenessero le false promesse: solo valere il giuramento antico, non quello prestato ad un governo iniquo; le sublimi virtù dei due imperatori abbastanza dimostrare, che la fede sua nel promettere o benignità o castigo, viverebbe santa ed inviolata.
Queste parole atterrivano maravigliosamente gli uomini avversi, perchè sapevano, che Suwarow era uomo capace di fare più che non diceva. Dall'altro lato le genti stimolate si sollevavano: atroci fatti seguitavano parole incitatrici. Carmagnola, città vicina a Torino, si levava a romore, ed ammazzava i repubblicani che viaggiavano alla spicciolata: i repubblicani accorsi armatamente da Pinerolo ammazzavano i Carmagnolesi, ardevano le case loro, e davano inesorabilmente a morte i frati, autori della sommossa. Queste cose succedevano a ostro di Torino: a tramontana delle peggiori. Il Canavese, provincia dotata di popoli armigeri e fieri, vieppiù s'infiammava; vi sorgevano opere, parte da commedia, parte da tragedia. Un antico ufficiale in riposo d'Austria, che Branda-Lucioni aveva nome, giudicando che quello fosse tempo da prevalersene, si era fatto capo di villani armati, e già aveva corso sollevando, e depredando il Novarese ed il Vercellese, quando fermatosi in Canavese, pose la sua sede in Chivasso. Le turbe agresti che il seguitavano, erano andate, strada facendo, ingrossandosi: le chiamava masse cristiane. Questo Branda con le sue masse, quando arrivava in una terra, prima cosa, atterrava l'albero della libertà, e piantava in suo luogo una croce: quivi poscia s'inginocchiava, e stava un pezzo orando. Poi trovava il paroco, e si confessava e comunicava. Nè dimenticava la cura del corpo; perchè si dava al desinare, ed usava anche del vino immoderatamente: la massa cristiana vedeva spesso andar a onde il buon uomo. Nè gli importava, che due più che una volta le medesime cose nello stesso giorno facesse, perchè quanti villaggi visitava, tante le ripeteva. S'informava, se nella terra fossero giacobini, ed avveniva, che i giacobini erano sempre i più ricchi: erano messi o a taglia o a ruba. Chi non pagava, predato o carcerato, ma il pagar la taglia mezzo sicuro di riscatto. Due cappuccini aveva per segretari: preti, curati e frati l'accompagnavano con forche, picche, pistole e crocifissi. Frati erano d'ogni sorta e di ogni colore, ed armati in varie e strane guise: un curato accinto di pistole assai ben grosse, custodiva il passo della Stura. I villani seguitando facevano gesti e schiamazzi, parte ridicoli, parte tremendi. Il terrore dominava il Canavese. Non solo chi aveva opinione contraria, ma chi aveva o lite, o interesse contrario con alcuno di quest'uomini fanatici, era chiamato a strazi, a prigionìa, ed a morte. Nè preservava l'età, o la virtù, o l'innocenza; tutti erano da un incomposto furore lacerati. Sonsi vedute donne tratte, per opinioni o vere o supposte, alle ingiurie estreme da uomini sceleratissimi: sonsi veduti magistrati rispettabili legati con corde, e svillaneggiati con ogni obbrobrio da uomini facinorosi, che avevano anticamente, e sotto il governo regio chiamati a giustizia per commessi delitti: sonsi veduti vecchi infermi, o scempiati da queste masse furibonde, o fuggenti con istento la cieca rabbia, che gli perseguitava. Le matte cose, che questo Branda dava a credere alle sue masse, sono piuttosto di un altro mondo, che di questo; perchè diceva, che con bastoni e con pali avrebbe preso la cittadella di Torino, ed elle se lo credevano; che avrebbe preso Francia, e se lo credevano; che Gesù Cristo gli compariva, e se lo credevano; e preti e frati applaudivano, e più applaudivano, nelle meriggiane ore, che nelle mattutine. Credo, che scena simile a questa non sia stata al mondo mai. Intanto il buon uomo si prendeva le taglie, ed attendeva al vino. Infine, prima i preti timorosi, poi i villani sospettosi incominciarono a subodorar l'umore, e diedero mano al mormorare. Brevemente, vedendosi scoperto, si cansò, e temendo, che i generali Russi o Tedeschi, ai quali non piacevano le opere nefande, gli dessero premio secondo i meriti, andava domandando attestati di ben servito a questo ed a quello, massime ai preti: alcuni gliene diedero, o per compassione o per timore; i più gli ricusarono. Il vescovo, e la città di Novara sdegnosamente glieli negarono, fu posto pe' suoi portamenti in carcere a Milano, e vi stette tre mesi. Durerà lungo tempo la memoria di questo Branda in Canavese, come caso di credulità sciocca, e di furore pazzo. Ai tempi che seguirono, e quando i repubblicani tornarono in Piemonte, prevalse fra di loro l'uso, che chi parteggiava, o fosse creduto parteggiare pel governo regio, Branda da questo lepido capo si chiamasse. Intanto le masse sollevate continuavano, nè furono sciolte, se non quando i confederati, fatti più sicuri dalle vittorie, giudicarono, i moti composti essere migliori degl'incomposti.
Frattanto Suwarow intendeva l'animo all'acquisto di Torino, perchè essendo città capitale, si stimava che la possessione di lei, facendo risorgere l'immagine del regno, inviterebbe i popoli a tornar all'antica obbedienza. Oltre a questo, importavano agli alleati il suo sito, molto accomodato alla guerra, e la copia delle artiglierìe e delle munizioni, che vi si trovava ammassata. Non aveva potuto Moreau, per la debolezza delle genti, che gli restavano, lasciar in Torino un presidio sufficiente, e dalla guarnigione della cittadella in fuori non vi era forza che potesse preservar la città quantunque fosse cinta di mura forti, ed ordinate, secondo l'arte, a difesa. Ad un recinto tanto largo appena avrebbe potuto bastare contro l'oppugnazione tutto l'esercito, che il generale di Francia aveva condotto oltre i sommi gioghi dei monti. Solo vi era dentro una guardia cittadina, che prima urbana, poscia nazionale chiamata, ed avendo oggimai a noja e le mutazioni e le guerre, e le grida di questo o di quello, intendeva solamente a conservare intatte le proprietà e le persone. Arrivava Wukassowich con genti regolari, e turbe paesane; faceva la chiamata. Rispondeva Fiorella, volersi difendere. L'Austriaco, occupato il monte dei Cappuccini, che dalla riva opposta del Po sopraggiudica la città, e piantatevi alcune artiglierìe, non grosse, ma da guerra sciolta, principiava da quel luogo rilevato a dar la batterìa; rispondevano, ma debolmente le artiglierìe della mura. Non facendo frutto con le palle, provò le bombe, perchè sapeva, che si resisteva piuttosto pel difetto delle armi, e delle genti necessarie ad espugnare, che per la sufficenza del presidio. S'accesero alcune case vicine alla porta di Po; il che fra quello strepito di artiglierìe accrebbe molto il terrore; già le menti commosse credevano approssimarsi l'estremo sterminio. In questo punto la guardia urbana apriva la porta. Entrarono a furia i soldati corridori di Wukassovich; gli accompagnavano, cosa di grandissimo spavento, le turbe informi di Branda-Lucioni. Salvaronsi frettolosamente in cittadella i pochi soldati repubblicani, che alloggiavano in città, dei quali alcuni furono presi, altri uccisi. Già Torino non era più in poter di Francia, ma non era ancora del tutto in poter d'Austria, perchè su quel primo giungere le turbe contadinesche dominavano. Per primo fatto, ed in sul bell'entrare uccisero un Ghiliossi, ufficiale d'artiglierìa molto riputato, il quale, quantunque fosse in voce di amare il governo nuovo, si era mescolato, certo molto imprudentemente, coi circostanti per vedere passare quegli uomini arrabbiati. Scoperto, oh, ecco un giacobino, dissero, e tosto l'ammazzarono. Il suo cadavere fu lasciato giacere nel sangue lungo tempo, e ad esso con gli scherni e con gl'impropreri insultavano. Le feroci masse ebbre di rabbia e di vino, correvano le contrade, riempiendo l'aria di grida orribili; si promettevano il sacco. Un cavaliere Derossi, colla spada nuda in mano, gli guidava ed animava, e correndo con loro gridava, e faceva che gridassero Viva il re, viva la casa di Savoja, muojano i giacobini. In mezzo a queste grida la moltitudine sfrenata dava il sacco alle case Ferrero e Miroglio, ed al caffè di Scanz, a quelle come di giacobini, a questo per non so quale insegna repubblicana. Derossi faceva minacce a chi affacciatosi alle finestre, non gridasse: Viva il re. Mangiari di ogni sorta, e fiaschi di vino si calavano continuamente e so dire, molto volentieri, dalle finestre, perchè non era tempo da esitare. I villani gridavano senza posa, muojano i giacobini! dove sono questi giacobini? che ci si diano qua: che stiam facendo, che non gli ammazziamo tutti? Giacobini e non giacobini si nascondevano, perchè sapevano, qual discernimento abbia in simili casi il volgo. Insomma Torino pieno di spavento aspettava qualche gran ruina, e se i confederati non fossero stati presti ad accorrere, ed a frenare quegli uomini furibondi, sarebbero forse avvenuti mali peggiori di quelli che si temevano. Premevano gli animi di tutti i pensieri delle cose presenti e future.
Quando i tumulti, che avevano conquassato il Piemonte, alcun poco restarono, entrava a guisa di trionfatore il generalissimo Suwarow. Andava in sul giungere nella chiesa metropolitana di San Giovanni per ringraziare Iddio dell'acquistata vittoria. Fu ammesso molto volentieri al bacio della pace, ed alla celebrazione dei divini misteri dall'arcivescovo Buronzo, il quale, dopo di aver lodato alcuni giorni prima la repubblica, ora chiamava nelle sue nuove pastorali il generale Russo, inviato del Signore, novello Ciro. Nè si oppose al vedere certe immagini, che si andavano vendendo, e che il volgo ignaro osservava maravigliando, nelle quali la Russia, l'Austria e la Turchia erano rappresentate con gli attribuiti della Santissima Trinità. Queste cose io narro bene a mala voglia; pure son costretto a narrarle per amor della verità, e perchè i nostri nipoti sappiano, quanto noi siamo stati pazzi.
Intanto Fiorella, che governava la cittadella, traeva con le artiglierìe; i confederati traevano contro di lui: era vicino un altro sterminio; i miseri Torinesi tra Francesi, Russi, Austriaci, repubblicani, regj, dalle paure e dai dolori non potevano respirare. Infine le due parti convennero, perchè altrimenti la sede del re ne andava in sobbisso, che i confederati non assalterebbero la cittadella dalla parte della città, ed i Francesi non infesterebbero la città dalla cittadella. Era Suwarow continuamente veduto, e corteggiato dai nobili; i più savi consigliavano la moderazione, gli altri il rigore.
Il Russo, quantunque fosse di natura molto risentita, ed anzi acerba, massime in queste faccende di stato, più volentieri udiva i primi che i secondi, perchè giudicava secondo la ragione, non secondo le parzialità del luogo, o i desiderj dì vendetta. Gli pareva, sebbene fosse venuto dall'Orsa, che fosse oggimai tempo di riordinare lo stato, piuttosto che di alterarlo con le acerbità, che generano nuove nimicizie e nuovi sdegni. Chiamava a se il marchese Thaon di Sant'Andrea, e gli dava carico di riordinare i reggimenti del re. Il marchese con un acconcio manifesto esortava i soldati Piemontesi a tornare sotto le antiche insegne, promettendo, che si sarebbero perdonate le trasgressioni, e si aprirebbe volentieri il grembo a tutti gli sviati, che per le difficoltà dei tempi si erano voltati a servire ai governi nuovi, e che prontamente si rimettessero nell'obbedienza: a queste parole senza tardità i soldati si raccoglievano. Poi Suwarow consigliandosi col marchese medesimo, e con gli altri capi del governo regio creava, per dar forma alle cose sconvolte, un governo interinale sotto nome di consiglio supremo, insino al ritorno del re. Riputando poi a proposito di lui il dare la potestà ai più affezionati, vi chiamava il marchese, i capi delle tre segreterìe, i primi presidenti del senato e della camera dei conti, l'avvocato, ed il procurator generale, l'intendente generale delle finanze, il contador generale, ed il reggente il controllo generale; voleva, che i magistrati antichi riprendessero gli uffizi; ordinava, che il consiglio supremo fra le leggi emanate dopo la partenza del re, scegliesse quelle che si dovessero conservare. Grave peso era addossato al consiglio: le cose scomposte oltre ogni credere, massimamente le finanze. Oltre la voragine della guerra, e le molestie, le fraudi, e le rapine degli amministratori degli eserciti Russo ed Austriaco, certamente non più continenti dei repubblicani, quei biglietti di credito laceravano lo stato. Per liberarsene, decretava che si spendessero, e nei pagamenti si accettassero, non a valor di segno nè di editto, ma a valor di cambio, deliberazione giusta in se rispetto ai particolari tra di loro, non rispetto al governo. Parve decreto enorme: gravi risentimenti aveva prodotto la legge precedente, che aveva scemato dei due terzi il valore dei biglietti, ma questa del consiglio, sancita, come si disse, a petizione del conte Balbo, soprantendente le finanze, del valore che solo valessero a valor di cambio, ne partorì dei più gravi. Oltrechè i possessori si trovarono offesi della differenza tra il valore edittale, e quel di cambio, la legge del governo istituito dai Francesi aveva offeso solamente gl'interessi privati, mentre questa offendeva gl'interessi privati ed il buon costume, ed aperse la porta ad abusi innumerabili; imperciocchè s'incominciò a far disegni, ed a negoziare sull'aggio, pessima corruttela dello stato sociale. Grande difficoltà era pure nel provvedere le vettovaglie necessarie alle popolazioni paesane, ed a tante genti forestiere; perchè la vernata essendo stata molto aspra, vi era estrema carestia; e siccome i più forti erano i primi a procacciarsele, così i vincitori, che si chiamavano amici ed alleati, se ne vivevano largamente, mentre gli uomini del paese pativano all'estremo dei cibi necessarj, ed erano tormentati dalle ultime necessità; alcuni se ne morirono di fame. I vincitori pascevano i cavalli coi granelli della saggina o sia meliga, che è il principal cibo dei contadini del paese, ed i Piemontesi affamati ne domandavano invano. Furon visti uomini costretti dalla estrema fame razzolare, crudo ed insolito spettacolo in Piemonte, nello stallatico dei cavalli, e pascersi dei granelli superstiti, miserabili reliquie. A questo si aggiungeva, che se i villani frenati dai capitani, avevano cessato, sebbene non intieramente, dal sacco e dalle persecuzioni, i Cosacchi, i Panduri, e non so qual altra peste di questa sorte, avevano principiato a far da loro. La parzialità pei Francesi era il pretesto, la cupidigia la cagione, la violenza il mezzo, il furto il fine. I Piemontesi non erano sicuri nè in casa, nè fuori; le case andavano in preda, o per forza o per inganno; le ingiurie per le strade, ed anche per le contrade della real Torino si moltiplicavano; varie erano le forme: alcuni rapivano gli orologi di tasca, dicendo, Jacob, Jacob, come dir giacobino; e gli rapivano ai giacobini, ed ai non giacobini ugualmente. Toccavano altri i capelli, credendo, che i giacobini gli avessero mozzi, e se venivano, gridavano Jacob, Jacob, e mettevano l'uomo per la peggiore: nelle campagne, veduto chi andasse per la strada ai fatti suoi, tosto gridavano Jacob, correvano dietro, ed era forza riscattarsi, quando non si poteva fuggire. Io ho conosciuto un repubblicano, che era fatto fuggire su pei monti da una stretta di Panduri, che gli teneva dietro, gridando fermati Jacob, fermati Jacob, che siam truppe dell'imperatore. Quella gente zotica si persuadeva, che perchè eran truppe dell'imperatore, il repubblicano dovesse fermarsi; ma ei si dileguava loro davanti con migliori gambe. Insomma la guerra è guerra, i vincitori sono vincitori, ed il ciel guardi gli stati deboli dagli alleati potenti. Non mai il Piemonte fu tanto squallido, quanto ai tempi della presenza degli Austriaci e dei Russi.
Non si fece sangue per giudizj civili nè sotto il governo di Joubert, nè sotto quello di Suwarow; ma dominando il Russo, molti partigiani del nuovo stato, fra i quali non pochi virtuosi uomini, furono carcerati, parte per odio, parte per assicurarsi di loro massimamente perchè i repubblicani innanzi che partissero, avevano arrestato, e condotto ostaggi in Francia per sicurezza dei compagni, i capi delle principali famiglie nobili del Piemonte. Il collegio dei nobili di Torino pieno di questi prigionieri di stato: eranvi il conte San Martino, il conte Galli, il conte Avogadro, l'avvocato Colla, il giudice Braida, e con molti altri quel Ranza, che al suono della rivoluzione del Piemonte sua patria, era prestamente accorso da Milano, dove secondo la sua disordinata natura, ma pure con sincerità d'animo, non contento di cosa che si facesse, o di anima che vivesse, scriveva contro tutti senza freno alcuno quanto gli suggeriva la mente sua torbida ed inquieta. Gli scherni che loro si facevano dal popolazzo erano gravi, le minacce ancor più gravi; le medesime carcerazioni nelle provincie.
Vedeva il consiglio, che per confermare lo stato del re, principalmente nella capitale, si rendeva necessario l'espugnare la cittadella; perchè non solamente ella era di sicurtà grande alle cose del Piemonte, ma non si giudicava nemmeno onorevole l'avere quel morso in bocca nella sede stessa della podestà suprema: laonde, acciocchè la faccenda camminasse con maggior diligenza, si offerse a far le spese dell'oppugnazione. Il giorno tredici giugno principiarono i confederati a lavorare al fosso, ed alla trincea della prima circonvallazione, che si distendeva dalla strada di San Calvario a quella di Susa, ed era distante solamente a trecento passi dalla strada coperta. Non mancarono gli assediati a se medesimi nel voler impedire colle artiglierìe, che i nemici tirassero a perfezione la trincea. Ma questi con le solite arti affaticandosi, ed ajutati con molto fervore dai contadini, che niuna fatica o pericolo ricusavano, apprestarono le batterìe, e la mattina del diciotto diedero mano a bersagliare la fortezza. Circa cento bocche da fuoco buttavano contro di lei, parte di punto in bianco, parte e molto più di rimbalzo; la quale ultima maniera di trarre fece nella piazza danni e rovine grandissime; perchè siccome lo spazio, per non essere la cittadella molto grande, in cui piovevano le palle, era angusto, così coi salti, coi ribalzi, e coi rimandi loro avevano rotto tutte le traverse, fracassato i carretti, ferito a morte un gran numero di cannonieri: il suolo si vedeva smosso, ed arato per ogni verso. Tiratori Piemontesi abilissimi dalle trincee con grosse carabine molto aggiustatamente traevano, ed imberciavano i cannonieri per le cannoniere: i parapetti in molte parti già squarciati e rotti. Faceva Keim, che da Suwarow aveva avuto carico di quest'oppugnazione, la intimata alla piazza: rispondeva Fiorella, volersi tuttavia difendere. Il bersaglio rincominciava più forte che per lo innanzi, e continuava sino al mezzodì del diecinove. La caserma, i magazzini, la casa stessa del governatore Fiorella ardevano: una conserva di polvere aveva fatto scoppio; le casematte, per esservi trapelata molt'acqua, non offerivano rifugio. Morti erano la maggior parte dei cannonieri, le batterìe scavalcate, i parapetti distrutti; la piazza ridotta senza difese d'artiglierìe. Già la seconda circonvallazione si scavava a gittata di pistola dalla strada coperta, e gli oppugnatori la continuavano con la zappa per modo che già erano vicini a sboccare nel fosso. Il perseverare nella difesa sarebbe stato piuttosto temerità, che valore; perciò Fiorella trattò della resa. Si fermarono il dì venti i capitoli, pei quali si pattuì che il presidio uscisse con gli onori di guerra; che deponesse le armi; che avesse libero ritorno in Francia coi cavalli e colle bagaglie; che desse fede di non servire contro i confederati fino agli scambj; Fiorella, e gli altri ufficiali maggiori fossero, come prigionieri di guerra fino agli scambj, condotti in Germania. Uscirono i vinti in numero di circa tremila. Entrarono i vincitori il dì ventidue. Trovarono trecentosettantaquattro cannoni, centoquarantatrè mortai, quaranta obici, trentamila fucili, polvere, ed altre munizioni da guerra in grande abbondanza; insigni spoglie conquistate in pochi giorni. In così breve spazio di tempo ebbe la sua perfezione l'opera di sforzare la cittadella di Torino, e fu costretta alla dedizione una fortezza, che in una guerra anteriore aveva per ben quattro mesi vinto la contesa contro un esercito assai grosso di Francia. Gli uffiziali d'artiglierìa, ed i cannonieri Piemontesi, che in questo fatto combatterono pel re, fecero opere di egregio valore. Dimostrossi massimamente singolare la virtù di un Ruffini, capitano di non mediocre perizia, e molto dedito all'antico governo. Ottenuta la cittadella, se ne giva Keim ad ingrossare sulle sponde della Bormida Suwarow, al quale la fortuna stava preparando nuove fatiche, e nuovi trionfi. Fecersi in Torino molti rallegramenti civili, militari, e religiosi per la riacquistata cittadella. Ne pigliarono i regj felici augurj. Mandava Suwarow pregando il re, acciocchè se ne tornasse nel regno ricuperato. Ma l'Austria, che aveva altri pensieri, o che era sdegnata per avere lui seguitato sino all'estremo la parte di Francia, attraversava questo disegno: singolare condizione di Carlo Emanuele, che la sua fede verso Francia tanto con lei non gli abbia giovato ch'ella nol rovinasse, e che la sua ruina operata dalla Francia tanto non abbia potuto coll'Austria, ch'ella il rintegrasse.