LIBRO DUODECIMO (continued 2)
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Non solo gli ornamenti e le ricchezze Veneziane si trasportavano, ma quelle ancora commesse alla fede dei neutri avidamente s'involavano. Erasi il duca di Modena, come abbiamo detto, fuggendo la furia dei repubblicani, ricoverato in Venezia; poi già romoreggiando le armi loro d'ogn'intorno, e prevedendo la dedizione, si era per sua sicurezza ritirato sulle terre d'Austria. Ma lasciava un suo tesoro, perchè credeva, in ciò scostandosi dalla sua solita provvidenza, che o non sarebbe scoverto, o se scoverto, sarebbe tenuto inviolato per la neutralità del luogo. Occupata Venezia dai Buonapartiani, gli agenti del direttorio ebbero sentore del deposito, e parendo loro che fosse lor venuto un bel destro, alla fama di quei zecchini nascosti tostamente si calavano, e circondato improvvisamente con soldatesche armate il palazzo in San Pantaleone, dove aveva abitato il duca, cercarono il tesoro, in ogni parte diligentemente investigando. Ciò fu indarno; perchè era stato deposto in casa del ministro d'Austria. Perlochè, fatto armatamano improvviso insulto contro di essa, e ricercato in ogni canto, trovarono il denaro, e via se lo portavano: furono, come portò la fama, circa duecentomila zecchini. I Modenesi erano venuti a Venezia per averselo; ma e' furon novelle. Gli agenti gli serbarono, dissero, per la cassa militare.
Le espilazioni delle opere d'ingegno si effettuavano con grande apparato di soldati, perchè sebbene fossero i piè dei Veneziani in ceppi, si temeva, che ad un bel levarsi, il popolo prorompesse, e rivendicasse alla patria con qualche solenne precipizio degl'involatori le gloriose spoglie. Accresceva il timore il pensare, che le rapine di Venezia rinfrescavano la memoria delle altre rapine d'Italia. Per ogni lato si fremeva nel vedere questi spogli. Pubblicavasi a questi giorni in Italia con le stampe un libro, che aveva in titolo i Romani in Grecia e che fu generalmente creduto opera di un Barzoni. In questo scritto l'autore, sotto spezie dei Romani in Grecia simboleggiando i Francesi in Italia, e così paragonando la tirannide di Flaminio a quella di Buonaparte, eccitava i popoli Italiani allo sdegno, alla vendetta, alla rivendicazione. Ne riceveva molta molestia il generalissimo, e ne cercava per ogni dove l'autore e le copie. Ma più il perseguitava, e più era letto, e non pochi tra i Francesi, che avversavano Buonaparte, o per generosità naturale, o per odio, o per invidia, lodavano e promuovevano lo scritto. Villetard fra gli altri il chiamava pieno pur troppo di allusioni veridiche sui ladronecci commessi da alcuni individui indegni del nome Francese. Girava attorno lo scritto al momento degli spogli, e siccome quello che accusava i municipali del caro del pane, che paragonava l'Italia ad un vasto cimitero tutto squallido e bruttato d'infiniti cadaveri, e che stimolava i popoli a correre armati contro i Francesi, partoriva un effetto incredibile. Se ne querelava Villetard coi municipali; se la passarono con dire, che la stampa era libera, e, quanto alle ingiurie contro a loro, che le avevano in dispregio. Ma Buonaparte non l'intendeva a questo modo: voleva, che l'autore si rinvenisse. Si viveva pertanto fra la rabbia ed il timore, quando dimorandosi una sera Villetard in caffè sotto le quarantìe, se gli faceva avanti in un atto amico Barzoni. L'allontanava da se con aspre parole il Francese, dicendo, maravigliarsi, che colui, che chiamava a morte i Francesi, avesse fronte di accostarsi amichevolmente a chi gli rappresentava in Venezia. In questo Barzoni, trattosi di seno una pistola, e contro Villetard dirizzatola, lo voleva uccidere. Nasceva pel fatto in quel ritrovo un gridare, un fuggire, un accorrere incredibile. Si ritirava o intimorito, o sbalordito Barzoni, e vi fu calca: furono presto i soldati ad accorrere a quel romore inopinato. Per ammansare lo sdegno di Buonaparte, scriveva Villetard a Monge, scusasse il fatto col generalissimo, allegando, che il povero Barzoni, preso da un ardente ed infelice amore per una giovane gentildonna, era fuori di mente. Il pregava altresì, tanto era buono quel Villetard, operasse presso al generalissimo, onde si contentasse, ch'ei desse un passaporto a Barzoni, acciocchè se ne andasse a passare in paesi forestieri quella sua ira tanto gonfia contro i Francesi. Rescriveva furiosamente Buonaparte, essere un assassinamento; volere, che il reo si castigasse. Non ostante gli dava Villetard il passaporto: il giovane Barzoni fuggendo in paesi esteri la collera di chi tanto poteva, si riduceva per ultimo nell'isola di Malta, quando ella venne in potestà degl'Inglesi, e quivi si stette lungo tempo, scrivendo un giornale contro la tirannide Buonapartiana. Asperava questo fatto vieppiù gli animi da ambo le parti: insino ai municipali era venuto in odio quel forestiero dominio.
Cercavasi intanto di coprire con segni di allegrezza le apparenze tristi e funeste. Esita l'animo nostro a raccontare una festa solenne ordinata, e festeggiata da coloro, che sapevano qual fato sovrastasse a Venezia. Pure la racconterò per impietosire i posteri, se essi saranno migliori di noi; conciossiachè niuna cosa più muova a compassione che un'allegrezza procurata a chi è destinato a morte. Correva il dì della Pentecoste, quando la piazza di San Marco si vedeva tutt'addobbata a festa pel piantamento dell'albero della libertà. Mani Veneziane avevano eretto a capo della piazza dalla parte opposta a San Marco un'ampia loggia, a cui si saliva per due scale laterali ornate di vaghi fiori, e di arbusti odoriferi. Era la facciata della loggia un magnifico colonnato d'ordine Toscano con doppie cornici, e belle statue corredato. Da ambi i lati della loggia sorgevano due adorni palchi con colonne, con ghirlande, con insegne repubblicane. Quivi dovevano sedere i musici della cappella ducale, dismessi dal celebrare le antiche glorie della repubblica libera, chiamati ora a celebrare i vergognosi principj della repubblica serva. Due altre logge adorne, e belle si vedevano in mezzo alla piazza, e davanti alle procuratìe, con orchestre pure a lato; i fregi, gli arazzi, le divise, gli emblemi, conformi ai tempi. Gli archi delle procuratìe, e così ancora la chiesa di San Marco comparivano alla vista dei circostanti carchi ed adorni di festoni tricolorati. In vedere un tanto apparato non pochi erano i motti di quegli ameni e spiritosi Veneziani, dimentichi, fra mezzo a quelle illusioni festevoli, dei tanti infortunj loro. Steso a terra in mezzo della piazza giaceva il fusto ancor fronzuto dell'albero, che non so come, nè perchè col nome della libertà si chiamava. Ed ecco alle diciassette Italiane comparire con solenne comitiva di tutti i suoi ufficiali Baraguey d'Hilliers. L'incontravano i municipali in abito, coi cappelli, con le sciabole di moda. Quinci poscia essendosi congiunti col corteggio del generale, si ordinavano a processione. Le campane tintinnivano, gli strumenti suonavano, i democrati dall'allegrezza gridavano: che cosa si pensasse Baraguey d'Hilliers, che sapeva l'avvenire, io non lo so. Intanto giva la processione; soldati Italiani precedevano, seguitavano due fanciulli vagamente vestiti, poi una coppia di un giovane e di una giovane, che si dovevano sposare, poi un vecchio ed una vecchia con istromenti d'agricoltura. Veniva dietro la guardia nazionale in addobbo; indi Baraguey in addobbo ancor esso, e i consoli delle nazioni, e i magistrati sì civili che militari, e i capi delle arti coi simboli delle arti loro. Mostravansi alla coda del corteggio, seguitati da musica militare i municipali. Toccavano i due fanciulli il fusto, ed in un batter d'occhio fra le grida ed i suoni festivi era rizzato nelle sue radici in mezzo alla piazza: sopra le radici deponevano i due vecchi i rurali strumenti. Compariva in questo una berretta rossa sulla punta dell'albero, e la moltitudine applaudiva. Io vidi, trovandomi allora a sedere nella destra loggia, Baraguey, ed il presidente dei municipali gettare terra, e versar acqua sulle radici dell'innalzato albero, ed a quell'atto, tanto il cielo mi fu amico, che non proruppi, benchè ne avessi voglia, perchè mi erano in abbominazione i tradimenti. Le orchestre suonavano, le musiche militari rispondevano, le campane rimbombavano, i cannoni tuonavano, le tricolorite bandiere si sventolavano. Fatto silenzio, orava l'arciprete Valier municipale, con magnifiche parole commendando la generosità Francese, e la rigenerazione Veneziana. Poscia entrati in San Marco, cantavano l'inno delle grazie, e facevano il maritaggio del giovane e della giovane. Restava, che ad onore dello stato nuovo si vilipendesse il vecchio. Per la qual cosa, uscito il corteggio da San Marco ed in piazza tornatosi, dove promiscuamente e Francesi, e Veneziani intorno all'albero già ballavano, ardevano il libro d'oro, e le altre insegne ducali: in quel mentre orava enfaticamente l'abbate Collalto: l'albero della libertà al salutifero legno della croce paragonando. Continuossi a ballare il giorno, ballossi ancora la notte; si recitava in musica una bella, e magnifica opera nel bellissimo teatro della Fenice. Il cuore umano non ha affetto, nè l'immaginazione figura, nè la lingua espressione per rappresentare degnamente quello, che si dovrebbe rappresentare pensando, quale materia covasse sotto tali rallegramenti. Certo, feste e rallegramenti più crudeli di questi non furono al mondo mai. Ricordomi, e fia l'ultima volta che in queste lagrimevoli storie io favelli di me, che trovandomi in palco di una nobile donna Contarini, se la memoria non falla, sposata ad un Correr di Santa Fosca, che fu almirante delle navi, ed a casa il quale io mi godeva a quei giorni una dolce e cordiale ospitalità, in vedere quelle apparenze ed in pensare al fatto, sentiimi come quasi dividere, a lacerare in due dentro me stesso, e paragonaimi a quell'orrendo accoppiamento di corpi vivi e di cadaveri, che per supplizio di rei e di innocenti faceva, a guisa di diporto, quel tiranno dell'antichità. Pure m'infinsi, perchè il discoprirmi sarebbe stato pericoloso; e forse da coloro, con cui mi conversava, non creduto.
Per tal modo si piantava l'albero in Venezia da Baraguey d'Hilliers. Al tempo stesso Bernadotte, che conosceva a che fosse serbata Venezia, proibiva con animo sincero, che in Udine si piantasse. Guyeux al contrario metteva una taglia di centomila lire sur un piccolo comune del Padovano, sotto pretesto, che l'albero vi fosse stato tagliato; doloroso avviluppamento d'accidenti strani per l'infelice Venezia, a cui in proposito di un medesimo fusto figurativo la sincerità dell'uno non giovava, l'improntitudine degli altri pregiudicava.
Continuava Buonaparte nelle sue arti di mostrarsi propenso ai Veneziani, e di dar loro speranza della conservazione del dominio. Nè contento alle chimere, con cui andava pascendo il legato Battaglia, e Dandolo, e Zorzi, e gli altri municipali, che andavano e venivano da lui, volle fare una dimostrazione tanto più brutta, quanto ella era di civiltà, e di cortesìa. Dimostrava non potere, per le molte e gravi faccende che il travagliavano, visitare, come desiderava, per se stesso Venezia, ma mandarvi la donna sua, perchè in lei vedessero i Veneziani, così appunto si spiegava, quanta fosse l'affezione che loro portava. Veniva la moglie in Venezia: le adulazioni dei repubblicani di quei tempi sì Veneziani, che Francesi, furono oltre misura. Traevano per comandamento del generalissimo i cannoni a festa, e ad onore di privata donna, e queste cose non solamente si comportavano, ma ancora si lodavano; potevano i prudenti uomini augurar dell'avvenire. Accolta nella sala dei municipali era segno d'applausi infiniti: deputavano due dei loro ad intrattenerla, ed a farle onoranza. Furonvi festini, balli, canti, allegrezze di ogni sorte: alla Giudecca una gran cena, al canal grande una luminaria, nè mancovvi la regata, spettacolo gradito dei Veneziani. Credevano i municipali di aver vinto la pruova, perchè la donna dava parole dolci, e pareva loro Buonaparte non avrebbe mandato una persona gradita in una città tradita. Ma s'ingannavano, perchè nol conoscevano, o nol volevano conoscere. Dandolo, e gli altri municipali trionfavano, e sempre stavano accanto alla donna, e dal suo volto pendevano. Solo Giuliani repubblicano se ne stava bieco, ed alla traversa. Infine, dimoratasi quattro giorni, il quinto se ne partiva con assai ricchi presenti. Io non affermerò, perchè non lo so di certo, che le sia stata data una collana ricchissima di grosse perle, tratta espressamente dal tesoro di San Marco, in cui era custodita ad uso sacro. Nondimeno l'ho dovuto avvertire, perchè lo trovo scritto negli annali dei tempi. Certamente se non questo, ebbesi ed accettò la donna di molti altri presenti. Fu brutto il dare, fu ancor più brutto l'accettare, non dico dal canto di lei, perchè forse ignorava le insidie del marito contro Venezia, ma dal canto di lui che le sapeva, e che ordiva.
Non ostante tutte le promesse e le dimostrazioni favorevoli, non vivevano coloro, che avevano in mano la somma delle cose in Venezia, senza qualche sospetto, però oltre i maneggi ed i denari, trattavano di unirsi strettamente alle città di terraferma, che, come abbiam narrato, molto ripugnavano al dominio Veneziano. Laonde operavano, che le principali mandassero deputati a Bassano per trattar dell'unione. Vi mandava Verona un Monga, Padova un Savonarola, Brescia un Beccalozzi: vi mandava Venezia Giuliani, perchè essendo natìo di Desenzano, si sperava, che potesse più facilmente conciliarsi ed accomunar i dissidenti. Non arrivavano i deputati di Udine, perchè Bernadotte, per umanità e sincerità, impediva che deputasse. Vi mandava Buonaparte, che in sembianza favoriva il disegno, Berthier, affinchè e presiedesse il congresso, e con arte distornasse il progetto d'unione. Vi furono molte parole e contenzioni. Verona voleva esser capo della terraferma, Padova andava alla medesima volta, i Bassanesi piuttosto ai Padovani aderivano che ai Veronesi, i Vicentini piuttosto ai Veronesi che ai Padovani, Treviso stava in favor dei Veneziani, i deputati d'Oltremincio propendevano verso la Cisalpina. Non ostante si vedeva tra mezzo a questi dispareri, che per la necessità del caso, i deputati sarebbero finalmente restati d'accordi sull'unione. Però Berthier, che non aveva potuto turbare il disegno con le arti, il rompeva con l'autorità, disciogliendo il congresso, e pubblicando, che circa l'unione i deputati non si erano potuti accordare; il che era vero, ma era colpa di lui, non di loro.
Riuscito vano questo tentativo, pensavano i Veneziani a ricercare il direttorio e Buonaparte della unione loro alla Cisalpina; ne facevano anche inchiesta formale al direttorio Cisalpino. Davano i primi buone parole; Battaglia e San Fermo le scrivevano ai municipali, confortando per tal modo i Veneziani con la speranza di aversene almeno a restar Italiani. Rispondeva il direttorio Cisalpino con ambagi e con superbia; barbaro, e stolido insulto alla compassionevole Venezia.
In questo mentre si era concluso il trattato di Campoformio; Buonaparte se ne tornava a Milano. Il suo parlar diverso, e le voci che già si levavano, atterrivano i popoli. Interrogato a Vicenza, qual fosse il destino dei Veneti, rispondeva, nè la Francia nè lui avere alcun diritto sopra di loro. Qui soggiungeva un Tiene Vicentino, che sarebbero pronti a spendere ogni più preziosa cosa per conservar l'indipendenza. Replicava, nulla ancora essere deciso; nè la Francia, nè egli non sarebbero mai per operare cosa alcuna contro di loro, nè per disporre di un popolo, sopra del quale non avevano nissun diritto. Ma giunto a Verona, già più vicino al suo sicuro nido di Milano, e perchè si credeva che la parte Austriaca vi fosse potente, interrogato delle Veneziane sorti da un De Angeli, presidente del governo, faceva sentire questo suono, che Verona era ceduta all'Austria. Dissegli allora il presidente, perchè non lasciarci piuttosto sotto i Veneziani? Perchè dopo tante promesse di libertà venderci all'Austria? A questo tratto rispondeva il capitano atroce a uomini, ai quali egli aveva tolte le armi: ebbene, difendetevi. Riprendeva il presidente le parole, e magnanimamente rispondendo, tuonava a questo modo: Vattene, traditore, e sgombra da queste terre: rendici le armi che ci hai tolte, e ci difenderemo. Taceva il barbaro a tale rincalzata attonito, e si ritirava non vergognoso, ma avvilito, in altra camera. Spargevasi intanto il grido; la città piena di dolore, di trepidazione e di spavento. Udiva le grida disperate dei cittadini dolenti il venditore; se ne partiva frettoloso per Milano.
L'ora estrema di Venezia era giunta. Scriveva da Milano Buonaparte a Villetard: pel trattato di pace essere i Francesi obbligati a vuotare la città di Venezia, e perciò potersene l'imperatore impadronire; ma non doverla vuotare che venti, o trenta giorni dopo le ratificazioni; potere tutti i patriotti, che volessero, spatriarsi, ricoverarsi nella repubblica Cisalpina, in cui godrebbero dei diritti di cittadinatico; avere facoltà per tre anni di vendere i beni loro; essere indispensabile, che si creasse un fondo, il quale potesse alimentare quelli fra i patriotti, che si risolvessero a lasciar il paese loro, e non avessero facoltà sufficienti per vivere; essere la repubblica Francese parata a soccorrergli, se ne avessero bisogno, con la vendita dei beni d'allodio che possedeva nella Cisalpina; esservi a Venezia molte munizioni navali, o di guerra, o di commercio, che appartenevano al governo Veneziano; essere indispensabile, che la congregazione di salute pubblica, (quest'era una congregazione di municipali), le trasportasse, più presto il meglio, a Ferrara, perchè quivi potessero essere vendute in pro dei fuorusciti; quanto fosse per esser utile alle opere navali di Tolone, tosto s'imbarcasse per Corfù, e se ne facesse stima, onde del ritratto si soccorressero i fuorusciti; i cannoni e le polveri si vendessero alla Cisalpina; accordassesi Villetard con un Roubault, e con un Forfait, e con la congregazione di salute pubblica per vedere a qual pro si potessero condurre una nave, ed una fregata recentemente disarmate, otto galeotte, sei cannoniere, un argano da inalberare, le piatte, il Bucintoro, e le barche dorate, i barconi, i palischermi grossi, e sei navi da guerra, sei fregate, sei brigantini, sei cannoniere, e tre galere sui cavalletti.
Aggiungeva Buonaparte a Villetard, badasse bene a tre cose: la prima, lasciar nulla, che potesse servire all'imperatore per creare un navilio; la seconda, trasportar in Francia quanto fosse utile alla nazione; la terza, usare quanto si vendesse, nel miglior modo possibile, perchè più fosse profittevole ai fuorusciti: insomma ogni altra opera facesse, che il tempo e l'occorrenza richiedessero per assicurar le sorti dei Veneziani, che si volessero ricoverare in Cisalpina: finalmente fosse suo obbligo di pensare, di concerto con la congregazione di salute pubblica, e coi deputati delle città di terraferma, alla salute dei fuorusciti loro.
Avuto Villetard questo mandalo, duro per lui per essere stato autore della rivoluzione Veneziana, duro pei Veneziani per la perduta patria, nella sala delle adunanze recatosi, e ragionato prima delle condizioni dell'Europa, che, secondo lui, rendevano pericolosa alla Francia una nuova guerra sul continente, in cotale guisa ai municipali favellava: «Cittadini, voi già anteponeste all'interesse vostro l'interesse della patria: un altro maggiore sforzo, un altro più nobile sacrifizio vi resta a fare, e quest'è il dare l'interesse della vostra patria stessa all'interesse di tutta l'Europa. Già udiste le funeste voci sollecitamente sparse dai nemici vostri: esse risparmiano almeno ai vostri amici, che questo infausto mandato ricevuto hanno, il dolore di adempirlo con altro, che con lagrime. Ma, cittadini, i nemici vostri sono anche nemici nostri; essi calunniato hanno la Francia, come se ella trafficasse di carne umana, affinchè voi contro la libertà, e contro i difenditori suoi parte di quell'odio voltaste, che alla tirannide, ed a' suoi sostenitori portate. No, per Dio, no; che la Francese repubblica questa vendita infame lascia ai re: ella perseguita i re, ella protegge gli uomini liberi, ovunque gli trovi. Ma la sua protezione, e la sua vendetta là debbono terminarsi, dove nascerebbe la offesa dei suoi propri concittadini. I soldati della repubblica ora troppo sparsi, meglio fomenteranno ristretti nella Cisalpina, la novella libertà. I territorj Veneti, forse la città stessa di Venezia resteranno aperti alle imperiali genti, fors'elleno gli occuperanno. Alcuni fra di voi, come gli Ottomani fanno, sono pronti a piegar il collo al fato inesorabile. Altri, come i Veneti, gloriosi avoli loro, sonsi risoluti a lasciar le insensate mura per trasportar sulle navi la patria, ed ogni uomo libero con lei. Evvi finalmente chi elegge il morire sotto le mura diroccate piuttosto che lasciarle in mano degli strani. Non io presumerò di giudicare qual fia il meglio fra una rassegnanza stoica, fra una ritirata onorevole, fra un sacrificio generoso. Bene ho a dirvi, dopo di aver purgato la mia patria dal veleno della calunnia, ch'ella offre ricovero, ed asilo a coloro, che perduta l'antica Venezia vorranno fondarne una nuova su lidi inaccessi alla tirannide. La Cisalpina repubblica per intercessione della Francia, e per amore della libertà vi apre il grembo; ivi il titolo di cittadini avrete, ivi una sede alla novella Venezia, o che vi piaccia presso alle terre forti, o nelle popolose città, o sotto gli umili tuguri, dove abitano gli uomini virtuosi e liberi, fondarla: potrete i Veneziani beni con voi Veneziani trasportare, che così a favor vostro stipulava la potentissima repubblica. Per tale guisa la generosa Francia, non potendo in tanta lontananza assicurare il libero stato ai Veneziani in Venezia, assicurava almeno il viver libero a coloro, che preferiscono la libertà alle lagune!»
Dette queste parole il giovane Villetard, pallido, tremante e lagrimoso si tacque. Poi gli esortava, in nome anche di Buonaparte, che ordinassero quanto era necessario, perchè Venezia sottentrasse intera e salva al nuovo dominio. La rabbia, l'indegnazione, il furore agitavano il consenso. Ora era il silenzio, ora mormori di maledizione. Il buon Vidiman, che già il cuore funesto aveva per la morte del fratello, antico governatore delle isole, che non aveva potuto sopravvivere alle rapine Corciresi, visto accostarsi la morte della patria a quella del fratello, se ne stava un pezzo attonito e sbattuto. Poi ritrovando in se quella forza d'animo, che più gli uomini temperati hanno, che gli sfrenati, faceva risoluzione di andarsene all'esilio, non già per adular Buonaparte, o per correr dietro a nuove ambizioni, ma per viversene umile ed ignoto, là dove ancora virtù si pregiasse. Fortunato Veneziano, anche nelle disgrazie, poichè la virtù non solo consola, ma a gran misura felicità, da te impareranno i posteri, se avranno vita queste carte ch'io vergo, e divozione verso la patria, ed integrità di costume, ed amore della libertà, e costanza nell'esilio; e forse tempo verrà, che essi anteporranno l'esule ed umile Vidiman al glorioso Buonaparte, distruttore di patrie innocenti.
Riprendeva le parole Villetard, ed offeriva in nome del generalissimo, ed a scampo della loro vita nel vicino esilio, le Veneziane spoglie. A questa offerta veramente Buonapartiana la natura Italiana si scosse, e mostrossi intiera. Ritenessesi, rispondevano concordi, gl'infami doni; non essi aver consentito a governare un dì la patria loro in tempi infelicissimi per dividersene le spoglie; sapere, come si preferisca la povertà all'infamia, gli esempi che correvano, non avere fin là contaminato le anime Veneziane: poter esser traditi, perchè per tradire basta la potenza, ma non avviliti, perchè per non essere avvilito basta la virtù, intrinseco e durevol pregio, non esteriore e caduco, come la potenza; prendessesi pure la Francia le Veneziane spoglie, ma non cercasse di chiamar a parte del furto i Veneziani; aver essi perduto la patria, non voler anco perdere l'onore; se si pascevano i potenti delle rubate ricchezze, volere gli esuli pascersi della buona coscienza, nè non esser mai per consentire, che quelle mura e quelle acque, tante volte testimonj di virtuosi fatti, gli vedessero far fardelli di Veneziane ricchezze; sapere, per aver voluto servire alla Francia ed alla patria, aver incorso l'odio di molti compatriotti, ma sperare, che quest'ultimo atto della vita pubblica loro, gli purgherebbe, ed a tutti dimostrerebbe, che se furono troppo confidenti, non furono almeno colpevoli. Ciò detto, se ne stavano fremendo con segni di grandissima indegnazione.
Di questo sdegno, e di questo rifiuto scriveva Villetard a Buonaparte con la seguente lettera, la quale io sono, come un'altra scritta dal medesimo Villetard, obbligato di riferire alla distesa, perchè un recente autore di una storia di Venezia, badando piuttosto a scusare Buonaparte del fatto di Venezia, che a rendere a ciascuno il suo debito secondo il vizio o la virtù, le passò sotto silenzio, contentandosi di rapportare la lettera del generalissimo, la quale anche qui sotto si troverà trascritta. Della quale omissione io non posso restar capace, perchè, se desiderio dello storico era il non lodar Italiani di un fatto che dinotava magnanimità, mi pare, che almeno avrebbe dovuto lodare il Francese Villetard di un procedere, che se stesso e la Francia sua patria in sì brutto accidente onorava.
«E' bisogna, scriveva Villetard al generalissimo, ch'io avessi tanta fermezza stoica, quanto amor patrio, perchè io il doloroso carico, che mi deste, accettassi. Era presto, per quanto in me fosse, di adempirlo; ma bene io meco stesso mi rallegro almeno, di aver trovato nei municipali di Venezia animi troppo alti per voler cooperare a quello, che per mezzo mio loro avete proposto. Cercheranno eglino altrove una libera terra, ma preferiranno, se necessario fia, la povertà all'infamia. Non consentiranno, che altri possa dir di loro, che abbiano durante alcuni giorni, usurpato la sovranità della nazione loro per metterla in preda. Per un tal procedere pruoveranno almeno, che non meritano i ceppi che si stan loro preparando. Gemono, è vero, su cotesti ceppi, bestemmiano, è vero, la nazion Francese: un rifiuto unanime di volere nella ruina della loro patria mescolar le mani, seguitava i vostri comandamenti. Gemono, perchè otto anni di rivoluzione non ancora gli hanno assuefatti alle disgrazie, bestemmiano, perchè ancora non hanno imparato le dottrine Machiavelliche; non s'ardiscono, perchè ancora non sono tanto corrotti che non abbominino la sfrontatezza politica. Pure ed il titolo di cittadini della Cisalpina, ed i benefizj della nazione Francese recheransi ad onore; se non fia lor d'uopo comperargli per quello che a lor pare un delitto, e voi siete troppo grande per non fare giusta stima di questa loro scrupolosità. Non resta adunque, o generale, altro modo di giovar loro che di ordinare in Venezia il governo meramente militare, pel quale voi a nome della Francia richiederete quello, ch'eglino a nome della sovranità del popolo, che in loro aveva la sua fede posta, ricusano di fare».
Buonaparte, il quale tanto meno comportava di esser biasimato del male, quanto più amava di farlo, e parendogli, che fosse piuttosto pazzìa che altro il non voler rubare la propria patria, nè consegnarla in mano dei forestieri, rescriveva a Villetard queste rabbiose e barbare parole.
«Ebbi, cittadino, la vostra lettera dei tre annebbiatore; nulla compresi al suo contenuto. Forse non bene i miei concetti vi spiegai. Non ha la repubblica Francese vincolo alcuno di trattato, che ci obblighi di anteporre ai nostri interessi, ed ai nostri vantaggi quei della congregazione di salute pubblica, o di verun altro uomo di Venezia. Non mai la repubblica Francese fece la risoluzione di far la guerra per gli altri popoli. Vorrei sapere, qual sia il precetto o di filosofia, o di morale, che comandi, che si sacrifichino quarantamila Francesi contro il desiderio espresso della nazione, e l'interesse vero della repubblica Francese. So, e sento, che nulla costa ad un branco di ciarloni, che meglio contrassegnerei chiamandogli pazzi, di volere la repubblica universale. Vorrei, che questi signori facessero con me una guerra d'inverno. Inoltre la nazione Veneziana più non è. Divisi in tanti interessi, effeminati e corrotti, tanto codardi quanto ipocriti, i popoli d'Italia, e spezialmente il Veneziano, poco son fatti per la libertà. Se il Veneziano è in grado di pregiarla, la occasione gli è aperta per pruovarlo: ch'ei la difenda. Non ebbe nemmeno il coraggio di conquistarla contro alcuni vili oligarchi; non seppe per qualche tempo difenderla nella città di Zara, e forse, se in Alemagna fosse entrato l'esercito, noi avressimo veduto, se non rinnovellarsi le tragedie di Verona, almeno moltiplicarsi gli assassinj che sull'esercito i medesimi effetti partoriscono. Del rimanente la repubblica Francese non può dare, come par che si creda, gli stati Veneziani; non è già punto perchè questi stati per dritto di conquista non appartengono in realtà alla Francia, ma perchè non è massima del governo Francese di dare alcun popolo. Adunque allora quando l'esercito Francese sgombrerà il paese, potranno i diversi suoi governi fare quelle risoluzioni, che più crederanno utili alla patria loro. Vi diedi carico di conferire con la congregazione di salute pubblica intorno alla evacuazione, che è possibile, che l'esercito faccia, acciocchè potessero appigliarsi ai partiti più utili e pel paese, e per gl'individui che eleggessero ritirarsi nei paesi uniti alla repubblica Cisalpina, e riconosciuti, e guarentiti dalla Francese. Voi parimente avete lor fatto a sapere, che coloro, i quali amassero seguitare l'esercito Francese, avrebbero tutto il tempo necessario, perchè possano vendere i loro beni, qualunque abbia ad essere il destino del loro paese, e di più, ch'io sapeva, che era intento della repubblica Cisalpina di conferir loro il titolo di cittadini. Il mandato vostro là debbe terminarsi. Del resto, ei faranno a posta loro quanto vorran fare. Voi avete loro abbastanza detto, perchè sentano che tutto ancora non è perduto, che quanto accadeva era l'effetto di un gran disegno: che se gli eserciti Francesi continuassero a far la guerra prosperamente contro una potenza, che è stata il nervo ed il cofano di tutta la lega, forse Venezia col tempo potrebbe divenire unita alla Cisalpina. Ma veggo che son codardi, e che non san far altro che fuggire: ebbene, che e' fuggano; non ho bisogno di loro».
A questo modo parlava Buonaparte di coloro, che per cagione di lui perdevano un'antica e nobil patria, che per cagione di lui andavano raminghi ed esuli, che per cagione di lui avevano in tempi tanto sinistri accettato il doloroso carico di servire al paese loro ed alla Francia. A questo modo parlava di loro, solo perchè avevano rifiutato le offerte sue infami, ed abborrito dal contaminarsi le mani nella dazione, e nell'ultimo ladroneccio della infelice patria loro. Da tutto questo anche si vede, con quale sincerità abbia narrato questo accidente l'autore della recente storia Veneziana, poichè non al rifiuto di appropriarsi le spoglie della patria, e di consegnarla essi stessi in poter dell'imperatore, come avrebbe dovuto dichiarare apertamente, ma non so quale altra protestazione dei Veneziani, senza spiegare qual ella fosse, egli attribuisce la collera di Buonaparte. Quando non si adorano le opere generose, e non si ha un orror santo per le vili, non so perchè si scrivano storie.
Rispondeva il generoso Villetard alla lettera del furibondo Buonaparte queste nobili parole: «Non loquaci, non pazzi, non vili, o codardi uomini sono coloro, dei quali nell'ultima mia vi favellava; nè voglion essi che col sangue Francese si faccia loro una repubblica universale. Conosco, come voi, le frasi, conosco la politica, conosco il coraggio di questi sognatori di universali repubbliche: ma parecchi padri di famiglia sono, ma vecchi uomini sono, ma negozianti sono, che atterriti dalla novella della evacuazione del paese loro, e dell'invasione dei soldati dell'imperatore, che ne debbe seguitare, creduto hanno di non aver più diritto di governare quando governare più non potevano che a loro proprio profitto, e che di un'autorità temporanea, non confermata ancora dalla nazione, investiti solamente si conoscevano. Abbiate del resto per certo, che da radice di probità e di altezza d'animo, pur troppo a' nostri giorni rare, procede il rifiuto di espilare a profitto della parte democratica la Veneziana nazione».
Ma per toccare il fondo della risposta di Buonaparte, se non aveva la Francia nissun obbligo di trattato verso Venezia, non si vede perchè il generalissimo invocasse un trattato quando si trattava di rubarla; perchè, se non più onorevole, almeno più sincero sarebbe stato il chiamar rubare il rubare, e non chiamarlo pigliarsi le cose promesse dai trattati. Da un altro canto s'intende benissimo, che Buonaparte non era obbligato a far ammazzare quarantamila Francesi per conservar Venezia libera; ma s'intende anche benissimo, che non era colpa dei Veneziani, se la Francia voleva serbar per se i Paesi Bassi, e la sponda sinistra del Reno, e Magonza, e la Lombardìa Austriaca, e Mantova, e Corfù. Che Venezia pagasse per altri si vede, perchè pagò; ma che vi fosse obbligata, è argomento nuovo, e degno dei tempi. Taccio gl'incentivi dati ai Veneziani verso la libertà dal direttorio, da Buonaparte, e dai suoi generali, ed agenti, perchè sono vituperj a chi voleva dar Venezia in preda all'imperatore. Rivoltare per tradire era certamente opera nefanda.
In tanto precipizio dell'antica patria, pensarono i municipali, poichè la forza dominava, che la volontà almeno si esprimesse. Adunarono i popolari comizj, affinchè deliberassero, se i Veneziani volevano conservar la libertà. Nissun oratore parlò in cospetto del popolo; i soli desiderj spontanei operavano, soli sacerdoti raccolsero i voti: fu il voto per la libertà. I municipali deputavano Sordina, Carminati, Dandolo e Giuliani, acciocchè andassero a Parigi, portassero al direttorio il voto, e lo pregassero, che permettesse, che i Veneziani s'armassero per difendere la libertà. Coi medesimi fini mandavano un'altra deputazione a Buonaparte a Milano; ma ei fece arrestar in viaggio i deputati, orribile comandamento. Così, se i Veneziani non s'armavano, gli chiamava vili, se volevano armarsi, gli trattava da rei, e si vede di che fosse pregno quel capitolo inserito nel trattato di Campoformio, che la repubblica Francese consentiva, che l'imperatore d'Alemagna possedesse Venezia. Il dir consentire, quando si sforza, mi pare un'astuzia piuttosto ridicola e stomacosa, che altro.
Serrurier, non temendo di maculare lo splendore de' suoi fatti, accettata da Buonaparte la suprema autorità in Venezia, ed il mandato di fare la gran consegna, svaligiati prima, secondo i comandamenti avuti, i fondachi pubblici del sale, e del biscotto, spogliato avarissimamente l'arsenale, rotte o mutilate le statue bellissime, che in lui si miravano, fatto salpare le grosse navi, affondate le minori, rotte a suon di scuri le incominciate, arso in San Giorgio, a fine di cavarne le dorature, il Bucentoro, reliquia veneranda per la memoria dell'antiche cose, e per le opere eccellenti di scoltura che l'adornavano, rovinata e deserta ogni cosa che allo stato appartenesse, consegnava agli Alemanni, lietissimi di tanto maravigliosa conquista, la città di Venezia. Faceva il popolazzo qualche allegrezza, onde si accresceva il dolore universale; i democrati, o fuggiti, o nascosti; dei patrizi, i più piangevano, alcuni andavano alle ambizioni nuove. Francesco Pesaro, mi vergogno, e mi sento addolorare in dirlo per la contaminata fama di lui, riceveva, come commissario imperiale, i giuramenti.
Così perì Venezia. Ora, quando si dirà Venezia, s'intenderà di Venezia serva: e tempo verrà, e forse non è lontano, in cui, quando si dirà Venezia, s'intenderà di rottami e d'alghe marine, là dove sorgeva una città magnifica, maraviglia del mondo. Tali sono le opere Buonapartiane.