LIBRO DECIMO (continued 2)
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Intanto un accidente, frutto di una vituperevol fraude da una parte, accompagnato da una estrema crudeltà dall'altra, famoso al mondo per l'importanza sua, e pel paragone di un altro fatto rinomato nelle storie, era vicino a sorgere nella principale città della Veneta terraferma. Abbiamo già raccontato, come Buonaparte, perchè l'Austria accettasse da lui, in ricompensa dei Paesi Bassi, e del Milanese, lo stato Veneziano, si era messo in punto di farlo rivoltare contro il senato. Insidiò principalmente Verona. I suoi agenti non lasciavano alcuna cosa intentata, e la popolazione Veronese contaminavano con promesse agli avidi, con istimoli agli ambiziosi, con mostra di libertà, con abbominazione di tirannide agli amatori del vivere libero. Il senato all'incontro avendo avuto sentore, anzi certezza delle trame di Verona, vi aveva mandato, come già abbiam raccontato, provveditori straordinari, uomini di fede e di virtù, con un forte polso di genti Schiavone. Vi arrivavano, oltre a ciò, i villani dei contorni, ai quali erano state messe in mano le armi: erano una massa considerabile. Stavano ambe le parti vigilanti, l'una per impedir gli effetti delle suggestioni e delle sommossioni d'oltre Mincio, l'altra per ajutarli. Gli animi infiammati dall'un canto, arrabbiati dall'altro, insospettiti tutti, si mostravano pronti, non solo ad usare le prime occasioni gravi, ma ancora a prorompere per le più leggieri, ed una voce, un suono, un segno che uscisse, potevano partorire una generale commozione. In tanta concitazione reciproca le cagioni potevano nascere ugualmente dall'una e dall'altra parte. Da tutto questo conoscerà il lettore, che poco rileva il sapere, se si sia incominciato a far sangue dai Francesi, o dai Veronesi, perchè proposito dei capi Francesi era di far rivoluzione in Verona, proposito dei Veronesi d'impedirla: i primi volevano darla all'Austria, i secondi conservarla a Venezia; e so ben io ciò, che farebbero i Francesi, o gl'Inglesi, se qualche potenza forestiera vendesse ad un'altra Lione, o Birmingham.
Era debole il presidio Francese in Verona, nè atto per se a tanta mole; perchè il generalissimo aveva avuto bisogno di tutte le sue forze contro l'Austria, ma si sperava nei maneggi secreti, e nell'opera dei novatori, ed oltre a ciò incominciava a scoprirsi nel Padovano la schiera di Viotor mandata da Buonaparte a rivoltar lo stato nella terraferma. Si accostava inoltre Lahoz coi Lombardi, e Polacchi, accostavansi le masse repubblicane di Brescia e di Bergamo, ed il forte presidio di Mantova poteva dare da luogo vicino nervo all'impresa. Intanto il capitano Carrere, comandante di Verona, soldato amantissimo della repubblica, ma probo e religioso, vedendo il pericolo tratteneva ogni Francese che da Francia venisse, od in Francia ritornasse, per modo che riuscì a raccorre circa ottocento soldati. Arrivavano poco stante duecento Cisalpini, valorosa gente, capitanata in gran parte da Francesi, ed assai disposta a secondargli. Già segni annunziatori di quanto doveva succedere si spargevano per le campagne: erano in ogni luogo minacce, mischie, ed uccisioni. I sollevati dipendenti da Buonaparte uccidevano i sollevati, che gridavano San Marco; dall'altra parte dei Francesi isolati, coloro, che s'imbattevano in gente più moderata, erano o arrestati, od insultati; quei, che incontravano uomini più sfrenati, erano uccisi. Un prete, figliuolo del conte Malenza, postosi in agguato con una squadra di mila villani, infestava le strade tra Peschiera e Verona. Incessantemente si predicava, volere i Francesi fare una rivoluzione per impadronirsi delle sostanze dei popoli, e singolarmente del monte di pietà, dove erano grandissime ricchezze. Allegavano l'esempio del monte di pietà di Milano depredato contro le leggi del giusto e dell'onesto. Il fatto era pur troppo vero, e la ricordanza di lui produceva una rabbia incredibile in mezzo a quelle popolazioni già tanto concitate. Succedevano in Verona stessa ad ogni momento minacce tra Francesi e Schiavoni, succedevano altercazioni frequenti tra Francesi e Veronesi, ed allora gli Schiavoni si allontanavano. Le nappe con l'impronta del Lione, insegna della repubblica di Venezia, davansi a chi ne bramava. Godeva il provveditore nel vedere animi sì pronti, e tante difese apprestate. Dava opera ad ordinarle; descriveva i villani accorsi, raccomandava l'ordine e la quiete, comandava, non offendessero persona; solo stessero armati, e pronti. Così l'agro Veronese suonava tutto all'intorno d'armi contrarie, ed armi contrarie erano in atto d'affrontarsi dentro le mura stesse di Verona. Preparavansi i magistrati a propulsare qualunque assalto, fatti accorti dai fatti di Bergamo, Brescia, Crema, ed ancor più dalle novelle certe delle intenzioni di Buonaparte. Il generale Balland surrogato a Kilmaine nel governo militare di Verona, sollevato d'animo a tanti romori, scriveva al provveditore, esortandolo a provvedere, che i disordini cessassero. Rispondeva il Veneziano, che il farebbe, sempre anzi averlo fatto, ma toccava rimproverando i maneggi degl'insidiatori, mandati a posta per sommuovere le province.
Era il dì diciasette aprile, secondo giorno di Pasqua del millesettecentonovantasette, quando alle ore quattro meridiane scoppiava ad un tratto la terribil sollevazione Veronese. Incominciava da insulti e da minori fatti dai soldati Veneziani e dai Veronesi armati, contro le guardie Francesi sparse in vari luoghi della città. Il comandante Carrere, veduto quanto il tempo fosse minaccioso, ristringeva i suoi sulla piazza d'armi, pronto a correre dove bisogna fosse. In cotal guisa stava armato e raccolto lo spazio di un'ora, quando Balland fece trarre, erano le cinque della sera, qual segno di guerra, cannonate dai castelli. A quel rimbombo si conduceva spacciatamente Carrere con la sua schiera nel Castel-Vecchio, contro il quale già combattevano i Veronesi dalle case vicine. Il romore inaspettato delle artiglierìe Francesi diè cagione di credere ai Veronesi già tanto infiammati, che fosse intenzione di Balland di trattare ostilmente Verona. Nè s'ingannarono punto; perchè poco dopo traeva furiosamente contro il palazzo pubblico, che ne fu lacero e guasto in molte parti. Diroccarono al primo trarre le creste del palazzo degli Scaligeri. Cambiavasi in un momento l'aspetto della città; perchè vi sorgeva una rabbia, un gridare, un correre contro i Francesi da non potersi raccontare degnamente con parole. Un suonare di campana a martello continuo e precipitoso accresceva terrore alla cosa. Dei Francesi, coloro che si trovavano più vicini ai castelli, massime al Castel-Vecchio, in loro si ricoveravano a tutta fretta: ma non fu senza pericolo, perchè rabbiosamente gli seguitava il popolo, che gli voleva ammazzare, e bersagliandogli dalle finestre con palle, con sassi, con ogni sorte d'armi faceva loro il ritirarsi difficile e mortale. Il furore aveva preso non solo gli uomini ed i forti, ma ancora i vecchi, le donne, i fanciulli, ognuno volendo ricompensare con un sangue odiato le ingiurie ed i patimenti. Molti dei Francesi in tal modo fuggenti restarono uccisi, plaudendo all'intorno il popolo inferocito. Chi non potè ripararsi a tempo nei castelli, cercava salvezza nei più segreti nascondigli delle case; ma non però tutte, anzi poche erano loro sicure; perciocchè non pochi, rottasi dai padroni la ospitalità, vi restarono miseramente uccisi. Alcuni furon gettati nei pozzi, altri trafitti dai pugnali, altri risospinti fuori delle porte, perchè fossero segno alla rabbia popolare, che tuttavia fra le grida orribili, fra il rimbombo delle artiglierìe dei castelli, fra i tocchi incessanti pel suonare a stormo andava crescendo. Molti amministratori dell'esercito, molte donne, molti fanciulli, molti ammalati erano in Verona, e questi furono, la maggior parte, condotti a miserabil morte da un popolo, che pagava con eccessiva crudeltà contro gl'innocenti le ingiurie, le ruberìe, le fraudi, i tradimenti usati da chi aveva contro di lui contaminato il nome di Francia. Era spettacolo pieno di compassione e di terrore il vedere malati languenti perseguitati da sicarj sanguinosi, donne atterrite da donne furibonde. Noi vedemmo un portico, tutto lurido e stillante ancora di sangue di Francesi ammaccati piuttosto che trafitti da un immenso furore; noi vedemmo spoglie sanguinose tratte da pozzi e da fogne; noi vedemmo miserabili vestimenta serbate a gloria dai violenti trucidatori. Ma la pressa, le minacce, la crudeltà, che il cielo serbi condegno castigo agli autori veri di tanto infinita barbarie, erano intorno all'ospedal militare. Degli ammalati alcuni furono uccisi, parecchi malconci e spogliati. Nè le preghiere, nè la debolezza, nè l'aspetto medesimo della morte già vicina in un ferocissimo morbo potevano piegare a misericordia questi uomini, nei quali null'altra cosa d'uomo restava che il volto. Nè veniva meno la crudeltà per la stanchezza, o per lo sfogo; che anzi sangue chiamava sangue, e le forze, che mancano spesso al ben fare, non mancavano al mal fare. Se per assenza di vittime pareva un poco acquetarsi il furore, tosto si riaccendeva più fiero che prima, ove fosse scoperto un Francese; e di nuovo si dava mano alle stragi. Non in meno pericolosa condizione si ritrovavano i patriotti o Veronesi, o forestieri: che anzi maggiore contro di loro si mostrava la rabbia del popolo, che con più diligenza gli cercava, e quanti potè aver nelle mani, tanti uccise. Ma i più si erano ricoverati nei castelli, altri conficcati nel nascondigli passarono fra la speranza ed il timore parecchi giorni. Ma non tutto fu barbarie in questo lagrimevole accidente. Non pochi Veronesi, ed il conte Nogarola medesimo, quantunque fosse uno dei capi degl'insorti, conservarono, nascondendogli, a molti Francesi la vita, atto tanto più degno di commendazione quanto nel salvare la vita altrui correvano pericolo della propria; perchè non è da dubitare, che se il popolo si fosse accorto della pietà usata, avrebbe condotto all'ultima fine preservatori e preservati. Spargevasi intanto per le campagne il grido del caso di Verona: incominciavasi a toccar lo stormo; i villici accorrevano a torme armate nella tormentata città; e se il vecchio furore già languiva, l'accostamento del nuovo il rinfrescava. Le grida e le stragi rincominciavano, nè cessarono le uccisioni, se non quando non vi fu più uomo da uccidere. Mancata la materia dello ammazzare, si veniva in sul saccheggiare. Già il ghetto, essendo gli ebrei, oltre l'antico rancore, riputati partigiani di Francia, andava a ruba: già i fondachi del pubblico pericolavano, e non fu poco, che i provveditori potessero impedire, che coloro, i quali sì ferocemente combattevano per Venezia, le sostanze pubbliche di Venezia non rubassero. Tanto facilmente passano gli uomini infuriati dalle uccisioni ai latrocinj, dai latrocinj alle uccisioni. Correva il sangue per le case, correva per le contrade, i castelli tuonavano, gli Schiavoni infuriavano: anzi uniti al popolo volevano dar l'assalto a quei nidi, come dicevano, dove si erano confinati i tiranni d'Italia. Il maggior pericolo era pel Castel-Vecchio: posto essendo vicino alla città, potevano i soldati ed il popolo assaltarlo più facilmente; nè le sue difese erano forti, poichè dava adito al castello un ponte chiuso solamente da un cancello di ferro, e la porta di debol legno era anche priva di saracinesca.
Il provveditor Giovanelli, in mezzo a tanta confusione e tanti sdegni, avrebbe voluto, non far deporre le armi, perchè nè la tempera degli animi Veronesi, nè il trarre continuo dei castelli il permettevano, ma frenare la barbarie, ed introdurre ordine e misura, là dov'era solamente confusione e trascorso. Tanto si adoperava in questo lodevole pensiero, che per poco il popolo non l'aveva per sospetto, e si proponeva, posposta l'autorità di lui, di voler fare da se. Importava intanto l'impadronirsi, per aprir l'adito agli aiuti esterni, delle porte, che tuttavia si trovavano in possessione dei Francesi. Il maggior presidio era in quella di San Zeno. Il conte Francesco degli Emilj, che alloggiava nella terra di Castel-Nuovo con due pezzi di cannone, seicento Schiavoni, duemilacinquecento contadini, e fronteggiava un grosso corpo di Francesi e d'Italiani, affinchè non corressero contro Verona, udito il pericolo della sua patria, correva subitamente in suo aiuto, e dopo un sanguinoso conflitto, fatto prigioniero il presidio, recava in sua potestà la porta di San Zeno, entrando con tutti i suoi, il che dava nuovo animo ai cittadini. Facevano lo stesso della porta Vescovo il capitano Caldogno, e di quella di San Giorgio il conte Nogarola. Così gli abitatori del contado potevano entrare liberamente a soccorrere Verona. Giunto il rinforzo del conte degli Emilj, assalivano i Veronesi più fortemente i castelli, massimamente il vecchio, e più fortemente dentro di loro si difendevano i Francesi, certi essendo, che in tanta rabbia popolare, per cui già erano stati morti i non combattenti, da quella difesa non solo dipendeva la possessione dei luoghi, ma ancora la salute, e la vita loro.
Il maggior propugnacolo che avessero, era il castello montano di San Felice. Per questo i Veronesi, principalmente contadini, avevano fatto un grosso alloggiamento a Pescantina, luogo opportuno per recarsi a battere quel castello; che anzi più oltre procedendo, avevano piantato due cannoni in san Leonardo, donde, per essere il sito sopraeminente al castello, continuamente il fulminavano. Dalla parte loro i Francesi uscivano frequentemente a combattere fuori dei castelli. Seguivanne stragi, incendj e ruine. Ardeva parte della città, perchè da castel San Felice, Balland fulminava, anche con palle roventi; ardevano le vicine ville intorno, e la tanto florida un tempo, ed ora infelice Verona, pareva avvicinarsi ad un estremo sterminio. Intanto i villici, che tanto più s'infierivano, quanto più largo sangue vedevano, non confidando intieramente nei rimedj, che potessero fare da se medesimi, avevano di volontà propria spedito corrieri al generale Austriaco Laudon, che, come abbiam narrato, dopo le vittorie acquistate nel Tirolo, era sceso a mettere a romore l'alto Bresciano, pregandolo, si calasse subitamente in soccorso loro. Balland non ometteva di provveder all'avvenire, conoscendo di quanta importanza fosse all'esercito il conservare in potestà di Francia quell'alloggiamento. Però aveva dato avviso a Chabran in Brescia, ed a Kilmaine in Mantova, pregandogli, mandassero sollecitamente gente soccorritrice al presidio pericolante. Victor medesimo era stato avvertito da Balland del pericolo. Anche da Bologna s'accostava una schiera per istringere la città combattente. Giovanelli, considerato il nembo che da ogni parte gli veniva addosso, quantunque Erizzo fosse per arrivare con un rinforzo di genti Schiavone, di armi e di munizioni, aveva aperto una pratica d'accordo con Balland, la quale però non ebbe effetto, perchè il generale di Francia richiedeva, per prima ed indispensabile condizione, che i villani deponessero le armi, si riaprissero le strade alle comunicazioni dell'esercito, il presidio Veneziano alle poche genti di prima si riducesse. Non erano alieni i magistrati della repubblica dall'accettar queste condizioni; ma le turbe di campagna, tuttavia infiammate, non volevano a patto nessuno udire, che avessero a depor le armi: viemaggiormente s'infuriavano.
Nè erano senza frutto le esortazioni degli uomini di chiesa, che rappresentavano, essere mescolata con la causa dello stato la causa della religione. Rammentassero, dicevano, l'oppressione di Roma, gli scherni di Milano, le abbominazioni di Parigi: osservassero con gli occhi loro medesimi i preti fuorusciti di Francia, ridotti esuli e poveri da gente incredula e sfrenata, per non aver voluto contaminare con ispergiuri e con bestemmie la fede loro: questa medesima sfrenata ed orribil gente volere adesso fondar l'imperio loro nell'incorrotta Italia: per questo ingannare gli spiriti, per questo pervertire i cuori, per questo subornare i magistrati, per questo tradire i governi, per questo finalmente avere testè conculcato la dignità della sedia apostolica, primo splendore d'Italia, e principalissimo fondamento della religione: guardassero qual fosse il seguito dell'irreligiosa gente; uomini malvagi aiutarla con gli spìamenti, con le parole, con le armi, con le aderenze; uomini tutti nemici alla religione, perchè senza fede; nemici alle buone costumanze, perchè senza buoni costumi; nemici ai governi provvidi, perchè impazienti di ogni freno, che gli rattenga nelle male passioni loro. Perciò, sclamavano, difendessero fino coll'ultimo sangue, ove d'uopo fosse, la religione protettrice degli oppressi, i governi protettori della religione, ed aspettassero per opera sì pia la gloria del mondo caduco, i premj del mondo sempiterno.
Generavano questi discorsi effetti incredibili; il furore diveniva zelo, che altro non è che un furore meno fugace. Stupivano massimamente, e s'infiammavano le genti ad uno spettacolo maraviglioso, che sorse in mezzo a quella tanto avviluppata tempesta, e questo fu di un frate cappuccino, che predicava ogni giorno sulla piazza, stando attentissimo il popolo affollato ad ascoltarlo. Non desumeva questo frate i suoi argomenti da motivi di religione, ma piuttosto da quanto havvi nella nazionale indipendenza di più dolce, di più nobile, di più generoso; e sebbene le sue parole fossero principalmente dirette contro i Francesi, erano non ostante generali, e chiamando, secondo l'uso antico, barbari tutti i forestieri, predicava contro di loro guerra, cacciamento e morte. Preso per testo l'antico adagio, patientia laesa fit furor:
«Italiani, diceva egli, di qualunque paese, di qualunque condizione, di qualunque sesso voi siate, impugnate le armi: esse son pur quelle dei Scipioni, dei Fabj, dei Camilli; esse son pur quelle degli Sforza, degli Alviani, dei Castrucci: Italiani, impugnate le armi, impugnate le armi, e non le deponete, finchè questi barbari, di qualunque favella essi siano, non siano cacciati dalle dolci terre Italiane. Vedete lo strazio, che fanno di voi? Vedete che il danno a lor non basta? Vedete, che non son contenti, se non aggiungono lo scherno? I rubamenti non saziano questa gente avara; questa gente superba vuole gl'improperj, ed il vilipendio. Sonvi le querele imputate a delitto; evvi il silenzio imputato a congiura: o che serviate, o che non serviate, vi apprestano gl'insulti, o le mannaie, perchè il servire chiamano viltà, il resistere ribellione. Vi accusano di armi nascoste; vi chiamano gente traditrice, come se non fosse maggior viltà al più forte l'usare i fucili ed i cannoni contro i deboli, che ai deboli l'usare contro il più forte gli stili e le coltella! Adunque poichè di stili e di coltella vi accagionano, e poichè un risguardo di Dio, protettore degli oppressi, e l'insopportabile superbia loro vi hanno ora posto i fucili ed i cannoni in mano, usategli, usategli, e pruovate, che anche gl'Italiani petti sono forti contro i rimbombi, e le guerriere tempeste. Credete voi, che siano costoro invulnerabili? Credete voi, che siano più valorosi di voi? Per Dio, no, non abbiate sì falso pensiero: i valorosi non son perfidi, ed opera di perfidia sono i fatti recenti. Non sotto spezie di amicizia fu invasa Genova, insidiata Cavi, conculcato Livorno? Non sotto spezie di amicizia furono da lor prese le Veneziane fortezze? Non da loro si sommovono i popoli contro i governi, non da loro si usano i governi per tiranneggiare i popoli? Ma che parlo? Ricordatevi di Brescia, di Bergamo e di Crema fatte ribelli al loro signore dai tradimenti di costoro. Non avete voi testè letto i manifesti nimichevoli contro di voi mandati da quel Landrieux, primario insidiatore, sotto colore di amicizia, di quelle misere città? Non vedete voi qui il pubblicato scritto di un Lahoz, pagato da loro, perchè con mani Italiane versi sangue Italiano? Non vi muoveste pure or ora a sdegno nel leggere il manifesto inventato da loro, ed apposto al Battaglia, a quel Battaglia, che, Dio voglia, sia tanto puro, quanto la causa è santa? Vero, disse il manifesto, e nessuno il sa meglio che chi lo scrisse; ma vera ancora è l'infame fraude, non a liberare gli oppressi diretta, ma a dar cagione agli oppressori di tradire gli oppressi; caso veramente scelerato di sommuovere prima i popoli, poi di tradirgli per dargli in mano ad insolite tirannidi. Non ebbimo noi qui nell'innocente Verona i scelerati subornatori venuti per prezzo da Lonato, da Desenzano, da Brescia? Non abbiamo noi qui capitani vili, mandati espressamente da Buonaparte sotto pretesto di reggerla, a contaminar Verona? Non è Buonaparte stesso, non solo nido, ma covo d'infami fraudi? Vincitore insolente in palese, insidiatore scelerato in segreto? Sono questi i valorosi, che abbiano a farvi tremare? Tolga Dio questa credenza, che il valore è virtù, e la perfidia fa, non soldati valorosi, ma satelliti codardi. Fumano al cospetto vostro le campagne poc'anzi liete e dilettose della Brenta, ed ora consumate, ed arse dai barbari. Sono bruttati i tempii, sono spogliate le case, è ogni opera dell'Italiano ingegno, utile o magnifica, fatta preda di soldatesche sfrenate. Adunque pei barbari travagliarono i Raffaelli, i Tiziani, i Paoli? Adunque i Petrarca, gli Ariosti, i Tassi scrissero, perchè i testi loro gissero in mano di coloro, che non gl'intendono? Adunque diè il povero l'obolo suo alla Casa santa di Loreto, perchè uomini già fatti ricchi da tanti rubamenti lo rapissero, ed in prezzo di meretrici, in prezzo di corruzione contro gl'Italiani stessi il convertissero? Adunque portò il povero per incorrotta fede nei monti di pietà il risparmiato frutto di tante veglie, perchè fosse involato da chi non veglia, che nei bagordi, nei giuochi, nelle fraudi? Ov'è l'Italia adesso? Il suo fiore è perduto. Dove i costumi? Contaminati da fogge forestiere. Dove le armi? Tradite pria, poscia disperse, o serve. Dove la lingua? Lordata da parlari strani. Dove l'arte dello scrivere, già sì famosa al mondo, e maestra di tanti? O tace, o adula, o imita. Scrittoruzzi da insegne, scrittoruzzi da giornali, scrittoruzzi da libercoletti son venuti ad insegnarci lo scrivere, ed il pensare! Oh, vergogna nostra sempiterna, se con l'armi non vendichiamo il perduto pregio dell'ingegno! Piangono le Pavesi madri, piangono le Veronesi madri i figli uccisi nelle battaglie contro i tiranni; piangono le Italiane madri le figlie, prima ingannate, poscia abbandonate dai vili seduttori, e si querelano indarno del contaminato onore. E voi ve ne starete? E voi non brandirete le armi? E voi non spenderete l'ultimo fiato per vendicare, per liberare Italia da tanto strazio! La vittoria vostra è vittoria comune, perchè a tutti puzza questo barbaro dominio, ed il primo messo apportatore delle Veronesi battaglie farà muovere a redenzione tutti i popoli. Sdegnata è Germania dell'oscurato valor militare, sdegnata Genova della perduta indipendenza, sdegnata Roma dell'offesa religione, sdegnata Toscana dell'oltraggiata amicizia, sdegnata Napoli dell'esser fatta stromento alla servitù d'Italia. Tutti aspettano un valor primo, tutti domandano una rizzata insegna; tutti agognan sorgere in aiuto della generosa Verona. La mole intera dell'Italica libertà nelle mani vostre sta: perchè molti combatteran contro pochi, virtuosi contro viziosi, oppressi contro oppressori, nè mai vano riesce l'ardor della libertà. Vinti i Francesi, qual altro barbaro s'ardirà d'affrontare la vincitrice Italia? Tutti saran cacciati; il sole Italiano non splenderà più che su fronti Italiane, l'aria non udirà più le ispide favelle; i solchi di questa terra, tanto ferace madre, non produrran più per altri, che per noi i dolci frutti loro; le spose intatte non daran più al mondo che forti, che sinceri, che liberi Italiani. Fu già Venezia ricovero ai liberi Italiani contro l'inondazione d'antichi barbari; fia Venezia nuova occasione ai liberi Italiani di cacciare i barbari moderni. Il valore libererà l'Italia, l'unione preserveralla, e già mi s'appresentano alla rallegrata mente nuovi secoli per quest'antica madre del mondo. Ma io vi veggio rossi di sangue! questo è sangue di barbari. Deh, fate voi, che sia seme di libertà. Ite, correte, uccidete quest'uomini truculenti: il sangue loro fia segno della salute nostra, nè mai senza sangue s'acquista la libertà. Ha il sommo Iddio, quando ordinò l'universo, voluto, o che i tiranni versassero il sangue degli oppressi, o che la libertà versasse il sangue degli oppressori. Ite, e scegliete tra le mannaie e gli sparsi fiori, tra la vita e la morte, tra la gloria, e l'ignominia, tra l'indipendenza e la servitù, tra la libertà e la tirannide. Il principe vostro, il cielo propizio, sorti fortunate, l'amore, il furore, le donne, i padri, i figli, l'incominciate battaglie, queste prime vittorie vi chiamano ad un'alta e non più udita impresa; e poichè la rotta pazienza vi fe' correre all'armi, fate che l'armi non siano impugnate indarno».
Queste parole dette, e replicate più volte, destavano negli animi già tanto concitati degli ascoltanti uno sdegno incredibile. Provocavansi gli uni gli altri; già i castelli stessi parevano debole ritegno al loro furore. Mentre tanto disperatamente si combatteva in Verona, succedeva in Venezia un caso pieno d'insolenza ad un tempo, e di crudele risentimento, e che se non fu espressamente ordinato da Buonaparte, come da alcuni fu scritto, servì però molto mirabilmente a' suoi disegni contro l'innocente repubblica. Aveva il senato comandato, seguendo un antichissimo instituto, ed a cagione dei romori presenti, che nissuna nave forestiera, che fosse armata, potesse entrare nell'estuario; il quale divieto era stato significato a tutti i ministri delle potenze estere residenti in Venezia, ed il Francese ne aveva, come tutti gli altri, avuto notizia. Eranvisi uniformati gl'Inglesi stessi, parendo a tutti giusta e conveniente cosa, come era veramente, che non si dovesse turbare con la presenza di armi forestiere la sede del governo. Ma ecco la sera dei venti aprile, avvicinarsi al Lido di san Niccolò un legno armato in forma di corsaro con intenzione evidente di entrar nel porto. Si scoverse legno Francese condotto dal capitano Laugier. Domenico Pizzamano, deputato alla custodia del Lido, gli mandava significando il divieto del senato, e lo esortava a non rompere una legge sovrana, alla quale l'Inghilterra medesima aveva obbedito. Il capitano o per insolenza propria, o per comandamento altrui, non curando le esortazioni del Pizzamano, e seguitando il suo cammino, sforzava la bocca del porto, e vi poneva l'ancora con violazione manifesta di una legge Veneziana in Venezia. Mentre passava per la bocca, traeva di nove colpi di cannone, i Veneziani narrano, per ingaggiar battaglia, il che non è nè vero, nè verisimile, ma bensì per salutare, secondo gli usi di mare, la bandiera Veneziana, pensiero veramente strano del volere con pubblica dimostrazione rendere onore ad una potenza nel momento stesso, in cui sotto gli occhi del suo principe la sua sovranità si oltraggiava, ed una sua principalissima legge apertamente si violava. Il tiro dei cannoni Francesi, giunto alla violenta entrata nel porto, diè motivo di credere al comandante Veneziano, che si covasse qualche macchinazione o dentro o fuori. Perlocchè, allestiti ancor esso i suoi cannoni, traeva, rendendo fuoco per fuoco, contro il legno Francese. Insino a questo punto il torto essere stato dal canto del capitano Francese sarà confessato da tutti, eccettuato da quelli che credono, che i forestieri debbono esser padroni in casa altrui; e se i Veneziani fossero stati contenti all'arrestar il legno, e ad obbligarlo, senza fargli altro danno, ad uscir dal porto, nissun diritto uomo è, cred'io, che non fosse per istimare la condotta loro, non solo non biasimevole, ma ancora lodevole e necessaria. Ma le cose non si rimasero a queste prime dimostrazioni, nè poteva essere, ch'elleno più oltre non procedessero a cagione degl'incredibili sdegni, che allora passavano tra una nazione e l'altra; imperciocchè trovatosi Laugier tra legni di Schiavoni, gente avversa al nome di Francia, e devota a Venezia, giunto il trarre nimichevole tra il legno ed il forte Sant'Andrea, assaltavano con grandissima forza, e con arma bianca la nave del capitano Francese, nella quale sfogando troppo più che all'umanità si converrebbe, l'odio loro, commettevano atti di un'estrema ferocia. Morirono in questa sanguinosa avvisaglia cinque Francesi, fra i quali il capitano medesimo. Otto restarono feriti; che anzi, se gli uffiziali degli Schiavoni non avessero frenato il furore dei soldati loro, i marinari del legno sarebbero stati fino all'estremo uccisi. Il legno divenne preda degli assalitori. Lodava il senato con pubblico decreto Pizzamano, e gli uffiziali; largiva di un caposoldo i gregari; mandava un sunto del fatto ai legati Donato, e Giustiniani, acciocchè il rappresentassero a Buonaparte, temendo, non senza cagione, che da altri gli fosse annunziato con esagerati rapportamenti. Il ministro di Francia, mostrandosi sdegnato, ricercava il senato, che carcerasse Pizzamano, arrestasse i complici, restituisse gli arnesi, risarcisse il legno. Restituissi, risarcissi; delle carcerazioni si soprassedè sino alla risposta di Buonaparte.
Terrore era in Venezia, e terrore in Verona. Le cose in quest'ultima si avvicinavano da un funesto mezzo ad una funesta conclusione. Combattevano tuttavìa i Veronesi col medesimo ardore; ma appunto perchè quest'ardore era estremo, si doveva temere, che non tardasse a raffreddarsi. Già i Francesi ingrossavano tutto all'intorno. S'accostava Kilmaine venuto da Mantova, Chabran compariva sotto le mura verso la porta di San Zeno, le prime squadre di Victor arrivavano in luogo, donde presto potevano cooperare alla vittoria. La tregua di Judenburgo toglieva ogni speranza di Laudon. Si risolvevano adunque i provveditori a venire a parlamento, prima con Balland per mezzo del colonnello Beaupoil: ma la pratica non ebbe perfezione, perchè il popolo non volle udire che avesse a depor le armi, e non fossero esclusi i Francesi dai castelli; poi con Chabran, col quale andava ad abboccarsi fuori della porta San Zeno il provveditore Giovanelli. Erano col primo il generale Chevalier, e Landrieux, col secondo il conte degli Emilj, il conte Giusti, ed un Merighi, personaggio molto amato dai San Zenati. Pervenivano intanto le novelle, che Lahoz con una banda di due mila soldati tra Italiani e Polacchi al soldo della repubblica Cisalpina, aveva tra Peschiera e Verona conseguito una vittoria contro le leve campagnuole di quel distretto.
Fu l'abboccamento pieno di risentimento da ambe le parti. Rimproverava Chabran a Giovanelli i villani armati per disegno espresso del governo Veneto contro i Francesi, quando stavano a fronte di un nemico potente; che per questo era stato costretto Buonaparte a fare la tregua, che i Veneziani se ne pentirebbero. Aggiungeva Landrieux, e qui lascio che il lettore pensi da se, che i rei disegni del senato contro i Francesi erano pruovati dal manifesto di Battaglia. Rispondeva Giovanelli allegando l'amicizia de' Veneziani dimostrata a tante pruove; solo essersi armati i sudditi per amore verso il principe, e per opporsi ai ribelli apertamente incitati, e protetti dai Francesi; l'intervenzione dei Francesi in tutti questi moti viemaggiormente dimostrarsi da ciò, che i turbatori della pace pubblica si ricoveravano in casa del generale Balland, come in luogo di sicurezza; quando la città era quieta, avere contro di lei tratto, prima a polvere, poscia a palla i castelli; per questo aver voluto i Veronesi difendere le sedi loro, e vendicare il loro principe in tale violenta guisa oltraggiato. Passavano dai risentimenti ai negoziati; non si trovava modo di concordia. Chabran sdegnato minacciava, che entrerebbe per forza, arderebbe, e saccheggerebbe Verona. Già s'impadroniva di San Leonardo, con che assicurava il castello San Felice: già batteva fortemente la porta di San Zeno, dove solo il fosso il separava dal corpo della piazza. Instavano al tempo medesimo i castelli contro la porta di San Giorgio; e dal Castel-Vecchio uscivano spesso i Francesi con gran terrore e ruina dei cittadini. Kilmaine si approssimava da Mantova, sbaragliando le turbe armate, che gli contrastavano il passo. Già il romore della Victoriana schiera ormai vicina si udiva nella desolata città. I primi corridori di Lahoz si facevano vedere alle porte esteriori del Castel-Vecchio, e niuna cosa poteva impedire che vi entrassero.
Ebbersi in quel momento le novelle dei preliminari di pace; il quale accidente faceva abilità a Buonaparte di correre con tutto il suo esercito contro lo stato Veneziano. Accresceva il terrore la sconfitta delle genti stanziali governate dal Maffei, e che poste alla Croce Bianca, ed a San Massimo vietavano da quella parte il passo al nemico. Da tutto questo si vedeva, che era già vinta Verona, quando ancora combatteva. Perlochè i provveditori pensarono ad accordarsi ad ogni modo. Convenivasi delle seguenti condizioni: deponessero i villani le armi, e sgombrassero da Verona; i Francesi la occupassero; tutte le armi e munizioni si dessero in mano loro: fossero consegnati in castello, come ostaggi per la sicurtà dei patti, Giovanelli, Erizzo, Giuliari, Emilj, il vescovo, Maffei, i quattro fratelli Miniscalchi, Filiberi, i due fratelli Carlotti, San Fermo, e Garavetta: eseguiti i capitoli, si rendessero gli ostaggi. Volevano i provveditori aggiungere il capitolo, che fossero salve le vite e le proprietà dei Veronesi, delle truppe, e dei capi loro; ma Kilmaine, che era sopraggiunto, non volle ratificarlo. E però, sebbene fossero accettati gli altri capitoli, si rendeva Verona quasi a discrezione. La qual cosa vedutasi dai provveditori, si deliberarono di ritirarsi a Padova, lasciando che i magistrati municipali, quanto fosse in poter loro, alla salute di lei provvedessero. Fu grande in questi negoziati il dolore, e lo spavento dei provveditori; perchè non solamente vedevano una popolazione fedele al nome Veneziano abbandonata a discrezione di un nemico offeso, ma udivano anche parole espresse, e funeste della vicina distruzione della repubblica; perciocchè Beaupoil, dalle solite ambagi uscendo, ed almeno più sincerità degli altri mostrando, disse apertamente, che la repubblica di Venezia aveva sussistito bastantemente per quattordici secoli, e che conveniva adattarsi ai tempi, che l'assistenza prestata alle rivoluzioni di Bergamo e di Brescia non poteva derivare dal solo arbitrio dei comandanti Francesi, ma bensì da un espresso comando del generale Buonaparte.
Entravano i Francesi nella sanguinosa Verona. Io non so, se mi debba raccontare un fatto orribile, e quest'è, che i patriotti Italiani, che pretendevano parole di libertà, e d'indipendenza alle imprese loro, cercavano diligentemente, secondando il furore dei capi repubblicani di Francia, per le case gli autori della resistenza Veronese, e trovati, gli davano loro in mano, perchè fossero percossi coll'ultimo supplizio. Scoprivano fra gli altri il frate cappuccino, e lo consegnavano ai percussori. Gli trovavano in casa la predica, la quale, siccome pareva scritta in istile più pulito, che a cappuccino si appartenesse, veniva attribuita al vescovo di Parma Turchi, che era allora in grido di predicatore eccellente. Creossi un consiglio militare per giudicarlo. Sostenne il frate in cospetto de' suoi giudici la medesima sentenza. Condannato nel capo, incontrò la morte con quella medesima costanza, con la quale aveva vissuto. Conservò la storia il nome di questo forte Italiano, quantunque per la malvagità dei tempi sia stata la sua morte piuttosto apposta ad ignominia, che ad onore. Si chiamava frate Luigi Colloredo, e dopo la venuta dei Tedeschi gli fu posta nella sua chiesa dei cappuccini una lapida tramandatrice ai posteri della sua eroica costanza. Furono con lui condotti a morte i conti Francesco degli Emilj, Verità, e Malenza con alcuni altri di minor nome. Tale fu l'esito della Veronese sollevazione: la chiamarono le pasque Veronesi a confronto dei vespri Siciliani; ma se ugualmente crudi ne furono gli effetti, bene le cagioni ne furono peggiori; perchè a Verona s'aggiunse la perfidia alla tirannide.
Era la città esposta alla vendetta del vincitore. Le si toglievano le armi, seguitavano minacce crudeli, e fatti peggiori; si viveva dai soldati a discrezione; fu espilato il monte di pietà; le più preziose gioie mandate al generalissimo. Gridavano i popoli a fatti tanto sacrileghi; Buonaparte ordinava, si restituissero i pegni di minor prezzo; ma fu indarno, perchè i più erano involati, e chi fu preposto alla bisogna, per render meno, ne accoppiava due in uno: nè si perdonava alle doti delle figliuole povere, perchè anche queste furono preda dei rapitori. Il commissario di guerra Bouquet, eletto commissario sopra il monte, fu carcerato, e condotto in Francia per essere processato, ma non si udì mai di pena, o perchè fosse innocente, o perchè avesse operato per ordine di chi poteva più di lui. Decretava Buonaparte, pagasse Verona centoventimila zecchini, e di più cinquantamila per caposoldo ai soldati dei castelli, risarcisse i danni dei soldati e degli ospedali, i cavalli dei Veronesi si dessero alle artiglierie ed alla cavallerìa; ancora desse Verona nel più breve spazio fornimenti da vestire i soldati in quantità considerabile; gli ori e gli argenti sì delle chiese, che del pubblico si confiscassero in pro della repubblica; i quadri, gli erbari, i musei tanto del pubblico, quanto dei particolari fossero ancor essi posti al fisco della repubblica; i privati, che meritassero di esser fatti indenni, si compensassero coi beni dei condannati.
Ma già la espilazione, prima che si eseguisse per ordine, era stata mandata ad effetto per disordine. Scriveva Augereau, la confusione dei poteri, l'esercizio abusivo fattone da parecchi ufficiali superiori avere colmo l'anarchia e la dissipazione; infatti il monte di pietà di Verona, in cui erano più di cinquanta milioni di preziose suppellettili, e così ancora quel di Vicenza (Lahoz aveva fatto rivoltar Vicenza) essere stati con tale prestezza vuotati, che gli espilatori impazienti all'indugio dello aprir le porte, le avevano sforzate: e vero fu, quantunque Augereau non lo scriva, che vi entrarono con le scuri, e coi sacchi. Sapere, continuava a scrivere, che Victor aveva fatto arrestare il commissario Bouquet, autore di questo dilapidare; non dubitare, che se si venisse a processo contro di lui, non mettesse in compromesso cittadini, che erano nei superiori gradi dell'esercito; non essere le campagne in miglior condizione della città; gl'incendj, i furti, le rapine generali, e particolari fatte d'arbitrio, e senza legale autorità avere spopolato parecchi villaggi, e ridotto famiglie ad errare disperatamente alla ventura; giunta essere a tal colmo questa peste, che ufficiali adescati dall'amor del sacco si erano fatti comandanti di piazza da se medesimi, ed avevano commesso atti, cui la giustizia, l'onore, e la severità della disciplina militare condannavano; gli arbitrj di Verona essere ancora più orribili: tolte sforzate esservi state fatte per iscritto sino a franchi sessantamila, e negate le ricevute; rubatevi per otto giorni interi le botteghe; regnarvi il terrore; esservi cessato ogni commercio, essere Verona deserta; alcuni ufficiali essersi impadroniti di merci spettanti a' negozianti, sotto colore che calasser per l'Adige; le migliori case saccheggiate attestare il furore dei saccheggiatori. Nissuno più di lui, continuava Augereau, odiare i Veneziani, nissuno più di lui bramar di vendicare il sangue Francese, ma nissuno più di lui odiare l'ingiustizia e la persecuzione; se i Francesi erano stati rei d'ingiustizia e di persecuzione a lui toccare il consolare i Veneziani, a lui toccar fare, ch'essi dimenticassero, ch'erano obbligati di una parte dei loro mali a' suoi compatriotti. Fatte queste querele richiedeva Augereau da Buonaparte, moderasse le contribuzioni, ne rendesse il contado partecipe.
Da chi avrà attentamente considerato le cose fin qui da noi raccontate, sarà facilmente scorto, che nissuno buon partito restava a pigliarsi alla repubblica di Venezia, se alcuno restava, era quello dell'armi. Forse i Veneziani, armando vieppiù fortemente l'estuario, e difendendo Venezia con quell'istessa costanza, colla quale i loro maggiori avevano una volta difeso Padova contro l'imperator Massimiliano, avrebbero ancor potuto far sorgere in Europa qualche spiraglio di salute; perchè ancora l'Inghilterra era intera, e l'imperatore consentiva per forza ai patti di Leoben, non che non gli piacesse l'acquisto degli stati Veneziani, ma perchè abbominava i principj sovvertitori di ogni vecchio stato, sui quali si fondava la repubblica di Francia. Ma qualunque fosse l'evento, era più onorevole partito per Venezia il perire con l'armi in mano, che con negoziati già conosciuti inutili prima che s'intavolassero.
Giunte a Buonaparte le novelle di Verona e del Lido, fingeva un grandissimo sdegno con acerbissime parole lamentandosi del sangue Francese sparso, e protestando volerne aver vendetta. Adunque vedendo, che era venuto il tempo prefisso, e con tant'arte preparato, scriveva al ministro Lallemand queste furibonde parole: «S'insultano a Venezia i colori nazionali, e voi vi siete ancora! Pubblicamente vi si assassinano i Francesi, e voi vi siete ancora! Per me, io dichiaro, e protesto non voler udire proposta di conciliazione, se prima non sono arrestati i tre inquisitori di stato, ed il comandante del Lido: si carcerino, e poi venite a trovarmi».
Faceva Lallemand l'ufficio. La serva Venezia arrestava i tre inquisitori, ed il comandante; posersi in fortezza in una delle isole delle lagune; gli avogadori del comune incominciavano a far loro il processo. Liberavansi (perchè anche questo esigeva il generalissimo) i carcerati per opinioni, o fatti politici, fra gli altri i ribelli di Salò, Verona, Bergamo, Brescia e Padova. Partivane Lallemand, partivanne i Francesi, solo restava Villetard, segretario della legazione, come agente eletto ad operare la mutazione di governo.
Viaggiavano intanto i due legati Francesco Donato, e Leonardo Giustiniani alla volta degli alloggiamenti di Buonaparte. Il trovarono in Gradisca: introdotti escusavano la repubblica: aver voluto Venezia amicizia colla Francia repubblicana già prima che gli eserciti di lei inondassero l'Italia; averla riconosciuta, quand'era pericolo il riconoscerla; avere costantemente rifiutato ogni proposta fattale dai confederati ai danni della Francia; avere aperto spontaneamente agli eserciti di lei, e senza che a ciò fosse astretta da alcun trattato, come era con l'imperatore, gli stati suoi; averle fatto copia delle sue fortezze, delle armi, delle munizioni; avere obbligato i sudditi a somministrare per somme grandissime quanto fosse necessario al vivere dei soldati, ed avere in questo anche sopperito l'erario. Come esser probabile, affermavano, che uno stato illanguidito da danni sì gravosi, consumato da dispendio sì enorme, mutilato per l'alterazione di tante città, volesse far guerra alla Francia tanto potente, ora ch'ella aveva obbligato alla pace quasi tutta l'Europa: volere il Veneziano governo la pace, ma bene non volerla i sediziosi ed i ribelli, perchè trovavano nella guerra immensi profitti, ed il compimento dei loro fatali disegni: da ciò derivare le tante invenzioni di supposti fatti, le carte false, come quella di Battaglia, le gelosie dei comandanti Francesi, l'alterazione dei popoli. Del rimanente non venir loro per muover querele, ma bensì per purgarle, e fare tutte quelle opere, che s'appartenevano all'incorrotta fede: ad ogni sua richiesta pruoverebbero, tutti i sospetti dei comandanti esser opera dei raggiri, e delle fraudi dei sollevati: rispetto poi all'avvenire, esser pronto il senato a punire i rei d'assassinio, purchè gli fossero dati indizi dei fatti, dei luoghi, e delle persone: essere ugualmente pronto ad accettar la mediazione per ridurre le città ribellate all'obbedienza, e a disarmare i sudditi, purchè si disarmassero anche le popolazioni sollevate, e si preservassero le fedeli dagl'insulti loro.
Non valsero le escusazioni, e le profferte a vincere la durezza del generalissimo. Rispose, che voleva, che tutti i carcerati si liberassero, anche quei di Verona perchè erano addetti a Francia, che non voleva più piombi, ed andrebbe egli a rompergli; che non voleva più inquisizione, barbarie dei tempi antichi; che le opinioni dovevano esser libere; che i Francesi erano stati assassinati in Venezia, e nella terraferma, e che i Veneziani gli avevano fatti assassinare; che i soldati gridavano vendetta, e ch'ei la voleva fare; che bene aveva il senato tante spie che bastassero per potere scoprire i rei; che se il senato non aveva mezzi per frenare i popoli, era imbecille, e non doveva più sussistere; che non voleva alleanze con Venezia, nè progetti; che voleva comandare; che non temeva gli Schiavoni; che sarebbe andato in Dalmazia; che insomma, se il senato non puniva i rei, non cacciava il ministro d'Inghilterra, non disarmava i popoli, non liberava i prigioni, non eleggeva tra Francia ed Inghilterra, egl'intimerebbe la guerra a Venezia; che al postutto i nobili di provincia dovevano partecipare nell'autorità suprema; che il governo Veneziano era vecchio, e doveva cessare; ch'ei sarebbe un Attila per lo stato Veneto; se non avevano altro a dire, se n'andassero.
Udivano per soprassoma delle angustie loro in questo tempo i legati le novelle del fatto del Lido, e con accomodate parole il rappresentarono a Buonaparte. Rispondeva, che non gli voleva vedere, che non gli voleva udire, bruttati com'erano di sangue Francese, se prima non gli davano in mano l'ammiraglio, il comandante del Lido, e gl'inquisitori di stato. Aggiungeva, che erano mentitori per aver cercato di colorir con menzogne un fatto atroce: se gli togliessero d'avanti, sgombrassero tosto dalla terraferma; quando no, avrebbero a far con lui.
Adunque l'antico insidiatore della Veneziana repubblica dichiarava, il dì secondo di maggio, la guerra a Venezia. Avere, intimava, il governo Veneto usato l'occasione della settimana santa, mentre l'esercito Francese era impegnato nelle fauci della Stiria, per mettere in armi, e col fine di tagliargli le strade, quarantamila Schiavoni; mandar Venezia armi, e commissari straordinari in terraferma, arrestare gli amici di Francia, fomentare i nemici; risuonare le piazze, i caffè, ogni luogo pubblico di male parole, e di mali fatti contro i Francesi; chiamarvisi giacobini, regicidi, atei; avere ordine i popoli di Padova, Vicenza, e Verona di armarsi a stormo per rinnovare i vespri Siciliani: gridare gli ufficiali Veneti, che si apparteneva al Lione Veneto di verificare il proverbio, che l'Italia fosse la tomba dei Francesi; predicare i preti dai pulpiti, gli scrittori con le stampe la crociata; assassinarsi i Francesi in Padova, assassinarsi in Castiglione dei Mori, assassinarsi sulle strade postali da Mantova a Legnago, da Cassano a Verona; impedire i soldati Veneti il libero passo alle truppe della Francia, suonarsi campana a martello a Verona, trucidarvisi i convalescenti; assaltare i Veronesi con l'armi in mano i presidj Francesi ritirati ai castelli; ardersi la casa del console a Zante; trarsi da una nave Veneta contro la fregata di Francia la Bruna per salvare una conserva Austriaca; fumare il Lido di Venezia del sangue del giovine Laugier. Per tutte queste cose voleva, ed ordinava, che il ministro di Francia partisse da Venezia; che gli agenti di Venezia sgombrassero dalla Lombardia e dalla terraferma; che i suoi generali trattassero come nemiche le truppe Veneziane, ed atterrassero il Lione di San Marco da tutte le città della terraferma.
A tutte queste querele chi dritto mirava, ed amava la giustizia, rispondeva pei Veneziani, che, eccettuati gli assassinj non mai escusabili, opera dei particolari, non del governo, e frutto in gran parte delle insolenze soldatesche, essendo la vendetta passione innata all'uomo, Venezia, tacendo anche le ribellioni suscitate a posta nella terraferma, era autorizzata a far peggio dal dritto delle genti a cagione dei patti di Leoben, venditori della repubblica. Aggiungevano, che solo era da biasimarsi del non aver dichiarato, e fatto la guerra con tutte le sue forze alla Francia, guerra della quale aveva tante, e sì giuste cagioni. Gli autori, cui muove piuttosto la parzialità che la giustizia, scrivono, che Venezia fu traditrice; certo ella fu, ma di se stessa, non d'altrui.
La dichiarazione di guerra fatta da Buonaparte, non pareva a lui poter bastare per arrivare al suo fine del cambiar la forma del governo Veneziano. Per arrivarvi aveva con tanto veementi parole intimorito i legati Veneziani, toccato loro il capitolo del cambiamento di governo: a questo medesimo fine aveva ordinato a Baraguey d'Hilliers, che si accostasse coi soldati alle rive dell'estuario, e d'ogni intorno tempestasse, come se volesse farsi strada alla sede stessa della repubblica: a questo fine ancora Villetard, e gli altri repubblicani rimasti in Venezia, menavano un romore incredibile contro l'aristocrazìa, come se ella fosse la maggior peste che sia al mondo, esaltavano la democrazia, accennavano che il solo mezzo di placare lo sdegno di Buonaparte era di ridurre il governo alla democrazìa: a questo fine altresì dai medesimi continuamente si animavano, e si concitavano contro le antiche forme gli amatori di novità, ed eglino confortati dall'aspetto delle cose ai disegni loro tanto favorevoli, più apertamente insidiavano, e minacciavano lo stato: al medesimo intento finalmente si spargevano ad arte voci di congreghe segrete, di congiure occulte, di armi preparate. Il terrore era grande, le fazioni accese, i malvagi trionfavano; dei buoni, i più si ristavano per timor dell'avvenire, volendo accomodarsi al cambiamento, che si vedeva in aria; pochi coraggiosi procuravano la salute della repubblica.
Non ostante tutto questo, le trame ordite facevano poco frutto nel senato, in cui sedeva la somma dell'autorità, perchè egli era o per prudenza, o per consuetudine, o per ostinazione risoluto a voler perseverare nelle massime dell'antico stato; già aveva ordinato, che diligentemente, e fortemente si munisse l'estuario. Prevedevano i novatori, che ove fosse commesso al senato di proporre alterazioni negli antichi ordini della constituzione al consiglio grande, in cui si era investita la sovranità, e dal quale solo simili alterazioni dipendevano, non mai il senato vi si sarebbe risoluto. Per la qual cosa coloro, che indirizzavano tutti questi consigli segreti, si deliberarono di trovar modo per evitare l'autorità del senato, allegando, che ad accidenti straordinari abbisognavano rimedj straordinari. I savi attuali, dei quali Pietro Donato aveva qualche entratura con Villetard, operarono in modo che si facesse un'adunanza illegale, e contraria agli ordini della repubblica nelle stanze private del doge, la sera dei trenta aprile. Interveniva il doge Manin, i suoi consiglieri, i tre capi delle quarantie, i savi attuali, i savi di terraferma, i savi usciti, ed i tre capi del consiglio dei Dieci. Si trattava in quest'adunanza di ciò, che si convenisse fare in sì luttuosa occorrenza per la salute della repubblica. Il principal fine era di rappresentar le cose in maniera, che il consiglio grande autorizzasse l'alterazione degli ordini antichi.
Il doge venezianamente favellando, cominciava il suo discorso in questi termini: «La gravità, e l'angustia delle presenti circostanze chiama tutte elle a proponer el miglior mezzo possibile per presentar al supremo maggior conseio el stato, nel qual se trovemo per le notizie, che sta sera ne avanza Alessandro Marcello, savio de settimana. Prima peraltro, ch'elle fazza palese la loro opinion, le abbia la bontà de raccoglier brevemente quel che xe per esponerghe el cavalier Dolfin».
Assumendo le parole il cavalier Dolfin, ragionava, che fosse molto a proposito alle cose della repubblica l'obbligarsi Haller, col quale egli aveva amicizia, ed era, secondo che egli opinava, molto innanzi nell'animo di Buonaparte, per mitigare il vincitore. La quale proposta dimostra a quanto abbassamento fosse condotta quell'antica, e gloriosa repubblica; poichè era parere di uno dei principali statuali, già ambasciadore in Parigi, che si aspettasse la sua salute in sì ponderoso momento dall'intercessione di un pubblicano.
Non erano ancora gli animi dei circostanti tanto abietti, che non deridessero la vanità del partito posto dal Dolfin. Seguitavano diversi pareri. Voleva Francesco Pesaro, generosamente opinando, che non si alterasse a modo alcuno la constituzione, e si facessero le più efficaci risoluzioni per difender fino all'estremo quell'ultimo ridotto della potenza Veneziana. Disputava dall'altra parte Zaccaria Vallaresso, si desse autorità ai legati di trattare con Buonaparte dell'alterazione degli ordini. Mentre si stavano esaminando i partiti posti, ecco per Tommaso Condulmer, sopraintendente alle difese dell'estuario, arrivar novelle, che già i Francesi dalle rive dell'estuario tentavano di avvicinarsi a Venezia. Parve, s'udisse il romor dei cannoni. Si suscitava gran terrore fra gli adunati: il serenissimo principe, tutto paventoso più volte su e giù per la camera passeggiando, lasciava intendere queste parole: sta notte no semo sicuri nè anche nel nostro letto. Per poco stava, che per suggerimento di Pietro Donato, e di Antonio Ruzzini, non si cedesse, e non si trattasse della dedizione; cosa, che farebbe credere, che i Veneziani fossero divenuti meno che uomini, se veramente in questo fatto solo operava la paura. Vinceva peraltro ancora in questo la fortuna della repubblica; perchè opponendosi gagliardamente al partito Giuseppe Priuli, e Niccolò Erizzo, si mandava al Condulmer resistesse alla forza con la forza. Non ostante, operando il timore e le instanze dei novatori, fu preso partito, che il doge medesimo esponesse al maggior consiglio la condizione della repubblica; proponesse la facoltà di alterar la constituzione, si convocasse il maggior consiglio il dì seguente primo di maggio. Fatta questa risoluzione, desiderio principale di Buonaparte, e mentre ella tuttavia si stava dal segretario Alberti distendendo, il procurator Pesaro lagrimando disse in dialetto Veneziano queste memorande parole: vedo, che per la mia patria le xe finìa: mi non posso sicuramente prestarghe verun ajuto: ogni paese per un galantuomo xe patria, nei Svizzeri se pol facilmente occuparse. Poi cesse da Venezia, sapendo, che Buonaparte domandava la sua morte. Felice Francesco Pesaro, se, come disse, così avesse fatto, e se trapassando ritirato e dolente la restante sua vita nell'Elvetiche montagne, avesse lasciato al mondo l'esempio di un amore di patria, scevro da ambizione, che se stesso, Venezia, Italia avrebbe perpetuamente onorato!
Era la mattina del primo maggio, quando la repubblica Veneziana doveva cadere da per se stessa nell'agguato, che le era teso. Era il palazzo pubblico circondato per ogni parte da genti armate, i cannoni presti, le micce accese, apparato insolito da tanti secoli in quella quieta repubblica. Custodivano per antico rito gli arsenalotti le interiori stanze del palazzo: i capi di strada pieni d'uomini in armi. Si maravigliava il popolo, ignaro della cagione, a quel romor soldatesco; la città tutta occupava un grandissimo terrore: quei luoghi medesimi, che per sapienza di governo, per benignità di cielo, per fortezza di sito erano stati sempre pieni di gente allegrissima per natura, civilissima per costumi, ora risuonavano d'armi e d'armati, e quelle armi, e quegli armati accennavano, non a salvamento, ma a distruzione della patria.
Convocati i padri al suono delle solite campane (non senza lagrime io queste cose racconto) e adunatisi in maggior consiglio, rappresentava con gravissime parole il doge la funesta condizione, a cui era ridotta la repubblica, infelicissima, ma innocente; avere ella sempre, dappoichè la rivoluzione Francese aveva spaventato il mondo, vissuto in uguali termini d'amicizia con tutti; nè mai aver voluto pendere più da questa parte, che da quella; ciò aver richiesto da lei l'antica sua consuetudine; ciò gl'interessi suoi più preziosi, perchè se si fosse fatta aderente ai principi confederati contro la Francia, le navi Francesi avrebbero messo a ruba il commercio tanto florido dei Veneziani, e se avesse prestato le orecchie alle proposte Francesi, la potentissima casa d'Austria confinante con Venezia per terra e per mare, da Crema fino all'Albanìa, avrebbe potuto occupar gli stati dell'imprudente repubblica, sarebbesi in ambi i casi turbata quella quiete, per cui tanto fiorivano l'agricoltura ed il commercio: essersi avuto speranza, che le forze unite dell'Austria stessa, del re di Sardegna, e degli ausiliari Napolitani impedissero la venuta dei Francesi in Italia, e però non essersi seguitati gli esempi dei maggiori dell'apprestar armi ed armati per allontanar dalle province Venete perturbazioni, che non si mostravano probabili. A questa medesima risoluzione aver dato forza lo stato dell'erario, ancor consunto dalla guerra col Turco, dalle tre neutralità armate in Italia, dai contagi di Dalmazia, dalle riparazioni dei fiumi, dalla spedizione contro Tunisi: essersi creduto pericoloso l'impor nuove gravezze in un tempo massimamente, in cui ognuno si faceva lecito di esaminare, e di censurare ogni azione di chi comanda: da questi fondamenti essere derivate le risoluzioni fatte, la blandizie usata, il riconoscimento della repubblica Francese, l'avere accolto un suo ministro a Venezia, e mandato un ministro Veneziano a Parigi, le provvisioni apprestate agli eserciti d'ambe le parti; dai medesimi essere anche proceduta la moderazione raccomandata ai sudditi, anche in mezzo a tante cagioni di sdegno, quando già i Francesi, rotta ogni barriera, avevano inondato le terre della repubblica: per questo avere mandato sovente al supremo comandante dei Francesi ragguardevoli cittadini, acciocchè il tenessero bene edificato, e difendessero la repubblica presso a lui contro le accuse, e le minacce continue de' suoi soldati. Qui, alteratasi dal dolore la voce del serenissimo principe, fu da lui continuato a dirsi, essere oramai giunto il fatale momento, in cui la Francia, cacciati con replicate vittorie gli Austriaci dall'Italia, e costrettigli alla pace, chiusi i porti del Mediterraneo agl'Inglesi per mezzo della pace con Napoli, trionfato sul Reno, avendo per alleate la Olanda e la Spagna, poteva senza risguardo alcuno, e senza diversione usare tutte le sue forze contro i Veneziani: debole, ed umile nazione essere i Veneziani a paragone di tante altre nazioni vinte, e soggiogate dalla Francia: quando bene il profondo segreto, in cui si tenevano i preliminari di Leoben, non desse giusta cagione di sospettare di qualche grande calamità contro gli stati della repubblica, non potere lei ingannar se stessa a segno di sperare potersi difendere o contro assalti vivi, o contro lungo assedio; già stringersi per mare Venezia, già legni armati Francesi correre l'Adriatico; invano credersi, le difese apprestate nell'estuario, avutosi anche riguardo al sito naturale di Venezia, quando ogni sussidio, ogni soccorso da ogni parte mancasse, potessero durar lungo tempo contro un nemico tanto audace e tanto fortunato; una resa inevitabile dover concludere un assedio lungo, e misto di mali estremi per un popolo avvezzo ad abbondar di tutto. Tale essere la condizione della repubblica, combattuta da un amico divenuto nemico dopo tanta ospitalità usata verso di lui, appetita da un amico, per cui si erano sofferte tante disgrazie, insidiata forse da cittadini perversi, per cui il sovvertire era uso, piacere, massima, e speranza; essersi abbattuta in un secolo, in cui l'innocenza è derisa, la fede non creduta, i diritti nulla, la forza tutto; solo le stragi e le vittorie aversi in onore; la virtù non attendersi, se non per contaminarla. Che potere Venezia, a cui solo erano scudo l'innocenza e la virtù? Cedessero adunque, cedessero, esortava, ad una necessità ineluttabile, e poichè l'estremo dei tempi era giunto, in quell'estremo tempo pensassero, che meglio era recidere qualche ramo, sebbene essenziale, che l'albero tutto; che cosa di poco momento era una modificazione, purchè si conservasse la repubblica; che bisognava a guisa di provvidi marinari far getto di una parte del carico per salvar la nave. Gli pregava pertanto, e scongiurava, per quanto avessero cara la patria, per quanto avessero care le famiglie, per quelle mura stesse tanto magnifiche e tanto dilette, per la nobile Venezia, per la salute di lei, per quanto aveva in se di dolce, d'augusto, e di reverendo un'antica congiunzione d'amore e d'interessi, udissero benignamente quello, che erano per proporre alla sapienza loro i savi a fine di far abilità ai zelanti legati eletti a trattare col supremo dispositore delle cose Francesi in Italia, di qualche alterazione negli ordini fondamentali della repubblica.
Queste compassionevoli parole del doge ingenerarono terrore, dolore, e pianto negli ascoltanti. Favellava nella medesima sentenza Pietro Antonio Bembo, che fu poi uno dei municipali eletti da Villetard. Posto il partito, e raccolti i voti, fu appruovato con cinquecento novantotto favorevoli, e ventuno contrari. Lodava il doge la virtù del maggior consiglio, esortava ad aver costanza, a non disperare della repubblica, a tener credenza del partito deliberato: poscia tra il dolore, la mestizia, ed il terribile aspetto dell'avvenire si scioglieva il consiglio.
Il crudo capitano intanto perseguitava Venezia. Calava Buonaparte furibondo dalle noriche Alpi, e la circuiva d'ogni intorno. Villetard, ed i suoi aderenti l'insidiavano dentro. Piacemi in tanta depressione di spiriti e viltà d'animi, il raccontare, la costanza mostrata in Treviso in cospetto del generalissimo da Angelo Giustiniani, provveditore di quella provincia. Sdegnato il generalissimo accusava i Veneziani di perfidie, di tradimenti, di assassinj; minacciava sterminio, domandava il sangue di Pesaro, degl'inquisitori, del comandante del Lido. Rispondeva Giustiniani, le enormità d'oltremincio e di Verona essere state provocate dalle insolenze de' suoi soldati, sempre essere stata passiva Venezia, e con somma generosità, e con insopportabile dispendio avere mantenuto per sì lungo tempo l'esercito di Francia; amico fedele, non avere mai usato tante occasioni propizie per congiungersi con gli eserciti dell'imperatore a danno dei Francesi; non che avesse concitato i sudditi contro i soldati di Francia, avergli anzi sempre tenuti in freno, anche quando la fortuna si mostrava favorevole alle armi Tedesche; di ciò far fede la esperienza, di ciò gli ordini del senato inculcatori sempre di pazienza, di moderazione, di assistenza verso le genti Francesi; del fatto del Lido essere stata cagione la impertinenza dell'armatore, rompitore superbo delle municipali leggi, la resistenza medesima si sarebbe usata contro un armatore di qualunque altra nazione, che a disprezzo tanto insolente della sovranità fosse trascorso.
A queste risposte Buonaparte, in atto di furioso Giustiniani guardando, gl'intimava, se gli togliesse davanti, sgombrasse dalla terraferma; se no, l'avrebbe fatto ammazzare.
Replicava Giustiniani, il senato avere commesso alla sua fede Treviso, non potere, nè volere partir da Treviso, se non per ordine del senato; che non lo spaventava il morire; che, poichè egli aveva sete di Veneziano sangue, pigliassesi il suo, ed il restante risparmiasse. Tanta fermezza faceva, secondo il solito, piegare Buonaparte. Entrava in sull'accarezzarlo, dicendogli, che sapeva, ch'egli aveva governato con integrità e dolcezza il Trivigiano: veniva finalmente sul promettergli, che nella ordinata distruzione delle proprietà, e delle case dei nobili Veneziani, le sue sarebbero preservate, offerta certamente vile in un'occorrenza tanto miserabile della patria Veneziana, e degna di chi la faceva. Non si rimaneva per questo il Veneziano, imputandosi ad ingiuria la promessa mansuetudine. Generosamente pertanto al capitano di Francia parlando, gli dichiarava, che, poichè egli trovava lui e la sua condotta immune di colpa, confessasse ancora, essere innocente il senato, dai comandamenti del quale, qual riverente figliuolo, riconosceva quanto aveva fatto; ch'egli era stato amico dei Francesi, perchè il senato era; che se loro fosse stato nemico il senato, anch'egli sarebbe stato; conciossiachè egli era sempre stato, e sarebbe fedele esecutore dei voleri della sua patria, per pruovare l'innocenza della quale con documenti irrefragabili, gli si offeriva in ostaggio in qualunque luogo gli piacesse mandarlo. Aggiungeva, che non sarebbe eroe Buonaparte, se non l'accettasse. Quanto alla immunità offerta de' suoi beni: rifiutare sdegnosamente l'infame dono, poichè, perduta la patria, tutto era perduto per lui, ed eterno rossore avrebbe, se le proprietà sue fra le ceneri fumanti de' suoi concittadini illese restassero. Quivi scignendosi la spada, la metteva a' piè del conquistatore. Buonaparte già fin d'allora uso ad avere intorno adulatori, nè sapendo che cosa volesse dir Giustiniani con quel suo amor di giustizia e di patria, tra attonito, beffardo e dispettoso, lo lasciava andare. Atto, e parlare generoso fu questo di Angelo Giustiniani, e degno che trapassi alla posterità mediante l'instrumento delle lettere. Pure il secolo vile griderà Buonaparte grande, Giustiniani matto.
Intanto i macchinatori non si ristavano in Venezia, non contenti al cambiamento parziale autorizzato dal consiglio grande. Spargevano voci insidiose, non potersi resistere, dovere lo stato accomodarsi al secolo con un totale cambiamento negli ordini primitivi; potere Venezia vivere ancora gloriosa lungo tempo; antiquate essere le sue forme, alcune inutili, alcune dannose, alcune ridicole; popolo, popolo vuol essere; non patriziato, non aristocrazia; la ragione avere a governar gli stati; i diritti essere per natura uguali, dover essere uguale l'autorità; nuovi secoli sorgere alla rigenerata umanità; nuova libertà nascere, non di pochi potenti, comandanti a molti schiavi, ma di tutti sovrani comandanti a nissuno schiavo. Quindi la cosa ritraevano a Venezia: detestavano Pietro Gradenigo, lodavano Baiamonte Tiepolo; i piombi, i molinelli, il canale Orfano con frequenti discorsi memoravano, gl'inquisitori di stato abbominavano. Capi a costoro erano un Giovanni Andrea Spada, di fresco uscito dai piombi, antico daziero, e come trovo scritto da alcuni, antico esploratore e rapportatore degl'inquisitori, ed un Tommaso Pietro Zorzi, di professione droghiere. Seguitavano, ma più celatamente, e più con desiderii dimostrati che con opere attive, un Gallino da Padova, un Giuliani da Desenzano, un Sordina da Corfù, finalmente un Dandolo da Venezia, uomo assai chiaro per fama, per dottrina, per eloquenza, e per un certo splendore d'animo e di corpo, che molto il rendevano osservabile. S'aggiungevano, come suol avvenire, donne amatrici di una politica libertà, che non intendevano; ma siccome elle avevano l'animo volto al bene, così formavano nelle facili fantasie loro una immagine di libertà, piena di ogni bene, spoglia di ogni male.
Ma trattando di coloro, che tenevano lo stato, alcuni per debolezza non erano capaci di risoluzione generosa, ed obbedivano al tempo: tal era il doge Manin, fievole per natura, perduto di consiglio. Altri per ambizione, o per opinione secondavano il moto. Notavansi principalmente fra costoro Pietro Donato, conferente eletto ad abboccarsi coi ministri esteri dopo la partenza di Pesaro, e Francesco Battaglia, stato provveditore in terraferma, e uno degli avogadori del comune. Quale pro sperasse quest'ultimo poter derivare da coloro, che gli avevano usato quel tratto del manifesto, io non lo so. Andavano con Donato e Battaglia, Alessandro Marcello, Antonio Ruzzini, Zaccaria Vallaresso, Alvise Pisani, Giacomo Grimani, Pietro Bembo, Daniel Dolfino, ed altri fra i savi attuali ed usciti. Nè da loro dissentiva Tommaso Condulmer, sopraintendente alle difese delle lagune, grande fondamento alle macchinazioni loro, perchè aveva la forza in mano, e le chiavi di Venezia. S'accostavano a tutti questi promotori di novità, parte ingannati, parte ingannatori, non pochi altri che credevano, che una mutazione nelle forme politiche avesse a ritrar la repubblica da quell'abisso in cui era precipitata; gente sincera e semplice, che non aveva giudicato ciò che significassero gli avvenimenti dati da Vienna e da Parigi per gli ambasciadori Grimani e Querini, le ribellioni di terraferma, la necessità di compensar l'Austria, le fraudi non troppo coperte di coloro che governavano lo stato in Francia, le armi in Italia. Aveva contrastato a tutti questi gagliardamente Francesco Pesaro; poi quando cesse dalle faccende della patria, anzi dalla patria stessa, e che Battaglia per piacere a Buonaparte domandava il suo sangue, contrastavano la maggior parte dei savj di terraferma. Fra di loro più animosi si mostravano, e più vivi Giuseppe Priuli e Niccolò Erizzo, i cui nomi saranno sempre cari a chi sono care la patria e la indipendenza.
Principalissimo fondamento ai disegni dei novatori era Villetard, segretario del ministro di Francia, il quale, sebbene fosse stata dal generalissimo intimata solennemente la guerra ai Veneziani, continuava a starsene, come persona pubblica, a Venezia; ed anzi teneva alzato alla sua porta lo stemma della repubblica di Francia, testimonianza sensibile della rotta irregolarità di quei tempi, e della debolezza del governo Veneziano. Era Villetard giovane molto infiammato nelle opinioni di quei tempi, ma d'animo integerrimo, ed amico vero della libertà: i suoi maneggi in Venezia piuttosto da un grande errore di mente, che da perversità di cuore procedevano; perciocchè certo è, ch'ei si muoveva a voler cambiare il governo Veneto, perchè credeva in ciò servire alla libertà, in una forma collocandola, con la quale non poteva sussistere: le geometrie politiche gli avevano stravolto l'intelletto; ma certamente, s'egli avesse penetrato, o per meglio dire creduto o vero o possibile il disegno di Buonaparte di cambiar Venezia per poterla dare in preda all'imperatore, ne sarebbe stato abborrente, come abborrenti ne sarebbero anche stati i novatori Italiani, che si adoperavano nel procurar queste mutazioni.
Adunati, ed ordinati per tal modo tutti gli amminicoli di distruzione, restava ad ordinarsi il modo di usargli, perchè sortissero l'effetto proposto; del che i capi non istavano lungo tempo in forse. Villetard, Donato e Battaglia continuamente instavano presso il governo, acciocchè, riformando gli ordini, e riducendogli alla forma democratica, pensasse finalmente alla salute sua. Spaventavano rapportando, che il numero degli scontenti, e dei novatori era incredibile, che cresceva ogni dì più, che già erano sedicimila, e che già si congiurava a rovina dello stato. Di ciò d'ogni intorno apparire segni; già vedersi girare le nappe tricolorite; già udirsi voci e nascoste, e palesi di libertà; già dal vicino continente, da Padova massimamente, arrivare gli scritti incitatori, ed annunziatori di sinistri eventi; cambiate già essere in fondo da una fortuna insuperabile le parti estreme, e circonvicine della Veneta repubblica; doversi ancora, gridavano, cambiare il cuore, ed agli ordini nuovi delle parti estreme uniformarlo.
Tutte queste rapportazioni partorivano effetti maravigliosi in animi ammolliti da lunga pace, ed insoliti a sì terribili rimescolamenti. I raggiratori, veduto il tempo propizio, e temendo che la riforma si arrestasse a mezza strada, e che solo il governo si allargasse, ma non scendesse fino alla forma democratica, si misero in sul fare maggiori spaventi, ed in sul volere, che del tutto il patriziato si abolisse; tal era la mossa data dal generalissimo. Di questo negozio arrivavano cenni da Milano, dove Buonaparte si era condotto coi due legati Veneti, ai quali era stato aggiunto per terzo Alvise Mocenigo. Recavano le Milanesi novelle, la salute della repubblica consistere nell'abolizione del patriziato, e nella creazione della democrazia pura. Di questo scrivevano, come di volontà assoluta di Buonaparte, i Veneti legati; di questo quell'Haller, che si era fatto da pubblicano uomo di stato. Perchè poi non mancasse a questa fraude anche la parte del ladroneccio, si dava voce, che seimila zecchini di beveraggio, senza dir per chi, avrebbero fatto gran forza. Adunque tra gli spaventi e le speranze, tra le minacce e le promesse, si piegava la consulta del doge, e con lei il maggior consiglio ad ampliare il mandato ai legati, acciocchè potessero consentire all'annullamento del patriziato, ed alla creazione della democrazia. Fu anche fatto abilità al Savio cassiere di rimettere all'ebreo Vivante, perchè gli trasmettesse a Milano, i sei mila zecchini in tante paste d'oro e d'argento, che ancora si ritrovavano nella zecca. Se tutte queste insidie, e rapine fatte a Venezia nell'ultima fine della sua vita da uomini fraudolenti ed avari, non muovono a sdegno ed a compassione, bisognerà confessare, che la natura nostra sia del tutto diversa da quella, di cui si vanta.
Avendo Venezia ceduto, vieppiù insorgeva Buonaparte. Non si soddisfaceva del tutto del mandato fatto ai legati di consentire al cambiamento totale della forma del governo: desiderava, che il maggior consiglio di per se stesso rinunziasse alla sovranità, abolisse il patriziato, e creasse la democrazìa. Gli pareva questa mutazione più solenne, e più sicura. Desiderava al tempo stesso di occupare co' suoi soldati Venezia, e far apparire, che l'occupazione di una città tanto nobile e tanto importante in Europa fosse spontaneamente chiamata da dentro, non violentemente prodotta da fuori. In questo si proponeva anche altri fini di non poco momento, ed erano l'entrare di queto, l'avere intiero ed intatto l'arsenale, e tutto, che fosse del pubblico, il poter volgere tutte le forze del territorio Veneto contro l'imperatore, se la pace non si effettuasse, e contro l'Inghilterra, che tuttavia perseverava in condizione ostile; finalmente il poter trafficare della città stessa con l'Austria, dandogliela in vece di Mantova e di Magonza, che ad ogni modo la Francia voleva conservare in sua possessione. Per la qual cosa, mentre Villetard, e chi operava con lui tendevano insidie al governo in Venezia per ispegnerlo, Buonaparte negoziava molto apertamente fra i conviti e le feste, un trattato coi legati della repubblica in Milano.
All'indurre il gran consiglio a cambiare lui medesimo la forma del governo, ed all'introduzione di un presidio Francese indirizzavano Villetard, ed i Veneti che il secondavano, tutti i loro pensieri. Per questo si rendeva necessario il privare Venezia delle sue difese con disarmare i legni, e con allontanare gli Schiavoni, che vi alloggiavano in numero circa di dodicimila. Per questo Morosini, che aveva il carico di preservare quell'antica sede della sua patria, spargeva, che i congiurati crescevano di numero e di forza, che oggimai non si potevano più frenare, che nuovi soldati abbisognavano. Intanto da persone a posta si accusava la fede degli Schiavoni, si affermava, voler loro far un moto per saccheggiare. Dava favore a questi spaventi Condulmer, affermando, non essere le difese apprestate nelle lagune abili ad arrestar i Francesi, ove si risolvessero a passarle per assaltar Venezia; già esser grossi a Mestre, già da Fucina minacciare, già Brondolo, e Chioggia pericolare dalle armi loro.
Quando più operava nell'animo dei patrizi il terrore, parendo ai congiurati, che fosse il momento propizio, si appresentavano, per suggestione di Villetard, alle camere del doge Spada e Zorzi, facendo una gran pressa di essere uditi per cosa che, come dicevano, importava alla salute della repubblica. Furono destinati ad udirgli Pietro Donato, e Francesco Battaglia. Quest'era un concerto, perchè Donato, e Battaglia avevano avuto colloquio con Villetard al tempo medesimo dei due congiurati Spada e Zorzi, e sapevano quanto a narrare avessero. Rapportavano, essere stati con Villetard, avere udito da lui, che niun altro rimedio restava alla repubblica, che quello di cambiare incontanente la forma del governo con l'abolizione del patriziato. Si ordinava dal consesso, contrastanti però Erizzo e Priuli, e la maggior parte dei Savi di terraferma, a Donato, ed a Battaglia, visitassero il segretario di Francia, e intendessero da lui quello, che vero fosse dei detti di Spada, e di Zorzi. Tornati, riferivano, Villetard, non per modo di richiesta, ma di consiglio, avere dimostrato, importare alla salute della repubblica, come intenzione espressa di Buonaparte, che si abolisse nel giorno stesso il patriziato, s'instituisse la democrazìa, e di più le seguenti condizioni si effettuassero: si carcerasse il conte d'Entraigues, agente del re Luigi, e tutti i suoi ricordi si dessero in mano del generalissimo; si liberassero i carcerati per opinione; gli Schiavoni partissero; si surrogasse una guardia nazionale; si pubblicasse un manifesto per voce del governo; si creasse un municipio di trentasei Veneziani di ogni classe; le città di terraferma, e dell'isole Venete s'invitassero a mandar deputati in Venezia a fine di comporvi un consesso generale di governo temporaneo; tutti i delitti politici si condonassero; vi fosse libertà di stampare, sì veramente che del passato nè quanto alle persone, nè quanto al governo non si parlasse; si chiamassero i Francesi a presidiar la città con quattromila soldati, ed occupassero l'arsenale, il castello Sant'Andrea, Chiozza, e tutte le isole circonvicine, che fossero a grado del generalissimo; con questo l'assedio si togliesse; la guardia nazionale custodisse la camera, ed altri posti d'onore. Il doge Manin fosse presidente del municipio, Andrea Spada vice-presidente; Querini si richiamasse da Parigi; si mandassero deputati a Buonaparte per annunziar la nuova forma del governo; si spacciasse col fine medesimo alle repubbliche Batava, Cispadana, Transpadana, e Genovese.
A questi capitoli aveva voluto aggiungere Villetard l'abolizione della pena di morte; ma contrastato da Battaglia, se ne rimase. Altre condizioni aveva anche proposto Villetard, come giovane, e molto vivo in queste faccende, si aprissero i piombi a vista di popolo, l'albero di libertà si piantasse in piazza San Marco, si ardessero ai suoi piedi le insegne dell'antico governo. Ma Battaglia più prudente, e meglio avveduto delle cose del mondo, considerato che l'importanza del fatto consisteva nel ridurre il governo alla democrazìa, e nell'occupazione di Venezia dai Francesi, e che le dimostrazioni proposte più futili che utili, avrebbero potuto contrariare la deliberazione nel maggior consiglio, lo dissuase.
Accordati tutti questi capitoli fra i deputati della consulta del doge, ed il segretario di Francia, restava, che il maggior consiglio gli approvasse. Per questo Donato, e Battaglia avevano persuaso a Villetard, il quale voleva, che senza soprastamento si mettesse mano all'opera, aspettasse tre o quattro giorni, affinchè potessero fare le pratiche necessarie per indurre il maggior consiglio alla risoluzione. Incominciavano il maneggio con le solite promesse, e coi soliti spaventi: fra le altre insidie si mandava attorno una lettera di Haller, apportatrice delle risoluzioni di Buonaparte, che cessassero i dritti ereditarj, che si creasse la democrazìa, che si fondasse il governo rappresentativo: se nol facessero volontariamente, verrebbe egli a farlo per forza. Di notte tempo Spada svegliava all'improvviso Battaglia (quest'era una macchina concertata) gli mostrava la lettera, la mattina molto per tempo la recava alla signorìa. Il perchè la signorìa non abbia fatto gettar in canale lo Spada, che contro le leggi della repubblica andava, e veniva da un ministro estero, fu perchè la signorìa, e la consulta straordinaria del doge era parte debole, parte ingannata, parte d'accordo coi novatori. Intanto gli Schiavoni, sola sicurezza contro gli assalti e forestieri ed interni, erano stati fatti imbarcare, e già se ne stavano sulle navi, aspettando il vento prospero per alla volta di Zara; le lagune disarmate da Condulmer. Così Venezia, che aveva conquistato Costantinopoli, cacciato d'Italia un re di Francia, ed un imperatore d'Alemagna, ridotta ora inerme, ed abbandonata, collocava la sua fede, e la sua speranza in un nemico, che sotto spezie di amicizia la tradiva.
Era il giorno dodici di maggio destinato da chi regge queste umane cose alla distruzione della Veneziana repubblica. Era adunato il maggior consiglio, gli arsenalotti, ma pochi li custodivano; le navi difenditrici ritirate dall'estuario si accostavano vuote al Lido; si vedeva un avviluppamento degli ultimi Schiavoni, che s'imbarcavano; il popolo atterrito, nè ben sapendo che significassero quei sinistri presagi, si raccoglieva in folla intorno al palazzo: i congiurati di dentro discorrevano per ridurre il maggior consiglio a spegnere l'antico governo; i congiurati di fuori spargevano mali semi. Aiutava le fraudi loro la risoluzione del primo maggio favorevole al modificare le antiche forme. La setta democratica trionfava.
Orava il doge pallido, e tremante sui pericoli presenti: parlava delle congiure, dei desiderj di Buonaparte, dell'inutile resistenza e delle promesse date, se si riformasse: proponeva infine il governo rappresentativo. Mentre si stava deliberando, ecco udirsi improvvisamente alcune scariche d'archibusi fatte per festa, e per forma di saluto nell'atto del partire degli Schiavoni, che nel sottoposto canale s'imbarcavano; rispondevano, ugualmente per festa, e per forma di saluto coi tiri loro i Bocchesi alloggiati a san Zaccaria. Un subito spavento prendeva gli adunati padri; credettero, che fossero i congiurati intenti ad ammazzare il doge, e tutto il ceto patrizio, siccome n'era corsa la fama per le congiure; si aggiravano per la sala privi d'animo e di consiglio. Gridavano confusamente, e con gran pressa, parte parte, che in lingua Veneziana significava, squittinisi, squittinisi. Posto il partito, si vinceva con cinquecento dodici voti favorevoli, venti contrari, cinque non sinceri. A fine di preservare incolumi, diceva il decreto, la religione, le vite, e le sostanze degli amatissimi sudditi della città di Venezia, e di allontanare l'imminente pericolo di novità violente, ed altresì sulla fede, che fossero i giusti riguardi avuti verso il ceto patrizio, e verso tutti i partecipi dello stato, e con questo che la sicurtà della zecca e del banco fosse guarentita, conforme ai partiti già presi il primo, e quarto giorno di maggio; accettava il maggior consiglio il governo rappresentativo, purchè a questo fossero conformi i desiderj del generalissimo di Francia; ed importando, che in nissun momento senza tutela la patria comune restasse, si faceva carico ai magistrati di provvedervi. A questo modo i patrizi Veneti dell'antichissima loro autorità si dispogliarono, non con dignità in una tanta disgrazia, ma minacciati da due sudditi d'oscuro nome, ed aggirati da due colleghi infedeli; non per armi perirono, ma per insidie; non per imprudenza animosa, ma per imprudenza debole; non per assalto di un nemico aperto, ma per fraude di un amico disleale. Non mancò il popolo al governo, ma il governo al popolo, e morì una pianta con le radici buone, perchè era la testa guasta, nè ebbero i patrizi il conforto dello aver perduto lo stato per virtù soperchiata, perchè coraggio non mostrarono, e la cautela fu vizio. Epperò, se i buoni ebbero compassione a Venezia pel destino, la biasimarono per la debolezza; i tristi la schernirono. Ma certamente esempio terribile fu, e di funestissimi presagi pieno, quel tradire gli stati per prepararne la rapina. Il lagrimevole caso di Venezia turbò tutto il gius pubblico d'Europa, e fu peggiore di quel di Polonia, perchè in questo fu più violenza che fraude, in quello più fraude che violenza. I popoli presteranno difficilmente fede ai principi, quando ei dicono di essere i restitutori dei dritti, e degli stati legittimi, se prima non restituiscono Venezia. Forse alcuno dirà, che conviene all'Austria l'avere Venezia, ed al re dei Paesi Bassi l'avere il Brabante Austriaco: a questo sto cheto. Quanto all'Italia, perì con Venezia il principale fondamento della sua indipendenza, ed il più forte propugnacolo contro la potenza Alemanna. Era Venezia contro l'Alemagna quello, che era il re di Sardegna contro la Francia. Quella perì per fraude, questo per forza: si perdè l'indipendenza, non s'acquistò la libertà, l'Italia fu serva.
Poichè i patrizi ebbero preso il partito di rinunziare all'autorità propria, e di rimettere lo stato nelle mani di Buonaparte, tale un timore gli assalse in quelle stanze piene tuttavia delle immagini dei loro forti antenati, e di quanto fu da essi fatto di grande, e di glorioso sì in pace che in guerra, che non sapendo più nè dove restassero, nè dove gissero, si abbandonarono, come perduti, ad ogni affetto più disperato. Si ritraevano alcuni alle stanze private del doge, che tutto smarrito aveva dato ordine, che di tutti i ducali segni si dispogliassero: altri usciti all'aperto per ritirarsi alle case loro, lagrimando, e gridando, non è più Venezia, non è più san Marco, facevano uno spettacolo miserabile in mezzo alle turbe affollate, che ancora non ben sapevano, quale e quanta sciagura sovrastasse alla patria loro. I novatori, che pensavano, essere avvenuto quello che aspettavano, e tra questi un vecchio generale Salimbeni, soldato della repubblica, trepidando dall'allegrezza gridavano: viva la libertà. Ma il popolo, che prima era stato incerto, nè poteva recarsi nell'animo tanta abbiezione dalla parte dei patrizi, saputo il fatto, si accendeva di una furia incredibile ed incominciava minaccioso a fare una gran tumultuazione, chiamando unitamente il nome di san Marco. Cresceva la folla, a cui si erano fatti compagni pochi Dalmati non ancora imbarcati. Accorrevano le donne, i vecchi, ed i fanciulli, e con le voci davano gli ultimi segni del loro amore verso l'antica, e veneranda patria. Sventolavansi dalle finestre le bandiere di san Marco; tre si rizzavano sulle antenne piantate in cospetto alla chiesa di san Marco. Cominciavano le turbe rabbiose a correre gridando, e schiamazzando, e dove passavano, mettevansi a grado a grado fuori delle finestre le dilette bandiere. Ma non può il popolo sollevato star lungo tempo sui generali, anzi tosto dà nei particolari o d'amore, o d'odio. Avvertito, che in una delle contrade per alla piazza abitava un pizzicagnolo, che aveva fatto certe dimostrazioni a favor di un uscito dai piombi, correva alle sue case, ed in men che non si dice, sperdeva, o rompeva ogni mobile: poi trovatagli una nappa di tre colori addosso, gliela conficcava in fronte; già uno Schiavone stava in atto di mozzargli il capo, quando il mal arrivato, per iscampo della vita, prometteva di palesare i rei delle congiure. Nè così tosto usciva dalla sua bocca il nome di qualcuno, che una mano di popolo partiva per mettere a sacco la casa del nominato. Saccheggiavansi per tale modo Zorzi, Gallino, Spada, Zatta libraio. Fu avuto rispetto ai palazzi dei ministri, anche a quello di Francia. Villetard, non sapendo fino a qual termine potesse trascorrere quel furor popolare, si era nascosto dal ministro di Spagna. Là scriveva a quel governo, ch'egli medesimo aveva distrutto, che frenasse quell'impeto; là scriveva, la sollevazione essere opera degli agenti d'Inghilterra e di Russia, massimamente di Entraigues, quantunque nè l'Inghilterra, nè la Russia, nè Entraigues non vi avessero a fare cosa del mondo: la cagione era la distruzione del governo Veneziano procurata da Villetard medesimo; e bastavano bene le ingiurie fatte ai Veneziani, senza che vi fosse bisogno degli stimoli di Russia e d'Inghilterra. Villetard e Donato, ai quali più di ogni altro importava il calmar quel furore, facevano opera, che si adunassero alcune compagnie di soldati Italiani, e presidiavanne il ponte di Rialto. Vi conduceva Bernardino Reynier due cannoni, coi quali tratto, ed ucciso tre o quattro popolani, poneva fine a quell'incomposto accidente. Usavano Villetard, Donato e Battaglia la occasione, e preparato e mandato il navilio a Mestre la notte dal sedici al diciassette maggio, levavano, sotto il comandamento di Baraguey d'Hilliers, quattromila soldati Francesi. La mattina molto per tempo si scoprivano schierati sulla piazza di san Marco: soldati ed armi forestiere non mai viste in Venezia da quindici secoli. Creossi il municipio, si promisero cose, che non si attennero, lusingossi con le parole, gravitossi coi fatti, e tanto si continuò l'inganno, che la ricca e potente Venezia fu data, spogliata ed inerme, in preda all'imperator d'Alemagna. Da questo imparino i popoli, che la giustizia non è più fra gli uomini, che gli stati non si possono preservare che con le armi, e che il credere alle lusingherie ed alle promesse dei forestieri è un volere ingannarsi da se, per essere non solo preda, ma ancora scherno e segno di calunnie da parte dei forestieri medesimi.
Avevano Buonaparte, ed i legati Veneziani, ai quali, come abbiam narrato, erano state ampliate le commissioni, in Milano le preste novelle degli accidenti di Venezia, specialmente della rinunzia fatta nel giorno dodici dai patrizi, e della dissoluzione dell'antico governo aristocratico. Evidente cosa era, che avendo cessato di sussistere chi aveva dato il mandato, non vi era più luogo nè a negoziati, nè a conclusione di trattato. Ciò non di meno le pratiche si continuarono, dal canto dei Veneziani, perchè pareva loro, che una solenne asseverazione di Buonaparte di voler confermare la repubblica non potesse essere senza qualche effetto, dal canto del generale, perchè paresse del tutto volontaria, anzi richiesta la occupazione di Venezia.
Adunque con questi due diversi fini si stipulava da ambe le parti il giorno sedici maggio in Milano un trattato di pace e d'amicizia, tra la repubblica Francese e la Veneziana; cessassero tra di loro tutte le offese; rinunziasse da parte sua il gran consiglio al suo diritto di sovranità, ordinasse l'annullazione dell'aristocrazìa ereditaria, riconoscesse la sovranità dello stato consistere nell'universalità dei cittadini: a tutte queste cose consentisse con patto che il nuovo governo guarentisse il debito pubblico, il vivere dei patrizi poveri, le provvisioni a vita: la repubblica Francese concedesse, siccome ne era stata richiesta, una schiera di soldati a Venezia, acciocchè vi conservasse intero l'ordine e la tranquillità, vi tutelasse le persone e le proprietà, procurasse la esecuzione delle prime risoluzioni del governo nuovo; questi soldati partissero da Venezia, tostochè il nuovo governo dichiarasse non averne più bisogno; le altre truppe Francesi sgombrassero gli altri territori Veneti, tostochè la pace del continente fosse conclusa: si facesse sollecitamente il processo agl'inquisitori di stato, ed al comandante del Lido; la repubblica Francese perdonasse ad ogni altro Veneziano. Questi erano i capitoli mostrabili: i segreti contenevano altri effetti importanti: si accorderebbero le due repubbliche pel cambio di territorj, la Veneziana pagasse alla Francese tre milioni di tornesi, somministrasse una valuta di altrettanti in arnesi di marinerìa, le desse tre navi di fila con due fregate fornite di tutto punto, consegnasse a' commissari a ciò destinati venti quadri, e cinquecento manoscritti a scelta del generalissimo: la repubblica Francese s'interponesse a pace comune tra la Veneziana, e la reggenza di Algeri.
Di tale forma furono i capitoli del trattato concluso in Milano tra Buonaparte, e i Veneziani. A loro fu aggiunto quest'altro, e ciò se ancora resta luogo alla maraviglia, farà certamente maravigliare il lettore, che le due parti ratificassero nel più breve spazio il trattato. Il ratificarono intatti i municipali di Venezia, persuadendosi, non si vede come, nè perchè, che tutta l'autorità della repubblica, e del maggior consiglio in loro fosse investita. Negava Buonaparte la ratificazione, allegando, essere da parte dei mandatari Veneziani cessato il mandato, perchè era estinto il mandatore, il che era vero. Ma siccome già sapeva, quando stipulava, che era spento il mandatore, fu il suo stipulare fraude, per fare che i Veneziani ammettessero in Venezia i suoi soldati. Ma questi già essendo entrati, e l'antico governo, col quale l'Austria aveva congiunzione di amicizia, già essendo spento, il che era l'importanza del tutto, ei rifiutò la ratifica per non legarsi a niuna obbligazione col nuovo.