ROVINE RACCONTO BIOGRAFICO. (continued 2)
Reading edition
«Pensa, mamma, che vita!... Io che ero assuefatto da te ai buoni piatti e sani della tua cucina casalinga. Però, ti assicuro, mamma. Mi sarò fatto del male a me stesso, oh questo sì! Ma non ho mai fatto del male al prossimo, a nessuno; te lo giuro! Sono ancora un ragazzo onorato. Piuttosto che far torto con una cattiva azione al buon nome della nostra famiglia e alla sacra memoria del povero mio padre, che ci guarda di lassù, piuttosto.... avrei preferito di morire per la strada.... e di fame, peggio che il conte Ugolino.
«Ora sono stato raccolto da un buon vecchio, da un usciere al Ministero, che avevo conosciuto in casa del mio ottimo amico Edoardo.... Sto qui con lui, via dei Giubbonari, N.... È una carissima persona, di gran cuore, un galantuomo proprio dei tempi patriarcali di una volta.... Mi usa ogni riguardo.... Insomma sto bene. Mi sento rinato, massimamente perchè penso a te, perchè fondo tutte le mie speranze sopra di te.... Ha poi un cane l’usciere, un cane, che è una meraviglia. Si chiama Fido e non usurpa il suo nome. Vorrei che tu lo vedessi, mamma, e lo vedesse anche Carolina! È un grosso barbone, bianco come la giuncata. Va lui in piazza con la sporta fra i denti, e pare dica ai passeggeri come Napoleone I con la corona di ferro: Guai a chi me la tocca!... Vedi, mamma, se non sono diventato buono. Mi sono persino riconciliato con i cani....
«Adesso mi sento ancora addosso mille forze e una smania di adoperarle, ma tutte a fine di bene.... Te lo giuro; non ho più nessuna pazzia per la testa. Un po’ di digiuno me le ha fatte passare via tutte. Se tu vuoi aiutarmi, mamma, farò l’agrimensore, l’impiegato, metterò su una bottega da sellajo o da cappellajo, purchè tu lo voglia, mamma.... Ma ho bisogno del tuo soccorso e di una tua parola.... Capirai che io non posso restare sulle spese a un povero usciere.... Non sarebbe neppure nostro decoro.... Da me solo, ah! l’ho provato pur troppo alle mie spalle: io non sono buono a nulla, non sono nemmeno capace di guadagnarmi l’acqua che bevo. Ma con te, con la tua protezione sento che anderei fino alla fine del mondo e che farei l’impossibile.... Per riuscire a qualche cosa di buono su questa terra, mia cara, ci vuole proprio la stella, l’omen, l’amen, l’amen dico vobis di una mamma. Scusa, mamma. Non so più quello che mi dica.... Parlo persino latino.
«Tu non me lo negherai, mamma, questo soccorso, questa parola, che ti domando piangendo e contrito. Pensa, mamma, che ho patito la fame. No, non pensarci più.... Consolami subito tu, che lo puoi.... tu sarai la mia risurrezione, tu mi darai un’altra volta la vita, che ti devo... Consolami presto.
«Il più affettuoso abbraccio a te, mia mamma! lasciami ripetere questa parola: mia mamma! Ripetendola, mi pare di essere ricco di un tesoro immenso, e lo sono.
«Un altro bacio a te e a Carolina.
«Sempre tuo figlio «Pinotto.»
«PS. — Sono un po’ ammalato, mamma, sfinito per causa delle midolle vuote.... No, no; sto benissimo, mamma. Consolami, benedicimi, mamma!
«Altro PS. — Salutami i cagnolini, e dà loro per me uno zuccherino.»
XXV.
Appena egli ebbe impostato questa sfuriata arruffona di amor figliale, due minuti dopo egli aspettava già la risposta; poi gli veniva un dubbio di uno scrupolo amaro, il dubbio di avere sbagliato la soprascritta della lettera e di avere messo Firenze, che aveva sempre per il capo, in luogo di Torino.
— Ma no! Ho proprio scritto Torino e non posso aver scritto Firenze; mi ricordo dell’o, un o largo così, che sembrava lo avessi fatto con l’imbuto.... Ed ho proprio messo Via..., N. 14, sì, sì! Sì.... sono certo che ho fatto il 4 alla mia maniera....
Assicurato sul ricapito della sua lettera, egli andò a farsi radere la barba, accorciare e ravviare i capelli, rovinò una spazzola sfregacciandola sopra i suoi abiti rifiniti. Egli faceva tutta una acconciatura da tritino, voleva farsi bello più che poteva, per far festa alla risposta di sua mamma.
— E se mia mamma venisse in persona?... Sicuro.... Verrà.... Essa stessa... con Carolina. Le ho scritto io, proprio io che avevo patito la fame, che ero ammalato:... A sentire queste coso, le poverette non potranno tenersi dal volare a trovarmi,... oh verranno, verranno anche se non istessero troppo bene le meschinelle! Avranno paura che io sia ancora affamato.... Povere donne! E la nota tenera del cane! Chi sa come le avrà toccate! Oh che buon politicone sono mai stato io! E che poscritto da Cavour! Cavour del cuore sono stato io!... Purchè non si confondano nel prendere il treno e non vadano a Venezia o a Innspruck!... Chi sa che cosa diranno a trovarsi qui in una Roma?.. a vedere San Pietro, il Colosseo e il Mosè del Michelangelo, esse che credono che la chiesa dei SS. Martiri a Torino e il Cavallo di marmo sullo scalone del Palazzo Reale siano le principali meraviglie del mondo?... Scommetto che mia mamma sosterrà sempre che il Cavallo di marmo è più bello del Mosè di Michelangelo. La Venere Capitolina non la farò nemmanco loro vedere.... Esse si scandalizzerebbero e nessuno potrebbe toglier loro dalla testa, che siano stati i Garibaldini quelli che hanno portato lassù quella ribalderia, — come direbbero, — per fare vieppiù dispetto al povero Papa, dopo che lo hanno messo in prigione.... Oh, le mie povere donne e care semplicione!... Oh verranno.... Verranno... Sì, che verranno! —
Così pensando, batteva palma a palma con gioia infantile.
Nell’amore della mamma gli pareva di avere trovato la leva di Archimede e il punto di appoggio per far muovere a suo modo il mondo; e dava a divedere pubblicamente questa sua persuasione intima col modo glorioso, con cui egli incedeva per via.
Fido poi non era da meno di lui: tutto pieno di sè stesso e della contentezza del suo nuovo amico, se qualche cagnolino schizzinoso gli ringhiava contro, esso non si degnava nemmanco di rispondergli con uno sguardo: de minimis non curabat praetor.
XXVI.
Il povero giovane rientrato nell’orbita umana della famiglia, sentiva di voler bene a tutti coloro che passavano e di amare anche qualche fanciulla. Quale fanciulla? Non lo sapeva neppure egli.... Forse quella stellina vaporosa, quella biondina che aveva attraversato sulla punta dei piedi lo studio del notajo, mentre si sentiva il cric crac di quella penna diabolica?... Forse qualche altra? Egli fino allora era stato bensì un famoso straziafanciulle, ne aveva contato loro più che Bertoldo, e se lo era sentito rinfacciare: ma non ne aveva mai amata nessuna di vero cuore, nessuna; anzi soleva dire che nella nostra società non vi era cosa più imbecille di una signorina da marito.
Ma ora, che amava la mamma e la sorella, sentiva altresì il bisogno di amare proprio una signorina da marito.... E l’avrebbe sposata, sì! e a preferenza la signorina del notajo.... Avrebbero aggiustato tutto, perchè il notajo Raffa ne sa un punto più del diavolo.... E quella ragazza ha tutto l’ingegno del babbo, e più tanto di cuore ben fatto.... La violetta ama quasi sempre di nascere sotto le spine.... Sì! Egli ne è sicuro: la damigella Raffa è un’ottima ragazza e bella.... bella poi come il più bello degli angeli. Che felicità! Come sarà contenta la mamma Placida! Al primo bamboccio si metterà il suo nome; sarà una Placidina, e se invece sarà un maschio, allora il nome del povero babbo.... Che delirio di felicità! —
Egli richiamava in testa i tipi di mamme che aveva conosciuto, e prima di tutte, la mamma più caratteristica delle altre, la mamma del deputato X, quella che ama i figliuoli, come la cagna i suoi cucciolini, e ringhia continuamente intorno a loro e contro a tutti, per paura che glieli portino via. Questa mamma, abbia pure il figliuolo già ministro, mettetela in un pranzo: ella strepiterà continuamente dal fondo della tavola, e nojerà tutti con certi occhi che fucilano la gente, per paura che a quel buon uomo di suo figlio ministro si facciano dei torti, e non si dia tutta la torta e tutto il fritto o la quaglia che gli si conviene.
Pinotto pensava all’ottima mamma che aveva conosciuto nella signora madre di Edoardo, alla mamma la cui vita virtuosa e santa, dalle preghiere che recita sull’inginocchiatojo al mattino e alla sera, fino ai lavori di calza e di trapunto fatti dalle sue mani benedette, è tutta una sola cospirazione, perchè suo figlio sia sempre bello, ben vestito, sano, contento, onorato ed onesto.
Egli pensava alle mamme storiche, alle mamme raccontate dal Tommaseo, alla mamma esemplare dell’abate Jacopo Bernardi, alla mamma, di cui Edmondo De Amicis ha fatto innamorare tutto il suo paese.
E conchiudeva: — Ah, le mamme sono uniche al mondo per saper amare i figliuoli!... Sono tutte compagne.... Basta che i poveri figliuoli se lo meritino o sappiano pigliarle per il loro verso!
XXVII.
Mamma.... Amorosa.... Nuovo cibo.... Nuovo sangue.... Che cosa mancava ancora a Pinotto?
Le nuove idee e il nuovo sangue gli fecero ribollire più potentemente nella testa l’immagine dell’arte.
Egli si ricordò dell’immensità di libri da lui letti, studiati e venduti, dei suoi manoscritti distrutti, di cui però non aveva perduto dentro di sè neppure una sola goccia di sostanza, perchè si sentiva ancora lui, tutto lui, più forte di prima e più capace di rifondere le sue statue e inchiodarle eternamente sopra un piedestallo di porfido.
Un giorno alla finestra parve che gli passassero sotto le narici tutti i profumi di Villa Pamphili e di Villa Borghese; e gli venne nel cervello un nome, il nome di un villaggio, che era pure il nome patronimico di una famiglia, e doveva essere il soggetto di un suo nuovo prossimo racconto.
— Volar di fiori.... Due sposini, il conte e la contessina Volar di fiori sopra un balcone, davanti a un giardino all’italiana del settecento.... Belli, belli, quali i pittori dipingono sè stessi e le loro amanti, quando vogliono dipingersi per prototipi di bellezza in costume di feudatari.... buoni, buoni, e tanto più preziosamente buoni, quanto era più facile l’essere cattivi per i nobili dei secolo passato....
I fiori del giardino erano giunti all’ultima loro splendidezza, all’ultima loro prosperità: loro più non rimaneva altro a fare, che dar luogo ai frutti.... — Venne una folata di vento nel giardino.... — Spicca, ramassa, fa turbinare le teste dei fiori....
— Volar di fiori! si dicono soavemente il contino e la contessina guardandosi negli occhi.
Bisogna descrivere il volo dei fiori, l’incrociarsi dei loro colori e dei loro profumi per l’aria, come una gazzarra d’amore celeste e combinare i fiori con i bisbigli e coi baci dei nobili sposi tortoreggianti.... profilare per il ritratto della contessina, profilare in rosa, in oro e in perle la signorina del notajo.... — Ma non solo parole e descrizioni.... Idee! Idee!... Far presagire da quei bellissimi e felicissimi sposini l’ottantanove, i nuovi destini della plebe, la necessità di una nuova religione.... Baci.... fiori.... amori.... Volar di fiori.... —
Durante questa concezione letteraria, Pinotto si sentì colare in seno tanto dolce di miele da disgradarne le labbra di Galatea; si sentì capace di innamorare e far svenire di soavità tutti i ciclopi d’Italia; e ad un tempo si sentì addosso una forza da Sansone, per far rinculare di ottanta passi tutti i letterati del secolo.
Si mise al tavolino con la febbre di scrivere le più raggianti cose che si siano mai scritte.
Scrisse, scrisse, si levò in piedi, e riscrisse; e tanto si inebbriò nel suo soggetto, che non fu più lui; ebbe un ineffabile prudore e languore nel cuore e nel cervello; vide luccicare le idee, come gemme e come spade sulla testa, e volargli i fiori a mille a mille intorno alla fronte, piccargli contro al petto, e dargli solletichi strazianti, abbattimenti di gioia e tutto inghirlandarlo figlio, amante e poeta.
L’usciere rientrando in casa trovò il suo ospite con il volto così trasumanato, che egli, dopo avere aperto la bocca, non osò dirgli più nulla.
Non c’era che dire: dallo scrivere Volar di fiori al discorrere con l’usciere era un bel cascare dalla poesia alla prosa. Eppure Pinotto si trovò così buono nello sfogo del suo Bello, che, appena visto l’amico, mise frettolosamente l’impagliatura di una scranna sopra il suo manoscritto e poi corse a girare le braccia intorno al collo dell’usciere.
Questi allora incoraggiato parlò: — Volevo dire.... Non si offenda sa.... Io mi sono permesso, perchè sapeva che, Ella desiderava un impiego, mi sono permesso, di parlare per lei al mio capo-sezione, cognato della cugina del mio colonnello.
— Ebbene? domandò con affannoso desiderio Pinotto.
— È contento Lei? Sia lodato Iddio! Le ho ottenuto un posto da scrivano nelle Ipoteche con settanta lire al mese.... Può incominciare domani.... Lo accompagnerò io....
— Grazie! Grazie! Gioja! Gioja! — Esclamò Pinotto prendendo l’usciere per le mani e forzandolo a far un mezzo giro di monferrina.
Il Capitano baciò il suo protetto, e quel corifeo di Fido gli saltò sulle spalle.
Sfogato il primo impeto, Pinotto ripercosse le mani insieme dicendo:
— Adesso, Capitano! Capitanò!...
— Ebbene, che cosa?
— Senta, senta, se non sono indiscreto. Abbia ancora la bontà di farmi l’anticipazione di un’altra lira sul mio futuro stipendio.... Veda, veda! desidero ardentemente di comperarmi una cravatta, una famosa cravatta, con cui ho fatto all’amore tutta questa mattina sul Corso. Questa mi otterrà di colpo una promozione, appena mi presenterò all’ufficio.
— Ma subito! Subito! S’immagini! Ecco.... Ecco mia gioja! —
Ma invece di pensare neppure a comperarsi la cravatta, Pinotto trottò lesto all’ufficio telegrafico dove spedì il seguente telegrammino alla mamma: — Ottenuto impiego, finalmente! settanta lire mese. Evviva! tu, Carolina, quanto contente! Lavoro.
Così entrato nelle Ipoteche con le più belle fantasie nella testa, egli si mise a sgobbare altresì materialmente come un martire. Quando era al banco, lo si vedeva girare qua e là con gli occhi che sembrava volassero in cerca di pubblico da servire.... Poi su e giù per le scale e per le scalette con enormi libracci sulle spalle.
Quei libracci, come si può immaginare, costituivano il vero carico di un pover’uomo. Allorchè egli doveva toglierne tre o quattro dagli scaffali o riporveli, metteva in mostra la più farraginosa disinvoltura travettiana. Alzava le mani per tenere in aria gli uni, e usava la compressione del petto verso gli altri, perchè non cadessero in terra ad ammaccarsi le loro orecchie. Pazienza fossero state quelle del prossimo! Certe volte pareva addirittura inchiodato come una bestia da macello a quegli assi della scansia.
Appena uscito poi dall’ufficio, si metteva intorno al suo Volar di fiori e vi spendeva sopra molte ore della notte.
Madre! Amorosa! Pane quotidiano! Arte e lavoro!... Che cosa mancava tuttavia a Pinotto?
Gli mancava il fondamento di tutte le sue cose. Gli mancava l’assicurazione dell’amore e del soccorso materno.
Dopo aver aspettato indarno per una settimana la risposta della signora Placida, il poveretto cominciava a ritornare di cattivo umore, dubbioso, quando il Capitano gli si fece innanzi con cera allegra e promettente.
— Ecco per lei!
E gli presentò due lettere: l’una con la soprascritta in caratteri grossi e piatti del secolo passato, e l’altra con un bel corsivo minutino e moderno.
Pinotto impallidendo, aprì la prima, che era di sua mamma.
Eccola testualmente, salve le maggiori sgrammaticature e la più grottesca ortografia, che l’avrebbero resa poco intelligibile al pubblico; essa diceva:
«Signor, signor figlio,
«Dopo tutto quello, che hai fatto anche ultimamente, mi stupisco forte, che tu abbia ancora avuto l’ardire di indirizzarti a una tua madre. Ah! ci vuole un bel coraggio! Mangiar tutto, vendere tutto!
«Io l’ho subito detto, e poi me lo ha ripetuto anche il teologo, che sarei pazza da legare se ti ascoltassi ancora. Ti ho già ascoltato fin troppo per il passato, e pur troppo è stata la rovina tua e la mia.
«Adesso io ne ho appena abbastanza per andare innanzi con Carolina onoratamente.... Invece tu mi sembra, che tu abbia ancora buon tempo e delle storie per la testa. Dovresti tu aiutarmi nella vecchiaia e non pretendere il contrario... Basta, basta, caro figlio; se tu avessi avuto un po’ più di Religione non ti sarebbero capitate tante disgrazie. Questo solo posso risponderti, di essere una volta bravo e di andare sempre in chiesa a fare le tue devozioni da cristiano battezzato. Ecco ciò che ti è capitato a voler disobbedire i Santi Comandamenti di Dio e della Chiesa, e a stare a quello che dicevano quei scellerati garibaldini, tuoi amici, e anche a scaldarti sempre la testa con i romanzi che lo inferno li abbruciasse tutti una volta!
«Ah, caro figlio, mi raccomando tanto e poi tanto, va subito dentro una chiesa a domandare perdono nel confessionale delle tue mancanze. Io farò quantum possio per ottenere dalla Madonna la tua grazia. Anderò a sentire una messa per te alla Consolata, e farò anche venire la Carolina. Pregheremo con fervore la Madonna per la tua conversione dei peccatori. Faremo magari accendere una candela dinanzi all’altare maggiore in onore del Santissimo Esposto, acciocchè voglia toccarti più facilmente il cuore.
«Guarda, Pinotto, guarda la bontà, che hanno ancora per te tua madre e tua sorella, dopo tutto il male che hai fatto loro...
«Del resto noi due non possiamo fare mica di più, povere meschine che siamo per causa tua! Quindi aggiustati da te, come meglio saprai o potrai, soprattutto domandando perdono di cuore a Dio delle tue colpe e accostandoti con frequenza ai Santi Sacramenti.
«Ti saluto, ti saluto, anche per parte della Carolina che adesso fa il pastone dei Canarini.
«Addio, addio! Ai cagnetti non ho detto niente del tutto. Addio, addio. Credimi, sono e mi chiamo tua affezionatissima madre, signora signora Placida.
«Vedova Panetio nata Rhoccia»
«N. B. Ricevuto, appena dopo vergata presente, tuo dispaccio impiego.
«Si vede che sei già più ricco di noi, che spendi denaro nel telegrafo.
«Se hai poi veramente ottenuto costà impiego, ciò mi dà quasi fastidio. Guarda, guardati sopratutto, come dice anche il teologo, che non sia poi un impiego del Governo scomunicato e usurpatore in Roma della Santa Sede di San Pietro, a fine di non disonorare la tua famiglia che è sempre stata cristiana e non fare portar pena all’anima di tuo padre, che è morto in seno alla nostra Sacrosanta Religione e non già sine crux e sine lux, come le brutte bestie. Ah! È meglio piuttosto far niente e digiunare in orazione piuttosto che servire un governo ladro, libertino e sacrilego, come dice il giornale nella Cattolica di Domenica. Guardati, guardati ben bene. — Questo è un vero consiglio da madre, per salvarti. Sono, sono di nuovo tua affezionatissima madre, Placida.»
XXVIII.
Finita la lettura di questa lettera idiotica, crudele e bacchettona, Pinotto stette fermo e silenzioso, come chi aspetta un prorompimento di lagrime; ma poi vedendo che queste tardavano a venire, ne perdette persino la speranza, e fece sentire un verso ingratissimo, bestiale, come una voce mista di pappagallo, di struzzo e di maniaco.
Il capitano accorse a lui spaventato.
— Niente, niente, brav’uomo... Non posso piangere...
E in quel punto uscì in un fiotto di lagrime.
Rasciuttosi in un baleno:
— Niente, niente — ripetè — Sono stato un mammifero dell’ultima specie a credere a mia madre.... Fossi stato un cane... allora sì, mia mamma mi avrebbe perdonato, anche se gli avessi morsicchiata e ridotta tutta in pezzettini la sua veste di sposa... Ma suo figlio, oibò! —
Sentì nella bocca il ribaldo ribrezzo di avere assaggiato la pappa dei cani e torse orribilmente la figura.
— Si tranquillizzi, signor Pinotto — gli diceva l’usciere con un’aria un po’ inquieta. — Si tranquillizzi.
— Tranquillo...? Altro che tranquillo, Capitano. Ai suoi ordini, Capitano. (portando militarmente la mano destra all’ala del cappello).
Vi fu un minuto di silenzio straziante; per interrompere quello strazio e per tentare la sorte, chi sa? di una rivincita, l’usciere ripigliò:
— Guardi che ha ancora da leggere una lettera....
— Ah sì, è vero..... Che smemorato! Me ne dimenticavo.
— E guardi.... Uh! uh! come è spessa. Ci deve essere qualche mago lì dentro....
— Ah!... È il suo, il mio Edoardo che ci manda cento lire... Cento lire! — E fece scoppiare una formidabile risata. — Oh! come ti voglio bene, caro Edoardo. Grazie!... Ti mangerei vivo...
— La prego, si tranquillizzi, signor Pinotto si calmi...
— Tranquillo, tranquillissimo, signor Capitano, tranquillissimo.... Che cosa vuole di più tranquillo che così? Vuole che lo abbruci questo biglietto per accendere la pipa? Oppure vuole che lo adoperiamo per far cuocere un paia d’uova, come ha fatto quel principe o ban... chiere di.... di.... di.... di Barcellona.... Ma... bisognerebbe averne di più... Bisognerebbe.....
— Per carità, sia buono; mi ascolti.....
— Ah! signor Capitano! Lei ha paura di me.... Ebbene, se lo vuole, se lo pigli pure per lei il suo biglietto... Lo pigli, lo tenga...
— Io no, io..... Lo tenga per sè, è suo; ma dico.....
— Io sono tranquillo come un Battista, Capitano! Io canto, ballo, suono e rido..... Vuole che gli faccia vedere i ritratti degli inquisitori?... Eccoli qua; li ho comperati a Trieste... —
Aperse una scatoletta e sciorinò una filza di ritrattini ovali attaccati insieme, poi con la chioccata di un lampo li fece scomparire rinserrandoli nella scatoletta.
Qua e là gli scoppiettavano le idee nella testa, come sprizzano le faville, quando il martello stramazza sopra un ferro rovente.
La sua atmosfera cerebrale si era fatta alida e satura di elettricità, come una sera di estate dopo una lunghissima asciutta.
— Capitano? vuole un pesce salato? Vado ad inforcare una salacca nella credenza... Aspetti...
— No, no, no!...
— Vuole due giuochi di prestigio?
— Ma no, m’ascolti.
— Non si inquieti, Capitano........ Anche avessi mia sorella, dove ci teneva le sue l’onorevole, il venerabile Pietro Aretino, scusi un signore, che noi non abbiamo avuto la fortuna di conoscere personalmente, anch’io, dico, (facendo la voce acuta e i gesti puntuti da ubbriaco) sarei tranquillo lo stesso... tutti mi leverebbero il cappello... Riverito, signor ingegnere, riverit..o! —
E si faceva da sè stesso delle profonde scappellate.
— Vuole che balliamo di nuovo, signor Capitano? Su, io lo sfido, sopra una gamba sola. —
E si mise a girare vorticosamente a piè zoppo, e con la lingua un palmo fuori dei denti. Spossato dall’asma, dal capogiro e dal sudore, egli ristette traballando. —
— Capitano? mi gira, qui non si può più respirare. —
Spalancò la finestra.
— Auff! Non c’è più aria..... Io soffoco.... Chi l’ha mangiata?... Io vado a cercarla..... —
Uscì furiosamente sbatacchiando l’uscio con fracasso. Fido si rizzò sulle due piote di dietro, alto come un cavallo, e si arrotò contro l’uscio guaendo lamentosamente per seguire quel forsennato.
XXIX.
L’aria fresca di fuori gli smorzò l’incandescenza del cervello; egli pensò tosto: — Se non uscivo, correvo rischio di diventar matto!... Ah, stupido!... e per una cosa, che è poi prestissimo spiegata.... Voglio dirla subito al capitano e a Fido che mi sono venuti dietro. Mia madre non mi capisce e io non posso farla capire. Non c’è vocabolario, non c’è crittografo fra noi. In questo squilibrio della società moderna ci sono membri in una stessa famiglia più distanti fra loro e più incapaci di comprendersi vicendevolmente che non siano una tartaruga e un elefante. Che farci? La colpa non è di nessuno; mia madre mi crede uno scappa di casa ordinario, di quelli di una volta, che fuggivano dal collegio o derubavano dell’orologio la serva del professore, per andare a suonare l’organino nelle vie o per fare il trombetta in un reggimento spiantato. Essa ignora completamente la nuova varietà del mio tipo. Essa non ha torto.... Che farci?
XXX.
Queste cose egli disse press’a poco, sebbene in forma più popolare, al Capitano, quando fu raggiunto da costui e da Fido, il quale voleva persuadergli, chi sa che cosa, stampandogli le impronte delle sue zampe sul panciotto.
Ritornato a dormire nella cameretta del suo ospite, egli provò un estremo disagio per tutta la notte: sentiva emanare dalla compagnia di lui un odore caprino insopportabile, che egli non aveva mai avvertito prima di ricevere l’ultima scomunica materna.
Nel mattino seguente egli spifferò senza ambagi al suo benefattore: — Caro mio, io soffro a dormire nella stessa camera con altri; non sono assuefatto a questo, e ce ne andrebbe di mezzo la mia salute, se seguitassi; quindi io vi ringrazio e mi affitto una stanza da me. —
L’usciere restò quasi mortificato e anche pauroso, che il giovane avesse trovato quel pretesto per non incomodarlo maggiormente, dopo che aveva ricevuto quelle cento lire da Edoardo.
— Senta, signor ingegnere: tra noi non dobbiamo fare complimenti. Mi senta: è molto meglio, che rimanga con me.
— No, no, no! — rispose con fuoco Pinotto.
— Non si offenda, mio caro signore. Tra noi, veda, si farebbe più economia...
— Non voglio! — ribattè Pinotto con rabbia vivace. — ... E non mi secchi.
L’usciere rimase mortificato del tutto.
— Senta, signorino, io sono un contadino rispetto a lei, e non mi ricordo più nemmanco di essere stato militare, quando discorro con lei. Quindi mi scusi..... Quanto alla stanza, faccia pure come vuole..... poichè ella vuole assolutamente così. Io dicevo soltanto... perchè mi rincresce privarmi della sua compagnia..... dicevo.... —
Ma vedendo contro di sè una terribile morsicatura di baffi, cambiò discorso.
XXXI.
Sbalzato un’altra volta dall’orbita della famiglia, Pinotto ritornò nuovamente un individuo buono a nulla e vizioso come un somarello, dove poco prima fidando negli auspicii della mamma si era sentito capace di afferrare con dita di ferro la rettorica chioma della Fortuna, e il suo povero cuore era già divenuto tutta un’iride di magnifiche speranze.
D’allora in poi nel suo ufficio egli si adoperò non solo rimessamente ma poltronescamente. Quando dal piano superiore doveva trasportare qualche grosso volume ipotecario nel piano inferiore, egli anzichè recarselo in mano o sulle spalle, lo pigliava a calci per farlo rotolare giù dalle scale.
Egli si dimenticava persino di andare a trovare l’usciere suo salvatore. Un giorno questi, mosso dall’affetto e dalla puntura di non averlo visto da un pezzo, si recò a cercar lui. Trovò l’uscio chiuso; girò invano la maniglia, orecchiò e sentì bisbigliare dentro la cameretta la voce squarrata di una ragazzaccia che nella sua raucedine cronica, accusava le scollacciature dei veglioni. Dondolò la testa, come un bue offeso, e ritornò indietro borbottando!
— Questa poi mi dispiace veramente.... Brutto.... Mah! mah! —
Fido abbajò, come ci fossero stati i ladri.
XXXII.
Per mantenere sè stesso e i propri vizi, Pinotto mandava di nuovo lettere sopra lettere ai parenti e massimamente agli amici, da cui invocava continui soccorsi.
Però rattenuto da un certo sentimento misto di onta, di riserbo e di gratitudine, egli risparmiava Edoardo.
Fu questi il primo dopo un lungo silenzio a farsi vivo con lui, affrontando egli stesso il pericolo pecuniario, mediante la seguente lettera importantissima:
Milano, il ....
«Caro Pinotto,
«Ho rinunziato all’idea di un primato avvocatesco in una cittaduzza di provincia, e siccome sono nato vestito, mi sono presa la libertà calamitosa di venire a Milano per fondarvi un giornale letterario, intitolato Il Guastatore, di cui ti unisco il primo fascicolo.
«Il nome ti dice abbastanza il programma.
«È, salva la modestia, una specie di Frusta Letteraria adattata ai giorni che corrono.
«Io veggo nella letteratura italiana contemporanea una specie di selva aspra e forte con relative Maremme e paludi pontine. Bisogna diboscare, spianare, colmare, prosciugare, fognare, bonificare.... Ecco il perchè del mio Guastatore Letterario e per giunta Scientifico e Artistico.
«Tu mi sembri fatto per la quale.
«Con il tuo ingegno, con i tuoi studi, tu sei stampato apposta per godere la suprema voluttà di dare dell’asino a chi se lo meriti.
«Mi pare già di vederti abbarbicato come un rovo alla letteratura di chi so io.
«Ti creo quindi mio collaboratore con carta bianca.
«Non insisto però, affinchè tu faccia la polemica. Fa quello che vuoi; mandami quello che stimi meglio: racconti, bozzetti, poesie, epigrammi, schizzi di viaggi e di costumi; filosofia popolare, ecc., ecc., insomma tutto quello che ti pare e piace, purchè mi mandi qualche cosa.
«Credo bene aggiungerti che anche in Italia i giornali letterarii hanno presa la lodevole consuetudine di pagare. Pagano poco, ma pagano qualche cosa per ora.... e pagheranno finchè potranno. Il mio Guastatore dà L. 2 e 50 cent. al colonnino.... È nulla, ma sono i sigari.
«Appena riceverò un tuo manoscritto, te lo conteggierò e te ne spedirò l’importo a volta di corriere.
«A te farò buone anche le interlinee, la firma e l’intestazione e ti lascierò andare a capo e mettere tanti asterischi, quanti e finchè vorrai.
«Non ti pago anticipato, perchè voglio costringerti, non solo a scrivere, ma altresì a pubblicare.
«È mia ambizione quella di essere il primo a farti rompere il ghiaccio con il signor Pubblico.
«Addio — manda — e credimi
«Tuo aff.mo ecc.»
Appena letta questa lettera, Pinotto corse a prendere il suo Volar di fiori, che era già diligentemente copiato, un bel manoscrittone, che ridotto in istampa avrebbe occupato per lo meno cento colonne del Guastatore. Cento colonne! 250 lire! Che bazza!
Il povero giovane nel rivolgere il suo scartafaccio fra le mani, ebbe malauguratamente una sensazione complessa, più che quadernaria, una di quelle sensazioni, che costituiscono il pensare velocissimo dei genii e dei pazzi. Egli sentì nello stesso punto la sua alterezza e la sua impotenza artistica, il suo sovrano disprezzo per il pubblico e la sua vergogna di divertire per paga con la penna, chicchessia: il ladro, il prete, il porco, il commendatore, la marchesa, la cortigiana, la tabaccaja, la signorina, la fame e l’indigestione, insomma qualsiasi galantuomo o malandrino possessore di un soldo.... A un tempo sentì echeggiare caninamente nelle orecchie la voce di sua sorella che abbaiava smascellando dalla risa: Bo..jno! Bo..jno! — e sentì scolpitamente la voce secca di sua madre, che aggiungeva: faresti meglio a studiare d’aritmetica e a imparare a servire la messa. Più che tutto vide stampata davanti a sè l’ultima lettera di lei...
Alzò sulla testa il manoscritto, e poi lo sfracellò per terra, rovesciandogli sopra il motto di Cambronne con una grossa bestemmia contro alla Divinità innocente. Quindi, raccattatolo, fece fare la fine più turpe al suo povero ed eccelso Volar di fiori.
Così distrutto ignominiosamente il suo ultimo lavoro letterario, quello che gli aveva dato maggiori contentezze e maggiori speranze, egli si credette più grande di Dante — si credette un glorioso Vergine e Martire dell’Arte, degno di sedere in paradiso più vicino di tutti al trono di Dio, perchè riporterebbe intatti all’Eterno i fiori del suo genio.
XXXIII.
Così ricacciato del tutto, e per colpa principale di sua madre, nella più deplorevole superbia artistica e ristrettezza pecuniaria — egli, dopo avere rifiutato la retribuzione, seguitò a ricorrere alla elemosina, tanto che una sera di domenica, in una famiglia di Torino dove si facevano giuochi di società e si tagliavano i fogli al Guastatore, tre amici poterono combinare lo scherzo di estrarre nello stesso tempo di tasca e leggere la stessa lettera circolare diretta a ciascuno di loro dallo stesso Pinotto:
— Mio carissimo!
— Mio carissimo!
— Mio carissimo!
— Nuovamente piombato...
— Nuovamente piombato...
— Nuovamente piombato...
Poi il terzetto così seguitava: — «Nuovamente piombato nella più profonda miseria, ti scongiuro di inviarmi al più presto, che ti sarà possibile, la piccola somma di cento lire. Ti assicuro di restituirle sull’onor mio a dieci per mese. Saprai comprendere le mie dolorose necessità, senza che io ti rattristi ad enumerartele. Fammi quest’ultimo favore, che è per me di una suprema importanza: questione di vita o di morte. Prometto di non domandarti più nulla per l’avvenire. Nel restituirti la somma, terrò calcolo degli interessi.
«Tuo, ecc.»
Nel leggere queste parole, i tre amici davano a divedere di sentire nelle medesime più l’alito dello scrocco che quello della disgrazia; e commentavano più malignamente con gli occhi che con la voce.
— Mi sembra che potrebbe bastare... Ogni cosa deve avere un termine...
— Sull’onor mio! Magra garanzia!... e quella continua ostentazione degli interessi?
— E quel perpetuo annunzio dell’ultima rappresentazione delle sue domande? —
Una signorina butirrosa, che in altri tempi era stata molto perseguitata da Pinotto, su cui però essa aveva fondate grandissime speranze, — ora volendo ingraziarsi i nuovi amici, fece trasparire dagli occhi la maggiore volontà di mostrarsi spiritosamente ingenua e domandò: — Ma se è sempre nella miseria, perchè non si ammazza quel birrichino?
Un’altra signorina dal collo molto lungo, e che aveva letto Notre Dame di Vittor Hugo, allungò ancora di più il collo e rispose con grande pretesa di malignità: — Ah! egli non si ammazza, perchè ammazzando sè stesso avrebbe paura di ammazzare un grand’uomo.
XXXIV.
Se la maggior parte del mondo, che lo conosceva, trattava così crudelmente Pinotto, questi non trattava meno crudelmente il mondo da lui conosciuto; prova ne siano gli appunti ed aforismi, che egli scriveva sul suo taccuino, a sfogo del suo animo e come materiali di qualche nuovo suo capolavoro da distruggersi. Eccone alcuni tratti spietati, o volgari, o semplicemente barocchi, o addirittura infami:
«Ho fatto degli studi, che credo esatti, sulla felicità umana, e ne ottenni i seguenti risultati:
«Detta felicità non consiste, come taluni credono, nel lavoro; imperocchè il lavoro, acciocchè faccia l’uomo felice, bisogna sia una esplicazione di forze geniali, quanto dire, sia già determinato da un sentimento di felicità.
«Del resto, che razza di felicità è mai il lavoro?!
«Io stamattina, con lo stomaco vuoto, mi sono messo a copiare un estratto ipotecario nauseantissimo. A un certo punto mi venne una vertigine, ed ebbi uno sforzo di vomito, come dopo il mio tentativo di mangiare gli avanzi di Glafir.»
«Neppure la tranquillità della propria coscienza costituisce la vera felicità umana.
«Ammetto, che, quando taluno stia per partire da questo mondo, provi un certo gusto nel volgersi indietro, e trovare, che non abbia mai commesso una viltà o altra azione cattiva. È una cara soddisfazione, che ho provata io stesso molte volte.
«Ma questa non è la felicità, nè l’igiene della vita; è la felicità, l’igiene della morte.»
«Adunque la vera felicità secondo me consiste nella illusione, nella presunzione o nella ferma persuasione di essere felici, dettata dall’amor proprio, più o meno coadiuvato da una malattia o anche da una sanità del cervello.»
«In prova facciamo la rassegna alfabetica degli uomini felici.
«A., mio capo ufficio, è un uomo che ha l’incrollabile convinzione di avere una bella voce. Tutti coloro, che ebbero la disgrazia di sentirlo a cantare, riconoscono invece unanimamente, che la sua voce è molto inferiore di pregi a quella della foca, di questo vitello marino, che allatta anche i nostri figliuoli, preso dal celebre capitano Carbone Kock, nei deserti della rabbia, come diceva stamattina colui, che faceva la spiegazione nel Baraccone di Piazza di Termini.
«Eppure nè il Collegio de’ Cavalieri dell’Annunziata, nè il Presidente del Senato, nè il sommo Pontefice, nè altre autorevoli persone e nemmanco suo padre, se tornasse dall’altro mondo, potrebbero diminuire di un atomo la persuasione ferrea del signor A., di avere una voce stupenda.
«Il mondo, d’ordinario, quando vede in qualcheduno una stima invincibile di sè stesso, la rispetta, si tratti di qualsiasi materia, anche più importante della musica e della politica. Quindi il signor A. è lasciato nel pieno e pacifico possesso della sua immaginazione, ed è per sopprappiù mantenuto giuridicamente nel medesimo dalla giurisprudenza delle Corti di Cassazione di Firenze e di Torino, che accordano l’azione De Reintegranda contro chi tentasse uno spoglio violento e clandestino di qualsiasi possesso d’immaginativa.
«In questo stato di cose, egli non può più stare nella pelle dal contento. Tanto è vero, che avendo affittato alcuni giorni sono un villino nella campagna di Frosinone, e avendo sentito suonare un pianoforte nella palazzina limitrofa, volle curiosamente informarsene; e seppe, che lo suonavano due signorine da lui sconosciute, le quali ogni mattina ad una data ora andavano ad abbeverarsi ad una certa fontana magnesiaca.
«Si trovò anch’egli all’ora fissa presso la fontana magnesiaca, si levò il cappello, aprì le braccia con uno slancio rapido, che fece fare al cappello una graziosa curva di un metro e mezzo e si presentò da sè stesso alle signorine con questa magnifica ed inaudita autopresentazione: — Sono loro, signorine, che suonano così bene il pianoforte? me ne rallegro... (quindi con un accento inesprimibile) Ed io sono.... Sono baritono!
«Oh, uomo (più che baritono) felice!»
«B., altro mio superiore di ufficio, ha comperato parecchi ettolitri di vino siciliano scelleratissimo, che dà al palato il gusto preciso dell’inchiostro. Eppure nessuno potrebbe togliere dalla testa al signor B., che quel vino, perchè l’ha comperato lui, non sia ottimo, e che il vinattiere, vendendoglielo, non abbia per lo meno rimesse del suo cinque lire ogni ettolitro per la sua bella faccia. Ed egli è tanto contento di questa sua persuasione, che contro la sua abitudine di bere annacquato, giunto alla frutta, si permette di versarsi nel bicchiere un dito puro della sua nuova compera; e lo centellina con tanto gusto, che pare ascolti la propria ammirazione; poi dice a sua moglie: — Ah! non c’è nessuno che sappia e che possa comperare del vino buono, come noi!»
«C., mestierante di letteratura, benchè di complessione atletica, è nello scrivere molto più snervato dell’Abate Chiari di evirata buesca memoria; eppure egli ha l’intima convinzione di essere uno scrittore colossale come la sua corporatura e di dare il suo nome per lo meno a un quarto di secolo.
«Questa credenza non gli è inspirata dal consenso universale delle serve e delle signore, che gli manca, ma dalla superba fiducia in sè stesso; ed egli ne dimostra la relativa felicità con la lunghezza e la nerezza del frac, e con la maniera grave di sbottonarlo, quando ha da pagare il vermout: frac e maniera copiati dai ritratti in rame dei più celebri scrittori francesi contemporanei.»
«D., è un altro negoziante di carta sporca, sebbene anch’egli abbia pochissimi compratori della sua merce. In fondo, egli è certamente un ottimo ragazzo, ma di dottrina scarsa e menna; come il Bonghi diceva del compianto Rattazzi. Quando io volgo lo sguardo alla sua cultura, provo una sensazione penosa, come se dovessi passeggiare a piedi nudi sul pavimento di una bottega da rigattiere o peggio in un campo seminato di bicchieri rotti.
«Eppure il signor D., trincerato rigidamente nel suo castelletto di quattro idee fisse, è completamente soddisfatto di sè stesso, perchè egli è fortemente persuaso che quel poco, che egli sa, sia tutto ciò che un cervello acuto e assegnato come il suo debba sapere, e che quel moltissimo che egli non sa, non meriti per verun conto che una creatura ragionevole lo sappia.»
«E., ha una moglie brutta come la notte, nojosa come il male di pancia, e cattiva come i debiti per le persone timorate.
«La peggiore non se l’è sognata Simonide scrivendo la sua satira contro alle donne. Io preferirei alla medesima un reggimento di cimici.
«Eppure il signor E. crede di possedere un miracolo di moglie. La ragione ne è semplicissima.
«Il signor E. è un uomo di giudizio, anzi è un uomo realmente furbo.
«Se quindi sua moglie se la fosse sposata, anzichè lui un suo amico, egli sarebbe stato il primo a riconoscere la costui disgrazia e a deplorarla con sincerità e profondità di convinzione. Ma per tutto quello che fa egli personalmente, la sua furbizia gode di una specie di infallibilità pontificia; è impossibile che egli dimostri un solo momento di non avere buon gusto o peggio ammetta di aver fatta una corbelleria.
«Quindi la cosa non è neppure discutibile: la signora E., per la sola ragione che il signor E., ha creduto bene di sposarsela, deve essere e diventa effettivamente un portento di bontà e di leggiadria per lui e per tutti.»
«F., possiede un’amante, che cede di molto in dignità a quelle disgraziate suonatrici ambulanti, che girano nelle birrerie di ultima classificazione a strimpellare sulla chitarra con accompagnamento di voce fessa, camicia rossa, camicia ardente....
«Ebbene il signor F., è persuaso che con la benefica irradiazione del suo animo sempre caldo di poesia elevata e simili ingredienti, e con l’insistenza e l’opportunità de’ suoi savi consigli, egli ha oramai riabilitata, che so io, rigenerata quella creatura perduta, insomma le ha salvata addirittura l’anima.
«Ma essa non gli salva nemmeno una bottiglia di Barolo secco, e va dicendo a tutti, che, se non fosse per quei pochi, avrebbe già mandato, chi sa quante volte, a carte quarantanove quell’uggiosissimo predicatore!
«Ciò lo sanno tutti, lo sentono tutti, anche coloro che non vorrebbero sentirlo; ma per il signor F., è impossibile che egli ne sappia nulla, ne senta nulla. Del resto, egli non sarebbe più quello, cui egli si stima, cioè il Direttore Generale dei fenomeni amorosi nel Regno con monopolio bancario di riabilitazione femminina.
«G, H, I, L, M, N, O, P e Q sono nove tra figliuole e nipoti di una portinaia; hanno tutte l’ossame grosso con certe facce mascoline, che starebbero molto bene non già alle nove muse, ma ad altrettanti suonatori di tamburo della defunta Guardia Nazionale.
«Eppure esse formano una potenza di felicità.
«Quando escono dalla fabbrica delle cartucce, in cui sono tutte impiegate, la fanno sgallettare e scoppiettare visibilmente per via la loro felicità terribile.
«È un mercato, una fiera luminosamente allegra che passa. Nessuno, che le guardi, commette il minimo peccato di desiderio per loro conto. Eppure esse si infischiano sovranamente di tutto e di tutti.
«Allevate insieme, use a chiacchierare insieme dal mattino alla sera, hanno costituito una rispettabile consorteria di pensieri e di buon umore, di gergo convenzionale e di beffa presuntuosa, di sottintesi e di occhiate assassine, a cui nulla resiste.
«Esse pigliano chiunque passi nella via o più disgraziatamente davanti il loro casotto, sia egli un pezzente o un pajno, un capitano dei pompieri od un uomo di Stato, e lo colpiscono con mirabile divinazione nel suo lato debole, o nel suo piccolo punto vulnerabile, si trovi esso nel naso o nel nodo della cravatta, nel gozzo incipiente o negli stivaletti mal fatti, e lo svestono e lo scuojano con una maestria di una felicità invidiabile, che meglio non potrebbe fare Vittorio Imbriani.»
«R., (si ommette honestatis causa).
«S. — Severina è una perla di ragazza, un colonnino di bellezza, di morbidezza e di dolcezza.
«Fu assassinata anzitutto da suo padre, che prima di morire ebbe cura di mangiarle disgraziatamente quattro quinti della sostanza lasciatale dalla defunta sua mamma. In seguito fu vieppiù assassinata dai preti, i quali continuano a rosicchiare le due vecchie cugine, con cui ella convive mantenendole del suo.
«Nessun giovinotto osò amarla, perchè la sua fortuna andò sempre liquefacendosi in modo viemmaggiormente riconoscibile, e anche perchè ella non diede mai una stretta di mano, che non fosse frigida e rigida.
«Oltre a ciò la poveretta non divide la terza parte delle credenze e delle pratiche religiose, in cui infuriano le vecchie beghine, alla cui compagnia si è condannata.
«Per tutti questi motivi, Severina avrebbe tutti i diritti di essere infelice: lei bella senza ricchezze; buona, senza amore; sempre in mezzo all’odore di sacristia, essa che ha il cervellino mezzo filosofico; per di più pare sia stato scritto per lei — nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria! — Infatti se non fosse stato di certi se, in cui ella non ci ebbe proprio veruna colpa, insomma, se le cose fossero andate, come dovevano andare, ella avrebbe dovuto trovarsi al presente sfolgoratamente ricca e corteggiata.
«Eppure nonostante questi ottimi requisiti di infelicità, Severina è tutt’altro che infelice. Con la squisitezza del suo animo e l’elevatezza del suo ingegno si è fabbricata alcune massime, che mette rigorosamente in pratica, e della loro scoperta è gelosa e contentona, più che se avesse ottenuto da un Congresso Astronomico il permesso autentico di battezzare con il suo nome quattro nuovi pianeti e il relativo brevetto di invenzione dal Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio.
«Per esempio ella ha trovato, che le ragazze povere non devono mai amare, perchè glielo proibiscono l’interesse e soprattutto la dignità.
«Questa trovata è una delle sue principali ricchezze. Ha poi scartato da sè, mediante un lunghissimo processo di analisi, quasi tutta la scoria degli atti del culto esterno, ed ha condensato la sua religione in un brodo consumato di ideale evangelico.
«Tutto questo preparato di chimica religiosa secondo lei è riuscito addirittura un capolavoro, cui ella va ogni giorno raffinando di più, mentre vi si affina lei stessa; per cui, oramai atrofizzatosi completamente il cuore con altre parti della vita animale, non solo si crede ma si sente in diretta relazione con certe intelligenze e consolazioni di ordine sovranaturale; quindi giornalmente compie atti di eroismo domestico con la più felice ed eterea indifferenza.»
«T. (non si può inserire per la ragione detta alla lettera R).
«U. (Idem).
«V. (Idem).
«Z. è un dottorino lungo e rettilineo con la testa da rettile, nella quale si trova un cervellino microscopico, che brilla di una luce insistente, rabbiosa e ridicola come una scheggia di madreperla in un banco di sabbia.
«Egli è venuto al mondo con la sconfinata ambizione di signoreggiare la Società, mostrandole apertamente il proprio disprezzo; cómpito difficile e metodo fallacissimo, imperocchè la Società non concede i suoi favori se non a chi la piaggia vistosamente; padronissimo questi di sputarle contro, ma solo dopo essersi trincerato nel più stretto incognito.
«Quindi il dottorino Z., invece di riempire di sè cento volte al giorno, come neppure sarebbe bastato al suo desiderio, le Camere, la Stampa, la Scienza, l’Italia e il mondo, divenne dopo mille sforzi e rimase nel suo mestiere un oscurissimo specialista di malattie vergognose.
«La sua anima dovrebbe esserne afflitta e ruggire continuamente, come lo spirto d’abisso, quando se ne parte Vôta stringendo la terribil ugna.
«Eppure l’altra settimana io ho riveduto il mio caro dottorino, con uno splendido cappello a cilindro che quasi mi abbarbagliò. — Quel cappello — dissi meco stesso, — è un indizio certo di sicurezza e di felicità interiore, perchè un’anima fiacca e malinconica fa il contrappelo al suo cilindro nel primo uscio, in cui scantoni. Quale sarà la ragione di questo fenomeno?
«La investigai.
«Mancando al Nostro qualsiasi supremazia esterna, egli si è cristallizzato poco per volta nel suo sè un sentimento di supremazia interna, per cui giunse a dire sul serio ad una allieva infermiera, che egli non si credeva inferiore ad Alessandro Magno.
«Il continuo esercizio di questo sentimento gli fece ammucchiare giorno per giorno un tesoro di prodigiosa imbecillità, che basterebbe a rendere felici quattordici generazioni di Accademici delle Scienze, non che un solo dottorino. Eccone due soli esempi:
«Il dottorino Z. l’altro giorno ricevette il diploma di Italiano benemerito della Società Neo-latina sotto la presidenza onoraria del Principe Ereditario, con medaglia d’oro e mediante pagamento immediato di lire ventisei.
«Ebbene egli, l’antico scettico, lo ha accettato, mandando senza dilazione al Gran Maestro Creatore del nuovo ordine di iniziativa privata il desiderato vaglia postale di lire ventisei, e non solo ha fatto questo, ma scrivendo ad un mercante di campagna aggiunse alla sua firma con la litania degli altri titoli anche quello di membro Italiano Benemerito della Società Neo-latina dimostrando l’evidente pretesa, che il campagnuolo rispondendogli riproducesse tutto quel carnevale di titoli sulla soprascritta.
«Un’altra più marchiana. — Ieri il dottorino Z. seminò in un vaso di fiori un pizzico di seme bachi da seta, presumendo, che avrebbero a spuntar come il trifoglio o il prezzemolo per la sola ragione che li seminava lui.
«Si teme che quest’eccesso di felicità lo abbia a far tradurre prestissimo al Manicomio Provinciale, locchè sarebbe per chicchessia la massima delle felicità terrene.»
«Insomma, ricapitolando, senza una capitale presunzione non si dà felicità a questo mondo, ed essa si può un’altra volta definire con una piccola variante: — La felicità è la supposta privativa della infallibilità personale per parte della cocciutaggine, della imbecillità, e meglio della pazzia umana.
«Un immenso proverbio aveva già detto: — chi si contenta, gode.»
«Mi pare cosa certa, che oramai l’Arte si muta in mestiere, e l’Artista in artigiano.
«Nessuna persona ammodo ha il coraggio di leggere un libro che abbia fatto furore dieci anni fa, come niuna signora elegante ha il coraggio di mettersi in testa un cappellino, che sia stato di moda dieci anni prima.
«Si estendono agli artisti le regole degli artigiani, e prima di tutte quella di non fare nulla che possa eccedere le facoltà estetiche ed intellettuali, che sono normalmente comuni a tutti i travetti, a tutte le maestre elementari, a tutti i parrucchieri, a tutti i lavapiatti e a tutti gli assidui dei giornali politici.
«Insomma si dà come principale norma dell’Arte la misura, la quale fino a ieri è stata soltanto la norma dei sarti, dei calzolai e dei falegnami.
«Secondo me invece la principale norma dell’Arte non è già la misura, ma la smisuratezza.
«Per me il genio del vero artista è una specie di pazzo furioso, che dà delle enormi capate in cielo e ne stacca stelle e procelle a illuminare o interrorire la terra.
«Così mi è parso leggendo la Bibbia, Omero, Dante e Shakspeare.
«E la scienza del professore Lombroso è d’accordo con me nel GENIO E FOLLIA!»
XXXV.
Seguita il Sillabo dei pensieri cattivi di Giuseppe Panezio, dai quali si pare a quale disperazione gelida e atroce dell’intelletto possa condurre più che la miseria l’abbandono di una madre.
················
«Sempre nuovi tormenti e nuovi tormentati.»
«La donna più onesta è la donna, che ha più cattivo cuore.
«Viceversa la donna disonesta è la donna di più buon cuore.»
«Ho sentito ieri dire da una popolana, che suo marito era soltanto geloso degli amanti poveri di lei.»
«In demissa macheronicaque latinitate, qua utimur larvandarum liberarum idearum causa, — uxor infidelis est quædam mulier GENEROSA sine permissione Quæstorisque taxatione.»
«Mulier occupatur difficilius, quae aliquam infirmitatem timet accipiendam.»
«Nell’aritmetica dei giovani celibi, la signora altrui equivale ognora ad una Taide gratuita. Essi dopo aver fatto ben bene il proprio conto, credono sempre più economico lo spendere una grossa somma di moralità, che non una piccola di denaro. — Però questo computo non torna quasi mai loro veritiero.»
«In nome della Verità, del Buon Senso e della Legge vorrei sbandire dal Vocabolario e dalle superstizioni dell’Umanità le parole fanciulla sedotta.
«Non ci è mai stata, e non ci sarà mai una ragazza sedotta. Lo si può calcolare con esattezza matematica valutando l’interesse che ha ciascuna delle parti a tirare a sè l’altra, e la posta che ciascuna mette in giuoco.
«La ragazza ha l’interesse del matrimonio, che è la sua dignità e la sua impunità in questo mondo, e mette in giuoco un nonnulla.
«L’uomo, il preteso seduttore, ha un piccolo interesse momentaneo, e mette in giuoco una immensità, la libertà personale e l’onore della sua vita, se casca nel baratro del matrimonio. Quindi è facile capire che è sempre la cosidetta ragazza sedotta quella che ha sedotto il suo calunniato seduttore.»
«L’uomo che meriti in qualche modo il titolo di seduttore, è l’uomo che siasi ammogliato appositamente, cioè siasi acconciato a perdere volontariamente la sua libertà e la sua dignità rispetto a una donna, per poter tradire con sicurezza di impunità tutte le altre.»
XXXVI.
Seguita ancora l’Album atroce di Pinotto.
«L’amore per le donne è ciò che dicesi uno sciocco convenzionalismo.
«La stessa bellezza delle donne è un convenzionalismo.
«Può essere, cioè parere bella una donna, che si vegga fuggitivamente, con cui non si abbia parlato nè ballato mai.
«Allora la donna reale è bella, come la donna ideale che si trova nei libri e in altre opere d’arte, perchè ci lavora o ci ha lavorato intorno la fantasia.
«Ma si mangi il sale insieme e per un sol giorno con la più portentosa e più ammirata bellezza di donna che esista realmente, e poi riuscirà impossibile ad un osservatore coscienzioso di trovarla ancora bella, dopo che abbia potuto osservare minutamente a tempo debito le chiazze della sua epidermide sotto le occhiaje.
«Quindi io nego, nego recisamente l’assurdo dell’amore reale per l’umanità presente.
«Amare realmente e naturalmente è una cosa, che potranno fare tuttavia i fiori dei campi e gli uccelli del bosco, le cui generazioni si sono mantenute sane e illibate ai benefizi dell’aria libera e ai lavacri delle intemperie.
«Ma per l’Umanità, che discendendo per i secoli si è sempre più imputridita nei fetidi cubicoli della sua civiltà, l’amore è diventato bugiardo, benchè pochi si accorgano o vogliano ammettere, che sia tale.
«L’unico amore logico, vero e tuttavia possibile per un uomo sincero è l’amore platonico verso una donna quasi da lui sconosciuta.
«Quanto a me, il solo ricordo delle donne, che mi hanno dato un bacio, mi muove a stomaco.
«Sento invece, che amo furiosamente la figliuola del notaio Raffa, che ho vista una volta sola e nella penombra.
«L’amo tanto che morirei per lei.»
«Non saprei precisare, se la razza umana presentemente sia più vile o più convenzionale.
«Essa si mostra convenzionale anche nell’esercizio delle sue più importanti prerogative, per esempio nel suicidio.
«Di tanto in tanto un garzone parrucchiere disperato, perchè una modista invece di sposare lui ha accettato il solido trattamento offertole da un banchiere, pone fine miseramente ai suoi giorni mediante asfissia, annegamento o salto mortale dal quinto piano; e si legge costantemente nella Cronaca Nera dei giornali, che in mezzo ai pettini dell’infelice suicida, sul tavolino da notte, presso il braciere dell’asfissiato, o sulla ghiaja del fiume d’accosto alle scarpe dell’annegato, si trovarono aperte le inevitabili Ultime lettere di Jacopo Ortis.
«Or bene queste lettere, dinanzi al nostro modo di sentire odierno, secondo me, non sono più altro che una freddissima decorazione di malinconia patria ed amorosa, una decorazione materiale e posticcia, come quelle gramaglie listate di similoro, con cui i tappezzieri addobbano le porte delle chiese e gli usci di casa invitando il pubblico a pregare per l’anima della damigella X, Y o Z, deceduta nella verde età di anni settantacinque.
«La lettura dell’Jacopo Ortis, a chi abbia le sue facoltà naturali in equilibrio, può far nascere l’occasione di uno sbadiglio e l’idea di andare a bere un bicchierone di birra, ma non mai quella di ammazzarsi.
«Eppure, chi sa fino a quando nelle rispettabili corporazioni dei giovani parrucchieri, dei garzoni panattieri, sartine, ecc.; durerà questa benedetta usanza di darsi volontariamente la morte, facendola precedere dalla lettura dell’Jacopo Ortis?»
«Molto vile è l’uomo ammodo od anche di genio, quando a porte chiuse domanda ad una donna, che gli faccia la carità di quell’illusione che è l’amore. Egli allora si abbassa ad adorazioni ed abbiettezze verso una guattera o una squarquoja, con una procedura, la quale ripugnerebbe persino all’accattone, che per avere un soldo di elemosina disegna con la lingua una croce in terra.»
«Ma vilissimo, e molto superlativamente vilissimo, è poi il medesimo individuo, quando, fuori della Camera charitatis, — in pubblico caffè o passeggio sforza i suoi colleghi mascolini a sentire la litania dei suoi miracoli amorosi, millantando la propria superiorità facilissima sopra tutte le donne e sballando di aver ricevuto da fanciulle e da principesse certe cortesie esagerate, che forse gli rifiutarono le vecchie cuoche. Egli allora in seduta pubblica tenta innalzarsi sul sesso femminino, — davanti a cui poco prima, in seduta privata, si era inginocchiato e aveva piagnucolato miseramente — tenta innalzarsi come un pallone areostatico, ripieno di ridicolaggine, vanagloria e menzogna vergognosissime.»
«Uomini profondamente immorali, superbi, malefici, traditori, furfanti di cuore leggerissimo e senza un briciolo di coscienza, bricconi simpatici, farabutti invadenti e soverchiatori, trovano poi nella vita un istante di debolezza morale per diventare vittime ridicolissime di una serva o di un matrimonio.»
«La viltà della razza umana si dimostra eziandio nelle sue più umili manifestazioni, per esempio nella critica letteraria.
«Essa ha per iscopo patente di demolire il vero merito.
«Ma c’è un vero merito, grasso, lustro, felicemente e completamente riuscito, riconosciuto da tutti, ben voluto da tutti, perchè non va mai a contrappelo di niuna convenienza o convenzione sociale, — un vero merito costituito in così floride condizioni di salute o sopra una così solida piattaforma, che sarebbe non pure cosa innocente, ma sarebbe un bello e coraggioso esercizio ginnastico il giostrarvi contro.
«Eppure state sicuri, che questo vero merito fortunato nessuno lo toccherà.
«Invece vi è un altro vero merito, forse di portata maggiore del primo, ma tuttavia incipiente o ammalato od osteggiato da numerosi nemici per la sua audacia di novità o funestato dalla miseria o dalla moglie impudica.
«Ebbene questo vero merito disgraziato sono quasi tutti d’accordo nel dilaniarlo e nel cercare di ammazzarlo.»
XXXVII.
Ultime note tristi e bizzarre di Giuseppe Panezio:
················
«Se io dovessi pubblicare un libro, vi metterei come prefazione la verità, tutta la verità, NIENT’ALTRO CHE LA VERITÀ, (art. 297 del Codice di Proc. Penale).
«Vorrei poi fare stampare il mio libro su carta nera con inchiostro bianco. Così darei ai miei lettori un magnifico effetto di ossicini intagliati nelle tenebre di una cassa da morto; e farei del bene alla vista del prossimo, come mi assicura un professore di ottica.»
«Ma quale è la vera causa della voga e fortuna straordinaria di certi capi di letteratura industriale?
«Senza essere una Commissione d’Inchiesta, rispondo, che ciò dipende non già dal valore intrinseco dell’autore o della merce, ma da circostanze estrinseche.
«Per esempio il Libro di lettura per le scuole, ecc., dell’abate Gineprai è un libro pieno di sugo, e vale per lo meno un milione di volte più di quello dell’abate Zuccheroni, il quale è pieno di sgrammaticature e di minchionerie (rubate per soprammercato) e non vale proprio niente.
Eppure l’ab. Zuccheroni con lo spaccio dei libri di lettura, Sillabarii, Aritmetiche, Grammatichette, ecc., ha già potuto farsi fabbricare una magnifica villeggiatura sui colli, mentre l’abate Gineprai, dopo l’aumento di tariffa nei tabacchi, non può più nemmanco fornire al suo naso del rapato a petizione.
«Il motivo si è che quel lecchino dello Zuccheroni è entrato nelle grazie del Consiglio Superiore dell’Istruzione Pubblica e di quasi tutti i Consigli Provinciali Scolastici, ecc.; mentre quest’istrice del Gineprai si è fatto prendere nel sedere da tutti i magnati.
Ciò che dicemmo dei libri scolastici si può benissimo intendere delle opere di letteratura amena. Anche per queste c’è il Consiglio Superiore e sopratutto ci sono i Consigli Provinciali scolastici delle signore.»
«Saggio di eloquenza, chiarezza, proprietà ed eleganza forense-burocratica: — Voi, Corte dei Conti, prima di interinare il cennato decreto in discorso, onde difendere ogni ulteriore rimarco, dovevate rendervi edotta, che non si era dato competente evacuo a tutti gli incumbenti che di ragione per l’emarginato rilievo.»
«L’umorismo è un ferro tagliente, che attraversa un argomento e ne svescia gli umori, come da un tumore.
«La coreografia è il bagliore superficiale e muto dei prospetti e dei contorni.
«Certi scrittori, braccati d’oggi dì, sono semplici coreografi di sentimenti.»
«Se io dovessi partecipare il mio prossimo matrimonio farei imprimere nell’intestazione della lettera listata di nero una grossa croce nerissima coll’urna mortuaria e relativo salice piangente e terminerei l’annunzio con
«UNA PRECE!»
«In moltissimi uomini la Bontà non è altro, che l’impotenza di essere cattivi.»
················
«La disonestà è la maggior ricchezza delle fanciulle povere e il miglior mezzo per maritarle.»
«Ultima e vera sentenza sulla felicità relativa data da un povero diavolo, mentre si sentiva stilettato profondamente dal male dei denti: — L’uomo felice è quegli, che non ha male ai denti.»
«Le assolute disgrazie in famiglia sono: — cani e letteratura inedita.»
XXXVIII.
Non meno feroce di quello che fosse verso l’uman genere in genere mostravasi Pinotto verso i suoi creditori in particolare, ai quali non si sentiva legato da niun vincolo di riconoscenza. Anzi, per uso e consumo della sua beffa, se ne era formata in mente una gerarchia feudale, o meglio un cielo astronomico: c’erano i vassalli o meglio i pianeti, che avanzavano da lui mille lire, c’erano quelli da cinquecento, quelli da cento; ce n’era una lunghissima tratta da venti a cinquanta; quelli da cinque, da dieci e da due lire, erano numerosi come i pulcini; e fra essi c’erano persino gli uscieri del suo ufficio.
Quando egli era sovrappreso dal malumore, si consolava tosto, immaginandosi di convocare tutti i suoi creditori in un meeting al Colosseo. Quivi avrebbe voluto farli svenire tutti recitando loro un’orazione di sette ore, e poi bagnarli persino nelle tasche manovrando una immane tromba da giardiniere.
In quei momenti estrosi di beffarda superbia, egli passeggiava vigoroso fra la folla di Roma come un robusto e nero serpentello. Allora si doleva di essere piccino di statura; onde avrebbe voluto salire sopra un alto cavallo e allargare spropositamente le gambe, quasi tanto da raschiare le muraglie dalle due parti della via o per lo meno forbire con la punta degli stivali il naso dei passanti, precisamente come faceva quel cavaliere Adimari, a cui Dante fece rincarare la condanna per contravvenzione al Regolamento di edilizia municipale.
O meglio avrebbe voluto essere un grandazzone della posta di quel gonfiagote, spauracchio dei bambini e delle signore torinesi, che sotto l’ala tremenda di un cappellone calabrese, svolgendo al vento un nastro d’occhialino largo mezzo metro, camminava normalmente a passi da tiranno di teatro diurno, — colla giubba superbamente spaccata e le rivolte spedite indietro, — ora col pollice uncinato all’imboccattra della sottoveste, agitando il ventaglio delle altre dita, ora affondando le falangi dell’indice e del medio nel taschino dello stesso panciotto, — spingendo alternativamente le spalle, quasi tragiche catapulte, come avesse voluto con l’una far indietreggiare un popolo di calessi e con l’altra crollare un muro maestro, — sornacchiando fragorosamente all’appressarsi di qualcheduno, — ed esalava da tutta la persona la più sublime prepotenza e il più profondo disprezzo verso l’umanità restante, a cui sbuffava in faccia il fumo del suo sigaro, facendone poi cascare a grammi la cenere sul cappello dei cittadini più umili.
Pinotto invidiava il ricordo di quel gigante di monomania orgogliosa; o avrebbe voluto giullarescamente demolirlo, forandolo con l’ago del nano Papiol.
Mentre egli così si infischiava di tutti e specialmente dei suoi amici e benefattori, questi finirono collo stufarsi definitivamente delle sue continue richieste, a cui risposero da ultimo con quella congiura, di cui si lagnano ordinariamente gli scrittori, la congiura del silenzio.
Ad Edoardo non osò più scrivere, nè questi dopo il gran rifiuto scrisse più a lui.
Allora inaridita affatto la sorgente delle solite sovvenzioni, Pinotto ritrovandosi con il corto da piede, si degnò di andare a ricercare il Capitano.
Quando fu davanti alla porta di costui, eccolo sbucare e quasi balzargli sul petto coll’impeto di un gatto furioso. Dopo lui ecco Fido.
Il capitano stralunato seguitava a correre, non avendo avvertito chi veniva a cercarlo.
Il cane rimase un po’ di tempo in tentenne: se dovesse seguitare l’usciere o restare con l’amico sopraggiunto.
Si si starebbe un agno intra duo brame Di fieri lupi, igualmente temendo; Si si starebbe un cane intra duo dame.
Finalmente esso pensò: — Quello là corre, perchè ha buon tempo: questo qui invece sembra abbia bisogno della mia assistenza: oh, sì! — e rimase con Pinotto.
Ecco che cosa era capitato all’usciere.
Aveva saputo che doveva giungere in Roma sua moglie diretta a Napoli con un garzone parrucchiere. A quella notizia gli erano venuti in mente i litri bevuti ammirandola nel villaggio natìo, gli era venuto alla gola quanto essa era bella, bionda, lustra e morbida; ed aveva sentito una forza irresistibile, che lo spingeva a ricuperarla strappandola a quel ludro scellerato.
Forse avrebbe scacciato quella tentazione, se avesse avuto dinanzi il dovere di continuare la sua protezione a Pinotto, che se la fosse meritata. Ma, non vedendosi lì presente quel dovere, egli era scattato via.
XXXIX.
Mentre egli era sparito, Fido e Pinotto si guardarono negli occhi quasi dicendosi reciprocamente: — Adesso siamo noi due soli in ballo. Ebbene balliamo.
Il giovane condusse malinconicamente il cane nel proprio covo, essendo la stanzetta dell’usciere rimasta chiusa per la partenza di lui.
Questa partenza aveva data una stretta al cuore del povero giovane abbandonato, lo aveva annientato, lui, che credeva di sbizzarrirsi tuttavia sull’amicizia del Capitano, fondandovisi come sopra un frammento di famiglia.
Mancandogli quell’ultima base, egli si mise a piangere.
Fido voleva che cessasse dalle lacrime; perciò si arrampicava sulle sue ginocchia, e gagnolava per farsi sentire. Egli lo ributtò dicendogli: — Seccante! — ma poi guardandolo, lo trovò negli occhi così pieno di leale e devoto affetto, che non potè tenersi dal chinarsi per stringergli la testa. Allora il cane sembrava matto; gli abboccava la barba, i capelli, lo baciucchiava per tutta la faccia in un modo disordinato e commovente.
Rinfrancato dall’amore di Fido, egli ebbe un altro dirizzone di bontà.
Appena riscosso alle Ipoteche il suo stipendio mensile di settanta lire, egli pensò di estinguere a un cavurrino per volta i suoi piccoli ma numerosi debitucci verso i portieri e i suoi colleghi d’ufficio, considerando che erano anche essi poveri come Giobbe e per di più padri di famiglia.
In questa operazione egli incominciò ad impiegare una quarantina di lire.
— Con le altre trenta lire, — egli ragionava con Fido, — noi altri due viviamo; se non benissimo, pure viviamo. —
Quella testa singolare, non certo chiamata per le matematiche, aveva dimenticato che c’erano da impostare nel suo bilancio mensile le venticinque lire della piccionaja. Pagata la pigione, gli restarono appena cinque lire per vivere lui e il cane durante un mese. Quindi, come era troppo naturale, egli dovette tosto farsi prestare nuovi cavurrini da quasi tutti coloro, a cui li aveva restituiti.
Così seguitò negli altri mesi restituendo e poi ridomandando di lì a poco il restituito, senza estinguere mai definitivamente il suo piccolo consolidato, che mancomale procedeva innanzi senza interessi come le cattive azioni di un canale sfavorevolmente conosciuto.
XL.
Quella povera vita, nutricata con poche diecine di lire al mese, in compagnia di un grosso cane, non mancava però di dolcezze e di beatitudini, essendo egli poco per volta riuscito a formarsi un quissimile di guanciale nella sua miseria a forza di dimorarvi sopra.
Per esempio egli provava una specie di gioja pitocca nel sentirsi libero, oscuro, non soggetto alle imperiose leggi dell’educazione, della pubblicità e della personalità conosciuta, non costretto a stillare un articolo faceto di giornale col male ai denti, o a finire i periodi con grammatica al Tribunale o alla Camera.
Qualche volta indicava a Fido un giovinotto elegante per metà e per metà con acconciatura di «me ne impipo.»
— Quello lì io lo conosco; ma egli non mi conosce o finge di non riconoscermi più; egli è meno proprietario di noi, ed ha più debiti di noi, mancandogli già qualche diecina di migliaia di lire, perchè si possa considerare nullatenente, come diceva Giulio Cesare: ma a differenza di noi egli non si abbasserebbe nemmeno per raccattare i quattrini, con cui egli dovesse pagare un creditore, ancora che questi fosse affamato o gli avesse prestato i denari della laurea. Eppure a lui non difettano mai i mezzi per vivere disonestamente bene. Due anni fa egli ha ricevuto ventimila lire da.... (e qui bisbigliò un nome proprio illustre, che a noi non è lecito ripetere) e le mangiò in quindici giorni. Quando alla mattina esce da casa sua o da una casa di gioco o da luogo peggiore, senza aver più un centesimo in tasca, egli con viso sicuro arriccia le nari per fiutare l’aria e interrogare sè stesso: — ho da andare di qui o di là? — e scommette tra sè e sè: — non vado lontano cinquanta passi, che ho cento lire in tasca. Infatti, movendosi verso una direzione qualsiasi, al primo senatore, o ministro, o monsignore, o grand’uomo, o personaggio venerando, che inciampa, ei gli mette famigliarmente e con protezione birrichina le mani sulle spalle: e gli dà del tu e si fa dare le cento lire. Fido! Quello li è uno scroccone di spirito, ma non invidiamolo; deve essere una grande fatica pel cervello e anche per il senso morale l’essere di spirito tutti i giorni a quella maniera.
— Fido! adesso guarda questo qui, con quel peperone gonfio al posto del naso, con quella ciccia fosca, falsa e tremula come quella dei bevoni e dei cretini, con quei calamai intorno agli occhi, con quella bocca sdentata e con quell’andatura di oca balorda. La sua posizione ha poco da invidiare alla nostra. Guardalo nella faccia: Come è bucherellata! che macchie nere e sinistre da appestato! Eppure è una bella testa, e lavora; ma lavora in cose che non fruttano, in versi. Quello lì è scannato come noi, e per di più ha l’abitudine di ubbriacarsi mortalmente tutte le sere, ed ha una moglie, che è persino peggiore della sua abitudine. Non la vorresti nemmeno tu, che sei cane. Che tribolazione profonda ed estesa deve essere la sua vita! Noi consoliamoci, perchè non siamo come lui miserabili di genio.... —
Pinotto e Fido si sentivano contenti della loro sorte non solo nei colloqui e nelle apostrofi, che si comunicavano, ma eziandio nei soliloqui, che ciascuno faceva per suo conto, sebbene spesso si incontrassero.
Infatti gli stessi ricordi martellavano nei cervelli del cane e del giovanotto; erano ricordi del Piemonte, in cui erano ambidue compatriotti; ricordi del villaggio di Edoardo, dove Pinotto nei suoi tempi migliori, fulgido e bizzarro come era, aveva fatto da Satana e da Messia per quelle signore e signorine dei campi, — dove l’inserviente comunale lo aveva preconizzato con certezza matematica per un futuro grand’uomo politico e grandissimo oratore, — dove Fido con la sua indole facile alle entrature era divenuto intrinseco del padre di Edoardo, sindaco; lo accompagnava nelle adunanze della Giunta municipale, nei balli e al teatro, ed aveva oneste accoglienze da per tutto, persino in chiesa, tanto che era chiamato il vice-sindaco del paese.
XLI.
Il cane non abbandonava mai il nuovo padrone: si recava con lui alle Ipoteche, dove era tollerato in un canto.
Quando si avvicinava l’ora di uscire dall’Ufficio, Fido lo annunziava a tutti, raspando contro alle porte e ai banchi, e andando ad avvertire specialmente Pinotto con mille squittii d’impazienza; quindi precedendolo voleva mostrargli la strada d’uscita.
Quando poi egli usciva davvero, allora esso scavallava nella via sfolgorando, come divenisse sua la Città Eterna, e scorrazzava intorno al padroni con cerchi fulminei come un cavallo da corsa flagellato dal fantino.
Andavano insieme dal minestraro, dal cioccolattiere, all’osteria di cucina; si facevano mille complimenti. Il cane non voleva quasi mai mangiare ciò che gli offriva Pinotto, temendo che questi soffrisse qualche privazione per cagion sua; voleva provvedere esso stesso ai proprii bisogni, e se avesse potuto, avrebbe provvisto abbondantemente anche a quelli del compagno.
Portava sempre nella cameretta ossa abbondanti e ancora ricche di polpa. Una volta portò addirittura un intiero prosciutto, che avrebbe tentato l’appetito di chicchessia, non che dello stomaco vuoto di Pinotto. Ma questi per delicatezza non osava mai defraudare il cane del frutto delle sue fatiche.
Era un vero idillio di pace e d’amore, tutto circondato da attenzioni di un galateo diplomatico.
Alla sera, nei caffè da due soldi, sopportavano insieme tutti e due per lunghe ore le occhiate dei fattorini, che volevano cacciarli via; così risparmiavano l’illuminazione a casa.
Era sì grande in Pinotto la soggezione del cane e la relativa inspirazione del bene, che un giorno essendogli comparsa nella cameretta la quaglia, per cui l’usciere quella volta non aveva potuto farsi da lui ricevere, la congedò per sempre.
XLII.
Quando si trovavano al Pincio, Pinotto faceva a Fido la spiegazione dei busti degli uomini illustri.
— Vedi, cane! questo qui è Brofferio. Dovrebbero ristampare in una collezione le sue arringhe forensi e i suoi discorsi parlamentari. Così, studiandoli, i nostri giovani imparerebbero a discorrere con chiarezza e con fuoco, e non farebbero il brodo lungo, torbido e scipito, che fanno gli avvocati e i deputati adesso.
— Questo qui, cane, è il busto di un minchione. — Così dicendo, per una recrudescenza del suo spirito beffardo, egli schiaffeggiava leggermente ma vistosamente le guance marmoree di quel grand’uomo, giudicato tale dal municipio, e da lui battezzato per un famoso minchione.
Alcune volte seduto sopra una panca pubblica, godendo le largizioni del padre dei poveri, come questi chiamano il sole, egli sentiva l’ultima felicità terrena, quella degli ammalati e degli accattoni, che a poco a poco si addomesticano alle loro piaghe, ai loro parassiti, al loro sucidume o al loro fetore, e finiscono per trovarvi una specie di gustosa occupazione di questa inesorabile vita, che è data a consumare agli uomini.
Ma certe altre volte, egli vedendo passare una carrozza, di cui il cocchiere davanti e il lacchè di dietro avevano l’alito affocato di salute e la pelle rossa come marrocchino, o vedendo dalla via traverso i vetri di un caffè una lunga tavola apparecchiata con quei filari di salviette bianche come oche e trascorrere un pettinatissimo fattorino, recando, con elegante agilità acrobatica, in palma di mano una larga guantiera, oppure leggendo in un giornale qualche bestialità straordinaria detta da un deputato o da un ministro, egli sentiva sprazzare via da sè velocissime tutte le acquiescenze e le pretese beatitudini dei poveri diavoli rifiniti come lui; egli risentiva allora nuove smanie e più acute di voler mangiar bene, vestir meglio, dormire ottimamente ed entrare cogli speroni nel Parlamento, nei giornali e nei ministeri, dare una presa di ciuchi a quei signori ed insegnar loro col frustino, come si fa e come si parla. Allora si sarebbe arrotato contro alle muraglie per torsi la ruggine dalla pelle; avrebbe mangiato il bottino di Fido vettovagliato nella sua stanzetta; allora si mordeva i pugni, scalpitava.
In uno di tali ricorsi storici, egli ebbe una vera ripresa di esplodente lepidezza, passando davanti a Montecitorio.
— Ah! se fossi mai ricco! — egli borbottò nella sua mente, rivolgendosi al cane: — Ah, se fossi mai ricco come il fu duca di Galliera, come Torlonia, come Telfener! Oh! non vorrei mica perder tempo nè aspettare che si introducesse qualche suffragio universale o scrutinio di lista a sciuparmi la propizia occasione. Vorrei tosto presentarmi candidato nelle prossime elezioni generali al suffragio ristretto di tutti i 508 collegi uninominali del Regno, e farmi nominare deputato proprio da tutti i cinquecento e otto, niuno eccettuato.... Ah! Ah!... (E così pensando, Pinotto gioiva febbrilmente:) Farei, sarei io solo, almeno per le prime sedute.... tutto Montecitorio, io solo.....; compilerei da me solo la risposta della Camera al discorso della Corona, mi verificherei da me stesso i poteri; mi nominerei presidente, vice-presidente, segretario, sotto-segretario, questore e bibliotecario; muoverei interpellanze e presenterei ordini del giorno; solleverei io solo, come un burattinajo nella baracca dei burattini, le più tempestose discussioni....
Dopo avere urlato sul mio seggio di rappresentante universale del popolo, salterei sul seggiolone del Presidente, e griderei a me stesso: facciano silenzio, onorevoli colleghi!... Scampanellerei, come per l’arrivo di un piroscafo; e nei casi estremi, afferrato il cappello, me lo calcherei sulla testa, per sedare il tumulto di me medesimo; avrei per me solo gli sguardi delle bellezze brevettate della tribuna diplomatica e di quelle della Presidenza, le sonnolenze della tribuna dei senatori, le attenzioni delle altre tribune pubbliche o riservate, mascoline o femminine, civili o militari; si farebbe per me solo il resoconto magro e sbagliato dei giornalisti appollajati nella loro colombaja, a cui non giunge la voce bassa dell’oratore e quello sovrabbondante, riveduto e corretto dagli stenografi.
Farei e riscuoterei da me solo gli applausi, i vivi applausi, quelli generali e prolungati, i semplici segni di approvazione, l’ilarità, le risa ironiche e anche i mormorii, non esclusi nemmeno i movimenti in senso diverso; quindi, in fine della mia sudata eloquenza, mi affollerei a stringere da me stesso la mano all’.... oratore.
Insomma vorrei pigliarmi tanti e tali spassi da empirne e disgradarne un romanzo di Giulio Verne; e dopo averne fatte più che Bertoldo, non mi degnerei poi nemmeno di optare per verun collegio; li rinunzierei tutti 508 a cinquecento e otto uomini di buona volontà. Quindi noi, Fido, avanti, in marcia! Andremmo in un altro paese mezzo costituzionale, ad acquistarvi la cittadinanza e ripetervi le stesse scenate di gusto milionario.
D’ordinario quelle smanie dolorose o gaudiose, erano terminate da un colpo di tosse, a cui non tardò ad unirsi lo sputo di sangue, che venne da lui salutato come un cortese amico.
XLIII.
Chi finiva poi per consolarlo completamente era sempre Fido. Con lo sfregacciolare il proprio muso e le tempia contro gli stinchi di lui, col fargli sentire sulle mani l’incrinatura dei suoi baffi, col rizzarsi sulle gambe posteriori a far la manovra dell’orso e della scimmia o gli esercizi del soldato, e con lo stare attento per pigliare al volo ogni battito delle palpebre di lui; col pedinarlo da per tutto, esso gli diceva continuamente: — Pinotto, tu non sei solo; tu hai in me un fedele amico, servitore e protettore. —
E Pinotto ciò ben intendeva, ed amava veracemente quel cane; lo amava e lo trovava bello nelle sue mattie e nella sua gravità; — quando si riversava poco decentemente per terra e quando si acciambellava pulitamente sopra una seggiola, tutta riempiendola; — quando incedeva glorioso con un osso in bocca e quando camminava a randa dei suoi piedi, il muso dimesso e la coda in mezzo alle gambe; — quando ringhiava contra qualche canucciaccio maleducato, che gli si avvicinava, e quando fremitava, scalpitava e brillava di luce amorosa rizzando le orecchie in piegature metalliche davanti a qualche leggiadra e indulgente cagnolina; — quando si discostava quasi per fargli la celia di tradirlo e poi ritornava a lui fragorosamente, quasi per portargli la buona novella, — e quando, da lui minacciato di esser chiuso in casa, protestava graffiando, zufolando, mugulando e sputava via persino i grummoli di zucchero, con cui si cercava di abbonirlo. Pinotto lo amava Fido, lo amava appassionatamente e liricamente.
Allorchè egli pensava a Glafir, origine della sua prima maledizione materna, e guardava Fido, di cui si sentiva ogni giorno più innamorato;
— Ah! la vita — diceva — è proprio piena di compensazioni! Sì, Fido, tu cane, mio unico consorte, sei pure il mio riparatore. —
XLIV.
Ma oramai poco tenacemente egli poteva pensare. Il suo cervello già così gagliardo, così prepotente e fino all’estremo motteggiatore del cielo e della ferra, sotto la calca delle disgrazie si era oramai rammollito come il cervelluzzo di una villanella cretina, che nelle sue estasi vede apparire la Madonna sopra il ciliegio del giardino del prevosto.
Quindi spesso lo riassalivano entusiami infantili di moralità, impeti collegiali di sacrifizio patriottico, di martirio religioso, e di intolleranza ingenua, come se fosse stato ammesso appena ai palpiti della prima comunione. Allora rabbrividiva nel vedere due giovani persone di sesso diverso, sebbene fossero stati sposi, che passeggiassero insieme a braccetto. Allora dentro la sua rigidezza allobroga facendo un morboso intruglio delle ultime idee bollitegli in testa e dell’ultimo comunicato letto sui giornali, desiderava e si figurava pazzamente di riuscire un mistico eucalipto, che producesse nella Città maggior bene di quello aspettato dal vero eucalipto nella campagna romana; cioè prosciugasse ad ogni minuto nella imporrita razza prelatizia l’umido per dieci tanti del volume del proprio corpo.
Ma quelle fantasie gli svanivano, ed egli si trovava tosto, come trasportato di punto in bianco nella più assaettata, affamata e desolata realtà.
Un giorno, spinto sconsideratamente da una ghiottoneria elaborata dal digiuno, e dimentico di ciò che era in quel tempo, cioè un mendico, e fidente forse di essere tuttavia il giovane elegante e ricco di una volta, entrò senza avvedersene nella trattoria di Spilmann.
Rimase subito spaventato a quell’atmosfera calda, a quegli atomi impregnati di squisita cucina, a quell’acciottolío di porcellana, a quel tintinnío di posate d’argento, a quel nero luccicore dei cappelli a cilindro, a quei bianchi sparati di camicia dei pajni e dei diplomatici. Egli, che quattro mesi prima scrivendo a sua madre si era confessato ancora superbo come Lucifero, egli tremolò di paura davanti al bel cameriere, che compariva al suo cospetto.
Aveva tratto istintivamente di tasca un pane per accompagnare una scodella di trippe, che voleva domandare; invece rispose al cameriere:
— Scusi... mi sono sbagliato di portina. —
Il cameriere con un inchino gli aprì la portiera; ed egli appena toccò le lastre della via, si trovò libero e contento, come se fosse uscito di prigione; e disse seco stesso con una bonarietà religiosa e rispettosa da vecchio organista del villaggio: — Che bravo signorino è quello là! Come mi ha trattato gentilmente!
Quella sera però non potè tenersi dall’entrare in una osteria e consumarvi voracemente due lire.
— Domani faremo economia; — egli disse a Fido, e fece un’atroce economia. Comperò soltanto due soldi di pane per totale nutrimento di ambidue, ed abolì la candela di sevo, che soleva piantare dentro il collo della bottiglia nera, borbottando: — Fido, dobbiamo d’ora innanzi coricarci al bujo. —
Intanto fra la solitudine e l’inedia gli si rammolliva sempre più il cervello; e, oltre al cane, lo accompagnava sempre un’apparizione, che navigava come una luna nella nebulosa della sua testa.
Di lì a quattro giorni egli non potè rattenersi dall’entrare nella trattoria della Rosetta, dove comandò una costoletta alla milanese. Gli piacevano tanto siffatte costolette ed era da tanto tempo, che non ne aveva più assaggiate!
Pure, essa gli apparve come un delitto di gola, quando se la vide dinanzi. Credette di divorarla... Folle! Non era più capace nemmanco di mandarla giù tutta.
— Fido, ne vuoi?
Fido gli fece cenno di no.
— Come sono debole!...
Venne il cameriere a domandargli: — Comanda altro?
Egli fu vergognoso di avere comandato soltanto una costoletta in quel luogo, e domandò ancora una minestra di cappelletti al brodo, una crostata di visciola, un mandarino e un pezzo di formaggio lodigiano con mezzo litro di vino bianco asciutto. Egli rintuzzava il rimorso che lo ingombrava per quel rialto così lussurioso, dicendo seco stesso e a Fido: Eppure, anche io ho diritto di vivere! non è vero?
Si sforzò a spilluzzicare più che poteva, ma non riuscì ad ingollare gran cosa.
Richiese il conto, e senti che faceva 4 lire e 25 centesimi. Ne rimase costernato e fu lì lì per piangere. Gli parve di udire sua madre, che gli dicesse con ragione: Ah! tu che hai gettato i denari dalla finestra, oh! se tu li avessi adesso quei denari là! come ti farebbero buon pro’!
Guardò nel portabiglietti; non c’era tutto il bisognevole; ma razzolando i soldi e i soldoni nel taschino del panciotto potè fare le 4 lire e i 25 centesimi, a cui aggiunse altri 5 centesimi per la mancia, restandogli ancora 3 soldi per il vitto del giorno successivo.
Egli, uscendo dalla trattoria, si malediceva da sè stesso: — Sono proprio sempre stato uno spensierato; ma tu, Fido, dovevi correggermi, non dovevi lasciarmi entrare, dovevi mordermi! —
Ritornando a casa, egli guardava amoreggiando le finestre degli ospedali.
Il giorno dopo, portò un ludibrio di fagotto al Monte di Pietà, ritraendone pochi centesimi.
Passati tre altri giorni, non aveva più un soldo in tasca per il pane quotidiano. Voleva domandare qualche cosa al Capo Ufficio, ma quel giorno questi era di cattivo umore inaccessibile. Il rigiro dei cavurrini restituiti e poi ridomandati egli lo aveva già fatto.
Dopo avere titubato per tutta la giornata, una lunga giornata della proverbiale lunghezza, che dà l’angoscia dell’esser senza pane, finalmente, prima d’uscire dall’Ufficio, abbordò un suo collega:
— Scusi, ho dimenticato a casa il portabiglietti.... Vorrebbe favorirmi per pochi giorni cinque o sei lire?
— Mi rincresce! non ne ho; — gli rispose l’altro asciuttamente.
E Pinotto imperterrito: — Allora favorisca prestarmi un soldo, per comperare la Capitale da basso.
— Prenda! — e il collega glielo diede con la mala grazia di un Istituto Bancario verso un patriota illustre ma non solvente. Certamente pensò: Ah sì! comprerà la Capitale per involgervi dentro l’ultima camicia, che ha indosso e portarla al Pietoso Monte!
Ma Pinotto trionfava; lo aveva il soldo: il suo cuore gli batteva forte: — Ah! è giusto il proverbio, che non si muore di fame.
Andò a comperare un pane, e si sentì la forza di aspettare ancora qualche ora prima di addentarlo. Passeggiò. Nel cielo stagnavano nubi sanguigne. Egli guardava in su: vedeva la sua solita apparizione, una Madonna. Era sua madre.
— Viene, viene! — borbottava fra sè.
Il cane non poteva farsi guardare da lui, per quanto vi si adoperasse; gli correva fra le gambe come una fiondata a rischio di stramazzarlo, gli addentava le falde dell’abito e le tibie, gli era sempre tra i piedi, ma tutto inutilmente.
Pinotto guardava sempre in su.
Finalmente egli risolvette di tornare a casa.
Il sole tramontava sinistramente. Rientrato nella sua piccionaja, egli fu offeso da un giallore di pessimo augurio, che vagolava sul pavimento, sulle colonne sverniciate del letto e sull’attaccapanni tarlato, ed entrava persino a illuminare il vuoto completo dell’armadio aperto: senza una ciabatta! Se avesse potuto, egli lo avrebbe smorzato quel giallore!
XLV.
Si sedette; estrasse il pane di tasca; — tossì.
Aveva una fame che gli rodeva le viscere. Quel panetto lo fumerà in un flato. Si provò ad addentarlo, — Dio mio! Non ne aveva nè la forza, nè il coraggio. Ne esibì al cane: — Fido, prendi; anche tu avrai fame. —
E il cane aveva fame davvero; imperocchè, preoccupato in tutto quel giorno a tener d’occhio il padrone per l’inquietudine che gli destava il suo aspetto — esso aveva trascurato di fare la solita provvista delle ossa; pure temendo di recare il minimo torto a lui, rifiutò l’offerta.
Pinotto volle ficcargli forzatamente un boccone fra i denti; ma non riuscì ad aprire quella rastrelliera sprangata.
Allora estenuato lasciò andare le mani spossate; chiuse gli occhi, tossi più forte e si senti nella bocca il sapore plumbeo del sangue caldo, mentre gli girava addosso il senso di un freddo marmoreo.
Credeva di avere sulle ginocchia il muso di Fido, il quale invece dimorava là lontano, tutto turbato per lo stato di lui; ogni po’ usciva sul ripiano, per vedere, se c’era qualcheduno da avvertire, e poi rientrava e stava lì con quei suoi occhioni aperti, quasi volesse medicare il padrone con le guardate amorose.
Questi sognava, e credendo di palpare le orecchie a Fido, borbottava: — Grazie, Fido!.... Eccellenza... —
Egli scorgeva luminosamente ed ampiamente l’apparizione che lo aveva seguitato da più giorni. Era la Madonna, e la Madonna era sempre sua madre. Era tutta santa, tutta augusta, tutta fulgida di stelle.... Lo riceveva e lo irradiava d’oro, d’amore e di sole....
Ed era stato Fido il parlamentario, che lo aveva presentato e fatto ricevere. Aveva cominciato a parlare con Glafir, e si erano scambiate alcune note. Glafir da principio era stato un po’ sostenuto e aveva risposto con certe frasi acidule e sardoniche sullo stile del cardinale Antonelli; ma poi la argomentazione ampia, cavurriana di Fido aveva vinto.... Ora Glafir stava presentando a Fido uno per uno tutti i membri della sua corte di cani.... Il monte Pincio era nel cortile dell’Università di Torino, dove lussureggiavano meravigliosi eucalipti con ciocche lunghe e splendide di foglie salutari.... la signora Placida incoronava suo figlio.... Lo felicitavano tutte le persone felici uscenti dai cartoni dell’Elenco spietato.... L’erbajuola Ortensia, riconciliata, rideva largamente dalla consolazione e ridendo faceva ballare la sua ciccia rossa....
Edoardo applaudiva freneticamente. Teodoro beveva, beveva pel legittimo contento.... Aurelio scappava come una spia.... Fido aveva un lungo colloquio sugli affari d’Oriente con l’onorevole Depretis, Presidente del Consiglio dei Ministri, e tutti i giornali politici di qualche importanza avevano un articolo di fondo intitolato: L’Intervista di Fido.... C’erano moltissime signore, c’erano mille faccini da figurini della moda che volevano ballare con Pinotto; fra tutte primeggiava la signorina del notajo Raffa. Poi Madonna.... Pincio.... Ortensia.... Università di Torino.... giornali.... signore.... signori.... signorine.... sparivano.... Restava Pinotto attaccato al collo di sua mamma, tutto irrigato di lagrime calde; mentre Fido e Glafir mangiavano nella stessa scodella.
XLVI.
Mentre Pinotto sognava gemendo di quando in quando, Fido si sentiva vieppiù agitato: correva a raspare indarno contra gli usci della sua scaletta, indarno, perchè quelli erano usci di legnaja, di magazzini, o usci annullati.
Il ministro della casa, che aveva affittata quella piccionaja senza saputa del padrone, dimorava lontano in un’altra ala della casa.
Fido deliberò di abbandonare la sua scaletta e di salirne un’altra per raspare contro un uscio, dietro cui ci fosse gente. — N’ebbe una crudele mestolata fra le gambe.
Rientrato nella sua cameretta, urlò da lupo.
XLVII.
La mattina seguente rientrava in Roma il Capitano; rientrava come Sganarello scornato e bastonato dall’amante della moglie. Infatti dopo molte, lunghe ed ostinate ricerche aveva scovato a Napoli la sua ostessa, e ne aveva avuto alcune moine. Ma essa se n’era stufata presto, e dopo avergli vuotato il portamonete lo aveva fatto pigliare fra due usci dal suo drudo.
Dice Brofferio: — «Non vedeste mai un gatto lussurioso nel mese di febbraio, dopo dieci o dodici giorni di soggiorno clandestino sopra le gronde o in fondo alla cantina, presentarsi tutto ad un tratto in casa col pelo ritto, colle orecchie coperte di ragnateli, magro, sottile, trasparente come una bestia immorale che ha fatta cattiva vita?»
Tale e quale era il reduce usciere.
Dopo essere passato a casa sua e aver trovato l’uscio chiuso, trottò verso la stanzetta di Pinotto.
Fido gli si fece incontro silenzioso; e silenzioso, aprendo la bocca come una pinza, gli diede una ganasciata così forte in una gamba, che gli lacerò i calzoni e la pelle, facendogli gocciolare del sangue. Così lo castigò meritamente della sua improvvida scappata.
Il povero usciere trovò il suo amico freddo cadavere. Gli fece fare la sepoltura, cui egli seguì dietro la bara, solo, al luogo dei parenti e in sembianza di reggere tutti lui gli invisibili cordoni del feretro; Fido, tenendo la coda e le orecchie basse in segno di cordoglio, gli camminava dappresso con quei passi che fanno i cavalli gualdrappati di nero nei funerali militari. Quando ritornò a casa, la povera bestia era tutta coperta di bioccoli di cera, come un fratello della Misericordia.
L’usciere si affrettò a scrivere alla signora Placida, che il figlio di lei era morto nelle braccia del proprio cane, e mandò un analogo telegramma ad Edoardo.
XLVIII.
Quando Edoardo e gli altri amici ricevettero la notizia della morte di Pinotto, ne rimasero costernati.... Per un pezzo si sentirono lo spirito spento dal dolore e dallo stupore, e si maledissero in secreto, per non essere nati milionari, per non aver potuto custodire in un Eden quell’anima bella, fintantochè avesse potuto o voluto luccicare in faccia al mondo.
Riavutisi, si dissero: — è impossibile, che sia morto Pinotto!... Era così vivo.... —
E ne aspettarono per un po’ di tempo la risurrezione.
Ma vedendo che Pinotto, al pari degli altri estinti non risuscitava, presero a parlarne con tutti, come se si fosse trattato di una morte europea, telegrafata dall’Agenzia Stefani, per cui tutti fossero in diritto e in obbligo di commuoversi.
Quando sentivano lodare un letterato di prima pezza: — Che! Che! — prorompevano: — Pinotto avrebbe pigliato a scapaccioni lui, e altri della stessa risma, se ce ne fossero stati.
Per maggiore sfogo proposero di erigergli un busto con una lapide (solito pane, con cui si sfamano i letterati morti di fame) e di fare un pellegrinaggio apposito a Campo Varano, pubblicando contemporaneamente un volume di componimenti esequiali in suo onore. Tutta questa colluvie di progetti commemorativi, al solito, si condensò in un articolo necrologico, che comparve nel giornale di Edoardo.
Noi ne riporteremo poltronescamente la chiusa, a scanso di far noi tutta la morale del Racconto. Diceva:
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... «E così si dileguò a ventott’anni al pari di un volgare disgraziato quell’indole fiera e singolare; e si portò via con sè i suoi fantasmi estetici e bisbetici, le folgori e i coltelli della sua satira, i tesori della sua mente e gli entusiasmi del suo cuore e quella forma orgogliosa e squisita, che egli aveva vagheggiato così lungamente e così caldamente, e che temette o sdegnò profanare, non avendo concesso neppure una riga di suo al pubblico, benchè non gli siano mancati i difficili inviti a dar fuori i propri scritti con profferte di sollievo alle sue strettezze.
«Certo egli disprezzava sovranamente il basso pubblico dei barbieri sfaccendati, di quei travetti, che con gli sbadigli scroccano la paga e degli altri ignorantelli borghesi, che non posseggono altro motto o altro pensiero fuorchè quello dell’ultimo articolo letto, sono sprovvisti di grammatica, di ortografia ed eziandio di un vocabolario tascabile Longhi e Menini, sono muniti di albagia e di ottusità, eppure sotto la veste di assidui formano il gusto corrente e l’opinione pubblica dittatrice per la letteratura di parecchi giornali importanti d’Italia.
«I brutti scherzi, che Mefistofele voleva fare agli angioli del Padre Eterno e che i bambini fanno alle libellule, sono nulla in paragone dei martirii gaudiosi, che egli escogitò per umiliare quel pubblico poco rispettabile — altro che concedergli un alito di sè stesso!
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«Egli aveva tutti gli ideali, anche quelli della virtù casalinga. Creduto uno scioperato qualsiasi dai suoi più cari, di lui inconsapevoli o incapaci di capirlo, egli, fabbricatosi con il più tormentoso lavoro cerebrale la sua gelosa utopia letteraria, forse un giorno le avrebbe dato fuoco, solo per irradiarne l’altare di sua famiglia.
«Egli infine, ridotto al lumicino, lasciò la costosa adorazione degli idoli estetici, chi sa con quale orribile sacrifizio della sua anima di artista! e logorò acutamente gli ultimi anni della sua tisica vita nelle facchinerie più materiali, per il bello ed onesto proposito di rendere sereni gli occhi dei suoi cari e gloriosi di lui, posato finalmente sopra il solito piedestallo di un impiego, gioja pressochè unica di moltissime famiglie.
«Ma egli, che aveva attraversato a zig zag elettrici i fiori della vita, non potè raccoglierne, assaporarne nè farne assaporare neppure un frutto, egli che pure aveva ingegno, onestà, portatura, cavalleria, chic e conoscenza di lingue straniere, per riuscire stupendamente e meritamente nella prosa del mondo, dove ingrassano, lustrano e spampanano a tradimento miriadi di fanulloni, di minchioni e di cialtroni.
«Povero giovane! Povero amico! Ma benchè finito misero e oscuro — noi dobbiamo altamente asserirlo: — Egli fu grandissima parte del nuovo gruppo letterario di giovani piemontesi, i quali gli devono quasi tutti moltissimo, avendo ricevuto o trasfuso nei loro lavori qualche lembo di quella poderosa natura artistica, senza che certamente abbiano saputo esprimere nulla, come egli avrebbe voluto e avrebbe saputo.
«Povero perduto! a cui fecero guerra spietata le immagini del Meglio e dell’Ottimo, nemici proverbiali del Bene positivo, semplice e pratico.»
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Il giornalista avrebbe potuto aggiungere ragionevolmente e coscienziosamente, che Pinotto, non ostante i suoi ideali troppo superlativi, sarebbe certo riuscito ad egregie cose, ove avesse trovato la direzione pratica del lavoro nel sorriso intelligente di sua madre.
XLIX.
Veniamo a lei nell’ultima scena. — Come nella prima: Cani!
La madre dei cani in tutto questo tempo non aveva avuto nessun altro momento memorabile della sua vita, fuorchè i biglietti di visita, che aveva fatto litografare per Roma e Glafir, e la sua tentazione di far parte della Società Protettrice degli animali, tentazione che però il suo teologo confessore le aveva scacciato presto dicendole, che «anche quella era tutta framassoneria.» Quindi, a scanso di un’altra teologale proibizione, essa aveva taciuto tutto al confessore, quando disperata per aver smarrito uno dei tanti pronipoti di Glafir ne raccolse religiosamente i peli dal pettine dell’ultima strigliatura, e li portò, trascinando con se anche la figlia, al Gabinetto magnetico di un professore Filippa, dove invocò dalla chiaroveggenza della rinomata sonnambula l’itinerario arcano per rintracciare la bestiolina diletta.
Ora la povera mamma, all’annunzio mortuario datole dall’usciere, ebbe uno svenimento, e fece gli ululati di rito, con le strappate di capelli volute dalla Prammatica, recandosi a schiamazzare e versare lacrime da pazza presso la vicina del pianerottolo, mentre Carolina la accompagnava in tono minore.