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Rovine

ROVINE RACCONTO BIOGRAFICO. (continued 3)

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Sfogato il dolore rituale, la signora Placida andò a consigliarsi dai suoi soliti consulenti legali, e saputo dall’avvocato classico, non che dall’ex-cancelliere e dal teologo avvocato Sturlimandi, che acreditatis appellatio sine dubio continet etiam damnosam successionem, essa in buon volgare non indugiò a rinunziare formalmente all’eredità dei debiti, quasi tutti alimentari, lasciatale da suo figlio e trascurò persino di rispondere all’usciere, sospettando che fosse anche lui uno dei garibaldini che lo avevano pervertito.

Essa fece però cantare una messa solenne nella chiesa della Consolata per suffragare l’anima del figliuolo perduto; e mentre il prete uffiziava e i cantori strapazzavano per trenta soldi il tuba mirum borbottando nel loro latino di sacristia qualis pagatio, talis laboratio, — la damigella Carolina correva dietro alla turba sguinzagliata dei suoi cagnolini, alcuni dei quali abbajavano persino sulla porta della chiesa, — e la signora Placida, sempre pregando con fervore, era intenta a coprire accuratamente col suo scialle la schiena al vecchio Glafir, acciocchè non gli si inasprisse la tosse.

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